Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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Momenti di trascurabile felicità.

Quando il semi-labrador ulula, o sgranocchia spontaneamente uno dei suoi biscotti riso-e-pollo, o mi porta il riccetto giallo con fare speranzoso; quando, a metà di una passeggiata nella solita aiuola, mi guarda e inalbera l’espressione da cane felice. Quando cammino tenendo per mano qualcuno a cui voglio moltomolto bene. Una giornata di sole, la luce delle sei del pomeriggio ad aprile, il pensiero che ancora c’è tempo prima che arrivi l’estate. Guardare monte Cuccio e scoprire che i versanti bruciati qualche mese fa sono di nuovo verdi.

Quando qualcuno mi consiglia un libro, con entusiasmo e gli occhi che brillano e la voglia di condividere belle frasi e belle idee e belle parole e bei personaggi, bei momenti insieme, quando ne parleremo a lettura conclusa. Quando qualcuno mi appoggia una mano sulla spalla, quando mi guarda negli occhi, quando mi saluta con un abbraccio e non col rituale bacetto-al-volo con schiocco di labbra a un centimetro dalla guancia. Quando qualcuno mi trascina fino a uno scaffale nell’angolo di una libreria del centro, per aiutarmi a cercare un libro che possa piacermi. Quando un amico mi regala un libro solo perché ho detto che lo desidero, anche se non ho mai sentito il suono della sua voce né la consistenza dei suoi passi.

Scoprire che esiste una gelateria che prepara il cono al gorgonzola; sperare, un giorno, di poterlo assaggiare, e ipotizzare, nel frattempo, abbinamenti felici col gusto nocciola o col pistacchio o con la vaniglia variegata all’amarena. Quando il soufflè non si siede, quando i biscotti non si sbruciacchiano sul fondo, quando al non-più-ottuagenario piace il pranzo che gli ho preparato per il compleanno, anche se non gli è chiaro se quelle palline gialle nel piatto siano pasta o patatine. Quando il caffè macchiato del bar all’angolo non ha quello sgradevole sentore di bruciato.

Sentir dire che la malattia del semi-labrador non è grave come sembrava, e che il fatto di essere un semi-labrador e non un esemplare di razza pura lo ha preservato da patologie più gravi. Sentire di essere amata, anche nella mia colpevole e molesta imperfezione. Sentire il primo calore del sole sulla pelle, la voce di una persona che mi addolcisce il sorriso, il profumo di pane in un discount aperto il pomeriggio del 25 aprile. Sentire in radio e al super e per strada la nuova canzone di Max Gazzè, e sperare che una tappa del tour sia a Palermo, e che i biglietti non costino troppo. Sentire di nuovo il verso insistente delle tortore, dopo tanti mesi di silenzio.

Pensare per l’ennesima volta che Palermo sia una città splendida anche e soprattutto perché è possibile imbastire un pasto comprando qualcosa di pronto che sia gustoso e sano e non da fast-food: patate, fagiolini e carciofi bolliti già cotti dal fruttivendolo insieme a cipolle e peperoni arrostiti, e involtini di pesce spada preparati in pescheria, da infornare: perché cucinare il pesce mi piace, ma per gli involtini bisogna iniziare col battere delicatamente le fettine di pesce spada, comporre il ripieno con pezzetti di pesce, pangrattato lievemente tostato, uva passa, pinoli e succo di agrumi e confezionare ogni boccone singolarmente; fattibile, certo, ma lungo e abbastanza noioso.

Scovare un libro di Francesco Piccolo che ancora non ho letto, e comprarlo senza ascoltare il cicaleccio di critiche di qualcuno che non lo ha apprezzato, e scoprire che è proprio come lo desideravo: dolce arguto intelligente e umile, tenero e sfrontato, lieve e complesso; notare che, a distanza di anni, i libri di Francesco Piccolo mi comunicano sempre la stessa sensazione: quella di stare leggendo qualcosa a cui avevo pensato molte volte, senza riuscire davvero a capire cosa fosse; come grattare distrattamente un punto della testa, pensando: ecco, era proprio lì che avevo prurito: il sollievo di sentire che quella cosa che avevo sulla punta delle lingua, in maniera inconsapevole e cieca, era già atterrata a pagina 32 di un libro con un ottovolante in copertina.

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Mi piace.

