Summertime (and the livin’ is easy).

Ho passato l’inverno a lamentarmi per il freddo. In casa, indossavo una vestaglia di pile sopra i vestiti dal risveglio all’ora di andare a dormire; in ufficio, tenevo su i guanti a mezze dita per scrivere al pc senza congelarmi i polpastrelli e sorbivo tazze su tazze di tisana alla liquirizia senza zucchero e litigavo con capo per ottenere almeno due ore di termosifoni accesi, altrimenti basta, stacco il mio computer e lo trasporto in bagno, ché lì c’è lo scaldasalviette e si sta un po’ meglio; uscivo in balcone a mettere acqua alle piante rabbrividendo e saltellando e soffiandomi sulle dita, col risultato di svuotare metà dell’innaffiatoio sulle mie pantofole a stivaletto rosafrangiate. Passavo dal divano, dove mi intabarravo in una coperta blu a righe molto grande, regalo della mia bella, al letto, in cui faticavo a stendere il braccio fuori dal piumone per spegnere la sveglia, la mattina. Mi lagnavo ogni pochi minuti con tutti gli astanti, piagnucolando di mani dolenti e sanguinanti nonostante l’abbondante strato di crema, nasi gocciolanti o tappati, mal di testa da umidità, bruciori di gola da tenere a bada con quantità sproporzionate di propoli per timore di intempestive influenze. Ho tenuto un grosso berretto di lana viola calcato in testa senza interruzione da dicembre a marzo inoltrato, e calze di microfibra e cachemire sotto i jeans; poi è arrivato aprile, e io ho dimenticato immediatamente il mio odio per il freddo, perché subito ha iniziato a fare troppo caldo.

A Palermo il caldo è una cosa seria; è pervicace e costante, senza via di scampo: dura senza pause da giugno a settembre inoltrato, e non c’è nulla che possa aiutare a lenirlo; anche l’uso di condizionatori e ventilatori dà un sollievo limitato e di breve durata: bisognerà comunque uscire dalla stanza, o andare a comprare il pane, o scendere dall’auto e raggiungere a piedi l’ufficio, e quei pochi minuti basteranno a vanificare qualsiasi sensazione di benessere e non-soffocamento, sprofondandoci nuovamente in un avvilente lago di sudore. Le piante hanno bisogno di acqua almeno una volta al giorno, i vetri delle finestre esposte a sud scottano, il pavimento di cotto del nostro balcone rimane bollente anche molte ore dopo il tramonto. Se d’inverno ho mal di testa per l’umidità, d’estate ho mal di testa per il caldo: una morsa che mi attanaglia le tempie e mi fa mugolare e piagnucolare anche per giorni di seguito. Si dorme male, con il caldo: e io, che amo dormire quasi quanto amo mangiare o ricevere un bel massaggio, mi alzo mugugnante e di pessimo umore. Non si può fare quasi nulla, a Palermo d’estate: non si può passeggiare per le vie del centro né fare un giro al mercato di piazza Marina, la domenica mattina; si può solo andare a mare, e a me andare a mare non piace, e poi anche a mare c’è molto caldo, a meno che non si vada in qualche spiaggia attrezzata munita di lettini e ombrelloni e bibite fresche. Non piove mai, d’estate a Palermo: dall’inizio di giugno a settembre non cade una goccia di pioggia, ma l’aria è comunque umidiccia e appiccicosa; a meno che non ci sia scirocco, ma in quel caso l’unico consiglio sensato è stare chiusi a casa, bere qualcosa di freddo, guardare I cento passi in tv e sperare che passi presto.

Mancano ancora due mesi alla fine dell’estate, e io già non ne posso più: non vedo l’ora che sia ottobre per ricominciare a brontolare contro il freddo.

Ho letto in un paio di giorni La vita fino a te di Matteo Bussola; seguo l’autore su Facebook, e ho ritrovato nel libro la sua cifra stilistica: fresco, piacevole, vagamente divertente, gradevole per passare qualche ora serenamente, che non lascia moltissimo (ma non credo abbia la pretesa di farlo). Perfetto per notti d’estate in cui il caldo non favorisce il sonno: tiene compagnia con grazia e delicatezza, col sorriso sulle labbra. Peccato soltanto che alcuni brani del libro fossero già stati pubblicati sui social, ma tant’è.

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Cose che non ho mai capito.

Perché, quando una persona muore, tutti iniziano immediatamente a pressare i congiunti stretti – mogli e figli in primis – perché si nutrano adeguatamente? Le visite di condoglianze risuonano sempre di Mangia qualcosa e Ti preparo un po’ di tè e Non puoi restare digiuna, i tavoli sono coperti di vassoi di rosticceria mignon, i vicini bussano per portare zuppiere di pasta e lenticchie; perché? Qualcuno teme davvero che i parenti del caro estinto si lascino morire subitaneamente di fame, o è solo il sottile piacere di disporre della vita altrui in un momento di debolezza? O, semplicemente, si parla di cibo perché non si sa cosa dire?

Perché Nando abbaia sempre alla signora del secondo piano, mentre ignora tutti gli altri inquilini?

Perché i fiorai impiegano sempre moltissimo tempo a fasciare con carta crespa colorata, impacchettare in cellophan, infiocchettare e riempire di nastri e cocche il mazzo di fiori che abbiamo scelto? E non è uno spreco assoluto di stagnola e plastica e carta, dato che tutti questi fiocchi e decorazioni verranno gettati via per mettere i fiori in acqua?

Perché i pizzaioli a domicilio aspettano sempre la seconda chiamata prima di far uscire il ragazzo delle consegne?

