Complimenti a noi.

Sono una persona tradizionalista, si sa: mi piace fare l’albero di Natale, mi piacciono i bambini ben educati e gli adulti cortesi e rispettosi, che salutano quando arrivano e quando vanno via e non alzano la voce per sovrastare gli altri, non si tolgono le scarpe sotto il tavolo al ristorante e non danno del tu al cameriere o al cassiere del supermercato, specialmente se è, il cameriere o il cassiere, un uomo di mezza età, stempiato e probabilmente nonno; se mi invitano a un pranzo non mi siedo prima della padrona di casa, se busso a una porta aspetto che mi si dica “avanti”, se ho sonno cerco di non sbadigliare sonoramente in faccia a chi mi circonda. Sono tradizionalista, dicevo: e quindi mi piace molto festeggiare il giorno in cui io e la mia bella ci siamo scelte. Mi piace ricordare quel periodo, quando febbraio improvvisamente era diventato primavera, e c’era caldo – oddio, non proprio caldo, diciamo molto tepore – e andavamo a passeggiare in spiaggia nel pomeriggio, e poi io studiavo di sera fino a tardi ed ero molto contenta. In quel periodo stavo dando i primi esami all’università, e mi sembrava di avere davanti un mondo pieno di possibilità e occasioni, e tra queste possibilità e occasioni non c’erano quelle che poi ho realmente avuto, ma ce n’erano altre che mi sembravano parecchio attraenti; ero magretta e portavo i capelli sciolti, avevo preso da poco la patente e mi sembrava che non sarei mai potuta essere più felice di così: e invece poi ho scoperto che potevo essere molto, molto più felice.

La maggior parte dei miei coetanei esibisce un palese fastidio per gli anniversari: non ricordano quando cada il proprio; non ipotizzano nemmeno di scambiarsi regali o fiori col proprio partner; al limite, possono cogliere l’occasione per andare a mangiare qualcosa fuori. Non sanno cosa si perdono: perché un anniversario, a parte l’evidente e non trascurabile retroscena mangereccio, è un momento di enorme gratificazione: quello in cui pensi che, se l’altra persona ti si carica da tutto quel tempo, evidentemente qualcosa di buono in te c’è; che sia l’allegria nell’affrontare i piccoli impirugghi quotidiani o la capacità di preparare buoni dolci, che sia la resistenza alla noia o l’abilità nel reinventarsi, che sia l’arte di sorridere di fronte a un piccolo guaio o la forza nel sostenere l’altro quando il guaio è molto grosso, c’è un lato del tuo carattere che l’altro ama più di quanto provi fastidio per tutti gli altri: quelli che ti fanno essere scorbutico al mattino, silenzioso e insofferente al pomeriggio, aggressivo quando sei stanco, sprezzante quando hai paura. È il momento in cui ti dici che vai bene così come sei: e che sì, è vero, potresti impegnarti di più nel non lasciare calzini sozzi in giro e nel rispondere senza sarcasmo a una domanda che ti è già stata posta mille volte: ma, per oggi, pace: vai bene così e basta.

Quando sentono che io e la mia bella stiamo insieme da tanto, di solito le persone ci dicono che siamo fortunate: ed è vero, accidenti, lo siamo: perché ci siamo trovate, e ci siamo trovate in un momento in cui entrambe eravamo abbastanza mature e consapevoli per iniziare una storia; ma siamo anche state molto brave: perché siamo riuscite a crescere insieme, a tenerci strette quando i problemi erano molti e grossi, a non prevaricarci troppo, a fare ognuna un passo verso l’altra per camminare insieme. A diventare come i nostri due gelsomini: che si abbracciano e si fanno omrba a vicenda quando il sole è troppo forte, ma che restano comunque sé stessi, ognuno col suo speciale, dolcissimo profumo.
Buon anniversario, amore.
Dato che la app di RaiPlay radio funziona di nuovo, sto ascoltando la bravissima Anna Bonaiuto che legge Caro Michele di Natalia Ginzburg; lo avevo letto molti anni fa e lo ricordavo poco, ma ha la bellezza semplice e pulita e struggente della sua scrittura, al servizio di una storia in cui c’è tanto amore, ma è così ridondante e confuso e silenzioso e gridato da diventare un grosso nodo di non-amore.

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Pane, amore e blasfemia.

Sono in molti a crederci. Durante la messa recitano il Credo, ogni frase del quale è un insulto al buonsenso, e lo recitano nella loro lingua, che si presume capiscano. Quand’ero piccolo, la domenica mio padre mi portava in chiesa e gli dispiaceva che la messa non fosse più in latino, un po’ per passatismo, e un po’ perché, ricordo ancora le sue parole, «in latino non ci si accorgeva che scemenza fosse». Ci si può rassicurare dicendo: non ci credono. Come non credono a Babbo Natale. Fa parte di un retaggio, di abitudini secolari e belle alle quali sono attaccati. […]

Comunque, tra i fedeli, accanto a quelli che si fanno cullare dalla musica senza preoccuparsi delle parole devono esserci anche quelli che le pronunciano con convinzione, con cognizione di causa, dopo averci riflettuto. A domanda, risponderanno che loro credono veramente che duemila anni fa un ebreo è nato da una vergine, risorto tre giorni dopo essere stato crocifisso, e che tornerà per giudicare i vivi e i morti. Risponderanno che loro stessi fanno di questi eventi il centro delle loro vite.

Sì, non c’è dubbio, è strano.”

