Quando Ste non c’è.

Non capita molto spesso, che Ste non ci sia: perché lei, come me, è abitudinaria e pantofolaia e pericolosamente tendente all’accidia, e quindi di solito è a casa, e se non c’è è a fare la spesa o al lavoro o con me da Mohamed, a prendere raffiche di vento in faccia e coccolare i gatti, o è fuori con la sua amica Shane ma tanto per cena torna, e prepara il pollo con le patate al forno e la salsa di yogurt. Ma ci sono rare volte in cui Ste non c’è, perché è al matrimonio di suo cugino in Francia o a un master a Roma: e allora io sono un po’ triste.

Quando Ste non c’è, di solito sento freddo: perché io sento freddo sempre, ma in maniera particolare quando mi sento sola o sono stanca o devo lavorare fino a tardi e non c’è nessuno che mi prepari la tisana. Di notte, poi, sento freddissimo: anche se è maggio e sul letto c’è il piumone e io ho ancora su il pigiama pesante che indossavo a Natale.

Quando Ste non c’è, vorrei approfittarne per fare cose che non faccio quando lei è qui, tipo portare a spasso Nando, uscire per comprare le scarpe per il matrimonio di mia cugina, andare a riprendere mia madre al coro o stare sveglia fino a tardi a vedere vecchie puntate di Scrubs: ma ogni volta che lei non c’è io devo sempre lavorare fino a tardi, o andare a una riunione che dura parecchie ore, e Nando è scontroso e bisbetico e al coro finiscono prima e io non faccio in tempo ad arrivare per sentirli cantare, e sono frustrata e metto il muso per interi quarti d’ora.

Quando Ste non c’è, non vado da Mohamed e mi sento in colpa: ma, senza di lei che va a prendere il caffè al bar e smussa le spigolosità del carattere di Mohamed e si mette in mezzo quando battibecchiamo, un pomeriggio dal mio malmostoso del cuore rischia di diventare un duro braccio di ferro, e io sono stanca e c’è molto vento e preferisco che lui vada al dormitorio, e se sa che lo andrò a trovare non ci va; e quindi so che è meglio così, ma mi sento a disagio lo stesso.

Quando Ste non c’è, a cena mangio la pastina col formaggino: perché mi piace molto e a lei no, e così posso trangugiarla tranquillamente e poi lavare solo un pentolino e un piatto e un cucchiaio e rimettere tutto a posto in breve tempo, come si addice al mio carattere ossessivo e bisognoso di ordine e controllo.

Quando Ste non c’è, la mattina mi sveglio presto: perché ho dormito male e ho sentito freddo per tutta la notte, e quindi sono in piedi molto prima del solito, e ne approfitto per annaffiare le piante e ritirare il bucato e spazzare la cucina e perdo la cognizione del tempo, e arrivo in ufficio scandalosamente in ritardo.

Quando Ste non c’è, la casa sembra parecchio grande e vuota: e io mi aggiro con aria contrita e mi chiedo che ce ne dobbiamo fare di tutto questo spazio, e se non sarebbe stato meglio vivere in una casa più piccola, anche se in realtà la nostra casa non è così grande, affatto.

Quando Ste non c’è, tutti sanno che sarò sola: e allora le amiche lontane mi mandano messaggi vocali e mi chiedono come me la cavo, le colleghe mi consigliano di consolarmi con cibi succulenti e mia madre tenta di convincermi a dormire a casa loro, perché che fai tutta sola lì, dormi qui così possiamo chiacchierare fino a tardi; ma quello che era il mio letto è ormai il letto di Nando, e lui non sarebbe felice di farmi un po’ di posto, e poi non ho neanche un cambio e mi serve il mio computer e poi devo lavorare, e quindi rispondo che no grazie, stai tranquilla, torno a casa mia.

Quando Ste non c’è mi annoio molto, perché io mi diverto quai solo con lei. Per fortuna stasera torna.

[La foto è di Ste].

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Due o tre cose che Mohamed mi ha insegnato.

A sostenere uno stralcio di conversazione in persiano; so salutare, chiedere come va (ma non rispondere se qualcuno lo chiede a me), mandare i saluti alla famiglia, dire di sì o di no, ringraziare: ma sono timida e la mia pronuncia, a detta di Mohamed, fa orrore, e quindi quando mi passa suo fratello mi limito a fare grandi sorrisi, dire salam e gridare Mohaaamed, parla tu con Amin, per favore.