Perché le persone non hanno ancora capito che il Come va? pronunciato durante un incontro fortuito in strada o in ascensore è solo un banale convenevole a cui rispondere Bene, grazie, e lei?, e non una reale domanda a cui far seguito con dovizia di dettagli sul proprio mal di schiena, sul transito intestinale del proprio barboncino toy, sulle intemperanze del capufficio?

Perché, al panificio dietro l’ufficio, il pane è sempre non ancora sfornato o già finito?

Perché, quando si mangia fuori, le insalate costano sempre moltissimo, e in maniera sporporzionata rispetto agli altri piatti in menu, e sono quasi sempre poco curate e variamente raffazzonate? Perché un panino con hamburger, patatine, palettate di salse, colate di formaggio fuso ha solitamente un prezzo inferiore a un piatto vegetariano, che nella migliore delle ipotesi è composto da due foglie di insalata, di quella già lavata e tagliata che si compra in busta al super, qualche pomodorino, del mais e una manciata di ciliegine di mozzarella?

Perché, nella scala dei gruppi umani più odiati e bersagliati dal sarcasmo online ci sono i vegani?

Perché le commesse, quando mi mostrano un vestito che non mi piace, cercano comunque di convincermi a provarlo perché Devi vederlo addosso? Davvero pensano che un maglione di un colore che non metterei mai mi apparirà improvvisamente bellissimo solo perché l’ho addosso? Se mi mostrano dei pantaloni fluttuanti con le nappe alla caviglia e io scuoto la testa inorridita, perché mi propongono comunque di indossarlo? Pensano che prenderanno magicamente, ai miei occhi, la forma di un paio di jeans skinny?

Perché le persone, quando ti sanno in difficoltà, ti propongono un aiuto che poi non sono disposte a darti?

Perché, quando in un locale c’è una proposta di piatti vegani, sono quasi sempre pietanze complicate a base di tofu e seitan, e mai un sano e robusto panino con la panelle, o una porzione di profumata e succulenta caponata? Perché vegano significa ancora, nel campo della ristorazione palermitana, astruso e pieno di ingredienti non-di-uso-comune?

Perché ci sono persone che dispensano costantemente consigli non richiesti?

Oggi Natalia Ginzburg compirebbe 102 anni. Ancora non ho trovato una scrittrice che mi emozioni di più.

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Mondello.

MondelloIl parcheggio che non si trova se non a qualche chilometro dalla spiaggia, in un vicolo senza uscita assolato e invaso da fiori secchi di oleandro e gatti sbilenchi e spelacchiati ed erbacce che rompono i marciapiedi, Ninuzzo non ti allontanare e dammi la mano per attraversare.

La folla ciabattante e assonnata che percorre le strade, con la borsa-frigo in mano e una mezza anguria tra le braccia e un ombrellone con la pubblicità della Algida in spalla, Totò portala tu la borsa con i costumi che è troppo pesante.

Il lungomare costellato di panellari ambulanti scontrosi e accaldati, che friggono patatine sotto il sole a picco e sputano nell’olio per provare se è a temperatura, Signor lei, la salsa rosa per le crocchè non ce l’ho, ci posso dare il limone.

I bagnini annoiati e sovrappeso che presidiano gli ingressi alla spiaggia, sprofondati in sdraio antidiluviane di tela a righe, con un quotidiano sportivo spiegazzato in mano, gli occhiali da sole calcati e il naso spellato, Signo’, suo figlio deve pagare il biglietto, altro che otto anni, un altro po’ e parte militare.

I varchi d’accesso invasi da un’umanità assortita e schiamazzante, intere famiglie pressate su un telo tra vettovaglie e flaconi di protezione solare, Jessica vieni qui che ti metto la crema prima che ti bruci le spalle.

La cronica mancanza di spazio sul tratto di spiaggia libera, per cui finirai per stenderti con la testa sulla borsa della vicina e i piedi sul castello di sabbia appena costruito da Ciruzzo, Scusasse ma si può fare più in là che qua si deve mettere mio marito?

I ragazzi che giocano a racchettoni, si inseguono alzando nuvole di sabbia, si buttano in acqua tra spruzzi e schiamazzi, noleggiano pedalò su cui salgono in quindici, fingono di voler gettare tra le onde la biondina del gruppo, No no vi prego, oggi ho le mie cose.

Il bagno a turno per non lasciare borse e zaini incustoditi sulla battigia, Signo’ scusasse ci può dare un occhio a questa sacca?

L’acqua sporca vicino alla riva, verde e ferma e calda come quella di un lago, che diventa fresca e trasparente al largo, ma che comunque resta bassa anche alla boa, Signora Lia, che dice, alla secca ci arriviamo?

L’impossibilità di fare due bracciate senza impattare contro gambe, pance e braccioli altrui, Ma che fa, non lo vede che c’è ‘u picciriddu?

La sabbia che brucia i piedi all’uscita dall’acqua, rovente, e si insinua dolorosamente tra le dita, Ahi, la prossima volta mi va’ a fazzu ‘u bagno con le tappine.

La doccia da cui escono dolorosi aculei di acqua gelata, sistemata rigorosamente sotto i pini marittimi in modo da far pungere con gli aghi chi aspetta il proprio turno per lavare via la salsedine dai capelli, Scusasse, ha finito, che ha un’ora che aspetto?

Il venditore ambulante di pannocchie che da anni declama con assoluto autocompiacimento la sua litania, Signora Lucia, la megghiu pollanca è chidda mia.