E. Carrère, Il Regno

Vengo da una famiglia cattolica; mia madre, e prima di lei mia nonna, sono state (mia madre lo è ancora) molto devote. Mia nonna ha recitato il Rosario alla B.V. di Pompei ogni giorno, dai sei anni alla morte; ci portava, me e i miei cugini, a Messa con regolarità: il sabato pomeriggio, alle 18, seduti in fila sulla penultima panca della chiesa dietro casa sua. Un po’ immusoniti e annoiati, ma vagamente rallegrati dalla prospettiva di un fine settimana senza compiti, sbirciavamo l’orologio ogni pochi minuti; era una celebrazione per vecchiette tremule e madri di famiglia che avrebbero trascorso la domenica mattina a preparare il pranzo: rapida, abbastanza indolore, senza canti o spargimento di incenso. Superata l’età delle imposizioni familiari, qualche tempo dopo la Comunione, io ho smesso drasticamente di andare in chiesa; i miei cugini, invece, sono entrati nel garrulo mondo dello scoutismo, ma questo è un discorso che non coinvolge me, ma loro, le loro famiglie e un buono psicanalista, quindi possiamo soprassedere.

Mia madre, oggi, fa parte di un coro religioso: va regolarmente alle prove, studia i canti con dedizione, ascolta registrazioni per valutare le diverse versioni della stessa melodia, ritmo accompagnamento strumentale clangore di percussioni, cascate di note zuccherose che si succedono sul pentagramma; è un coro di adulti piuttosto bravi, vengono ingaggiati per matrimoni e ordinazioni, ogni tanto si esibiscono per motivi benefici. A mia madre fare parte del coro piace, è un’attività che la rilassa e coinvolge, e che prevede un ricco apparato di esibizioni di fede: preghiere prima e dopo le prove, PadriNostri recitati tenendosi per mano, faticose prove ginniche a base di inginocchiamenti ed estensione di braccia al cielo. Lei partecipa attivamente a tutto questo fermento, e ne è contenta.

Mia madre, del resto, è un medico: è una persona che crede fermamente nell’evidenza scientifica, che analizza con attenzione e metodo i problemi per affrontarli nella maniera più accurata, che legge molto e si documenta. Quando mi sono imbattuta nel brano di Carrère che ho citato prima, non ho potuto far altro che pensare a lei; gliel’ho letto, e lei ha alzato un sopracciglio e mi ha risposto Non fare la blasfema. Ho indagato ulteriormente, deducendone che posso smettere di temere per la sua salute mentale: perché mia madre vede nella celebrazione e nei suoi rituali un simbolo, un retaggio mnemonico, il residuo verbale di un atto successo qualche centinaio di anni fa. Ho tirato un enorme sospiro di sollievo, comunicandole contestualmente che andrà all’inferno: perché, in teoria, questa fede condita di razionalità non basta: bisogna spingersi oltre.

Per esempio, secondo la dottrina cattolica, la Comunione non è simbolo, ma transustanziazione: ovvero, milioni di persone in tutto il mondo credono (o, come mia madre, dovrebbero credere ma edulcorano con la ragione) di stare davvero ingoiando, con la particola, un pezzo del corpo di una persona (persona con natura divina, va bene, ma con corpo umano) vissuta (e morta!) duemila anni fa. Con la sua spiccia modalità comunicativa, mia nonna avrebbe chiosato Mi tocca ‘o stuommac’. Ecco, questo è solo un esempio, forse il più evidente e spinto: ma, riflettendo sulle parole di Carrère, non posso fare altro che chiedermi se davvero (ma proprio davvero, non solo pro forma) milioni di persone credano a cose che contrastano con il più semplice buon senso; che davvero siano convinte non solo dell’esistenza di un essere supremo, creatore di ogni cosa – già, per me, ben oltre i limiti del fantascientifico, ma comprensibile necessità per tutti coloro che cercano un senso e una spiegazione a ciò che li turba -, ma che, ad esempio, questo essere abbia auvuto un figlio, concepito da una vergine, che è resuscitato in corpo e spirito e attende tutti (tutti!) per farli resuscitare in corpo e spirito. Davvero, non lo capisco e mi fa un po’ paura. Se una vaga idea di religione (quella che hanno tutti coloro che, alla domanda Ma sei cristiano? rispondono No ma credo in dio) posso anche vagamente concepirla – come metodo per sedare le ansie, come risposta a domande ataviche, come maniera per colmare lacune che la scienza non ha ancora avuto il tempo di appianare -, la piena aderenza ai dettami cattolici (ma, sia ben chiaro, anche delle altre religioni!) rimane per me un grande mistero.

Mi piacerebbe conoscere qualcuno con cui parlare di tutto questo, ma. E comunque il libro è davvero potente e dirompente, come quasi tutti quelli di Carrère.

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Cos’è, per voi, la felicità?

Una settimana fa mi sono imbattuta in un post su Facebook in cui si chiedeva agli astanti se fossero felici. Io ero fuori con la mia bella: eravamo state al centro commerciale e avevamo trovato delle scarpe belle e comode a buon prezzo senza dover girare per ore tra la folla; avevamo comprato un nuovo puzzle per la nostra collezione e anche un cappotto semplice ed elegante, scovato per caso in un negozio dove non avevamo mai messo piede. Di lì a breve saremmo andate a recuperare amicacatanese, avremmo mangiato una buona pizza e ciacolato amabilmente per l’intera serata. In quel momento, mentre camminavo mano nella mano con la mia compagna, e non c’era troppo freddo e non avevo fame e mi era passato il mal di schiena, mi sentivo pienamente felice: e ho commentato quel post scrivendo, appunto, che ero felice. Sono stata praticamente l’unica.

