Vi prego, non smielate sui gialli.

Mi piacciono molto i gialli, mi piacciono molto i libri ambientati a Napoli, mi piacciono molto le storie raccontate bene: per questo mi sono innamorata subito della serie che Maurizio de Giovanni dedica al commissario Ricciardi. Ho letto i romanzi in ordine, per non rischiare di perdere qualche allusione o rimando: cominciando da Il senso del dolore, che ho amato, regalato e consigliato con prodigalità. Non gli mancava niente, per essere un ottimo giallo: la trama non scricchiolava, la soluzione era sensata e il procedimento per raggiungerla era comprensibile, asciutto, motivato. Il rischio che avevo ventilato nelle prime pagine, quello di un “aiuto sovrannaturale” dato dal Fatto, era stato rapidamente scongiurato. Avevo atteso con ansia tutti i volumi successivi: mi erano piaciuti, alcuni più di altri, con la punta di diamante di Per mano mia a svettare. Poi, però, uff, mi sa che l’autore si è un po’ incartato con la scivolata sentimentale.

All’inizio era un espediente simpatico, questo dell’uomo bello e tenebroso, dagli enigmatici occhi verdi, conteso dalla bella, ricchissima Livia e dalla modesta, anonima e noiosissima Enrica. C’era un che di incomprensibile – ma chi gliele portava, queste due, a perdere la testa per un uomo grigio e tetro come Ricciardi? – ma i continui riferimenti allo sguardo della giovane al di là del vetro e agli inviti a teatro della matura cantante non appesantivano troppo la storia. A un certo punto, però, la serie ha iniziato a virare pericolosamente verso il polpettone: tra lacrime solitarie e baci nel buio, pressioni materne e biondi ufficiali tedeschi, cantanti ubriache e discinte che cercano di imporre il proprio amore e bieche spie fasciste arse dal desiderio di vendetta, Anime di vetro si perde un po’. Gli interludi lirici, in cui de Giovanni canta la sua città in toni da cartolina illustrata, già abbastanza pleonastici in tutti i volumi – la sensazione è quella dell’autore che si è divertito di più a scriverli di quanto non faccia il lettore a leggerli – qua sono davvero poco funzionali alla storia; il corsivo che racconta del suonatore di mandolino alle prese con la canzone della falena, da cui l’enigmatico sottotitolo del romanzo, è francamente noiosetto e un po’ troppo retorico. Una serie che aveva il suo punto di forza in gialli asciutti, dal ritmo incalzante e privi di sbavature sembra stare ripiegando verso il feuilleton: vi prego, facciamo qualcosa. Già è poco sopportabile la tendenza di Camilleri a far buttare tra le braccia del commissario Montalbano ogni essere umano di sesso femminile lo incontri: Ricciardi perennemente preda degli sbalzi ormonali delle non-sue-belle proprio no. Che scelga: una, l’altra, entrambe, nessuna, una terza a sparigliare le carte, ma per favore, basta lacrime, piagnistei e inutili ripistiamenti. Quanto all’utilità di tutto quel mare, me la sono chiesta spesso anche io.

A volte, nei libri di de Giovanni, si inciampa in qualche ricetta: quella del polpettone confezionato dalla moglie di Maione mi ricorda, con qualche variante, quello che preparava mia nonna.

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A volte serve solo il libro giusto.

Ci sono periodi più semplici di altri: momenti in cui tutto sembra a portata di mano, lo stage viene prorogato, l’auto non ha bisogno di cambiare l’olio, i vestiti dell’anno scorso non tirano in vita, il soufflé rimane gonfio e baldanzoso, e altri in cui non tutto gira bene; giorni in cui la scelta più semplice e ovvia appare minacciosa e gravida di insidie, in cui gli occhi si spalancano interi quarti d’ora prima del suono della sveglia e il cuore martella e rimettersi a dormire è un’utopia. In questi momenti, avere qualcosa da leggere è fondamentale: qualcosa che calzi a pennello, che intrighi senza suscitare ansia, che accompagni dolcemente al sonno e che faccia sorridere di desiderio durante una noiosa riunione mattutina, e pensare dai dai tra un po’ torno a casa e vedo come va a finire. Giorni verniciati di mal di testa, punteggiati di sbadigli e telefonate e bicchieri d’acqua; giorni in cui serve il libro giusto.

Il libro giusto, quando lo trovi te ne accorgi. Ha la forma giusta, quella che si adatta alla tua mano con naturalezza e si posiziona docilmente accanto al cuscino, la sera, per farti leggere su un fianco senza problemi; ha lo stile giusto, quello che suona familiare ma non stantio, che sa di coccole e ragù, di pomeriggi al sole in giardino; ha il contenuto giusto, ti punzecchia e accudisce, carezza e blandisce, non ti lascia mai sola; ha la lunghezza giusta: abbastanza breve da non spaventare, abbastanza corposo da non abbandonarti troppo presto; ha il contenuto giusto, la copertina giusta, il ritmo giusto, l’autore giusto. Il libro giusto, quando te lo trovi tra le mani sai che è lui.

Ci sono stati diversi libri giusti, nella mia vita: diversi periodi in cui ne ho avuto bisogno, del conforto del libro giusto. In un’estate interminabile e immobile, bianca accecante silenziosa, i libri di Alessandra Lavagnino mi hanno tenuto compagnia. Una granita di caffè con panna e Via dei serpenti, in particolare: non li ho mai più riletti, e ancora sanno di cicale e aghi di pino e sabbia che scricchiola sotto le scarpe. In un’altra estate, invece, di solitudine e paura e dolore lancinante, c’è stato bisogno dei gialli di Margherita Oggero: che oggi trovo scontati e banalotti, ma che quell’anno strillavano più forte del battito del mio cuore, e mi distraevano dal suo suono stridente e disperato. Anche adesso che l’estate non finisce, ho trovato i miei libri giusti: e sono i romanzi di Maurizio de Giovanni, quelli della serie dedicata al commissario Ricciardi. Sono malinconici e delicati, bisbigliano con dolcezza nelle mie orecchie per non spaventarmi, e parlano con una lingua che mi ricorda l’infanzia, la nonna e la minestra di zucca. Peccato soltanto averli finiti: e nell’attesa che ne escano di nuovi, e che il periodo di ansia si estingua, sono alla disperata ricerca di un nuovo libro giusto; ho tentato di colmare il vuoto con Blues di mezz’autunno di Santo Piazzese: ma forse, dopo undici anni di attesa, mi aspettavo qualcosa di più, o forse non è il periodo giusto, ma non riesco a seguire il filo di un lungo e contorto flashback. Mi spiace, ma per ora non è proprio il libro giusto: e dire che I delitti di via Medina-Sidonia, in un’estate di moltissimi anni fa, lo era stato.

Oltre al libro giusto, in un periodo complicato serve anche un piatto giusto: un cibo che abbracci e conforti, che sostenga e stuzzichi; magari un dolce morbido e soffice come uno zabaione ben sodo, impreziosito da una cucchiaiata di cacao e servito in coppette con biscottini leggeri e una spolverata di mandorle tritate. Fatto raffreddare in congelatore per una mezz’ora è delizioso.

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