Momenti di trascurabile infelicità (omaggio a Francesco Piccolo).

Cercare nel buio la mia tavoletta di cioccolato bianco e trovarne solo un pezzetto, meno dei quattro quadretti che rappresentano la mia dose minima della buonanotte.

Qualcuno che mi chiede perché non mi taglio i capelli, perché non mi tolgo il piercing, perché non mi vesto in maniera diversa: la sensazione tangibile di avere il diritto di rispondere in maniera sardonica e tagliente ma di non poterlo fare, per non sentirmi poi dire che sono scortese o acida o poco disponibile.

Quando ero ragazzina, e senza preavviso si usciva prima da scuola, e tutti andavano a casa e potevano iniziare a fare i compiti o leggere o guardare la tv o qualsiasi altra cosa e io invece andavo dalla nonna, e sapevo che avrei mangiato al solito orario, e fatto i compiti e rimesso piede a casa al solito orario, e l’uscita prima non mi aveva dato nessun vantaggio, non avevo ottenuto nessun bonus di tempo da gestire nella giornata.

Quando a scuola si entrava un’ora dopo, e tutti dormivano un’ora di più e io no, perché dovevo comunque uscire con mio padre al solito orario e poi farmi un grosso pezzo di strada a piedi dal suo posto di lavoro fino alla scuola, e arrivare sudata, stanca e visibilmente di cattivo umore.

Il sudore, d’estate, e le magliette che si devono lavare dopo averle indossate solo mezza giornata. Le persone che mi chiedono perché sudo così tanto.

Chiamare il tipo della pizza a domicilio e scoprire che quella sera non lavorano. Offrirsi volontaria per fare il caffè in ufficio e trovare il barattolo vuoto, e dover scegliere se saltare la pausa-caffè o scendere a comprarlo al minimarket all’angolo.

La sera dei giorni come Pasquetta o il 25 aprile, in cui si sta a casa un po’ straniti, con molto mal di testa e una strisciante sensazione di freddo alla schiena, e l’estate che incombe.

La mattina di tutti i giorni di festa, in cui ci si propone di fare molte cose divertenti o utili – monterò la casa delle bambole per i miei figli, andrò a trovare lo zio Gualtiero, sistemerò i maglioncini in ordine alfabetico di colore – e si finisce per svegliarsi tardi, fare la doccia quando è ormai ora di sedersi a tavola, smagliare le calze tirando su la zip degli stivali e dimenticare di mettersi gli orecchini.

Il fioraio che impiega molti minuti per incartare la piantina che ho scelto, e cerca con metodo un nastro del giusto punto di rosa, mentre guardo con preoccupazione l’auto precariamente posteggiata in doppia fila, l’orologio, il telefonino nella borsa, e penso che sto facendo molto tardi.

La frittata che sembra pronta per essere girata ma, appena tento di sollevarla con la paletta, si sfalda in molti pezzi impossibili da riunire.

Alzare la serranda e vedere il cielo azzurro, poi aprire la finestra e scoprire che non c’è caldo come sembrava.

Non avere avuto il tempo di mostrare a Ife le foto di Nando.

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