Assodato che so di essere una persona molto fortunata – non ho particolari guai di salute, almeno che io sappia, ho una stupenda donna al mio fianco, ho pochi (molto pochi) amici a cui voglio molto bene, ho un lavoro relativamente precario ma interessante, – mi chiedo: come mai gli altri non sono felici? Scartando, ovviamente, chi ha reali preoccupazioni per la salute propria o dei propri affini, chi ha appena perso il lavoro, chi si è accidentalmente lasciato cadere una palla da bowling sul piede, mi chiedo: cosa vi manca per essere felici? O forse sto equivocando io, e quella che mi sembra felicità è solo una sorta di olimpica atarassia?

È possibile che la mia idea di felicità sia sbagliata? La felicità, alla fine, cosa è? La mancanza di sofferenza, o la pienezza di gioia? La prospettiva di una serata serena e di una buona pizza è felicità? Sono io ad avere standard troppo bassi, o è chi mi circonda ad aver alzato troppo l’asticella? È più sano essere felici ogni volta in cui non abbiamo più quel forte dolore all’alluce, o esserlo soltanto nel momento in cui vinciamo un importante premio internazionale? La felicità è una condizione che si protrae nel tempo, come il ron ron da fuoribordo di un gatto che fa le fusa sul termosifone, o un lampo che squarcia la notte come un fuoco d’artificio? Ma soprattutto, quando siamo felici, ce ne accorgiamo? O attribuiamo una felicità retrospettiva a momenti lontani nel tempo, che ricordiamo con rimpianto (e con quel pizzico di miopia che appanna i ricordi e li rende confortanti)? E sappiamo ammetterlo, quando siamo felici? O preferiamo un’aria dolente e strutta da giovane Werther post-moderno? Ci sembra banale dichiararci felici? Un tempo, era tipico degli adolescenti ostentare un atteggiamento mogio e affranto; adesso anche gli adulti si beano di sedere figuratamente su uno scoglio schiaffeggiato dalle onde, col ciuffo al vento e un’aria di dissimulato dolore, come afflitti da una costante ulcera peptica. Ma perché? O saremo diventati tutti un po’ Michele Apicella in Ecce bombo, intenti a scoprire se ci si nota di più se non andiamo alla festa, o se ci andiamo e ci mettiamo lì in un angolo? Ecco, sarà che sono vecchia, sarà che non ho aspettative abbastanza alte su me stessa, sarà che dopo periodi difficili adesso mi sembra tutto straordinariamente bello e luminoso e pieno di colori: ma io, in questo preciso istante, sono molto felice.

Avevo chiuso il 2017 lagnandomi di aver letto poco; ho iniziato il 2018, invece, leggendo un bel po’. Adesso sto finendo Souvenir, ultimo volume della saga dei Bastardi di Pizzofalcone di de Giovanni. All’uscita dei primi libri dell’autore ero rimasta molto (molto!) piacevolmente colpita; poi, un po’ di ripetitività e la tendenza al “riassunto delle puntate precedenti” mi avevano raffreddata. Questo giallo non è male: lo stile è sempre interessante, la storia un pelino forzata ma ci sta. Peccato, come sempre, per tutte le pagine in cui, con grande sfoggio di patetismo, lo scrittore divaga, prendendo a pretesto il tempo atmosferico o il periodo dell’anno: ammettiamolo, sono abbastanza noiose, spezzano il ritmo della narrazione, sono identiche in tutti i libri dell’autore, non sono funzionali al testo, sembrano solo un momento di autocompiacimento, come gli interminabili assoli di chitarra ai concerti di Carmen Consoli. Vi prego, fatelo per me, basta.

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(R)esistere.

Venerdì scorso è morto uno dei nostri vicini; come è ovvio fare, la mia bella e io siamo andate a porgere le condoglianze alla famiglia e a chiedere se avessero bisogno di qualcosa. Il palazzo in cui viviamo da quasi quattro anni ospita trentadue appartamenti, popolati da gente prevalentemente scostante. A parte la dirimpettaia bizzarra, i vicini di appartamento dagli ottimi gusti musicali e il pavido proprietario del jack russell, non conosciamo nessuno: nessuno, se non la famiglia del poveretto morto, composta da una signora socievole e sorridente e due figlie cordiali. Il nostro ingresso nella casa dei familiari affranti, quindi, è stato silenzioso e improntato al banale frasario di circostanza: profferte di cibo e aiuto, domande sul repentino decesso, commenti sull’incredulità per l’infausto evento, blande rimostranze contro il destino cinico e baro. Siamo state accolte con abbracci e sorrisi affettuosi, e appellate costantemente come “le ragazze”, orrore che condivido sul lavoro con le mie colleghe e che mi fa pensare a programmi televisivi anni ’90 e short in denim da indossare al Coyote Ugly.
Domenica mattina, dato che le esequie non si erano ancor svolte, siamo passate di nuovo per una breve visita; la padrona di casa, dopo averci nuovamente abbracciato e baciato, supportata da una cognata che sembrava averci ben presenti (“sono loro, le ragazze del settimo piano!”), ci ha chiesto se fossimo, come evidentemente era ovvio ai suoi occhi, due studentesse universitarie fuorisede; magari, ha aggiunto la cognata, frequentavamo Scienze della formazione, che circa quindici anni fa trovava posto a qualche centinaio di metri di distanza da casa nostra. Ho risposto che no, non siamo studentesse, siamo palermitane e lavoriamo e. La visita si è sciolta tra banali commenti su come fosse insolito avere oggi un lavoro.

