Perché “ho fatto del mio meglio” non significa mai “ho fatto abbastanza”?

 

Vi ricordate ancora che cosa vi piace? Che cosa vi interessa, che cosa vi fa provare una breve vertigine o semplicemente distendere gli angoli della bocca in un sorriso involontario e appagato? Quali libri trovate avvincenti e quali mortalmente noiosi, quali canzoni vi fanno schioccare le dita a tempo e battere un piede, ritmicamente, sul tappetino dell’auto, quali film vi fanno ridere o piangere o soffrire o pensare – ve lo ricordate? È rimasta una parte di voi che sa benissimo che, anche se su fb e nella pausa-caffè in ufficio e il sabato sera con gli amici e alle cene aziendali di vostra moglie fingete di emettere urletti di gioia per Sussurri e grida, in realtà avete maledetto ognuno dei 91 stronzi minuti di questa sofisticata e spocchiosa tortura in pellicola? Siete disposti ad ammettere che l’ultimo romanzo di Baricco vi ha annoiato, che non avete mai letto la Storia della rivoluzione russa di Trotsky e non ne sentite nemmeno la necessità, e che di una mostra di pittura concettuale fate volentieri a meno? E, al contrario, siete in grado di accettare l’idea che quello che a voi sembra inutile o poco interessante o privo di senso a qualcun altro piaccia? Perché sprecate tempo con qualcosa che, per qualsiasi motivo, detestate, invece di impiegarlo per altro, mangiare, dormire, sognare, chiacchierare, vivere? Siete abbastanza onesti da sapere perché, qualcuno o qualcosa, proprio non vi va giù?
Avete mai provato a mettervi nei panni di un malato? A farlo davv
ero, intendo? A chiedervi cosa fareste, voi, al suo posto? Avete considerato mai l’idea che una persona in sedia a rotelle non sia un’entità astratta uomo-non-deambulante, ma qualcuno come me e voi e quel passante laggiù, a cui un giorno è capitata una sfiga madornale? Come reagireste, a una simile sfiga? Non sareste incazzati con l’universo, non bestemmiereste e gridereste e lancereste oggetti pesanti in giro per la casa al solo scopo di sfogare un po’ di rabbia? Vi siete mai chiesti quanto possa essere frustrante doversi appoggiare ai muri per camminare, chiedere aiuto per affrontare uno scalino, non sentirsi sicuri di sé, non poter correre se si deve fare pipì né portare a spasso il cane? Non poter decidere di sé e della propria vita? Pensate davvero che a qualcuno che non può alzarsi e uscire dalla stanza e sbattere la porta per mettere fine a un litigio importi qualcosa se lo si definisce disabile o diversamente abile?
Perché molte persone non sono minimamente coinvolte da ciò che hanno accanto, ma preferiscono spalleggiare battaglie che non appartengono loro? Perché, quando i monti della Sicilia hanno bruciato per giorni e giorni, quasi nessuno ha sprecato una parola, ma se qualcosa di simile fosse successo in Amazzonia o in Tibet si sarebbe levato un coro di protesta scandalizzato e vibrante? Cosa spinge a preoccuparsi di cause che non ci riguardano? La paura, l’empatia, la lontananza? La noia, il bisogno di apparire diversi o migliori degli altri, il desiderio di evasione? Perché la situazione della Palestina vi fa indignare di più dell’oblio su S. Anna di Stazzema? Perché l’arresto di una blogger a Cuba fa più rumore delle proteste di piazza degli studenti superiori italiani, caricati impunemente dalla polizia?
Perché Sellerio ci ha tenuto a pubblicare – e pubblicizzare – Exit di Alicia Giménez-Bartlett, senza sottolineare, se non di sfuggita, che si trattava del suo primo libro? E quanti saranno pronti ad ammettere che si tratta di un romanzo abbastanza sconclusionato, con una trama a tratti risibile e personaggi privi di spessore? E che la scrittrice, che è brava e intelligente e colta e sagace, qui non ha ancora raggiunto una buona maturità espressiva? E infine, accidenti, chi avrebbe mai il coraggio di definire “scintillante” una frittata?

Questo post, come molto molto altro, è debitore nei confronti di una persona: che lo sa, e spero che ne sorrida 🙂

 

 

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