Open.

Ci sono libri con cui è amore a prima vista: li adocchi lì, sullo scaffale del supermercato, incastrati tra una confezione da tre barattoli di pelati e un pacco di farina ai cinque cereali, e subito noti il loro sguardo timido e ammiccante, quel certo non so che tra foto di copertina e titolo e numero di pagine e autore che ti fa allungare con sicurezza la mano, accomodare il nuovo amico sul seggiolino pieghevole del carrello e correre a casa in preda all’urgenza di leggere almeno qualche capitolo prima di cena. Poi ci sono i libri con cui non scatta nulla: li vedi spiaggiati accanto alla cassa dell’edicola-cartoleria, o tronfi e svettanti nella vetrina della libreria in centro, e pensi dentro di te no, uff, non fa per me, e porti via l’ennesimo giallo di Agatha Christie fresco di ristampa. Ecco, con questi libri qui, quelli non-da-amore-a-prima-vista, a volte nascono le storie migliori: quelle più meditate, più serie, più lunghe. Gomorra ha avuto questo destino: pensavo non fosse una storia adatta a me, temevo noia e raccapriccio e fastidio; poi l’ho sfogliato e mi sono innamorata: di Roberto Saviano, del suo modo di studiare e pensare e scrivere e vivere. Recentemente, qualcosa di simile è scattato tra me e Open di Andre Agassi; avevo visto moltissime volte il libro, e avevo sempre distolto lo sguardo dagli occhi acquosi da basset-hound in copertina. Lo avevo già giudicato, prima ancora di sfogliarlo: ero convinta che fosse un lungo e interminabile autoincensamento, preceduto da un piagnisteo sulla triste infanzia rovinata dal padre ossessivo. Poi, in una pausa di lettura, decisa a rompere la sequela di gialli, ché ormai il morto dell’uno me lo ritrovo tra i piedi dell’investigatore dell’altro, ho iniziato una cernita tra gli ebook annidati nel mio pc: ed ecco Open, regalo – insieme a molti altri – della Mate. Ho alzato le spalle, trasferito il testo sul kindle e mi sono accinta a leggerlo; non senza essermi promessa che se non mi piace lo mollo e basta. E invece, accidenti, che bel libro! Dolce, intenso, delicato, pieno di ritmo. Mi è piaciuto un sacco, a cominciare dal capitolo iniziale, Fine, in cui Agassi racconta un match fondamentale per la sua carriera, quello dal 2006 contro Marcos Baghdatis: e io quella partita la avevo vista, e me la ricordo, ed è stato stupendo leggere impressioni e commenti di chi la giocava: impressioni e commenti che mai, mai, avrei immaginato. Ecco, Open è tutto così: una catena di partite e tornei, di giorni lontano da casa e traversate oceaniche, un rosario di insoddisfazione e risentimento, amore e nostalgia, tenerezza e rabbia e terrore e disprezzo. Un libro potente, avvincente, davvero da leggere: una storia d’amore iniziata per caso e per questo ancor più sconvolgente. Ho sofferto con Agassi, ho stretto i denti quando era in difficoltà, ho pianto (davvero, eh) quando ha nominato il suo parrucchino, la sua paura di fallire, il suo sentirsi finito, incompreso, solo, umiliato, inutile. Ho sorriso per le sue soddisfazioni, e soprattutto ho scoperto dettagli sul tennis che non avrei conosciuto mai: e io, che amo il tennis e per anni ho tentato di non perdermi un match in tv, gli sono stata grata di avermi fatto conoscere Sampras, Connors, Chang e Nastase molto più di quanto avrei mai potuto fare.
È un gran bel libro, Open: per chi ama il tennis, ma anche per chi non ha idea di cosa sia un lob, né un ace, né un passante, né una volée di rovescio. E dire che Agassi non è mai stato il mio tennista preferito, anzi.
Nel suo libro, Agassi racconta di essere un fanatico del cibo da fast-food: e io, che lo capisco molto bene e ho sviluppato una dipendenza patologica da Mc Donald’s, mi sforzo di resistere; al limite, preparo in casa la mia versione del panino col pollo: cotoletta di pollo croccante, patatine fritte, una fetta di pane spalmata con ketchup, l’altra con maionese; e al bando i sensi di colpa, su!

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