Istruzioni per resistere a un’ondata di freddo.

A Palermo non c’è freddo quasi mai. Anche d’inverno le temperature, di giorno, scendono raramente sotto i 15 gradi, e le nevicate sono così rare che ne ricordo solo due o tre. Cani randagi e senzatetto scelgono Palermo come meta, di solito, proprio perché invogliati dal tepore quasi costante: come Ife, che bestemmiava contro il caldo estivo e mi invitava, nei giorni meno caldi, a sedermi sulla coperta arancione e farmi scaldare le mani da lui. I palermitani sono geneticamente programmati per confrontarsi con lo scirocco: conoscono tecniche degne di un tuareg per sfuggire alla calura e soffrono e si lagnano in giorni come questi, in cui il sole è pallido e smunto e i piedi, nelle scarpette da jogging leggere, sono irrimediabilmente umidi. È necessario, quindi, approntare un prontuario per sfuggire alle rigide temperature di questo inverno: in attesa di un’estate che, a quanto pare, sarà torrida come poche.

Non uscire di casa, se non in casi di conclamata necessità – lavoro, spesa alimentare, concerto di Carmen Consoli.

Non indossare mai un numero di strati di abiti inferiore a cinque: canottiera, magliettina a maniche lunghe, maglioncino sottile e caldo, maglione grosso e ingombrante, ponchi peruviano costituiscono l’attrezzatura base per soggiornare in un ufficio corredato da termosifoni funzionanti.

Andare a recuperare, nei meandri della scarpiera, gli stivaletti-doposci acquistati a Pisa in un giorno di diluvio.

Arricchire la propria dieta con vergognose quantità di cioccolato, premurosamente fatto trovare dalla Befana nella calza lasciata qualche giorno fa ai piedi del letto.

Lamentarsi costantemente del freddo, lasciandosi sfuggire un sospiro affranto ogni poche parole.

Andare alla ricerca di plaid di pile da drappeggiarsi sulle gambe mentre si sta sul divano.

Fare scorta di film semplici, divertenti e un po’ datati, da vedere con il plaid sulle gambe e un pezzo di cioccolato sempre in bocca.

Assoldare qualcuno che scaldi il letto prima di scivolare sotto le coperte, per evitare lo sgradevole effetto stridente delle gambe calde di plaid contro le lenzuola fresche.

Adottare un gatto o un canuccio molto peloso da tenere in grembo.

Sorbire zuppe e minestroni a pranzo e farsi portare pizza a domicilio per cena, per non sprecare energie cucinando: ma tenere lo stesso il forno acceso, per aggiungere unità-calore alla casa.

Bere tè bollente a tutte le ore, con conseguente insonnia ostinata, nell’intenzione di ‘riscaldarsi dall’interno’.

Avere un buon libro con cui trascorrere a letto buona parte del sabato mattina: e pazienza se la mano che lo regge ghiaccerà, mentre il resto del corpo, avviluppato in piumoni e coperte, sta al caldo.

Sto finendo di leggere “Due storie sporche” di Alan Bennett, e sono felice di aver ritrovato l’umorismo sagace e cattivello di uno scrittore che, per molto tempo, avevo messo da parte.

La raccolta di coperte per i senzatetto organizzata dai circoli Arci si è conclusa, ma le associazioni che svolgono servizio notturno continuano ad accettare abiti pesanti e plaid da distribuire. La mia offerta è sempre valida: se siete a Palermo e avete qualcosa da donare, ditemelo e penserò io alla consegna.

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Non è una città da freddo.

Da due giorni a Palermo c’è molto freddo. Le temperature non superano i sei o sette gradi, i monti intorno alla città sono imbiancati, qualche intraprendente fiocco di neve ha provato a cadere sulle strade. Ha grandinato in abbondanza e la gelateria sotto casa non ha registrato il tutto esaurito per la prima volta dalla sua apertura.