Ascoltare chi ha qualcosa da dire. Ascoltare il silenzio, se c’è sintonia con la persona che lo ascolta insieme a me. Ascoltare la radio in macchina, la mattina, quando c’è troppo caldo o troppo freddo per tenere i finestrini aperti. La pizza Margherita, col pomodoro buono e il fiordilatte, anche se ingurgitata in piedi, rapidamente e senza parlare, solo lavoro di mascelle e ciompciompciomp forsennato. La limonata con poco ghiaccio. Il senso di attesa di quando si inizia a leggere un libro, il senso di completezza di quando si finisce di leggerlo. Avere molti libri da leggere. Ricevere libri in regalo, soprattutto se non li ho letti e non li conosco e so già che mi piaceranno.

Tutti quelli che: dimmi se hai bisogno di qualcosa. Ricordati che io ci sono sempre. Come è andata, quella cosa che dovevi fare? Sto scendendo al bar, vuoi venire? Quel libro era proprio bello, avevi ragione. Quel libro non mi è piaciuto, parliamone. Come stai? Quando vorrai parlare dimmelo, sarò felice di ascoltarti. Ti aspetterò per tutto il tempo di cui avrai bisogno.

I Sex Pistols – che mia madre non sa chi siano, bah. I Ramones, Carmen Consoli, gli Skunk Anansie. La musica dotata di ritmo, le canzoni in cui ci siano più di tre accordi. Le canzoni in cui la musica è l’importante, e le parole vengono dopo. La pittura astratta, il surrealismo, il surrealismo astratto. Il pittore Miró, il semi-labrador Miró. Le persone che sorridono sull’autobus. Le anziane signore che chiedono con discrezione una mano per attraversare. Chi va a votare. Chi non molla, chi continua a provare, chi si ostina e ce la fa. Chi fa autocritica. Chi studia, chi si informa, chi legge, chi cerca di capire. Chi non pensa di aver già capito tutto. Chi lascia il tempo di esprimersi, chi non si limita a provocare, chi non si arrampica sugli specchi. Chi ha rispetto per la mia intelligenza. Chi ha abbastanza onestà intellettuale da ammettere un errore. Chi chiede scusa per un errore, chi non commette troppe volte lo stesso errore.

Tutti quelli che: cosa stai leggendo? Te lo presto io, quel libro. Un giorno di questi ci andiamo insieme. Non preoccuparti, non fa paura. Anche io ho paura. Ci sono qua io, così non avrai paura. Te lo dico perché ti voglio bene. Devi farti rispettare. Aspetta che ti spiego come fare. Io farei così. Andiamo al cinema?

Chi usa i social network per scambiare idee, e non solo per aggiornare l’uditorio su cosa ha mangiato/detto/indossato nell’ultima giornata. Chi sa insegnare, chi ha voglia di aiutare gli altri a imparare. Chi mi consiglia un libro. Chi mi consiglia una ricetta. Chi mi spiega come preparare una buona frolla, ché a me viene sempre male. Comprare gamberi freschi, e usare le teste per un buon fumetto, e poi preparare un riso pilaf e servirlo con i gamberi grigliati e con una salsa al limone fatta come una béchamel, ma con succo di limone e acqua al posto del latte. Chi sa cucinare. Chi ha piacere di ricevere le persone in casa propria, e prepara qualcosa da offrire per fare stare gli altri a proprio agio, e mette musica di sottofondo. Chi sa suonare uno strumento. Chi non si vanta di saperlo suonare.

Tutti quelli che: Mi fai vedere una foto del tuo cane?  Lo sai cosa ha fatto il mio cane? Ho dato un po’ di croccantini a un gatto randagio. Ho cercato un libro per te. Secondo me questo libro ti può piacere. Penso di stare bene, ormai. Sono felice, sai? Sono fiero di te.

Natalia Ginzburg, i suoi libri, la sua integrità, le sue parole, il suo stile, il suo esempio.
Marguerite Duras, le sue suggestioni, la sua lucidità. Nanni Moretti, Francesco Recami, Francesco Piccolo. Chi dice parolacce – non troppe, però. Chi non ha pensieri violenti. Chi non finge di non capire. Chi augura il buon giorno, di cuore. Chi saluta, chi si ferma a chiedere scusa se urta qualcuno; chi si ferma a vezzeggiare un cane, un gatto, un bambino.

