Regali di Natale.

Quando ero bambina, i regali di Natale per noi nipoti li comprava la nonna; di solito erano regali utili, pratici: comodi maglioncini di lana per la scuola, o solide scarpe da pioggia per l’inverno, o pigiami morbidi e caldi, di flanella, o giubbottini imbottiti, col cappuccio, per ripararci dalla pioggia mentre salivamo e scendavamo dallo scuolabus. Noi eravamo in tre, e la nonna comprava solitamente tre copie dello stesso oggetto, come aveva fatto, un tempo, per mia madre e mia zia; cambiava solo il colore: rosso per mio cugino, blu per mia cugina, verde per me, “come i tuoi occhi”, commentavano sempre in famiglia. Il nonno solitamente compariva solo al momento dello scambio dei doni, compunto nel suo ruolo di decano della famiglia, seduto sulla poltrona di ciniglia color ocra, in salotto: ci guardava scartare i pacchetti confezionati dalle commesse e distini solo dalle nostre iniziali scritte a matita in un angolo, annuiva con aria vagamente soddisfatta, accoglieva con un sorriso distaccato i nostri ringraziamenti – la nonna ci teneva sempre a dire “ringraziate anche il nonno”, a sottolineare il suo ruolo del tutto marginale nell’affaire regali-per-i-bambini.

Ricordo con precisione le volte in cui mio nonno mi ha regalato qualcosa di diverso, scelto personalmente da lui: erano una scimmietta di peluche verde acqua che suonava i piatti, quando avevo forse tre o quattro anni, e poi un set di utensili da cucina che ancora adesso è sistemato sul piano di lavoro accanto al fornello, nella casa in cui vivo con Ste e che lui non ha mai conosciuto; e poi, c’era una cassetta: una musicassetta, di quelle che si usavano quando ero ragazzina, con il nastro che si annodava e che bisognava cacciare dentro a viva forza, girando le rondelle con l’aiuto di una matita, e che io ascoltavo con il walkman tornando da scuola. Avevo forse undici o dodici anni, quel mese di dicembre, e il nonno mi aveva chiesto di esprimere un desiderio: quell’anno, per Natale, mi avrebbe fatto un regalo speciale, solo per me. I miei cugini non avrebbero avuto niente, al di fuori del pacchetto istituzionale scelto dalla nonna, maglione o cappotto o vestaglia che fosse: io, invece, potevo scegliere quello che preferivo. Mi trovai in enorme difficoltà: ero onorata e commossa e trionfante e avrei voluto moltissime cose, ma non volevo che spendesse troppo, il nonno era sempre convinto di non aver soldi, apparteneva a quella generazione che si era trovata in ristrettezze economiche e che temeva sempre un tracollo improvviso e subitaneo; la nonna, dea ex machina dei primi vent’anni della mia vita, col suo consueto senso pratico risolse anche quel problema: “perché non ti fai regalare – mi chiese – una cassetta di quel giovanotto che ti piace?”. Il giovanotto era Freddie Mercury, e quell’anno trovai sotto l’albero Queen II, incartato a mano con un foglio di carta da macchina da scrivere su cui era stata scritta una dedica in inchiostro nero, A Maruzza dal nonno Alfredo che te vole bene assaje. Io ero, sono stata e sono tutt’ora un’appassionata dei Queen, e Queen II è uno dei miei dischi preferiti, e quello è ancora adesso uno dei regali che ho amato di più in vita mia.

Oggi andremo a vedere Bohemian Rhapsody, il film dedicato alla vita di Freddie Mercury: e io, che al cinema vado solo un paio di volte l’anno, stavolta ci tengo moltissimo a vedere il film in una sala con buona acustica, e sono mesi che incrocio dati – prezzo dei biglietti, orario della proiezione, possibilità di comodo parcheggio nei pressi della sala – per capire dove andare, e a che ora, e in quale maniera (mangiando prima? dopo? sia prima che dopo? durante? l’incertezza concima la mia ansia); ci tengo a vederlo al cinema, dicevo: perché che senso avrebbe sentire alcune tra le canzoni più belle e raffinate e spettacolari della storia della musica con le casse scadenti del mio pc? Non so bene cosa aspettarmi: una parte di me ha paura che si scada nell’agiografia, o che i personaggi siano semplificati al punto da farne delle decalcomanie, o che sia un polpettone americano con colori fluo anni Ottanta ed effetti speciali a lenzuolate; un’altra parte pensa che comunque saranno due ore di buona musica e probabilmente mi commuoverò, e quindi pace, sarò contenta lo stesso.

[Sabato scorso sono passati quattro anni che il mio nonno preferito è morto, e io mi sento ancora parecchio triste, e mi manca la sua voce tonante e il suo impeto rabbioso e i ricordi della guerra e quell’accento napoletano che al mio orecchio era la cadenza dell’infanzia, del calore, della famiglia].

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