In sei in una tenda (si sta benissimo?)

Mentre ero in ufficio mi ha chiamata Mohamed. Come sta quella picciridda?, mi ha gridato in un orecchio – perché lui al telefono pensa sempre che non senta bene e quindi grida e dice Mi senti? ogni poche battute. Io all’inizio non capivo: da lui c’era rumore di vento e di camion che passavano veloci e da me ticchettio di tasti al pc e capo che chiamava, sono uscita in balcone e c’era freddo, sono rientrata per prendere il giubbotto, le telefonate con Mohamed non durano mai poco. Che hai detto prima, Moha?, gli ho chiesto, e lui Dimmi della picciridda, e ho capito che intendeva Ste che ha avuto un piccolo intervento e ha ancora i punti. Sta bene, gli ho spiegato: e mentre gli raccontavo in dettaglio quello che aveva detto il medico mi ha interrotta: Non mi interessa di quello che dicono gli altri, lei che dice, come si sente, pensa che sia andato tutto bene?, perché Mohamed non crede ai medici e pensa che ognuno di noi, ascoltando il proprio organismo, sappia autoregolarsi e curarsi in maniera autonoma. Dopo molti minuti di rassicurazioni – perché Ste sta benissimo, non ha fastidi o dolori o altro, ma Moha mi ha chiesto coscienziosamente se avesse qualcuno di questi sintomi, sanguinamenti o perdita della memoria o convulsioni o crescita di peli verdi sul palmo delle mani – abbiamo parlato del freddo: perché io sono molto angosciata dall’imminente inverno, e allora il gelo, la pioggia, la tenda, il vento, come si fa, che ansia. Giorni fa mio padre aveva portato a Mohamed un completo da pioggia: e Non avresti dovuto farlo venire qui, mi sono mortificato, mi ha detto. E di cosa, scusa?, gli ho chiesto. Sei stata di sicuro tu a costringerlo, poverino, fargli fare tutta quella strada, è vecchio, non è giusto. Avete la stessa età, Moha, gli ho ricordato, e poi è stata idea sua, io neanche sapevo che lo stesse comprando: ed è vero, è stato mio padre a comprare quel completo, lo ha visto esposto dal ferramenta mentre portava Nando a fare pipì e lo ha comprato e mi ha telefonato per dirmi Sai che cosa ho comprato?, e sentivo mia madre in sottofondo che diceva Sai cosa ha comprato papà?, e io stavo dormendo e ho risposto Cosa hai comprato?, ma sottovoce per non svegliare Ste che ancora dormiva, e loro non sentivano e Nando faceva bau bau, è stato un risveglio complicato. L’ho raccontato a Mohamed, e lui ha risposto Va bene, non fa niente: tanto io e tuo padre siamo comunisti, e tra compagni ci si aiuta. Poi gli ho chiesto del cane, quella bestiella gialla col muso nero e le zampotte tozze che ha adottato; Come sta Felipe, Moha?, che ho detto, e lui mi ha risposto Sta bene ma è una peste, quindi gli ho cambiato nome: tu lo puoi chiamare come vuoi, ma lui si chiama Sciagurato; dormiamo insieme, nella tenda siamo in sei: i quattro gatti, io e Sciagurato, stiamo al caldo e si sta benissimo.

Dopo alcuni minuti, mentre io parlavo sporta dal balcone, col busto inclinato oltre la balaustra e un piede a tenere aperta l’anta della finestra che è difettosa e rischiavo di rimanere chiusa fuori e lui strepitava per richiamare indietro Felipe, abbiamo chiuso la conversazione: e io mi sono accorta che stavo sorridendo, perché con Moha non si può non sorridere, il suo mix di cura per gli altri, buon umore, insensato ottimismo e sana follia è un antidepressivo naturale.

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Mi piacciono.

Le mie piante. Il profumo di gelsomini e pomelie, in estate, quando le finestre sono aperte e dal divano si sente l’odore verde dolce intensissimo. Il fatto che la pomelia rosa abbia ancora molti fiori. L’ulivo bonsai carico di olive.

La faccia di Ste quando sorride e gli occhi le diventano piccini.

Gli abbracci forti. Quando qualcuno mi abbraccia senza motivo. Pensare che dietro ogni abbraccio c’è un motivo, anche se a volte non lo so.

Quando Ste cucina per me.

Nando, quando riporta la pallina e te la lancia in grembo e poi ti guarda continuando a scodinzolare speranzoso. Nando quando corre entusiasticamente a fare le feste a qualcuno. Nando, sempre.

