Momenti di stupore collettivo

Arriva un momento in cui la maggioranza delle persone scopre qualcosa, e ne è stupita. Qualcosa che c’era da anni, e della cui esistenza un numero più ristretto di persone era a conoscenza, la considerava parte naturale del proprio scenario. Era lì, e a un tratto, ecco, se ne sono accorti tutti.

È stato così, per esempio, per Tokyo Blues di Haruki Murakami. È uscito nei primi anni ’90, lo pubblicava Feltrinelli; in economica aveva una copertina rossa con un disegno di ideogrammi verde, e la costina col nome in bianco. Stava sugli scaffali delle librerie e lo abbiamo comprato e letto, ci è piaciuto e ne abbiamo comprati e letti altri, ne parlavamo e facevamo confronti, mi è piaciuto più Dance Dance Dance, no La ragazza dello Sputnik è più interessante. Era un autore come tanti, apprezzato e commentato e regalato, e improvvisamente tutti lo hanno scoperto, e lo consigliavano ed indicavano, lo leggevano ed erano stupiti e si chiedevano dove fosse stato, fino ad ora. Sui nostri scaffali, ecco dov’era.

Come anche Rafa Nadal. Me lo ricordo nel 2003 o 2004, che giocava e vinceva, con i braghettoni bianchi da surf e la maglia arancione senza maniche, sudato, con la fascia bianca sulla fronte, i capelli sotto le orecchie. Clerici e Tommasi commentavano, dicevano quanto era bravo, e quanto il dritto anomalo da sinistra fosse un colpo micidiale; era lì, Nadal, zampettava sulla terra rossa e tirava racchettate ai tacchetti e si sistemava le mutande, e a un tratto era il 2005 e vinceva il Roland Garros, e tutti lì a dire quanto era forte e giovane e atletico. Ma vi assicuro, c’era già.

Ora tutti hanno scoperto Francesco Piccolo. Avevo letto Storie di primogeniti e figli unici, tanti racconti minuziosi e attenti, pieni di particolari e della sua strana cinica ironia. Aveva una copertina niente-di-che, lo avevo pescato in uno scaffale di volumetti in edizione economica; lo avevo letto e ne ero stata entusiasta, e nessuno lo conosceva né voleva farlo. Piccolo scriveva, in pochi compravamo i suoi libri, li scrutavamo con soddisfazione, con un piacere vagamente snob da setta segreta, ed inopinatamente è uscito Momenti di trascurabile felicità, e tutti leggono Piccolo e dicono quanto è bravo, e che ha fatto fino ad ora. Ha scritto, ve lo assicuro.

Anche per i cibi, a volte, è così. Mia nonna non amava la pasta sfoglia, e confezionava in casa la brisée, lavorando la farina e il burro con le lame di due coltelli per non fare scaldare il grasso. La mangiavo e dicevo che buona, e a un tratto tutti la prendono dal banco frigo e dicono che buona, e quanto è pesante, invece, la sfoglia. Ma c’era già, giuro. Ed è buona davvero. Ritagliate dei triangoli, mettete su un pezzetto di formaggio e uno di prosciutto, avvolgeteli a formare dei cornetti, spennellateli di tuorlo e spolverate di semi di sesamo. Pochi minuti in formo e sono ottimi, croccanti e gustosi.

Chissà perché, a un tratto, tutti scoprono qualcosa. Magari domani si spargerà la voce di quanto è rilassante carezzare il semi-labrador, ma stanotte le sue lappate sono solo per me.

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