Addio, Mate.

Nel 2010, su Facebook, c’era un gruppo che si chiamava Chi mi consiglia un libro? Era, quello, un periodo in cui i social network erano usati poco, e nei gruppi non c’erano ancora decine di migliaia di persone, ma si era in pochi, e si scrivevano commenti lunghi e ragionati, si discuteva molto e si imparava a conoscersi; non c’erano gli smartphone, o se c’erano erano usati molto poco, e ci si collegava da casa, dai computer fissi, quando ce n’era la possibilità. Io non lavoravo, allora, e stavo interi pomeriggi al pc, e la maggior parte del tempo la passavo su quel gruppo: è lì che ho conosciuto i quattro quinti dei miei amici virtuali. E a partire da quelle conversazioni lì, un giorno di aprile, mi è arrivata la proposta di amicizia della Mate. Buongiorno, le ho scritto in bacheca quando ho accettato la sua richiesta. Buona notte, ha risposto lei, che si era collegata molte ore dopo il mio post. Buongiorno, ho commentato io il giorno successivo. E di nuovo Buona notte, ha scritto lei quella sera. La nostra amicizia è iniziata così, con uno scambio di saluti a orari sfalsati, come se non dovessimo riuscire a incontrarci mai.

La prima volta che la Mate mi ha scritto un messaggio privato, è stato l’ottobre successivo; voleva sapere il mio vero nome, dato che all’epoca usavo un nickname che poi mi è stato strappato brutalmente via. Abbiamo parlato di nomi, e della fatica di portarli – nomi insoliti, nomi troppo classici, nomi comunque sgraditi. In quel primo messaggio, abbiamo parlato anche di questo blog: e da allora la Mate mi ha ricordato, quasi ogni settimana, che il sabato si avvicinava, e che lei aspettava il blog, e che ci teneva, e che quindi mi sbrigassi a scriverlo. Ci siamo sentite via messaggio, da quel pomeriggio di ottobre di otto anni fa, quasi ogni giorno. Ci siamo raccontate tantissime cose, storie tristi e allegre e a volte bizzarre, storie del passato, del primo amore, dei primi lavori. Abbiamo parlato di cani, di cibo, di compagni bizzosi, di parenti che ci facevano stare male, di vacanze, di libri, di ricette, di paura, di speranza. Il 19 giugno del 2011, la Mate mi ha mandato un regalo di compleanno: da allora, quasi tutti gli anni, a metà giugno mi è arrivato un pacchetto, con l’indirizzo scritto in azzurro cielo e dentro qualcosa fatto con le sue mani, le famose manine d’oro della Mate.

A marzo del 2013, la Mate mi ha telefonato in ufficio, perché voleva sentire la mia voce dopo averla tanto immaginata, ha detto: e le ha risposto Capo, e io non ho potuto parlare a lungo, ma le ho chiesto il numero di cellulare e da allora ci siamo scritte sms e anche chiamate, a volte: come la notte che è morto Pier, e la Mate mi ha chiamato molto tardi e non ha detto nulla per alcuni minuti, e io ho capito che voleva solo compagnia e non ho detto nulla neanche io. Mi ha sognata molte volte: l’ultima è stata alcuni mesi fa, le bussavo alla porta e lei mi apriva ed era contenta; magari un giorno lo farò davvero, le avevo detto quando me lo aveva raccontato.

La Mate, io l’ho vista di persona solo per un weekend: era giugno del 2013, e Mirò era appena morto, e lei mi ha scritto e mi ha chiesto se la sua presenza avrebbe potuto lenire un po’ la mia tristezza; ed è venuta a Palermo, per Una marina di libri, nei tre giorni più caldi e soffocanti dell’anno, lei che il caldo lo soffriva molto: e ha conosciuto la Ste’, che le faceva, all’inizio, un po’ paura; e la Fra’. E poi Capo, mentre amicastorica, credo, l’ha lisciata. Ha visto la Vucciria, e insieme abbiamo mangiato e comprato le mandorle fresche al mercato. Siamo state ai Quattro canti e a piazza Pretoria, e lì la Mate ha fatto una foto, con le spalle alla scalinata della chiesa di Santa Caterina. Poi siamo state a piazza Marina, a mangiare panelle davanti al ficus secolare: e quella è la cosa che le è piaciuta di più di Palermo. Volevo presentarle Ife, ma non c’era: le ho mostrato solo qualche spezzone di città, periferia con palazzoni e centro storico bollente e scorci di mare calmo, la colonna dell’Immacolata, piazza San Domenico. È lì che ci siamo abbracciate per la prima volta, davanti al portone di Storia patria: e la piazza era accecante di luce, era il primo pomeriggio di un venerdì di quasi estate, e la Mate era seduta su una panchina e sorrideva. Ci siamo salutate la domenica sera, dopo cena, e la Vucciria era buia e vuota, ed eravamo un poco tristi, ma ci rivedremo, abbiamo detto: e invece non ci siamo riviste mai più, e sì che io e Ste’, fino a pochissimo tempo fa, ogni volta che vedevamo un posto bello o mangiavamo una cosa buona dicevamo Qua ci portiamo la Mate, e io pensavo che sarebbe venuta a vedere la Marina di libri all’Orto botanico e mi compiacevo, perché c’è sempre fresco e non avrebbe sofferto l’afa, e pensavo a come farle la caponata senza agrodolce, ché alla Mate l’aceto non piace.

