Non dare sazio manco alla morte (e vantaggio manco agli sciancati).

Leggevo stamattina, nella penombra della camera da letto, mentre cercavo di convincermi che no, quei 74 messaggi da 7 chat potevano aspettare ancora una mezz’ora, leggevo stamattina, dicevo, che un personaggio noto, in un’intervista di alcuni anni fa, ricordava come, alla morte del padre, drammatica e tragica come poche altre, sua sorella, la mattina dopo, fosse andata a sostenere un esame universitario. Dalla sua voce traspariva una sorta di ammirazione, di stima mista a orgoglio frterno: e, d’altronde, i commenti alla lettera, proditoriamente pubblicata sui social, erano tutti in forma esclamativa: che grandezza, che forza d’animo, che nobiltà di pensiero ci vuole ad andare a farsi esaminare da una commissione di accademici subito – subito! neanche ventiquattro ore! – dopo aver subìto un simile lutto. È un atteggiamento comune: ricordo ancora il mio stupore quando i due Schumacher corsero un Gran Premio poche ore dopo la morte della madre, affermando con decisione che Lei avrebbe voluto così, e le parole di elogio e apprezzamento profuse da giornalisti e commentatori che lodavano la professionalità e la saldezza d’animo dei due neo-orfani che, anziché chiudere le valigie e fare un salto a casa, indossavano con sguardo fiero il passamontagna da gara e il casco.

Il mio ardente spirito di contraddizione e l’atteggiamento saldamente tradizionalista mi portano, ogni volta che mi trovo esposta a un simile spiegamento di mezzi di commozione di massa, a una sorta di fastidio; come può mai, mi chiedo, essere più importante un esame universitario, o un’interrogazione a scuola, o una gara sportiva, rispetto a un lutto di quella portata? Perché, per una volta, non fermarsi a piangere, a confortare gli altri familiari, a farsi abbracciare, a guardare per l’ultima volta un volto caro? Perché quest’ansia da prestazione continua? Perché il lato emotivo non è mai una priorità sulle scadenze, le certificazioni, la burocrazia? Sarebbe così drammatico perdere una manciata di punti o ripetere l’orale della specializzazione tre mesi dopo per concedersi il lusso di abbracciare il proprio padre rimasto vedovo o di raccontare al proprio figlio chi era quella nonna che non potrà più conoscere? Perché ormai la morte, come la malattia, è qualcosa da allontanare da noi, quasi un’onta, che non merita neanche di essere nominata o assimilata? Un tempo, al lutto veniva concesso molto tempo: la morte del congiunto doveva sedimentarsi nell’animo della famiglia e le vesti nere e gli atteggiamenti di contrizione aiutavano ad elaborare il dolore; adesso, invece, della morte non si parla: non la si indossa né se ne cita il nome, semplicemente si glissa e si passa avanti. Quando morirò io, tra due giorni o tra cinquant’anni, vorrei che le persone che mi vogliono bene, per poche che siano, si prendessero almeno un giorno da dedicarmi: pensando, piangendo, lamentandosi, raccontando, ricordando.
Sto leggendo con voracità e vivo piacere Crepuscolo, il romanzo che conclude la trilogia di Holt di Kent Haruf; bello, bello, bello: asciutto, deciso, indaga l’animo umano senza stucchevolezze ma con dolce, sereno distacco.

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Quando una persona sta male.

Quando una persona sta male non è sempre uguale: cambiano le persone che stanno male e cambiano i modi di stare male. Si può stare male per poco tempo, o per molto, o per sempre. Si può stare malissimo e poi sempre meglio, oppure malino ma sempre, senza variazioni, oppure male per un mese o due e poi basta. Si può anche stare bene e pensare di stare male, ma questo al momento non ci interessa, e comunque è sempre un modo di stare male.