Palermo non è una città adatta al freddo. Contro il caldo è ben attrezzata: quasi tutte le case hanno condizionatori e ventilatori, le finestre sono strategicamente piazzate in modo da favorire le correnti d’aria, ci sono pensiline che ombreggiano le fermate dell’autobus e il mare a due passi per dare una fugace sensazione di frescura. Il freddo, invece, ci coglie sempre impreparati: dobbiamo riporre in frigo l’insalata di riso e ingegnarci a cucinare qualcosa di caldo – la pasta e lenticchie andrà bene? O è meglio il brodo di pollo? Ma come si prepara? -, mettere in funzione la caldaia che non usavamo da quel giorno dell’inverno scorso in cui ci è venuto a trovare l’anziano nonno e non volevamo che si buscasse il raffreddore e abbiamo sudato tutti come anguille, tirare fuori dall’armadio il piumone pesante. Dobbiamo – dovremmo – ricordarci, tra un post entusiastico sulla magia della neve e uno esterrefatto sulla temperatura indicata sul cruscotto della macchina, che per strada ci sono molte persone: addirittura duecento, ecco, che stanno tentando di fronteggiare la situazione avvolgendosi in strati di coperte, stringendosi ai propri canucci e bestemmiando contro il freddo. Che verranno invitate a trasferirsi, solo per stanotte, per carità!, sotto un tetto, che sia quello del salone di una chiesa o di un dormitorio pubblico sovraffollato: e che, nella maggior parte dei casi, rifiuteranno l’offerta, perché non vogliono lasciare cani giacigli e masserizie senza custodia, a rischio che qualcuno le faccia sparire e prenda il loro posto in quel portone comodo e accogliente. Persone che, con ogni probabilità, graziealcielo, supereranno anche queste giornate, e che torneranno rapidamente ad essere ignorate, relegate a elemento di colore in una discussione sulla città e la sua pretesa capacità di dare accoglienza a chiunque o ritenute colpevoli di macchiare, con la loro presenza, i tappeti persiani che ornano il salotto buono di Palermo. Dovremmo pensarci, quando ci auguriamo che la neve continui a cadere: non avevamo detto che non avremmo lasciato indietro nessuno?

In questi primi giorni del 2017 non riesco a trovare un buon romanzo che mi tenga compagnia dal kindle – sto leggendo invece, alla vecchia maniera, I cani di Babele di Carolyn Parkhurst, suggerito dalla Mate e ricevuto per Natale da parte di amicastorica: un giallo decisamente atipico, pieno di descrizioni di vita quotidiana, delicato e coinvolgente, proprio come piace a me.

Questo post è dedicato a tutte le persone che stanno pattugliando la città per distribuire abiti pesanti, coperte e pasti caldi ai senzatetto. Se qualcuno avesse qualcosa da donare, può dirlo a me che penserò al recapito.

La foto di monte Cuccio imbiancato è opera della mia bella.

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Grazie, 2016.

Il 2016 si conclude oggi. Leggo sui social – tra l’annuncio del programma di una folle nottata di bagordi e le foto di completini intimi rossi, minigonne intessute di filo d’oro, elaborati piatti in avanzato stato di preparazione e alberi di Natale psichedelici – parole di giubilo all’idea: sembra che l’anno appena trascorso sia stato sullo stomaco a molti. A me, invece, tranne che per la morte dell’ultimo nonno rimasto, è proprio piaciuto.

È stato un anno dolce, sereno, senza scossoni: un anno in cui ho apprezzato moltissimo le serate in casa, i film da vedere al pc sotto una enorme coperta di pile, le serie tv – ma accidenti, niente sarà mai più bello di Queer as folk! – e le tisane calde. Un anno pieno di hamburger e cenette a base di cibo cinese, di biscotti secchi a colazione e aperitivi davanti a un puzzle, di “amore, che buono!” davanti a pizze fatte in casa e frittate e pollanche. Un anno in cui ho ringraziato ogni giorno la mia buona stella per avermi ridato la mia compagna: bella, luminosa, sorridente, sicura, tenera, protettiva, attenta, paziente. Un anno in cui all’amore sono finalmente riuscita a coinugare la consapevolezza: dei miei limiti, delle mie insicurezze, della nostra forza insieme. Della necessità di pensare molto, parlare meno, ascoltare e riflettere e attendere, dare spazio e tempo e fiducia.

