Stanchezza.

Stanchezza è quando penso di aver scritto un messaggio, lungo e complesso e circostanziato, e aspetto la risposta, magari con un pizzico di ansia o di vaga curiosità, e la risposta non arriva e quando controllo il telefono scopro che in realtà ho solo pensato di averlo fatto: o quando, per ottimizzare sui tempi, mando una raffica di vocali confusi e petulanti in cui comunico i miei spostamenti per le prossime ore, la lista della spesa e la ricetta del pollo al curry da cucinare per cena al padrone di casa invece che a Ste.

Stanchezza è quando aspetto tutto il giorno di poter leggere un po’, e poi quando vado a letto mi addormento senza neanche accendere il kindle; è quando la sveglia suona e penso di essermi addormentata solo mezz’ora fa.

Stanchezza è quando, pur di non sprecare energie per spiegarmi, sto zitta. È quando scendo a prendere il caffè con collegasimpatica perché sto cercando di scrivere una mail da venti minuti e le parole proprio non mi vengono. È quando, durante il caffè, dico diciassette volte che non ricordo il nome del libro che sto leggendo, della persona di cui sto parlando, della canzone che si sente alla radio; quando mi si parla di qualcosa, ma proprio non riesco a capire di cosa.

Stanchezza è quando la sera siamo sul divano, ed è il momento più bello della giornata, e stiamo vedendo un telefilm su Netflix che mi piace moltissimo, e comunque mi addormento.

Stanchezza è quando sono nel traffico e ho moltissima fame, e penso a tutte le cose che dovrei fare uscendo dall’ingorgo ma passano i minuti e sono ancora più o meno allo stesso punto, e penso che anche stasera finirò di lavorare molto tardi e le macchine intorno alla mia non si spostano e sono già le tre e mi viene da piangere.

Stanchezza è quando metto dozzine di promemoria per ricordare quello che devo fare, ma sono troppi e si accavallano e tutt’a un tratto squillano e tintinnano e trillano in maniera scomposta e inconsulta e ne posticipo alcuni e perdo per strada una buona metà degli altri; è quando programmo tutti i pasti della settimana e li cucino e confeziono e surgelo per risparmiare tempo ogni giorno; è quando decido il lunedì mattina cosa indosserò al lavoro ogni giorno, cosa farò nei prossimi tre weekend, quanto tempo impiegherò per completare gli incroci obbligati, per leggere l’oroscopo sul settimanale a cui sono abbonata, per mettere l’acqua al bonsai.

Stanchezza è quando impiego un quarto d’ora per alzarmi dal letto, perché il pensiero di tutto quello che mi aspetta nella giornata, spesa al supermercato addominali lavoro, telefonate email sponsorizzazioni sui social, Nando che reclama carezze, l’autolettura del gas, le tremila chat su whatsapp, mi schianta prima ancora di cominciare; è quando faccio colazione in piedi, immergendo i mezzi biscotti in rapida successione nella tazzina di caffè, con il cellulare già in mano e sette-otto messaggi incastrati tra i pollici.

Stanchezza è quando programmo le telefonate di lavoro durante la mezz’ora di tragitto in auto verso l’ufficio, è quando chiedo a Ste di leggere i miei messaggi su whatsapp e le detto le risposte perché intanto sto guidando; è quando mando vocali di interi quarti d’ora perché non ho il tempo materiale di scrivere. È quando vado al cinema perché è l’unico posto in cui tolgo la connessione allo smartphone.

Stanchezza è quando passo un’intera serata a scrivere un post per questo blog, e quando metto l’ultimo punto è ora di andare a dormire, e mi dispiace moltissimo pensare di avere sprecato una serata, ma.

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Quando ho la febbre.

Un tempo, non prendevo mai la febbre. Quando andavo a scuola, e poi all’Università, stavo sempre bene e non facevo mai assenze: e infatti il libretto delle giustificazioni di quinta ginnasio mi è durato fino alla Maturità, e l’ho ancora conservato, con la mia foto con le guanciotte grosse e le lentiggini e un maglione di lana marrone che uso ancora adesso, nei pomeriggio d’inverno, per stare in casa. Non ho mai saltato un compito, un’interrogazione, neanche una mattinata di quelle in cui c’è poco da fare e ci si trascina da un’ora all’altra ascoltando cinquantenni annoiati che parlano di Kant, limiti per x che tende a zero da destra, pittura neorinascimentale e guerre persiane. Ho ancora il ricordo di quelle giornate in cui la classe era decimata e, speranzosi, contavamo i presenti, forti della norma non scritta per cui, se il numero di assenti supera quello dei ragazzi in classe, non si può fare lezione. Mai, mai abbiamo ottenuto di far saltare una spiegazione di greco per questo motivo.

Un tempo, dicevo, stavo sempre bene: ma, complici l’età, il tempo freddo e uggioso da molti mesi e l’ombrello dimenticato in macchina, quest’inverno ho avuto la febbre già tre volte, e ne sono parecchio scontenta.

Quando mi viene la febbre, divento vittima di una tediosa regressione infantile. Mi lagno molto, piagnucolo, sono malmostosa e insofferente. Sento freddo, vorrei dormire coi calzini, ma poi non riesco a dormire e i calzini mi danno fastidio, ma se li tolgo ho i piedi freddi, e allora sveglio Ste per chiederle se devo tenerli o toglierli, e lei mi dice di toglierli, ma io li tengo lo stesso, seppur tra mille dubbi.

