Domandare è lecito?

«Quando mi dicono: ti potevi vestire meglio. E io mi ero già vestito meglio».

Che adoro Francesco Piccolo si sa – da qualche giorno lo sa anche lui. Mi piace come scrive, come parla, come argomenta: mi piace soprattutto il suo modo di notare le cose e svelarle, quando erano sempre state lì ma non ci avevo mai fatto caso. Così, per confermare la teoria che quello che Piccolo scrive è qualcosa che ho vissuto, vivo o vivrò, ecco che la fatidica frase mi è stata detta: ti potevi vestire meglio. Non da mia madre, che potrebbe essere vagamente giustificata nel suo ruolo di consigliera-non-richiesta, ma da una persona con cui non sono così in confidenza da rispondere anche tu. Ho incassato e sono rimasta in silenzio: né avrei mai potuto fare altro.
Subito dopo il disappunto iniziale, è subentrata l’annosa domanda: perché alcune cose si possono dire e altre no? A me non verrebbe mai in mente di criticare apertamente una persona per il suo abbigliamento: a meno che, appunto, non si trattasse di mia madre, e anche in quel caso cercherei di essere più accomodante e malleabile. Del vestiario di amiche e colleghe non mi sono mai interessata: ma ho la certezza assoluta che, se andassi da collegamodaiola dicendo che shorts e ciabattine non mi sembrano una mise adatta all’ufficio, verrei immediatamente rintuzzata, tacciata di scortesia e maleducazione e ostracizzata. Perché, allora, altri possono dire a me che sono vestita in modo inadeguato, e devo anche tacere? Nella mia personale visione del mondo, un paio di pantaloni neri, una maglietta – nuova, carina, leggermente scollata, sagomata in vita, pulita, stirata, senza buchi o macchie di marmellata – e un paio di sneakers sono una tenuta adatta a un pomeriggio di lavoro, considerato che non presto servizio in un Pronto soccorso, nella cucina di un ristorante, su un autobus di linea o alla corte di Sua Maestà. Ma a una femminuccia si addice la gonna, o la scollatura pronunciata, o i capelli di parrucchiere: quindi devo scegliere se stare con le ginocchia al vento o farmi criticare e tacere: ché il mio irrispettoso e oltraggioso anticonformismo mi porta a non poter rispondere, se non voglio passare per una persona acida e imbruttita. È lo stesso principio per cui verrei linciata se dicessi a conoscentegrassa mangia un po’ meglio, non vedi che sei una balena?, mentre tutti possono dire alla mia bella come sei magra, mangia di più (anche nell’odiosa versione a me rivolta guarda com’è magra, falla mangiare di più, a cui non potrei mai ribattere guarda l’adipe di tuo marito, vuoi che gli venga un infarto?). Offendere le persone sovrappeso è un tabù, insultare le magre è lecito. Tingersi i capelli di rosso tiziano o nero corvino va bene, tingerli di verde è da punkabbestia. Gli osceni colpi di sole di amicafrescadipiega non possono essere criticati, i miei capelli più lunghi della media sì. Chi decide cosa è lecito dire e cosa no? Chi sceglie quali domande sono inopportune e quali vanno bene? Perché una persona grassa dovrebbe essere ferita da una frase poco gentile, e una magra dovrebbe considerare quella frase un consiglio? Lasciate in pace la mia maglietta, i miei capelli e la mia bella, una buona volta.
Incontrare Francesco Piccolo è stato bello; scoprirlo alla mano, arguto e simpatico come speravo ha completato il quadro. Gli ho chiesto di scrivermi una dedica su Storie di primogeniti e figli unici: un libro che non smetterò mai di consigliare.

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