Auto-complimentandoci per la nostra pelle fresca e per l’aria indubbiamente giovanile (mi sono laureata, alla Specialistica, esattamente DIECI ANNI FA!), siamo andate via: la mia bella, sorridente e bendisposta verso il mondo, commentando che, appunto, siamo belle e giovanili (merito del fatto che non ci trucchiamo, of course), io bestemmiando sottovoce. Perché ciò che era sottinteso nelle parole della vicina era la considerazione che, se due donne abitano insieme, lo fanno per un motivo contingente: sono parenti (come immaginano sempre le commesse, chiedendoci con tono squillante “siete sorelle, vero?”), oppure, appunto, coinquiline (e quindi studentesse), o hanno una motivazione pratica forte che le spinge a dividere l’appartamento. Che due ultratrentenni possano vivere insieme perché lo desiderano, perché stanno insieme da un millennio, perché sono una famiglia, non è neanche preso in considerazione. Alla luce della discussione di domenica, mi sono tornate in mente le parole del pavido vicino col jack russell, che qualche settimana fa mi aveva chiesto se studiassi: e quella che mi era sembrata una semplice domanda per ammazzare il tempo in ascensore, mi sembra ora il sintomo della curiosità che attanaglia le persone del nostro palazzo, tutte intente a scoprire che cacchio facciamo insieme io e la Ste. Come la bizzarra dirimpettaia che consegna due torroncini alla mia bella dicendole “danne uno alla tua…”: non sanno neanche come definirci. Perché, semplicemente, non esistiamo.

Qualche giorno fa, a queste riflessioni (esposte sotto forma di post Fb, quindi sintetiche e arraggiate), una persona che stimo molto ha risposto chiedendomi se fosse necessariamente un male, che la gente non intuisca che siamo una coppia. Era un’ottima domanda, e mi ha fatto riflettere (e di questo ringrazio Massimo, che è una persona adorabile): e ho dedotto che il fatto che le persone non comprendano che siamo una coppia mi avvilisce, mi fa arrabbiare, mi mortifica. Perché se invece della mia bella ci fosse accanto a me un esemplare di homo sapiens maschio, non ci sarebbero ambiguità o domande; sarebbe “mio marito” o “il mio compagno”, e ci verrebbe chiesto, al limite, quando ci sposeremo o se avremo bambini. Ecco, nessuno a noi lo chiederebbe mai: perché, nell’immaginario collettivo dell’uomo comune italiano, nel 2017, “gay” è un termine che si addice a un ragazzo, meglio se vagamente effeminato, che conduce una vita dissoluta e fa il barista, il truccatore o il parrucchiere. Le lesbiche esistono, come pura astrazione, solo in qualche film: e lì o rimangono incinte del primo pene sopraggiunto nelle vicinanze o sono colpite dalla maledizione della poiana e vivono qualche lacerante tragedia, con ovvio finale lacrimevole. La categoria “donne adulte, sane di mente, che vivono insieme perché si amano” semplicemente non c’è: e io mi sento privata di un riconoscimento sociale che merito; sento che una parte della mia identità viene cancellata: perché, è inutile negarlo, dall’infanzia noi siamo (anche) quello che vediamo riflesso nell’occhio dell’altro che ci osserva. E se l’altro non registra la nostra presenza, non ci vede, anche noi in parte spariamo. E io non voglio sparire, né rispondere frasi a effetto alle commesse, né sconvolgere la moglie del povero defunto con affermazioni taglienti: vorrei semplicemente esistere, essere riconosciuta nella mia identità di persona, con una casa e un lavoro e una solida vita affettiva, e in ascensore, tutt’al più, parlare del tempo e dei lavascale, che anche stavolta hanno dimenticato il portone aperto.

Ho iniziato il 2018 leggendo un bel po’. Ho finito una raccolta di racconti De Giovanni, Le solitudini dell’anima, assolutamente dimenticabile, e ho letto quello che veniva presentato come un giallo: Bella era bella, morta era morta di Rosa Mogliasso: che partiva da un buono spunto, un cadavere trovato ai margini di un centro abitato e molte persone che lo vedono ma scelgono di non dare la notizia, per concludersi con un finale che dovrebbe essere a effetto, ma che ho trovato solo mozzo, buttato lì. Peccato, l’idea c’era, ma ci sarebbero volute cinquanta pagine in più per svilupparla.

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Novità in cucina.

Ci sono alimenti che vanno di moda; quando ero bambina, per l’insalata si usava solo il pomodoro-da-insalata: che era grosso, rosso-verdastro, turgido e brillante, non costoluto, con un bel picciolo; aveva un sapore deciso, estivo: sapeva di sole e del sale sulle spalle al ritorno dal mare, del giardino innaffiato col tubo di gomma bianco, delle discussioni con la nonna sulla possibilità di giocare fuori prima delle cinque e sull’assoluta necessità di non disturbare il sonno altrui, pena l’immediato taglio del pallone. Si poteva servire a fette o a pezzettini, riempire di riso e tonno e olive, o mangiare a morsi, in piedi in cucina, aspettando che la doccia fosse libera. Poi, improvvisamente, sono diventati di gran moda i pomodorini; i ciliegini prima, e i datterini molti anni dopo, hanno soppiantato i pomodori insalatari: e si trovano tutto l’anno, in barba alla stagionalità, avvolti nel coppo di carta pesante beige del fruttivendolo o in igieniche vaschette di plastica trasparente sui banconi del supermercato; addirittura, chissà come mai, i datterini sono venduti in bizzarre confezioni a forma di poliedro a base triangolare, che non chiudono mai bene e si incastrano con difficoltà in mezzo alle altre confezioni. Non si possono fare ripieni, ovviamente, e hanno sempre la buccia un po’ troppo dura e sanno spesso d’acqua, di troppo poco sole, di serra.

