Giù le mani dalle mie patatine.

Sono stata una bambina magretta; mangiavo molto e con gusto, andavo regolarmente in palestra e cullavo in imbarazzato silenzio la sicurezza di diventare una campionessa di ginnastica artistica. Sono stata, poi, un’adolescente cicciotta: molte cadute, un intervento al piede e anni senza indossare una tuta da ginnastica erano andati di pari passo con un’immutata voglia di cibo, meglio se succulento, condito, ridondante, eccessivo. Una nonna il cui verbo era i bambini ai miei tempi si portavano grassi gestiva i miei pasti, che comprendevano molte portate variamente articolate e si concludevano necessariamente con caffè e dolcetto. L’ironia familiare mi ha rapidamente ribattezzata la tonda: ancora adesso che sono una giovane donna relativamente in forma, il soprannome è ancora parte di me.

Al netto degli scherzi, mi infastidisce ancora oggi chi mi conta i bocconi, chi si lamenta del mio stile alimentare, chi critica ciò che mangio: penso di essere in salute e non accetto reprimende sull’argomento, come non ne accetto sul mio abbigliamento, sul mio non-taglio di capelli, sulla mia auto impolverata e in generale sul mio modo di condurre la vita.

Pochi giorni fa, a una fiera culturale, ho orecchiato un dialogo che ho trovato agghiacciante; due trentenni, fidanzati da qualche anno, discutevano su cosa mangiare a pranzo. Lei, alta e magra – una taglia 38, per intenderci -, desiderava un cartoccio di patatine; la bottega era alle loro spalle, il profumo di fritto era stuzzicante, non c’era fila. Lui, con aria sprezzante, scuoteva la testa: no, non era il caso che le mangiasse, sarebbe ingrassata. Lei si opponeva flebilmente: da un lato l’idea di uno snack godurioso la tentava visibilmente, dall’altro tentennava, convinta di rischiare seriamente di rovinarsi la linea per uno strappo alla dieta. Sono andata via inorridita. Al di là dell’avvilente considerazione sull’assurdità della situazione, ho dovuto constatare che non è la prima volta che assisto a una scena simile: una donna che desidera mangiare qualcosa, un uomo che le conta i bocconi per motivi puramente estetici. Il maschilismo condensato in un’unica, semplice considerazione: non puoi avere quello che desideri, non perché possa farti male, ma perché ti renderebbe meno bella, quindi meno appetibile ai miei occhi e meno spendibile come merce di scambio nella lotta tra maschietti a chi vale di più. Da qui alla considerazione della donna come intrinseca proprietà maschile, con tutto il seguito di gelosie patologiche, volontà di controllo e incapacità di accettare la fine di una relazione, temo che il passo non sia troppo lungo. Mi sono chiesta – mi chiedo sempre, in realtà – perché una donna dovrebbe mai sopportare un simile atteggiamento. Continuo a non trovare una risposta.

Sto leggendo, rapidamente e con piacere, La battaglia navale di Marco Malvaldi. È fresco, dinamico, frizzante e raccontato con la lingua felice di chi sorride mentre scrive. Godibilissimo.

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