Uccidere un usignolo.

Quando sarai grande vedrai tutti i giorni uomini bianchi che ingannano in neri; ma voglio dirti una cosa, e non dimenticarla mai: se un bianco fa una cosa simile a un nero, chiunque egli sia, per quanto sia ricco o appartenga alla migliore famiglia, quel bianco è un disgraziato”.

Come mi viene ribadito giornalmente, non sono una persona particolarmente intelligente: non ascolta musica abbastanza noiosa e, per ravvivare una solitaria e silenziosa giornata lavorativa, preferisco Gasolina alla quinta di Beethoven. Non leggo libri sufficientemente spocchiosi, non vado al cinema a vedere film in cui vengono pronunciate solo sei battute, mi rimpanzo di serie tv e rileggo sempre gli stessi romanzi. Sono troppo poco intelligente, ecco: e molte cose non le capisco, e mi piacerebbe che qualcuno me le spiegasse.

In questi giorni, mi sono ritrovata all’interno di una combinazione affascinante, una specie di gioco di scatole cinesi; dato che, nella mia scarsa prontezza intellettuale, spreco tempo a rileggere, ho deciso di affinare la perversione: adesso ascolto (e ri-ascolto, se è per questo) gli audiolibri di romanzi che ho già letto. È un piacere intellettivo enorme scoprire mille nuove sfumature impresse al testo dalla voce dell’attore: se l’attore è bravo, beninteso, ma quasi sempre lo è. Molti begli audiolibri si trovano in podcast sul sito di Ad alta voce, una trasmissione di Radio tre: ed io, che sto in macchina molto tempo e mi annoio tantissimo, ho appena finito di ascoltare Manuela Mandracchia alle prese con uno dei libri che ho amato di più: Il buio oltre la siepe di Harper Lee, nella traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer. La scelta dell’audiolibro è risultata particolarmente azzeccata: mi sono ritrovata in uno strano e ributtante caleidoscopio in cui le frasi della scrittrice si andavano a intrecciare con la cronaca attuale. E così mentre Atticus, dall’altoparlante del mio smartphone, perorava la causa di Tom Robinson, giovane nero accusato di violenza sessuale nei confronti di una bianca, nell’Alabama degli anni Trenta, sui giornali alcuni sindaci siciliani (siciliani!) latravano contro l’arrivo di 50 (in lettere: cinquanta) ragazzini migranti in un hotel dismesso sui Nebrodi, inscenando una stomachevole scena a base di blocchi stradali. Mentre Scout e Jem e Dill discutevano del diritto a un equo processo per i neri, sempre in Sicilia (in Sicilia!) un gruppo di genitori strepitava istericamente per impedire l’accesso alla piscina a un drappello di adolescenti migranti. Mentre Bob Ewell affermava di aver chiesto all’amministrazione della contea di impedire ai neri di passare davanti alla sua proprietà, sul web una pletora di scalmanati urlava contro l’invasione della sacre terre italiche. In questo enorme garbuglio io, che non sono molto intelligente, sono più confusa della piccola Jean Louise: e mi chiedo, con reale curiosità, dove sia l’attestato che dimostri che un pezzo di Palermo è mia: altrimenti, non capisco come si possa dire che qualcun altro la sta invadendo. E mi sento ancora più disorientata quando persone che conosco se ne escono con Poverini, ma certo non possiamo accoglierli tutti. Perché, non possiamo? Cosa ce lo impedisce? Ho letto che è stato fissato un tetto massimo, per l’accoglienza dei migranti nei Comuni: ci sono addirittura delle percentuali, come se stessimo parlando della quantità di sodio nell’acqua minerale. E io continuo a non capire quale sia il problema: di cosa abbiamo paura? Quale enorme intrinseca debolezza ci porta a temere il diverso? E con quale faccia possiamo dirci umani e cacciare dei bambini da una piscina, solo perché sono neri? Non lo capisco, davvero. È come uccidere un usignolo.

https://www.youtube.com/watch?v=ceA5hkBXLxc

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19 luglio 1992.

