Attività estive.

D’estate, si sa, c’è caldo. A Palermo, quando c’è caldo, c’è caldo davvero. A dispetto degli ovvi consigli elargiti da telegiornali e riviste, una delle attività più gettonate dal palermitano in estate è la preparazione di pietanze che richiedano una lunga permanenza dell’intera famiglia accanto ai fornelli, meglio se con grandi padelle colme di olio sfrigolante a fare da contorno. Anche la preparazione di una semplice caponata può richiedere il coinvolgimento di tre o quattro persone per un numero di ore direttamente proporzionale alla mole di conoscenti a cui far avere un barattolo sigillato colmo del più classico dei contorni isolani. Sono un must irrinunciabile dell’estate palermitana le giornate – di solito almeno tre, sul finire di agosto – dedicate al confezionamento di casse di buttigghie, bottiglie che hanno contenuto birra e che sono state raccolte nell’arco dell’intero anno, per poi essere sterilizzate con mezzi casalinghi – forno a bassa temperatura, pentola in ebollizione, sole – e riempite con salsa di pomodoro appena tirata via dalla pentola, da conservare per l’inverno e da donare a parenti e conoscenti che, in cambio, ci omaggeranno delle proprie. Ogni famiglia ha una variante – alcune sfiorano la perversione, prevedendo l’aggiunta di carote e/o sedano e/o aglio – ed è fondamentale l’apposizione su ogni bottiglia di post-it con il nome della casa produttrice del condimento, onde evitare rovinose sorprese.

Non eccessivamente sgradevole è la preparazione di un dolce tra i più apprezzati nel tepore dell’estate siciliana: il gelo di mellone. A Palermo, nessuno avrebbe mai l’ardire di chiamare l’anguria con un nome che non sia, appunto, mellone: il gelo è una deliziosa gelatina, da gustare nel tardo pomeriggio con un’aromatica tazzina di caffè. Bisogna, ovviamente, avere in casa dell’ottima anguria, dolce e succosa, non farinosa. La polpa, estratta con un cucchiaio, va passata al passapomodoro – e non, come leggo su molti blog, al mixer! eresia! – e raccolta in una ciotola. Per un litro di succo sarà necessario usare circa un chilo e mezzo di polpa. In una tazza di succo, a parte, si scioglierà l’amido (80 grammi circa), per poi unire il tutto al resto del succo e allo zucchero (100 grammi circa, ovviamente dipende dalla dolcezza della frutta). Si trasferisce il composto, aromatizzato con una stecca di cannella da tirar via dopo qualche minuto o con qualche fiore di gelsomino, sul fuoco dolce, e si fa cuocere per un minuto circa dopo l’ebollizione, mescolando continuamente finchè il composto velerà il cucchiaio. Si versa in stampini monoporzione e si fa raffreddare per almeno quattro ore. Si decora con gocce di ottimo cioccolato fondente e pistacchi tritati. Non richiede neanche una permanenza troppo lunga ai fornelli: l’unica controindicazione è che un vero palermitano non ne confezionerà mai meno di quaranta stampini alla volta.

Sto finendo di leggere 7-7-2007 di Antonio Manzini, ed è proprio come me l’ero aspettato; Rocco Schiavone, pienamente immerso nel suo ambiente – il romanzo racconta ciò che ha preceduto il trasferimento del vicequestore ad Aosta – è meno scostante e più portato alla dolcezza e alla comprensione. Il giallo è avvincente e stuzzicante, e una vena di tristezza intride il libro. Merita.

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