A travasare il vino da un cartone da tre litri a una bottiglietta di plastica, al buio, mentre due gatti mi saltellano tra i piedi.

Una ricca infarinatura di storia: e non sono della Persia, ma anche dell’Europa prima della caduta del Muro di Berlino, dell’impero jugoslavo (il posto più bello che abbia mai visitato!), della guerra con l’Iraq, del comunismo, delle religioni, con particolare riferimento a quella zoroastriana (buoni pensieri, buone parole, buone azioni: potrebbe essere un buon principio, ma le religioni sono sempre l’oppio dei popoli, ricordalo).

A costruire una cuccia per gatti con due coperte, alcuni metri di corda sapientemente annodati, un pezzo di cartone e un po’ di creatività.

A gioire delle piccole cose: il pollo arrosto mangiato a pranzo, la gattina Shiva che non tossisce più, la temperatura che per fortuna è risalita, un amico che è passato a fare due chiacchiere, l’autobus che non ha tardato troppo, il rumore del mare, il riflesso del sole sulle onde che fa socchiudere gli occhi, un abbraccio forte.

A fare partire una videochiamata su Imo, sotto la pioggia battente, reggendo l’ombrello con una mano e il gomito di Mohamed con l’altra.

Il piacere di un buon caffè, preso al distributore automatico della pompa di benzina di via Crispi, in un pomeriggio freddo e ventoso: e il bicchierino tiepido che scalda le mani, e dividere la bevanda perché troppo caffè mi agita, poi mi viene la tachicardia e non dormo.

A fidarmi un po’ di più: dell’aiuto e del senso di responsabilità e dell’attenzione degli altri, dell’istinto dei cani, delle buone azioni, dei controllori degli autobus, del caso.

A comunicare con persone delle più varie nazionalità ed estrazione sociale: dalle signore radical chic che scambiano me e Ste per due volontarie di qualche associazione benefica ai giovani senzatetto del Ghana, dalle suore dell’istituto di Padre Messina ai pastori rumeni disfasici, dalle attiviste cariche di buone intenzioni ai parcheggiatori e venditori di panini e benzinai e stigghiolari palermitani.

Che un vestito rosso è un regalo bellissimo.

[Ecco, questa è una parte delle cose che ho imparato da Mohamed. Poi ci sono quelle che ancora non sono riuscita ad assimilare: ad esempio, a rialzarsi dopo un durissimo colpo. A ricordarsi sempre dei problemi degli amici, e a chiamare per chiedere come va, anche se piove molto e il telefono non prende e bisogna andare all’angolo della strada, nel punto più esposto alla buriana. A non vergognarsi nel chiedere aiuto. A ridere molto forte. A buttarsi a capofitto nelle cose, fosse anche dover girare l’intera città in autobus per consegnare un pezzo di carta inutile, ma la signora si è fidata di me e me lo ha prestato e quindi devo restituirlo. A sedare l’ansia altrui dicendo che è tutto a posto, anche se non è a posto proprio niente.

A fare complimenti col cuore. A fare qualcosa per gli altri, sempre, perché la mia etica vuole così. A ringraziare, sempre.
Vorrei che Mohamed fosse felice. Lo vorrei davvero].

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Cose da cui deduco di essere diventata vecchia.

Ho visto il concerto del Primo maggio in televisione, e non conoscevo i quattro quinti dei cantanti: e quelli che conoscevo avevano tutti i capelli brizzolati.

Un vicino di casa mi ha aiutata a portare i sacchetti della spesa.

Consulto il meteo ogni mattina, per sapere se devo mettere la canottiera o la maglietta a maniche lunghe sotto il maglioncino: e, se sono molto indecisa, sveglio Ste e le chiedo consiglio.

Non bevo birra perché altrimenti mi viene il mal di testa, così se usciamo la sera prendo una tisana. E comunque, non esco quasi mai la sera.

Il figlio del capo, un diciottenne intelligente e affettuoso, mi ha presentato la fidanzatina; lei era imbarazzata e ho intercettato al volo il suo No, lascia stare, mi vergogno della signora.

Non esco mai di casa senza una sciarpetta, ‘nza mai signuri prendo freddo sul collo.