Nella stessa maniera, da pochi mesi a Palermo si sono diffuse le patate rosse: che fino a una manciata di settimane fa non avevo mai visto e che ora, improvvisamente, sono ovunque – e, paradossalmente, costano meno delle care vecchie patate a pasta gialla. Le ho comprate, la prima volta, colma di aspettative; ho passato diversi giorni a scegliere il modo migliore per prepararle (bollite, in purezza, in modo da evidenziare il sapore? A sformato? Fritte?), per poi scoprire che non hanno molto di differente dalle patate “nuove”; sono solo, forse, un pochino più croccanti: o semplicemente, forse ho avuto più fortuna e mi sono venute meglio del solito. Ieri sera, comunque, le ho cotte al forno (e, di nuovo, sono diventate croccanti e invitanti senza che facessi niente di particolare); abbiamo cotto un carciofo in padella e abbiamo optato per la frittata carciofi-e-patate: che è venuta buona e gustosa e invitante e. Ma che si è orribilmente sfrantumata quando ho tentato di girarla: e no, non entrerò nel girone dantesco delle frittate arrotolate o cotte solo da un lato, la mia religione me lo impedisce e darei un orribile dolore a mia madre, che da me non se lo aspetta. Abbiamo mangiato, con mio sommo sconforto (e tra ottimistici mugolii di piacere della mia bella, che oltre che bella è anche molto dolce e trangugia qualsiasi cosa le prepari, anche tagliatelle funghi e marmellata di pesche, dicendo che buono!), una frittata orribilmente rappezzata. La prossima volta, ho deciso, divido il composto in due parti e cucino una piccola frittata a testa: vincerò io la battaglia contro la lobby delle palette-da-frittata, colpevoli almeno in parte della disfatta di ieri.

La app Raiplay Radio, che mi aveva resa, per qualche giorno, una felice ascoltatrice di audiolibri, in seguito a un insensato aggiornamento ha smesso di funzionare; sono rimasta a metà con Limonov di Carrére, e dovrò finirlo leggendolo e non ascoltando la bella voce di Elio De Capitani. Lo so, non è una tragedia, ma cheppalle.

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Il mio 2017, in (non troppo) breve.

Con prevedibile scarsa originalità, l’ultimo post del 2017 non può che essere un bilancio dell’anno appena trascorso: perché è nella natura umana fermarsi un attimo, riguardare avanti-veloce l’ultima frazione di tempo che sta per consumarsi, riavvolgerla e impacchettarla e inscatolarla, metterla in un cassetto con l’etichetta “anni passati”; tirare via i ricordi migliori, metterli su un ripiano da cui prenderli per coccolarsi nei momenti di sconforto, mandarli giù come una cucchiata di cioccolata calda: e anche un paio dei peggiori, da tenere lì per i giorni di auto-sabotaggio e per le notti di insonnia, per tutti i momenti in cui il senso di colpa non ha altro modo per manifestarsi.

Se dovessi definire il 2017 con un solo sostantivo, il primo a venirmi in mente sarebbe “consapevolezza”. È una parola che mi piace molto, e se fossi una persona a cui piacciono i tatuaggi – che invece mi sembrano parecchio tamarri – forse me la farei scrivere in bella grafia su una spalla; perché la consapevolezza sa di risultati raggiunti e di strada ancora da percorrere, di coscienza di sé e di sicurezza nelle proprie capacità, e anche di conoscenza della propria finitezza: perché consapevole è chi sa quanto vale, ma anche quando non vale.

È stato un anno terribilmente stancante, il 2017: in cui non ho quasi avuto ferie, ma ho lavorato lavorato lavorato senza sosta; ho fatto parte di un nuovo e bellissimo progetto, per la prima volta senza potermi nascondere dietro il gruppo delle colleghe: e lì, abbastanza sola ed esposta, mi sono avvilita moltissimo, e impegnata allo spasimo, ho passato notti intere al pc e lasciato la mia bella a guardare la tv da sola sul divano, semiaddormentata davanti a Twilight: ma, per la prima volta, ho ricevuto lodi e complimenti e ho avuto la sensazione di potercela fare. È stato anche l’anno della prima – e probabilmente ultima – campagna elettorale a cui ho lavorato: e lì ho conosciuto persone nuove, ho sperimentato nuovi linguaggi, sono stata, per la prima volta, non l’ultima arrivata ma quella con più esperienza: ed è stata una sensazione diversa e straordinariamente gratificante.

È stato un anno, ma soprattutto un’estate, di paura e insicurezza per la salute della mia famiglia: e, mentre temevo il peggio, ho capito che comunque ce l’avremmo fatta, e che basta riadattare i propri schemi mentali alle situazioni nuove per riuscire a venirne a capo senza (troppo) dolore.

In questi dodici mesi ho letto molto poco, guardato molti film, ascoltato audiolibri come se non ci fosse un domani; ho visto telefilm, sono andata al cinema, penso, due o tre volte: e anche a un concerto che non mi piaceva, ma che poi un po’ mi è piaciuto. Ho visitato una grande e bella città che non conoscevo, ho visto un pezzetto di Alpi su cui non avevo mai messo piede, ho sognato l’Everest e le cime scoscese del Nanga Parbat. Ho visto un po’ più da vicino la crescita di Pupetto e di Robert, i due bimbi a cui sono più affezionata; sono stata (troppo poco) vicina alla mia bella, quando ci ha lasciati Nonna Rosa: e, mentre la mia memoria labile e sovraffollata cancella un po’ di parole, cerco di tenermi stretta quelle che mi ha rivolto nei quasi sedici anni in cui l’ho conosciuta.