La voce di Ste al telefono.

Il sole, in autunno, quando la mattina è ancora caldo. Il sole, in inverno, quando non me lo aspetto.

Ste che dice Evviva!

La pizza, specie se molto calda. Il pollo arrosto con le patatine, se le patatine sono croccanti. Il burro d’arachidi, sempre. Andare a cena fuori per festeggiare qualcosa. Avere qualcosa da festeggiare.

Ste quando legge, e poi alza la testa e mi guarda.

Andare al cinema e prendere un Magnum bianco all’intervallo. Quando al cinema non c’è molta gente. Andare al Gaudium e metterci nel palchetto.

Ste che mi tiene la mano e la stringe forte.

Quando qualcuno mi manda un messaggio solo per sapere come va. Quando qualcuno mi manda un messaggio per farmi compagnia mentre sono in una sala d’attesa, o per farmi coraggio da mille chilometri di distanza. Quando qualcuno si ricorda di me.

Il profumo di Ste.

Mohamed che risponde al telefono tutto contento e mi dice E buona sera, signorina! Mohamed che si interessa delle mie cose e cerca di aiutarmi a risolverle. Mohamed che mi dice che adesso basta tristezza, è arrivato il momento di essere felici, anche se è seduto sul fondo di una tenda da campeggio con quattro gatti, molte scatolette di cibo per gatti, una marea di bottigliette d’acqua, batterie e accendini e sotto la pioggia battente.

Ste che vince sempre a Battaglia di pollici.

La pastasciutta, anche se non la mangio quasi mai. Le albicocche d’estate, le mele verdi e i carciofi e i finocci d’inverno. Il cioccolato fondente, sempre.

Ste che mi prende il viso tra le mani.

Quando esce un libro che aspettavo da molto tempo e lo compro e so che posso iniziare a leggerlo: il momento in cui non ho ancora iniziato ma sto per farlo.

Ste che dorme.

Le borsette di stoffa, soprattutto se rosse o nere.

Ste, sempre.

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Dove vanno le anatre di Central Park quando il laghetto gela?, ovvero domande di cui ignoro la risposta.

Cosa fa il portiere di calcio, durante la partita, quando l’azione si svolge stabilmente nell’area avversaria? Beve, si siede con la schiena contro il palo, fa stretching, corre verso la linea di centrocampo? O sta tutto il tempo nella posizione di uno sul wc alla turca, nel timore di un improvviso contropiede?

Cosa dice l’equipaggio dell’aereo all’interfono, quando a un tratto si sentono solo suoni biascicati e bzzz bzzz e scoppiettii da friggitoria?

Dove vanno le zanzare in inverno? Migrano? Muoiono? E se muoiono, da dove vengono le nuove zanzare, la primavera dopo?

Perché ci sono persone che tolgono le spunte blu su whatsapp?

Perché le uova al supermercato stanno sugli scaffali e a casa le mettiamo nel frigorifero? A questa domanda, la gente di solito risponde che è per non sottoporle a un cambio di temperatura, dal banco frigo al sacchetto della spesa al frigo di casa. Ma allora perché non le teniamo sullo scaffale anche a casa? O perché al supermercato lo yogurt non sta sullo scaffale? Lui non teme il passaggio dal freddo al caldo e di nuovo al freddo?

Perché, qualsiasi modalità imposti e qualsiasi temperatura programmi, la torta mi verrà sempre bruciata e amarognola fuori e liquida dentro?

Cosa fanno i cantanti quando escono di scena, aspettano alcuni minuti e poi rientrano e cantano ancora tre-quattro pezzi? Una volta ‘o Zulù ha detto che lui si fuma una canna, ma gli altri, quelli più vecchi o più morigerati o che devono tornare indietro guidando, che fanno?

Cosa fanno, d’inverno, i bagnini? E quelli che affittano i pedalò? Hanno un altro impiego che permette loro di avere l’intera estate libera, oppure campano tutto l’anno dei proventi di quattro mesi di lavoro? E i caldarrostai, d’estate, cosa fanno? E i maestri di sci?

Perché, quando si prende appuntamento in uno studio medico, la segretaria al telefono comunica un orario preciso – venga alle 17:40! – e poi si arriva lì e si scopre che la fila è fisica, e che tutti sono arrivati alle 15 per mettersi a turno, e che l’orario dettato al telefono non era nemmeno vagamente indicativo? Perché non dicono direttamente Venga il tale giorno, apriamo alle 15?