Quando una persona sta male, dicevo, spesso non si sa come comportarsi. Qualche volta – ed è la maggior parte dei casi – la persona che sta male vuole che le si chieda come sta: magari non tutto il tempo, ma spesso. Qualche volta, la persona che sta male ne vuole parlare: per sfogarsi, perché ha paura, perché ha bisogno di aiuto o cerca consigli, perché si chiede se qualcuno potrà portare suo figlio a trovarla in ospedale o se qualcuno vorrà passare la domenica accanto a lei sul divano. Qualche volta, invece, la persona che sta male non ne vuole affatto parlare: e allora è meglio tacere.

Quando una persona sta male, spesso ha intorno persone che le spiegano perché sta male; queste persone, di solito, non sono medici: ma sono sicure che, se quella persona sta male, è perché mangia male, o perché fa troppo sport, o perché non ne fa, o lo fa male, o perché fuma, o perché ha smesso di farlo. Quando una persona sta male, l’ultima cosa di cui ha bisogno è qualcuno che le dica che è stata colpa sua: anche perché, nella quasi totalità dei casi, l’alimentazione il fumo lo sport o la passione per il canottaggio non c’entrano niente con i veri motivi della malattia.

Quando una persona sta male, a volte si comporta da malata; non esce, non cura il suo aspetto, non studia, non lavora, non guarda la tv. Quando una persona sta male, altre volte, si comporta esattamente come si comportava quando non stava male: esce, cura il suo aspetto, lavora, va al cinema, fa sport. Altre volte ancora, quando una persona sta male fa quasi tutto quello che faceva prima, senza fare le cose che non può più fare: va al cinema ma non fa più sport, per esempio.

Quando una persona che sta male ha accanto una persona che non sta male ma che le vuole bene, a volte la persona che non sta male si comporta come si comportava prima: litiga, si arrabbia, prepara cenette al lume di candela, va a fare la spesa o va a vedere l’Inter allo stadio; a volte, invece, la persona che non sta male si comporta come se la persona che ha accanto non fosse più una persona, ma solo una persona che sta male: e allora non vede più gli amici – o se li vede li tedia parlando solo della persona che sta male – e non va più al cinema, ma soprattutto non litiga più. Alla persona che sta male a volte fa piacere non litigare, ma non fa piacere non essere più una persona. Una persona che sta male, anche se sta male, è sempre una persona.

Quando una persona sta male, spesso la cosa migliore è ascoltare: non giudicare, non consigliare, non sminuire, non accentuare. Non dire Io al posto tuo non so come farei, né Sei una bellissima persona, né Ti ammiro molto, né Andrà tutto bene, soprattutto se la persona che sta male non è una bellissima persona e non siamo sicuri che andrà tutto bene.

Alcune persone a cui voglio bene, in questo momento, stanno male; per loro ho soltanto un sorriso e un abbraccio, sperando che bastino.

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Mi piace.

Il profumo dei gelsomini dolcesuadente estenuato nelle sere calde di maggio, l’odore grigiometallico di pioggia dei primi giorni freddi di ottobre, il sentore terroso di camino che colpisce, pungente, in certi crepuscoli di dicembre.

La consistenza di velluto rigido delle foglie del basilico, la promessa di estate di ognuna di loro; il ricordo dolcestancante dei pomeriggi di agosto a preparare le bottiglie di salsa di pomodoro in giardino, le mani delle nonne che impugnavano con destrezza la tappatrice, la promessa di rnfrescarsi, più tardi, con il tubo da irrigazione dell’orto.

Il sorriso di gioia pura di canenando: quello sguardo di fiducia assoluta che segue il momento in cui gli angoli della sua bocca vanno indietro, scoprendo la lingua rosa guizzante; l’istante in cui, chiamato, accorre: e quel lampo negli occhi di felicità profonda, infantile, di cuore, che precede il momento in cui mi franerà fremendo tra le braccia.

La compiuta bellezza di inserire un pezzo del puzzle al proprio posto: il gesto che si colloca nello spazio con precisione, i confini che combaciano come se non aspettassero altro, la figura bramata che prende forma un tassello dopo l’altro.

Il sapore definito e pungente del pollo allo zenzero e miele: la sensazione che ogni boccone possa essere più gustoso e compatto e succoso e agrodolce del precedente, come in un piccolo spettacolo di fuochi d’artificio in cui ogni colpo sia più scenografico di quello venuto prima.