Che ci sia un nuovo parco nel mio quartiere. Il profumo del pane. L’aroma del caffè – ma il caffè, quello no. I bonsai. Il mio bonsai, che ha trentacinque anni ma sembra un ragazzino. Il Natale.

Questo post è dedicato a una persona che mi piace molto, molto: e lo sa.

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A qualcuno piace corto

A molte persone non piacciono i racconti; a me, invece, sì. Non sempre e non tutti, è chiaro: ma c’è qualcosa di assolutamente finito e concluso, in un racconto, che in un romanzo è raro trovare. I non-amanti dei racconti li trovano, di solito, troppo brevi – il che è tautologico e ovvio – e privi di azione, e con personaggi a cui è triste affezionarsi per poche pagine. Tutto questo è vero, a volte: nel senso che alcuni racconti sono davvero troppo brevi, quasi solo idee abbozzate e collegate in serie; poveri di avvenimenti, anche: lunghe riflessioni auto-consolatorie, pensieri che si attorcigliano, monologhi in prima persona sul senso della vita, giaculatorie scritte per compiacersi e darsi pacche sulle spalle e baci in fronte. Quanto ai personaggi, è vero, può essere triste lasciarli: ma non più di quanto sia straziante vedere andar via Watanabe, o Clara Del Valle, o Atticus. I racconti sono il rifugio per gli aspiranti scrittori: sembra che sia semplice, comporne uno, perché la storia è tutta lì, sotto i tuoi occhi, e non rischi di perderti in rivoli e strade accessorie, di lasciare un personaggio in un ascensore perché hai dimenticato di tirarlo fuori, di non riuscire a recuperare il filo del discorso; quello che non è così ovvio è che è molto difficile scrivere un racconto bello: che abbia uno svolgimento, una trama, che non sia solo l’inizio di qualcosa, la mini-porzione che non sazia come in un aperitivo a buffet, un assaggio da nouvelle cousine. Devono esserci personaggi così ben strutturati da non aver bisogno che di loro si racconti la vita, ma solo il qui e ora. Deve esserci uno scopo, una motivazione: qualcosa che faccia fare il salto dal temino ben scritto, dal compitino senza errori, alla vera scrittura.
Ci sono autori che hanno dato il meglio di sé anche nei racconti: Truman Capote, ad esempio. C’è tutta la sua poetica, nel volume La forma delle cose: c’è la sua famiglia, ci sono le sue origini, c’è la sua amica Harper e tutto quello che lo ha reso lo scrittore maturo di A sangue freddo. Giustamente famosi e osannati sono i racconti di Carver: e anche se non lo amo, non posso negare che abbiano una qualità altissima, e una scrittura come una punta di diamante, tagliente dura secante e quasi cattiva, feroce. Tra gli italiani, ho adorato i racconti di Francesco Piccolo: Storie di primogeniti e figli unici è delizioso, sardonico e sbeffeggiante e amaro e caustico, a tratti geniale. Anche Domenico Starnone ha scritto bei racconti,  quelli che compongono il volume La retta via. Per ultima, una scrittrice giovane e interessante lanciata proprio dai testi brevi: Valeria Parrella. mosca più balena e Per grazia ricevuta sono ritratti vividi, sguscianti, di donne – soprattutto, ma non solo – di Napoli: con un misto di dialetto e italiano in bocca, e atteggiamenti e vestiti che abbiamo visto indossare, per strada, a molte persone.
La ricetta di oggi è quella dei fiori di zucca ripieni: mondati e provati del pistillo – se si vuole, io lo lascio -, riempiti con un pezzetto di scamorza e mezza acciuga sott’olio, passati in una pastella di uova, farina, acqua gelata e poco lievito e fritti. Una ricetta come un racconto: rapida da leggere, complessa da assaporare e digerire.

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Come comprare molti libri in un week-end e non sentirsi in colpa