Il ragazzo con la borsa termica che vende ghiaccioli e bibite fresche e abbannia il suo sconforto per la mancanza di acquirenti, Malura.

Gli anziani che giocano a briscola nei cortili, seduti intorno ai tavoli con scomode sedie pieghevoli di legno, con berretti sulla testa per evitare il colpo di calore e pantaloncini per non mostrarsi in costume, Ti rissi ‘u carrico!

L’attesa di almeno tre ore per il nuovo bagno, tra bambini piagnucolanti e madri esasperate, Santino vedi che se ti butti ora ti si blocca la digestione e muori.

La sabbia nel costume, la sabbia sul telo, la sabbia nei capelli, la sabbia nelle scarpe che continuerai a trovare anche a casa, nonostante docce e accurate ispezioni, Tanuzzo, tutto il letto pieno di rena c’è.

La folla accaldata e arrossata che torna mestamente alle macchine, con i costumi bagnati che disegnano grandi chiazze d’acqua sui vestiti, i capelli ancora grondanti sulle magliette, i palloni ormai sgonfi sotto il braccio, Ma runni la lassammo ‘a machina stamatina, ‘ste strade sunnu tutte uguali.

L’odore di crema solare e lozione doposole che resta appiccicata nel naso per giorni, dolciastra e olezzante di cocco, Rosuccia, ma dove l’accattasti ‘sta roba?

La voglia di rimanere a casa, domenica prossima.

Sto leggendo un libro ambientato a Palermo, di cui mi avevano detto mirabilie; è L’estate del ’78 di Roberto Alajmo, e tenevo molto a comprarlo. Sono circa a un quarto e per ora non sto riuscendo a entrare nella storia: la trama si sfilaccia e mi semba di spiare dal buco della serratura delle vicende troppo intime, troppo personali; andrò avanti, perché comunque la scrittura di Alajmo merita: spero che il libro si riprenda un po’.

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Come fai a non vedere l’arcobaleno?

Un paio di settimane fa, un quotidiano a tiratura nazionale ha pubblicato una lunga e articolata intervista a una nota cantante; la nota cantante, che da cinque anni spiega a ogni pie’ sospinto quanto la maternità abbia cambiato in meglio la sua vita e che, ad ogni concerto dichiarazione ai giornali apparizione televisiva passeggiata al supermercato, sente la necessità incombente di nominare una fazzolettata di volte il frugolo, nel corso dell’intervista discetta dell’universo mondo: delle sue canzoni, di quelle dei suoi colleghi musicisti, del concerto-evento che ha da poco organizzato nella sua città (e a cui, mannaggiammè, sono andata), ma anche di case chiuse (?), di vaccini (???), di istruzione superiore, del Pd. Parla anche, ovviamente, di suo figlio: cinquenne a cui ha dedicato una canzone, che è stato concepito con l’inseminazione artificiale e che la nota cantante dichiara di crescere insieme alla madre, avvalendosi dell’affettuosa vicinanza di molti amici maschi, atti ad insegnare al piccolo le “cose da uomini”. E qui trova spazio la perla: “un figlio è meglio farlo con un marito ed è meglio dare a un bambino una famiglia, anche omogenitoriale, anche se io sono per la famiglia tradizionale”. Ovviamente, sui social è scoppiata la bagarre: il pubblico, vasto e variegato, della nota cantante di-cui-sopra si è diviso tra chi è rimasto stupito, confuso, ferito dalle sue parole e chi si sta arrampicando sugli specchi da settimane per tentare di trovare un senso alla frase: che, pronunciata da una persona che ha scelto di avere un figlio “in provetta” e crescerlo con la madre, è quantomeno ipocrita. Io, che tra i difetti annovero quello di non saper scindere l’artista dalla persona (o meglio, da quel poco della persona che posso leggere in un’intervista), a distanza di settimane continuo a masticare rancore. Mi chiedo (e lo continuo a chiedere alla mia bella, di solito mentre dorme, svegliandola di proposito perché sono troppo arrabbiata per aspettare il giorno dopo) come un’artista che amavo possa aver rilasciato un’intervista così zeppa di luoghi comuni da sembrare scritta al solo scopo di compiacere qualcuno; ma soprattutto, chi? Come fa una cantante a non conoscere il proprio pubblico, a non sapere che i quattro quinti di chi la ascolta proviene dal grande universo lgbt? Come fa a non rendersi conto di aver pestato un’enorme merda? Ma non ha nessuno che monitori i social, nessuno che legga la fioritura di post in cui viene giustamente tacciata di ipocrisia? Mi interessa poco di cosa faccia della sua vita, con chi scelga di fare figli, chi voglia al suo fianco per crescerli, chi decida di tenere nell’ombra: sono fatti suoi e delle persone che la circondano; ma una dichiarazione di questo tipo, in un momento storico in cui prendere posizione non è mai stato così importante, è grave, offensiva, goffa. Davvero non legge cosa scrive la sua fanbase, davvero non sente il rumore del malcontento che si è lasciata alle spalle? Ma soprattutto, a chi ha fatto bene questa intervista? Se davvero la pensa così (e una piccola parte di me ancora crede che non sia vero), come ha fatto a non avere nemmeno quel minimo di furbizia per tenerlo per sé? Ha una tale sicurezza di sé da non pensare che molte delle persone che si sono sentite offese dalle sue dichiarazioni ci penseranno due volte, prima di stare in fila cinque ore per un firma-copie o di farsi tre ore di pullman per un concerto? Davvero, in un momento in cui un ministro della repubblica dichiara che le famiglie arcobaleno non esistono, le è sembrata una dichiarazione sensata, ben fatta, tempestiva e adeguata? Le do un consiglio, così, spicciolo: investire qualche euro su un buon social media manager e un ottimo ufficio stampa: magari la prossima volta farà dichiarazioni meno discutibili. Quanto a me, ho fatto spazio su Spotify.