La cosa che ricordo davvero bene del 19 luglio 1992 è che quando è successo il fatto ero a mare, ma proprio a mare, in acqua. Era domenica, il 19 luglio 1992, e c’era molto caldo, ed eravamo andati alla spiaggia tutti insieme, io e i miei genitori e gli zii e i cugini e i nostri amici soliti; era domenica, e c’era davvero caldo, e i miei genitori erano tornati a casa a pranzo, perché a mio padre stare a mare a pranzo non piaceva: non gli piacevano i calzoni fritti che prendevamo al bar della spiaggia, andando a piedi nudi sulla passerella di cemento rovente, e le prugne che mia zia portava in un contenitore di plastica e diventavano tiepide e molli, e il gelato al mellone e i ghiccioli al limone; non gli piaceva mangiare sulla sdraio, con le ginocchia in bocca, diceva, e dover aspettare due ore per fare il bagno. Erano andati a casa, i miei genitori, ricordo: ed io ero rimasta con gli zii, e avevamo mangiato e poi noi bambini, eravamo cinque, ci eravamo accoccolati sulla sabbia in riva al mare a fare un castello gigante. Era un buon compromesso: mia zia e la sua amica si sedevano con le sdraio vicino alla battigia, con i piedi in acqua, e noi resistevamo al caldo rotolando nella sabbia umida e bagnandoci spesso, con la scusa di dover prendere l’acqua per il castello, non vedi che sta crollando una torre? Ricordo che l’acqua era calda, quel giorno: tipica acqua del mare di Mondello, che il pomeriggio diventa tiepida e verde e stagnante come acqua di lago. Avevamo fatto qualche capriccio per fare il secondo bagno, ricordo: o forse questo non lo ricordo, ma so che è così, perché ogni domenica facevamo un capriccio per tornare in acqua, soprattutto mio cugino, che sapeva fare delle convincenti lagne rappoddiando le vocali, e da-ai, ma-amma, facci tornare in a-acqua. Alla fine i grandi avevano ceduto, e forse anche loro sentivano molto caldo: ma eravamo tornati tutti in acqua, tutti tranne la madre delle nostre amiche, perché lei il bagno non lo faceva mai; stavamo facendo il bagno tutti insieme, e prendevamo Federica, che era la più piccola, e ce la lanciavamo per farle fare dei tuffi e lei rideva, e abbiamo sentito un’esplosione molto forte, come un boom ma lungo, cupo, e noi eravamo in acqua e l’acqua non era profonda ma ha tremato, e mia zia ha detto svelti, tutti fuori, uscite, e noi non ci siamo lamentati anche se eravamo in acqua da pochissimo, non abbiamo detto niente, siamo solo usciti. Poi la madre di Federica, che non si era fatta il bagno, ha detto vado a telefonare a mia madre, perché sua madre, la nonna di Federica, era anziana e non veniva a mare, restava a casa sola e forse aveva sentito il boom molto forte e si era spaventata anche lei. Lei viveva in una strada dalle parti della Fiera, via D’Amelio: e al telefono non rispondeva, e la madre di Federica continuava a rimettere le duecentolire nel telefono a gettoni vicino alla spiaggia, mentre mia zia le diceva stai tranquilla e noi bambini ci facevamo la doccia e ci asciugavamo velocemente e cambiavamo il costume, e intanto mio padre è arrivato in bicicletta. Era venuto da casa ed era tutto vestito e ha detto sto andando a lavoro, perché lui lavorava al Pronto Soccorso, sto andando al lavoro perché ci hanno chiamati tutti, noi reperibili, perché c’è stato un attentato a Borsellino. Ricordo che io non sapevo chi fosse Borsellino, e pensavo che “attentato a Borsellino” fosse un modo di dire, un modo di fare gli attentati, tipo “attentato con la pistola”, e non capivo ed ero perplessa, ma non ho detto niente. Poi mia zia è tornata di corsa dal telefono e ha detto andiamo via tutti, perché la madre di Federica era riuscita a parlare con una vicina di casa che le aveva detto è scoppiata una bomba qua sotto, tua madre è al balcone e per questo non risponde, ma tornate a casa.

Ricordo che siamo tornati a casa a piedi, come tutte le domeniche, ma per strada non c’era nessuno, e si sentivano i televisori e brandelli di notizie, e poi hanno detto che di una ragazza era stato trovato il braccio sull’albero, e io mi sono spaventata moltissimo, ho pensato che gli “attentati a Borsellino” fossero delle cose orribili.

Ricordo che sono arrivata a casa e mia madre era in giardino, c’era la televisione accesa, e mia zia è entrata e lei ha detto ecco, questo è un altro Falcone, e si vedeva un palazzo distrutto e io ho avuto moltissima paura e pensavo ecco, adesso mettono una bomba pure qua e dai nonni e sotto tutti i palazzi della città e anche il mio braccio finirà su un albero, e mi sono messa a piangere. Poi mio padre è tornato, dopo molte ore, e alla televisione si vedeva sempre il palazzo distrutto, e siamo andati dai nonni e anche lì si vedeva il palazzo distrutto. Ricordo solo questo, e che quella notte non riuscivo a dormire e pensavo alle ragazze con le braccia sugli alberi. Poi non ricordo altro, credo, di quel giorno. Era il 19 luglio 1992.

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Tra le due scelgo la terza.

