Profondo giallo.

I gialli mi piacciono moltissimo. Sono gli unici libri, con poche e belle eccezioni, che assommano in sé le caratteristiche fondamentali per entrare nel mio cuore: non mi fanno paura, non mi intristiscono, non mi annoiano. Tolti gli innumerevoli giallibrutti, giallinutili e fintigialli in cui mi è capitato di imbattermi, i gialli di solito non mi deludono.
I cattivi sono cattivi, in un buon giallo, anche se la loro cattiveria è di solito solo accennata o descritta brevemente, senza particolari discese nello scabroso e nel truculento; e i buoni sono buoni, dal canto loro: non necessariamente angelici, è chiaro, magari silenziosi e un po’ musoni come il commissario Ricciardi, o spavaldi e aggressivi come il vicequestore Rocco Schiavone, con un ego smisurato come Nero Wolfe o problematici e puntigliosi come Dave Brandstetter, ma buoni: impegnati alla ricerca del colpevole, a cui magari daranno anche un pugno in faccia, perché no, tanto quello è il cattivo e quindi va bene così.
È poco faticoso, leggere un giallo: si sa subito per chi parteggiare e, tolti rari ed esasperanti casi, si sa anche come va a finire: i buoni vincono, i cattivi perdono, non ci sono snervanti finali aperti né rimandi alle prossime puntate. C’è ritmo, di solito, in un giallo: entro pochi paragrafi deve morire qualcuno, e poi non resta che impegare 250 pagine per scovare movente, occasione e arma del delitto; spiegone a beneficio del pubblico meno attento, ultimo capitolo distensivo e tutti a nanna.
Da qualche mese ho smesso di alternare gialli a non-gialli: mi sono lasciata assuefare dalla cadenza incalzante e dalla quasi-certezza di non soffocare di noia del giallo medio, e sono finita a leggere solo ed esclusivamente romanzi che parlano di delitti, efferatezze delineate con pochi rapidi tratti e investigatori dalla vita sentimentale poco soddisfacente. Presa da improvvisa bulimia, ho considerato necessario per la mia salute mentale il reperimento e l’acquisto dell’opera omnia di Maurizio de Giovanni, compreso il per nulla memorabile L’omicidio Carosino. Mi sono dannata, poi, alla ricerca della serie di romanzi scritta da Joseph Hansen, di cui in Italia sono stati tradotti solo pochi volumi, porcamiseria. Ho fatto un’indagine su quanto ci fosse, nelle librerie di città e provincia, dei libri di Anne Holt, ho chiesto in prestito gialli sconosciuti a chiunque mi sia capitato a tiro, dal ragazzo che consegna la pizza alla moglie del fruttivendolo all’angolo. Ho letto romanzi belli e meno belli, ho abbandonato dopo pochi capitoli Il fiume mortale di Anne Perry, sfinita dalla noia, ho permesso che l’assassino della vecchietta del giallo italiano si confondesse nella mia mente con lo stupratore del romanzi cinese e con il favoreggiatore di quello turco, e infine mi sono trovata tra le mani A chi vuoi bene di Lisa Gardner, e ho sorriso. Avevo comprato per caso il suo primo libro, un bel po’ di tempo fa, e lo avevo dimenticato; poi, ascoltando la lectio magistralis di un traduttore di grido, mi ero imbattuta in una pagina, che avevo percorso scoperto essere l’incipit di La vicina. Lo avevo letto con piacere, divertita anche dalla buffa casualità, e avevo aspettato da allora il suo nuovo romanzo. Adesso lo sto finendo: pieno di ritmo, avvincente, per nulla scontato, e con una detective D.D. Warren particolarmente a disagio nel nuovo ruolo di futura madre; assolutamente delizioso.

 

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