È stato un anno punteggiato di amici: in cui mi è spiaciuta la lontananza di alcune persone a cui voglio bene, che ho visto poco – ma cercando di racchiudere, in un fine settimana o in pochi giorni, tutto il mio affetto e la mia attenzione e la voglia di fare qualcosa di bello insieme – e che spero di vedere più spesso, ma che comunque tengo accanto a me, nel cuore e nei pensieri e in quel fondo di preoccupazione e apprensione che sono parte di me e che nutro come una piantina d’appartamento. Un anno in cui ho scoperto persone che conoscevo poco e che mi hanno riempita di consigli e suggerimenti e idee, in cui ho passato più tempo con altri a cui voglio bene da anni: vecchi amici, di quelli che citi a modello per gli astanti e abbracci forte forte quando li vedi, che cambiano casa, lavoro e vita rimanendo sempre quelli che erano, graziealcielo.

È stato un anno di crescita: in cui ho cercato di apprezzare quello che c’è di buono nella mia vita – genitori attenti e presenti, parenti acquisiti affettuosi ed empatici, un lavoro che mi piace, un canuccio festante – e ignorare quello che non mi è andato giù: sorridendo e pensando pace, va bene così.

Degli ultimi anni, sicuramente il 2016 è stato quello in cui ho letto meno: ma ho vissuto di più, quindi anche in questo caso va bene così. Chiudo l’anno con le ultime pagine di “Una domenica con il commissario Ricciardi” di Maurizio de Giovanni: non un romanzo ma una raccolta di quadri raccontati con dolente delicatezza e intervallati da foto d’epoche. Un libro che si legge in una manciata di mezze giornate e che forse lascia poco, ma che regala uno scorcio interessante della Napoli degli anni Trenta.

Felice anno nuovo a tutti: vi auguro che il 2017 porti a ognuno di voi la gioia che mi ha regalato il 2016.

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Pro e contro del Natale.

È il momento più bello dell’anno.
È il momento dell’anno in cui chi è solo si sente ancora più solo.

Càpita solo una volta all’anno.
Càpita solo una volta all’anno.

Si può mangiare moltissimo senza sentirsi in colpa.
Si rimpiange per i mesi a venire di aver mangiato moltissimo senza pensare al futuro.

Si ricevono molti regali.
Si devono scegliere, comprare, impacchettare e recapitare moltissimi regali.

Si incontrano molte persone che non si vedevano da mesi.
Non sempre è piacevole incontrare queste persone: se non si vedevano da mesi, c’era un buon motivo per non farlo.

Si passa più tempo in famiglia.
A volte non è piacevole passare un pomeriggio insieme allo zio Osvaldo.

Si può dormire fino a tardi.
Chi ha tempo di dormire, con il pranzo da preparare e i regali per lo zio Osvaldo ancora da incartare?

Le ferie.
Avere lavorato moltissimo dato che dopo ci sarebbero state le ferie.

Ricevere quell’oggetto che si desiderava tanto.
Ricevere ventitrè oggetti di dubbio gusto di cui non si sentiva affatto la necessità.

Le strade piene di suggestive lucine.
Le strade piene di imbecilli in auto che girano disperatamente in cerca di posteggio per comprare il regalo allo zio Osvaldo.

Tanto tempo libero per leggere, riposare e giocare a Trivial.
Dover fare queste attività nei ritagli di tempo tra la visita di cortesia allo zio Osvaldo, le pulizie di casa rimandate da mesi e i molti minuti sprecati in cerca di un posteggio.

Panettone, pandoro, torroni sempre a disposizione.
Nessuno di questi dolci mi piace.

Lo spirito natalizio.
La retorica di ‘non roviniamoci la giornata, è Natale!’ dispiegata davanti alle intemperanze di parenti e amici, lo zio Osvaldo in primis.

Feste e serate di divertimento sfrenato.
Non abbiamo più sedici anni: una mano di briscola con lo zio Osvaldo è il meglio che la casa offre.

Poter passare un intero pomeriggio a completare il puzzle.
È un puzzle di Mirò e ci vorranno molti mesi per completarlo.

Vestirsi carine per andare a cena con lo zio Osvaldo.
Sembrare irrimediabilmente un pinguino vestito di viola.

