Non c’è più religione.

In questi giorni, una polemica ha occupato testate cartacee e online e bacheche facebook di palermitani e limitrofi: in una scuola pubblica cittadina, il dirigente scolastico ha avuto l’ardire di disporre la rimozione di alcune statue a soggetto religioso dai locali dell’istituto e di richiedere al corpo insegnante di non imporre ai giovanissimi allievi (si tratta di un istituto comprensivo che abbina scuola dell’infanzia e primaria) la preghiera collettiva all’inizio delle lezioni e alla ricreazione. Le reazioni scomposte non si sono risparmiate: dai titoli sensazionalistici sui giornali (“a scuola è vietato pregare”) ai commenti esarcebati sui social, dalle incursioni della lega (la minuscola è voluta) alle manifestazioni dei genitori che, armati di coroncine del rosario intorno al collo degli ignari scolari, hanno bloccato la strada chiedendo il rispetto delle tradizioni. Quegli stessi genitori, va detto, che non sono scesi in piazza quando, all’inizio dell’anno scolastico, in quello stesso plesso è crollato l’intonaco in una classe: ma, è evidente, tra una Madonna rimossa e un soffitto che viene giù è sicuramente la prima eventualità la più drammatica e pericolosa.

Non sono credente, ma penso di avere un atteggiamento rispettoso nei confronti di chi lo è: ho sempre accompagnato mia madre in chiesa o alle prove del coro religioso di cui fa parte, sono riuscita a non ridere in faccia ai miei cugini vestiti da boy-scout a quarant’anni, con tanto di fazzoletto al collo e gagliardetti sulla camicia; ho presenziato senza battere ciglio a tutte le cerimonie in cui la mia presenza era richiesta, matrimoni o funerali che fossero. Ho anche letto l’intera Supplica alla B.V. di Pompei a mia madre, per telefono, un anno che la prima domenica di ottobre era ricoverata fuori città e non c’erano ancora gli smartphone per cercarla online, e lei non trovava più la sua copia. Sono stata abituata fin dall’infanzia a vedere mia nonna che recitava il rosario, la mattina; ma non credo che mi abituerò mai all’imposizione della religione cattolica nella vita quotidiana degli italiani: anzi, non voglio farlo. Non voglio accettare i crocifissi nelle camere di ospedale di strutture pubbliche, né tantomeno nei tribunali e nelle aule scolastiche: per quel minimo, necessario rispetto che ho sempre tributato, in qualsiasi momento della mia vita, a chi crede. Sono stanca di sentire annoverare riti e simboli della religione cattolica tra gli elementi “tradizionali” della nostra cultura: sono, appunto, le vestigia di un credo religioso, che non è spontaneo e automatico che tutti scelgano di condividere. La recita in classe di una preghiera non è soltanto un momento di rievocazione di usi e costumi della zona, non è cantare “ciuri ciuri” battendo a tempo il piede: è un modo per includere chi sente proprio quel credo religioso ed estromettere chi invece è stato cresciuto con un’altra fede, o ha semplicemente deciso di poter farne a meno. La violenza passivo-aggressiva sottesa alla maggior parte delle manifestazioni della vita religiosa mi fa paura: e mi spaventa ancora di più il fatto che sia considerato tutto scontato, ovvio; è ovvio che ci si sposi in chiesa, è ovvio che si celebrino esequie religiose, è ovvio che i bambini frequentino il catechismo o l’ora di religione in classe. Vedo, in queste piccole, quotidiane imposizioni, il terrore di chi si professa cattolico all’idea che qualcuno scopra di non aver bisogno di statue da adorare e riti da celebrare per poter vivere bene: la paura che si venga a sapere che senza religione si continua ad essere persone dotate di moralità, in grado di scegliere per sé e i per propri figli, capaci di vivere in un contesto civile e sensato. Il panico all’idea che qualcuno sappia che della religione si può fare a meno: e la mia personale esperienza di bannata da una sedicente amica per aver avuto l’ardire di nominare la pratica dello sbattezzo la dice lunga.

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Uccidere un usignolo.

