Persone che non capisco.

Quelle che scelgono l’arancina accarne anziché abburro, o che ordinano il pollo arrosto con le patate al forno invece che fritte, o che, davanti a un cabaret di dolcini, preferiscono il cannolo alla cassatina.

Quelle che mi chiedono perché mi vesto così pesante anche se c’è caldo, e perché non mi taglio i capelli o non porto scarpe col tacco.

Quelle che parlano di argomenti troppo intimi o personali: come colleganuova che mi dice che ha cambiato misura della coppetta mestruale perché quella che aveva prima adesso è piccola, o come vagaconoscente che mi informa che ieri ha avuto la diarrea.

Quelle che condividono ogni attimo della propria giornata su Facebook, pasti passeggiate film abbracci col fidanzato biglietti del tram appena obliterati, e quelle che hanno il profilo blindato e si vantano di non condividere mai nulla e si comportano come spie dei servizi segreti in incognito.

Quelle che mi scrivono un lungo e circostanziato messaggio privato per chiedermi come mai le ho rimosse dalle amicizie su Facebook, non accorgendosi che il ferale misfatto è avvenuto molti mesi prima e confermando così, di fatto, la nostra non-frequentazione virtuale.

Quelle che al bar prendono il ginseng macchiato soja con zucchero di canna a parte, e che danno del tu al barista.

Quelle che chiamano la cassiera del supermercato Signorina, anche se dimostra sessantacinque anni e ha la fede al dito.

Quelle che cercano di passarmi davanti in fila al supermercato al grido di Ho lasciato il cane in macchina o Devo andare a prendere il bambino a scuola, a cui mi piacerebbe rispondere ecchissenefrega – non del cane e del bambino, sia chiaro, ma delle esigenze del tipo in fila, La prossima volta vai a far la spesa quando hai più tempo.

Quelle a cui non piace la pizza, o il paneepanelle, o l’estathè, o l’estate.

Quelle che non hanno mai letto Mafalda, o il Corriere dei piccoli.

Quelle che mi chiedono con scandalizzato stupore perché non bevo alcolici; quelle che fanno ironia sul fatto di bere molto o se ne vantano, raccontando nei dettagli banali serate etiliche che neanche in Jack Frusciante è uscito dal gruppo: soprattutto se hanno più di sedici anni.

Quelle che criticano gli altri per ciò che mangiano: e quelle – e sono moltissime, accidenti! – che imputano ai vegani di fare proselitismo sulla propria dieta, e mentre se ne lagnano fanno proselitismo sulla dieta onnivora.

Quelle che non hanno curiosità e non fanno mai domande.

Quelle che la domenica pomeriggio vanno al centro commerciale a passeggiare e si portano il cane.

Quelle a cui piace andare da Brico a scegliere tasselli e cacciaviti.

Quelle a cui non piace cucinare, o mangiare, o mangiare in compagnia, e quelle a cui non piacciono le piante.

Quelle che rispondono con scortesia immotivata, e a cui non si può rispondere con scortesia motivata per non passare a propria volta per maleducati.

Quelle che guardano con stupore o fastidio la tenda di Mohamed, la sua sedia, i vestiti stesi fuori ad asciugare.

Quelle che non ti sorridono in risposta, se tu sorridi loro.

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Che sapore ha l’amore?

L’amore ha il sapore di un piatto di pasta gustoso e caldo, con verdure saltate e una grattata di pepe e un buon formaggio stagionato, preparato con un sorriso perché Volevo farti sentire coccolata; o quello di un pesto di rucola e mandorle, profumato e croccante, che condisce gli spaghetti fumanti, perché io sono nervosa e non ho fame e lei lo sa e mi vizia; è verde e scrocchiarello, l’amore.

L’amore ha il sapore di un bacio a sorpresa, mentre sono in cucina al computer e lavoro e mi mangio le unghie; arriva all’improvviso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un dolcetto al cioccolato e panna e di una torta a forma di girasole che cuoce nel forno, perché Volevo addolcirti la bocca e allora l’ho preparato; è dolce e soffice, l’amore.

L’amore ha il sapore del nostro panino della domenica, nel nostro solito locale con i camerieri malmostosi che non portano mai i tovaglioli; ha il sapore dell’insalata con salmone e mandorle e riso basmati, o del Mc Chicken mangiato di nascosto, perché una volta ogni tanto ci sta. Ha il sapore della luce calda del mattino, e di via Libertà percorsa mano nella mano, e delle passeggiate in mezzo alla folla accarezzando cani e ascoltando musicisti di strada; ha un suono melodioso, l’amore.

