Il pranzo in tasca.

Da un po’ di tempo e per i prossimi mesi, mi capiterà abbastanza di frequente di rimanere a pranzo al lavoro: con l’atteggiamento multitasking tipico della maggior parte delle donne, le mie colleghe ed io, con noncurante rapidità, ci spogliamo dei panni di lavoratrici di casa editrice e indossiamo quelli di organizzatrici di fiere del libro; in questo lasso di tempo, prima di afferrare borse, porta-pc e telefonini, cerchiamo di nutrirci in maniera (abbastanza) sana.
Nella sede della casa editrice piccola-ma-carina non c’è una mensa, ovviamente, ma c’è una graziosa cucina dotata di frigo – e anche di fornello, ma non ci sono pentole o utensili per la cottura di cibi – e una sala riunioni con un tavolo perfetto per essere riciclato, previa copertura con fogli di carta da cucina, come tavolo da pranzo. Ci sono acqua, posate, bicchieri e tovaglioli, e una caffettiera e del caffè decaffeinato. Manca solo qualcosa da mettere sotto i denti.

Qualsiasi piatto sia commestibile a temperatura ambiente è adatto allo scopo: i tentativi di riciclare zuppe di legumi del giorno prima si sono rivelati fallimentari. Anche l’idea dietetico-salutista di portare solo un’insalata, per me, è da scartare: se non mangio qualcosa di più corposo mi alzo da tavola – dal tavolo-riunioni, va’ – con la fame, e se ho fame divento meno simpatica del solito. Via libera, quindi, per quanto mi riguarda, a riso o pasta o orzo, che vanno bene anche freddi, con tonno o mozzarella e pomodorini e mais e olive e. Peccato che ci voglia un po’ di tempo a preparare il tutto, la sera prima, e che ormai mi stia stancando di quella che non è altro che un’insalata di riso abbastanza scialba. Ma su cosa potrei ripiegare? Di sandwich non se ne parla, a meno che qualcuno non se la senta di fissare una convenzione con un’hamburgeria che mi porti a domicilio un panino con la polpetta grondante salse e cetriolini ogni giorno alle 14. La frittata di pasta è ottima ma poco digeribile, mi predispone all’abbiocco senza rimozione e all’olezzo molesto di fritto per il resto del pomeriggio. Tutto ciò che richiede cotture più complesse e insozzamenti di cucina mi lascia perplessa: anche una semplice omelette con le patate avrebbe il suo strascico di padelle unte ad attendermi al ritorno a casa, stremata dal peso del mio vecchio pc e della borsetta del pranzo zeppa di bricchetti di succo di albicocca e brioscine alle gocce di cioccolato. Non ho voglia di scendere a comprare focaccine al bar, i toast freddi mi intristiscono, le polpette del giorno prima potrebbero essere una buona soluzione ma dovrei comunque comprare il pane fresco. Sono in ambasce e martedì dovrò di nuovo avere con me un gavettino pieno di cibo appetibile, non-nocivo e di semplice digestione. Qualcuno ha idee da suggerirmi?

Ieri è morta Harper Lee, una scrittrice che ho adorato: non solo per il suo delizioso Il buio oltre la siepe, ma anche per le descrizioni che ne fa Truman Capote, suo indefesso compagno di giochi. Ho iniziato ieri sera Va’, metti una sentinella, suo secondo e ultimo romanzo, seguito – un bel po’ di anni dopo – del primo. Ho ritrovato una scout adulta, critica e pungente, e un Atticus settantenne, logorato dall’artrite reumatoide. Mi erano mancati.

4 thoughts on “Il pranzo in tasca.

  1. e oggi umberto eco. onestamente a me spiace di più per lui, un po’ lungo, è vero, ma mai mai noioso.

    1. mmmh. per me era noioso, ma io non faccio testo. mi annoia qualsiasi cosa duri di più di una puntata di scrubs.

  2. per quanto riguarda il cibo, ormai dovresti sapere che da me, consigli buoni o cattivi, non ne avrai, sono troppo scarsa in cucina.

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