[questo post è un augurio di rapidissima guarigione per laMate].

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Madri tatuate (e dove trovarle).

Un paio di settimane fa, mentre mi aggiravo spiegazzata e impolverata per un Orto botanico gremito di persone, con un foglio-turni in mano e un telefono che squillava costantemente per annunciarmi che in Sala Lanza non partiva il proiettore, ai Bambù mancava l’interprete e al palco era saltata la luce, ho incrociato una donna che indossava una maglietta che ho trovato vagamente fastidiosa. La t-shirt, di cotone bianco, mostrava una scritta in caratteri neri: Sono una mamma tatuata, in pratica una mamma normale ma molto più cool. Sono rimasta interi minuti a chiedermi cosa mi avesse messo a disagio di un capo d’abbigliamento non particolarmente appariscente: sapevo solo che, a pelle, mi aveva comunicato una sensazione sgradevole. Mentre continuavo a trotterellare, affamata e scarmigliata, mi sono chiesta perché una persona dovrebbe aver voglia di giustificarsi nei confronti di sconosciuti per i propri tatuaggi; io non amo affatto i tatuaggi e sono felice di aver superato la fase adolescenziale del Mi tatuerò il segno zodiacale su una caviglia, perniciosa come poche, senza aver ceduto alle lusinghe di aghi e inchiostro; non amo i tatuaggi, dicevo: ma penso che chiunque abbia il diritto di farsi tatuare ciò che vuole dove vuole, senza per questo sentirsi costretto a scusarsi o legittimarsi allo sguardo altrui. Penso che chiunque abbia questo diritto: quindi anche – ed è assurdo che sia necessario specificarlo – una donna con figli. Trovo prevaricante e immotivato il tentativo di controllo sul corpo altrui, soprattutto su quello femminile, che vedo in atto per ora: i commenti continui alle donne grasse, magre, in forma, vistose o sobrie, discrete o provocanti, gli ammiccamenti, i giudizi, i Ma perché sei dimagrita? Ma perché non ti metti a dieta? Ma perché non cambi pettinatura? non richiesti; trovo ancora più assurdo il fatto che, nella vulgata comune, sembra che una donna con figli (o anche una donna in gravidanza) non sia più una donna: sia soltanto una mamma. Lo vedo quotidianamente: nello sguardo infastidito della collega incinta a cui tutti palpano costantemente la pancia, che non può ribellarsi perché quella non è più una parte del suo corpo, ma solo l’incubatrice di suo figlio. Nel commento sulla foto di una donna al mare, a cui viene scritto Che bella mamma che sei: peccato che sia anche un’ingegnera, una sorella, una zia, un’amica, e che in quell’occasione il suo essere madre non fosse minimamente attinente con la foto, in sandali e copricostume alla Scala dei turchi. Nella battaglia di alcune donne per l’allattamento al seno prolungato fino alla maggiore età e necessariamente pubblico, quasi che si trattasse di un atto politico da svolgere obbligatoriamente al cospetto di una pletora di persone, non sia mai che poi si pensi che a tuo figlio dai il biberon. Nel dover costantemente affermare che la maternità è l’unica ragione di vita delle donne: e mai, mai in vita mia mi sono imbattuta in una donna che ammetta di essere delusa dall’esperienza: e va benissimo così, eh, sono felice che tutte siano felici e appagate e al settimo cielo, ma questa assoluta universalità di sensazioni (ed espressioni, e considerazioni) mi lascia sempre un po’ perplessa. Mi sembra, ecco, che per l’ennesima volta nella storia non si renda giustizia alle donne: a cui si chiede di essere tutto, madri mogli figlie devote e pronte all’assistenza, professioniste infaticabili, perfette donne di casa e strabilianti amanti, ma che vengono raccontate e descritte solo come appendici dei loro figli.

Ecco, allora, cosa avevo trovato stridente in quella maglietta: cosa c’entra la (discutibile) passione per i tatuaggi con l’essere una buona madre (o, come scritto sulla t-shirt, una madre normale, qualsiasi cosa significhi)? Io non vedo il nesso, ma sarà che non sono madre.

Della mistica della maternità parla, con ironia e delicatezza, un’autrice americana che amo: Erma Bombeck, nel suo capolavoro di umorismo Se la vita è un piatto di ciliegie, perché a me solo i noccioli?

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Il corpo è mio (e me lo gestisco io).