Ogni inverno penso che non ci sia niente di più brutto dell’inverno: il freddo mi intristisce, il buio mi instilla torpore, odio la pioggia e gli ombrelli gocciolanti e i guanti che si perdono e le pozzanghere e i piedi umidi nelle scarpe; dedico molte energie a manifestare il mio fastidio: pronuncio molte volte nella giornata la frase Oh, quanto odio l’inverno, inizio ogni conversazione con qualche generica considerazione sul maltempo, chiamo in causa senzatetto e canucci randagi per essere sostenuta nel mio disagio, poverini, pensate quanto freddo sentono anche loro, aspetta che mi carico in macchina qualche coperta. Sono arrivata al punto di lasciarmi un paio di messaggi vocali, da risentire in estate, in cui mi comunico che no, davvero, non c’è niente di peggio dell’inverno.

Ogni estate penso che non ci sia niente di più brutto dell’estate: il caldo mi innervosisce, la luce che filtra dalle serrande mi sveglia presto, odio il sudore e i costumi gocciolanti e gli occhiali da sole che si perdono e la polvere e i piedi umidi nei sandali; dedico molte energie a manifestare il mio fastidio: pronuncio molte volte nella giornata la frase Oh, quanto odio l’estate, inizio ogni conversazione con qualche generica considerazione sullo scirocco, chiamo in causa senzatetto e canucci randagi per essere sostenuta nel mio disagio, poverini, pensate quanto caldo sentono anche loro, aspetta che mi carico in macchina qualche bottiglia d’acqua. Sono arrivata al punto di lasciarmi un paio di messaggi vocali, da risentire in inverno, in cui mi comunico che no, davvero, non c’è niente di peggio dell’estate.

Ogni stagione ha i suoi meriti, ma soprattutto i suoi demeriti. Sono molti, e io saprei elencarli quasi tutti.

D’estate si dorme male, è indubbio: c’è molto caldo sempre, anche nelle notti più miti, e non è ecologico né economico tenere il condizionatore a 16° per molte ore; tutte le strategie ipotizzabili – condizionatore acceso un’ora prima di andare a dormire per rinfrescare la stanza, ventilatore sapientemente orientato verso il letto – lasciano il tempo che trovano: il condizionatore, appena spento, riporta la camera alla temperatura di partenza in un nanosecondo e il ventilatore si limita a muovere aria bollente, provocandomi solo dolorosi crampi. D’inverno si dorme bene, se al piumone si aggiunge una coperta di pile e un plaid per i piedi e una borsa dell’acqua calda e un canuccio peloso e tiepido sul letto: ma in compenso ci si alza male, tremando e battendo i denti e imprecando, e si tenta di auto-convincersi a fare la doccia immaginando che l’acqua bollente ci riporti a una temperatura compatibile con la vita, speranza puntualmente disattesa.

D’estate ci si veste rapidamente: un paio di fluttuanti pantaloni di cotone, una canottiera e dei sandali bastano; peccato che i pantaloni non abbiano tasche e siano parecchio scomodi, che la canottiera mi stia male e che con i sandali cammini come mamma oca. D’inverno si impiegano molte ore a sovrapporre strati di vestiti, canottine dolcevita maglioncini cardigan cappotto sciarpa berretto, creando un ovvio effetto da omino Michelin. Penso che nessuna storia d’amore sia mai nata in inverno.

D’estate portare il cane a spasso è scomodo e faticoso: il sole picchia, l’asfalto scotta, Nando è troppo grande e divincolantesi per essere portato al parco in braccio; d’inverno non va meglio: si scivola, il cane si bagna e assume il caratteristico odore da cane bagnato, i tuoni lo spaventano e non indosserebbe un impermeabile nemmeno se gli fosse ingiunto dalla legge.

D’estate le piante hanno bisogno di acqua due volte al giorno: e comunque sono sempre riarse, con una sfumatura di giallo sotto il verde delle foglie, boccheggianti. D’inverno i sottovasi traboccano, le radici marciscono, aspetta, aiutami a togliere tutta quest’acqua o la pomelia il prossimo anno non fiorirà.

In conclusione, estate e inverno sono due stagioni fastidiose e colme di pericoli e insidie e fastidi. Bisognerebbe indire una petizione per una primavera perenne.

Sto leggendo Rondini d’inverno, ultima uscita di Maurizio de Giovanni, autore che amo: e proprio perché lo amo sono piuttosto delusa, la storia scorre lentamente e la narrazione è abbastanza ripetitiva, senza guizzi. Spero che migliori più avanti.

LaMate, questo post ovviamente è per te!

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Stupore.

Il gelsomino africano che, ogni mattina, ha i tralci un po’ più lunghi, e verdeteneri e avvinghiati e sensuali; il profumo dei fiori che arriva, distinto, anche al divano del soggiorno.

Un adolescente simpatico e capriccioso che decide di rivelarmi un segreto, ma non dirlo a papà, va bene?