Quando sarai grande vedrai tutti i giorni uomini bianchi che ingannano in neri; ma voglio dirti una cosa, e non dimenticarla mai: se un bianco fa una cosa simile a un nero, chiunque egli sia, per quanto sia ricco o appartenga alla migliore famiglia, quel bianco è un disgraziato”.

Come mi viene ribadito giornalmente, non sono una persona particolarmente intelligente: non ascolta musica abbastanza noiosa e, per ravvivare una solitaria e silenziosa giornata lavorativa, preferisco Gasolina alla quinta di Beethoven. Non leggo libri sufficientemente spocchiosi, non vado al cinema a vedere film in cui vengono pronunciate solo sei battute, mi rimpanzo di serie tv e rileggo sempre gli stessi romanzi. Sono troppo poco intelligente, ecco: e molte cose non le capisco, e mi piacerebbe che qualcuno me le spiegasse.

In questi giorni, mi sono ritrovata all’interno di una combinazione affascinante, una specie di gioco di scatole cinesi; dato che, nella mia scarsa prontezza intellettuale, spreco tempo a rileggere, ho deciso di affinare la perversione: adesso ascolto (e ri-ascolto, se è per questo) gli audiolibri di romanzi che ho già letto. È un piacere intellettivo enorme scoprire mille nuove sfumature impresse al testo dalla voce dell’attore: se l’attore è bravo, beninteso, ma quasi sempre lo è. Molti begli audiolibri si trovano in podcast sul sito di Ad alta voce, una trasmissione di Radio tre: ed io, che sto in macchina molto tempo e mi annoio tantissimo, ho appena finito di ascoltare Manuela Mandracchia alle prese con uno dei libri che ho amato di più: Il buio oltre la siepe di Harper Lee, nella traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer. La scelta dell’audiolibro è risultata particolarmente azzeccata: mi sono ritrovata in uno strano e ributtante caleidoscopio in cui le frasi della scrittrice si andavano a intrecciare con la cronaca attuale. E così mentre Atticus, dall’altoparlante del mio smartphone, perorava la causa di Tom Robinson, giovane nero accusato di violenza sessuale nei confronti di una bianca, nell’Alabama degli anni Trenta, sui giornali alcuni sindaci siciliani (siciliani!) latravano contro l’arrivo di 50 (in lettere: cinquanta) ragazzini migranti in un hotel dismesso sui Nebrodi, inscenando una stomachevole scena a base di blocchi stradali. Mentre Scout e Jem e Dill discutevano del diritto a un equo processo per i neri, sempre in Sicilia (in Sicilia!) un gruppo di genitori strepitava istericamente per impedire l’accesso alla piscina a un drappello di adolescenti migranti. Mentre Bob Ewell affermava di aver chiesto all’amministrazione della contea di impedire ai neri di passare davanti alla sua proprietà, sul web una pletora di scalmanati urlava contro l’invasione della sacre terre italiche. In questo enorme garbuglio io, che non sono molto intelligente, sono più confusa della piccola Jean Louise: e mi chiedo, con reale curiosità, dove sia l’attestato che dimostri che un pezzo di Palermo è mia: altrimenti, non capisco come si possa dire che qualcun altro la sta invadendo. E mi sento ancora più disorientata quando persone che conosco se ne escono con Poverini, ma certo non possiamo accoglierli tutti. Perché, non possiamo? Cosa ce lo impedisce? Ho letto che è stato fissato un tetto massimo, per l’accoglienza dei migranti nei Comuni: ci sono addirittura delle percentuali, come se stessimo parlando della quantità di sodio nell’acqua minerale. E io continuo a non capire quale sia il problema: di cosa abbiamo paura? Quale enorme intrinseca debolezza ci porta a temere il diverso? E con quale faccia possiamo dirci umani e cacciare dei bambini da una piscina, solo perché sono neri? Non lo capisco, davvero. È come uccidere un usignolo.

https://www.youtube.com/watch?v=ceA5hkBXLxc

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Marcello, come here!