È passata una settimana da Una marina di libri, e mi sembra già un evento lontanissimo, entrato nella mia piccola banale storia personale, un ricordo di quelli che ripieghi e arrotoli con attenzione e riponi sul piano di un armadio e ogni tanto tiri fuori e sorridi e pensi ma davvero ero lì?, e ti stupisci, sempre.
Sabato scorso a quest’ora zampettavo contenta per il chiostro, chiedendo agli editori se avessero bisogno di me – per cosa non è chiaro – e sbocconcellando con calcolato anticipo un panino bresaolarucolaescagliedigrana dal prezzo spropositato in attesa dell’inizio del concerto. Ero stanca – molto, ma non quanto un anno fa – contenta, sorridente, soddisfatta. È stato un bel fine settimana, intenso e movimentato, complesso, emozionante. L’ho mandato giù in un sorso, trattenendo il fiato e sperando di conservare il sapore in bocca, a lungo. È stato diverso dall’anno scorso: più consapevolezza, un pizzico di responsabilità, più tempo e cura. Ero anche più preparata: sapevo cosa aspettarmi, come far fronte agli imprevisti, cosa evitare: di restare digiuna per troppe ore di seguito, di isolarmi in qualche sperduta sala fuori mano, di perdere di vista i diciotto ragazzi che ci hanno aiutato a far funzionare la manifestazione. Ho tentato di non dimenticare nulla: ho scritto per giorni laboriosi appunti con turni e numeri di telefono che sono stata ben lieta di smarrire quando, proditoriamente avvertita che Cisco stava provando Ebano, con la chitarra che gli avevo procurato (e che ha odiato), accaldato e sudato su un palco vuoto, mi sono pre
cipitata ad ascoltare, seduta da sola in prima fila alle quattro del pomeriggio.
Sono riuscita, questa volta, anche a fare una buona scorta di libri: girando tra i cinquanta stand con metodo, appuntandomi mentalmente prezzi e titoli, contrattando e lamentandomi e rilanciando – ma uno sconto espositori non c’è? – tornando a prenderli l’ultimo giorno, contando sul fatto che, pur di non impacchettare un titolo in più, avrei avuto un be
l ribasso sul prezzo: previsione puntualmente confermata. Alla fine, ho portato via soltanto tre libri minimum fax (100 micron di Marta Baiocchi, che ho iniziato e che ricorda moltissimo Andrea De Carlo, nello stile, Per grazia ricevuta di Valeria Ferrante e Scrivere è un tic di Francesco Piccolo, libro che leggerò per ultimo perché, chiaramente, il boccone migliore), e per farmi fare un pidocchioso 15% di sconto ho dovuto penare. Dal banco bookshop ho preso Spaesamento di Giorgio Vasta, da Aìsara, giovane e bellissima casa editrice sarda, solo Il buon dio se ne frega di André Héléna, e sì che ne avrei voluti molto di più, ma. Ho preso praticamente l’opera omnia di Vittorio Lingiardi, per farne un dono spero gradito, e ho prestato il mio tesserino staff perché il 20% offerto da Round Robin diventasse un 30%. Infine, all’una di notte di domenica, mentre smontava affannosamente il tavolo, sono riuscita a spillare all’uomo che stava dietro al cavaliere con la scritta Sellerio Gli scheletri nell’armadio di Francesco Recami: a 10 euro anziché 14, perché sicuramente non sarà il migliore di Recami e perché, pur di farmi stare zitta, mi avrebbe anche regalato tutto, ecco. Infine, i vicini di stand sono passati a lasciare qualche libro in dono: Dove eravamo, omaggiato dai ragazzi di Caracò, e poi un testo di storia della Sicilia da quelli di Istituto Poligrafico Europeo, che in più mi hanno allungato anche una Costituzione, perché sai, oggi più che mai serve. Per qualche mese non comprerò altri libri, lo giuro.

Ho promesso di aggiungere una ricetta a questo post. Qualcosa che vada bene col caldo, che non richieda una lunghissima preparazione, qualcosa di gustoso e sfizioso e semplice: i tortini affumicati di melanzane, ad esempio. Grigliate delle fette di melanzana nera e delle grosse fette di pomodoro per insalata, panate degli stampini monoporzione e sistemate all’interno gli ingredienti sovrapposti e intervallati da fette di scamorza affumicata. Passate in forno per pochi minuti e servite con un pesto leggero di basilico e mandorle e con uno più saporito di pomodori secchi emulsionati con poco olio e qualche goccia di limone. Sapori d’estate.