La tagliente perfezione di ogni verso uscito dalla penna di Caproni: il mondo di idee riflessioni cambi d’opinione che si scorge dietro ogni singola sillaba, la cura assoluta e quasi paterna con cui ogni parola è stata scelta, affilata, limata pulita lucidata per mostrarla al mondo nel suo compiuto universo di senso.

La felicità piccola, giovane, di pancia di un tappeto morbido e colorato sotto i piedi: un tappeto da bambini, decorato da bottoni grandi come trentatrè giri, che fa sorridere per il solo fatto di essere lì.

Svegliarmi abbastanza presto, il sabato mattina, per potermi alzare e controllare le email e i messaggi e aprire le finestre del soggiorno e tornare a letto, nella penombra pigra delle nove, per leggere ancora mezz’ora e poi ancora un quarto d’ora e poi dai ancora un po’, finisco solo il capitolo, e pensare a quanto sarebbe bello poter passare un’intera giornata così e poi pensare ancora che invece no, la mia giornata sarà molto più bella e stimolante di così.

Sorridere agli sconosciuti per strada, soprattutto alle persone anziane: per avere in cambio un sorriso tuttorughe che mi strizza un poco il cuore.

Chiedere come stai e sentirmi rispondere bene, senza sottintesi né ombre né venature di rammarico.

Abbracciare forte qualcuno a cui voglio bene.

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God bless i volontari.

Poche cose sono faticose e gratificanti quanto gestire un gruppo di volontari – nel caso specifico, un manipolo di pocopiùcheventenni che, per qualche misterioso motivo, hanno voglia di offrire tempo ed energie al festival del libro più simpatico e scalcinato del mondo.

Da quando il festival di cui sopra esiste, esistono i volontari; o meglio: senza volontari non esisterebbe il festival, dato che ci sono una decina di eventi in contemporanea, dislocati in posti molto molto distanti tra loro, e dozzine di necessità: relatori da recuperare in giro per la città, bottiglie d’acqua da riempire e riempire perché a Palermo a giugno fa molto caldo, autori logorroici ed egocentrici da tenere a bada, bambini maleducati da zittire, adulti scortesi da invitare a non dare disturbo, per favore. E poi videoproiettori che non collaborano, schermi che rimangono inspiegabilmente bui, microfoni muti e casse che fischiano, editori da blandire e padroni di cani da minacciare. C’è molto da fare, ma anche molto da divertirsi: ci sono cani che sguazzano nella vasca delle ninfee, spettacoli di bolle di sapone a cui assistere fingendo di controllare l’area bambini, scrittori famosi a cui avvicinarsi per una dedica brandendo il badge d’ordinanza per scavalcare la fila; ma soprattutto, c’è la sensazione di essere parte di un gruppo, di avere un obiettivo comune, di poter vantare un poco di responsabilità nella buona riuscita di qualcosa.

Sono preziosi, i volontari: sono inesperti, spesso, ma pieni di buona volontà; allegri, carichi di idee, pronti a ridere e mettersi in gioco – ma anche a saltare sul cassone di una motoape per scaricare centinaia di colli di libri, all’occorrenza. Sono faticosi e ingestibili come cuccioli, a volte: fin troppo intraprendenti e traboccanti energie; in altri casi, invece, sono fiscali e noiosetti: controllano che gli altri non abbiano riposato un quarto d’ora più di loro, si lamentano delle zanzare, della noia, delle persone che chiedono informazioni, del male ai piedi. Ci sono quelli che vengono da altre città, che prenotano il b&b e mi chiedono di sapere in anticipo le date delle riunioni: e poi ci sono quelli che non si presentano al loro turno e non avvertono e non rispondono al telefono e spariscono dalla faccia della Terra per intere giornate, per poi riapprodare, sorridenti e scanzonati, il giorno dopo: ecco, loro sono quelli che incorrono nella mia muta furia: perché va bene, non stiamo salvando il mondo né trovando la cura per una grave malattia, ma se non ti presenti e non mi mandi neanche un sms giuro che ti faccio sbranare da canenando.