Non sono mai stata particolarmente picciriddara; a parte poche eccezioni – per esempio Stefanuccio, che è un pupetto tenero e simpatico e poi è il figlio della mia amica Fra’ e questo gli dà un indubbio vantaggio iniziale, o Pagnottino, che è nipote di amicastorica e, anche se non lo vedo da una manciata di anni, lo seguo da lontano e rido molto alla sue domande – a me i bambini non interessano in modo specifico; li trovo, in genere, viziati, noiosetti e troppo lontani da me. Ancor meno ho mai concepito la mentialità siciliana del lasciatelo in pace, è picciriddo! per giustificare qualsiasi monelleria, capriccio o nefandezza compiuta da essere umano di età inferiore ai dieci anni. Ma.

Vivo a Palermo da un nugolo di anni, e so bene quanto l’estate siciliana – che notoriamente inizia a maggio e finisce a ottobre – possa essere calda e spossante. Da piccola odiavo il mare, la spiaggia di Mondello, la sabbia che restava incastrata nel costume per tutto il giorno, le spalle spellate, i capelli schiariti dal sole: ma, se non avessi avuto la fortuna di una casetta di villeggiatura minuscola ma vicina al mare e di due nonne disponibili a portarmi a fare un bagno ogni mattina, penso che sarei impazzita di noia ed esasperazione. Mi chiedevo da bambina – me lo chiedo un po’ anche ora – cosa facessero i miei compagnetti di classe, quelli che non villeggiavano a Mondello e non avevano genitori o nonni che li portassero alla spiaggia: stavano a casa tutto il giorno? Andavano ai giardinetti, a passeggiare per il quartiere, al mercato? Guardavano la tv? E cosa fanno oggi, nelle lunghe mattina d’estate, i bambini palermitani che non hanno il mare (o qualcuno che ce li porti)? Prendono un autobus, a rischio di sgradevoli incontri, di perdersi o di rimanere sui seggiolini arancioni di plastica rovente per tutto il giorno? E se hanno solo sette o otto anni?

A Palermo, dal 1591, in mezzo alla Vucciria c’è una fontana; si chiama Fontana del Garraffello, è piccolina, di media bellezza, discreta, silenziosa. Negli ultimi anni in pochi, pochissimi se la sono filata: e infatti, fino a qualche mese fa, era ridotta a un cumulo di spazzatura, sapientemente maltrattata dai giovani della Palermo-bene che la sera vanno nei rioni popolari del centro a bere birra comprata in bancarelle abusive. Poi è stata restaurata, la fontana, e protetta da una cancellata a lance di ferro, bassa, facilmente scavalcabile: e già la cancellata, ecco, a me sembra brutta e inutile e odiosa, non permette di bagnarsi, di bere, di rinfrescarsi, di fruire della fontana pomposa riconsegnata al quartiere. Qualche giorno fa, sui social è apparsa la foto di due bimbi: in costumino e scarpette, facevano il bagno proprio nella fontana del Garraffello. A me sono sembrati teneri: due corpicini troppo grandi per la vasca minuta della fontana, poco più di una vasca da bagno, con le ciabatte per non scivolare sul basolato, i capelli dritti sulla testa. I commenti negativi, sulle pagine di note testate giornalistiche locali, si sono sprecati: la maggior parte inneggiavano alla pubblica gogna per i due bagnanti e per le loro famiglie, colpevoli di aver distrutto la sacralità di un monumento che, non so se l’ho detto, fino a ieri nessuno si filava di pezza. Ma eccoli, i difensori della morale: nella fontana non si fa il bagno, quindi forza, che si puniscano i monelli.

Ora, io detesto i bambini che urlano in pizzeria, che fanno casino al cinema, che corrono e si spintonano al supermercato: ma andare a mare dalla Vucciria è un viaggio, e questi due bambini non avranno avuto, probabilmente, genitori disponibili a portarli al parco – perché impegnati, ad esempio, a portare il pane a casa. Se hai otto anni e abiti a piazza Garraffello, a Palermo, in estate, non hai nulla da fare che non sia stare a casa o ciondolare per strada: non c’è una piscina, un centro ricreativo, un giardino dove giocare. E se c’è una fontana, e l’acqua è fresca, e ci vuoi fare un bagno dentro, senza distruggerla o rovinarla: fallo, accidenti, ché di questa sacralità dei monumenti, da storica dell’arte, faccio volentieri a meno. A me i monumenti piacciono vivi: e cosa c’è di più bello di una fontana con qualcuno dentro?