Negli ultimi mesi ho perso parecchi chili; non è successo, come mi ha chiesto qualcuno con aria intrigante e vagamente speranzosa, in conseguenza di qualche malanno fisico o mentale, ma per mia scelta: ho mangiato meno e meglio, ho ricominciato a fare movimento, ho tagliato su mille cose che mi piacevano ma che non mi facevano bene, non ultimo il mio amato Estathè che, ho scoperto, fornisce una quantità di calorie per bicchiere che mi ha lasciata senza fiato. Non l’ho fatto con particolare fatica o stress, né rivolgendomi a dietisti o a siti specializzati, e neppure mortificandomi con diete improbabili a base di zucchine bollite e aria fritta, ma solo cercando di utilizzare un po’ di buon senso e chiedendo suggerimenti a mia madre quando ne sentivo la necessità. Non l’ho fatto, soprattutto, per nessuno in particolare: ma esclusivamente per me, perché non mi sentivo a mio agio con tutti quei chili in più, perché avevo voglia di provare a sembrare più carina, perché i miei jeans preferiti mi stavano male, perché non volevo essere a disagio in spiaggia. Perché volevo mettermi alla prova e vedere se ci riuscivo, anche: vedere se sarei stata in grado di avere la giusta dose di autocontrollo e disciplina, caratteristiche che da sempre non mi appartengono, per non sgarrare al primo angolo e tornare a casa con le guance imbottite di kinderbueno tipo criceto. L’esperimento ha funzionato: e ho anche scoperto cose che non sapevo, come ad esempio che l’insalata col pollo croccante del Mc Donald’s ha pochissime calorie ed è molto gustosa, complice soprattutto una salsa Ceaser’s deliziosa, o che i sorbetti alla frutta sono freschi, delicati e non ammazzano particolarmente la linea. Ho scoperto che la ricotta vaccina ha molte meno calorie della mozzarella ma che è buonissima insieme al passato di verdure, che le spezie rendono tutto più stuzzicante e godurioso e che la zucchina lunga, che ho sempre amato, è un toccasana per l’estate. Ho scoperto anche che, se dimagrisci (o se ingrassi), gli altri si sentono in diritto di dire la loro. Qualche giorno fa, mentre lavoravo, una persona che conosco da tempo, un editore abbastanza simpatico e anche discretamente di sinistra, mi ha apostrofata con una frase che mi ha lasciata senza fiato: non dimagrire più, mi ha detto, altrimenti noi che cosa tocchiamo? Mi ha stupita moltissimo: proprio perché una frase così stupida e sessista è uscita dalla bocca di un uomo solitamente intelligente, sveglio, cordiale e rispettoso. Al di là della sgradevolezza dell’espressione in sé, è stata la dimostrazione di come chiunque pensi di avere il diritto di commentare, giudicare e contestare l’aspetto fisico di un’altra persona: a maggior ragione se il commentatore è uomo e la commentata è donna. La donna troppo magra, o troppo grassa, o troppo tatuata, o con i capelli troppo corti, è una donna che si sta ribellando al suo ruolo sociale predefinito: che non si sta impegnando per sedurre, ma sta scegliendo di piacere a sé stessa; per questo, va stigmatizzata, additata o almeno commentata. E, in generale, la persona che opera una scelta sul suo corpo è una persona che manifesta libertà: quindi va imbrigliata di corsa. La frase che mi sento ripetere più spesso, per ora, è adesso basta!, non perdere più peso!, come se avessi chiesto a qualcuno di indicarmi il numero di chili da raggiungere per apparire armoniosa alla vista altrui; questo tipo di interazione mi ricorda quando, diciottenne, ascoltavo con fastidio i commenti sul mio piercing, chiedendo cosa dovesse importare agli altri della mia faccia: e invece importa molto, assurdamente, perché un piercing, un chilo in meno, un taglio di capelli a spazzola o due ciocche verdi appaiono al mondo come un “non mi importa di ciò che pensi, io faccio quello che voglio”. Che non era il mio intento quando ho scelto di dimagrire: lo è da quando ho iniziato a ragionare.

Dopo mesi di fatica e stress, la nona edizione della fiera dell’editoria più carina del mondo si è conclusa: e io, insieme a molti ricordi e tanta stanchezza ho portato a casa un bel po’ di libri nuovi, omaggi degli editori presenti. Tra questi c’è Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura, un romanzo ambientato a Palermo che mi ispirava da mesi e che mi era stato caldamente sconsigliato da amici lettori: e avevano ragione, accidenti, perché è autocompiaciuto, noiosetto, senza trama. Per fortuna non l’ho comprato.

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My body, my choice.

Un osceno manifesto, qualche settimana fa, è balzato all’onore delle cronache e ha conquistato decine di convidisioni sui social; su un luttuoso sfondo nero campeggiava il ventre di una donna incinta, con due mani a reggere il pancione: in sovraimpressione, il claim dichiarava che l’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo. L’analogia tra l’interruzione volontaria di gravidanza e l’uccisione di una donna in quanto donna è risultato ai più, me compresa, poco chiaro: quindi, le prime reazioni sono state, più che di raccapriccio, di stupore e vaga confusione. Faceva forse riferimento all’aborto selettivo di feti di sesso femminile, pratica in voga in alcuni Paesi dell’estremo oriente? E perché mai avrebbero dovuto affiggere questo scempio per le strade di Roma, allora, e non di Vientiane o di Shangai? Forse, ha ipotizzato qualcuno, il messaggio sotteso al cartello è che, a fronte di un numero X di aborti, circa la metà si riferisce a embrioni di sesso femminile: da qui la considerazione che muoiano, in questo modo, più potenziali donne di quante siano le donne effettive uccise quotidianamente. Infine, un altro nutrito gruppo di commentatori proponeva una spiegazione più trascendente e filosofica: ogni donna, argomentavano, simbolicamente muore quando abortisce; dunque, l’aborto è quasi un femminicidio auto-imposto. Al di là dell’evidente e vergognosa strumentalità della campagna pubblicitaria, pagata da una onlus che dedica tempo e risorse al tentativo, insensato e intempestivo, di convincere le donne a rinunciare al proprio diritto all’aborto, anche a me risulta poco chiaro il senso della frase. Dando per assodato che la prima chiave di lettura sia priva di alcun razionale (perché mai si dovrebbe fare una campagna pseudo-informativa, in Italia, per battersi contro un comportamento che qui non esiste?), non ho ancora deciso quale delle altre due mi sembri più oltraggiosa: se quella che pone sullo stesso piano una vita in potenza e una vita in atto, un embrione e una donna, cosa che non merita nemmeno spiegazioni per la sua incongrua insensatezza, o quella che dà per scontato che l’aborto sia un’esperienza così devastante e traumatica da poter essere paragonata alla propria morte. Premettendo che l’argomento personalmente non mi tocca per nulla, e che non ho mai provato l’esperienza dell’aborto, mi chiedo se sia davvero scontato che si tratti di qualcosa di oltremodo drammatico e disturbante. E se lo fosse meno di quanto si ammetta? Se fosse un’esperienza sgradevole e faticosa, ma non così estrema? Quando si fa riferimento al diritto all’aborto, si precisa sempre che la donna può abortire ma, ecco, si dà per scontato che lo faccia solo se in condizioni di estrema povertà, materiale, morale o affettiva, e solo a patto di sacrificare, sull’altare di questa maternità negata, la propria serenità e la stima di sé. Ma se invece tutto questo portato doloroso fosse dovuto solo al senso di colpa instillato da una società che obbliga la donna a sentirsi un’assassina, o almeno una persona che sta compiendo una scelta strana e non-conforme, tirandosi fuori dal suo ruolo precostituito di portatrice sana di senso materno? Se molte donne abortissero semplicemente perché non vogliono avere un figlio, e non perché non possono (non sono in condizione di) averlo? Se la maggior parte delle donne, o almeno qualcuna, avesse vissuto un aborto senza drammi e sconvolgimenti, ma non lo ammettesse per paura di essere tacciata di pocodibuonismo o crudeltà? Probabilmente non lo saprò mai.