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Una risata ci salverà (o forse no)

Come quasi tutto quello che ci circonda, Facebook è uno strumento che può essere utilizzato in maniera più o meno corretta e utile. Tra i suoi pregi, naturalmente, quello di avermi fatto conoscere molte persone a cui sono affezionata, e verso cui provo tenerezza, curiosità, simpatia. Tra i difetti, il fatto di vedere postate da giorni le stesse vignette di Snoopy, le stesse considerazioni sulla neve (che bella, che fastidio, che freddo, che magia, cheppallecostaneve), le stesse opinioni semi-urlate su tutto lo scibile umano, se la giocano con quello che per me è il primo della lista, cioè il fatto di favorire l’impelagarsi in interminabili discussioni quanto meno sgradevoli, se non sciocche e pretestuose. L’ultimo esempio risale a una manciata di giorni fa: un banale post, probabilmente mal espresso, sulla necessità di annoverare nel sommerso molte attività che puntellano le nostre giornate, ha scatenato una ridda di risposte che oscillavano tra l’inutilmente polemico e l’offensivo per l’intelligenza altrui. La tesi di partenza era che, posta la generalizzata lamentela sull’evasione fiscale, è facile rifarsi una verginità dichiarando la propria abilità nel richiedere sempre lo scontrino (operazione che, effettivamente, non costa richiede molta fatica fisica o mentale al postulante), ma è più complesso ammettere che molti di noi compiono azioni che, mettendo al bando l’ipocrisia, vanno annoverate nel calderone dell’evasione fiscale; per brevità mi ero riferita a chi integra lo stipendio dando ripetizioni, ma lo stesso discorso è applicabile a infermieri, fisioterapisti, logopedisti, baby-sitter, badanti (non stranieri, ché di essere messi in regola ne hanno bisogno, altrimenti il permesso di soggiorno non se lo possono procurare). Perché molti si augurano pene severe (al rogo! Impiccateli!) per i ricchi evasori e poi strillano e battono i piedi pur di non ammettere che un qualsiasi fisioterapista guadagna, con terapie private e chiaramente in nero, molto più di quello che dichiara? È indubbio, tutto il sommerso andrebbe stanato e punito, ma non c’è una sottile e non ammessa invidia alla base delle grida di giubilo per ogni blitz della finanza che colpisca chi si può permettere qualcosa che noi non possiamo avere e che, se avessimo, ci renderebbe scioccamente tronfi e fieri? Non c’è un enorme populismo, oltre a una grandissima ipocrisia, nelle parole di chi dice che le ripetizioni le danno solo i ragazzi, per brevi periodi e perché non c’è lavoro? Cavolo, capiamoci: che non ci sia lavoro lo so molto bene. Che si debba scendere a compromessi, essendone più o meno fieri, è abbastanza evidente. E non mi sognerei mai di dire che chi dà ripetizioni sia una persona moralmente indegna; però avanti, ammettiamolo: non è esattamente per il bene della collettività, che lo fa.

Tra i portati deteriori del berlusconismo, uno dei più fastidiosi è il ricorso costante al “fatevi una risata, non siate parrucconi”; la discussione di cui sopra si è conclusa proprio così, col solito post delatorio e allusivo che tuonava sulla necessità di farsi una risata: be’, io rido spesso, e sgangheratamente, piegandomi su me stessa e lacrimando e andando in apnea, ma non sempre e non solo sarà una risata a salvarci. A volte, più che ridere, servirebbe riflettere.

Il libro di oggi l’ho consigliato molte volte (e lo so che non ti piace, laMate, ma sono costretta a ribadirlo!), ed è Allegro occidentale di : nessuno come lui è in grado di ammettere tante pessime abitudini comuni a tutti noi.

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Consigli per gli acquisti (di libri)