L’amore ha il sapore della nostra pizza del sabato sera, della birra piccola e della cocacola, e di tutto il pulviscolo di abitudini che costellano le nostre giornate; è tenero e rassicurante, l’amore.

L’amore ha il sapore della spesa ogni lunedì, e di prendere dallo scaffale quello che le piace, anche se abbiamo dimenticato di metterlo sulla lista; è pieno di premure, l’amore.

L’amore ha il sapore delle sue mani che mi tengono il viso, del suo sorriso quando sono triste, della sua voce che mi scalda e rassicura; è delicato e avvolgente, l’amore.

L’amore ha il sapore di quando vorrei dire qualcosa e non la so esprimere, e allora lei la dice per me, e dalla sua bocca ha un suono chiaro e netto e sicuro, e non sembra stupida come quando la volevo dire io; è preciso e luminoso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un succo di frutta all’albicocca, quando lei me lo porge perché Sei stanca, amore, fai una pausa; è asprigno e fresco, l’amore.

L’amore ha il sapore dei pomeriggi passati ad aspettarmi, delle cene a orari assurdi, dell’Aspetta solo un attimo che tra poco finisco, anche se sappiamo entrambe che non sto finendo; è paziente e indulgente, l’amore.

L’amore ha il sapore della birra molto fredda bevuta a Madrid, e della patatine e delle olive, e di serate senza pensieri né orari né limiti; è salato e frizzante, l’amore.

L’amore ha il sapore di un abbraccio molto forte, che è l’unica cosa che mi salvi dall’ansia; è la miglior cura, l’amore.

L’amore ha il suo sapore, e io ogni giorno la guardo e ancora non ci credo.

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Prendersi cura.

Come va?, ho chiesto sabato scorso a Mohamed, quando l’ho visto; io sto bene, mi ha risposto, ma sono preoccupato per G. – cenno del braccio ad indicarlo – che sta parecchio male. G. è un senzatetto del compound di Mohamed: originario del Nord Italia, a occhio poco più che cinquantenne, solitamente silenzioso e sulle sue, algido e cortese, moderatamente antipatico. Vive su una panchina da quando la sua compagna è morta e lui è finito in mezzo a una strada; ha un trolley con dentro poche cose, dei jeans ormai troppo stretti, saluta formalmente e quando arriviamo rimane al suo posto sulla panchina e ci scruta da lontano; con Mohamed è sempre stato in rapporti freddini: Moha, caciarone e desideroso di contatto umano, e G., musone e rigido, hanno sempre condiviso i bidoncini d’acqua, i pasti caldi e le coperte, ma niente di più. Adesso però G. sta male, e Mohamed ha deciso che spetta a lui accudirlo.

Ho preparato un letto nuovo per G., ci ha detto subito Moha: non poteva stare sulla panchina, ha mal di schiena e ho paura che cada; ha approntato, quindi, un giaciglio comodo per lui: isolato dal terreno, impermeabile, comodo e confortevole. Ha deciso anche di gestire i suoi pasti: cibo sano, in piccole quantità ma spesso, tanta acqua, tanta frutta, niente vino. Controlla che prenda le medicine all’orario, che si copra adeguatamente, che non soffra il freddo. Ci ha chiesto di andare a fargli visita: in fila indiana, con viso compunto e voci sommesse, siamo andate a salutarlo, gli abbiamo detto di restare pure disteso, abbiamo ascoltato le sue lamentele, lo abbiamo abbracciato per incoraggiarlo. Mohamed ha supervisionato tutto, ci ha detto di non stancarlo, ci ha portate via dopo qualche minuto. E io sono rimasta straordinariamente colpita, e ho capito qual è la cosa che il nostro malmostoso amico iraniano sa fare meglio: curare, confortare, incoraggiare. Prendersi cura.

Mohamed, che dorme in una tenda in un’aiuola, che per chiamare la sua famiglia ha bisogno del mio telefono, che combatte la pioggia, le angherie e i cattivi pensieri; che mendica ogni briciola di attenzione, che per farsi una doccia usa un catino e la pompa dell’acqua dei giardinieri, che ha una piccola torcia a manovella per illuminare il metro quadrato intorno ai suoi piedi; che sfida ogni giorno il mondo, la fatica, la stanchezza e la paura, che dipende dagli altri per piccole cose che per chiunque sono scontate, che dorme di giorno perché la notte non si sente sicuro, è bravissimo a prendersi cura degli altri. Lo fa con me, quando mi chiede ansiosamente se sono troppo stanca, se sto lavorando ancora, se ho mangiato; lo fa con mia madre, per la quale sta cercando una cura scomodando i medici tradizionali persiani che conosce; lo fa con G., con Ste, con chiunque gli stia intorno. Lo fa con amore, con dolcezza, con il suo atteggiamento da vecchio saggio, senza giudicare, senza criticare, mandandoci ogni tanto tutti a quel paese. Lo fa, e quando lo fa non sembra più un sessantenne senzatetto con pochi denti e la barba non fatta. Quando lo fa, sembra un re.