Quando ho la febbre, mi sento molto triste e penso che nessuno mi capisca e mi dia la giusta attenzione: le mie sofferenze sono enormi, meriterei coccole e massaggini e budini di cioccolato a volontà. Di solito, le persone intorno a me si prodigano per aiutarmi: mia madre mi chiede se ho i formaggini e se non li ho me li porta, di tre o quattro tipi diversi perché non ricorda quali preferisco. Ste pulisce metodicamente la cucina, perché sa che altrimenti lo farei io ma sono troppo malaticcia per tenere le mani in acqua: e io scopro che lei a pulire la cucina è molto più brava di me, più veloce e precisa e accurata, e forse da oggi fingerò ogni sera di avere la febbre per guardarla aspergere di melaceto il fornello. Ricevo messaggini in cui mi viene chiesto come mi sento, e che temperatura ho, e che farmaci ho intenzione di prendere, e quando: e queste cure mi riportano a uno stato di torpore infantile, quando stavo male e le nonne chiamavano ogni ora per sapere come andava, e se la febbre era scesa, e suggerivano a mia madre di mettermi compresse di ghiaccio sulla testa e farmi fare i suffumigi e tenermi al caldo ma non troppo, e mia madre che faceva il medico alla Guardia Medica e diceva queste cose alle altre madri si infastidiva e rispondeva lo so, lo so!.

Quando ho la febbre, mi sembra che il tempo si fermi: dovrei fare molte cose, controllare la mia dieta, innaffiare le piante, lavorare e fare la spesa, portare giù la spazzatura, ma tutto rimane cristallizzato e viene traslato in un generico periodo di tempo noto come “quando mi passa la febbre”. Questo mi mette molta angoscia e un senso di strisciante fastidio: perché io sono una persona ossessiva e odio posticipare, perché poi mi sento indietro e penso che non arriverò più a fare nulla e che succederà un’enorme catastrofe in cui Ste ed io e le piante moriremo di inedia, mentre la spazzatura raggiunge i due metri di altezza e al lavoro tutti si scordano della mia esistenza: e così cerco di fare quello che posso, con risultati risibili ed enorme frustrazione.

Quando ho la febbre, non vedo l’ora che mi passi e mi sembra che non succederà mai: e penso a tutto quello che mi sto perdendo, in due giorni di influenza, andare dalla Fra’, vedere un film al cinema, fare un trekking a Monte Pellegrino, e un po’ mi viene da piangere. Ma tant’è: mi passerà quando vorrà. Intanto, mi rimetto a letto e ricomincio a mugugnare.

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Ansie.

Due settimane fa ero preoccupata per Mohamed: perché Piccolo stava male, perché l’inverno sembrava non finire mai, perché il freddo e il buio e la tristezza e i ricordi lo tormentavano, perché il pacco di dolciumi e verdure disidratate e borsette di stoffa mandato da suo fratello languiva nella cantina dei miei genitori, perché Mohamed non aveva tempo e voglia di smontare scatole e scatolette, porzionare i dolci, spiegarmi come cucinare gli ortaggi. Ero preoccupata per il vento, per i cani nelle loro cucce sotto la pioggia, per suor Elena che non voleva caricargli il telefonino, per la mancanza di ricezione della wind nella zona del camper. Ecco, adesso buona parte di questi crucci ha perso consistenza: perché, ormai da quasi due settimane, non esiste più il camper, né il compound in cui Mohamed viveva; non c’è più la cuccia di Nocciolino, non c’è la lampadina a led né la radiolina, non ci sono le sedie e nemmeno la coperta rossa regalata da Serena in un giorno di gran freddo. Non ci sono le ciabatte spaiate, e neanche il taccuino con i numeri di telefono di amici e parenti, e il rasoio elettrico che avevo ricaricato da poco, e le latte di cibo per cani, e lo specchietto di mia madre, e il berretto di pile che gli avevamo regalato per Natale: è bruciato tutto. Era un lunedì, Ste ed io stavamo tornando a casa con i sacchi della spesa, io agognavo un caffè e due biscotti, quando una mia vecchia conoscente, amica di Mohamed, mi ha chiamata. Mi ha detto solo il camper è in fiamme e lui non risponde al telefono, e io ero già fuori, in ascensore e poi in macchina accanto a mio padre, con le mani che tremavano e un senso di nausea profondo e la bocca secca e il cervello offuscato, ottuso. Ci ho messo più di mezz’ora ad arrivare, ché il camper stava all’altro capo della città: e per fortuna a un certo punto Mohamed ha risposto alle mie chiamate, e io non sapevo che dire e alla sua voce sconvolta e irriconoscibile ho detto solo sei tu?, sei vivo?, e lui mi ha risposto sì, almeno questo sì, sono vivo. Poi sono arrivata lì, ed è stata una serata orribile, tra l’odore acre dell’incendio e la preoccupazione per i gatti che non si trovavano, scappati chissà dove per la paura delle fiamme e delle sirene dei pompieri; c’era un freddo terribile, diluviava, e tutti i cani erano tornati ma Piccolo mancava all’appello, ed eravamo convinti che fosse morto, schiantato dalla paura e dalla fatica di scappare, e lo abbiamo trovato solo ore dopo, in mezzo a un mucchio di foglie secche, stanco e ansimante ma vivo. È stata una delle serate più faticose e tristi e angoscianti della mia vita: e gli occhi arrossati di Mohamed, le sue mani nere di fumo, le guance che iniziavano a mostrare i segni delle ustioni mi hanno sconvolta e avvilita e riempita di un’ansia che ha impiegato giorni a calare, lentamente come una marea.