L’aria fresca che mi lambisce le gambe, la sera, al termine di una giornata afosa.

Scoprire che i ventenni di oggi non conoscono Tranqui funky, no, guarda, mai sentita nominare.

Un quasi-amico quarantenne che convive da anni col suo compagno e che mi rivela che no, lui non è dichiarato con la famiglia.

Il geranio-in-affido che decide di fiorire di nuovo, all’improvviso, per farmi sapere che la mia battaglia con i bruchi è finita.

Il sapore fresco e dolceacidulo del gelato di mango; la consapevolezza che ci sia qualcuno a cui non piace.

Mia madre che ci invita a prendere una pizza da loro, dopo una giornata di lavoro noiosetta e stremante: e la pizza a domicilio che è molto più buona di quanto avessi sperato.

Nando che, dopo avermi proditoriamente ringhiato, continua a fare l’offeso come se fossi stata io a mostrare i denti a lui.

Una scritta sul muro, poetica e vergata in un corsivo d’altri tempi, mentre vado in ufficio.

Sapere che molte persone, a Palermo, non sanno nuotare.

Montare le tende e scoprire che sono tanto più lunghe del previsto, e provare ad accorciarle con l’apposita fettuccia Ikea: e rendersi conto che è molto molto più complicato di quanto sembrasse, ma che comunque è fattibile.

La quantità di acqua richiesta dalle piantine di pomodoro.

Il numero di persone che “non crede” ai vaccini: meglio, il numero di persone che crede di saperne molto più dei medici e che, dall’alto della sua laurea in giornalismo, si sente in dovere di proporre soluzioni alternative.

La fatica di attraversare una piazza assolata a luglio.

Ascoltare trentenni emancipate e di sinistra dire che il marito le aiuta con le faccende di casa: e notare lo sgomento nei loro occhi quando provi a far notare che “mi aiuta” presuppone che sia necessariamente un’attività femminile a cui il marito partecipa per pura liberalità.

L’azzurro intenso e polveroso del cielo estivo.

Il fattto che si dia per scontato che tutti desiderino avere un figlio, un giorno.

Il profumo della menta che rimane sui polpastrelli.

Il suo sorriso.

Sono piacevolmente stupita dalla lettura di L’amore che mi resta di Michela Marzano; l’ho trovato per caso, saltellando tra gruppi Facebook mentre avrei dovuto scrivere una nota stampa e correggere un manoscritto e colorare una locandina e, e l’ho iniziato senza alcuna particolare aspettativa. È dolente e vero, pieno di rimpianto e fatica e sofferenza, ma bello, intenso. Una scoperta inattesa.

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L’amore è.

I miei genitori che, trentacinque anni dopo, guardano la luna piena e dicono C’è la nostra luna!, perché nelle foto del matrimonio si vede che c’era la luna piena anche allora.

Chi sta fuori a bagnare le piante nel mezzo di una sciroccata di fuoco, per evitare che il basilico perda le foglie.

La mia compagna che mi piega il pigiama ogni mattina, perché le fa piacere e perché dice che si sente il mio odore.

Camminare per mano anche se è estate e ho le mani più sudate del solito.

Quel padre che porta il bambino sulle spalle fino alla macchina, anche se la macchina è molto lontana e il bambino gli sta tirando i capelli, ma ha capito che fa così perché è stanco e non si lamenta.

La nonna che ha conservato per quindici anni un mio vecchio bigliettino in cassaforte.

La collega che piange il suo amato cane e che dice Ho perso la mia ombra per sempre, e non riesce a capacitarsene.

Chi sceglie di accettare una nuova sfida in politica non per nutrire il proprio ego, ma per provare a fare qualcosa di buono.

Mio padre che dice a mia madre Stasera non usciamo, sono stanco, quando in realtà sappiamo tutti che quella che è stanca è lei.

Mia madre che, anche se è molto stanca, dice Mi piacerebbe davvero uscire, perché sa che a mio padre piacerebbe farlo.

Nando che ringhia verso chiunque si avvicini alla macchina con mia madre dentro, perché pensa di doverla proteggere ma ha paura.

La mia compagna che è disposta a rinunciare a qualcosa che vorrebbe davvero fare ma che sa che non mi fa piacere. Io che non permetterò che rinunci a qualcosa che vuole davvero fare, sebbene non mi faccia piacere.

Il ragazzino che, alle medie, mi regalò un rametto di mimosa.

Gli occhioni buoni di Miruccio.

Un genitore che riesce davvero a mettere le esigenze dei figli davanti alle proprie, anche se ha il cuore spezzato.

Una persona che non può camminare e si batte a fatica contro la burocrazia per avere una sedia a rotelle per accompagnare il proprio figlio a scuola.

Mi madre che ha sempre fatto il possibile per accompagnarmi alle riunioni con i professori.