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Un caffè per tre.

Foro_Italico_10Andare da Mohamed significa, la maggior parte delle volte, trascorrere il pomeriggio con tipi insoliti: quasi tutti sono senzatetto che sfruttano la sua benevolenza e le sue capacità organizzative per avere un posto dove dormire, acqua fresca o cibo o medicine, perché Mohamed è l’uomo dalle mille risorse, sa creare una cuccia per gatti con una coperta e due corde, una casa a tenuta di pioggia con un tubetto di silicone e qualche foglio di plastica trasparente, sa come trovare un dentista che ti tolga un molare di domenica pomeriggio o come prenotare una visita veterinaria per un gatto affetto da Fiv; ha una scorta di medicine e batterie e cibo per animali vari e riesce a procurarsi in mezza giornata qualsiasi cosa gli manchi, che sia un apriscatole o un francobollo o un passaggio in auto o una videochiamata in Canada.

Da Mohamed ci sono anche, solitamente, altri buffi personaggi che orbitano intorno al compound: sono suore, volontari, gente variamente affiliata ad associazioni caritatevoli, gattare e proprietari di bar e panifici. E poi c’è signorfranco. Signorfranco è il custode notturno di un cantiere che confina col lato sud del compound. Fa un lavoro noioso, pericoloso e solitario, ed è sempre in cerca di compagnia: e visto che anche Mohamed ama stare in compagnia, lui e signorfranco sono diventati amici. Signorfranco l’altra volta mi chiedeva di te, mi ha detto sabato scorso Mohamed: Diceva che se quando vieni lui non c’è, ti devo portare i suoi saluti; dice che sei simpatica e che si vede che sei una brava ragazza. Grazie, ho risposto: e quando signorfranco si è palesato gli ho offerto il caffè: e Ste, come sempre, ha attraversato il Foro Italico per andare al bar e prendere il famoso caffèlungo che Mohamed chiede ogni volta e che poi divide con due o tre persone – signorfranco, Mustafà, Adriano – e conserva per la colazione del giorno dopo. Dopo il caffè, Mohamed mi ha mostrato la splendida torcia nuova che gli è stata regalata dalla Croce Rossa: si ricarica tirando una leva e ha un bottone che la fa lampeggiare. La notte, nella tenda, Mohamed fa lampeggiare la torcia: è un segnale per signorfranco, che si precipita dal suo container per vedere se ha bisogno di qualcosa o se si sta solo annoiando e vuole raccontargli di quella volta che, nel 1983, è stato due settimane con gli amici a Pantelleria.

Signorfranco mi chiama signora, e io lo chiamo signorfranco, ma ci diamo del tu: me lo ha chiesto lui, scavalcando con un balzo le regole base del galateo; ma quando si sta seduti insieme su un bancale di legno, si divide un caffè, si beve da un tubo di gomma e ci si parla attraverso una rete metallica colpendosi ripetutamente le braccia perché è pieno di zanzare va bene così, è inutile formalizzarsi. E quindi io posso permettermi di dirgli Stai attento, stanotte, che gira gente strana, tieni gli occhi ben aperti, e lui può rispondermi Tranquilla, io sono sempre sul chi va là, e non preoccuparti che a Mohamed bado io, ogni mezz’ora lo passo a controllare e se c’è qualcuno vicino a lui gli chiedo chi è, e Ste può sorridere e Mohamed può chiosare Lasciatemi in pace, io sono un vagabondo, ho scelto di vivere così per non avere nessuno che mi rompe scatole, andate tutti a fare culo, e bon, pace.

Per ora sono triste, ansiosa e spaventata, e andare da Mohamed mi piace: perché ci si astrae per qualche ora da contesto, si cambia prospettiva, si chiacchiera e si ride e ci sono i gatti. Stai un po’ meglio, adesso?, mi ha chiesto Mohamed l’altra volta, mentre andavamo via: Sì, gli ho detto, e grazie per la compagnia, e forse in pochi lo ringraziano per la compagnia, e Mohamed era stupito e anche contento, penso.

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Stanchezza.