Adesso, quasi due settimane dopo, i problemi pratici abbondano, Mohamed non ha più una casa, deve rimettere insieme i cocci della sua vita: e sta provando a farlo, con testardaggine e impegno e quella vena di folle ottimismo che lo contraddistinguono. E io, una volta di più, osservo da un punto di vista provilegiato la sua vita e cerco di capire come supportarlo senza assillarlo, come stargli accanto senza intralciarlo, come donargli affetto senza fargli credere di dovermi dare qualcosa in cambio. E non è facile, accidenti, non lo è affatto.

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Quasi-primavera.

A Palermo è quasi primavera. Quasi-primavera, insieme a quasi-autunno, è uno dei miei periodi preferiti dell’anno: ci sono meno disagi che in inverno e meno aspettative che in estate, e poi di solito non piove e non c’è troppo vento e mancano ancora intere settimane al famigerato periodo delle gite fuori porta e alla triade dell’arrustuta Pasquetta-venticinque aprile-primo maggio. È un periodo rapido e sfuggente, quasi-primavera: dura una ventina di giorni a stento, e la mimosa in giardino è in fiore, e poi nel tardo pomeriggio c’è ancora luce e il cielo è blu intenso e senza una nuvola, e al tramonto scolora lentamente e diventa celeste e poi bigio e poi rosato e poi bianco, e poi all’improvviso è notte e un po’ ci rimango male.

Quando è quasi-primavera di solito mi vesto ancora da pieno inverno, con molti strati di maglie e maglioncini e calzini a righe sovrapposti, però sostituisco la sciarpa pesante con una pashmina più leggera e tolgo di mezzo gli anfibi e ricomincio a mettere le Gazelle, e immediatamente penso che dovrei fare il cambio di stagione e tirare fuori t-shirt e canottiere, e anche se ho ancora addosso il maglione blu in misto cachemire e i collant duecentocinquanta denari e il berretto di pile mi sento in ritardo e inizio a trafficare con scale e grucce e palline di naftalina e sacchi sottovuoto.

Quando è quasi-primavera, la mattina mi sveglio non troppo di cattivo umore; intingo i miei due biscotti Digestive nel caffè con un mezzo sorriso, perché per andare in ufficio non dovrò portare l’ombrello e potrò evitare di mettere il giubbotto imbottito che mi ingoffa e mi sentirò un po’ più carina del solito.

In quasi-primavera mi sento pervasa da un insensato ottimismo; mi viene voglia di avviare molti progetti, cominciare a studiare una lingua straniera, rinvasare e concimare le piante, arrivare in ufficio con grande anticipo per fare contento Capo e andare via a un orario sensato. Alla fine, l’unica cosa che faccio è occuparmi delle piante: e non c’entra la quasi-primavera, perché anche in inverno e in piena estate e a Natale me ne occupo con la stessa attenzione, anche se con meno agio e con i capelli arricciati dalla pioggia o la testa scaldata dal sole di agosto.

Di solito, in quasi-primavera mi lascio tentare e compro molti vasetti di erbe aromatiche: anzi, quando avevo più tempo e più energie ed entusiasmo facevo incetta di svariate bustine di semi e attendevo con pazienza che iniziassero a germogliare, e sistemavo stecchi di legno a mo’ di paletti tutori e poi separavo le piantine e le reinterravo in vasi via via più grandi e poi le guardavo crescere con affetto e stupore; adesso mi limito ad andare al vivaio a scegliere basilico a foglia di lattuga, menta piperita e timo limone e lavanda e basilico rosso, e poi li sistemo con cura in balcone inconsapevole del fatto che tra qualche mese, quando sarà quasi-inverno, le piantine saranno stecchite dal freddo e io mi sentirò parecchio triste.

In quasi-primavera si sentono di nuovo le tortore, e io che mi ero scordata del loro canto dopo tanti mesi di assenza sono stupita; le pomelie mettono le prime foglie, i pomodorini riprendono sapore, e per il pranzo della domenica torna praticabile l’opzione-gelato: la coppetta media al caffè, con panna e una brioscina a parte, ritorna a competere con il panino alla bresaola e l’insalata con pollo croccante del Mc Donald’s.

Quasi-primavera è il periodo in cui tiro il fiato prima dell’immersione nella Marina di libri; le settimane in cui c’è ancora abbastanza freddo da usare come scusa per evitare di uscire la sera quando non mi va, ma c’è già sufficiente tepore da accettare la proposta di una passeggiata sulla spiaggia il sabato a pranzo. È quel brevissimo tratto di strada in cui sembra che le mezze stagioni esistano ancora: e io, che sono tradizionalista in tutto, ne sono insensatamente felice.

[E no, la vera “mezza stagione” non è la primavera: perché la primavera, a Palermo, è una rocambolesca discesa a perdifiato verso il caldo torrido, in cui si passa dalla felpa alla maglietta a maniche lunghe al bikini nel giro di tre o quattro giorni, e poi ci si gira e c’è già la statua della Santuzza per le strade ed è luglio e io non so neanche come sia stato possibile].

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Un interminabile inverno.

Devi scrivere tutto quello che ti dico, mi ha detto Mohamed un paio di settimane fa. Era parecchio imbronciato, quando lo ha bofonchiato tra i baffi: sentiva molto freddo – tocca le mie mani, sono gelate! – e indossare dei sandali spaiati non aiutava a migliorare il suo umore. Ma io lo faccio già, gli ho risposto, soprattutto per calmarlo, perché quando Mohamed diventa nervoso può essere poco piacevole: e comunque, in buona parte è vero, e se non lo è del tutto è perché molte delle frasi che pronuncia non ho bisogno di appuntarmele. Alcune me le ricordo perché le ripete spesso: per esempio, che il suo cane Stella aveva anche una sorella, che era bellissima e obbediente, ma qualcuno l’ha avvelenata; altre me le ricordo perché mi colpiscono: qualche domenica fa mi ha telefonato per scambiare due chiacchiere, e poi si è ricordato che di solito la domenica faccio compagnia a mia madre, e si è scusato e mi ha detto vai da lei, stai con lei, perché gli amici sono intorno, ma i genitori stanno accanto.