Ho già scartato i primi regali di Natale e, in mezzo a tante altre bellissime cose, è saltato fuori un libro che desideravo da un po’: ‘Io che vi parlo’, una lunga e toccante intervista a Primo Levi. Mentre mi accingo a gustare le parole di uno dei miei scrittori preferiti, auguro a tutti buone feste.

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Go vegan!, ovvero di chi giudica per partito preso.

Non sono vegana. Non sono mai stata neanche vegetariana, se è per questo: per moltissimo tempo non ho mangiato carne, ma per una mera questione di gusto – probabilmente ero satura da un’infanzia scandita dalle tristissime fettine di vitello che venivano ammannite quotidianamente a qualsiasi bambino nato negli anni Ottanta. Mangio tutto, più o meno: con scarsa predilezione per qualcuni alimenti e reale avversione per pochissimi altri, con gusto e spesso eccessiva, imbarazzante voracità. Non sono vegana, affatto: ma mia madre lo è, per mille ragioni che sarebbe futile spiegare, e dato che so per certo che mia madre non è stupida, mi sono sinceramente stancata di sentir dire, sui social come anche nella vita reale, che tutti i vegani sono stupidi.

Dal mio punto di vista, i vegani sono persone che, per ragioni che possono o meno essere condivise, hanno fatto una scelta alimentare diversa da quella della gran parte degli altri. Che lo facciano per amore degli animali, per odio verso i vegetali, per motivi di salute o per farsi notare, saranno pure fatti loro: ma, così come è politicamente scorretto dire a una persona sovrappeso che è grassa ma nessuno trova niente di strano nel dire di una donna snella che dovrebbe ingrassare un poco – con corollario di benevole espressioni del tipo ‘è uno scheletro vestito’ o ‘le ossa si danno ai cani’ – adesso va di moda sparare a zero contro i vegani: e quindi sono tutti degli sciocchi, o degli esaltati, o dei nazisti. Ecco, io le generalizzazioni le odio: conosco vagonate di gay poco sensibili, di donne sgraziate e moleste, di persone di sinistra dalla mentalità gretta e settaria e di vegani intelligenti. Basta guardarsi intorno, magari facendo una chiacchierata e non limitandosi a o uno scambio di battute sul web: pensateci, potreste scoprire tante nuove sfumature, in un mondo che vi appare noiosamente monocromatico.

Qualche giorno fa, per Santa Lucia, mi sono vantata – non troppo a ragione, forse – su facebook di aver confezionato un’ottima versione vegana della cuccìa. I commenti non sono stati lusinghieri. In realtà, avevo semplicemente sostituito il latte vaccino della crema di cioccolato con latte vegetale: e questo perché sono intollerante al lattosio dalla nascita, e perché così anche mia madre avrebbe potuto mangiare il dolce. Non è necessario essere vegani – e quindi, nell’accezione collettiva, un po’ cretini – per mangiare vegano: a ben pensarci lo faccio molto spesso, e anche la mia compagna lo fa, quando ceniamo con un’insalata di patate bollite, fagiolini, pomodori e mais, o quando mangiamo la pasta con le lenticchie, o quando la domenica a pranzo optiamo per un panino con panelle e crocchè; e non penso che questo abbia ucciso qualcuno dei miei residui neuroni. Né, soprattutto, penso che questo dovrebbe riguardare chi mi circonda: il vecchio adagio di mia nonna del fatto che sia cattiva educazione guardare nel piatto degli altri dovrebbe tornare a far scuola.

Ho finito da poco “Carne mia” di Roberto Alajmo, e accidenti, che bel libro! La storia c’è ed è molto ben raccontata, e il finale è decisamente da brividi. Leggetelo, davvero.

Per concludere, è abbastanza ridicolo che mi trovi a dover scrivere un post in difesa dei vegani proprio oggi che proporrò alle mie amiche di andare a mangiare un buon hamburger (per me, con gorgonzola, spinaci crudi e confettura di ciliegie). Ma tant’è.

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Alcune persone sono adatte ad avere figli (ma io no).

Le feste natalizie sono iniziate; l’albero è stato addobbato con molto anticipo – e le lucine dorate hanno dato quel non-so-che in più che ci voleva -, un babbonatale con slitta e renne e campanelle e doni campeggia ormai da giorni sul pianerottolo, i regali per parenti e amici sono stati scelti, acquistati e impacchettati con cura.