La Mate è stata la prima persona a cui ho detto che ho rischiato di perdere il lavoro, alcuni mesi fa: e per molte settimane è stata solo lei, oltre alla Ste’, a saperlo. È stata la prima a cui ho scritto, nell’orribile agosto del 2015, dicendo che pensavo che non ce l’avrei fatta ad andare avanti. Per anni, quando andava in vacanza a Riccione, non poteva collegarsi a Facebook per un paio di settimane: e mi scriveva un resoconto, giorno per giorno, che poi mi mandava al rientro a casa, in modo che non mi perdessi niente delle sue giornate. Abbiamo litigato, che io ricordi, solo una volta: ma tante volte, chissà perché, ha temuto che la cancellassi dalle mie amicizie, e mi ha scritto pregando di non farlo, anche se io non ho mai avuto la tentazione di farlo, e mai lo avrei fatto. Quasi ogni giorno mi diceva Ti voglio, lo sai, vero?, e io le dicevo che sì, lo sapevo bene. Ha tenuto le dita incrociate per me per moltissimi motivi, per lavoro, salute, amore; ha voluto le foto della nostra casa, quando ancora non era la nostra casa, per aiutarmi a scegliere i mobili: e l’ha cercata su Google Maps, per capire se il palazzo le piaceva, e com’era l’esposizione, se c’era tanta luce. Mi ha mandato regali, tantissimi regali: quadretti e segnalibri e cartoline, lettere, un disegno di sua nipote, orecchini, un taccuino rosso per invitarmi a scrivere con più coraggio, “con più colori”. E poi presine e calzini, e un braccialetto col mio nome, e un gufetto di stoffa fatto a mano perché mi portasse fortuna. E tanto altro che adesso non ricordo: un cuore di legnetti, i portafoto con gli alberelli, la sua chiavetta usb piena zeppa di ebook, un libro. Ha partecipato alla mia vita, e mi ha reso partecipe della sua: dei momenti belli e buffi e divertenti, e di quelli brutti. Da sette mesi a questa parte, quasi tutti i nostri messaggi parlavano di medici, ed esami, e medicine, e paura, e pianti. Mi sono sentita impotente, e triste, e preoccupata. Ma ero convinta, con un ottimismo che non mi appartiene, che sarebbe andato tutto a posto. E invece.

E invece, la Mate non c’è più, e io sono molto, molto triste, e mi tornano in mente flash assurdi, tipo la domenica sera, alla Marina di libri, quando è stato estratto il biglietto vincitore del sorteggio, e la Mate era seduta lì, sulla sua seggiola tra il pubblico, con un biglietto in mano, e io speravo che avesse vinto proprio lei, e invece, anche quella volta, mi sbagliavo. E penso a tutte le cose che mi viene in mente di dirle, anche le più stupide, e non c’è più tempo per farlo; non c’è più tempo per mangiare insieme le panelle, per farle conoscere Nando, per farle vedere la nostra casa, e per portarla a Monreale e al santuario di Santa Rosalia come le avevo promesso. Non c’è tempo per sentire cosa pensa dell’ultimo libro di Avoledo, e se il passato di zucchine le è piaciuto. Il suo ultimo post è stato su un gruppo: chiedeva se continuare o meno a leggere un libro che non le stava piacendo. Chissà se lo ha mai finito, non ho avuto il tempo di chiederglielo. Non ci sono più gelati Delirium, passeggiate a Riccione, non c’è più nessuno che chiami demente la Olga, nessuno che mi chiami Mariù, o Piccoletta, o Bonjour, che mi invii ogni sera la buona notte in una lingua diversa, che mi dica di non scordarmi che oggi è sabato.

Non c’è più la mia amica Mate, e il mondo senza di lei è un po’ più triste.

[Per Giancarlo e Fabio, a cui invio tutto l’affetto possibile].

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Il mio 2018 (in breve).

Moltissime pizze da Peco’s, sui tavolini di plastica rossa scoloriti dal sole. Moltissime pizze di Peco’s, ma a casa. Le praline al caramello salato della cioccolateria in centro. Il caffè espresso della nuova macchinetta elettrica coi biscotti Digestive, a colazione. Il caffè macchiato con collegadelcuore, a fine mattinata. La torta pistacchio e mandorle portata dai miei genitori. Mia madre che mi prepara gli anelletti al forno, per la prima volta nella sua vita, perché sto lavorando molto e non vuole che dimagrisca ancora.

Mia madre che era morta e poi non lo era più: e il sollievo profondo e preciso e tangibile e totalizzante, e la sensazione di stare vivendo qualcosa di straordinario e inenarrabile e negato ai più. Mia madre che, una settimana dopo essere morta e poi non-morta, prepara gli gnocchi di patate. Mia madre che, un mese dopo, canta in chiesa la notte di Pasqua.

La coperta viola sul piumone. Un’altra stagione di Orange is the new black. Vedere per la prima volta I ragazzi del muretto. Un’estate non troppo calda, un autunno freddo e ventoso.

Lavorare moltissimo, e la stanchezza e la frustrazione e il senso di angoscia e mancanza di fiato che ne derivano. La paura di lavorare poco, la paura di dover lavorare troppo di nuovo. La sensazione di incomprensione quando cerco di spiegarlo a (quasi tutti) gli altri. La voglia di cambiare, la mancanza di coraggio e competenze e autostima per farlo.

Alcune amicizie che si stanno sfilacciando, per forza di cose, per incomprensioni e cattive risposte, per eccesso di autocommiserazione, perché arrivano altre priorità, perché le strade divergono, perché la si pensa in maniera troppo diversa su cose troppo importanti; perché a volte non ci si può fare niente, va così. Alcune amicizie che rimangono salde e tetragone nel tempo, nonostante i chilometri di distanza. Alcune amicizie che crescono e si nutrono di cura, di attenzione, di dolcezza, di ascolto, di messaggi vocali pieni di angoscia, di offerte di tempo e spazio mentale, di semplice vicinanza.

Stefino che ci chiama Minnine. Stefino che è contento quando andiamo a trovarlo. Stefino che fa il puzzle dei superpigiamini.

Conoscere Mohamed, con tutto il carico di responsabilità e ansia e senso di colpa che questo comporta. Provare a dargli una mano e farlo sorridere. Mohamed al telefono che dice Ehiiii, e di persona che dice Eh sì sì sì, quando finalmente si convince di qualcosa. Mohamed che mi racconta dei suoi viaggi, della vita in Iran, della sua famiglia, della guerra. I suoi racconti che finiscono sempre con qualcuno che aveva in mano una bottiglia di whisky, che lui chiama “vischi”. Mohamed che mi chiama per sapere se ho ancora la tosse. Mohamed che ride anche con le braccia ingessate e finge di darmi un pugno. Mohamed che mi dice che mi vuole bene. Mohamed che dice “Salam aleikum, baba!” al suo vecchio padre, durante una videochiamata, e si commuove. Il fratello di Mohamed che mi manda gli auguri di Natale e si sforza di scrivere in italiano. Io che sono incapace di scrivere due righe in inglese corretto, ma ormai so almeno dieci parole in farsi, e spero di impararne molte altre.