Non è di buon umore, spesso, Mohamed: perché la vita per strada è faticosa, le persone intorno a lui sono spesso subdole o minacciose, e poi l’inverno sembra non finire mai, piove spesso e le cucce dei cani si bagnano e lui ha un gran da fare per spostarle sotto gli alberi e cercare di asciugarle e spazzare via il fango dalla soglia del camper. Non è di buon umore, ma di solito la burrasca dura poco: basta una battuta a farlo sorridere, un ricordo a distrarlo; gli basta vedermi preoccupata per precipitarsi a rassicurarmi: i cani stanno bene, non c’è troppo freddo, non è buio come sembra, non ho affatto bisogno di una lampada a led, ci vedo benissimo. Si rabbuia se riceve un regalo, Mohamed: ma, dietro lo sguardo burbero e la mano che getta via con malagrazia il pacchetto, si vede un mezzo sorriso compiaciuto. Lo specchio che mi ha regalato tua madre si è rotto, mi ha comunicato l’altra volta: ma, prima che potessi dirgli che gliene portavo un altro, mi ha detto non c’è bisogno, ne è rimasto un bel pezzo, e lo tengo conservato, insieme al bigliettino in cui era avvolto, proprio qui, tra le cose a cui tengo di più.

Qualche giorno fa il suo cane, Piccolo, è stato parecchio male: ha diciotto anni, e li ha passati tutti per strada accanto al suo padrone; hanno diviso cibo e notti al freddo, e paura e sconforto e disagio e incertezza, ma anche momenti di allegria e serenità, soddisfazioni e gioie, e all’idea che Piccolo un giorno non sarà più con lui Mohamed si dispera, piange e alza la voce e scaglia via con rabbia il pacchetto del tabacco. Quando Piccolo ha avuto il malore, Mohamed non mi ha telefonato: perché sa che io con i cani mi confondo, che se stanno male mi spavento, che non sarei stata di nessun aiuto. Me lo ha detto il giorno dopo, a cose fatte, quando il quadrupede sdentato era ormai in clinica: e mi ha chiesto di accompagnarlo al momento della dimissione, ho già preparato una coperta, lo avvolgiamo e lo mettiamo in macchina, non darà fastidio. Io tentennavo, non volevo prendermi quella responsabilità, e se poi si sente male durante il trasporto?, e lui lo ha notato: ed è riuscito a convincere qualcun altro a riportargli Piccolo, senza allontanarsi dal camper né perdere il controllo della situazione. Ora il cane sta meglio, e Mohamed lo veglia e gli massaggia le zampe e lo fa passeggiare e mangiare e dormire a intervalli di tempo regolari, e sembra convinto che sia tutto a posto: e io, invece, so che Piccolo potrà vivere ancora qualche giorno, qualche settimana, ma temo non di più, e mi sento triste e impotente e terribilmente in ansia.

Quando andiamo da Mohamed, Ste è impegnata a preparargli “il tabacco”: perché a lui piace farsi le sigarette, ma ha difficoltà e dolori alle mani, allora gliele confeziona lei, e viene criticata e redarguita tutto il tempo perché le sigarette le vengono poco sottili, troppo vuote, con un filtro troppo corposo. Io, invece, armata di cellulare, mi imbarco in faticosi tentativi di videochiamate con i parenti in Iran: e quasi sempre ci riesco, e ascolto le conversazioni e imparo qualche parola in farsi. Adesso sono in grado di scambiare cinque o sei battute, anche se la mia pronuncia, a detta di Mohamed, è pessima. Mi allenerò di più.

Quando andiamo da Mohamed, sulla strada del ritorno sono parecchio sconfortata, e passo la sera a tormentare Ste con i miei rimorsi e a disperarmi e a immaginare avventurose soluzioni per migliorare la sua vita: tutte ovviamente insensate, futili, oziose. Vorrei solo che fosse felice, almeno un po’.

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Psicopatologia della frittata, ovvero la frittata come stile di vita.

Quando ero bambina, i miei genitori lavoravano moltissimo; andavano tutto il tempo su e giù dalle Madonie con la vecchia Golf blu di mio padre, perché mia madre faceva Guardia Medica in oscuri paesini popolati da pecore e mucche e gente riservata ma cordiale, e mio padre lavorava in Pronto Soccorso a Palermo, e dovevano far quadrare gli orari e i turni di notte e i riposi in modo da poter essere entrambi nello stesso posto alla stessa ora, perché mia madre non aveva dimestichezza con la macchina e la sua Panda amaranto era troppo scalcagnata e ansimante per affrontare l’uscita di Resuttano col ghiaccio delle mattine di gennaio. In più, facevano attività privata: visite domiciliari dove di solito ero costretta ad accompagnarli anche io, timida e silenziosa e costantemente in imbarazzo, solitamente costretta a rimanere in salotto coi parenti dei pazienti che loro, in un’altra stanza, stavano visitando, e obbligata a rispondere a sciocche domande e a ingurgitare biscotti di riposto e dolcetti alle mandorle; oppure ricevevano i pazienti a casa nostra, e allora rispondevo compitamente al citofono e poi dovevo restare nella mia stanza e non fare troppo rumore e per nessun motivo aprire la porta del corridoio. La nostra vita frenetica era accuratamente pianificata e organizzata, e il rumore costante del lettore Holter che ronza e scoppietta è uno dei miei primi ricordi d’infanzia.