Perché al supermercato vendono succo di limone in boccette o tetrapack di uova sgusciate? Davvero c’è qualcuno che ha difficoltà a sgusciare le uova?

A cosa servono le inserzioni pubblicitarie di pochi secondi trasmesse durante i video di ricette su internet? Davvero qualcuno le guarda, e ricorda di che prodotto si tratta, e poi lo va a cercare in un negozio? E perché, nei commenti ai post di ricette sui social, c’è sempre qualcuno che chiede, con tono ansioso, se può sostituire la marmellata di fragole con quella di lamponi o i peperoni gialli con quelli rossi? Cosa temono, un’ispezione a sorpresa? Il pubblico biasimo per la loro illecita modifica al canone stabilito?

Perché si va a pesca sempre all’alba? Dove vanno poi i pesci, durante il giorno?

Davvero esistono persone a cui non piace la pizza?

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Cose che ho fatto negli ultimi giorni.

Ho sentito Ste al telefono settecentocinquanta volte, la maggior parte delle quali è stata per dire Che mangiamo?, o Oggi andiamo a fare la spesa al supermercato?, o Non ti sento, mannaggiaastotelefoninodemmerda, o Sono uscita adesso dall’ufficio e sono stanca e ho fame e voglio lagnarmi un poco.

Ho sentito Mohamed al telefono tre o quattro volte, e gli ho detto per buona parte del tempo Come stai?, e Non senti freddo?, e Sono preoccupata per te, mentre lui oscillava tra il tentativo di calmarmi e la tentazione di mandarmi a cagare.

Ho sentito un pugno di amici su whatsapp, e mi sono felicitata per loro o dispiaciuta con loro o comunque ho provato ad essere partecipe, da lontano, delle loro vite, nella maniera filtrata e fredda e non-soddisfacente che la mediazione con uno schermo virtuale impone.

Ho letto quasi tutto un libro che non mi piace: ed era di mio nonno, c’è stampigliato su il timbro con cui firmava i suoi volumi, e mio padre mi ha chiesto Ne avevi parlato, col nonno, di questo libro?, e io gli ho risposto che no, non ne avevamo parlato, mio nonno lo ha letto nel 1989 e io avevo sei anni e non leggevo Bufalino, e poi ho avuto l’irrefrenabile impulso di parlarne con lui, col nonno, del libro, ché di sicuro a lui sarà piaciuto, ma invece non gliene posso parlare più e non saprò mai se davvero gli è piaciuto.

Ho mangiato moggi di insalata, campi di carote e piantagioni di finocchi, e bevuto ettolitri di caffè macchiato, e non ho preso quel cornetto con doppia nutella che vedo ogni giorno dietro il vetro del bar, e sono ingrassata comunque di un chilo, mannaggiaammè.

Ho lavorato molto, illudendomi come sempre di poter lavorare moltissimo un giorno per poi essere più libera i giorni seguenti, senza nessun apprezzabile risultato.

Ho ricevuto un complimento sul lavoro, uno di quelli pieni, cicciuti e convinti, a gola spiegata, senza se e senza ma, e non me lo aspettavo per niente e sono stata molto felice.

Sono stata a una festa dove non conoscevo nessuno se non la padrona di casa e ho chiacchierato e mangiucchiato e ridacchiato, e anche questo non me lo aspettavo, ché io di solito con gli sconosciuti sono silenziosa e noiosetta.

Ho passato una mattinata a un angolo di strada, sotto la pioggia, con un libro noioso e un pacchetto di crackers integrali e il cellulare semi-scarico, perché avevo fatto una promessa a Mohamed e stavo cercando di mantenerla, anche se poi non.

Mi sono dispiaciuta tre o quattro volte di non poter scrivere a Matelda in cerca di conforto e confronto.

Ho litigato con mia madre e chiesto scusa a mia madre a ciclo continuo circa quindici volte al giorno. Mi sono lamentata di lei con mio padre e di mio padre con lei e di entrambi con Ste, e poi mi sono scusata con tutti molte volte.

Ho spazzolato Nando, e lui mi ha porto le zampe scodinzolando; poi gli ho lanciato la pallina, e lui ha fatto baubauarf, l’ha recuperata da sotto il mobile e si è messo nella cuccia a masticarla guardandomi di sottecchi e non c’è stato verso di farmela restituire.

Ho parlato. Ho ascoltato. Ho avuto la sensazione che nessuno mi ascoltasse.