La mia compagna che aspetta che abbia finito di prepararmi minuziosamente le cose per il giorno dopo, la sera, e anche se casca dal sonno rimane sveglia per addormentarci insieme.

Preparare un regalino per una persona lontana, sperando che la faccia sorridere.

Mio padre che monterà le nostre tende, anche se è stanco e affaticato, ma ci tiene.

Mia zia che mi dice Ti ricordi di quando eri piccola e tornavo presto dal lavoro per stare con te?

Le nonne che mi hanno cresciuta, i nonni che mi hanno protetta. La certezza di non dimenticarli mai e di rimpiangerli ogni giorno.

Mia madre che mi prepara il gateau di patate per cena. Mio padre che mi compra il succo d’arancia. La mia compagna che sceglie con cura un film che mi piaccia.

Io che oggi andrò alla parata del Palermo Pride, perché il primo amore, quello che non dobbiamo mai mancare di alimentare e curare, è quello per noi stessi.

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Tristezza, ovvero di una nazione che sconosce la poesia.

Giorgio CaproniQuando ho visto le tracce della prima prova degli esami di Stato di quest’anno, sono stata felice: per l’analisi del testo era stata scelta Versicoli quasi ecologici di Giorgio Caproni, una poesia che amo, tratta da una raccolta, Res amissa, che considero una delle più belle e fresche e significative del Novecento. Immediata, è sopraggiunta la delusione: su giornali e social network, il grido era unanime: chi mai sarà stato questo Caproni? Sono rimasta basita: ma davvero, in Italia, non lo conosceva nessuno?

Ho studiato Caproni all’Università: abbiamo fatto un corso monografico su di lui, abbiamo letto moltissimi versi, li abbiamo commentati e parcelizzati e destrutturati e poi riletti. È stato uno dei momenti più alti del mio (noioso, deludente) percorso universitario, uno di quelli che ricordo con un sorriso. Non sono un’amante della poesia, ma di Caproni mi sono appassionata: ho cercato in rete tutto il possibile su di lui, ho ascoltato la sua voce in video su Youtube, ho ricevuto dalla mia bela una raccolta completa dei suoi versi, ho imparato che è lui a doppiare uno dei protagonisti di Salò, film che non vedrò mai per puro terrore ma che so essere un capolavoro. Ho scoperto di amare e condividere il suo pensiero, ho consigliato alle persone a cui voglio bene di leggerlo, spesso, tanto. Ci sono rimasta molto male, scoprendo che quasi nessuno – anche gli amanti della lettura, anche coloro che blaterano di libri sui gruppi Facebook dedicati – lo aveva sentito nominare; ma va bene, pace, ognuno si fa del male come desidera. Sono rimasta profondamente delusa, però, da chi (molti, moltissimi!) ha gridato allo scandalo: poveri diciottenni, tuonavano illustri commentatori da web, come potevano mai comentarsi sull’analisi del testo di un autore che non hanno studiato? Ma allora, mi sono chiesta, davvero nessuno ha capito qual è il senso di un’analisi del testo? Nessuno ha chiesto ai maturandi di scrivere un trattato su Caproni: dovevano soltanto dimostrare di essere in grado di leggere e comprendere dei versi; dei versi, peraltro, limpidi, cristallini (chiari, usuali, per usare le parole di Caproni stesso): dei versi in cui si citava il lamantino, sì, che neanche io conoscevo. Ma il vocabolario, che tutti coloro che vanno a fare la prima prova brandiscono con orgoglio, non serve a questo? Davvero è chiedere troppo, pensare che un diciottenne – una persona che ha l’età per guidare, votare, sposarsi, essere genitore – possa essere in grado di comprendere un testo senza che qualcuno glielo abbia spiegato? E come farà, nella vita, quel diciottenne, a leggere un giornale, a documentarsi su qualcosa, a scoprire come partecipare a un concorso, se non riesce a capire il senso di una poesia e a rispondere a poche domande in calce? Questo, per me, è il quesito fondamentale: davvero vogliamo crescere degli analfabeti funzionali, persone che sanno parlare e scrivere e capire solo quello che è stato loro imbeccato? Che tristezza, che sgomento.

Quanto al resto, Il seme del piangere, Res amissa e Versicoli del controcaproni sono tra le raccolte di poesie che ho più amato, che mi hanno fatto commuovere e riflettere. È un peccato non conoscerle. Ah, nel mio libro di letteratura italiana del liceo di Caproni si parlava, ecco.

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Due o tre cose che ho imparato all’ultima edizione di Una marina di libri.