Come da tradizione – e io sono una persona che ama le tradizioni – l’8 dicembre è stato organizzato un pranzo di famiglia: una versione in scala ridotta, certo, con pochi invitati e un menu semplice e immancabilmente mal confezionato, ma che avrebbe dovuto rispettare tutti i crismi della consuetudine: abbigliamento casual ma ricercato, caffè e dolci a fine pasto, tovaglia rossa ben inamidata, centrotavola con rametti di agrifoglio. La presenza di due bambini la cui età ammonta a venti mesi in totale avrebbe dovuto rappresentare un piacevole diversivo: otto adulti sembravano un numero sufficiente per tenere a bada due soffici bimbetti, portatori sani di guanciotte tira-baci e argentine, squillanti vocette. Mai previsione fu più azzardata.

Il più piccino, dall’alto dei suoi 35 giorni di vita, ha dormito e pianto e preso il latte e dormito e pianto e preso il latte e dormito e pianto e. Temporaneamente privato della madre che, in libera uscita per una giornata di svago, aveva supposto che una folta schiera di padre nonni zii e affini fosse sufficiente alla sua cura, il piccolo Brucovico non ha fatto altro che lagnarsi. Dopo aver sperimentato in rapida successione diversi approcci per farlo stare tranquillo – tenerlo in braccio, cullarlo piegandosi ritmicamente sulle ginocchia, cantare per lui, metterlo nel passeggino e spingerlo in giro per la casa, invocare in aiuto una folta schiera di santi del paradiso – abbiamo scoperto che l’unico realmente funzionante era adagiarlo a pancia in giù sulle gambe di qualcuno che, intento a carezzargli la schiena, avrebbe saltato serenamente una portata o due. Il più grande, Generico, 19 battaglieri mesi, sta attraversando una crisi di gelosia inenarrabile; per questo, ha alternato momenti di capriccio con pianti senza lacrime e rotolamenti a terra ad altri in cui, intento nell’obiettivo di attirare l’attenzione del padre, si dedicava ad attività piacevoli ed edificanti, tipo saltare a pie’ pari sul tavolino del salotto, urlare a perdifiato, tentare di dare la scalata all’albero di Natale, tirare la coda al labrador di famiglia. Ha mangiato solo ovetti di cioccolato, ha rifiutato di condividere con me i suoi puffi e ha accettato di farmi giocare alle macchinine solo quando ha scoperto che sapevo imitare il suono dell’albulanza in una maniera che ha trovato divertente: e mannaggiammè, era meglio che non lo avesse mai scoperto.

Sono tornata indietro stanca ed esasperata: i bambini, gradevoli e simpatici il primo quarto d’ora, sono diventati rapidamente molesti; la mancanza della madre li ha resi inquieti e lacrimosi, e i troppi adulti intenti a consolarli non hanno fatto altro che potenziare capricci e lamentele. Probabilmente non è stata colpa dei nanetti, ma di chi non li ha saputi gestire bene: ma ho avuto la certezza assoluta di non essere portata per la genitorialità: non ne ho la pazienza, l’inclinazione, la disposizione d’animo all’accondiscendenza. Sono contenta quando qualcuno che conosco mi dice di aspettare un bambino, mi fa piacere se un’amica mi viene a trovare con un fagottino addormentato nel passeggino: ma so per certo che la maternità non fa per me.

– Non metti mai ricette!, mi ha detto giustamente laMate qualche giorno fa.

– Ma non cucino quasi più!, ho risposto io. Comunque, ecco: non sono ricette, ma idee. Martedì sarà Santa Lucia, quindi non si mangerà pasta ma si farà scorpacciata di arancine. Invece delle solite con prosciutto e mozzarella, perché non riemprirle col sugo dei broccoli in tegame? O con ricotta e spinaci e una ricca besciamella? Oppure, aggiungendo del pomodoro al riso in cottura, prepararle alla Norma, con melanzane fritte e ricotta salata?

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Cose in cui non credo.

