A volte serve solo il libro giusto.

Ci sono periodi più semplici di altri: momenti in cui tutto sembra a portata di mano, lo stage viene prorogato, l’auto non ha bisogno di cambiare l’olio, i vestiti dell’anno scorso non tirano in vita, il soufflé rimane gonfio e baldanzoso, e altri in cui non tutto gira bene; giorni in cui la scelta più semplice e ovvia appare minacciosa e gravida di insidie, in cui gli occhi si spalancano interi quarti d’ora prima del suono della sveglia e il cuore martella e rimettersi a dormire è un’utopia. In questi momenti, avere qualcosa da leggere è fondamentale: qualcosa che calzi a pennello, che intrighi senza suscitare ansia, che accompagni dolcemente al sonno e che faccia sorridere di desiderio durante una noiosa riunione mattutina, e pensare dai dai tra un po’ torno a casa e vedo come va a finire. Giorni verniciati di mal di testa, punteggiati di sbadigli e telefonate e bicchieri d’acqua; giorni in cui serve il libro giusto.

Il libro giusto, quando lo trovi te ne accorgi. Ha la forma giusta, quella che si adatta alla tua mano con naturalezza e si posiziona docilmente accanto al cuscino, la sera, per farti leggere su un fianco senza problemi; ha lo stile giusto, quello che suona familiare ma non stantio, che sa di coccole e ragù, di pomeriggi al sole in giardino; ha il contenuto giusto, ti punzecchia e accudisce, carezza e blandisce, non ti lascia mai sola; ha la lunghezza giusta: abbastanza breve da non spaventare, abbastanza corposo da non abbandonarti troppo presto; ha il contenuto giusto, la copertina giusta, il ritmo giusto, l’autore giusto. Il libro giusto, quando te lo trovi tra le mani sai che è lui.

Ci sono stati diversi libri giusti, nella mia vita: diversi periodi in cui ne ho avuto bisogno, del conforto del libro giusto. In un’estate interminabile e immobile, bianca accecante silenziosa, i libri di Alessandra Lavagnino mi hanno tenuto compagnia. Una granita di caffè con panna e Via dei serpenti, in particolare: non li ho mai più riletti, e ancora sanno di cicale e aghi di pino e sabbia che scricchiola sotto le scarpe. In un’altra estate, invece, di solitudine e paura e dolore lancinante, c’è stato bisogno dei gialli di Margherita Oggero: che oggi trovo scontati e banalotti, ma che quell’anno strillavano più forte del battito del mio cuore, e mi distraevano dal suo suono stridente e disperato. Anche adesso che l’estate non finisce, ho trovato i miei libri giusti: e sono i romanzi di Maurizio de Giovanni, quelli della serie dedicata al commissario Ricciardi. Sono malinconici e delicati, bisbigliano con dolcezza nelle mie orecchie per non spaventarmi, e parlano con una lingua che mi ricorda l’infanzia, la nonna e la minestra di zucca. Peccato soltanto averli finiti: e nell’attesa che ne escano di nuovi, e che il periodo di ansia si estingua, sono alla disperata ricerca di un nuovo libro giusto; ho tentato di colmare il vuoto con Blues di mezz’autunno di Santo Piazzese: ma forse, dopo undici anni di attesa, mi aspettavo qualcosa di più, o forse non è il periodo giusto, ma non riesco a seguire il filo di un lungo e contorto flashback. Mi spiace, ma per ora non è proprio il libro giusto: e dire che I delitti di via Medina-Sidonia, in un’estate di moltissimi anni fa, lo era stato.

Oltre al libro giusto, in un periodo complicato serve anche un piatto giusto: un cibo che abbracci e conforti, che sostenga e stuzzichi; magari un dolce morbido e soffice come uno zabaione ben sodo, impreziosito da una cucchiaiata di cacao e servito in coppette con biscottini leggeri e una spolverata di mandorle tritate. Fatto raffreddare in congelatore per una mezz’ora è delizioso.

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Frutta, zucchero e ghiaccio: si comincia!

Coltelli affilati, pentole lucidate, padelle scodelle colini sbattitori, separa-tuorli, planetarie; è tutto pronto. La cucina del Libro sul tagliere può aprire le porte. Benvenuti, bibliofili buongustai! Tra pagine e soffritti, paragrafi e panure, capoversi e bouquet garni ci terremo compagnia, ogni settimana, con una nuova ricetta ed un nuovo romanzo.

Con cosa iniziare, se non con una gustosa, delicata granita? Fresca, dissetante, economica, un dessert semplice da confezionare ed ottimo per utilizzare frutta matura che rischierebbe di andar sprecata. Servono solo acqua, succo (o purea) di frutta, zucchero, ed un pentolino metallico. Per le proporzioni, ottimo il suggerimento di Camilleri – la formula “uno, due, quattro” (una parte di frutta, due di zucchero, quattro di acqua). Frullate, quindi, la polpa di cantalupo, o i gelsi, se li avete, o le fragole. Unite l’acqua, lo zucchero e il succo di mezzo limone; e poi assaggiate, assaggiate, assaggiate!, e regolate di zucchero. Trasferite il pentolino sul fornello e, a fuoco dolce, lasciate che il composto raggiunga l’ebollizione. Mescolate per un paio di minuti, spegnete la fiamma, fate raffreddare e trasferite il composto, senza travasarlo, in congelatore. Ogni mezz’ora circa, con una forchetta, lo gratterete. La granita, nel giro di qualche ora, sarà pronta. A colazione, con panna fresca ed una brioche calda, vi leccherete le dita.

Vi suggerisco, allora, di sorbire il vostro dessert cullati dalla lettura di un romanzo forse poco noto, ma di una dolcezza amara e struggente: Una granita di caffè con panna, di Alessandra Lavagnino, edito da Sellerio. La storia di Agata, una donna incapace di mentire, ed il suo rapporto viscerale e contrastato con la Sicilia. Un’atmosfera mesta, a tratti stralunata, è quella in cui echeggiano le parole pericolose e disperate di una persona che non sa dir bugie, che non può, realmente, tener chiusa la bocca. Un romanzo da scoprire, amato e recensito da Sciascia.

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