La cena di Natale con la famiglia di Ste, il pranzo dell’8 dicembre con la mia. I semi-nipotini che vogliono giocare con me. Ludovico che si siede in braccio e si mangia tutto il mio pranzo, con metodo e pazienza. Lorenzo che piange perché gli altri bambini gli rubano le caramelle, e quando gli dico una parola di rassicurazione si viene a nascondere tra le mie braccia. Le manine appiccicose di Ludovico quando mi dice Vieni e mi afferra un dito perché vuole farmi vedere la sua raccolta di macchinine. Lorenzo che mi dice di non imboccarlo, perché ormai è grande: ma me lo dice solo dopo che ho finito di darli tutta la mia fetta di torta.

Qualche film al cinema, ma meno di quanti avrei voluto. Un solo concerto, di cui avevo fisicamente e mentalmente bisogno. Cinquantatrè libri letti, di cui una buona metà con vivo piacere. Solo due gelati al bar, e uno dei due non era un granché.

Due giornate in spiaggia, belle e appaganti, piene di sole e mare limpido e crema solare; aver fatto il bagno tutte e due le volte.

LaMate che non sta bene, e chissà quando leggerà questo post, e il dispiacere grande di non saperla aiutare.

L’annuncio del matrimonio di mia cugina con un messaggio su Whatsapp. Sapere che salteremo il pride per questo.

Nando che rimane sempre il solito canegiallo, buffo e fifone, uggiolante e saltellante, desideroso solo di una energica carezza dietro le orecchie e di potermi leccare le mani.

Mio padre, che ormai tutti i bambini scambiano per Babbo Natale, e che gongola per questo. Mio padre, che sa che sono in ansia per Mohamed e mi accompagna a trovarlo.

Londra per la terza volta, più fredda e grande e complessa e attraente di quanto la ricordassi. I miei cognati che ci hanno fatto sentire a casa.

Avere perfezionato la mia tecnica nel girare la frittata con un elegante colpo di polso: sulla mia lapide voglio che sia scritto Sapeva girare la frittata con la paletta.

La mia Ste, che mi scalda i piedi e mi prepara la tisana, e mi ascolta e abbraccia e comprende. Che rimane sveglia ad aspettarmi quando finisco di lavorare molto tardi. Che è sempre pronta a perdonare, a sorridere, a dire che non fa niente. Che mi supporta e sopporta senza farmelo pesare. Che diventa sempre più brava nel suo lavoro, e mi riempie di gioia pura, un distillato assoluto di felicità, perché io avevo sempre detto che sarebbe stata bravissima, ma lei non ci credeva, e invece.

La mia Ste, che ogni giorno splende.

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Dieci (e più) buoni motivi per far sorridere laMate.

LaMate è la prima (e più assidua) lettrice di questo blog; non fosse stato per lei – nel senso, perché ho paura di lei – questo spazio non esisterebbe più da tempo. Solitamente, in vista del sabato, laMate mi pungola a partire dal martedì, con ritmo in lento continuo crescendo, una marea di messaggi e post e alert che sale costantemente: e io, che temo più di ogni altra cosa di deludere chi mi circonda, il giovedì inizio a pensare a cosa scrivere, e mi arrovello e lagno e chiedo aiuto a Ste’ e non ho idee e vaglio cinque o sei proposte diverse e le inizio e le boccio e le cancello e poi mi dispiace di averle cancellate ma ormai è fatta, e il sabato mattina mi alzo presto perché non voglio che laMate dica che sono in ritardo.

Oltre che la lettrice principale di questo blog, laMate è soprattutto una mia amica, un’ottima amica; è divertente e affettuosa e incoraggiante e presente, ha tante cose da raccontare, mi ha dato la ricetta del risotto con le zucchine e mi ha consigliato molti libri. Il primo regalo che abbiamo ricevuto per la casa nuova è stato il suo; quando mi sono bruciata le dita con un coperchio bollente, mi ha inviato una coppia di raffinate presine fatte a mano. Quando Mirò è morto, ha preso un aereo per abbracciarmi e lenire il dolore lancinante per la perdita del mio amato semi-labrador. Mi ha tenuto virtualmente la mano, la notte che ho trascorso in ospedale su una sedia accanto a mia madre che era morta e poi non era più morta. Mi ha mandato, per anni, un incipit al giorno, e per mesi un messaggio di buona notte. Vuole bene a me e Ste’ e canenando, con slancio e intensità, come pochi altri.

Adesso non sta bene e non è molto contenta; per questo, chiamo a raccolta tutti gli amici lettori di questo post: suggeriamo insieme alla Mate qualche buon motivo per sorridere.

Il Gp: che non è il Gran Premio automobilistico, ma è il marito della Mate; è alto e bello, e poi ha portato in Italia Mordillo e Holly Hobbie e per questo si è conquistato un posto di riguardo nel mio cuore.

La Olga che fa la Fracci: la Olga è la canuccia della Mate. È color pavimento in cotto, ama le mele, frigna per i formaggini e danza adorabilmente sulle punte.

Vecio: che è il fratello della Mate, è un vecchio brontolone ma, sotto strati di bestemmie e rimostranze, nasconde un cuore d’oro.

I libri di Stephen King: che a me spaventano a morte, ma alla Mate, vai a sapere perché, piacciono molto. E anche quelli di Tullio Avoledo.

Il kindle, e il guantino da kindle; quest’ultimo è un simpatico accessorio che laMate ha creato per non ghiacciarsi la mano reggi-kindle, quando legge a letto, e che io le invidio da morire.

Le canzoni di Guccini: che io trovo disperatamente tristi già dal terzo accordo, ma.