Non c’è niente di più complesso e delicato del dare consigli. Bisogna avere grandi capacità empatiche, riuscire a immedesimarsi quel tanto che basta a ipotizzare di trovarsi in panni che non ci appartengono e che magari sono quanto di più diverso da noi possa esistere. Bisogna saper mettere tra parentesi quello che siamo, per tentare di capire cosa faremmo, se ci trovassimo in altre situazioni, in altre condizioni, in altre contingenze. Per un po’ di tempo non essere noi, non qui, non ora.La prima regola del dare consigli dovrebbe essere quella di tacere, se non è strettamente richiesto il nostro parere. A volte è fastidioso, sentirsi dire “se fossi in te”. Non sempre il nostro interlocutore è interessato a sapere cosa faremmo, se fossimo in lui; forse vuole scoprirlo da sé, cosa è giusto o sano o conveniente fare. Forse vuole mettersi alla prova, confrontarsi con la realtà, osare. Forse, semplicemente, pensa che il nostro punto di vista, la nostra esperienza, la nostra visione del mondo non siano la sua, e possa felicemente fare a meno di conoscerla, o almeno di applicarla.
È difficile, dare consigli. Si rischia sempre di proporre il proprio modello o la propria esperienza
come gli unici possibili; si corre il pericolo di influenzare a sproposito, di far ripetere ad altri i nostri errori, di considerarli come un noi-in-più, come una nuova possibilità che il destino ci offre di riuscir bene dove abbiamo sbagliato. Ci vuole delicatezza, e indulgenza e voglia di mettersi in gioco, nell’offrire un parere; voglia di accettare, un giorno, di sentirsi dire che se qualcuno ha fatto una fesseria, è anche un poco colpa nostra.Mi piace, chi mi consiglia un libro; mi piace anche consigliarli, e rimango immotivatamente male quando mi accorgo che quel romanzo che a me era piaciuto tanto a qualcun altro non è andato giù. Magari quella che mi sembrava simpatica ironia a qualcun altro è parsa una maniera sciocca di dire banalità; forse quelle che per me erano scene di sesso motivate, sensate, ben descritte, a qualcun altro sono sembrate assurde indulgenze al voyeurismo dell’autore. Mi vengono in mente, in questo momento, due titoli che ho apprezzato, in momenti diversi della mia vita: Mai sentita così bene di Rossana Campo e La separazione del maschio di Francesco Piccolo. Io persevero nell’errore, e continuo a consigliarli. Mi sono davvero piaciuti.
In cucina, adoro ricevere consigli, varianti per una ricetta che ripeto da sempre, trucchi per far lievitare meglio la pasta dello sfincione, o per sbucciare i fichi d’india senza riempirsi di spine: basta metterli sotto l’acqua corrente, si sa. Un’amica, conscia della mia insana passione per il the freddo, mi ha consigliato una ricetta deliziosa: le bustine di tè, messe in infusione in acqua fredda, sprigionano al meglio la propria fragranza. Addolcite con sciroppo di zucchero, aromatizzate con foglie di menta o fettine di pesca gialla, regalano una bevanda squisita.

Un abbraccio è meglio di un consiglio, a volte. Anzi, quasi sempre.

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Piccole storie ignobili

Ci sono situazioni, eventi, contingenze la cui unica caratteristica comune è lo squallore. Battute infelici, frasi odiose, comportamenti riprovevoli: i momenti, per intenderci, in cui vorrei che il semi-labrador avesse tra le sue armi, oltre alla ben nota ma poco temibile Offensiva Bava, la capacità di assestare morsi decisi e fulminei. Come quando qualcuno dice “È malato” per intendere “Ha un comportamento sbagliato o socialmente inaccettabile”: il semi-labrador, smessa l’espressione da cane domestico docile e affettuoso che inalbera sempre, nei miei sogni dovrebbe spostare in avanti gli angoli della bocca e azzannare al polpaccio il disturbatore. Così, senza un fiato.
Ci sono persone che fanno il possibile per costringerti a rimuovere ogni traccia del loro passaggio nella tua vita, una sorta di abrogatio memoriæ necessaria per non perdere quella briciola di fiducia che ti ostini a riporre nel genere umano. Persone che credevi amiche, o almeno simpatiche conoscenti, di quelle con cui scambiare due parole la sera, ridere ascoltare sciocchi noiosi pettegolezzi sbadigliare rifugiarsi in bagno; quelle che ti hanno riempito la testa delle proprie storie, quadrupedi ansiosi e spelacchiati, relazioni sociali fallimentari, famiglie disfunzionali, per mesi e mesi. Quelle che ti hanno promesso sincerità e affetto e perpetua amicizia con una foga che ti ha fatto allarmare, stringere i denti e sorridere forzatamente e pensare oddio no, un’altra volta. Quelle che hanno preteso di passare con te sabati e feste comandate, che ti hanno offerto libri e compagnia in cambio di tempo parole e silenzi; quelle che hanno avuto l’arroganza di voler decidere cosa fosse giusto e cosa no senza il coraggio di prendersene la responsabilità. Ci sono persone che un tempo disponevano del tuo affetto, di un po’ della tua attenzione, di qualche brandello della tua curiosità, e che hanno unilateralmente deciso di farne a meno, scelta opinabile ma da accettare, se non comprendere; e poi ci sono persone che hanno deciso di fare a meno anche del rispetto, dell’educazione, dell’urbanità. Solo piccole storie ignobili, niente di più.

