È colpa dei geni.

Tra le parti che mi piacciono di più del mio lavoro, a pari merito con le gite alla posta e gli autori che mi regalano libri o piante o dolciumi, c’è quella che comprende istruire e formare dei mini-me: le nanette del mio cuore, le piccole instancabili lavoratrici della sala riunioni, le stagiste. Una variante, più variopinta ma purtroppo meno curata – nel senso che ho meno tempo per curarle – sono le volontarie dei festival che organizziamo: volenterose, infaticabili, a volte precise fino alla pignoleria, altre pasticcione e buffe, ma senza cui non potremmo mai (mai!) tenere insieme quei baracconi con libri e stand ed editori che ci piacciono tanto. Da sempre, tra i miei compiti in caso di festival – oltre alla cura del sito internet e dei social media – c’è il potere indiscusso e dittatoriale sulle volontarie: mi devono devozione e obbedienza, in cambio del mio amore incondizionato e della possibilità di stringere la mano a Francesco Piccolo. Ormai, dopo anni di tentativi, ho perfezionato la tecnica, che prevede riunioni brevi e intense nel pre-festival, coinvolgimento di tutte durante il montaggio, orari bilanciati e ben distribuiti per ciascuna (aspetta, no, non posso mettere F. di sera, non guida, e G. va sistemata insieme a C., che abitano vicine e vengono insieme; U. può fare tutte le mattine, mentre I. solo la sera), giro di controllo prima di ogni turno, istruzioni semplici e comprensibili (prendi tutte queste sedie e portale laggiù, adesso) e tanto affetto. Adesso, dopo mesi di tempo, abbiamo organizzato un pomeriggio con le volontarie: una torta e una mare di chiacchiere con le piccole preziose nanette. Abbiamo parlato loro di corsi e di lavoro, loro ci hanno parlato di vacanze e di esami all’Università, abbiamo finito per discutere di libri: cosa stanno leggendo al momento, cosa vorrebbero non aver mai letto, cosa non si può non leggere. Inspiegabilmente – o forse bluffano, chissà, – sono tutte appassionate di classici, e mi hanno coperta di contumelie – incuranti del fatto che la prossima volta, per ripicca, assegnerò loro turni impossibili – quando ho ammesso di non aver mai letto Madame Bovary. Tra gridolini di sorpresa e occhiate di finto compatimento, hanno urlacchiato in coro che non è possibile, devo subito colmare questa lacuna, sono disposte a regalarmelo, a leggermelo a voce alta, a farne un cd da farmi ascoltare in macchina; e allora Anna Karenina, e Guerra e pace, e L’idiota? Sconsolate, sono andate via con la faccia sporca di sciroppo di frutti di bosco, scuotendo la testa per il disappunto. La sera, ho chiesto a mia madre se lo avesse mai letto: mi ha risposto che no, mai, mamma mia, m’ammoscia. Ecco spiegato tutto: sono geneticamente predisposta all’odio per i classici.

Questo post è un regalo di compleanno per una persona speciale. Spero che le piaccia: a me sta piacendo molto il libro che mi ha consigliato, L’ora di pietra di Margherita Oggero, sul quale avevo non pochi preconcetti (gli altri libri dell’autrice mi avevano lasciata un po’ fredda). E invece è intenso e coinvolgente, oltre che languidamente triste, di quella mestizia di quando sai che non avresti potuto fare altrimenti. Auguri, laMate.

Read More

A volte serve solo il libro giusto.

Ci sono periodi più semplici di altri: momenti in cui tutto sembra a portata di mano, lo stage viene prorogato, l’auto non ha bisogno di cambiare l’olio, i vestiti dell’anno scorso non tirano in vita, il soufflé rimane gonfio e baldanzoso, e altri in cui non tutto gira bene; giorni in cui la scelta più semplice e ovvia appare minacciosa e gravida di insidie, in cui gli occhi si spalancano interi quarti d’ora prima del suono della sveglia e il cuore martella e rimettersi a dormire è un’utopia. In questi momenti, avere qualcosa da leggere è fondamentale: qualcosa che calzi a pennello, che intrighi senza suscitare ansia, che accompagni dolcemente al sonno e che faccia sorridere di desiderio durante una noiosa riunione mattutina, e pensare dai dai tra un po’ torno a casa e vedo come va a finire. Giorni verniciati di mal di testa, punteggiati di sbadigli e telefonate e bicchieri d’acqua; giorni in cui serve il libro giusto.

Il libro giusto, quando lo trovi te ne accorgi. Ha la forma giusta, quella che si adatta alla tua mano con naturalezza e si posiziona docilmente accanto al cuscino, la sera, per farti leggere su un fianco senza problemi; ha lo stile giusto, quello che suona familiare ma non stantio, che sa di coccole e ragù, di pomeriggi al sole in giardino; ha il contenuto giusto, ti punzecchia e accudisce, carezza e blandisce, non ti lascia mai sola; ha la lunghezza giusta: abbastanza breve da non spaventare, abbastanza corposo da non abbandonarti troppo presto; ha il contenuto giusto, la copertina giusta, il ritmo giusto, l’autore giusto. Il libro giusto, quando te lo trovi tra le mani sai che è lui.

Ci sono stati diversi libri giusti, nella mia vita: diversi periodi in cui ne ho avuto bisogno, del conforto del libro giusto. In un’estate interminabile e immobile, bianca accecante silenziosa, i libri di Alessandra Lavagnino mi hanno tenuto compagnia. Una granita di caffè con panna e Via dei serpenti, in particolare: non li ho mai più riletti, e ancora sanno di cicale e aghi di pino e sabbia che scricchiola sotto le scarpe. In un’altra estate, invece, di solitudine e paura e dolore lancinante, c’è stato bisogno dei gialli di Margherita Oggero: che oggi trovo scontati e banalotti, ma che quell’anno strillavano più forte del battito del mio cuore, e mi distraevano dal suo suono stridente e disperato. Anche adesso che l’estate non finisce, ho trovato i miei libri giusti: e sono i romanzi di Maurizio de Giovanni, quelli della serie dedicata al commissario Ricciardi. Sono malinconici e delicati, bisbigliano con dolcezza nelle mie orecchie per non spaventarmi, e parlano con una lingua che mi ricorda l’infanzia, la nonna e la minestra di zucca. Peccato soltanto averli finiti: e nell’attesa che ne escano di nuovi, e che il periodo di ansia si estingua, sono alla disperata ricerca di un nuovo libro giusto; ho tentato di colmare il vuoto con Blues di mezz’autunno di Santo Piazzese: ma forse, dopo undici anni di attesa, mi aspettavo qualcosa di più, o forse non è il periodo giusto, ma non riesco a seguire il filo di un lungo e contorto flashback. Mi spiace, ma per ora non è proprio il libro giusto: e dire che I delitti di via Medina-Sidonia, in un’estate di moltissimi anni fa, lo era stato.

Oltre al libro giusto, in un periodo complicato serve anche un piatto giusto: un cibo che abbracci e conforti, che sostenga e stuzzichi; magari un dolce morbido e soffice come uno zabaione ben sodo, impreziosito da una cucchiaiata di cacao e servito in coppette con biscottini leggeri e una spolverata di mandorle tritate. Fatto raffreddare in congelatore per una mezz’ora è delizioso.

Read More