L'immagine è di avogado6In questi giorni sono stanca: ma non di quella stanchezza dolciastra e malinconica e piacevole di quando si va a camminare nel bosco, e si torna la sera con i piedi dolenti nelle scarpe da trekking e si fa una doccia bollente per sciogliere i muscoli della schiena, né dello sfinimento di chi ha fatto qualcosa di faticoso fisicamente, spostare mobili togliere il secco dal gelsomino potare le magnolie – quelle attività che sfiancano il corpo e svuotano la mente -, né dell’estenuazione di chi ha portato a compimento qualcosa di difficile e molto bello e alla fine sospira soddisfatto: no, sono stanca in maniera che non saprei spiegare, di una stanchezza spessa e grigia e ombrosa e pesante, una grossa trapunta imbottita che copre e ottunde, che cancella i pensieri e ingarbuglia le parole e non fa capire i messaggi vocali della Fra’.

In questi giorni sono stanca perché devo lavorare – e voglio farlo, cioè, è giusto e sano e necessario e potenzialmente soddisfacente farlo – ma mi sembra di non saperlo fare: perché sono una persona tendenzialmente insicura e pavida, un criceto che vibra senza ritegno appena esce dalla gabbia, che trema della propria ombra e mangia compulsivamente semi di girasole; sono stanca perché non so con chi confrontarmi, perché non capisco se sto facendo bene, perché mi sento carica di responsabilità e di aspettative: e mi rintano nel pensiero magico-ossessivo, e cerco vie traverse per uscirne e non le trovo, e mi avvilisco e non dormo e lagno, e mando messaggi agli amici in cui mi lamento e chiedo consigli e non capisco i consigli e costringo a ripetermi le cose tre volte, e piango molto. E sono stanca.

Sei esaurita, mi ha detto Mohamed: e per lui “esaurito” è chiunque si mostri nervoso, scontroso, poco incline ad ascoltare i suoi brontolii o ad accarezzare la gatta Shiva. Lui stesso, nella sua visione del mondo, è sempre esaurito: perché ci sono sempre problemi, e altri problemi che si incastrano sui primi, e via così in uno shangai di problemi – sì, shangai, quel gioco da tavolo snervante coi bastoncini da tirare via – in cui, se cerchi di trovare una soluzione per qualcosa, fai crollare miseramente tutto. Sono esaurita, ho detto io a Ste: Sono esaurita come dice Mohamed, e non so che fare. E Ste, che è Ste e che sa dire le parole giuste al momento giusto, mi ha detto Secondo me ti senti sola, ricostruisci la vecchia squadra: e la vecchia squadra è il mio gruppo di volontari-da-festival, ragazze e ragazzi in gamba che ho formato in anni di lavoro insieme. Stoici esseri umani che mi sopportano da quattro, cinque, sei festival, come solo i miei genitori e Ste: che sanno cosa dire per calmarmi, che sono rapidi e silenziosi e operativi e sempre sul pezzo, che mi stanno accanto con dolcezza e occhi luccicanti, che mi stringono una spalla o mi portano da mangiare se vedono che sto per crollare, che almeno una volta, a turno, hanno asciugato le mie lacrime. Ricostruisci la vecchia squadra, ha detto dunque Ste: e io ho detto No, non vorranno mai, e poi li ho cercati a uno a uno. E mi hanno risposto Sì, e Io per te ci sono sempre, e Grazie di avermi chiamato, e Conta su di me, e una cascata di cuoricini e faccine e nomignoli, e la vecchia squadra era di nuovo in piedi: e anche io ero di nuovo in piedi, perché improvvisamente non ero più sola. E tutta la stanchezza che c’era prima c’è ancora: ma ci sono anche i sorrisi e le risate di gola e la promessa di una birra tutti insieme – per me una LemonSoda, eh – e di giorni frenetici ma divertenti, e la mia commozione alle loro risposte, vera, patetica e démodé come tutto ciò che mi riguarda, ma profondamente, dannatamente vera. E insieme, la voglia di non deluderli: perché loro sono sempre pronti a gettare il cuore oltre l’ostacolo per me, e io non voglio che si pentano mai di averlo fatto.

[Questo post è per Ale e Gabri e Giorgia, che non lo leggeranno mai perché non conoscono l’esistenza di questo blog: che il vostro futuro sia degno di voi, ragazzi; meritate solo il meglio].
L’immagine è dell’artista avogado6.

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Ciò di cui ho bisogno.