Ho cercato di restituire a uno dei miei volontari almeno un decimo di quello che lui ha fatto per me.

Ho avuto un incubo terribile. Mi sono accorta che era solo un incubo, ma mi è rimasta addosso la sensazione di fastidio per molte ore.

Ho rivisto alcuni film che amo. Ho ascoltato diciassette volte di fila la stessa canzone. Ho telefonato quattro volte in Iran. Mi sono avvilita perché non ho più Spotify. Ho scritto sciocchezze sui social a ciclo continuo.

Ho dormito troppo poco.

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Persone che non capisco.

Quelle che scelgono l’arancina accarne anziché abburro, o che ordinano il pollo arrosto con le patate al forno invece che fritte, o che, davanti a un cabaret di dolcini, preferiscono il cannolo alla cassatina.

Quelle che mi chiedono perché mi vesto così pesante anche se c’è caldo, e perché non mi taglio i capelli o non porto scarpe col tacco.

Quelle che parlano di argomenti troppo intimi o personali: come colleganuova che mi dice che ha cambiato misura della coppetta mestruale perché quella che aveva prima adesso è piccola, o come vagaconoscente che mi informa che ieri ha avuto la diarrea.

Quelle che condividono ogni attimo della propria giornata su Facebook, pasti passeggiate film abbracci col fidanzato biglietti del tram appena obliterati, e quelle che hanno il profilo blindato e si vantano di non condividere mai nulla e si comportano come spie dei servizi segreti in incognito.

Quelle che mi scrivono un lungo e circostanziato messaggio privato per chiedermi come mai le ho rimosse dalle amicizie su Facebook, non accorgendosi che il ferale misfatto è avvenuto molti mesi prima e confermando così, di fatto, la nostra non-frequentazione virtuale.

Quelle che al bar prendono il ginseng macchiato soja con zucchero di canna a parte, e che danno del tu al barista.

Quelle che chiamano la cassiera del supermercato Signorina, anche se dimostra sessantacinque anni e ha la fede al dito.

Quelle che cercano di passarmi davanti in fila al supermercato al grido di Ho lasciato il cane in macchina o Devo andare a prendere il bambino a scuola, a cui mi piacerebbe rispondere ecchissenefrega – non del cane e del bambino, sia chiaro, ma delle esigenze del tipo in fila, La prossima volta vai a far la spesa quando hai più tempo.

Quelle a cui non piace la pizza, o il paneepanelle, o l’estathè, o l’estate.

Quelle che non hanno mai letto Mafalda, o il Corriere dei piccoli.

Quelle che mi chiedono con scandalizzato stupore perché non bevo alcolici; quelle che fanno ironia sul fatto di bere molto o se ne vantano, raccontando nei dettagli banali serate etiliche che neanche in Jack Frusciante è uscito dal gruppo: soprattutto se hanno più di sedici anni.

Quelle che criticano gli altri per ciò che mangiano: e quelle – e sono moltissime, accidenti! – che imputano ai vegani di fare proselitismo sulla propria dieta, e mentre se ne lagnano fanno proselitismo sulla dieta onnivora.

Quelle che non hanno curiosità e non fanno mai domande.

Quelle che la domenica pomeriggio vanno al centro commerciale a passeggiare e si portano il cane.

Quelle a cui piace andare da Brico a scegliere tasselli e cacciaviti.

Quelle a cui non piace cucinare, o mangiare, o mangiare in compagnia, e quelle a cui non piacciono le piante.

Quelle che rispondono con scortesia immotivata, e a cui non si può rispondere con scortesia motivata per non passare a propria volta per maleducati.

Quelle che guardano con stupore o fastidio la tenda di Mohamed, la sua sedia, i vestiti stesi fuori ad asciugare.

Quelle che non ti sorridono in risposta, se tu sorridi loro.

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Che sapore ha l’amore?

L’amore ha il sapore di un piatto di pasta gustoso e caldo, con verdure saltate e una grattata di pepe e un buon formaggio stagionato, preparato con un sorriso perché Volevo farti sentire coccolata; o quello di un pesto di rucola e mandorle, profumato e croccante, che condisce gli spaghetti fumanti, perché io sono nervosa e non ho fame e lei lo sa e mi vizia; è verde e scrocchiarello, l’amore.

L’amore ha il sapore di un bacio a sorpresa, mentre sono in cucina al computer e lavoro e mi mangio le unghie; arriva all’improvviso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un dolcetto al cioccolato e panna e di una torta a forma di girasole che cuoce nel forno, perché Volevo addolcirti la bocca e allora l’ho preparato; è dolce e soffice, l’amore.

