Un libro a forma di serie tv.

Tra le dipendenze che mi affliggono, una di quelle di cui vado meno fiera è quella da telefilm. Ho una spiccata predilezione per le commedie americane, in cui la dose di dramma sia minima o assente e protagonista della storia sia una famiglia; eccezioni possibili sono le serie ambientate in ospedale e quelle con adolescenti statunitensi alle prese con interrogazioni, gravidanze indesiderate e tentativi di far parte della squadra di football del liceo. Una mamma per amica, Tutto in famiglia, Modern family sono tre esempi di telefilm-del-cuore: dialoghi brillanti, ironia pungente, zero motivi di ansia o paura; praticamente, il mio mondo ideale, in cui non esistono problemi che non possano essere risolti con una scanzonata discussione e un abbraccio.

In questi giorni, causa una breve permanenza a casa dei miei genitori per fungere da dama di compagnia per il meticcetto biondo méchato, sto sfruttando appieno le potenzialità dei canali satellitari e dei decoder di nuova generazione, in grado di stoppare, registrare e sezionare i programmi scelti. Ne è venuta fuori una allegra e un po’ straniante indigestione di serie tv, in cui decine di episodi si sono affastellati gli uni sugli altri; medici alle prese con sconosciute malattie tropicali si sono alternati con coppie di uomini genitori adottivi di bambine del sud-est asiatico, gruppi di ragazzi del Connecticut hanno lanciato a canestro mentre cheerleader californiane sgambettavano in cerchio, battute salaci sono state pronunciate da maturi produttori di armadi alla volta di giovani donne colombiane e trentenni con figlie adolescenti. In questo caos, sono stata in bilico tra l’assoluto spaesamento e la voglia di non pensare a nulla che non fosse risolvibile con una risata registrata o con un pugno di croccantini al pollo da propinare al quadrupede. Mentre battevo le mani saltellando di gioia all’idea di un ennesimo episodio – non avevo mai visto più di sei o sette puntate di seguito della stessa trasmissione – mi sono chiesta se non sia questo, in fondo, che cerco nel libro ideale che per ora non riesco proprio a trovare: buon umore, evasione, personaggi divertenti ma non stupidi né stancanti, una vicenda fatta di piccole storie, in sé piacevoli ma senza pretese, che si inanellano le une alle altre. Qualcosa di simile alla serie di Agnes browne, che ho trangugiato con gioia qualche mese fa, ma con più skateboard e meno tragedie, magari. Una collana, come quella del Club delle baby-sitter che leggevo da ragazzina – e che ho smesso di leggere per cause di forza maggiore, beninteso – ma con personaggi che abbiano più di tredici anni. Una serialità letteraria, dove possa trovare personaggi che mi facciano sentire tra amici, con cui trascorrere una serata gradevole. Sento che esiste, la serie-di-libri-ideale: chi me la suggerisce?

Non si può guardare la tv per molte ore senza mandar giù qualcosa di sfizioso: per esempio un frullato con banana, latte magro e un paio di cucchiaini di cacao. Sì, lo so, è una bomba di zuccheri e poco altro: ma tanto ci penserà il pelosetto a farmela smaltire, zampettando a passo di carica su e giù per il marciapiede anche sotto il diluvio.

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