P.s.: molti hanno giustificato il proprio livore sostenendo che la destinazione d’uso di una fontana non è che qualcuno ci si immerga; se è per questo, la destinazione d’uso delle chiese è pregare: quindi basta foto, visite turistiche, biglietti di ingresso e guide che illustrano i mosaici, plis.

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Ho visto anche degli zingari felici.

In questi giorni, un disgustoso video sta rimbalzando in rete; due donne rom, sorprese a rubare rifiuti fuori da un supermercato, sono braccate e rinchiuse in una gabbia metallica da alcuni solerti lavoranti del negozio. Mentre gridano terrorizzate, sono derise e sbeffeggiate dai giovinastri che, fieri delle loro gesta, si filmano compiaciuti. Nell’ordinario squallore della vicenda, molti si sono detti sconvolti, oltre che dal comportamento osceno e chiaramente illegale degli sceriffi-fai-da-te, dai commenti inneggianti alla violenza di una pletora di leoni da tastiera che, indignati dell’affronto subito – come si permettono queste donne straniere di rubare in un supermercato italiano? – invocano per le due malcapitate, nell’ordine, lo stupro, il rogo, la morte violenta, il lavaggio con liquidi fisiologici fino alla restituzione di un colorito ariano, il respingimento rapido e indiscusso “a casa loro”, quale che sia. Ecco, a me questi comportamenti non fanno impressione, non li noto neanche più: sono la propaggine malsana di un branco di individui che vedo così distanti da me, così lontani e alieni, da non poter essere annoverati neanche nel genere umano. Sono quegli stessi che disprezzano e vituperano Bebe Vio, che scrivono oscenità ai danni della Boldrini, che utilizzano la propria rozza fantasia augurando a Selvaggia Lucarelli di essere violentata da un bonobo. Neanche il fatto che, in questo purulento ammasso di voci, si distingua quella del segretario di un partito politico, per me, fa notizia: è poco più del latrato di un cane alla catena. Mi danno più da pensare, invece, i commenti di persone come me, persone che potrei incontrare sulla mia strada: persone che, con toni civili, affermano che no, non è stato giusto rinchiudere delle donne in una gabbia per sentirne le urla di terrore, però: però stavano delinquendo, però gli zingari rubano, però, quindi, ecco, un po’ se la sono cercata. Però. È quel “però” che mi spaventa: quello di decine di persone che credono che la persona rom sia costituzionalmente portata a rubare, così come credono che la donna transessuale sia costituzionalmente portata a prostituirsi. Quelli che non vedono le circostanze, che non notano che una persona rom non ha accesso al mondo del lavoro come un italiano, che non notano il pregiudizio che ammanta, da sempre, i gruppi nomadi che hanno percorso, negli anni, l’Europa. Quelli che non si sentono di giustificare il turpe gesto di terrorizzare due donne dell’età delle loro madri, ma che pensano che avrebbero potuto, comunque, restarsene “a casa propria”, nei propri campi-ghetto, magari circondati da un muro, fuori dallo sguardo della gente perbene. Quelli che pensano che i rom siano ricchissimi e blaterano di auto di lusso e antenne paraboliche: quelli che stringono più forte la tracolla della borsa, quando un accattono rom passo loro accanto, perché sono già convinti che verranno scippati. Mi fanno paura loro: perché non vorrei, un giorno, diventare così.

Sto attraversando il periodo della mia vita più povero di letture: nessun libro mi intriga, nessuno mi soddisfa; per fortuna ho incontrato sulla mia strada L’arminuta di Donatella di Pietrantonio, ed è stata una boccata di aria fresca: molto bella la trama, molto interessante la riflessione sul sentirsi altro rispetto a chi ci circonda, molto intenso il misto di dialetto abruzzese e italiano. Un bel romanzo, come non ne leggevo da (troppo) tempo.

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