Divinità antropomorfe dall’atteggiamento minaccioso e normativo, che parlano per allusioni e sfruttano metafore scarsamente preganti a sostegno delle proprie tesi. Ricompense ultraterrene che dovrebbero spronare e motivare la mia buona condotta attuale, sulla scorta di una morale che non sempre mi appartiene. Irrinunciabili premi post-mortem riservati a chi ha sofferto malanni o guai in vita.

La dicitura “senza conservanti” apposta sulla confezione di cibi la cui data di scadenza cadrà tra molti mesi.

Le persone che dicono male degli assenti, assicurando l’uditorio di non averlo mai fatto a danno di chi li sta ascoltando. Le buone intenzioni (lo faccio per il tuo bene!) addotte per dir male a una persona del suo partner, in maniera spesso immotivata. I nobili intenti che portano a riferire ai diretti interessati di essere vittime di tradimento: sia che chi lo riferisce sia l’autore del tradimento stesso, sia che si tratti di un ficcanaso estraneo alla coppia.

I consigli non richiesti.

Le etichette sui vestiti, quando spiegano che per lavare un semplice paio di pantaloni di tuta non potrò usare altro che una tavoletta di puro sapone di Marsiglia e acqua fredda. Le commesse dei negozi di abbigliamento, quando non hanno la mia taglia del maglione che sto cercando e provano a convincermi a prenderne uno enorme, perché tanto stringerà, o uno striminzito e assurdamente attillato, perché tanto cederà. Gli addetti alle vendite di negozi e grandi magazzini, quando mi propongono un abito che mi fa orrore e, al mio diniego a comprarlo (perché mi fa davvero orrore) rispondono che dovrei almeno provarlo.

Le frasi vaghe del tipo “uno di questi giorni ci vediamo”.

Gli impegni a lungo termine, soprattutto se complessi e difficilmente attuabili, presi nei miei confronti da persone che non conosco bene. Le proposte allettanti di cene e serate a base di pesce che vengono rinviate per settimane perché tutti gli invitati hanno sempre appuntamenti pregressi. Le promesse di condivisione di un lavoro faticoso (“ti aiuto io a svuotare la casa dei nonni quando si dovrà vendere, non temere”).

Quando a una riunione di condominio si inizia dicendo “questa volta ce la caviamo con poco, tra una mezz’ora siamo a casa”.

La possibilità di far cambiare idea a qualcuno, a maggior ragione utilizzando i social network, soprattutto quando l’argomento riguarda la politica o la religione. Il reale intento informativo di chi martella da settimane i propri contatti su Facebook con il proclama della propria scelta per il referendum. Le ottime intenzioni di chi fonda un gruppo per l’assistenza ai senzatetto per poi dimenticarselo dopo qualche settimana.

La possibilità di vivere felici senza mangiare pizza o cioccolato almeno due volte a settimana.

Ho appena finito “Scherzetto” di Domenico Starnone, e mi è piaciuto moltissimo. Meno involuto dei suoi ultimi lavori, ben strutturato, attento ai dettagli: un’analisi spietata dell’animo umano.

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Amiche.

Non ho molti amici; ho un solo amico, che stimo talmente da proporlo come prototipo dell’eccezione-che-conferma-la-regola quando si tratta di maschi stronzi, e una fazzolettata di amiche: un gruppo sparuto che comprende conoscenze adolescenziali, reminiscenze universitarie, furti con destrezza dal novero di amicizie altrui, regali inaspettati offerti dalla rete. Sono, queste amiche, spesso alle prese con i propri fatti: perché stanno cambiando casa, iniziando un nuovo lavoro, trascorrendo i fine settimana in ufficio per gli straordinari, accudendo neonati o cani o gatti. Qualcuna è molto impegnata, qualcun’altra ha voglia di chiacchierare un po’, di fare una passeggiata, di mandarmi un paio di foto su WhatsApp a cui risponderò con cuoricini e faccine stupite e bacini con lo schiocco. Qualcuna ha attraversato un brutto momento, qualcun’altra lo sta attraversando ora.