Quando ero bambina, al di là della scientifica pianificazione dei tempi, i miei genitori erano sempre di corsa: perché un imprevisto capitava sempre, una festicciola a cui dovevo essere accompagnata o un quaderno smarrito o un tacco rotto potevano far saltare lo schema e richiedere aggiustamenti e limature di orari; in camera mia c’era uno zainetto sempre pronto, col pigiama e un cambio e un giocattolo, per le notti in cui non dormivo a casa: e non dormivo a casa quasi mai, ma passavo la notte dalle nonne quattro sere a settimana, ed ero sempre un po’ confusa su dove mi sarei addormentata e dove mi sarei risvegliata: tanto che, a cinque anni, avevo dettato una regola inderogabile: non dovevano per nessun motivo spostarmi mentre dormivo, neanche se fosse successo per caso, alla fine di una cena di compleanno andata per le lunghe o dopo un cenone di capodanno; avevo deciso che volevo addormentarmi e risvegliarmi sempre nello stesso letto.

Quando ero bambina, cenavamo a casa raramente, io e i miei genitori: perché di solito, quando si mettevano in viaggio per Blufi, loro portavano con sé dei panini, e io mangiavo stelline col formaggino dalla nonna di turno, e poi le estorcevo succhi di frutta e patatine al formaggio e ovetti di cioccolato facendo la faccia triste da bambina abbandonata dai genitori, specialità in cui ero campionessa olimpica. Non cenavano quasi mai insieme, io e i miei genitori, ecco: ma quando lo facevamo, mangiavamo quasi sempre la frittata: e forse per questo, adesso, la considero uno dei cibi che mi dà più sicurezza e serenità. Dalle nonne la frittata non si mangiava mai: perché ai bambini, si sa, bisogna dare la fettina di carne, e poi le uova sono pesanti, e il fritto non va bene, e allora se non vuoi la carne ti faccio il merluzzo, ma non vorresti le polpette?, guarda che bello, ti ho preparato il pollo, il nonno è andato a comprarlo appositamente. E quindi, solo a casa, nelle rare sere in cui cenavamo insieme davanti alla tv, magari in soggiorno, con i piatti sul tavolino basso, io in ginocchio sul tappeto, arrivava lei: bollente, perfettamente tonda, colore d’oro brunito, soffice e profumata da mille foglie di basilico sminuzzate, da mangiare, in buona parte, in mezzo al pane. Piaceva a tutti e tre, era economica e semplice da preparare e mia madre, per fare prima, spesso lasciava in frigo le uova già battute con parmigiano e pangrattato, e per questo, per la sua mania di fare tutto in anticipo, da ragazzina la prendevo in giro a più non posso. È il sapore felice delle cene dell’infanzia, la frittata: e, più grande, delle gite, dei pranzi a mare, dei panini al volo perché stavamo facendo qualcosa di speciale. È il piatto più versatile e umile e godurioso, il mio comfort food, l’unico cibo che, nel mio personale empireo, batte perfino la pizza.

Adesso che ai pasti penso quasi sempre io, la frittata è uno dei piatti che cucino più volentieri per la mia bella: e mi viene quasi sempre bene, anche se la riempio di patate e carciofi e dico a Ste chiudi gli occhi che stavolta non riuscirò a girarla, e invece oplà, anche stavolta ce l’ho fatta.

Quando morirò, voglio che sulla mia tomba sia scritto Girava la frittata con la paletta.

[Massimiliano, ogni promessa è debito].

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Diciassette.

Prima di conoscerci, ci conoscevamo già. Per lei, io ero Occhi blu di metilene, un’ombra fugace, una tipina bassetta con lo sguardo incazzato da incrociare ai concerti o nei locali all’aperto, con la birra in mano e una borsa di stoffa in spalla. Per me, lei era la ragazza figa con i bermuda verdemilitare e i capelli lunghi a cui avevo chiesto, alla fine di un concerto in uno spiazzo di terra battuta, in una nuvola di polvere che mi avrebbe fatto tossire per giorni, di scattare una foto a me e un gruppo di semi-amici. Prima di conoscerci, eravamo già ritratte insieme in una foto: appoggiate al palco di Villa Lampedusa, con i Prozac+ di spalle a pochi metri da noi, mentre sorridevamo priatissime all’obiettivo, sudate e ammaccate dopo due ore a pogare, felicissime come lo si può essere solo a diciassette e ventun anni. Prima di conoscerci, io leggevo sui muri una scritta e pensavo che volevo più di ogni altra cosa conoscere la mano che l’aveva tracciata. Prima di conoscerci, lei si chiedeva che voce avesse la tipa bassa con lo sguardo truce.
Prima di conoscerci. Poi ci siamo conosciute, e ci siamo riconosciute, e abbiamo scoperto
che eravamo noi.