18009293_1456604967746976_732751676_nChe ci saranno sempre i detrattori del festival: quelli che annunceranno trionfanti che col biglietto non verrà nessuno, quelli che, un mese prima, giureranno che la manifestazione è destinata al fallimento, quelli che non vorranno investire tre euro (tre euro, sì) per poterne parlare a ragion veduta, quelli che scriveranno post di feroce critica tre giorni prima dell’inizio, onde poi ritrattare e cercare di appropriarsi dei meriti.

Che, come ogni anno, tutto quello che può andar male lo farà: gli aerei saranno in ritardo, gli albergatori smarriranno le prenotazioni, i driver smarriranno gli scrittori, i volontari smarriranno i pass: e comunque andrà bene lo stesso, perché gli aerei comunque arriveranno, altri alberghi avranno stanze migliori, gli autori rideranno della propria sventatezza e i volontari si passeranno i badge dalle sbarre dell’Orto botanico, accaldati e divertiti.

Che a Palermo, a giugno, c’è davvero molto caldo: e che, nonostante la crema solare, non sarà strano trovarsi con spalle arrossate e gote ricoperte di lentiggini già alle dieci del mattino.

Che la suggestione è una cosa pessima: e che chiunque sceglierà di credere che ci sia poca gente continuerà ad esserne convinto anche quattro giorni dopo, con le matrici dei biglietti in mano e le file ai punti ristoro e diecimila libri venduti in tre giorni e mezzo.

Che gli editori sono una strana categoria: pronti a dichiararsi prossimi al fallimento in qualsiasi momento, ma generosi e prodighi di complimenti e suggerimenti e nastro adesivo rinforzato.

Che ci sono persone che mettono il cuore in tutto quello che fanno: che si tratti di recuperare gli ospiti in aeroporto, controllare le sale o passare un’intera domenica in un gazebo incandescente a spiegare agli avventori come fare per avere lo sconto.

Che gli amici sono quelli che sfidano il caldo, il biglietto e la calca per venirti a trovare, anche se dall’altra parte d’Italia o con un bambino nel passeggino. E che la migliore compagna al mondo è quella che mangia un calzone al forno come pranzo della domenica, pur di passare qualche ora con te in pausa pranzo, dopo mesi di stress e giorni di montaggio, con la polvere che impregna i capelli e troppo nervosismo nell’aria.

Che non c’è niente di più bello dell’ultimo giorno, o meglio, delle ultime ore di un festival: quando la tensione ormai è scemata e, benché ci sia ancora moltissimo da fare, si può sorridere e mangiare un muffin salato e bere un succo di arancia e cominciare a provare una punta di nostalgia.

Che una squadra affiatata è quella che, dopo mesi di fatica e insonnia, riesce ancora a coprirsi le spalle e sostenersi: e che, se una delle componenti è prossima al parto, bisogna aver cura di lei ancora di più.

Che è il terzo o quarto anno di seguito che non compro un libro al festival. Ne ho ricevuti in regalo sei, in compenso. Meglio di niente.

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Marcello, come here!

Non sono mai stata particolarmente picciriddara; a parte poche eccezioni – per esempio Stefanuccio, che è un pupetto tenero e simpatico e poi è il figlio della mia amica Fra’ e questo gli dà un indubbio vantaggio iniziale, o Pagnottino, che è nipote di amicastorica e, anche se non lo vedo da una manciata di anni, lo seguo da lontano e rido molto alla sue domande – a me i bambini non interessano in modo specifico; li trovo, in genere, viziati, noiosetti e troppo lontani da me. Ancor meno ho mai concepito la mentialità siciliana del lasciatelo in pace, è picciriddo! per giustificare qualsiasi monelleria, capriccio o nefandezza compiuta da essere umano di età inferiore ai dieci anni. Ma.

Vivo a Palermo da un nugolo di anni, e so bene quanto l’estate siciliana – che notoriamente inizia a maggio e finisce a ottobre – possa essere calda e spossante. Da piccola odiavo il mare, la spiaggia di Mondello, la sabbia che restava incastrata nel costume per tutto il giorno, le spalle spellate, i capelli schiariti dal sole: ma, se non avessi avuto la fortuna di una casetta di villeggiatura minuscola ma vicina al mare e di due nonne disponibili a portarmi a fare un bagno ogni mattina, penso che sarei impazzita di noia ed esasperazione. Mi chiedevo da bambina – me lo chiedo un po’ anche ora – cosa facessero i miei compagnetti di classe, quelli che non villeggiavano a Mondello e non avevano genitori o nonni che li portassero alla spiaggia: stavano a casa tutto il giorno? Andavano ai giardinetti, a passeggiare per il quartiere, al mercato? Guardavano la tv? E cosa fanno oggi, nelle lunghe mattina d’estate, i bambini palermitani che non hanno il mare (o qualcuno che ce li porti)? Prendono un autobus, a rischio di sgradevoli incontri, di perdersi o di rimanere sui seggiolini arancioni di plastica rovente per tutto il giorno? E se hanno solo sette o otto anni?

