C’è una prima volta per tutto.

Mio nonno, non-più-ottuagenario ormai da un bel po’, inizia ad avere problemi con l’esame di realtà. Dopo giorni in cui chiamava chiedendosi cosa mai ci facesse in banca alle sei del mattino – era, in realtà, nella sua camera da letto – o quale fosse la parte del corpo che si stacca e si riattacca senza problemi, ieri ha comunicato che no, non aveva più intenzione di alzarsi dal letto: era stanco e scocciato, aveva mal di schiena e la sua decisione era irrevocabile. Ho impugnato le mie armi migliori – citazioni evangeliche, sorriso disarmante, gelato al cioccolato e mio padre, che il nonno teme e rispetta e ama più di qualsiasi altro – e ho affrontato l’impresa: convincerlo ad uscire di casa. Quando sono arrivata, l’anziano parente era dove aveva promesso: tra tre guanciali, con gli occhi fissi alla tv e la bocca impiastricciata di dolciumi. Indossava il pigiama, aveva la barba lunga e, prima ancora che potessi invocare la sua devozione per la Signore del Rosario di Pompei – nonno, lo sai, la Madonna ci resta male se stai a letto – stava già salmodiando nonononono. C’è voluta mezz’ora di suppliche alternate a frasi ferme e decise, ma alla fine la parola magica – mettiti i jeans! – è stata trovata. Dopo altri veni minuti e una faticosa discesa dei quattro scalini della portineria eravamo giù, sorridenti e di buon umore, pronti per il barbiere. Mentre lui veniva tosato e profumato, sono rimasta seduta su una seggiolina dall’imbottitura marrone, a guardami intorno; stupito della mia curiosità – tagliate anche i peli del naso e delle orecchie? Oooh, anche le sopracciglia?! – il barbiere mi ha chiesto se fossi mai stata in una sala da barba, in passato: e la risposta, chiaramente, è stata che no, non mi era mai capitato, grazie. Ma c’è sempre una prima volta: e quindi ho curiosato divertita tra pennelli e lamette, per la perplessità degli uomini che roteavano sulle altre sedie.
Finita la visita, il burbero vecchietto mi ha comprato un regalo anticipato per il compleanno – L’ultima scommessa di Gian Mauro Costa – e si è lasciato offrire l’ennesimo gelato: una coppetta nocciola e cioccolato che mi ha offerto, per poi richiederla indietro dopo pochi minuti, ché tanto se la portiamo a casa la possiamo mettere in freezer, no? Dopo quasi due ore in giro per il quartiere, abbiamo riaffrontato la breve rampa di scale: di nuovo a casa sua, il nonno ha recuperato il suo consueto malumore, ma ha acconsentito a regalarmi un vecchio mazzo di carte, quello delle napoletane con cui facevo i solitari, la sera, insieme alla nonna, più o meno vent’anni fa. Quando l’ho salutato, mi ha ringraziata: Maru’, sono stato contento, mi hai fatto proprio ‘nu bellu regalo. No, nonno, il bel regalo lo hai fatto tu a me: e non so se capiterà ancora di uscire insieme, e suppongo che difficilmente mi capiterà un’altra volta di andare dal barbiere, ma questo pomeriggio insieme entrerà di prepotenza nella mia personale classifica dei momenti felici.
Ho comprato, appena uscito, La piramide di fango di Andrea Camilleri: perché è un periodo in cui leggere mi costa fatica, e avevo bisogno di un libro rassicurante, che suonasse alle mie orecchie come la voce di un vecchio amico. Lo sto finendo, e non è affatto male, anzi.

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