Sono rimasta sola a casa per una settimana, quest’anno: e, mentre la mia bella era a un matrimonio, io ho montato mobili Ikea con scarsa perizia e molto aiuto da parte di mio padre; soprattutto, ho visto la mia compagna iniziare a collezionare i riconoscimenti e le soddisfazioni che merita: e vedere la sua trepidazione farsi, anche in questo caso, consapevolezza, è stato un regalo splendido e immeritato, di cui le sarò sempre grata.

Ho scoperto che l’amore, anche se sembra aver raggiunto l’apice del suo arco, può ancora crescere: e che, quando l’anno scorso pensavo di non poter amare più di così, mi sbagliavo di grosso.

Sono stata, nel 2017, vergognosamente felice: e nel 2018 pretendo di non esserlo neanche un po’ di meno.

Gli auguri per il nuovo anno sono un obbligo, in questi casi: così, insieme a un consiglio di lettura (il superbo “La fine dei vandalismi” di Tom Drury, un romanzo ambientato nel cuore degli Stati Uniti che mi sta facendo pensare molto alla cittadina di Holt raccontata da Kent Haruf), auguro a tutti un 2018 stupendo. AllaMate, invece, auguro di dimenticare in fretta il 2017, e di ricevere sempre più spesso notizie come quella di due giorni fa.

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Cose che vorrei per Natale.

NataleUn pinguino domestico, ma quello lo chiedo ogni anno e ormai mi sono rassegnata; in sua vece, una volpe, purché sia mansueta e con la coda molto folta per scaldarmi i piedi in inverno: o anche un leprotto, un anatroccolo o un asino da chiamare Biagio.

Qualcuno che mi racconti qualcosa di Ife che non so: una frase che ha detto, un pensiero che lo ha attraversato, la sua città d’origine.

Qualcosa di molto buono da mangiare: che sappia di patatine e biscotti e cioccolato e pizza grondante gorgonzola e risotto ai funghi e panino con bresaola e brie, ma con l’apporto calorico di un centrifugato di cetriolo, le vitamine di un’insalata di carciofi e le proteine di un etto di fesa di tacchino.

Riuscire a riprodurre il brodo di pollo che preparava mia nonna, senza nessuno a indicarmi la ricetta.

Una giornata sui gonfiabili: interi castelli multicolori da scalare a balzelloni e nessuno che mi guardi con raccapriccio perché fuori età e fuori limiti di altezza. In mancanza di meglio, anche una discesa in scivolo: ma dovrebbe essere quello della mia infanzia, che stava accanto all’ingresso del Giardino Inglese e faceva una o due curve e mi sembrava enorme.

Avere il sangue freddo di rispondere per le rime a chi critica il mio pranzo, la mia forma fisica, il mio abbigliamento o le mie scelte di vita.

Tanti buoni consigli: libri e film imperdibili, dischi che mi faranno perdere la testa, ma anche consigli generici, random, tipo Allaccia le scarpe quando esci o Non pulire il fornello quando è ancora acceso o Ricordati di essere tu a fare gli auguri alle persone più anziane.

Sorridere, alzare le spalle e ignorare i commenti sgradevoli, le frecciatine acide, le persone che parlano come se non fossi nella stessa stanza: ma sorridere, alzare le spalle e ignorare veramente, e non sorridere, alzare le spalle e rimanerci molto male.

Tanti limoni dal nostro albero, tanti gelsomini turgidi e profumati dalla nostra pianta: la sensazione che una piccola parte di mondo, un frammento minimo di natura viva anche grazie alle nostre cure, alle erbacce che tiro via la mattina anche se sono in ritardo per andare al lavoro, all’acqua che distribuisco con premura in estate, quando c’è una sciroccata che brucia le foglie delle piante e le fa accartocciare in meno di mezz’ora.

Non aver fastidio guidando in autostrada.

Avere il tempo e lo spazio mentale per leggere un po’ di più, con più coerenza e meno distrazione: portare a termine i romanzi che mi piacciono in pochi giorni, e non continuare a tirarmeli dietro per settimane quando so bene che mancano solo poche pagine alla fine.

Fare almeno un bagno a mare, quest’estate.

Riuscire a non sentirmi in colpa perché la mia giornata ha un numero di ore finito e non riesco a cacciarci dentro tutto quello che vorrei: una passeggiata mano nella mano con la mia bella, tre-quattro capitoli del nuovo giallo scandinavo, una telefonata di lavoro, una mano d’aiuto ai miei genitori, una pipì al volo con Nando, due chiacchiere con un’amica, un caffè al bar.

Che le persone che porto nel cuore siano felici.

In questi giorni, il sito di Ad alta voce ha subito un massiccio e assolutamente necessario restyling, alla fine del quale ho temuo di non essere più in grado di scaricare i podcast. Ho scritto alla pagina Fb e alla sezione customer care del sito senza alcuna soluzione; poi ho provato a chiedere aiuto su un gruppo per lettori: e lì, al netto di qualche idiozia, sono riuscita a venirne a capo. Ho scaricato la app Raiplay Radio, che è molto funzionale e dalla grafica pratica e accattivante, e adesso ho di nuovo i miei podcast, insieme a tanti altri che nel tempo erano stati rimossi. La funzionalità è identica a quella di Audible, ma è gratis. What else?

 

 

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Del cinema, del Natale, dei film natalizi.

Natale non sarà Natale senza regali” è il famosissimo incipit di Piccole donne. Per me e la mia bella, Natale è una cosa seria; abbiamo scelto e acquistato per tempo regalini per parenti e amici; li abbiamo incartati e infiocchettati (ok, ok, li ha incartati e infiocchettati lei, ché io sono negata) e disposti sotto l’albero. Abbiamo recuperato campanelle e sfere con la neve e la nostra collezione di presepi, affisso una pacchiana decorazione con un babbonatale su un ramo di abete alla porta di casa, spolverato un albero di ceramica con fiocchi e nastri che mia madre ci ha omaggiato al grido di “è troppo kitch per casa mia!” che ha trovato posto, l’albero e non mia madre, davanti allo stereo. Abbiamo anche stilato, con largo anticipo, un dettagliato elenco di film natalizi: perché per noi Natale non è Natale senza La vita è meravigliosa.