Ci siamo conosciute il 2 febbraio 2002; un collega di università aveva combinato l’incontro: vediamoci sabato prossimo al concerto, mi aveva detto, c’è la mia migliore amica e te la voglio presentare. C’era freddo ma non troppo, quella sera, e io ero agitata perché era una delle prima volte che guidavo di sera, avevo la patente da neanche venti giorni, ed eravamo in un centro sociale che adesso non esiste più, con un ingresso angusto dove ti mettevano un timbrino sulla mano, così potevi entrare e uscire quando volevi; c’era semibuio, e musica forte che questa non è musica è rumore e moltissime persone che ci spintonavano, ma eravamo parecchio emozionate e contente e non sapevamo cosa dire e così sorridevamo e basta. E poi, in rapida precipitevole impetuosa successione, ci sono state una festa di carnevale e un vestito da strega e uno da sciamana, e cornetti a tardissima notte e paura di sbagliare, e poi una mattina in un parco che ora è il nostro parco, e febbraio che sembrava aprile ed era caldo e dolce e morbido e avvolgente.
Non c’è stato bisogno di molte parole, perché abbiamo capito subito che eravamo noi.

Sono passati diciassette anni, da allora: e già a dirlo fa un po’ impressione, e fa impressione pensare che l’anno prossimo saranno diciotto, gli anni insieme, e la parte della mia vita in cui lei ancora non c’era – anche se in realtà c’era ma non lo sapevo – eguaglierà quella in cui lei c’è; è strano e bello e quasi non ne afferro il senso mentre lo dico: perché diciassette anni sono moltissimo, sono una intera vita insieme. E in questa intera vita ci sono stati momenti belli e bellissimi, ci sono stati giorni sereni e sole e passeggiate, bagni a mare e passeggiate lungo la Senna e il Tamigi e il Tejo e i crateri dell’Etna e le ramblas, mattine di Natale con l’albero e i regali da scartare e le lucine scintillanti, ci sono stati mazzi di fiori e cene all’indiano, abbracci inattesi e baci alla cassa del Penny, e anche una casa da scegliere e mobili con cui riempirla, e piante da annaffiare e germogli da scoprire tra le foglie e indicarci con emozione, ma ci sono stati anche momenti faticosi, e ospedali e terrore, e litigi e incomprensioni e vaffanculo e porte sbattute. Ci sono state laureee e specializzazioni, e successi e delusioni lavorative e notti al pc e molti pianti di frustrazione e stanchezza e rabbia; abbiamo riso tantissimo, e affrontato la morte di molte persone che amavamo, e anche di un cane e di una gattina e di un criceto con tre zampe. Abbiamo avuto paura, ci siamo date la mano nel buio di un cinema di periferia e nella luce della Basilica di San Pietro. Non ci siamo mai nascoste o censurate o limitate o potate, a vicenda o nei confronti di altri. Siamo state noi, pienamente, ogn giorno di questi seimila e più giorni insieme.

Ci sono state molte cose, in tutti questi anni; c’è stata vita, dentro questa vita insieme: con tutte le luci e le mezzombre e le ombre della vita. E io ne sono felice e fiera, come del mio miglior successo e della mia più grande fortuna, ogni giorno.

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Il sapore di una volta.

Ci sono cose che non hanno più il sapore di una volta. La pasta al forno, ad esempio. Quando ero piccola, la domenica si andava a pranzo dalla nonna. Si compravano i fiori gialli e i dolcini e a volte una torta, di solito con crema e fragoline, la ricotta non piaceva molto; il televisore in cucina era acceso su raiuno, a blaterare inutilmente perché tanto si mangiava in sala da pranzo, ovalizzando il tavolo e apparecchiando con cura, bambini venite a prendere la bottiglia del vino!, dove è finito il sottopentola?, nonna non è giusto che noi portiamo i piatti e Francesca no, forza, prepariamo la caffettiera così poi ce la ritroviamo pronta. Quasi sempre il nonno era in ritardo perché perdeva tempo ad aiutare il sagrestano a chiudere la chiesa, dopo la messa di mezzogiorno, Alfre’, ma che fine hai fatto, non potevi tornare presto almeno oggi? La domenica a pranzo, nella sala da pranzo della nonna, in una casa che non esiste più perché è stata venduta e ristrutturata e stravolta e ora è un enorme loft open space con vetrate senza tende e pareti bianco brillante e faretti al tetto, la domenica a pranzo a casa delle nonna, tutti stretti intorno al tavolo, tirate via i gomiti dal tavolo, bambini!, la maggior parte delle volte c’era la pasta al forno. La pasta al forno, quando ero piccola, non era uno sformato di anelletti o lasagne o qualsiasi altro piatto a base di pomodoro e carne tritata, ma era bianca, fatta con penne lisce e besciamella e prosciutto cotto e scamorza affumicata – provola affumicata, la chiamava la nonna. Aveva un sapore delicato, spesso e morbido e quasi dolce: sapeva di cura e attenzione, di ore in cucina a rigirare il cucchiaio di legno nel pentolino verde – quel cucchiaio di legno che ho portato via e che ora uso io quando faccio il risotto, – sapeva di latte e burro e grana grattuggiato e noce moscata comprati il venerdì mattina ordinandoli per telefono alla salumeria all’angolo, di una teglia rettangolare alta e pesante preparata il sabato pomeriggio e lasciata a intiepidire sul fornello spento mentre si andava alla messa delle sei del pomeriggio, un’ora per andare e tornare e vedere la funzione e magari anche confessarsi, facciamo presto, padre, devo ancora panare le cotolette per cena. Sapeva di domeniche lunghe lente interminabili, di cartoni animati visti la mattina, distesi a pancia in giù sul tappeto del salotto; sapeva di tempo che si allargava ed estendeva e stirava come un chewing-gum, di quarti d’ora che gocciolavano via, un minuto dopo l’altro, tra chiacchiere e giornali e carte da gioco, senza preoccupazioni, senza pensieri, senza ansie. Adesso la pasta al forno la faccio io, con la stessa ricetta della nonna, quella che non leggo perché tanto la so a memoria, e non peso il burro né misuro il latte, ché la besciamella è una delle poche cose che mi vengono bene a tappo; la faccio io, e il sapore è quasi uguale ma non proprio: si sentono, sotto il salato del prosciutto e l’affumicato del formaggio, la fretta e i pensieri faticosi e la preoccupazione di stare sporcando l’intera cucina e il calcolo accurato delle calorie per capire quanta ne posso mangiare, e ogni quanto, e al posto di cosa. Sa di ricordi dolorosi, di rimpianti, di una casa che non esiste più ma di cui ricordo l’odore stanza per stanza; ha un sapore simile alla pasta al forno della mia infanzia, ma non è più quello.