L’amore ha il sapore del nostro panino della domenica, nel nostro solito locale con i camerieri malmostosi che non portano mai i tovaglioli; ha il sapore dell’insalata con salmone e mandorle e riso basmati, o del Mc Chicken mangiato di nascosto, perché una volta ogni tanto ci sta. Ha il sapore della luce calda del mattino, e di via Libertà percorsa mano nella mano, e delle passeggiate in mezzo alla folla accarezzando cani e ascoltando musicisti di strada; ha un suono melodioso, l’amore.

L’amore ha il sapore della nostra pizza del sabato sera, della birra piccola e della cocacola, e di tutto il pulviscolo di abitudini che costellano le nostre giornate; è tenero e rassicurante, l’amore.

L’amore ha il sapore della spesa ogni lunedì, e di prendere dallo scaffale quello che le piace, anche se abbiamo dimenticato di metterlo sulla lista; è pieno di premure, l’amore.

L’amore ha il sapore delle sue mani che mi tengono il viso, del suo sorriso quando sono triste, della sua voce che mi scalda e rassicura; è delicato e avvolgente, l’amore.

L’amore ha il sapore di quando vorrei dire qualcosa e non la so esprimere, e allora lei la dice per me, e dalla sua bocca ha un suono chiaro e netto e sicuro, e non sembra stupida come quando la volevo dire io; è preciso e luminoso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un succo di frutta all’albicocca, quando lei me lo porge perché Sei stanca, amore, fai una pausa; è asprigno e fresco, l’amore.

L’amore ha il sapore dei pomeriggi passati ad aspettarmi, delle cene a orari assurdi, dell’Aspetta solo un attimo che tra poco finisco, anche se sappiamo entrambe che non sto finendo; è paziente e indulgente, l’amore.

L’amore ha il sapore della birra molto fredda bevuta a Madrid, e della patatine e delle olive, e di serate senza pensieri né orari né limiti; è salato e frizzante, l’amore.

L’amore ha il sapore di un abbraccio molto forte, che è l’unica cosa che mi salvi dall’ansia; è la miglior cura, l’amore.

L’amore ha il suo sapore, e io ogni giorno la guardo e ancora non ci credo.

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Prendersi cura.

Come va?, ho chiesto sabato scorso a Mohamed, quando l’ho visto; io sto bene, mi ha risposto, ma sono preoccupato per G. – cenno del braccio ad indicarlo – che sta parecchio male. G. è un senzatetto del compound di Mohamed: originario del Nord Italia, a occhio poco più che cinquantenne, solitamente silenzioso e sulle sue, algido e cortese, moderatamente antipatico. Vive su una panchina da quando la sua compagna è morta e lui è finito in mezzo a una strada; ha un trolley con dentro poche cose, dei jeans ormai troppo stretti, saluta formalmente e quando arriviamo rimane al suo posto sulla panchina e ci scruta da lontano; con Mohamed è sempre stato in rapporti freddini: Moha, caciarone e desideroso di contatto umano, e G., musone e rigido, hanno sempre condiviso i bidoncini d’acqua, i pasti caldi e le coperte, ma niente di più. Adesso però G. sta male, e Mohamed ha deciso che spetta a lui accudirlo.

Ho preparato un letto nuovo per G., ci ha detto subito Moha: non poteva stare sulla panchina, ha mal di schiena e ho paura che cada; ha approntato, quindi, un giaciglio comodo per lui: isolato dal terreno, impermeabile, comodo e confortevole. Ha deciso anche di gestire i suoi pasti: cibo sano, in piccole quantità ma spesso, tanta acqua, tanta frutta, niente vino. Controlla che prenda le medicine all’orario, che si copra adeguatamente, che non soffra il freddo. Ci ha chiesto di andare a fargli visita: in fila indiana, con viso compunto e voci sommesse, siamo andate a salutarlo, gli abbiamo detto di restare pure disteso, abbiamo ascoltato le sue lamentele, lo abbiamo abbracciato per incoraggiarlo. Mohamed ha supervisionato tutto, ci ha detto di non stancarlo, ci ha portate via dopo qualche minuto. E io sono rimasta straordinariamente colpita, e ho capito qual è la cosa che il nostro malmostoso amico iraniano sa fare meglio: curare, confortare, incoraggiare. Prendersi cura.