A Palermo, dal 1591, in mezzo alla Vucciria c’è una fontana; si chiama Fontana del Garraffello, è piccolina, di media bellezza, discreta, silenziosa. Negli ultimi anni in pochi, pochissimi se la sono filata: e infatti, fino a qualche mese fa, era ridotta a un cumulo di spazzatura, sapientemente maltrattata dai giovani della Palermo-bene che la sera vanno nei rioni popolari del centro a bere birra comprata in bancarelle abusive. Poi è stata restaurata, la fontana, e protetta da una cancellata a lance di ferro, bassa, facilmente scavalcabile: e già la cancellata, ecco, a me sembra brutta e inutile e odiosa, non permette di bagnarsi, di bere, di rinfrescarsi, di fruire della fontana pomposa riconsegnata al quartiere. Qualche giorno fa, sui social è apparsa la foto di due bimbi: in costumino e scarpette, facevano il bagno proprio nella fontana del Garraffello. A me sono sembrati teneri: due corpicini troppo grandi per la vasca minuta della fontana, poco più di una vasca da bagno, con le ciabatte per non scivolare sul basolato, i capelli dritti sulla testa. I commenti negativi, sulle pagine di note testate giornalistiche locali, si sono sprecati: la maggior parte inneggiavano alla pubblica gogna per i due bagnanti e per le loro famiglie, colpevoli di aver distrutto la sacralità di un monumento che, non so se l’ho detto, fino a ieri nessuno si filava di pezza. Ma eccoli, i difensori della morale: nella fontana non si fa il bagno, quindi forza, che si puniscano i monelli.

Ora, io detesto i bambini che urlano in pizzeria, che fanno casino al cinema, che corrono e si spintonano al supermercato: ma andare a mare dalla Vucciria è un viaggio, e questi due bambini non avranno avuto, probabilmente, genitori disponibili a portarli al parco – perché impegnati, ad esempio, a portare il pane a casa. Se hai otto anni e abiti a piazza Garraffello, a Palermo, in estate, non hai nulla da fare che non sia stare a casa o ciondolare per strada: non c’è una piscina, un centro ricreativo, un giardino dove giocare. E se c’è una fontana, e l’acqua è fresca, e ci vuoi fare un bagno dentro, senza distruggerla o rovinarla: fallo, accidenti, ché di questa sacralità dei monumenti, da storica dell’arte, faccio volentieri a meno. A me i monumenti piacciono vivi: e cosa c’è di più bello di una fontana con qualcuno dentro?

P.s.: molti hanno giustificato il proprio livore sostenendo che la destinazione d’uso di una fontana non è che qualcuno ci si immerga; se è per questo, la destinazione d’uso delle chiese è pregare: quindi basta foto, visite turistiche, biglietti di ingresso e guide che illustrano i mosaici, plis.

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Non dare sazio manco alla morte (e vantaggio manco agli sciancati).

Leggevo stamattina, nella penombra della camera da letto, mentre cercavo di convincermi che no, quei 74 messaggi da 7 chat potevano aspettare ancora una mezz’ora, leggevo stamattina, dicevo, che un personaggio noto, in un’intervista di alcuni anni fa, ricordava come, alla morte del padre, drammatica e tragica come poche altre, sua sorella, la mattina dopo, fosse andata a sostenere un esame universitario. Dalla sua voce traspariva una sorta di ammirazione, di stima mista a orgoglio frterno: e, d’altronde, i commenti alla lettera, proditoriamente pubblicata sui social, erano tutti in forma esclamativa: che grandezza, che forza d’animo, che nobiltà di pensiero ci vuole ad andare a farsi esaminare da una commissione di accademici subito – subito! neanche ventiquattro ore! – dopo aver subìto un simile lutto. È un atteggiamento comune: ricordo ancora il mio stupore quando i due Schumacher corsero un Gran Premio poche ore dopo la morte della madre, affermando con decisione che Lei avrebbe voluto così, e le parole di elogio e apprezzamento profuse da giornalisti e commentatori che lodavano la professionalità e la saldezza d’animo dei due neo-orfani che, anziché chiudere le valigie e fare un salto a casa, indossavano con sguardo fiero il passamontagna da gara e il casco.

