Libri bellissimi (e un caldo invito a leggerli).

Natalia GinzburgSono una persona notoriamente curiosa; mi piace sapere tutto quello che riguarda chi mi circonda, dalle stagiste al fruttivendolo all’angolo: con chi trascorrono le loro giornate, quali film hanno visto mille volte, a che ora si svegliano al mattino, se mettono uno o due cucchiaini di zucchero nel caffè. Durante la pausa di metà mattina mi accaloro ascoltando dettagli della vita affettiva di persone che tra due mesi non vedrò più: e questo, spesso, apre la maglia a resoconti di fallimentari rapporti sessuali, pruriginosi triangoli sentimentali, disgustosi dettagli su pustole infette, fistole anali e cicli mestruali dolorosi. Sono ingorda di particolari: mi piace immaginare il mio interlocutore che legge un libro, la sera, proprio con la vestaglia blu di cui mi ha parlato, e non con una vestaglia qualsiasi, una generica e non-caratterizzata vestaglia x. La vastità della mia curiosità si estende oltre i confini della mia cerchia di amicizie e affini: mi chiedo se Max Gazzè, prima di salire sul palco, sia sereno o emozionato, o se a Mattarella non diano fastidio le scarpe nuove; come si senta Nanni Moretti mentre incede sul red carpet, se il suo divorzio non sia stato troppo doloroso, quale rapporto abbia con suo figlio Pietro, quello che teneva, neonato, su una spalla, mentre cantava a squarciagola Ragazzo fortunato. Mi chiedo, quasi sempre, se le persone intorno a me siano felici. Per questo, il libro che sto leggendo adesso mi sta riempiendo di gioia fino alla punta dei capelli: perché La corsara di Sandra Petrignani (Neri Pozza) non è solo un bellissimo libro, ma è dedicato a una delle persone che più ha stuzzicato, negli anni, la mia insaziabile smania di sapere: Natalia Ginzburg.

Appartengo a quella categoria di lettori che non riescono a scindere lo scrittore dal testo (e, di conseguenza, a leggere un libro di un autore che disprezzano umanamente): e, per un’autrice come Natalia Ginzburg, che alla sua vita (o meglio, a una parte di essa) ha dedicato il suo libro più famoso ed emozionante, quel Lessico famigliare che rimane saldamente il mio preferito da almeno vent’anni, l’intreccio autore/personaggi/testo diventa più stretto e complesso. La Petrignani ha analizzato e scomposto e ricomposto l’intera produzione della Ginzburg, romanzi saggi articoli racconti poesie, le interviste e gli articoli su di lei, tutto quel che è stato scritto su suo marito Leone; ha parlato con i suoi nipoti e con molte persone che la hanno conosciuta, ha aggiunto i propri ricordi ed è riuscita a mostrarmi tutto quello che avrei voluto conoscere: tutta quella enorme fetta di vita che in Lessico famigliare è riassunta in poche righe o omessa, perché posteriore all’uscita del libro o troppo dolorosa e personale, dall’arrivo di Nat a Roma, al ritorno da Pizzoli, con tre bambini piccoli e due valigie, al rapporto con sua figlia Susanna, nata dal secondo matrimonio della scrittrice; dalle relazioni familiari alle tresche sentimentali dei fratelli, dalle insicurezze che l’hanno accompagnata tutta la vita al gusto nel vestire. Mi ha mostrato il lato tenero, umano, vivo della scrittrice che vorrei incontrare, se potessi fare un salto indietro nel tempo: e, timida lei e timida io, probabilmente non sarei in grado di dirle altro che “grazie”. È un libro enorme, La corsara: ha dentro una porzione grande e pesante della storia d’Italia, ma contiene anche aneddoti e spunti, e poi tutto un excursus sul panorama editoriale italiano con il racconto della nascita e dello sviluppo dell’Einaudi. Ci sono dentro Pavese e Leone Ginzburg, Moravia e la Morante, la Fallaci e Giulio Einaudi, Carlo Levi e Montale nell’inedita veste di zio acquisito; e poi Calvino, Saba, Bobbio, Casorati e tanti altri.