Dopo anni di gestione dei volontari, penso di sapere cosa devo aspettarmi: e invece ogni volta sono stupita e commossa dalle buone intenzioni e dalla sollecitudine, dalla capacità di mettersi in gioco e dalla perseveranza di ognuno di loro. Li adoro, tutti.

In questi giorni di (relativa) solitudine pensavo che avrei letto molto: invece ho lavorato moltissimo e cercato di montare mobili Ikea e letto poco e male. Ho appena iniziato Viaggiare in giallo, la nuova raccolta di racconti gialli di Sellerio: sembra, come sempre, briosa, simpatica e vagamente inconsistente. Vedremo.

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Cinquanta sfumature di amici.

Ci sono quelli che ci sono sempre: quelli che, negli ultimi vent’anni, hanno sempre fatto parte, con maggiore o minore assiduità, del tuo panorama personale. Quelli che ci tengono a ricordarti quando saranno liberi, che prenotano con settimane di anticipo il tuo tempo, che ci restano male se rispondi che no, mi dispiace ma sabato non posso.

Ci sono quelli che hanno attraversato un momento difficile: hanno lavorato come matti per mesi, atterriti da orrende prospettive che improvvisamente si sono mostrate per quello che erano, bieco terrorismo psicologico: e che tornano, dopo tutti quei mesi, e riannodano i fili di un discorso che non si era concluso.

Ci sono quelli che hanno interessi simili ai tuoi, e ci tengono a farti sentire un pezzo con la chitarra, a farti leggere un articolo, a mostrarti la foto di uno scrittore che blatera a una fiera del libro, a riascoltare insieme un vecchio disco.

Ci sono quelli che ti stanno accanto, con tenacia e dolcezza, nei momenti difficili: che poi, spesso, sono quelli che ti stanno accanto, con sincera gioia, nei momenti facili e belli.

Ci sono quelli lontani, che brontolano per l’assenza e promettono visite con canucci gialli al seguito: ma che, anche con una nazione in mezzo, riescono ad essere una presenza costante, anche solo con un messaggio di buona notte.

Ci sono quelli vicini, oberati dalle responsabilità e dagli impegni e dalle notti insonni e dai malanni stagionali, che trovano una nicchia di tempo per un messaggio, una pizza, una risata di cuore.

Ci sono quelli che ti ricordano il loro affetto in modi diversi: con un regalino inatteso, con un oggetto fatto con le loro mani, con una vecchia foto che ricorda un momento condiviso, con un nuovo libro da leggere o le date di un concerto a cui non mancare.

Ci sono quelli che vanno per mode: che scelgono di parlare di qualcosa per mesi, di costruire schemi mentali e organizzare tour de force e coinvolgere i conoscenti per portare a termine una missione, schiusa delle uova di tartaruga o presa della Bastiglia che sia, per poi dimenticare tutto nel giro di poche ore.

Ci sono quelli che non confliggono: quelli che sgusciano via, che fiutano segnali di crisi e preferiscono tenere per sé le considerazioni; quelli che non vogliono crescere insieme, ma scelgono di rimanere in una bolla atemporale e non-genuina, non-sana, non-piacevole.

Infine, ci sono quelli che non sono più amici: perché hanno preferito le proprie rigide convinzioni al dialogo, l’intransigenza alla capacità di ascoltare, il fanatismo al dubbio, l’atteggiamento tetragono di un Achille offeso all’elastica curiosità di un Odisseo in cerca di mondi nuovi. Sono quelli che non distinguono la mancanza di rispetto dalle opinioni diverse e la fedeltà ai propri principii dal rigore medievale: sono quelli con cui ogni ulteriore parola è, probabilmente, sprecata.

Sono in una nuova fase di stallo nella lettura: dopo Benedizione ho pensato di continuare la serie di Kent Haruf e dedicarmi a Canto della pianura: che mi sta sembrando lento, troppo affollato di personaggi, poco coeso e con uno stile molto meno personale del precedente.