Facebook, e soprattutto gli amici di Facebook: che siamo un bel gruppo nutrito, e aspettiamo con ansia che laMate torni online.

Le panelle: e la promessa, immancabile, che appena laMate tornerà a Palermo la porteremo a mangiarne a volontà.

Verona, anche se a me non ha fatto una grande impressione.

E poi, in ordine sparso: il colore blu, la frittata (che nei miei post non può mai mancare), i nipoti, soprattutto il grande e la piccola; e poi la Olga che abbaia ai gatti, la nazionale di pallavolo, il risotto, il passato di verdure, il cioccolato. E ancora la città di New York, la cagnina azzurra di Facebook, Gino Strada, i gamberi (pochi), la primavera, le giornate di sole, leggere sul divano, il piumone, i segnalibri, gli abbracci.

Ecco, Mate, io la mia parte l’ho fatta: ora tocca a te, sorridi.

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Molti (buoni) motivi per odiare l’inverno.

Per qualche inesplicabile ragione, ogni estate mi lamento molto per il caldo: sudo, ho i crampi, devo lavare le magliette dopo mezza giornata, ingurgito ettolitri di tè freddo e palettate di gelato alla fragola e piagnucolo e chiedo ossessivamente a Ste’ come mai, durante l’inverno, mi lagni per il freddo e i disagi della stagione rigida, quando invece d’estate è tutto così scomodo e appiccicoso e semisciolto. Senza motivo apparente, come le donne che perdono memoria dei dolori del parto prima di intraprendere una nuova gravidanza, da maggio a settembre sembro dimenticare una delle linee giuda fondamentali e incontrovertibili della mia esistenza: l’odio violento, viscerale e incoercibile per il freddo.

Per sfuggire a questo bieco scherzo del destino – e per garantire a Ste’ un’estate priva di lamenti pro-freddo – ho deciso di scrivere un elenco dei motivi per cui l’inverno, per intrinseca abiezione, è paragonabile solo a chi picchia le vecchiette; dovrò rileggerlo periodicamente, dalla fine della primavera all’inizio dell’autunno.

Le mani gelate, i piedi gelati, la punta del naso gelata: anche con riscaldamenti accesi, coperte di pile sulle ginocchia, borse dell’acqua calda in grembo.

Il letto da rifare sovrapponendo scomodamente strati di piumoni e coperte.

La pioggia, le scarpe umide per l’intera mattina in ufficio, l’ombrello gocciolante appeso sul ballatoio, canenando che puzza di cane bagnato per interi quarti d’ora.

Il vento che fa volare i miei gelsomini, sradica la felce e catapulta giù dalle mensole i vasi di piante grasse. Il vento che non ci fa dormire per il rumore, anche per diverse sere di seguito.

Mohamed che, per l’umidità, ha dolori alle spalle e ai polsi e deve mettere le scarpe anche se non le sopporta, e diventa nervoso e irascibile. I cani di Mohamed, che si spaventano del vento e scappano sotto le barche tirate in secca per proteggersi dalla pioggia. La gatta Shiva, che ha la rinotracheite e tossicchia tutto il tempo.

Il buio alle cinque del pomeriggio.

Andare da Mohamed col buio e non vedere un cavolo, sul camper e intorno, e finire per pestare la coda al cane Stella.

Dover ricordare sempre di mettere cappello e guanti prima di uscire.

Impiegare molto tempo a vestirsi, la mattina, quando d’estate bastano un paio di sandali e una maglietta per andar fuori.

Lo spiffero di aria gelida che entra dalla porta del bagno e mi colpisce a tradimento mentre esco dalla doccia.

I collant sotto i jeans.

Il ragazzo della pizza a domicilio che arriva con gran ritardo, e ha le mani ghiacciate, e gli do doppia mancia perché mi sento in colpa di averlo fatto uscire con questo tempaccio.

Il raffreddore.

Dover cercare il camion delle arance in giro per il quartiere, perché sono le 19 e non abbiamo arance da spremere per cena.

Non uscire quasi mai di casa la sera, perché che dobbiamo fare, c’è troppo freddo fuori.

I temporali molto violenti in cui va via la luce.

Il ghiaccio sulle strade.

I guanti a mezze dita che mi fanno congelare i polpastrelli, quelli normali che mi impediscono i movimenti.

Guardare il meteo la mattina per sapere se e quanto pioverà.

Il giubbotto che mi ingoffa.

Entrare da Feltrinelli e sentire molto caldo e avere le guance in fiamme e poi uscire e sentire molto freddo e correre a rimettere il cappello quando ormai è troppo tardi.

(L’unica cosa buona dell’inverno è la cioccolata calda con panna, ma non la bevo da anni ormai).

[Mate, non so quando leggerai questo post, ma noi siamo tutti qui e ti aspettiamo].

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Cose che la gente non capisce (anche se a me sembrano evidenti).

Che si può tranquillamente non leggere L’amica geniale, o non vedere lo sceneggiato tv: o si possono leggere e vedere, per intero o a saltare, e apprezzarli o non apprezzarli o essere semplicemente indifferenti: ma che quello che non è necessario è parlarne costantemente sui social.

Che, superati i sette anni, di solito si è in grado di scegliere autonomamente come vestirsi: e che, se metto vestiti molto pesanti, è perché sento freddo, e quindi è inutile chiedermi molte volte di seguito se per caso non stia soffrendo il caldo: e che, se fosse così, toglierei il cappello o sbottonerei il cappotto o indosserei un maglione più leggero.

Che poche cose sono sgradevoli e deprecabili come illudere un bambino, un anziano o un senzatetto.

Che i gay possono avere figli, se lo desiderano: e che, se Ste’ e io non ne abbiamo, è perché abbiamo scelto di non averne, non perché siamo fisicamente impedite o moralmente inibite o schiave delle pressioni sociali che bollano le famiglie omogenitoriali come disfunzionali; no, è che semplicemente non ne vogliamo.

Che esistono molte donne che non desiderano avere figli: e che è inutile evocare ipotetici orologi biologici o supporre futuri pentimenti: davvero, stiamo bene così.