Ieri, l’Irlanda si è espressa a favore della depenalizzazione dell’aborto; in Italia, invece, quelli che ragliano contro un diritto sacrosanto della donna sono molti, e mi fanno parecchia paura.

Questo post è un portafortuna per la mia amica laMate, che di nuovo mi fa preoccupare; equivale a una valanga di pensieri positivi e dita incrociate: ma sono sicura che, mentre scribacchio qui, già le cose stanno volgendo al meglio.

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It’s ok to be gay?

Due giorni fa, il 17 maggio, cadeva la giornata contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia: e io, ovviamente, non me lo ricordavo; la sveglia è suonata e io, come sempre furibonda e avvilita dal fatto che fosse già mattina, ho afferrato lo smartphone, ho ridotto al minimo l’illuminazione dello schermo per non svegliare la deliziosa creatura che russacchiava al mio fianco, ho attivato la connessione dati e ho iniziato a smistare email, a rispondere a richieste d’aiuto – non so come fare, sono sulla cima dell’Himalaya e ho dimenticato che il presidio social che inizia tra sette minuti toccava a me, chi mi sostituisce? – su molteplici chat diverse, a ipotizzare modifiche nel fitto calendario di impegni della giornata (qualcosa dovrà saltare, evito di pranzare o di fare il bucato? Posso fare a meno più agevolmente della doccia o della colazione? E se non bevessi acqua per tutta la giornata quanti minuti risparmierei, tra riempire il bicchiere e mandar giù? Un numero sufficiente per inserire, al posto della futile idratazione, la stesura di due comunicati stampa e sei email?). Ero ancora a letto, dicevo, e per rimandare ancora di una manciata di minuti il momento in cui avrei infilato i piedi nelle pantofole di pile – sì, di pile, a Palermo a maggio le temperature sono molto rigide – ho dato uno sguardo a Facebook: e lì, sulla bacheca di un gruppo dedicato ad amanti dei libri, ho intercettato il post che ha fatto definitivamente passare la giornata da mediocre a dimmerda. Un’amministratrice, armata di ottime intenzioni e scarse capacità comunicative, annunciava l’importante ricorrenza: e QUINDI augurava il buongiorno a TUTTI (il maiuscolo non è mio), gay compresi; lo faceva, con enorme spreco di melassa, parlando di “lei che ama lei, lui che ama lui” e via bellamente melenseggiando, ma il senso recondito del post era lì, evidente ai miei occhi come se fosse stato scritto al neon: oggi è il giorno blabla, quindi (nessuno di causalità) buongiorno a tutti; domani non è il giorno blabla, quindi buongiorno solo a qualcuno. Ho provato a fare presente il mio punto di vista, con pazienza man mano decrescente mentre venivo presa, nell’ordine, per paranoica, pignola, fissata e traumatizzata da chissà quale evento che ignoro. Di fatto, dopo mezz’ora avevo mentalmente mandato a farsi benedire l’intera pletora dei commentatori, con buona pace del mio sistema nervoso. Due giorni dopo, mentre sul gruppo in questione si è tornati ai soliti post stimolanti – voglio regalare un libro a un amico che odia leggere, che mi consigliate? Mi indicate un libro che parli di coleotteri estinti nell’antico Egitto e che sia scritto in seconda persona plurale? Quanti libri avete sul comodino? Guardate come sono bravo, ora recensisco il settantottesimo libro dell’anno -, io continuo a schiumare rabbia: perché non sopporto di non riuscire a farmi capire, e ancora meno di essere tacciata di paranoia.