Mohamed, che dorme in una tenda in un’aiuola, che per chiamare la sua famiglia ha bisogno del mio telefono, che combatte la pioggia, le angherie e i cattivi pensieri; che mendica ogni briciola di attenzione, che per farsi una doccia usa un catino e la pompa dell’acqua dei giardinieri, che ha una piccola torcia a manovella per illuminare il metro quadrato intorno ai suoi piedi; che sfida ogni giorno il mondo, la fatica, la stanchezza e la paura, che dipende dagli altri per piccole cose che per chiunque sono scontate, che dorme di giorno perché la notte non si sente sicuro, è bravissimo a prendersi cura degli altri. Lo fa con me, quando mi chiede ansiosamente se sono troppo stanca, se sto lavorando ancora, se ho mangiato; lo fa con mia madre, per la quale sta cercando una cura scomodando i medici tradizionali persiani che conosce; lo fa con G., con Ste, con chiunque gli stia intorno. Lo fa con amore, con dolcezza, con il suo atteggiamento da vecchio saggio, senza giudicare, senza criticare, mandandoci ogni tanto tutti a quel paese. Lo fa, e quando lo fa non sembra più un sessantenne senzatetto con pochi denti e la barba non fatta. Quando lo fa, sembra un re.

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Un caffè per tre.

Foro_Italico_10Andare da Mohamed significa, la maggior parte delle volte, trascorrere il pomeriggio con tipi insoliti: quasi tutti sono senzatetto che sfruttano la sua benevolenza e le sue capacità organizzative per avere un posto dove dormire, acqua fresca o cibo o medicine, perché Mohamed è l’uomo dalle mille risorse, sa creare una cuccia per gatti con una coperta e due corde, una casa a tenuta di pioggia con un tubetto di silicone e qualche foglio di plastica trasparente, sa come trovare un dentista che ti tolga un molare di domenica pomeriggio o come prenotare una visita veterinaria per un gatto affetto da Fiv; ha una scorta di medicine e batterie e cibo per animali vari e riesce a procurarsi in mezza giornata qualsiasi cosa gli manchi, che sia un apriscatole o un francobollo o un passaggio in auto o una videochiamata in Canada.

Da Mohamed ci sono anche, solitamente, altri buffi personaggi che orbitano intorno al compound: sono suore, volontari, gente variamente affiliata ad associazioni caritatevoli, gattare e proprietari di bar e panifici. E poi c’è signorfranco. Signorfranco è il custode notturno di un cantiere che confina col lato sud del compound. Fa un lavoro noioso, pericoloso e solitario, ed è sempre in cerca di compagnia: e visto che anche Mohamed ama stare in compagnia, lui e signorfranco sono diventati amici. Signorfranco l’altra volta mi chiedeva di te, mi ha detto sabato scorso Mohamed: Diceva che se quando vieni lui non c’è, ti devo portare i suoi saluti; dice che sei simpatica e che si vede che sei una brava ragazza. Grazie, ho risposto: e quando signorfranco si è palesato gli ho offerto il caffè: e Ste, come sempre, ha attraversato il Foro Italico per andare al bar e prendere il famoso caffèlungo che Mohamed chiede ogni volta e che poi divide con due o tre persone – signorfranco, Mustafà, Adriano – e conserva per la colazione del giorno dopo. Dopo il caffè, Mohamed mi ha mostrato la splendida torcia nuova che gli è stata regalata dalla Croce Rossa: si ricarica tirando una leva e ha un bottone che la fa lampeggiare. La notte, nella tenda, Mohamed fa lampeggiare la torcia: è un segnale per signorfranco, che si precipita dal suo container per vedere se ha bisogno di qualcosa o se si sta solo annoiando e vuole raccontargli di quella volta che, nel 1983, è stato due settimane con gli amici a Pantelleria.

Signorfranco mi chiama signora, e io lo chiamo signorfranco, ma ci diamo del tu: me lo ha chiesto lui, scavalcando con un balzo le regole base del galateo; ma quando si sta seduti insieme su un bancale di legno, si divide un caffè, si beve da un tubo di gomma e ci si parla attraverso una rete metallica colpendosi ripetutamente le braccia perché è pieno di zanzare va bene così, è inutile formalizzarsi. E quindi io posso permettermi di dirgli Stai attento, stanotte, che gira gente strana, tieni gli occhi ben aperti, e lui può rispondermi Tranquilla, io sono sempre sul chi va là, e non preoccuparti che a Mohamed bado io, ogni mezz’ora lo passo a controllare e se c’è qualcuno vicino a lui gli chiedo chi è, e Ste può sorridere e Mohamed può chiosare Lasciatemi in pace, io sono un vagabondo, ho scelto di vivere così per non avere nessuno che mi rompe scatole, andate tutti a fare culo, e bon, pace.