Ciao, bellina!, mi ha detto Mohamed quando finalmente mi ha riconosciuta, al telefono. Ma non è che non ti ricoscevo, si è giustificato ai miei rimproveri: è che qui non si sente nulla, lo sai; e dato che lo so, che lì da lui c’è sempre rumore, i camion che passano e gli operai che sfossano e le persone che corrono e i cani e i gatti e la radiolina a tutto volume ché lui è sordo, gli ho tenuto il muso solo per qualche minuto. Dovevi dirmi, gli ho detto, come è finita oggi: alcuni suoi misteriosi amici, infatti, forse lo stanno aiutando a trovare una collocazione migliore, qualcosa che non sia un bancale su un’aiuola. Non è finita in nessun modo, mi ha risposto, però è cominciata: nel senso che ne abbiamo parlato, ma per ora è presto e non hanno trovato nulla. E allora come si fa, Moha, ho subito balbettato, ansiosa: ché qua ogni notte diluvia, ed è già settembre, e questa soluzione non arriverà mai, e si bagnano tutte le tue cose e anche tu ti bagni, come si fa, eh? Tranquilla, mi ha detto, e lo sentivo sorridere al telefono: domani, intanto, mi portano un bel telone per coprire le cose, e poi tu di pomeriggio, quando vieni, controlli e mi dici se ti sembra grande abbastanza. E per la pioggia, non temere, ho l’ombrello! Io la notte non dormo, ma sto sotto l’ombrello, ascolto Radio Radicale e va benissimo così. Ma come fanno gli altri che dormono lì vicino?, gli ho detto, hanno anche loro un ombrello? Non lo so, ha detto lui, di notte è buio e io rimango al mio posto, non mi sposto a vedere che fanno gli altri. Non dare a nessuno il tuo ombrello, ho ribattuto subito: a nessuno, hai capito?, che poi ti bagni, e sei cagionevole e vecchio – improperi bisbigliati da parte sua, non sono vecchio, ma che cazzo dici?!, parli così perché sei picciridda – e se ti viene la febbre siamo nei guai. Sì, sì, mi ha rimbeccato subito, il tono vagamente seccato, non preoccuparti, a domani. E mentre io pensavo a quanti ombrelli ho in casa – sono quattro, ma uno è rotto e uno è un ricordo e gli altri due ci servono e forse ne ho uno in macchina ma anche quello è malconcio – e a dove comprarne altri domani e se forse un k-way non potrebbe essere più comodo, ne ho uno giallo che sta tutto in una busta ed è abbastanza nuovo, devo solo controllare che non sia scucito in qualche punto, mentre pensavo a tutto questo ho pensato anche a quanto siamo diversi io e Mohamed, e che mentre io gli raccomando di non aiutare gli altri, come una madre stizzita che dice al proprio bambino di non prestare i pastelli al compagnetto di banco, lmentre io gli chiedo di rinunciare alla sua umanità e di forzare il suo carattere aperto per essere egoista e calcolatore, lui è felice e ride nella cornetta perché ha un ombrello che è nuovo e robusto e molto grande, e là sotto, seduto a gambe incrociate su una vecchia coperta militare, sta al caldo e all’asciutto e non ha problemi, perché quella è casa sua.

[In tanti, in questi quattordici mesi da cui Ste e frequentiamo Mohamed, ci hanno consigliato di smettere, di allentare: e forse il motivo per cui continuo a trascinare Ste lì una volta alla settimana non è solo il mio senso di colpa o il bisogno di controllo o di sentirmi utile, e neanche la paura che senza di me non se la cavi, ma la necessità di un’iniezione di positivà, di rispetto per gli altri, di solidarietà vera, prima di rituffarmi nel mondo volgare e gretto che mi circonda].

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L’estate (è quasi finita).

I negozi ancora chiusi, ma che riapriranno a breve.

Gli amici che sono andati via, o che andranno via a breve, e la tristezza nel pensare che chissà quando ci rivedremo di nuovo.

Gli abbracci molto forti agli amici, quando stanno andando via.

Gli amici che non abbiamo visto, perché sono venuti a Palermo e non ci hanno avvertito, forse si sono scordati o forse non ne avevano voglia o forse chissacciu pensavano che avremmo dovuto sapere noi quando sarebbero venuti: ma comunque pace, va bene così.

Il ritorno in ufficio, la noia, il caldo, i ventilatori, le millemila email arretrate. Capo che mi saluta contento e mi abbraccia perché non ci vediamo da tre settimane e ha dimenticato quanto posso essere noiosa e assillante. Colleganuova che mi offre il suo aiuto e un po’ di chiacchiere e il primo caffè del rientro. Autricedelcuore che mi chiama il secondo giorno di lavoro dicendo che non mi ha chiamata il giorno prima perché non voleva stressarmi subito, e io le voglio bene anche per questo.