In Italia, che lo si ammetta o meno, esiste un grave problema legato all’omofobia, e negarlo non aiuta nessuno; da anni vivo serena la mia vita, non ho mai fatto misteri, a scuola, all’università o al lavoro, sul mio orientamento sessuale; non penso di essere eccessivamente all’erta sull’argomento, ma sono anzi abituata ad ascoltare con un orecchio solo commenti vagamente sgradevoli o velatamente a disagio. Non temo per la mia vita e la mia incolumità, Palermo è una città solitamente accogliente (e, dove non lo è, è una città omertosa, in cui si preferisce fingere di non vedere quello che ci dispiace); l’omofobia che vivo sulla mia pelle non è quella, orrenda e omicida, di chi rischia di essere ucciso o malmenato, incarcerato o vilipeso perché gay; è però, la frase strisciante con cui un amico, su Facebook, si premura di dire, a commento di un post, che è etero MA che rispetta tutti, come se ci fosse da applaudire per questa enorme concessione. È quella della vicina di casa che dà per scontato che la mia bella e io siamo due studentesse universitarie attempate, piuttosto che due donne che hanno scelto di vivere insieme; è quella del conoscente a lavoro che mi dice, con tono di lode, che in me vede una persona e non una lesbica, forse perché ho i capelli lunghi, niente tatuaggi e non uso ruttare in pubblico. È quella di chi dice che è giusto che ognuno ami chi vuole, purché lo faccia con moderazione: e che, messo alle strette sul concetto di moderazione, si ritrova a blaterare di educazione e di non gridare, la notte, sotto le finestre altrui. È quella di chi ammicca e mi dice “ma tu le capisci le donne?”, come se io non lo fossi, o di chi dà per scontato che, in un gruppo di lavoro, sia ovvio assegnare a me i clienti visibilmente gay, perché io so trattare con loro. È quella delle battute su cetrioli e saponette che si incontrano costantemente sui social, quella dell’”a che vi serve il pride, ormai avete tutto”, quella di chi pensa che le unioni civili possano essere abolite, o che comunque non meritino spazio nella discussione politica, perché i diritti di noi gay non sono una priorità.

È quella che non mette in pericolo la mia vita o la mia incolumità, ma che comunque mi fa vivere male.

Causa ritmi di lavoro forsennati, in questi giorni sto leggendo poco e male; ho iniziato e non ancora terminato Un’ultima stagione da esordienti di Cristiano Cavina, preso per caso solo perché l’ho trovato in forte sconto; è la storia di un gruppo di ragazzi all’ultimo anno di scuole medie, del loro amore per il calcio, delle piccole beghe tra loro, dell’amicizia che li lega. Simpatico, scorrevole ma abbastanza “vuoto”: una discreta prova stilista ma una lettura che non lascia molto.

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Libri bellissimi (e un caldo invito a leggerli).

Natalia GinzburgSono una persona notoriamente curiosa; mi piace sapere tutto quello che riguarda chi mi circonda, dalle stagiste al fruttivendolo all’angolo: con chi trascorrono le loro giornate, quali film hanno visto mille volte, a che ora si svegliano al mattino, se mettono uno o due cucchiaini di zucchero nel caffè. Durante la pausa di metà mattina mi accaloro ascoltando dettagli della vita affettiva di persone che tra due mesi non vedrò più: e questo, spesso, apre la maglia a resoconti di fallimentari rapporti sessuali, pruriginosi triangoli sentimentali, disgustosi dettagli su pustole infette, fistole anali e cicli mestruali dolorosi. Sono ingorda di particolari: mi piace immaginare il mio interlocutore che legge un libro, la sera, proprio con la vestaglia blu di cui mi ha parlato, e non con una vestaglia qualsiasi, una generica e non-caratterizzata vestaglia x. La vastità della mia curiosità si estende oltre i confini della mia cerchia di amicizie e affini: mi chiedo se Max Gazzè, prima di salire sul palco, sia sereno o emozionato, o se a Mattarella non diano fastidio le scarpe nuove; come si senta Nanni Moretti mentre incede sul red carpet, se il suo divorzio non sia stato troppo doloroso, quale rapporto abbia con suo figlio Pietro, quello che teneva, neonato, su una spalla, mentre cantava a squarciagola Ragazzo fortunato. Mi chiedo, quasi sempre, se le persone intorno a me siano felici. Per questo, il libro che sto leggendo adesso mi sta riempiendo di gioia fino alla punta dei capelli: perché La corsara di Sandra Petrignani (Neri Pozza) non è solo un bellissimo libro, ma è dedicato a una delle persone che più ha stuzzicato, negli anni, la mia insaziabile smania di sapere: Natalia Ginzburg.

Appartengo a quella categoria di lettori che non riescono a scindere lo scrittore dal testo (e, di conseguenza, a leggere un libro di un autore che disprezzano umanamente): e, per un’autrice come Natalia Ginzburg, che alla sua vita (o meglio, a una parte di essa) ha dedicato il suo libro più famoso ed emozionante, quel Lessico famigliare che rimane saldamente il mio preferito da almeno vent’anni, l’intreccio autore/personaggi/testo diventa più stretto e complesso. La Petrignani ha analizzato e scomposto e ricomposto l’intera produzione della Ginzburg, romanzi saggi articoli racconti poesie, le interviste e gli articoli su di lei, tutto quel che è stato scritto su suo marito Leone; ha parlato con i suoi nipoti e con molte persone che la hanno conosciuta, ha aggiunto i propri ricordi ed è riuscita a mostrarmi tutto quello che avrei voluto conoscere: tutta quella enorme fetta di vita che in Lessico famigliare è riassunta in poche righe o omessa, perché posteriore all’uscita del libro o troppo dolorosa e personale, dall’arrivo di Nat a Roma, al ritorno da Pizzoli, con tre bambini piccoli e due valigie, al rapporto con sua figlia Susanna, nata dal secondo matrimonio della scrittrice; dalle relazioni familiari alle tresche sentimentali dei fratelli, dalle insicurezze che l’hanno accompagnata tutta la vita al gusto nel vestire. Mi ha mostrato il lato tenero, umano, vivo della scrittrice che vorrei incontrare, se potessi fare un salto indietro nel tempo: e, timida lei e timida io, probabilmente non sarei in grado di dirle altro che “grazie”. È un libro enorme, La corsara: ha dentro una porzione grande e pesante della storia d’Italia, ma contiene anche aneddoti e spunti, e poi tutto un excursus sul panorama editoriale italiano con il racconto della nascita e dello sviluppo dell’Einaudi. Ci sono dentro Pavese e Leone Ginzburg, Moravia e la Morante, la Fallaci e Giulio Einaudi, Carlo Levi e Montale nell’inedita veste di zio acquisito; e poi Calvino, Saba, Bobbio, Casorati e tanti altri.