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Letture resistenti.

Martedì prossimo sarà il 25 aprile: la Festa cardine della storia italiana, il giorno della memoria e dell’orgoglio e della riflessione su quel che avrebbe potuto essere ma per fortuna non è stato, quello in cui dirci fieri e riconoscenti nei confronti delle donne e degli uomini che, con un fucile in spalla e a rischio della propria vita, hanno portato avanti la Resistenza contro il nazifascismo. Come ogni anno, mi dispiacerò di non incontrare, sulle scale di casa dei miei genitori, il signor Gianni: ultranovantenne segaligno, dai begli occhi cerulei e dal carattere spinoso, morto ormai da un bel po’ di tempo, era il mio Partigiano-della-porta-accanto; con giusta fierezza, ci teneva sempre a dirmi che No, io quel regime proprio non lo volevo: allora ho preso la pistola – sai, ero militare – e me ne sono andato sulle montagne. Mi mostrava, con un sorriso sdentato e serissimo, il certificato rilasciato dall’Anpi, col nome di battaglia e l’indicazione del gruppo di cui faceva parte: lo teneva sul muro di casa, perché nessuno varcasse la soglia senza vederlo. Ci teneva, ogni 25 aprile, ad andare a manifestare: con la bandiera arcobaleno che gli avevo regalato, in giacca e cravatta, azzimato e composto, assolutamente e giustamente orgoglioso.

Libri sulla Resistenza ce ne sono moltissimi, e molti vale la pena di leggerli: Uomini e no, per esempio, ma anche Il partigiano Johnny o Il sentiero dei nidi di ragno. Di tutta la letteratura a tema, però, due libri, in particolare, sono nel mio cuore: uno, ovviamente, è Lessico famigliare, che non parla in maniera specifica della Liberazione ma ricorda, con un affetto struggente, tante persone che si sono battute contro il regime e una, in particolare, che ha perso la vita in quella lotta impari: Leone Ginzburg, a cui sono dedicate pagine di un dolore acuto e tagliente. L’altro è un racconto: Oro, uno di quelli che compongono quel piccolo e indiscusso capolavoro che è Il sistema periodico di Primo Levi. Compone, questo libro, la biografia dello scrittore, attraverso racconti che prendono il nome e lo spunto da molti degli elementi della tavola periodica. Parla appunto, Oro, della cattura di Primo Levi: che non è stato ad Auschwitz, come si pensa, perché ebreo, ma perché parte di un gruppo di Partigiani scalcagnato e poco organizzato, tradito da una spia infiltrata. In questi giorni, sul sito di Ad alta voce, si può scaricare il podcast di questo e di molti altri racconti del libro: sarebbe una bella idea dedicargli un po’ di tempo.

È un buon momento, il 25 aprile, per riflettere, e anche per augurare e augurarci di tenere vivi, in noi, i valori della Resistenza. Per imparare, anche, a smettere di essere resilienti, che è un lemma che contiene in sé la tenacia ma anche la passività, e a ricominciare a essere resistenti, forti e pronti al contrasto: contro i cattivi sentimenti, le cattive compagnie – quelle giudicanti, quelle indifferenti, quelle impregnate di valori che non ci appartengono -, i cattivi maestri, i cattivi valori. E per provare a sentire come propria ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: perché è la qualità più bella di ogni rivoluzionario, ed è quello che ci rende persone.

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Tre anni d’amore.

Oggi è il compleanno di canenando: e Facebook mi ricorda che quattro anni fa, in questo periodo, Miró stava molto male, non mangiava e respirava con difficoltà e io speravo ancora che riuscisse a star meglio, che le medicine potessero invertire il corso della malattia e ridarmi il mio cagnone serio e ostinato e signorile. Poi Miró non ce l’ha fatta, e io ho pensato che mai più avrei voluto cani: mai più avrei ritrovato quel misto di rispetto e cameratismo che si instaura con un quadrupede domestico, mai più avrei stabilito quel rapporto di confidenza e fiducia che si prova nei confronti di un essere che ha zanne lughe due centimetri ma che si farebbe uccidere piuttosto che piantartele in un braccio.