I baristi che ci accolgono festanti alla prima pausa-caffè del rientro, e ricordano ancora come vogliamo il caffè, che io lo voglio macchiato e colleganuova lo vuole con il latte di soja. Il barista che continua a fare la battuta “un macchiato con latte di sogliola” e ride molto. Io che continuo a ridere a questa battuta solo per fargli piacere, ma mi viene fuori un eh eh poco credibile.

L’ansia del rientro al lavoro.

La stanchezza del rientro al lavoro.

Assillare amicastorica con tredicimila vocali perché sono stanca e in ansia per il rientro al lavoro.

Ale che mi manda un messaggio per dirmi che mi pensa perché sa che sono in ansia per il rientro al lavoro.

Mohamed che mi chiama e si stupisce moltissimo che io sia al lavoro, e mi chiede come mai sono già rientrata, non era meglio se stavi ancora un poco in ferie?

Il posto per la macchina sotto casa che già non si trova più.

Il posto per la macchina sotto l’ufficio che si trova ancora, ma solo se arrivo presto.

Il tramonto alle otto di sera.

Andare via da Mohamed quando è buio.

Le previsioni che annunciano pioggia, e invece c’è molta afa e mi piacerebbe che piovesse, ma poi penso che Mohamed sta in mezzo alla strada e che se piovesse il suo letto si bagnerebbe e anche il cibo dei gatti e la radio e il caricabatterie e il tabacco si bagnerebbero e allora non voglio più che piova, e vorrei solo che ci fosse meno caldo.

Mettere ancora gli occhiali da sole per andare a lavoro, anche se non c’è più così tanta luce la mattina.

Il profumo dolcissimo estenuante dei gelsomini e delle pomelie.

La pizza di Peco’s mangiata ai tavolini di Peco’s sul marciapiede, ché loro non chiudono mai.

Dormire sotto il lenzuolo.

Il centro commerciale pieno il sabato pomeriggio.

Gli zainetti e i pacchi di quadernoni e le penne in esposizione al supermercato, dove fino a una settimana fa c’erano palette e secchielli e formine e fenicotteri gonfiabili. I solari e i doposole e gli antizanzare in sconto. Le seggioline da spiaggia esposte nell’ultimo corridoio in fondo, no signora c’è solo in questo colore, sono terminate.

La zucchina lunga che già qualche fruttivendolo non ha più.

Mancano 115 giorni al Natale.

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Cinque anni di Nando.

Nell’agosto del 2014, caldo umidiccio e noiosetto come tutti i mesi di agosto a Palermo da che ho memoria, i miei genitori adottarono Nando; il mio amato Miró era morto da molti mesi, io avrei lasciato casa di lì a qualche settimana e un meticcetto giallo dall’aria spaurita sembrava il miglior succedaneo alla mia futura assenza: Ti hanno sostituita, aveva chiosato qualcuno traducendo in parole quello che appariva naturale ed evidente. Silenzioso, impacciato, timido e insicuro, Nando appariva, dalle foto che mi aveva mandato la ragazza che lo aveva in stallo e ne curava l’adozione, la bestiola più adatta a inserirsi nel contesto familiare; dopo dieci anni con un semi-labrador nero deciso, sicuro di sé, esigente e ostinato, i miei genitori cercavano un cucciolo affamato di coccole, un cane che, alle lunghe passeggiate nei boschi, preferisse i grattini dietro le orecchie, i massaggi alle zampe, i bocconcini gustosi: a detta di mio padre, un cane da pensionati, uno che non saltasse su dalla cuccia alle sei del mattino, ma che lo accompagnasse alle nove a prendere i cornetti vegani al panificio. Ecco, Nando era proprio come speravamo.

Cinque anni dopo, il cucciolo buffo e divertente di un tempo è cambiato molto poco: ha raggiunto la stazza di un cocker e ha ancora le orecchie frementi e un ciuffo di peli bianchi all’estremità della coda. È dolce e ansioso, sempre pronto a scappare sotto una sedia a ogni rumore improvviso o porta che sbatte. È pigro, non ama le passeggiate e va convinto con lusinghe e vocine buffe a uscire in passeggiata: e una volta fuori, raggiunto l’angolo della strada, autonomamente ritorna con aria decisa verso il cancello, guardandoti con la sua migliore espressione da Possiamo tornare a casa? Ha sviluppato un atteggiamento protettivo e vagamente assillante nei confronti della famiglia: auto-insignitosi del ruolo di cane pastore, si offende quando qualcuno esce a far la spesa e lo rincorre abbaiando stizzito; la sua personale idea di serenità è avere tutti in uno spazio ristretto e facilmente controllabile – ad esempio, in fila su un divano o attorno a un tavolo – al suo cospetto, mentre lui, impettito davanti alla porta, si accerta che nessuno faccia irruzione nel soggiorno e ci rapisca tutti. Ama, nell’ordine, mio padre, i bocconcini succulenti, far scappare le tortore, mia madre, i cuscini del divano, Ste, che bacia appassionatamente non appena la vede, dare la zampa ed essere spazzolato, me. Odia i vicini, le persone che stendono il bucato, quelle in bicicletta, i gabbiani, il camion della spazzatura, chi brandisce una scopa, gli starnuti e i fuochi d’artificio. Ama che gli si lanci la pallina, ma odia inzaccherarsi le zampe di fango: e dato che casa dei miei genitori ha un giardino, e che il giardino ha la terra, e che la pallina finisce nella terra due volte su tre, quando gliela lancio, il gioco solitamente prevede che io alternativamente lanci e recuperi la pallina mentre lui mi guarda con aria curiosa.