Lo so, sono una persona curiosa e ficcanaso: ma, anche se voi non spantecate per sapere che modello di calzini indossi il fratello del salumiere, anche se a voi dei libri interessa solo la storia e non chi l’ha pensata, vissuta e scritta, credetemi sulla parola: questo è un libro che va assolutamente letto.

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A volte serve solo il libro giusto.

Ci sono periodi più semplici di altri: momenti in cui tutto sembra a portata di mano, lo stage viene prorogato, l’auto non ha bisogno di cambiare l’olio, i vestiti dell’anno scorso non tirano in vita, il soufflé rimane gonfio e baldanzoso, e altri in cui non tutto gira bene; giorni in cui la scelta più semplice e ovvia appare minacciosa e gravida di insidie, in cui gli occhi si spalancano interi quarti d’ora prima del suono della sveglia e il cuore martella e rimettersi a dormire è un’utopia. In questi momenti, avere qualcosa da leggere è fondamentale: qualcosa che calzi a pennello, che intrighi senza suscitare ansia, che accompagni dolcemente al sonno e che faccia sorridere di desiderio durante una noiosa riunione mattutina, e pensare dai dai tra un po’ torno a casa e vedo come va a finire. Giorni verniciati di mal di testa, punteggiati di sbadigli e telefonate e bicchieri d’acqua; giorni in cui serve il libro giusto.

Il libro giusto, quando lo trovi te ne accorgi. Ha la forma giusta, quella che si adatta alla tua mano con naturalezza e si posiziona docilmente accanto al cuscino, la sera, per farti leggere su un fianco senza problemi; ha lo stile giusto, quello che suona familiare ma non stantio, che sa di coccole e ragù, di pomeriggi al sole in giardino; ha il contenuto giusto, ti punzecchia e accudisce, carezza e blandisce, non ti lascia mai sola; ha la lunghezza giusta: abbastanza breve da non spaventare, abbastanza corposo da non abbandonarti troppo presto; ha il contenuto giusto, la copertina giusta, il ritmo giusto, l’autore giusto. Il libro giusto, quando te lo trovi tra le mani sai che è lui.

Ci sono stati diversi libri giusti, nella mia vita: diversi periodi in cui ne ho avuto bisogno, del conforto del libro giusto. In un’estate interminabile e immobile, bianca accecante silenziosa, i libri di Alessandra Lavagnino mi hanno tenuto compagnia. Una granita di caffè con panna e Via dei serpenti, in particolare: non li ho mai più riletti, e ancora sanno di cicale e aghi di pino e sabbia che scricchiola sotto le scarpe. In un’altra estate, invece, di solitudine e paura e dolore lancinante, c’è stato bisogno dei gialli di Margherita Oggero: che oggi trovo scontati e banalotti, ma che quell’anno strillavano più forte del battito del mio cuore, e mi distraevano dal suo suono stridente e disperato. Anche adesso che l’estate non finisce, ho trovato i miei libri giusti: e sono i romanzi di Maurizio de Giovanni, quelli della serie dedicata al commissario Ricciardi. Sono malinconici e delicati, bisbigliano con dolcezza nelle mie orecchie per non spaventarmi, e parlano con una lingua che mi ricorda l’infanzia, la nonna e la minestra di zucca. Peccato soltanto averli finiti: e nell’attesa che ne escano di nuovi, e che il periodo di ansia si estingua, sono alla disperata ricerca di un nuovo libro giusto; ho tentato di colmare il vuoto con Blues di mezz’autunno di Santo Piazzese: ma forse, dopo undici anni di attesa, mi aspettavo qualcosa di più, o forse non è il periodo giusto, ma non riesco a seguire il filo di un lungo e contorto flashback. Mi spiace, ma per ora non è proprio il libro giusto: e dire che I delitti di via Medina-Sidonia, in un’estate di moltissimi anni fa, lo era stato.

Oltre al libro giusto, in un periodo complicato serve anche un piatto giusto: un cibo che abbracci e conforti, che sostenga e stuzzichi; magari un dolce morbido e soffice come uno zabaione ben sodo, impreziosito da una cucchiaiata di cacao e servito in coppette con biscottini leggeri e una spolverata di mandorle tritate. Fatto raffreddare in congelatore per una mezz’ora è delizioso.

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