Un anno dopo la morte di Miró ho deciso di lasciare la casa dei miei genitori: e loro mi hanno immediatamente sostituita con canenando.

L’ho scelto io, canenando: ho scrutato per mesi le foto di una pagina social dedicata all’adozione di canucci dal passato difficile, ho studiato misure e abitudini ed età e comportamenti; ho cercato bestiole nere e ho finito per scegliere questo buffo canetto giallo che non assomiglia a nessuna razza in particolare, ma che è l’idea platonica di cane. È color cane, misura cane, a forma di cane, ed è stato trovato, smarrito e terrorizzato, in autostrada, improvvidamente abbandonato da qualcuno che andava in vacanza. Mi hanno colpita i suoi occhioni, neri e fondi e intensi, e le sue orecchie fuori misura, che lo rendevano goffetto e tenero. Era, quando è arrivato, un cane diffidente e chiuso, solitario e un po’ musone. Quasi tre anni dopo, è un cucciolone alla continua ricerca di coccole; salta in braccio a chiunque gli fischi per la strada, dorme ai piedi del letto dei miei genitori, predilige i baci sul naso. Per farlo felice basta grattargli un poco il pancino e permettergli di leccare collo e orecchie di chiunque varchi la soglia di casa. Ha un fondo di insicurezza che si intravede quotidianamente, nei suoi ringhi furiosi alla signora della casa di fronte e nel suo tentativo di difendere la padrona quando, durante una sosta in auto, mia madre parla con qualcuno al di là del finestrino e canenando cerca di atterrirlo mostrandogli i denti. In lui convivono la gioiosa spensieratezza del cane di casa e l’atavica paura della bestiola che, a pochi mesi di vita, vagava sperduta per le strade di un paese ostile.

Ha saputo conquistare il cuore di tutti, canenando: anche il mio, benché credessi che non sarebbe mai successo. Lo ha fatto con calma e pazienza, con dolcezza e spirito di adattamento. E io sono felice, lo ammetto, di averlo scelto.

Buon compleanno, canenando!

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Consuetudini.

Sono una persona tendenzialmente pigra: lo sono fisicamente, e il mio aspetto lo rivela già alla prima occhiata, con la stessa dovizia di dettagli di una portinaia che ha saputo della tresca del ragioniere del terzo piano, e lo sono ancor di più mentalmente. Sono solita fare economia di sforzi: non salgo le scale a piedi, ascolto gli audiolibri e tendo a non deviare molto dalle consuetudini. Sono, anzi, innamorata delle consuetudini: non solo per il mio temperamento ansioso ma soprattutto, appunto, perché mi permettono di inserire con frequenza il pilota automatico.

Per anni abbiamo passato la sera nello stesso locale: ed era un posto che mi piaceva, avevo un tavolo preferito e bevevo sempre la stessa bottiglietta di limonata. Mi rassicurava pensare che, ogni venerdì e sabato, che ci fosse vento o grandinasse, non avrei dovuto prendere una decisione in più. Da sei anni vado al lavoro percorrendo sempre la stessa strada: che è, probabilmente, la più rapida e meno trafficata, ma la prendo ogni mattina soprattutto perché ormai la seguo a occhi chiusi. Quando abbiamo cambiato ufficio, all’inizio, posteggiavo in una grande piazza alberata; dopo una manciata di mesi, quel tratto della piazza in cui lasciavo la macchina è stato insensatamente chiuso al traffico. Cambiando parcheggio, ho smesso di fare a piedi la stretta e ripida stradina dei primi mesi: e adesso non ci passo più, mai, e se qualche volta mi capita di trovarmi lì sono stranita e stupita, mi sembra di non riconoscerla più. Sono così, ecco, anche con le amicizie: e infatti, quando una persona a cui voglio bene si trasferisce, soffro terribilmente; mi sembra ogni momento che avremmo potuto vederci, che magari avremmo preso un panino insieme, o visto un film o fatto una partita a Scarabeo, e anche se magari è successo poche volte di vederci di martedì, ecco che io di martedì sento addosso tutti i chilometri che ci dividono e mi sento triste. Riesco però, di solito, a crearmi delle consuetudini anche così. Fino a qualche anno fa, avevo un’amica che viveva lontano; non troppo lontano, in reatà: abbastanza vicino da potersi vedere un fine settimana ogni due. Era, per me, una consuetudine sufficiente: e sapevo che un fine settimana ogni due avrei detto alle colleghe che non potevo dare la mia disponibilità per il sabato sera alla fiera di Natale, per esempio, perché ecco, Arriva la mia amica da Catania. Adesso quall’amica viene qui molto meno, e io cerco modi per stabilire nuove consuetudini: e forse l’unica soluzione sarebbe creare un calendario condiviso, in cui inserire le date in cui tutte le amiche che stanno fuori vengono in città, in modo che io possa pensare che tra qualche settimana ci vedremo ed essere meno triste.