Che non c’è alcun motivo di rimpinzarsi di gelato a dicembre: e meno che mai di farlo nella gelateria sotto casa nostra, lasciando necessariamente legioni di auto in doppia fila.

Che l’idea che i senzatetto vivano una vita nomade e faticosa per scelta personale, svincolata da accidenti sociali, è una sciocchezza immane e un pensiero auto-assolutorio per chi non se ne vuole occupare.

Che avere il mio numero di telefono non significa potermi importunare con messaggi di lavoro la domenica sera, o il giorno di Natale, o alle 22:45 del 15 agosto: e che i social network e le app di messaggistica ci hanno aiutato a mantenere i contatti con gli amici lontani, ma hanno anche spianato la strada a legioni di rompiscatole.

Che sulla pizza Margherita si mette il basilico, e non l’origano.

Che chi lavora in casa editrice non lo fa perché spera di diventare vergognosamente ricco o straordinariamente potente, ma solitamente perché ama i libri: e che frasi tipo Non ti ho regalato un libro perché ne hai letti tanti/non sapevo cosa scegliere/basta libri!, non ti sei stufata? mi gettano nella prostrazione più profonda.

Che una cosa è l’empatia, e ben altra è il compatimento: e che non c’è cosa meno bella che essere compatiti.

Che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore è una persona cattiva. E che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore e poi finalmente risponde e la risposta è Ok è una persona ancor più cattiva.

Che chi arriva in ritardo al cinema e fa alzare tutta la fila per raggiungere il suo posto meriterebbe severe punizioni e ammende pecuniarie molto salate.

Che ho i capelli lunghi per scelta, e non perché la mia religione me lo impone: e che sì, so che esistono i parrucchieri, e no, non ho bisogno che una persona semi-sconosciuta mi suggerisca quale taglio potrebbe donarmi.

Che, nella stessa maniera, se indosso le doc Marten’s e non il tacco 12 è perché le preferisco, e che sapere che il salumiere, il catechista o il cognato del vicino di casa le trovano brutte mi è del tutto indifferente.

Che i libri di Kent Haruf sono parecchio belli, ma anche piuttosto tristi: e che Vincoli, che sto finendo di leggere, è ben scritto (e ben tradotto) e intenso, ma spietato e privo di speranza fino al midollo.

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Mi dimentico.

Dove ho posteggiato la macchina: e ogni mattina sbircio dal balcone e poi dalla finestra delle scale, mentre accendo la caldaia e poi bagno le piante e poi avvio la lavatrice e poi aspetto l’ascensore, e quando esco dal portone inizio a trotterellare senza criterio e cercare sempre più freneticamente, pensando che l’abbiano rubata: e invece poi è lì, che mi aspetta con espressione ignara accanto alla campana del vetro.

La maggior parte dei miei impegni: e quindi ho ideato un sistema di promemoria e allarmi a crescente livello di imperiosità, bigliettini di cui inzeppo l’agenda, messaggi auto-recapitati e quaderni con gli impegni lavorativi della settimana evidenziati in tre colori diversi a seconda della priorità: ma comunque l’autolettura del gas, la telefonata alla libreria di Terni che voleva le copie del libro sui dadi da brodo e i vestiti da portare al cuciexpress me li scordo lo stesso.

Di trascrivere numeri di telefono e informazioni importanti che mi arrivano sui social network e tramite messaggio: e dato che i quattro quinti del mio lavoro avvengono su messenger e whatsapp, ché ormai nessuno manda più una sacrosanta mail, buona parte del mio tempo si spreca nel cercare di ricordare chi mi avesse mandato il numero dell’idraulico o la locandina della presentazione di Busto Arsizio, e quando, e su quale canale, e soprattutto perché.

Il colore degli occhi delle persone che conosco, o il fatto che abbiano o meno i buchi alle orecchie, o che usino borse o zaini o marsupi, o quale libro abbiano detto di voler leggere: e mi ritrovo, al momento di comprare un regalo, piena di dubbi, e mi chiedo se il foulard azzurro starà bene ad amicastorica o se la Fra’ gradirà quegli orecchini o sarà costretta ad appenderli all’albero di Natale, e finisco per sparigliare completamente e comprare una gabbia da canarini che sicuramente non hanno già, peccato che non abbiano neanche i canarini, ma hai visto mai che.

La voce delle persone che ho amato e che non ci sono più: mi rimangono un po’ delle loro parole, quelle che ho scritto o che negli anni ho ripetuto più spesso, ma la cadenza e il tono e il timbro non li trovo più e non so come recuperarli.

La trama del libro che sto leggendo, se è un periodo in cui ho poco tempo o poca attenzione o posso leggere solo la sera: e così, ogni volta, mi lambicco per interi quarti d’ora chiedendomi chi cappero sia Gabriele, per poi ricordarmi, con metaforico colpo di palmo sulla fronte, che è il vicino di casa di Rocco Schiavone.

I nomi di figli o fidanzati degli stagisti che si sono succeduti negli anni in casa editrice: e quando li incontro (e sono molto contenta di incontrarli, gli stagisti, perché ho voluto bene a ognuno di loro e perché sono una gran nostalgica e amo dire “ti ricordi quella volta che”) vorrei chiedere notizie ma mi trovo in imbarazzo e devo ricorrere a frasi vergognose del tipo “come sta il cucciolo” (cucciolo?! Dio mio, abbattetemi senza remore) o “come sta tuo marito” (anche se so bene che non sono sposati e neanche convivono), per cercare di nascondere l’oblio nella mia mente: e perché, da quella volta che ho detto “come sta Stefano” a una ragazza che aveva una bimba di nome Deborah, ho deciso di non avventurarmi più con nomi a caso.

Di comprare le arance, o la carta forno, o le uova: e ogni volta che vado al supermercato torno a casa frustrata perché so di aver scordato qualcosa, e l’unica cosa che non manca mai è un pacchetto di biscotti Digestive che sono la mia ultima mania e che temo sempre che finiscano, anche se ne abbiamo diverse scatole allineate in dispensa.