Per ora sono triste, ansiosa e spaventata, e andare da Mohamed mi piace: perché ci si astrae per qualche ora da contesto, si cambia prospettiva, si chiacchiera e si ride e ci sono i gatti. Stai un po’ meglio, adesso?, mi ha chiesto Mohamed l’altra volta, mentre andavamo via: Sì, gli ho detto, e grazie per la compagnia, e forse in pochi lo ringraziano per la compagnia, e Mohamed era stupito e anche contento, penso.

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Stanchezza.

L'immagine è di avogado6In questi giorni sono stanca: ma non di quella stanchezza dolciastra e malinconica e piacevole di quando si va a camminare nel bosco, e si torna la sera con i piedi dolenti nelle scarpe da trekking e si fa una doccia bollente per sciogliere i muscoli della schiena, né dello sfinimento di chi ha fatto qualcosa di faticoso fisicamente, spostare mobili togliere il secco dal gelsomino potare le magnolie – quelle attività che sfiancano il corpo e svuotano la mente -, né dell’estenuazione di chi ha portato a compimento qualcosa di difficile e molto bello e alla fine sospira soddisfatto: no, sono stanca in maniera che non saprei spiegare, di una stanchezza spessa e grigia e ombrosa e pesante, una grossa trapunta imbottita che copre e ottunde, che cancella i pensieri e ingarbuglia le parole e non fa capire i messaggi vocali della Fra’.

In questi giorni sono stanca perché devo lavorare – e voglio farlo, cioè, è giusto e sano e necessario e potenzialmente soddisfacente farlo – ma mi sembra di non saperlo fare: perché sono una persona tendenzialmente insicura e pavida, un criceto che vibra senza ritegno appena esce dalla gabbia, che trema della propria ombra e mangia compulsivamente semi di girasole; sono stanca perché non so con chi confrontarmi, perché non capisco se sto facendo bene, perché mi sento carica di responsabilità e di aspettative: e mi rintano nel pensiero magico-ossessivo, e cerco vie traverse per uscirne e non le trovo, e mi avvilisco e non dormo e lagno, e mando messaggi agli amici in cui mi lamento e chiedo consigli e non capisco i consigli e costringo a ripetermi le cose tre volte, e piango molto. E sono stanca.

Sei esaurita, mi ha detto Mohamed: e per lui “esaurito” è chiunque si mostri nervoso, scontroso, poco incline ad ascoltare i suoi brontolii o ad accarezzare la gatta Shiva. Lui stesso, nella sua visione del mondo, è sempre esaurito: perché ci sono sempre problemi, e altri problemi che si incastrano sui primi, e via così in uno shangai di problemi – sì, shangai, quel gioco da tavolo snervante coi bastoncini da tirare via – in cui, se cerchi di trovare una soluzione per qualcosa, fai crollare miseramente tutto. Sono esaurita, ho detto io a Ste: Sono esaurita come dice Mohamed, e non so che fare. E Ste, che è Ste e che sa dire le parole giuste al momento giusto, mi ha detto Secondo me ti senti sola, ricostruisci la vecchia squadra: e la vecchia squadra è il mio gruppo di volontari-da-festival, ragazze e ragazzi in gamba che ho formato in anni di lavoro insieme. Stoici esseri umani che mi sopportano da quattro, cinque, sei festival, come solo i miei genitori e Ste: che sanno cosa dire per calmarmi, che sono rapidi e silenziosi e operativi e sempre sul pezzo, che mi stanno accanto con dolcezza e occhi luccicanti, che mi stringono una spalla o mi portano da mangiare se vedono che sto per crollare, che almeno una volta, a turno, hanno asciugato le mie lacrime. Ricostruisci la vecchia squadra, ha detto dunque Ste: e io ho detto No, non vorranno mai, e poi li ho cercati a uno a uno. E mi hanno risposto Sì, e Io per te ci sono sempre, e Grazie di avermi chiamato, e Conta su di me, e una cascata di cuoricini e faccine e nomignoli, e la vecchia squadra era di nuovo in piedi: e anche io ero di nuovo in piedi, perché improvvisamente non ero più sola. E tutta la stanchezza che c’era prima c’è ancora: ma ci sono anche i sorrisi e le risate di gola e la promessa di una birra tutti insieme – per me una LemonSoda, eh – e di giorni frenetici ma divertenti, e la mia commozione alle loro risposte, vera, patetica e démodé come tutto ciò che mi riguarda, ma profondamente, dannatamente vera. E insieme, la voglia di non deluderli: perché loro sono sempre pronti a gettare il cuore oltre l’ostacolo per me, e io non voglio che si pentano mai di averlo fatto.