Quando vado al mare metto sempre un doppio strato di crema solare, e controllo di idratarmi a sufficienza. Non indosso un cappellino da sole soltanto perché ho un senso del ridicolo molto sviluppato.

Mi infastidisco se in un locale c’è poca luce, o troppo rumore, o la musica alta.

Quando frequentavo l’università si compilavano gli statini cartacei per iscriversi agli esami, per parlare con i docenti si andava al dipartimento e si aspettava e non esisteva l’opzione di mandare una mail, c’erano le facoltà e i turni per gli orali si facevano la mattina stessa, scrivendo traballanti file di nomi su un foglio di carta che venivano attaccato alla porta con un pezzo di scotch.

Faccio le parole crociate ogni sera.

Non ho idea di cosa sia la musica trap, né di quale sia il sensazionale spoiler del film degli Avengers: anzi, se non fosse per Stefano, il treenne più simpatico del mondo, non saprei neanche chi sono gli Avengers. E comunque ne ricordo sempre solo tre su quattro.

Sono passati più di dieci anni dalla mia laurea e quasi venti dal diploma.

Sto rivedendo un telefilm che a vent’anni adoravo, e lì quasi nessuno ha il telefono cellulare, o la connessione internet a casa, e si usa ancora il telefono fisso con il filo: e fino a un paio di anni prima che uscisse il telefilm neanche io avevo il cellulare.

Ricordo quando i palazzi di fronte casa mia non erano ancora stati costruiti.

Quando uscivo la sera, a sedici o diciassette anni, portavo sempre con me una scheda telefonica per poter chiamare i miei genitori dalla cabina e avvertirli che non avei cenato a casa.

Quando prendevo l’autobus il biglietto costava 1.200 lire, e ora costa un euro e mezzo.

Non riesco a trovare i miei colleghi di università sui social, perché allora non esisteva Facebook e non ricordo i loro cognomi: e cercare Alessandro-quello-di-Partinico o Tiziana-quella-coi-capelli-corti non è un’opzione plausibile.

Non ho più paura dei film, dei brutti sogni e dei racconti truculenti, ma solo di pericoli reali e ben dimostrabili, come i libri che sto leggendo in questo periodo, i rumori strani nel cuore della notte, la porta di casa dei vicini che sbatte all’improvviso.

I cantanti che ascoltavo durante la mia adolescenza sono di nuovo in radio: hanno avuto il tempo di passare di moda, essere dimenticati e tornare poi in auge.

[Nessuno mi ha ancora ceduto il sedile in fila alla posta, ma è solo perché non ci vado quasi mai].

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La gita-fuori-porta (ovvero Pasquetta, venticinqueaprile e primomaggio a Palermo).

La scelta della destinazione che, in mancanza di villette d’appoggio, deve rispondere a tutti i crismi imposti da decenni di pratica: luogo fresco e ventilato, mare o montagna (o, nella versione deluxe, un mix dei due), ampie zone dove arrostire, possibilità di lasciare i bambini allo stato brado in sicurezza.

La spesa, da eseguire rigorosamente tutti insieme e in un supermercato che non sia quello di tutti i giorni.

La partenza all’alba, in orario strategico per evitare le code.

Il rischio di starsi mettendo in coda all’alba.

L’autostrada deserta alle 10, perché tutti sono già incolonnati più avanti.

L’arrivo a destinazione quando il sole già picchia, e la scoperta amara e subitanea di non aver portato un cappellino.

Il caldo, che a Palermo sonnecchia per mesi sotto l’aspetto di una finta-primavera grigia e piovosa e poi esplode impietoso quando non c’è un ramo sotto cui ripararsi.

L’abbondante aspersione di tutti i presenti con la crema protettiva per evitare improvvide ustioni da sole.

La sistemazione delle masserizie all’ombra.

Il tentativo, solitamente fallito, di bagno a mare, e la frustrazione nel vedere un nugolo di bambini di sei anni che si tuffano e sguazzano senza mostrare di sentire freddo.

L’accensione del barbecue, con grande dispiego di olio, carta di giornale, legnetti, bestemmie e impronte di carbone sul viso.

La preparazione del pranzo, con la divisione dei gitanti in due brigate, quella addetta alle mansioni “a freddo” – taglio formaggi, confezionamento insalata, condimento bruchette – e quella addetta alla griglia.