Quanto sono fortunata ad avere Ste’ nella mia vita: e mi viene in mente ogni tanto (ogni mezz’ora, ogni ora, ogni pochi minuti) e allora sono contenta, un po’ trepidante e incredula e tremebonda ma parecchio contenta.

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Mi ricordo.

memoria-come-si-creano-i-ricordiLe estati interminabili della mia infanzia: quei tre mesi che si dilatavano fino a durare anni, decenni, intere ere geologiche durante le quali dimenticavo la scuola, i compagni, la strada di casa mia, i giocattoli che avevo in città; quei tre mesi che si aprivano col mio compleanno e si chiudevano col mio onomastico: e io credevo che i miei genitori avessero fatto di proposito a scegliere per me nome e giorno di nascita in modo da farmi festeggiare in giardino e piantare le candeline sulla torta gelato e offrire agli invitati estathè invece che cocacola che non mi è mai piaciuta.

Mia nonna che si faceva il segno della croce quando mangiava un frutto per la prima volta in una stagione: e se lo faceva anche quando entrava in acqua, a mare, intingendo la punta delle dita sulla cresta della prima onda che le bagnava le ginocchia.

La prima volta che ho visto la maggior parte delle persone che conosco; di alcune, anche l’ultima.

Il mio costume di Carnevale fatto in casa da cow-girl, quando avevo forse sette o otto anni: e quanto mi sentivo a mio agio con cappello, fondine e pistole, e lo sgomento di mio padre che non sopportava che si giocasse con le armi.

I fogli di carta riciclata che mio nonno teneva in un angolo della scrivania: vecchie pagine di calendario e brutte copie battute a macchina di verbali di riunioni della sua associazione, meticolosamente tagliate fino a raggiungere un approssimativo formato A5; io che quasi ogni giorno chiedevo al nonno di darmi un foglio per disegnare, e lui acconsentiva sempre: e non mi è mai passato per la testa di prenderne uno senza chiedere, né lui mi ha mai detto che non c’era bisogno di domandargli l’autorizzazione ogni volta.

L’ascensore del palazzo dei miei nonni, con la gettoniera che già nella mia infanzia era obsoleta, e qualcuno aveva incastrato una chewing-gum masticata nella fessura per le monete.

Tutte le spiegazioni che gli adulti mi davano quando ero piccola: tutte quelle che all’epoca non ho capito, come quando mio padre mi disse che non potevo frequentare gli scout perché erano un gruppo paramilitare, e questo per me significava solo che non potevo andare in gita con i miei cugini e far roteare il fazzoletto sulla testa per motivi a me oscuri, e pensavo che in realtà il problema fosse che mia madre non sapeva cucire e quindi non avrebbe potuto attaccarmi le mostrine sulla camicia.

Gli attentati contro Falcone e Borsellino: ma proprio i boati e la colonna di fumo e le sirene che passavano e il senso di angoscia e la percezione di vulnerabilità assoluta.

Il primo libro che ho letto: era un’edizione delle favole di Esopo con illustrazioni monocromatiche e mi faceva molta paura, e pensavo che la lettura non facesse proprio per me, perché era noiosa e spaventaosa.

Mia zia che, per farci attraversare la strada, diceva “facciamo la catena umana”, perché noi eravamo tre e lei aveva solo due mani.

Mia madre che mi portava sul seggiolino della bici, quando ero davvero molto piccola.

La prima volta in cui ho fatto il bagno dagli scogli, e mi sono spaventata e non riuscivo a risalire; la prima volta in cui ho fatto un’escursione in montagna, e mi sono spaventata e non riuscivo a scendere.

Il sapore del gelato al cioccolato fatto in casa da mia nonna, e anche di quello alla stracciatella, che però mi piaceva meno; e anche il desiderio di assaggiare quello al caffè, che però a noi bambini era rigorosamente precluso.

Il senso di appagamento assoluto della prima volta in cui ho preso 10 a scuola: l’euforia leggera e persistente, l’idea di poter raggiungere qualsiasi obiettivo solo con il mio impegno.

La messa del sabato pomeriggio, da bambina, nella chiesa dove poi ho fatto la prima comunione: e mia nonna che ci faceva sedere sempre al penultimo banco, e indicava la statua della Madonna a cui aveva donato una corona da Rosario che era stata rubata; il tedio invincibile e il mio tentativo di svagarmi contando le sedie, le teste delle persone, i putti dipinti sul letto, le stelle dell’aureola della Madonna, le fermate della viacrucis.

Il sorriso di Ste’, la prima volta che l’ho vista: e tutte le volte in cui ha sorriso di nuovo in quel modo speciale.

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Lei e io.

