Buon compleanno, Mohamed.

Dopo giorni di patemi e frenetiche consultazioni sul web, mentre Mohamed oscillava tra lo scetticismo pessimista e l’insensata fiducia nei miei mezzi tecnologici e mi assillava con dozzine di telefonate bofonchianti e recriminanti e piagnucolanti, la famiglia di Mohamed ed io abbiamo trovato un modo per comunicare; grazie ad app di messaggistica di cui sconoscevo l’esistenza siamo riusciti a mettere a punto un sistema che comprende brevi messaggi di testo nel mio stentato inglese per prendere un appuntamento e poi una raffica di videochiamate in cui Mohamed, ciabattando avanti e indietro sul marciapiede davanti al camper, strilla in farsi allo schermo del mio smartphone.

Più o meno una volta ogni dieci giorni Mohamed mi chiama al telefono, di solito di mattina; mi chiama al telefono anche se ci siamo visti il giorno prima, perché di queste cose preferisce non parlare di persona, chissà perché. Dopo qualche minuto di convenevoli, in cui di solito si preoccupa per la mia tosse, mi incita a non prendere freddo e a non lavorare troppo e cerca di instillarmi senso di colpa, Mohamed mi comunica che vorrebbe chiamare suo padre. Solitamente ci accordiamo per il giorno dopo, e io scrivo a suo fratello in Iran e a suo nipote in Canada e cerco di trovare una fascia oraria che vada bene per entrambi, in modo da sentire tutti contestualmente. Il giorno stabilito, arrivo da lui per tempo, con il powerbank carico e un paio di cuffiette che tento senza successo di convincerlo a indossare. Arrivo da lui, dunque, e Mohamed inizia a prendere tempo; vuole bere, e poi vuole farsi un tabacco, e deve dare da mangiare ai gatti o raccontarmi una cosa importantissima di quella volta in cui era in Iraq o forse in Turchia o aspetta, no, in Germania. Non vuole chiamare dal camper, ma fuori c’è vento e rumore, e nella mia macchina sta scomodo, e se si avvicina all’angolo della strada c’è poco campo, ma dall’altra parte c’è troppa gente. Alla fine, di solito, mi stanco e chiamo io: e appare il faccione ridanciano di suo fratello Amin, e io dico Salam che è una delle dieci parole che so dire in farsi e poi gli passo Mohamed, che all’inizio si lamenta perché non era pronto ma poi, appena prende in mano il telefono, subito urla e ride tantissimo. La videochiamata dura di solito molto: un’ora almeno, con sette-otto interruzioni per la linea che cade e l’audio troppo basso, e loro ovviamente parlano in farsi, ma Mohamed vuole che io stia lì, a dieci centimetri dalla sua faccia, perché ha paura che il telefono si blocchi e gli viene il panico all’idea. Per cui io guardo lo schermo, vedo suo fratello, sua nipote, sua cognata, suo padre, anziano e provato, e non capisco una parola: e Mohamed di solito si scorda del fatto che io non capisco una parola, e tra scroscianti risate mi dà di gomito e mi dice hai sentito che ha detto Farnaz?, e io per sentire ho sentito, ma non ho capito niente. O meglio, a volte qualcosa capisco: per esempio, l’altra volta ho capito che dicevano Maria non capisce il farsi, e io ho risposto che davvero non capivo, ma l’ho detto in italiano e loro non hanno capito me. Può essere parecchio frustrante, ma anche vagamente esilarante. Ste di solito si scoccia abbastanza presto e se ne va a comprare le sigarette.

È abbastanza bizzarro e stancante, chiamare la famiglia di Mohamed, e lui di solito dopo la telefonata è di cattivo umore perché suo padre parla troppo piano e lui non lo sente e gli sembra sempre che sia lì lì per trapassare e quando vede il suo viso smagrito gli si riempiono gli occhi di lacrime, e poi perché suo fratello gli ha comunicato qualche cattiva notizia, o semplicemente gli è venuta nostaglia di casa, di loro tutti insieme, seduti in fila sul divano, che scherzano e mangiano qualcosa di buono, ma tant’è: domani è il compleanno di Mohamed, e lui mi ha chiesto di chiamare casa. Così io sarò lì alle 17:30, con Ste e una torta al cioccolato e le candeline, e poi grideremo e sghignazzeremo con i suoi parenti e io cercherò di dirgli che suo padre mi sembra che stia ancora bene, come l’altra volta, e lui non sarà affatto convinto, ma.

Buon compleanno, Mohamed: spero che il prossimo anno ti porti moltissime risate, tanto affetto che ti scaldi il cuore, giorni sereni e notti piene di stelle, e il peso dolce e struggente dei tuoi animali addosso. Tante melanzane fritte, dolciumi e sigarette, e amici e chiacchiere e ricordi e qualcuno a cui raccontare le tue storie. E serenità, e sonni tranquilli, e caffè caldi al risveglio. Che ti porti un poco della felicità che meriti.

[Il compleanno di Mohamed è stato ieri. È andato tutto bene, ma.]

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *