Vorrei chiederti.

A cosa pensi, tutto il giorno? Quando arriva il buio, ti dispiace non avere un libro da leggere, o una lampada e un mazzo di carte per fare un solitario, o magari una radio? Quanto dura la notte? Qual è l’ora peggiore? Le sei di sera sono proprio un’oraccia, si sa, ma neanche le quattro del mattino sono più divertenti, immagino. Nell’assurda arbitrarietà dello scorrere del tempo, quanto dura la tua estate, e quanto il tuo inverno? E cosa è più scomodo e spaventoso e implacabile, il freddo muto e interminabile delle notti di gennaio o il caldo che sfianca e annichilisce dei pomeriggi di agosto? Le strade vuote delle notti d’inverno o quelle delle domeniche pomeriggio d’estate? Cosa daresti, per avere solo una lunga e rassicurante primavera?

Dove dormivi, prima di trasferirti qui? Come hai fatto a portare tutto? Cosa ti serve? Mi hai detto che non vuoi troppi oggetti, perché la gente non sempre è buona, e tu dormi in strada e hai paura che te li portino via; ma se mi chiedessi qualcosa, cosa sarebbe? Una saponetta, una tinozza d’acqua calda, o gli spaghetti di cui mi hai parlato la prima volta che ci siamo visti? Preferiresti degli stivali o un paio di guanti? Perché non vuoi il mio piumone? Chi pensi che possa volertelo portare via? Quanta rabbia ti dà vivere in un portone e pensare che, dietro la sottile barriera di metallo, c’è un intero ex-albergo vuoto, con camere e letti e coperte, e gabinetti e divani morbidi, materassi asciutti e cuscini caldi? Ti piacerebbe avere le chiavi, o preferiresti tenere chiusa quella porta, evitare che qualcuno possa volere entrare insieme a te? Hai paura? E di cosa? Del tempo atmosferico o di quello che passa, di non mangiare o di non parlare? Di essere solo, di perdere il cane, di perdere la salute, di perdere la fiducia? Dell’indifferenza o dell’indiscrezione? Della burocrazia o della gente cattiva? Dei mostri nella tua testa o di quelli in motorino?

Cosa c’era, nella tua vita, prima? C’è stato qualcuno, un giorno, accanto a te? Quanto ti rassicura, dormire con un animaletto giovane e vivo stretto sotto la coperta? Oltre a pomodori, cipolle e insalata, cos’altro ti fa sorridere? Perché mi ripeti sempre che sei vegetariano? Perché è questo il brandello della tua identità che ci tieni di più a farmi conoscere? Perché, prima di dirmi il tuo nome e la tua città di origine, mi hai detto che non mangi la carne? Anche tu, quando allinei le scarpe accanto al letto con attenzione meticolosa, pensi che questa piccola cura possa portarti fortuna?

Cosa c’è, nella tua mente? Mi capisci sempre, quando parliamo? E lo sai, che io spesso non capisco te, anche se ci provo? Preferisci vedermi passare in silenzio, sorridere e scuotere la mano o fermarmi a regalarti una banana? E, a proposito, preferisci la banana o l’arancia, o vorresti una mela o un ananas o un mazzo di carote? Ti piace quando gioco col tuo cane e lui mi salta addosso? Come facevi, senza l’apriscatole? Dove vai, la mattina, quando passo e non ti trovo? Ti piacerebbe raccontarmi qualcosa di te? Vorresti che te lo chiedessi, o che mi facessi i fatti miei? Sai che, ogni volta che sento un tuono o il vento soffia con particolare cattiveria, mi chiedo dove sei?

Mi faresti sedere accanto a te sulla coperta arancione, per non fare niente se non  guardare la piazza in silenzio?

A Ife e Mosca, che mi regalano ogni mattina un sorriso, perché anche per loro, da qualche parte, c’è un bastimento carico di riso.

6 thoughts on “Vorrei chiederti.

  1. E’ bellissimo il silenzio finale dopo tante domande di cui non è importante sapere la risposta. E il piccolo miracolo quotidiano dell’incontro che si ripete.

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