Quando un’amica soffre, mi sento straordinariamente impotente. Non credo nei consigli: dire se fossi in te farei così non mi appartiene. Posso provare ad ascoltare: ma non sempre l’amica che soffre ha voglia di parlare. A volte ha voglia di stare sola: e là mi confondo, io che invece quando ho problemi non faccio che parlare e parlare con le mie amiche, mi confondo e mi sento in difetto – forse non vuole parlare perché io non ascolto bene, forse non vuole parlare perché qualcuno ascolta meglio di me -, provo fastidio e disagio, mi sforzo di tacere e lo faccio scrivendo sedici messaggi in cui dico non preoccuparti, quando vorrai parleremo, e così forzo il suo silenzio e mi chiedo perché si esasperi, mi ha chiesto di non parlare e non sto parlando, i messaggi mica valgono. A volte, l’amica che soffre non mi spiega neanche cosa è successo: non risponde al telefono, visualizza i miei messaggi sui social e non scrive una sillaba, lascia in bacheca frasi misteriose che si prestano a varie e multiformi spiegazioni: starà male? Avrà deciso di trasferirsi in Indonesia? Non vorrà parlarmi mai più? A volte, l’amica che soffre sembra arrabbiata: con me, con se stessa, con altri. È brusca, è scostante, tende a cercare motivi per litigare; rilegge i testi dei messaggi cercando elementi da usare contro di me, si offende per presunte colpe che non penso di avere, non mi spiega perché si è offesa con me, confondendomi ed esasperandomi. A volte, invece, l’amica che soffre mi dice che non ho capito: lei non soffre affatto, sta benissimo, sono io che esagero; sembra che sia pentita di avermi fatto intendere che qualcosa non va: e io, allora, sorrido e dico va bene, sono contenta, ma in realtà sono un po’ preoccupata. Infine, a volte l’amica che soffre ha voglia di passare solo del tempo insieme, parlando del più e del meno, scherzando, rilassandoci: ed ecco, sono contenta, anche se poi mi chiederò se ho parlato troppo, se sono stata fastidiosa, se era meglio che tacessi un po’, se avrei dovuto offrire tè e biscotti invece che birra e noccioline oppure torta di mele invece che pizza a domicilio: ma intanto, pace, è andata così.

Questo post è dedicato alle mie (poche ma buone) amiche: perché sorridano molto, ogni giorno.

Sono nel bel mezzo di “Prendimi” di Lisa Gardner: è un bel giallo complesso, ha un sacco di ritmo, non fa neanche paura. Leggetelo.

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Gente (fastidiosa) da social network.

Quelli che usano i social come una grande vetrina in cui esporre la propria vita per ricavarne l’imperitura invidia degli astanti: una cascata di foto di località tropicali – piedi in acqua, costumini sgargianti e occhiali da sole, un pareo a fiori sullo sfondo, orizzonti al tramonto, nei casi più gravi un grosso pesce preso all’amo -, una valanga di scatti a tematica culinaria – enormi piatti di costolette succulente tuffate in setose creme verde, gelati da coma iperglicemico, pizze con sopra una bufala intera, intesa come quadrupede con le corna -, una grandinata di frasi in cui i termini più frequenti sono meraviglioso, stupendo, entusiasmante, abbellita da una ridda di punti esclamativi e cuoricini e faccine ed emoticon incomprensibili.

Quelli che gli altri mi hanno sempre fatto del male ma io sono buono e vado per la mia strada.

Quelli che non rispondono ai post di felicitazioni per il compleanno: quelli che non elargiscono un like o un grazie o una faccina vagamente contenta ma, a fine giornata, se ne escono con un post in bacheca che dice siete tantissimiiii avete reso migliore la mia giornata, facoltativo anche un cercherò di rispondervi singolarmente a cui non crederebbe neanche il buffo cane giallo.

Quelli che lo so che mi leggi stronzo, ti pare che non lo so cosa ahi fatto?

Quelli che decidono di dedicare la propria permanenza sui social a un unico argomento, meglio se di nicchia: e quindi, eccoli ammorbare la home con post dedicati esclusivamente alla pesca di trote nei fiumi delle Svalbard, al giusto grado di cottura delle trote al forno, ai modelli più comodi di scarpe in pelle di trota.

Quelli che si infilano in ogni polemica esistente, su qualsiasi argomento, vantando infallibile conoscenza della situazione.