La mia consuetudine del mattino è, ora, quella di spegnere la radio ed ascoltare il podcast di un audiolibro; dopo aver finito per l’ennesima volta di ascoltare Lessico famigliare, e dopo essermi commossa scioccamente sempre negli stessi punti, adesso mi tiene compagnia in auto Elio De Capitani che legge Il sistema periodico di Primo Levi: che è uno dei libri che ho più amato nella mia vita.

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Un pupetto per amico.

Pupetto, lo dice il nome stesso, è un bimbopiccolo: un soldo di cacio di un anno e poco più, figlio della Fra’ e di Fra’, che non sono la stessa persona ma due persone diverse col nome uguale. Pupetto, io non lo vedevo da un bel po’: da quando, alcuni mesi fa, lui e i due Fra’ erano tornati per qualche giorno a Palermo dal loro tedioso esilio nelle fredde terre del nord. Era, quella volta, scosso e confuso: un cucciolo di meno di un anno che aveva cambiato scenario di riferimento troppe volte nei suoi pochi mesi di vita. Era lacrimoso e poco incline al gioco: e la mia scarsa dimestichezza con i cuccioli bipedi non lo aveva aiutato a sentirsi più a suo agio. Lo avevo visto, ancor prima, a settembre, quando a Palermo c’era ancora molto caldo e lui indossava tutine sbracciate: si era svegliato di soprassalto in una casa che non conosceva – casa nostra – e non aveva affatto amato il pinguino fermaporte che gli avevo mostrato per indurlo a un sorriso.

Adesso, Pupetto è di nuovo un fanciullo del sud: e, forte dei suoi quattordici mesi di vita, è un ragazzino simpatico e brillante. Ha una serie di indubbi pregi: primo tra tutti, è un bambino incline alla gioia. Non urla, non lancia giocattoli a scopo offensivo, non piange per interi quarti d’ora, non è rinchiuso in un ostinato egocentrismo come la maggior parte dei mocciosi di quell’età; gli sono bastati pochi minuti per riprendere confidenza: è passato da lanciami-quella-pallina a lasciare che gli porgessi un biscotto – che si è guardato ben dal mangiare, contribuendo anche lui alla permanenza del mio strato di adipe. Abile suonatore di tastierine elettroniche, ballerino degno di un posto alla Scala, mi ha rincorsa correndo gattoni, ha dimostrato interesse per il mio orologio, ha cercato di guardare le foto di canenando sul telefonino. Quando gli ho chiesto il permesso per mordergli una guanciotta, ha scosso subito la testa con una punta di terrore negli occhietti luminosi. E poi ha fatto una cosa che non credevo che un nanetto come lui fosse in grado di concepire: mi ha fatto una carezza su una guancia; è stato un gesto, sicuramente mutuato dalla tenerezza della Fra’ per lui, che ho trovato struggente e buffo allo stesso tempo. È, pupetto, un bambino straordinariamente interattivo: e io, che mi intendo più di astrofisica che di bambini, non sapevo che a quest’età lo fossero: e sono rimasta molto stupita nel constatare che frasi come “Pupetto, vieni!” hanno un reale riscontro nello spazio – Pupetto, davvero, viene verso di te quando lo chiami. È anche, Pupetto, estremamente carino: e, bisogna dirlo, estremamente somigliante alla Fra’: quasi un piccolo Fra’, morbidoso e spupazzabile.

