Quello che (non) ho

Lunedì Roberto Saviano torna in tv. Sono davvero molto contenta – saltello sulle punte e batto le mani metre il semi-labrador mi guarda con fastidio, perso nella sua caccia alla cagnolina-in-calore che gli toglie il sonno: mi piace un bel po’, Saviano, mi piace il suo modo imbarazzato e fuori-posto di stare davanti alla telecamera, mi piace come oscilla e barcolla e si agita ed esce fuori quadro, mi piace quando sembra cercare parole e non trovarle e un attimo prima che io mi disperi le snocciola con delicata sicurezza, con calma venata di strizza da scampato pericolo. Mi piace quando si gratta la zucca, quando guarda dritto attraverso lo schermo, mi piacciono i pantaloni beige o ocra che indossa, mi piacciono le sue parole, le sue idee, la sua precisione, lo studio meticoloso degli argomenti. Mi ricorda un po’ Sofri, nel modo di scrivere, la ricerca esasperata della parola giusta che in Adriano sembra venire da sé, senza fatica o applicazione o lavoro, mentre in Saviano sembra costare sempre un po’ di più, una goccia di sudore, una manciata di secondi di terrore. Mi piace la sua cadenza e l’umiltà genuina con cui ha detto che no, se avesse saputo a cosa andava incontro non avrebbe certo scritto Gomorra, scherziamo. Mi piace la rabbia nel non voler essere vittima, nel non farsi issare su un altare, nel rifiutarsi di diventare un martire. Qualche giorno fa ho avuto modo di parlare con Giorgio Di Vita, uno scrittore, un uomo squisito e un compagno di Peppino Impastato a Radio Aut. Ho ingollato con stupore e piacere ogni sua parola, ma sono rimasta molto perplessa quando ha detto che, per lui, Peppino poteva essere paragonato a Gesù. Una similitudine tirata all’estremo, chiaro, ma, secondo me, anche poco reale: ché non sono convinta che Impastato abbia mai pensato che la sua vita sarebbe stata sacrificata per un bene più grande. Non che reputi Impastato un imprudente, ma immagino che in lui ci fosse quella scintilla di non succederà niente, me la caverò che si legge in ogni riga del Diario in Bolivia: quella che tiene in piedi ogni rivoluzionario, e non ne fa un dio a cui consacrarsi ma un esempio concreto, vivo.
So molto poco del programma che Saviano condurrà lunedì, martedì e mercoledì: solo che ci sarà quel re del buonismo che è Fazio, che sarà su La7 e che si parlerà di parole; nello specifico, di una parola che, per ognuno di noi, ha un significato speciale. Ho provato a pensarci, allora: qual è la mia parola? Ecco, forse è guinzaglio. Quando il semi-labrador è venuto ad abitare sui piedi del mio letto era un cucciolo nero malmesso e mordacchioso. Aveva una ferita sulla testa, zampette storte e una moltitudine di vermi a rosicchiargli l’intestino. Alla notizia del suo imminente arrivo ero andata in un negozio di articoli per quattrozampe e avevo messo insieme un corredo invidiabile: ciotole di plastica, una cuccia morbida con disegni di zampette bianche e blu che non ha mai usato e che è stata subito relegata a cesta dei giochi, cuscini, una lilli disney in gomma, palline ossi giocattoli di corda di svariate fogge e modelli e colori e consistenze. E poi un collare rosso con medaglietta e uno splendido guinzaglio con cui sognavo di portarlo a fare lunghe passeggiate. In realtà, sono passate intere settimane prima che lo potessi portare fuori per la prima volta: doveva essere sverminato e fare una lunga cura antibiotica prima di procedere ai vaccini. Pensavo che non avrei mai avuto occasione di usare il guinzaglio, che non avremmo mai fatto il giro del quartiere insieme, con passo regale e ben cadenzato. Molti giorni (e molte pipì nella cassetta con la lettiera) dopo siamo riusciti ad uscire, e ho avuto modo di scoprire che, tra le innumerevoli abilità della piccola peste, non era contemplata quella di camminare al passo. Il guinzaglio è diventato il suo modo di portarmi fuori, trascinandomi tra siepi di oleandro e cespugli di rosa canina, facendomi dare capocciate ai rami bassi del falso pepe e facendomi planare con leggiadria addosso ai proprietari delle cagnoline con cui aveva deciso di fidanzarsi. Col tempo, ho scoperto anche che quel guinzaglio, con moschettone standard, non era sufficiente per trattenerlo: dopo essermi trovata con l’inutile oggetto in mano e lui a due metri da me che mi guardava perplesso ho dedotto che be’, ecco, un moschettone da rocciatore con tenuta 80 kg non sarebbe stato eccessivo. Il guinzaglio è la mia mano che, come quella di un adulto responsabile, stringe la sua di bambino irrequieto; è il mio strumento per portarlo fuori, per correre al suo fianco, per vedere la sua espressione felice, per garantire la sua sicurezza, per non farlo andare troppo lontano da me. Per questo ogni sera, prima di andare a letto, l’ultima cosa che faccio è controllare il guinzaglio: perché il giorno dopo sia pronto per lui.
E la vostra parola del cuore, qual è?

4 thoughts on “Quello che (non) ho

  1. adesso come adesso la mia è mamma. ma lo dico solo a te.
    questo tuo racconto breve è diviso in due. non so se lunedì sarò in grado di gustarmelo come si deve roberto saviano. lo spero. ho già chiesto asilo politico a giancarlo, a riccione la7 si vede solo in camera sua. e il dentista mi impedirà di dormire tranquilla stasera e domani sera.
    dopo però… una delle cose che mi attirano della sicilia è il tuo cane.

    1. neanche io penso che lo potrò vedere come si deve. lunedì ho un impegno che non so quando finirà, e poi ho un piccolo motivo di preoccupazione familiare, e temo che. miruccio è molto più bello e dolce e espressivo e di compagnia di come io lo riesca a descrivere: quando verrai a palermo dirai che avevo ragione. quanto alla mamma, ti sorrido.

  2. Saviano mi fa pensare un po’ a Michele Serra, perchè non sono animali da palcoscenico (fortunatamente). L’accostamento di Impastato a Gesù non lo trovo per nulla appropriato, hai ragione.

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