Nando ha sviluppato, negli anni, un infallibile intuito: identifica a primo sguardo chi, in una tavolata di venti persone, gli cederà senza rimpianti le croste della sua pizza, chi si lamenterà del suo alito bollente sui piedi, chi gli chiederà incessantemente di mettersi seduto. Dopo due minuti di conoscenza, aveva già capito che Massimiliano e Alessia lo avrebbero sprimacciato come un cuscino, e li guardava con un sorriso beato, come di chi ha trovato dei nuovi amici molto divertenti.

Nei giorni scorsi, mentre i miei genitori erano fuori città, Ste ed io ci siamo prese cura di lui: io con il mio solito atteggiamento pavido e tremebondo – poche cose mi spaventano di più che portare fuori il cane – e Ste con la sua gioia contagiosa. Abbiamo passato una serata intera a giocare con la pallina rossa, abbiamo visto insieme Il colore viola, lui ha dormito ai piedi del nostro letto e ha atteso con aria rassegnata che tornassimo a casa dalle nostre passeggiate pomeridiane.

Adesso i miei genitori sono tornati e Nando ha recuperato i suoi spazi e la sua routine, e anche noi. Però, ecco, mi manca.

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Meravigliosa Madrid.

A Madrid ci ero stata vent’anni fa, più o meno. Ricordavo soltanto strade ampie e bei palazzi, e poi una giornata intera, da sola, al Prado, e tortilla a tutte le ore e patate fritte, e un ascensore di cristallo e Guernica. Per questo, quando si è trattato di decidere dove passare le vacanze, ho proposto a Ste un viaggetto a Madrid. Ci sarà molto caldo, ci hanno detto tutti: C’è molto caldo anche a Palermo, abbiamo risposto, e siamo partite, armate di una Lonely Planet pocket a cui qualcuno aveva sottratto la cartina topografica, molte canottiere rivelatesi poi inutili e due paia di sandali scomodi a testa.

Non c’era affatto troppo caldo, a Madrid: abbiamo trovato, invece, fresco e vento e cielo azzurro. C’erano moltissime persone, invece: strade piene, marciapiedi zeppi, fila di ore al 100 Montaditos, tavolini all’esterno dei pub occupati ininterrottamente. Ma siamo state benissimo lo stesso: anche se abbiamo mangiato sempre al chiuso, o sulle panchine del Parque del Retiro, o su gradini e fazzoletti di prato e scalinate di chiese. Ci siamo cibate di ottime insalate e frittate e pesce fritto e hamburger e panini e riso nero con le seppie. Abbiamo mangiato dolci goduriosi a colazione, e Ste ha bevuto molti boccali di birra Cruzcampo a un euro e mezzo l’uno.

Abbiamo camminato moltissimo, siamo state al Prado e al Museo Reina Sofía e abbiamo percorso chilometri di strade, più o meno centrali, più o meno strette, più o meno punteggiate di negozi. Ci siamo riempite gli occhi e il cuore di migliaia di bandiere arcobaleno che garrivano dai balconi, e siamo rimaste piacevolmente colpite dalla grande quantità di uomini che si tengono per mano in pubblico e si baciano appassionatamente davanti ai portoni.

Madrid mi è sembrata molto più bella e imponente e allegra e fremente e pulita e gioiosa di come la ricordassi: una città in cui deve essere bello vivere, in cui la metropolitana passa ogni sei minuti fino alle due di notte ma non c’è nessuno come a Londra che corre, ti spintona e ti intima di stare a destra. Dove la gente è tranquilla e sorridente e i negozi aprono alle dieci, ma dove alle undici di sera il supermercato è ancora in piena efficienza. Dove l’orario per la colazione in albergo è dalle 9 alle 13, e alle otto e mezza del mattino la Puerta del Sol è praticamente deserta.