Per celebrare degnamente un periodo che amiamo, abbiamo messo a punto un calendario di film da vedere, declinati in natalizi e capodanneschi: e, dal primo dicembre al 6 gennaio, la sera non sono concessi programmi televisivi non-a-tema o film d’avventura o gialli, neanche se ce lo chiedesse Hitchcock in persona.

Dopo giorni di consultazioni, dal vivo e sui social, siamo pervenute e un elenco che sembra soddisfarci; non mancano i grandi classici: Una poltrona per due, La vita è meravigliosa, Piccole donne nella versione con Liz Taylor, Natale in casa Cupiello che mi mette sempre una tristezza fonda e senza remissione. Abbiamo aggiunto qualcosa di nuovo (Un amore sotto l’albero, Love actually, La neve nel cuore, Il diario di Bridger Jones), qualche concessione al cinema d’animazione (Il canto di Natale di Topolino), un paio di digressioni (Via col vento e Angeli con la pistola, che non sono natalizi ma sono dei cult). Abbiamo dibattuto a lungo sull’opportunità di togliere dall’elenco i film che non ci piacevano (e così sono saltati Il piccolo Lord, La storia infinita e poco altro), abbiamo ricordato il cinema italiano (Baci e abbracci, che ha tutta la carica vitale dei primi film di Paolo Virzì), inserito titoli più recenti (Non buttiamoci giù, che è tratto da un libro che abbiamo amato); sono stata costretta, pena la pubblica gogna feisbucchiana, a segnare in elenco un musical (Sette spose per sette fratelli, che immagino solo come una sfilza di boscaioli in camicia grunge che zampettano e strepitano e che già so che non mi piacerà), sono riuscita a tirar via in extremis i film che mi spaventavano (Il grinch, Nightmare before Christmas). Ovviamente, uno dei primi lavori a rientrare nell’elenco è stato Parenti serpenti, che abbiamo guardato citando a memoria la maggior parte delle battute, e che credo sia uno dei film che ho visto più volte in vita mia, con una superba Marina Confalone che davvero avrebbe meritato di più dal cinema italiano.

Mentre le feste sono ormai nel vivo e la voce di Clarence mi risuona nelle orecchie (“ogni volta che una campanella suona, un angelo mette le ali”), mi chiedo se non abbiamo dimenticato qualcosa. Qualcuno ha titoli imprescindibili da consigliarci? Siamo sempre pronte a inserirli.

In un periodo in cui ho poco tempo per leggere, ho deciso di affrontare Il regno di Carrére; probabilmente non è una scelta felice: è un libro molto bello, una interessante disamina sulla religione cattolica, ma ogni pagina andrebbe meditata e affrontata da diverse angolazioni, e non trangugiata in fretta e furia. Ma tant’è: lo sto leggendo e ne vale veramente la pena.

Santa Lucia è passata da poco, con il suo strascico di arancine&acidità; ho preparato la cuccìa: alla ricotta per gli onnivori, vegana per mia madre, assemblando un budino al cacao amaro fatto con latte di riso, grano cotto e cedro candito. Ieri sera, mentre mandavo giù l’ultima cucchiata, mi chiedevo come mai la cuccìa sia impossibile da trovare in qualsiasi altro giorno dell’anno: io la mangerei volentieri anche a Pasqua.

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Stereotipi.

I disabili sono così forti e coraggiosi!
I disabili sono persone speciali.
I disabili sono un esempio per tutti noi.
Sei disabile? Ti stimo molto per questo.

Oddio, i gay sono così sensibili! Si vestono così bene e sanno anche ballare!
Voi gay siete più fortunati, sapete cosa aspettarvi dal/dalla vostr* partner.
Ormai essere gay è quasi una moda, un tempo non ce n’erano così tanti.
Ho tanti amici gay, però permettere loro di sposarsi mi sembra esagerato, il matrimonio è un valore.

Sei medico? Io non potrei mai farlo, soffrirei troppo.
Fare il veterinario? No, no, non posso vedere star male un animale.
Gli infermieri sono persone migliori dei medici.
Comunque ai medici interessa solo dei soldi e dei pazienti se ne fregano.

Le mamme sanno cosa è meglio per i loro figli.
Da quando sono mamma non ho più neanche il tempo di fare una doccia ma ne sono felice.
Mio marito mi aiuta, eh, ma i bambini hanno bisogno della mamma.
Una vera mamma non lavora/non esce con gli amici, una vera mamma è felice solo con suo figlio.

Gli scrittori hanno una sensibilità particolare.
Gli scrittori sono tutti ricchissimi e scrivono soltanto per i soldi.
Saviano non è un vero scrittore e poi le cose di cui parla lui si sapevano già da decenni.
Se Saviano fosse davvero stato minacciato dalla camorra a quest’ora sarebbe già morto.

Avete adottato un bambino! Siete davvero sensibili.
Avete adottato un bambino?! Oddio, sarà difficilissimo.
Avete adottato un bambino? Vabbè, ma non è la stessa cosa di un figlio vero.
Vostro figlio è adottato? Inutile illudersi, con tutto quello che ha sofferto non sarà mai felice.

Il mio cane per me è come un figlio.
Ormai le persone considerano i cani alla stregua dei figli.
I cani sono migliori delle persone.
Per certuni i cani contano più delle persone, non mi sembra giusto.