Lo so, sono una persona curiosa e ficcanaso: ma, anche se voi non spantecate per sapere che modello di calzini indossi il fratello del salumiere, anche se a voi dei libri interessa solo la storia e non chi l’ha pensata, vissuta e scritta, credetemi sulla parola: questo è un libro che va assolutamente letto.

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(P)ossessione.

Cos’è un’ossessione? Facendo una rapida ricerca, sfogliando un po’ di dizionari cartacei e dando un’occhiata sul web, appare evidente che l’ossessione sia una fissazione, nei confronti di qualcosa o di qualcuno, che varca la soglia della patologia quando porta con sé ansia e incapacità di sfuggire al pensiero persistente e invasivo, costante e assoluto, per l’oggetto della nostra attenzione. Si fa riferimento al disturbo ossessivo-compulsivo, a uno stato di disagio e prostrazione, al deterioramento dei rapporti sociali: il pensiero che si attorciglia, che di solito distingue l’uomo dal cane (ma non lo rende migliore), in questo caso diventa un viluppo di nodi impossibile da sciogliere, se non con un adeguato sostegno. Di fatto, essere vittima di un’ossessione patologica è un bel problema. Essere, invece, semplicemente monomaniacali può essere molto meno disagevole, sebbene rimanga parecchio noioso per chi ci circonda; se una persona, a cui non sono legata da particolare affetto o da anni di condivisione di tempo, esperienze e sentimenti, gorgheggia quotidianamente di sturalavandini, quanti minuti aspetterò prima di decidere di declinare il suo invito per un caffè? Ecco, tutto questo – come molti altri fenomeni, dal bullismo alla molestia verbale – è stato acuito dall’imperare dei social network, che ci portano a trascorrere intere ore della nostra giornata gomito a gomito con una pletora di semi-sconosciuti, che dovrebbero avere interessi e comportamenti simili ai nostri e la cui vicinanza dovrebbe essere uno stimolo alla nostra crescita, o semplicemente un piacevole passatempo. Recentemente, però, ho fatto caso che i tre quarti delle persone che scrivono sui social – e molto più quelle che scrivono compulsivamente, viaggiando al ritmo di un post al quarto d’ora, e questo meriterebbe un’analisi a parte – tendono a fissarsi su qualcosa e ripeterla ossessivamente, costantemente, senza avere la percezione della propria monotonia. Ma cosa si nasconde dietro questo mostrarsi costantemente di sbieco? Forse la paura di apparire persone a tutto tondo? Quando un poco-più-che-trentenne, appassionato lettore, sottolinea diverse volte al giorno il suo fastidio per uno scrittore mainstream e pubblicamente acclamato, non avendone neanche la percezione, perché lo fa? Ha forse timore di sembrare come gli altri? Vuole ribadire la sua assoluta unicità con questa affermazione? Pensa che i suoi gusti in fatto di letture lo rendano una persona migliore? Si sente così poco speciale da cercare un’unicità vicaria che lo renda diverso dal gregge? E quando una persona risponde a settantrè post diversi, in cui si parla di cultura religione cibo per cani coltivazione della canna da zucchero, seguendo esclusivamente la propria chiave di lettura, è una spia di un possibile problema o soltanto un enorme egocentrismo? Le persone che parlano solo di una cosa sono davvero appassionate solo di quella cosa, o pensano che solo quella meriti di essere condivisa con gli altri? Hanno forse vergogna dei proprio interessi, dei passatempi, di tutte le piccole manie e idiosincrasie e particolarità che fanno di ognuno di noi un essere umano unico? Molti anni fa, quando andavo all’università, notavo come i miei colleghi parlassero esclusivamente della nostra materia di studio: mai un riferimento a una canzone ascoltata in radio, a un film visto al cinema, al colore degli occhi del proprio fidanzato; una di loro arrivò a dirmi che la mia passione per la lettura era da scoraggiare, da trattare come una perdita di tempo: lei, ad esempio, anche prima di andare a dormire, leggeva solo libri che potessero esserle utili in vista degli esami. Il senso di noia che mi ha pervasa al sentire quelle parole è ancora vivo dentro di me.

Sto leggendo un libro bellissimo, uno di quelli che fanno battere il cuore a ogni parola: è La corsara di Sandra Petrignani, uno stupendo ritratto di Natalia Ginzburg, composto partendo dalla loro conoscenza personale e integrando l’analisi con la lettura di testi e con interviste ai figli e nipoti di Natalia. Non posso dire altro che questo: è davvero un delicato, dirompente capolavoro.

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