Quelli che vogliono farsi compiangere: che indossano foto-profilo lacrimevoli e scrivono post ad alto tasso di puntini di sospensione, citando costantemente i propri guai con aria finto-distaccata – sì, è vero, la macchina è esplosa mentre tornavo a casa dal supermercato e non ho i soldi per fare di nuovo la spesa ma va bene, ce la farò anche questa volta – cercando di suscitare compassione nel prossimo per poi fingere un superiore disinteresse.

Quelli che usano i social per provare a provarci con le amiche della fidanzata o con la fidanzata delle amiche.

Quelli che postano solo canzoni sconosciute, frasi celebri di scrittori lusitani del Trecento, particolari delle vetrate dell’abside della cattedrale ortodossa di Annapolis.

Quelli che cambiano foto profilo tre volte al giorno. Quelli che usano gli ashtag su facebook. Quelli che hanno collegato diversi account e fanno finire su facebook tutte le foto che hanno postato su instagram, con l’insopportabile codazzo di cancelletti e parolette in inglese.

Ho iniziato qualche giorno fa “La paranza dei bambini” di Roberto Saviano. Ne ho letto molto poco, mi piace già molto.

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Cose che vanno di moda.

Le camicie di flanella a scacchi, di cui non si sentiva affatto la nostalgia. Le maglie invernali con l’ombelico in evidenza, che hanno funestato la mia adolescenza. I tagli di capelli asimettrici, quelli per cui andrebbe comminata una multa salata a Emma Marrone. Il look metrosexual per gli adolescenti maschi.

La parola “resilienza”.

I libri “La ragazza del treno”, “La verità sul caso Harry Quebert”, “Io prima di te”. Giudicare male chi ha letto “La ragazza del treno”, “La verità sul caso Harry Quebert”, “Io prima di te”.

Le battute sull’incipiente stagione invernale parafrasando “Il trono di spade”.

Il cibo senza glutine. Il cibo senza olio di palma. Le farine “di grani antichi”. Prendere la pizza con farina di Tumminia anche se è pesantissima.

Dichiarare di votare No al referendum. Citare Renzi in qualsiasi conversazione da social network. Dirsi contrari alle trivelle “nei nostri mari” – anzi, no, questa era di moda qualche mese fa.

Essere a favore della Ztl. Citare, a questo proposito, le “altre città europee” che si giovano da decenni di ampie e ben servite Ztl. Lodare il tram ma non averlo mai preso.

La serie televisiva “The young pope”.

Affermare con piglio deciso di aver letto tutti i libri di Hatty Potter già molti anni addietro. Non esitare a litigare per stabilire chi, tra due contendenti, ha letto la serie prima dell’altro.

Il gelato di pistacchio di colore marroncino smunto.

I nomi Sofia, Lorenzo, Martina, Daniel, Samuel, Matthias.

Asserire di non guardare mai la tv: anzi, di non averla proprio; anzi, di averle dato fuoco su una pubblica piazza. Inserirsi in ogni conversazione su un programma televisivo con un punto di vista strettamente documentato sugli ultimi episodi.

Far dormire i bambini nel lettone fino alla maggiore età. Allattarli fino alla maggiore età. Permettere che usino ciucci e pannolini fino alla maggiore età. Lamentarsi che gli italiani sono bamboccioni e nel resto del mondo a sedici anni si è già fuori di casa.

Dire di voler andare a stare a Berlino o a Londra.

Credere di smascherare evidenti truffe o di evidenziare palesi prese in giro perpetrate ai danni degli “altri”, servendosi di siti internet che affermano di comunicare verità celate dalla stampa.

Leggere le graphic novel, meglio se di Zerocalcare.

Citare con grande zelo e aria contrita noiosi brani di Erri de Luca.

Scrivere che Trump è pessimo però, ecco, non è che la Clinton fosse molto meglio.

Mangiare pasta integrale dall’indubbio sapore di paglia e torba. Coltivare erbe aromatiche sul balcone di casa. Rifiutare l’insalata di riso ma non aver remore nei confronti di quella di orzo.

Negare di aver letto “Cinquanta sfumature di grigio” ma avere un’opinione precisa su Mr. Grey.

Condurre una vita all’insegna della noncuranza nei confronti della religione e poi sposarsi in chiesa e battezzare i propri figli.

Dire che non si va ai funerali perché sono troppo tristi.

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