27971888_10213530982581685_5674496827687215036_nLei vede tanti film, io no; è in grado di passare un pomeriggio vedendo due o tre film di fila, mentre io, dopo la prima mezz’ora, mi annoio e inizio a cincischiare con lo smartphone e prendere qualcosa da mangiare e poi mi addormento sul finale. Lei al cinema non dorme mai, io invece sì: e quella volta che abbiamo visto This must be the place mi sono persa quasi tutto il secondo tempo e non ne ho capito granché e lei si è arrabbiata. Io mi arrabbio sempre, e lei mai: mi arrabbio quando le macchine non scattano al verde, quando nella pattumiera non c’è il sacchetto, quando il cassiere parla con il banconista e tarda a darmi il resto, quando non sento bene al telefono. Lei non si arrabbia per queste cose, ma di solito le ignora.
Io parlo sempre, lei no: e quando andiamo da Mohamed lui glielo fa notare e io dico che lei è così, non parla; lei in compenso ascolta molto, e non dà consigli se non glieli chiedi e non giudica: e io invece blatero e do consigli e mi infilo in ogni discorso. A me la gente racconta sempre i fatti propri, a lei no: quindi io so sempre cose che non vorrei sapere, e invece lei non le sa ma non le vorrebbe neanche sapere e quindi non le importa.
Lei fa le parole crociate, e anche io: e quando compra la Settimana enigmistica cerco i giochi che non le piacciono e li faccio io, perché a lei piacciono i cruciverba a schema libero e gli interdefiniti e a me gli incroci obbligati e la ricerca di parole crociate.
A me piacciono le serie televisive, e anche a lei piacciono: e di solito scegliamo una serie e la vediamo da cima a fondo, e se è una serie che io non ho visto e lei sì faccio un sacco di commenti, se invece è una serie che ho visto io e lei no e le chiedo che ne pensi risponde che le piace e basta.
A lei piacciono la bistecca, il purè, il sushi e la frittura di pesce, a me le zuppe e le insalate e la pasta e lenticchie; lei prende il gelato pistacchio e nocciola e io quello alla frutta: ma tutte e due prendiamo la coppetta invece della brioche, e a tutte e due piacciono la pizza di Peco’s e il pollo arrosto e il riso alla Cantonese e la frittata con le patate. A me piace molto come cucina lei, ma le scoccia e lo fa raramente: e a lei piace come cucino io, e mi dice sempre che buono!, anche se il risotto è venuto senza sale.
A lei piacciono il mare, la montagna, la natura, i paesini, i mercati, le passeggiate; a me piacciono le città molto grandi, le metropolitane, le librerie. A lei piacciono di più i gatti, a me di più i cani: ma prenderemo un gatto, perché a portar fuori il cane mi spavento. A lei a mare piace fare il morto a galla e poi aprire gli occhi e vedere tutto che luccica, e io invece non faccio il bagno quasi mai perché sento freddo. Lei non sente mai freddo, e in pieno ottobre gira con la magliettina e io le chiedo di mettersi una sciarpetta e lei non vuole; io invece porto morbidi golfini di lana e sciarpe e giubbetti imbottiti e mi lagno perché non posso ancora indossare il mio cappello-sei-pecore. Io, prima di conoscerla, non mettevo mai il cappello, perché mi sembrava che non mi stesse bene e non sapevo che fosse così confortevole; adesso lo metto sempre e lei non lo mette più perché ha caldo. Prima di conoscerla, io non sapevo molte cose: tipo, appunto, che d’inverno bisogna mettere il cappello, e che i barattoli di maionese, quando sono ancora sigillati, si tengono nell’armadietto. Non sapevo neanche che se spalmi il burro sulla fetta biscottata prima di mettere la marmellata viene più buono: e io invece mettevo solo la marmellata, e infatti non mi piaceva molto.
Quando qualcosa non va, io mi avvilisco subito, e divento nervosa e agitata: lei invece non perde la calma nei momenti di pericolo, e una volta che un cane mi stava per mordere mi ha tenuta ferma e il cane non mi ha morsa. Lei è accomodante e bendisposta e perdona subito: e io, invece, se mi sento ferita porto rancore per molto tempo.
Io sono pigra, e anche lei lo è: e siamo tutte e due molto abitudinarie e pantofolaie, e ci piace stare a casa a vedere qualcosa, sul divano, la sera; e a nessuna delle due pesa passare il sabato così: anzi, ci piace moltissimo, soprattutto se prima ordiniamo la pizza.
Lei è disponibile e premurosa, e se di pomeriggio devo lavorare mi fa compagnia: e quando devo fare eventi e presentazioni viene sempre con me e mi aiuta a portare i libri, e non si lamenta anche se si parla di argomenti che non le interessano per niente e magari è stanca o affamata. Viene così spesso con me che i miei colleghi la conoscono e la preferiscono a me, e i capi la salutano con affetto, e gli autori pensano che anche lei lavori in casa editrice, e io spiego che no, viene con me perché è la mia compagna, e tutti allora mi dicono che devo tenermela stretta, anche se lo so già.
Io sono impaziente e ossessiva e superstiziosa, e lei quando sono agitata mi calma subito: e tutti se ne accorgono e le dicono che ha una pazienza infinita, ed è vero.
Lei mi vuole bene parecchio, e anche io gliene voglio: lei in modo quieto e sereno, maturo, costante, senza scossoni, e io in un modo mio, tutto slanci e scazzi e urla e scuse, e arrivata a fine giornata conto le volte in cui le ho risposto male e mi dispiaccio.
Lei è generosa e allegra, creativa e divertente; sa disegnare, e quando stavamo insieme da poco mi ha fatto un ritratto su un foglio di quaderno e me lo ha dato e io l’ho conservato e ce l’ho ancora. Io sono ordinata e minuziosa e conservo tutto, e lei è disordinata e io mi lamento perché in giro ci sono sempre le sue scarpe e inciampo. Io voglio tutto a mio modo, i bicchieri allineati per colore sullo scaffale, le posate e i pezzi a servire in due scolaposate differenti, i detersivi sistemati secondo un criterio inventato da me nel vano sotto il lavandino: e lei mi asseconda, anche se so che non le importa.
A me piacciono i baci e gli abbracci molto forti e camminare per mano, e anche a lei. E le domeniche mattina, e i panini con bresaola e brie, e Palermo, e stare a balcone nelle sere d’estate, e quando i gelsomini fioriscono e in casa si sente il profumo, e anche a lei piacciono. E mi piace moltissimo lei, ogni giorno un pochino di più.

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Che forma ha l’amore?

39221257_10214917642727322_5961484288397410304_nSe mi chiedessero di disegnare l’amore, saprei subito che forma dargli.

L’amore ha la forma di una persona che fa le parole crociate per ore appollaiata scomodamente su una sedia in cucina: perché qui c’è l’unico tavolo della casa e io devo lavorare e lei non vuole lasciarmi sola. È bianco, l’amore.

L’amore ha la forma di una lampada accesa di notte: perché io sono in cucina a lavorare, e lei è a letto, ma dorme con un occhio solo per aspettarmi. È viola e sa di bucato, l’amore.

L’amore ha la forma di una persona che cena alle 23 senza lamentarsi, perché le ho detto alle 20 che tra un quarto d’ora finisco e lei non vuole farmi fretta. È grigio, l’amore.

L’amore ha la forma di una scatola di pillole lasciata sul tavolo perché non me le dimentichi, e di un mazzo di fiori per l’onomastico; ha la forma di un albero di limoni che presto farà di nuovo i frutti. È verde e agrumato, l’amore.