Molte cose non hanno più il sapore di una volta; il gelato al cioccolato sa di senso di colpa, il sabato mattina di piante da annaffiare e bucato da lavare a mano, le brioscine calde sanno di pausa in ufficio, il caffè di colazione in silenzio davanti al kindle. La pioggia sa di preoccupazione per chi è in strada, la tisana sa di coccole sul divano, di stanchezza e cura e pazienza. La domenica mattina sa di silenzio, di libri da leggere a letto, di tempo per noi. La pizza sa di lusso e relax e sabato sera, il cocco di sabbia e sole e mare. Molte cose non hanno più il sapore di una volta, e a volte è una cosa bella, a volte un po’ meno. Questo blog, ad esempio: da quando non c’è più laMate a leggerlo, ha perso buona parte del suo sapore.

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Buon compleanno, Mohamed.

Dopo giorni di patemi e frenetiche consultazioni sul web, mentre Mohamed oscillava tra lo scetticismo pessimista e l’insensata fiducia nei miei mezzi tecnologici e mi assillava con dozzine di telefonate bofonchianti e recriminanti e piagnucolanti, la famiglia di Mohamed ed io abbiamo trovato un modo per comunicare; grazie ad app di messaggistica di cui sconoscevo l’esistenza siamo riusciti a mettere a punto un sistema che comprende brevi messaggi di testo nel mio stentato inglese per prendere un appuntamento e poi una raffica di videochiamate in cui Mohamed, ciabattando avanti e indietro sul marciapiede davanti al camper, strilla in farsi allo schermo del mio smartphone.

Più o meno una volta ogni dieci giorni Mohamed mi chiama al telefono, di solito di mattina; mi chiama al telefono anche se ci siamo visti il giorno prima, perché di queste cose preferisce non parlare di persona, chissà perché. Dopo qualche minuto di convenevoli, in cui di solito si preoccupa per la mia tosse, mi incita a non prendere freddo e a non lavorare troppo e cerca di instillarmi senso di colpa, Mohamed mi comunica che vorrebbe chiamare suo padre. Solitamente ci accordiamo per il giorno dopo, e io scrivo a suo fratello in Iran e a suo nipote in Canada e cerco di trovare una fascia oraria che vada bene per entrambi, in modo da sentire tutti contestualmente. Il giorno stabilito, arrivo da lui per tempo, con il powerbank carico e un paio di cuffiette che tento senza successo di convincerlo a indossare. Arrivo da lui, dunque, e Mohamed inizia a prendere tempo; vuole bere, e poi vuole farsi un tabacco, e deve dare da mangiare ai gatti o raccontarmi una cosa importantissima di quella volta in cui era in Iraq o forse in Turchia o aspetta, no, in Germania. Non vuole chiamare dal camper, ma fuori c’è vento e rumore, e nella mia macchina sta scomodo, e se si avvicina all’angolo della strada c’è poco campo, ma dall’altra parte c’è troppa gente. Alla fine, di solito, mi stanco e chiamo io: e appare il faccione ridanciano di suo fratello Amin, e io dico Salam che è una delle dieci parole che so dire in farsi e poi gli passo Mohamed, che all’inizio si lamenta perché non era pronto ma poi, appena prende in mano il telefono, subito urla e ride tantissimo. La videochiamata dura di solito molto: un’ora almeno, con sette-otto interruzioni per la linea che cade e l’audio troppo basso, e loro ovviamente parlano in farsi, ma Mohamed vuole che io stia lì, a dieci centimetri dalla sua faccia, perché ha paura che il telefono si blocchi e gli viene il panico all’idea. Per cui io guardo lo schermo, vedo suo fratello, sua nipote, sua cognata, suo padre, anziano e provato, e non capisco una parola: e Mohamed di solito si scorda del fatto che io non capisco una parola, e tra scroscianti risate mi dà di gomito e mi dice hai sentito che ha detto Farnaz?, e io per sentire ho sentito, ma non ho capito niente. O meglio, a volte qualcosa capisco: per esempio, l’altra volta ho capito che dicevano Maria non capisce il farsi, e io ho risposto che davvero non capivo, ma l’ho detto in italiano e loro non hanno capito me. Può essere parecchio frustrante, ma anche vagamente esilarante. Ste di solito si scoccia abbastanza presto e se ne va a comprare le sigarette.

È abbastanza bizzarro e stancante, chiamare la famiglia di Mohamed, e lui di solito dopo la telefonata è di cattivo umore perché suo padre parla troppo piano e lui non lo sente e gli sembra sempre che sia lì lì per trapassare e quando vede il suo viso smagrito gli si riempiono gli occhi di lacrime, e poi perché suo fratello gli ha comunicato qualche cattiva notizia, o semplicemente gli è venuta nostaglia di casa, di loro tutti insieme, seduti in fila sul divano, che scherzano e mangiano qualcosa di buono, ma tant’è: domani è il compleanno di Mohamed, e lui mi ha chiesto di chiamare casa. Così io sarò lì alle 17:30, con Ste e una torta al cioccolato e le candeline, e poi grideremo e sghignazzeremo con i suoi parenti e io cercherò di dirgli che suo padre mi sembra che stia ancora bene, come l’altra volta, e lui non sarà affatto convinto, ma.