I Fra’ sono tornati da poco in Sicilia, e io ne sono stata molto contenta: e non solo per loro, che sono simpatici e divertenti e, ma soprattutto per Pupetto, che potrò sbirciare mentre cresce e diventa sempre più sereno, fiducioso e sicuro di sé.

In questi giorni di intenso lavoro, mangio spesso in ufficio: e riuscire a imbastire un pasto decente e non troppo calorico che possa essere portato da casa senza rischio di rovesciamento di condimenti non è semplicissimo; accantonata l’idea di orzo e cavoletti di bruxelles, la prossima volta tenterò l’accoppiata tra frittata di zucchine al forno e fettine di provola affumicata; aggiungendo un bocconcino di pane di rimacinato senza sesamo dovrebbe andar bene.

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Mi stupisce.

Quanto rapidamente arrivi, ogni anno, la primavera: solo un quarto d’ora fa era gennaio e tra una ventina di minuti sarà giugno, poi ci vorranno due o tre anni per liquidare luglio e agosto e improvvisamente verranno accese le lucine di Natale, e sembrerà strano solo a me.

Il colore rossoazzurrovioletto di certi tramonti sul mare che piano piano impallidisce e diventa grigio e poi bianco e poi a un tratto nero, così, come se nulla fosse.

L’odore dolce e rotondo dell’aria di marzo, giallo e asciutto come grano già falciato.

La coincidenza, a volte, tra i miei desideri e la realtà: l’attimo in cui penso Vorrei che andasse così e oplà, va davvero in quel modo.

Quando qualcuno si ricorda di qualcosa che ho detto o fatto o che devo dire o fare e mi manda un messaggio per chiedermi come è andata o come andrà, e tra le righe lascia che io legga Mi importa di te, quello che dici per me vale qualcosa, e io non me lo aspetto e poi sono molto contenta.

Come le parole di un libro che amo possano continuare a risuonarmi nelle orecchie e dietro le tempie e tra i ventricoli anche all’ennesimo ascolto: e come la voglia di andare avanti possa trattenermi per molti minuti in macchina, davanti al portone dell’ufficio, senza che mi importi di stare facendo tardi.

Ogni volta che una certa persona sorride – e lo fa molto spesso, molte volte al minuto – e il mio cuore ha un tu-tùm perché riconosco, tra gli angoli della bocca e le pieghette degli occhi, il motivo per cui mi sono lasciata scegliere.

Lo sguardo di assoluta adorazione che un cane può rivolgere al padrone, due o tre volte nella vita: quell’espressione seria e sicura di amore puro, di puro accoglimento della sua volontà, che nelle persone non ho mai visto.

Il piacere fisico che si prova scrivendo a mano con una penna che scorre bene: e il fatto, a trentaepiù anni, di aver iniziato a utilizzare la penna blu, dopo averla boicottata fino a ieri.

Il profumo intenso di cacao del biscotto che mangio a metà mattina: e il risolino di giocoso sfottimento con cui la collega che li custodisce nel cassetto mi chiede se ne voglio uno o se continuo a fingermi a dieta.

Ricordare con chiarezza il rumore scricchiolante dei miei passi sulla ghiaia, anche se non ci cammino su da molti mesi.

La capacità di cambiare umore di canenando, la rapidità nel trasformare un muso disperato da cane derelitto in un’espressione di pura gioia nel giro di un batter di coda.

La quantità di volte in cui persone che non conoscevo o che conoscevo poco mi hanno parlato di cose che non volevo sapere – malattie imbarazzanti, caratteristiche organolettiche di genitali terzi, abluzioni mattutine – confidando nella mia dubbia capacità di mantenere il segreto.

Chi si impegna per un progetto, per quanto strano o complicato o di nicchia sia, soltanto perché gli piace.

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