La Bibbia è un testo importante e tutti dovrebbero leggerlo.
La Bibbia esprime valori che anche i non cattolici apprezzano.
Nel Corano c’è solo violenza.
Il Vangelo è un esempio di vita per tutti.

Non capisco cosa c’entra il rispetto per le donne con termini come “ministra”.
Ormai le donne sono alla pari degli uomini, a che serve utilizzare termini particolari per designarle?
Va bene tutto, ma “ministra” e “ingegnera” non li userò mai.
Con tutti i problemi più importanti che ci sono, questa mi sembra una piccolezza.

Se una donna gira di notte in minigonna e viene aggredita, un po’ se l’è cercata.
L’uomo è predatore, si sa.
Comunque certe donne provocano.
Uno schiaffo non mi sembra così grave, non è violenza!

Non potrei mai leggere un ebook, il libro deve essere di carta!
Io senza l’odore della carta non posso leggere.
Libri e ebook non sono certo la stessa cosa.
Ascoltare un audiolibro è molto diverso da leggere un libro.

Ecco, tutte queste frasi qua sopra le odio. Non ditele davanti a me.

Ho finito di ascoltare l’audiolibro di Una questione privata di Beppe Fenoglio, letto dal supremo Omero Antonutti; ci ho trovato dentro una tristezza senza fondo, un dolore sordo e lancinante: un senso di assoluta inutilità, come se la vita, propria e altrui, diventasse priva di significato. Un romanzo maestoso, ma che mi ha lasciata con moltissime domande e poche risposte; mi piacerebbe che qualcuno avesse voglia di parlarne.

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Non c’è più religione.

In questi giorni, una polemica ha occupato testate cartacee e online e bacheche facebook di palermitani e limitrofi: in una scuola pubblica cittadina, il dirigente scolastico ha avuto l’ardire di disporre la rimozione di alcune statue a soggetto religioso dai locali dell’istituto e di richiedere al corpo insegnante di non imporre ai giovanissimi allievi (si tratta di un istituto comprensivo che abbina scuola dell’infanzia e primaria) la preghiera collettiva all’inizio delle lezioni e alla ricreazione. Le reazioni scomposte non si sono risparmiate: dai titoli sensazionalistici sui giornali (“a scuola è vietato pregare”) ai commenti esarcebati sui social, dalle incursioni della lega (la minuscola è voluta) alle manifestazioni dei genitori che, armati di coroncine del rosario intorno al collo degli ignari scolari, hanno bloccato la strada chiedendo il rispetto delle tradizioni. Quegli stessi genitori, va detto, che non sono scesi in piazza quando, all’inizio dell’anno scolastico, in quello stesso plesso è crollato l’intonaco in una classe: ma, è evidente, tra una Madonna rimossa e un soffitto che viene giù è sicuramente la prima eventualità la più drammatica e pericolosa.

Non sono credente, ma penso di avere un atteggiamento rispettoso nei confronti di chi lo è: ho sempre accompagnato mia madre in chiesa o alle prove del coro religioso di cui fa parte, sono riuscita a non ridere in faccia ai miei cugini vestiti da boy-scout a quarant’anni, con tanto di fazzoletto al collo e gagliardetti sulla camicia; ho presenziato senza battere ciglio a tutte le cerimonie in cui la mia presenza era richiesta, matrimoni o funerali che fossero. Ho anche letto l’intera Supplica alla B.V. di Pompei a mia madre, per telefono, un anno che la prima domenica di ottobre era ricoverata fuori città e non c’erano ancora gli smartphone per cercarla online, e lei non trovava più la sua copia. Sono stata abituata fin dall’infanzia a vedere mia nonna che recitava il rosario, la mattina; ma non credo che mi abituerò mai all’imposizione della religione cattolica nella vita quotidiana degli italiani: anzi, non voglio farlo. Non voglio accettare i crocifissi nelle camere di ospedale di strutture pubbliche, né tantomeno nei tribunali e nelle aule scolastiche: per quel minimo, necessario rispetto che ho sempre tributato, in qualsiasi momento della mia vita, a chi crede. Sono stanca di sentire annoverare riti e simboli della religione cattolica tra gli elementi “tradizionali” della nostra cultura: sono, appunto, le vestigia di un credo religioso, che non è spontaneo e automatico che tutti scelgano di condividere. La recita in classe di una preghiera non è soltanto un momento di rievocazione di usi e costumi della zona, non è cantare “ciuri ciuri” battendo a tempo il piede: è un modo per includere chi sente proprio quel credo religioso ed estromettere chi invece è stato cresciuto con un’altra fede, o ha semplicemente deciso di poter farne a meno. La violenza passivo-aggressiva sottesa alla maggior parte delle manifestazioni della vita religiosa mi fa paura: e mi spaventa ancora di più il fatto che sia considerato tutto scontato, ovvio; è ovvio che ci si sposi in chiesa, è ovvio che si celebrino esequie religiose, è ovvio che i bambini frequentino il catechismo o l’ora di religione in classe. Vedo, in queste piccole, quotidiane imposizioni, il terrore di chi si professa cattolico all’idea che qualcuno scopra di non aver bisogno di statue da adorare e riti da celebrare per poter vivere bene: la paura che si venga a sapere che senza religione si continua ad essere persone dotate di moralità, in grado di scegliere per sé e i per propri figli, capaci di vivere in un contesto civile e sensato. Il panico all’idea che qualcuno sappia che della religione si può fare a meno: e la mia personale esperienza di bannata da una sedicente amica per aver avuto l’ardire di nominare la pratica dello sbattezzo la dice lunga.

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