Indignazione.

Alcuni avvenimenti fanno “più notizia” di altri, si sa; i motivi sono numerosi e, per me che non sono esperta di mezzi di comunicazione, imperscrutabili: ma mi sono sempre chiesta perché accadimenti sovrapponibili – due rapimenti, due furti, due omicidi – abbiano coperture mediatiche totalmente diverse. Un fatto si ritrova a rimbalzare tra telegiornali e quotidiani e periodici con pressante assiduità, un altro viene bisbigliato solo a pochi intimi, a pagina 42 di un giornale locale. Alcune notizie, poi, suscitano nei lettori più indignazione e scalpore di altre: la recente strage alla redazione di Charlie Hebdo è una di queste. Il fatto è gravissimo, inaudito, è chiaro: ma, dal mio parzialissimo osservatorio feisbucchiano, noto che anche persone che non si sono mai occupate di altro che dei propri pasti (che buone le mie uova al bacon!) o dei propri calzini (pronta per uscire!) si sono precipitate ad indignarsi. Come mai?

Da quando ho conosciuto Ife, sono in contatto con diverse reti di volontari che si occupano di senzatetto. Alcune mi piacciono più di altre, di quasi tutte contesto la vocazione eminentemente religiosa: ma è indubbio che ognuna delle persone che ne fanno parte, per le motivazioni più varie (e delle quali non mi importa nulla), faccia qualcosa di bello, utile e importante. Per questo motivo, spesso leggo i bollettini delle ronde notturne: per sapere se Jana ha ricevuto le salviette imbevute che chiede sempre, se Bogdan ha di nuovo problemi col cane, se Mohamed si trova bene nel furgone nuovo. Qualche giorno fa, una delle comunicazioni mi ha fatto inorridire: un senzatetto era stato aggredito, qualcuno gli aveva rubato i soldi e poi gli aveva dato fuoco. Viveva, vive ancora, sotto i portici di piazzale Ungheria: e lì, il pomeriggio, sedeva Ife, su un quadrato di cartone, con una lattina di birra ai piedi e Mosca raggomitolato accanto, Canepiccolo intento a saltare addosso ai passanti. Lì, di fronte a quei portici, Ife sorrideva e giungeva le mani nel suo speciale saluto, e si toccava il petto e mi raccomandava di non mangiare mai polpo né frutti di mare, per favore. Il mio primo pensiero è andato a lui: morto prima di conoscere la cattiveria gratuita e viscida del palermitano medio, quello che non vuole barboni nel suo salotto buono; morto pensando con terrore alle bombe irachene, senza sapere di dover temere, piuttosto, i ragazzini viziati e prepotenti delle nostre strade. Graziealcielo non c’eri, Ife. Grazie al cielo.

Poi ho pensato a Vito: che ora è di nuovo lì, con le ferite infette, inerme e terrorizzato. E ho pensato a tutti i cartelli con Io sono Charlie inalberati su Facebook, e all’indignazione facile e comprensibile e gratuita e gratificante per qualcosa che quasi nessuno, fino a ieri, conosceva. È comodo, pratico, non costa nulla: nessuno chiederà a chi li esibisce di alzarsi e andare a manifestare per i giornalisti uccisi, né di cambiare di una virgola la propria vita. Indignarsi per ciò che è lontano, altro da noi, è semplicissimo: è indignarsi per Vito che è più difficile, perché mette in moto un perverso meccanismo, quello che culmina con cosa ho fatto io per evitarlo? Dov’ero? Dov’eravamo, noi, quando i residenti della zona tuonavano contro gli immigrati che ci pisciano sotto casa? Dov’eravamo, a cosa pensavamo? E cosa possiamo fare, da domani, per non farci più cogliere impreparati? Indigniamoci per chi pretende la libertà di parola: ma anche per chi chiede solo di vivere in pace.

Sto sviluppando una dipendenza per i libri di Brendan ‘Ocarroll; in pchi giorni ho letto Agnes Browne mamma, I marmocchi di Agnes e sto finendo Agnes Browne nonna. Sono deliziosi: leggeri e quasi infantili negli eventi narrati, ma rassicuranti, pieni di spirito e allegria, semplici come fiabe e veri come romanzi di costume. Una scoperta davvero gradita.

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