L’amore ha la forma di un paio di piedi che riscaldano i miei ogni sera, e di una mano che stringe la mia ogni volta che varchiamo la porta di casa. Ha la forma di un sorriso che illumina gli occhi. È di luce e d’argento, l’amore.

L’amore ha la forma del bucato piegato ogni mercoledì sera, di un messaggino con un cuore in una giornata stancante, di una tisana tiepida il pomeriggio. Ha la forma della domenica mattina, per le strade del centro. È caldo e profumato, l’amore.

L’amore ha la forma della spesa ogni lunedì pomeriggio; ha la forma del Che buono! anche se ho preparato solo una pasta col sugo. Ha la forma di una frittata di patate con tante patate dentro. È giallo e dorato e rotondo, l’amore.

L’amore ha la forma di una serie tv, la sera: anche se io pedalo sulla cyclette e lei sta seduta sul divano davanti a me, e sopporta il rumore senza lamentarsi. È rapido e avvolgente, l’amore.

L’amore ha la forma di due bagni a mare, quest’estate: due giornate organizzate per farmi divertire e rilassare, per rendermi felice. È azzurro e fresco, l’amore.

L’amore ha la forma della pizza del sabato sera, al nostro solito tavolo della nostra solita pizzeria: perché non abbiamo molti soldi, e lì la pizza è buona e anche se siamo sedute a una tavolino di plastica sbiadito in una strada tristanzuola di periferia per lei va bene lo stesso. È bollente e sano e riempie la pancia, l’amore.

L’amore ha la forma dello smalto alle unghie, delle mani curate, di una carezza sul viso. È rosso scuro, l’amore.

L’amore ha la forma di una settimana di stress e assenza e molti mesi di nervosismo e stanchezza, di cattive risposte e fretta: e di molti sorrisi a stemperare l’ansia, perché il suo sorriso è l’unica medicina che funzioni, per me. È dolce e paziente, l’amore.

L’amore ha la forma di un bacio al risveglio, delle sue pantofole accanto al letto; del pettine di legno sul bordo della vasca, della tazza rossa sul tavolo al mattino. È abitudinario, l’amore.

L’amore ha la forma della sua voce allegra, di quando mi chiama Bimba o grida evviva!, ha la forma dell’albero di Natale e dei regali e dei biglietti sui regali; della decorazione sulla porta a cui tengo tanto. È morbido e avvolgente, l’amore.

L’amore ha la sua forma, e io dopo tutti questi anni ancora non ci credo.

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Maternità, istruzioni per l’uso.

Da molto tempo non leggevo un libro con vero piacere; venerdì scorso, alla riunione del gruppo di lettura di cui faccio parte, non sono stata in grado di proporre un titolo da mettere in lizza per la lettura collettiva: non sono riuscita a dire un titolo, uno, tra quelli letti di recente, che mi fosse rimasto tra cuore pancia e testa per più di un quarto d’ora. Per mesi sono rimasta impelagata in libri che non mi piacevano, interminabili e surreali, prolissi e pedanti, noiosi; storie sconclusionate, gatti parlanti, assassini smemorati, capolavori del non-sense o mere banalità. Mi ero convinta che il problema fosse mio: che avessi troppo poco tempo per leggere, o troppi stimoli esterni, o troppo rumore in testa, pensieri che cozzavano scoppiettando come petardi; e invece no, stavo solo incrociando romanzi che non mi piacevano: e infatti sono inciampata quasi per caso in Cattiva di Rossella Milone e l’ho letto tutto d’un fiato con vivido piacere, svegliando la mia bella nel cuore della notte per dirglielo (“Amore, amore, senti che bello questo pezzo, te lo leggo?”), costringendo collegasimpatica a farselo prestare, arringando sulle virtù del libro la barista che mi prepara ogni giorno uno squisito caffè macchiato. Non conoscevo l’autrice, e me ne dolgo: ma nella sua scrittura finto-trasandata e intessuta di espressioni dialettali ho ritrovato la cadenza della metà napoletana della mia famiglia, quel passo baldanzoso e fiero di cui sento la mancanza e che sto irrimediabilmente perdendo.

Parla di maternità, Cattiva: ne parla, penso io da non-madre, con onestà e chiarezza; parla di insoddisfazione, di stanchezza, di mancanza di sonno, di paure e bisogno di conferme. E io, che non ho e non desidero figli, sul tema della maternità sono curiosa: perché conosco poche madri della mia età, e di queste solo una mi è vicina; e non so se davvero la maternità sia questo: un ottanta per cento di dolore, sofferenza, preoccupazione, voglia di scappare via, e solo un venti per cento di appartenenza reciproca, soddisfazione, gioia. Non so se quello che ho letto rappresenti davvero ciò che la maggior parte dei neo-genitori prova: lo sgomento di fronte a un esserino inconsolabile, il senso di non-utilità e sconforto per i suoi pianti disperati, il sentirsi criticati dagli altri e non aiutati, non ascoltati; il senso di oppressione delle notti insonni, il buio al di là dal vetro, la sensazione che tutta la città dorma, la voglia di riposare un attimo. Non so se queste siano reazioni normali, o amplificate dalla scrittura, in un certo senso romanzate: o se, semplicemente, siano le sensazioni che tutti i genitori provano quando i figli sono minuscoli e fragili e incomprensibili e non-interattivi, e poi i figli crescono e cambiano e questi sentimenti si dimenticano, come si dice che succeda dei dolori del parto; se tutti i genitori vivano questo disagio e non ne parlino, per vergogna o per stanchezza o perché non ne vedono il motivo o perché non sanno a chi dirlo, o se magari molti genitori non lo vivano affatto, e succeda solo a qualcuno: e gli altri superino con agilità i primi mesi di vita dei propri bambini, saltellando come stambecchi tra culle, carrozzine, pannolini e salviettine imbevute.

Non lo so, e mi piacerebbe che qualcuno me lo dicesse: ma, si sa, se non sei madre non lo sai, e quindi pace, non lo saprò. Comunque, leggetelo, è davvero un bellissimo libro.

[Mate, torna presto].

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