Quando ero piccola.

Quando ero piccola non soffrivo il caldo. D’estate sopportavo lunghe giornate di mare senza battere ciglio (e senza ombrellone); ero in grado di rimanere in spiaggia fino a sera, senza mettere creme solari né trangugiare ghiaccioli. Mangiavo un calzone fritto per merenda, costruivo castelli di sabbia sulla riva e tornavo a casa a piedi, sotto il sole, ciabattando e dandomi colpi di zainetto con i cugini. Adesso, dopo una mezz’ora in spiaggia, all’ombra di uno scoglio, con i piedi in acqua e le spalle coperte dal telo di spugna, completamente immersa nella protezione 50+, inizio a smaniare e chiedere con insistenza di tornare a casa, per favore.

Quando ero piccola, neanche il freddo mi dava fastidio. Ho iniziato a portare sciarpe, d’inverno, quando andavo alle superiori, e berretti di lana, in città, non prima dei venticinque anni. Passavo i sabati a piazza Politeama, con il vento, la pioggia, la grandine; un paio di volte ha anche nevicato. Adesso, anche a marzo, non metto il naso fuori di casa se non ho una maglietta a maniche lunghe di microfibra sotto maglione e piumino e porto i calzettoni invernali fino al giorno di Pasquetta, quando li tolgo più per vergogna che per reale necessità.

Quando ero piccola mi svegliavo presto senza battere ciglio. Alle 6:45 ero già in piedi e un’ora dopo ero già a scuola; alle dieci del mattino avevo già vissuto un caleidoscopio di esperienze: bisticci, interrogazioni, versioni di greco, pettegolezzi e scherzi e cancellini sbattuti sul banco. Adesso alle dieci sono in ufficio, imploro qualcuno di fare il caffè, sbadiglio e mi lamento perché ho sonno, e non è ora di fare riunione, è ancora presto, accidenti.

Quando ero piccola, ero in grado di passare un pomeriggio a studiare senza distrarmi; alle superiori, il venerdì avevamo sette ore di lezione, con sette materie diverse: e il giovedì pomeriggio riuscivo a prepararmi in ognuna di queste, trovando anche il tempo per una lunga telefonata ad amicastorica, la lettura di una cinquantina di pagine di qualche libro di De Carlo, una passeggiata a piedi di una mezz’ora, magari anche una gita alla pista di pattinaggio. Adesso, quando sono a casa a lavorare, mi distraggo ogni pochi minuti, mi lagno senza sosta, ho mal di testa e fame e noia, mi alzo per prendere un poco di tè, ci ripenso e verso il tè nel lavandino, ci ripenso un’altra volta e lo preparo di nuovo.

Quando ero piccola leggevo moltissimo. Avevo sempre un libro sulla scrivania e intervallavo lo studio con lunghi quarti d’ora di immersione nel romanzo: andavo in apnea a scoprire gli sviluppi della storia tra Misia e Livio e poi riemergevo e traducevo un’altra manciata di versi di Medea. Adesso leggo poco e male, svogliatamente, alternando cartaceo e digitale con un metodo che mi sembrava funzionasse e invece no. Impiego un mese per finire un romanzo di duecento pagine, e quando leggo l’ultima non ricordo più cosa era successo molti capitoli più indietro, e ci resto male.

Quando ero piccola ero in grado di mangiare un’intera tavoletta di cioccolato dopo pranzo e di trascorrere sei ore a vedere telefilm. Ah, ok, questo lo riesco a fare benissimo anche adesso.

Dato laMate sostiene che non scrivo mai ricette, eccone una di un piatto che mi è stato insegnato a una collega brava, simpatica e che cucina molto bene; è una ricetta semplice, economica e soprattutto veloce, ché io e la mia bella non amiamo stare molte ore in cucina. Bisogna pulire e affettare finemente due carciofi (meglio, due domestiche); saltarli in padella con olio e sale e aggiungere della passata di pomodoro e poca acqua di cottura della pasta. Mentre gli spaghetti cuociono, l’intingolo si restingerà: è il momento di saltare tutto insieme e aggiungere il parmigiano grattuggiato. Ero scettica: è ottimo.

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