Ci sono scrittori capaci di descrivere situazioni squallide senza far pesare la propria etica, senza esprimere giudizi o criticare o stimolare sensi di colpa; senza approvare, anche, senza sorridere concilianti per non perdere un lettore, ma con ferma tranquillità, con equilibrio, con dignità. L’ho consigliato molte volte, ho ripetuto il suo nome e suggerito i suoi libri e sottolineato le sue abilità e il mio amore per il suo stile, ma Francesco Piccolo ha questa indubbia capacità, oltre a molte altre, senso dell’umorismo, delicatezza, schiettezza. Allegro occidentale è la storia di un viaggio, ma è anche il racconto puntuale e preciso di una serie di miserie morali, e delle motivazioni, sensazioni e conseguenze di esse.

Ci sono momenti in cui qualcosa di buono serve a mitigare lo squallore che ci attornia: un panino con panelle e crocché fumante, croccante e profumato è un’ottima soluzione.

http://youtu.be/KLqC2AdN43g

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Libri da giorno/libri da notte

Sono sempre stata una fiera sostenitrice della promiscuità nella lettura. Penso che i libri diano il meglio di sé soprattutto se associati, abbinati o addirittura raggruppati in una tripletta, tre volumi che si alternano nella giornata fino a formare il giusto impasto di voci e storie, di punti di vista e linguaggi e sensazioni. Il bisogno di mixare testi diversi è per me naturale, logico, scontato: ci sono libri che si possono leggere di giorno, e altri che, decisamente, sono da notte. Ben pochi, e non necessariamente i miei preferiti, sono quelli che sfoglierei a qualsiasi ora, in qualunque situazione, in maniera assoluta e totalizzante: per gli altri, ho bisogno solo di individuare l’accostamento perfetto.

Ci sono libri che, fisiologicamente, sono da notte: sfido chiunque a sfogliare a mezzogiorno i gialli di Agatha Christie. Ne ho letti moltissimi, ma quasi sempre dopo le 23 – anzi, credo che l’unico che ad aver superato la prova della luce solare sia stato quel Miss Marple nei caraibi che mi ha tenuto compagnia, in treno, tra un paese e l’altro delle Cinque Terre. Gli altri hanno sempre trovato posto sul pavimento, tra il mio letto e la brandina del semi-labrador: libri da notte, non c’è altro modo per definirli. Anche i romanzi di Natalia Ginzburg, per me, sono sempre stati da notte, come quelli di Alicia Giménez-Bartlett: due delle mie scrittrici preferite, senza dubbio, ma che penso di non aver mai letto in auto o alla spiaggia o mentre mi asciugo i capelli.

La parte più gradevole dell’inizio di un nuovo libro, per me, è la scelta di quello che dividerà il tempo con lui; potrà essere un abbinamento per prossimità, per simiglianza, per comunanza di stile e di intenti, o per opposizione, antitesi, contrasto. Due libri che si sono potenziati a vicenda, per me, sono stati Gomorra e A sangue freddo; la violenza, la sopraffazione, lo studio minuzioso della banalità del male sviscerati da due uomini vicini nella capacità di scrivere con dolce, pacata, scrupolosa aderenza alla realtà. Un altro abbinamento riuscito, anche se piuttosto scontato, è stato quello tra Il buio oltre la siepe e i racconti di Truman Capote, mentre Allegro occidentale di Francesco Piccolo ha rischiarato la gelida, dolente prosa di È stato così.
Certo, non è semplice imbroccare l’accostamento giusto: I
fratelli Karamàzov, ad esempio, sono stati stroncati, oltre che dalla propria intrinseca brutale noia, dall’abbinamento con Survivor di Palahniuk, un romanzo magnetico, intenso, che ha negato loro spazio e attenzione. Rischio corso anche da Non avevo capito niente di Diego De Silva, a cui l’associazione con Il Vangelo secondo Gesù Cristo non ha giovato: linguaggi, contenuti, ritmi che non potevano collimare.

Anche in cucina esistono abbinamenti più o meno ovvi, come fragole e panna o pollo e mandorle, e altri sulla cui riuscita scommetterebbero in pochi; uno per tutti è il maiale al latte, uno dei gusti della mia infanzia. Un tocco di maiale, quello del ragù, per intenderci, fatto cuocere con un letto di cipolle, una cucchiaiata di burro e coperto di latte. A cottura ultimata va tolto e scaloppato, mentre il sugo si restringe fino a colorarsi di ocra; ci vorranno almeno tre ore, ma provate a condire i bucatini con questa salsa: sono deliziosi.

