Ne vale la pena?

 

Sto finendo Delitto a Stoccolma di Liza Marklund; mi piacciono i gialli, non disprezzo i romanzi nordeuropei (anzi, quelli di Anne Holt mi piacciono un bel po’), la copertina con i cinque cerchi attraeva la mia attenzione – mi sono sempre piaciute le Olimpiadi, soprattutto quando non si svolgono nella patria dell’omofobia come quest’anno -, e poi il libro era in sconto al supermercato, incastrato tra pomodori per insalata e carta igienica quattro veli, quindi è stato abbastanza ovvio, per l’agile volumetto, svolazzare dall’espositore alla seggiolina porta-bambini del carrello all’angolo libri-da-leggere della mia scrivania. Lo sto finendo oggi, e mi sta anche piacendo: peccato che per leggerlo ci sia voluta una quantità spropositata di tempo. Il libro, infatti, inizia con una lunga – interminabile, eterna, inenarrabile, infinita – descrizione della chiamata notturna alla giornalista protagonista della serie di gialli e del suo sopralluogo sulla scena del crimine, l’esplosione di un ordigno in uno degli impianti olimpici; una descrizione in medias res, con personaggi ancora sconosciuti, zero dialoghi, un contesto poco chiaro e un florilegio di esclamazioni sulle rigide temperature della Svezia a dicembre; una descrizione, in definitiva, utile per la storia, ma assolutamente noiosa: non da sfrondare, o prolissa, o lentina, no: orribilmente noiosa. Ho seriamente rischiato di abbandonare un libro che, alla fine, non mi sta affatto dispiacendo, a causa delle prime 60 pagine; e, mentre mi spronavo ad andare avanti (perché, accidenti, avevo sentito ottimi commenti su questo romanzo, altrimenti lo avrei scagliato via con violenza al primo accenno di tedio), mi chiedevo: davvero ne vale la pena? Vale la pena di trascorrere serate noiose e addormentarsi digrignando i denti, sperando che un libro si riprenda e decida insperatamente di decollare? E, in generale, vale la pena di stringere i denti e andare avanti sperando che le cose cambino, o è meglio mandare tutto all’aria e cercare un’altra strada, quando il rischio non è solo di perdere tempo leggendo un brutto libro, ma di rimanere impantanati nell’immobilità o di mandare all’aria quello che si è costruito negli anni? Quale comportamento è più maturo, più utile, più sano, continuare a pedalare, testa bassa e piedi incollati ai pedali, o posare la bici e provare a prendere il treno? Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova, però ci prova, intimavano i 99 posse: e allora cos’è da preferire, rimanere alla stessa scrivania in ufficio sperando di farsi notare dal capo, o tentare la fortuna e ap

 

rire una panineria vegana? Sorridere e ritentare e ingoiare rospi, o sorridere e cambiare strategia e cercare altro? Io sono una persona metodica, abitudinaria e noiosetta: ma è un pregio, o forse un difetto, affrontare la vita come la goccia che scava la pietra? Continuare a crederci e a non mollare è un atto di coraggio, o di viltà? E scompaginare le carte e p

 

rovare a cambiare è un atto di creatività, o di irresponsabilità? Forse entrambe le scelte vanno bene; forse, si può solo incrociare le dita, tenere forte per mano la persona che si ama, e sperare di non stare sbagliando tutto. Forse, lanciare una moneta può essere una buona opzione.
Di molte scelte, nella vita di tutti i giorni, non si conosce l’esito: ma di alcune sì; per esempio, in cucina, di solito, si sa cosa porterà a urla di giubilo e cosa a smorfie disgustate. Pensando alla puntata di ieri di un noto reality show di cucina, mangerei vo

 

lentieri dei fiori di zucca ripieni: e lo so, che non è stagione e che prima di agosto non troverò nulla, uff. Comunque, mondati i fiori (ma io il pistillo lo lascio, accidenti!), si posizi

 

ona all’interno un tocchetto di mozzarella vaccina e un pezzetto di acciuga; si immerge rapidamente ogni fiore in una pastella di farina gialla, acqua molto fredda, sale e un’idea di lievito e si frigge in olio bollente. Riuscita assicurata.

 

Noterella pignola (ma non potevo esimermi): ma da Marsilio nessun redattore guarda le bozze delle copertine? L’immagine scelta per Delitto a Stoccolma è quella di una pattinatrice sul ghiaccio che traccia i cinque cerchi con le lame sulla pista: peccato che le Olimpiadi a cui si allude nel testo siano quelle estive.

 

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