Il mio ardente spirito di contraddizione e l’atteggiamento saldamente tradizionalista mi portano, ogni volta che mi trovo esposta a un simile spiegamento di mezzi di commozione di massa, a una sorta di fastidio; come può mai, mi chiedo, essere più importante un esame universitario, o un’interrogazione a scuola, o una gara sportiva, rispetto a un lutto di quella portata? Perché, per una volta, non fermarsi a piangere, a confortare gli altri familiari, a farsi abbracciare, a guardare per l’ultima volta un volto caro? Perché quest’ansia da prestazione continua? Perché il lato emotivo non è mai una priorità sulle scadenze, le certificazioni, la burocrazia? Sarebbe così drammatico perdere una manciata di punti o ripetere l’orale della specializzazione tre mesi dopo per concedersi il lusso di abbracciare il proprio padre rimasto vedovo o di raccontare al proprio figlio chi era quella nonna che non potrà più conoscere? Perché ormai la morte, come la malattia, è qualcosa da allontanare da noi, quasi un’onta, che non merita neanche di essere nominata o assimilata? Un tempo, al lutto veniva concesso molto tempo: la morte del congiunto doveva sedimentarsi nell’animo della famiglia e le vesti nere e gli atteggiamenti di contrizione aiutavano ad elaborare il dolore; adesso, invece, della morte non si parla: non la si indossa né se ne cita il nome, semplicemente si glissa e si passa avanti. Quando morirò io, tra due giorni o tra cinquant’anni, vorrei che le persone che mi vogliono bene, per poche che siano, si prendessero almeno un giorno da dedicarmi: pensando, piangendo, lamentandosi, raccontando, ricordando.
Sto leggendo con voracità e vivo piacere Crepuscolo, il romanzo che conclude la trilogia di Holt di Kent Haruf; bello, bello, bello: asciutto, deciso, indaga l’animo umano senza stucchevolezze ma con dolce, sereno distacco.

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Quando una persona sta male.

Quando una persona sta male non è sempre uguale: cambiano le persone che stanno male e cambiano i modi di stare male. Si può stare male per poco tempo, o per molto, o per sempre. Si può stare malissimo e poi sempre meglio, oppure malino ma sempre, senza variazioni, oppure male per un mese o due e poi basta. Si può anche stare bene e pensare di stare male, ma questo al momento non ci interessa, e comunque è sempre un modo di stare male.

Quando una persona sta male, dicevo, spesso non si sa come comportarsi. Qualche volta – ed è la maggior parte dei casi – la persona che sta male vuole che le si chieda come sta: magari non tutto il tempo, ma spesso. Qualche volta, la persona che sta male ne vuole parlare: per sfogarsi, perché ha paura, perché ha bisogno di aiuto o cerca consigli, perché si chiede se qualcuno potrà portare suo figlio a trovarla in ospedale o se qualcuno vorrà passare la domenica accanto a lei sul divano. Qualche volta, invece, la persona che sta male non ne vuole affatto parlare: e allora è meglio tacere.

Quando una persona sta male, spesso ha intorno persone che le spiegano perché sta male; queste persone, di solito, non sono medici: ma sono sicure che, se quella persona sta male, è perché mangia male, o perché fa troppo sport, o perché non ne fa, o lo fa male, o perché fuma, o perché ha smesso di farlo. Quando una persona sta male, l’ultima cosa di cui ha bisogno è qualcuno che le dica che è stata colpa sua: anche perché, nella quasi totalità dei casi, l’alimentazione il fumo lo sport o la passione per il canottaggio non c’entrano niente con i veri motivi della malattia.

Quando una persona sta male, a volte si comporta da malata; non esce, non cura il suo aspetto, non studia, non lavora, non guarda la tv. Quando una persona sta male, altre volte, si comporta esattamente come si comportava quando non stava male: esce, cura il suo aspetto, lavora, va al cinema, fa sport. Altre volte ancora, quando una persona sta male fa quasi tutto quello che faceva prima, senza fare le cose che non può più fare: va al cinema ma non fa più sport, per esempio.

Quando una persona che sta male ha accanto una persona che non sta male ma che le vuole bene, a volte la persona che non sta male si comporta come si comportava prima: litiga, si arrabbia, prepara cenette al lume di candela, va a fare la spesa o va a vedere l’Inter allo stadio; a volte, invece, la persona che non sta male si comporta come se la persona che ha accanto non fosse più una persona, ma solo una persona che sta male: e allora non vede più gli amici – o se li vede li tedia parlando solo della persona che sta male – e non va più al cinema, ma soprattutto non litiga più. Alla persona che sta male a volte fa piacere non litigare, ma non fa piacere non essere più una persona. Una persona che sta male, anche se sta male, è sempre una persona.

Quando una persona sta male, spesso la cosa migliore è ascoltare: non giudicare, non consigliare, non sminuire, non accentuare. Non dire Io al posto tuo non so come farei, né Sei una bellissima persona, né Ti ammiro molto, né Andrà tutto bene, soprattutto se la persona che sta male non è una bellissima persona e non siamo sicuri che andrà tutto bene.

Alcune persone a cui voglio bene, in questo momento, stanno male; per loro ho soltanto un sorriso e un abbraccio, sperando che bastino.

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