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Lingua privata

La sottile differenza tra una persona che scrive e uno scrittore è la capacità di creare una lingua propria; non uno stile, o almeno non solo: un idioma, una cadenza, un ritmo, virgole punti aggettivi, un suono dolce aspro ruvido saltellante che è solo suo. Natalia Ginzburg, ad esempio, ha plasmato una lingua dolente e lucida in cui le virgole nascondono i nomi, come angoli di strada dietro cui prendere fiato; una lingua zoppicante e salda, come di chi abbia cammina a lungo senza guardare indietro, senza potere volere girarsi.

Ci sono autori che hanno uno stile forte, riconoscibile, quasi un logo che si ripete ad ogni pagina, fatto di parole amate, termini abusati, atmosfere e personaggi che si somigliano fino ad essere un unico magma, una fila lenta identica di storie simili, di istantanee schiacciate contro uno sfondo uguale; mi viene in mente una scrittrice che un tempo mi piaceva, quella Banana Yoshimoto di Tsugumi e Kitchen e N.P. e Amrita che ha finito per citarsi e specchiarsi e plagiarsi fino a comporre romanzi come ricette già masticate e deglutite mille volte, due giovani innamorati, un po’ di onirici giardini giapponesi, qualche apparizione, quintali di ramen istantanei, arcobaleni trasparenze malinconia tristezza dolce stucchevole appiccicosa estenuante. Gli ultimi quattro-cinque libri erano pressoché identici, o forse non lo erano, ma non saprei raccontarli, evidenziare divergenze e conflitti, punti di forza, qualità, caratteristiche particolari. Solo un’atmosfera terribilmente giapponese di rarefatta inquieta sonnolenza, e discorsi lenti e diluiti, silenzio, vuoto.

Uno scrittore che amo, e l’ho detto molte volte, è Francesco Piccolo. Ho letto quasi tutto quello che ha pubblicato –  anche se oggi ho visto il libro nuovo e no, non l’ho preso, forse solo perché è Minimum Fax. Mi piace tutto quello che compone il suo stile, la capacità di raccontare una storia inzeppandola di particolari fino a schizzarla con tale precisione da renderla visibile, sbalzata e tridimensionale, lì; il suo mimetismo, l’abilità nel piegare e forgiare la lingua fino a renderla altra ma sempre una, uguale ma diversa, riconoscibile e variegata e; la perizia nel descrivere una scena di sesso senza renderla sporca, una di cucina senza renderla ovvia, una di sogni e speranze e crescita senza renderla banale. Mi piace la sua capacità di empatizzare, di non giudicare, di farsi da parte e mostrare i personaggi come se fossero sempre stati lì, solo in attesa di essere descritti; la sua capacità di stupirsi per qualcosa di evidente ma, nella sua evidenza, mai indagato e descritto abbastanza. Mi piacciono i suoi romanzi, soprattutto, distinti, poco assimilabili; mi piace trovare, in due libri abissalmente differenti come La separazione del maschio e Allegro occidentale, il riverbero di una persona che è sempre la stessa, solo in contesti e situazioni separati da un oceano o due. Ci sono tutte le idiosincrasie, i desideri e le paure, le cadute di stile e le ingenuità di una persona in viaggio, in Allegro occidentale.
Mi piace leggere un libro e pensare che sta dicendo cose che ho sempre pensato, ma cento mille diecimila volte meglio di quanto sarò mai in grado di dirle, o di pensarle. Cose come la voglia quasi dolorosa di by-passare un’esperienza bella ma emotivamente stancante, per ricordarla ed essere felice senza fatica; come l’angoscia molle e penetrante di una notte all’altro capo della città, quando l’altro capo della città sembra fuori dal mondo conosciuto, in una bolla elastica e resistente di solitudine e vuoto pneumatico. Mi piacciono i libri che mi rendono umile, quelli che mostrano come, cosa, per quali motivi si scrive; quelli che riescono a dare un’impressione di freschezza, di immediatezza anche dopo giorni di limature. Quelli che leggi come se affondassi i denti in un’arancia, zuccherina aspra succosa, zampillante, viva.

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