Una città in cui le indicazioni spesso sono poco chiare – l’aeroporto è pieno di gente che si aggira sconsolata cercando di capire dove recuperare i bagagli – ma le persone si sforzano di darti spiegazioni su quale treno prendere, a quale stazione scendere, come tenere la borsa per non incorrere in scippi. In cui un’anziana non esita a chiedere aiuto se non riesce ad attraversare una strada: e mi ringrazia per averle dato il braccio, ma mi guarda stranita e mi domanda se davvero la capisco, o se faccio soltanto inconsapevolmente di sì con la testa. In cui tutti i negozianti, anche i venditori ambulanti del Rastro, comprendono e parlano perfettamente inglese, e non esitano a cambiare immediatamente lingua se ti vedono in difficoltà.

Ci è piaciuto tutto, di Madrid: le facciate dei palazzi e l’accessibilità per i disabili, la birra fresca a tutte le ore e i supermercati zeppi di tramezzini e insalate, Chueca e Malasaña e Lavapies e La Latina ma soprattutto Huertas, le librerie con Mafalda in vetrina, i quadri di Miró e le panchine a ogni angolo di strada, l’attenzione quieta e non isterica nei confronti dei senzatetto, il senso di sicurezza provato nel passeggiare di notte per strade sconosciute tenendo Ste per mano, le terrazze zeppe di piante, le absidi della Cattedrale, la luce fino a tardi.

Ci è piaciuto tutto, di Madrid. Ci tornerei domani.

[In viaggio ho letto La concessione del telefono, uno dei pochissimi romanzi di Camilleri che avevo messo da parte molti anni fa. L’ho trovato delizioso, divertente e insolito, una delle migliori letture degli ultimi mesi].

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Estate.

Il caldo.

Il senso d’oppressione delle giornate di afa, quando l’aria è bollente e immobile fin dal mattino.

Il vago mal di testa delle notti di scirocco.

Il sollievo dei rari momenti in cui il vento gira a maestrale, Apriamo le finestre che finalmente si respira, anzi no, chiudi subito che sbatte tutto.

I sandali.

Le pietrine che entrano ogni pochi passi nei sandali.

Le canottiere scollate, le gonne jeans, i pantaloni di tela leggeri, comodi e freschi ma senza tasche, i pareo con la stampa a fiori di ibiscus.

Il telefono sempre in mano perché non ci sono tasche in cui conservarlo.

Andare a mare.

Non aver voglia di andare a mare, il vento, la sabbia, il costume che mi sta male.

Andare a mare lo stesso, che poi alla fine mi fa sempre piacere.

Sudare molto, anche non facendo nulla.

La doccia prima di andare a dormire.

Dormire male per il caldo.

Alzarsi presto la mattina per il caldo.

Mohamed che si lamenta del sole, dell’afa, della mancanza di acqua fresca, ma poi vuole il solito caffè bollent.

Le strade vuote.

Trovare facilmente parcheggio sotto casa.

I negozi chiusi per ferie.

Non vedere l’ora di andare in ferie.

Le persone in ferie da molte settimane che si stupiscono del fatto che io non sia ancora andata in ferie.

L’ultima stagione di Orange is the new black.

Stefanuccio col casco da bici e il costumino a stampa militare.

Innaffiare le piante ogni mattina e trovarle comunque sciupate e tristanzuole.

Moltissimi libri da leggere, e l’illusione di riuscire a leggerli tutti in tre settimane.

La vaschetta di gelato bigusto in congelatore; riempire un bicchiere di gelato e spezzettargli sopra un biscotto e mangiare il tutto sul divano davanti al ventilatore.

Scottarsi le spalle attraversando piazza Magione a piedi.

Le cicale.

Le zanzare.

Lo zampirone.

L’autan prima di andare a dormire.

Le punture di zanzara nonostante l’autan, lo zampirone, la pianta di citronella, le zanzariere.

I gabbiani che stridono e volano radenti al nostro balcone.

Le pomelie in fiore, e anche gli oleandri e i gelsomini.

Gli occhiali da sole.

I bambini al parchetto, lo scivolo, le altalene, le ninfee nella fontana.

Sentirmi dire da chiunque che sono troppo pallida.

Stare con le finestre spalancate per il caldo e non sentire la televisione.

Mangiare frutta e yogurt per cena.

L’estathè molto freddo.

La granita di limone, la granita di caffè con panna. La granita di fragole che non mangio da moltissimi anni.

La pizza, sempre e comunque.

[Finalmente sono iniziate le ferie].

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