Sono pazza di Francesco Piccolo (ma lui non lo sa).

In una ideale classifica di ovvietà – mai mescolare pasta d’acciughe e crema di nocciole, non è un’idea brillante sporgersi dal balcone con un’incudine tra le mani, è molto complicato camminare sul soffitto – ce n’è una che mi calza a pennello, ed è quella secondo cui ogni libro, per essere goduto appieno, ha bisogno di approdare al momento giusto nella vita dell’aspirante lettore. Ecco, purtroppo sono contravvenuta a questa regola fondamentale, e quindi adesso sto leggendo Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo, ma ho la sensazione di starlo apprezzando molto meno di quanto meriterebbe, porcamiseria.
Ai libri di Francesco Piccolo sono molto legata; ho letto Storie di primogeniti e figli unici almeno quindici anni fa: era su uno scaffale di una libreria, solitario e triste, con la sua copertina bianca a virgole cremisi. Sono primogenita e figlia unica, e quel libro ammiccava e sorrideva e sgranava gli occhioni e mi chiedeva di tornare a casa insie
me, per favore; è stato amore a prima vista. Con la mia attitudine all’accumulo, ho cercato e trovato, negli anni, tutti i libri di Piccolo: e li ho letti più volte, con attenzione e divertimento e invidia (perché lui scrive così bene e io no, perché?). Ho amato parole e frasi, la sua lingua e il suo stile: ma soprattutto ho amato le sue idee, e la sua capacità di esprimerle con chiarezza e delicatezza, con rigore e allegria e puro piacere da volontà-di-essere-compreso. Ho aspettato con ansia l’uscita di ogni suo nuovo libro; ho piluccato Allegro occidentale rivedendoci la me titubante e in preda all’ansia prima di un viaggio, ho sorseggiato E se c’ero, dormivo col sorriso pacato da persona uscita dalla scuola da un bel po’, ho assimilato ogni riga di La separazione del maschio, che ho consigliato ad amiche e colleghe e parenti e conoscenti. Mi sono battuta perché Momenti di trascurabile felicità venisse compreso e non bollato come un puro esercizio retorico, ho strappato l’ultima copia di L’Italia spensierata dalle mani di un ignaro potenziale compratore, in una piccola snob libreria del centro. E adesso che ho tra le mani un libro nuovo di zecca, prenotato con giorni di anticipo e desiderato ardentemente, e che è forse la sua prova più organica e matura e completa, mi accorgo che lo sto trangugiando senza rallegrarmi del sapore: perché sono stanca e oberata e confusa, e avrei bisogno di leggere qualcosa di sciocco e poco impegnativo, qualcosa di coccoloso e leggero e caldo e soffice: un libro-plaid-a-scacchi, per intenderci. E invece  è un libro profondo, intenso, interessante; è un testo ibrido: in parte è una bella autobiografia sul tema della maturazione e crescita politica dell’autore, in parte è un saggio davvero illuminante sulla sinistra italiana negli ultimi quarant’anni. Dal compromesso storico al delitto Moro, dalla discesa in campo di Berlusconi allo strappo di Bertinotti, Piccolo ci racconta una storia che ognuno di noi, (e)lettore di sinistra, conosce bene, ma che, senza un punto di vista organico e lucido come questo, spesso si perde nella sua interezza. Ci sono pagine stupende: il racconto commosso della morte di Berlinguer mi ha toccata moltissimo; e la descrizione della volontà di purezza della sinistra paragonata ai ciclisti che maltrattano chi guida un’auto è davvero geniale. Mi mancano ancora poche pagine, le sto centellinando, per stanchezza e svagatezza: ma è un libro che consiglierò, e rileggerò, e gusterò come merita.

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