Una torta vegana può essere buona?

Non sono un’appassionata di cucina vegana. In controtendenza con la moda del momento, mi nutro di un po’ di tutto: Mc chicken e Sundae con doppia colata di cioccolato sono la vera base della mia alimentazione, ma tento di inserire anche frutta, verdura, pasta, riso. Non amo alcuni cibi, ma esclusivamente per una questione meramente gustativa, altri non li mangio perché non mi è mai capitato di assaggiarli, perché non rientrano nella mia tradizione alimentare: le mie nonne non hanno mai cucinato l’agnello, mia madre non ha mia cucinato l’agnello, io non ho mai mangiato l’agnello e non sento l’esigenza di iniziare a farlo. Non penso di essere un’estremista, in un senso o nell’altro: non inneggio allo squartamento di bestiole indifese, né lapiderei chi manda giù un toast al prosciutto. Mangio quotidianamente, come facciamo tutti, molti piatti vegani: pasta e lenticchie, minestra di verdure, pane e panelle o, perché no, patatine fritte con palettate di ketchup. Da qualche mese a questa parte, mia madre ha scelto una dieta rigorosamente cruelty-free: per motivi che sarebbe lungo e poco utile spiegare, da un giorno all’altro ha deciso di non toccare più, per nessun motivo, la mozzarella, o i gamberi, o il miele. È stata una scelta, appunto: una decisione di cui non condivido le motivazioni, ma che comprendo e non giudico; una decisione che la costringe a confrontarsi con una serie di paletti e di restrizioni: in pizzeria sceglierà una focaccia vegetariana, in panineria ordinerà una mafaldina con ortaggi grigliati, ma in gelateria probabilmente resterà a bocca asciutta: anche il sorbetto di limone, nella maggioranza dei casi, contiene albume. Se i pasti principali possono essere abbastanza semplici da preparare, e l’unico rischio reale è quello della noia – le minestre, le zuppe, le paste con i legumi o col pomodoro sono ottime, ma sul fronte secondi la situazione diventa molto meno varia -, tutto ciò che è voluttuario – merende, spuntini, spezza-fame – diventa più complicato da adattare a un regime alimentare limitante. Per questo motivo, qualche tempo fa, ho deciso di provare a cucinare una torta vegana: un semplice pan di spagna che, se fosse andato in porto, avrei potuto, in seguito, riadattare a molti usi, abbinandolo a cioccolato fondente fatto sciogliere e spennellato sopra, a marmellata spalmata tra due “dischi” di pasta, a qualche altra crema inventata con i pochi ingredienti a disposizione. La reale incognita era una: sarei riuscita a cucinare qualcosa di commestibile, io che con i dolci ho pessima dimestichezza? Esame brillantemente superato: il pan di spagna vegano che ho preparato era profumato, ben lievitato, soffice e fragrante. Un successo insperato. La ricetta, presa dalla rete e semplificata da me, che non posseggo robot da cucina, planetarie né niente di simile, consiste nell’unire 280 g di farina integrale e 20 g di farina di mais fioretto – io, in mancanza di quest’ultima, ho usato quella 00 -, aggiungere il bicarbonato e il cremor tartaro (che nelle ricette vegane sostituiscono il lievito), mescolare con un cucchiaio di legno, incorporare 200 g di zucchero di canna (andrebbe sminuzzato nel mixer, ma tant’è), e infine versare i liquidi: 270 g di latte di riso, 100 g di olio di semi, 30 g di olio extravergine di oliva. Miscelate con energia, magari utilizzando le fruste elettriche, versate in una teglia, fate cuocere una mezz’ora a 175°. Giuro che è ottima.

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