Buon compleanno, Mohamed: spero che il prossimo anno ti porti moltissime risate, tanto affetto che ti scaldi il cuore, giorni sereni e notti piene di stelle, e il peso dolce e struggente dei tuoi animali addosso. Tante melanzane fritte, dolciumi e sigarette, e amici e chiacchiere e ricordi e qualcuno a cui raccontare le tue storie. E serenità, e sonni tranquilli, e caffè caldi al risveglio. Che ti porti un poco della felicità che meriti.

[Il compleanno di Mohamed è stato ieri. È andato tutto bene, ma.]

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Un cane giallo nella mia vita.

Nando è un buffo cane giallo di quattro anni, quasi cinque. Non somiglia a nessuna razza in particolare: è snello come un esemplare da caccia, ha orecchie da pastore tedesco cucciolo, coda fluente da volpino, tendenza ad essere cocciuto e insistente e protettivo come un bovaro. Ha le dimensioni di un cocker e l’abbaiare ossessivo di un chihuahua, il carattere dolce e riflessivo ed equilibrato del setter, l’attenzione ai bambini del labrador: è un buffocanegiallo e basta.

È un trovatello, Nando: recuperato cucciolo in autostrada, sballottato tra famiglie affidatarie e poi approdato, un po’ stranito, a casa dei miei genitori; del trovatello ha ancora l’indole compiacente e timorosa e la tendenza a guardarsi le spalle da tutto e a spaventarsi di rumori improvvisi, lenzuola, bastoni e vicini affacciati alla finestra. Nando porta avanti da quattro anni una guerra personale con la dirimpettaia: ogni volta che lei mette piede sul balcone, Nando la redarguisce aspramente. Sembra che lei abbia capito chi comanda.

Nando è divertente e di compagnia: è campione regionale di riporta-la-pallina, sa spiccare balzi di mezzo metro da fermo per prendere al volo un oggetto, ma soprattutto è capace di uggiolare e fare gli occhioni dolci e mettere il muso sulla gamba della persona con cui vuole giocare per intere mezz’ore, per scongiurare il pericolo che la partita si concluda troppo in fretta.

Nando è delicato e preciso: ha l’aspetto del cane goffo ma è in grado di giocare con un bambino di due anni senza farlo cadere, deponendogli la pallina ai piedi con deferenza e aspettando con pazienza che si decida a lanciargliela di nuovo. Di solito i bambini stravedono per Nando, soprattutto mio nipote Ludovico, che è simpatico e guascone come lui.

Nando capisce molto bene l’italiano, a dispetto di quello che aveva detto la sua veterinaria quando lo ha visto la prima volta: Non è molto intelligente, aveva assicurato, Non imparerà molti comandi; e invece Nando sa rispondere a stimoli come Prendi la pallina verde, non quella rossa, Porta il piattino dei biscotti, Rimetti i tuoi giocattoli nella cuccia, Abbracciami. La sera riordina la sua collezione di giochini sonori e la conserva, senza percepire una paghetta per questo: io, alla sua età, ottenevo cinquecento lire se mettevo in ordine la mia stanza.

Nando è straordinariamente protettivo: tende a non apprezzare che qualcuno si avvicini alla sua famiglia, specialmente se è in macchina; e dato che Nando e mia madre passano moltissimo tempo in macchina, e che accanto alle macchine, di solito, passano moltissime persone, a piedi o in motorino o anche loro in macchina, Nando impazzisce per tenere lontano i barbari invasori dal suo regno. Nonostante questo, Nando ama stare in macchina.

Nando è pigro e non apprezza le passeggiate: un tempo veniva portato allo spazio-cani al parco, ma mio padre ha smesso di accompagnarglielo quando ha notato che, mentre tutti gli altri cani correvano e giocavano, Nando stava seduto ai suoi piedi e guardava con aria speranzosa il cancello. A Nando non piace neanche girare per il quartiere: e se cerco di portarlo con me a comprare il giornale, punta le zampe e fa resistenza passiva e poi mi segue sospirando con sconforto.

Nando odia, nell’ordine, il freddo, uscire a spasso sotto la pioggia, i tuoni, i fuochi d’artificio; ama le coccole, i bastoncini per i denti, essere al centro dell’attenzione, il contatto fisico coi suoi padroni. Quando Ste ed io andiamo a casa dei miei genitori, Nando si siede in braccio a Ste. Ama potersi sedere in braccio a qualcuno.

Nando ama ricevere e fare visite; si dispiace moltissimo quando le persone, dopo un po’ di tempo, decidono di andare via: e abbaia con disappunto, come a dire che ecco, ci stavamo divertendo, devi per forza andartene? A volte, chi stava andando via decide di rimanere un altro poco, per non farlo restare troppo male.

Quando le anziane signore del palazzo si riuniscono per recitare il rosario, Nando si presenta e lo lasciano entrare; gli aprono la porta e lui siede in mezzo a loro, compunto e serio. Penso che si senta in dovere di proteggere quel branco di vecchiette salmodianti.

Nando sembra il fratello della Olga, che era il cane della Mate. Sarebbe stato uno spasso vederli insieme, porcamiseria.

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