[Questo post è per Ale e Gabri e Giorgia, che non lo leggeranno mai perché non conoscono l’esistenza di questo blog: che il vostro futuro sia degno di voi, ragazzi; meritate solo il meglio].
L’immagine è dell’artista avogado6.

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Ciò di cui ho bisogno.

Ciao, bellina!, mi ha detto Mohamed quando finalmente mi ha riconosciuta, al telefono. Ma non è che non ti ricoscevo, si è giustificato ai miei rimproveri: è che qui non si sente nulla, lo sai; e dato che lo so, che lì da lui c’è sempre rumore, i camion che passano e gli operai che sfossano e le persone che corrono e i cani e i gatti e la radiolina a tutto volume ché lui è sordo, gli ho tenuto il muso solo per qualche minuto. Dovevi dirmi, gli ho detto, come è finita oggi: alcuni suoi misteriosi amici, infatti, forse lo stanno aiutando a trovare una collocazione migliore, qualcosa che non sia un bancale su un’aiuola. Non è finita in nessun modo, mi ha risposto, però è cominciata: nel senso che ne abbiamo parlato, ma per ora è presto e non hanno trovato nulla. E allora come si fa, Moha, ho subito balbettato, ansiosa: ché qua ogni notte diluvia, ed è già settembre, e questa soluzione non arriverà mai, e si bagnano tutte le tue cose e anche tu ti bagni, come si fa, eh? Tranquilla, mi ha detto, e lo sentivo sorridere al telefono: domani, intanto, mi portano un bel telone per coprire le cose, e poi tu di pomeriggio, quando vieni, controlli e mi dici se ti sembra grande abbastanza. E per la pioggia, non temere, ho l’ombrello! Io la notte non dormo, ma sto sotto l’ombrello, ascolto Radio Radicale e va benissimo così. Ma come fanno gli altri che dormono lì vicino?, gli ho detto, hanno anche loro un ombrello? Non lo so, ha detto lui, di notte è buio e io rimango al mio posto, non mi sposto a vedere che fanno gli altri. Non dare a nessuno il tuo ombrello, ho ribattuto subito: a nessuno, hai capito?, che poi ti bagni, e sei cagionevole e vecchio – improperi bisbigliati da parte sua, non sono vecchio, ma che cazzo dici?!, parli così perché sei picciridda – e se ti viene la febbre siamo nei guai. Sì, sì, mi ha rimbeccato subito, il tono vagamente seccato, non preoccuparti, a domani. E mentre io pensavo a quanti ombrelli ho in casa – sono quattro, ma uno è rotto e uno è un ricordo e gli altri due ci servono e forse ne ho uno in macchina ma anche quello è malconcio – e a dove comprarne altri domani e se forse un k-way non potrebbe essere più comodo, ne ho uno giallo che sta tutto in una busta ed è abbastanza nuovo, devo solo controllare che non sia scucito in qualche punto, mentre pensavo a tutto questo ho pensato anche a quanto siamo diversi io e Mohamed, e che mentre io gli raccomando di non aiutare gli altri, come una madre stizzita che dice al proprio bambino di non prestare i pastelli al compagnetto di banco, lmentre io gli chiedo di rinunciare alla sua umanità e di forzare il suo carattere aperto per essere egoista e calcolatore, lui è felice e ride nella cornetta perché ha un ombrello che è nuovo e robusto e molto grande, e là sotto, seduto a gambe incrociate su una vecchia coperta militare, sta al caldo e all’asciutto e non ha problemi, perché quella è casa sua.

[In tanti, in questi quattordici mesi da cui Ste e frequentiamo Mohamed, ci hanno consigliato di smettere, di allentare: e forse il motivo per cui continuo a trascinare Ste lì una volta alla settimana non è solo il mio senso di colpa o il bisogno di controllo o di sentirmi utile, e neanche la paura che senza di me non se la cavi, ma la necessità di un’iniezione di positivà, di rispetto per gli altri, di solidarietà vera, prima di rituffarmi nel mondo volgare e gretto che mi circonda].

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