L’accudimento di chi si sta occupando della griglia, che va frequentemente idratato, rinfrescato e blandito in modo che non si scocci e non abbandoni salsicce e spiedini al loro destino.

Il pasto, che consta di diciassette portate più frutta, caffè e limoncello.

La scoperta che il cibo era decisamente troppo, e che più della metà delle pietanze dovrà essere inscatolata e riportata a casa.

La partita a pallone, con un SuperSantos comprato per l’occasione.

Il pallone che, al quarto calcio, viene spedito in acqua o sulle fronde di un pino o in burrone e non può più essere recuperato.

La famiglia che ha organizzato il picnic a dieci metri di distanza da noi e che ascolta musica brutta a volume da lite condominiale.

La pennichella, su una sdraio portata esclusivamente a questo scopo.

La passeggiata – sulla spiaggia, o nel bosco, o in paese a seconda della destinazione – e l’acquisto di qualche dolcino da portare a casa e mangiare a cena.

Gli sforzi per caricare di nuovo nelle auto cibo, abbigliamento di riserva, la griglia ancora fumante, i bambini stanchi e urlanti, i sacchetti di spazzatura olezzanti.

La coda in autostrada.

La scoperta, sotto la doccia, di aver riportato, nonoostante lo spesso strato di protezione 50+, ustioni guaribili in quattordici giorni, salvo complicazioni.

Il telegiornale che manda foto di gitanti in luoghi di vacanza e noi non ci siamo mai.

Il caricamente delle foto sui social per fare vedere a tutti che bella gita si è fatto.

La mestizia serale che consegue alla consapevolezza che domani si lavora, accidenti.

Buona Liberazione, buon Primo maggio, buone feste laiche e resistenti.

[La foto è di Ste].

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Quando è primavera (a Palermo).

Con quasi un mese di ritardo, a Palermo è finalmente primavera; fino a qualche giorno fa il cielo era bigio e insipido, l’aria era umidiccia, il vento strapazzava senza ritegno la mia pianta di rosmarino, il mio piede e il braccio sinistro di Mohamed dolevano. Portavo gli stessi vestiti di gennaio, fino a qualche giorno fa: maglioni pesanti e maglie in microfibra e sciarpe di lana e berretti pelosi, e gli anfibi che mi fanno male, e Mohamed metteva un giubbotto imbottito sopra quello di pelle e sentiva freddo lo stesso; la mattina non riuscivo a cavarmi da sotto il piumone ed ero scontenta e lagnosa. Adesso, improvvisamente, è primavera: e io sto gradualmente e rapidamente passando ad abiti via via più leggeri, il mio umore è nettamente migliorato, il bonsai di ulivo è ricoperto di gemme e anche i gelsomini stanno mettendo le foglie nuove, ma lo stesso non ho voglia di alzarmi, la mattina.

Quando è primavera a Palermo, tutti siamo parecchio contenti dell’aria tiepida e del sole smagliante e del cielo molto azzurro, così contenti e sorpresi del repentino cambio di tempo atmosferico che quasi non ci crediamo: e infatti, entrando nei negozi o salutando i passanti per strada, diciamo sempre Taliasse che bello, è primavera, e sorridiamo con trasporto e a volte ci diamo addirittura pacche sulle spalle, come se realmente avessimo temuto che ricominciasse di nuovo l’autunno, facendoci saltare a pie’ pari la bella stagione.

Quando è primavera a Palermo, tutti tolgono di mezzo il cappotto e l’ombrello e gli stivaletti imbottiti e passano direttamente alle t-shirt sbracciate, alle canottiere scollate, alle ciabattine infradito di gomma. I turisti hanno le spalle arrossate dopo una mezza giornata di sole, i passanti inalberano grandi paia di occhiali da sole, il posteggiatore indica i parcheggi all’ombra Così poi la macchina non la ritrova un forno, dotto’.

Quando è primavera a Palermo, basta una mattinata di scirocco per riempire la spiaggia di Mondello: e allora, tra ragazzi che hanno marinato la scuola e pensionati a spasso, tra cani randagi e casalinghe con bambini nel passeggino e teli da stendere sulla battigia e pappine da somministrare fronte mare, riappaiono i venditori di pollanche, birre e coccobello, e io mi chiedo sempre dove siano stati per tutti questi mesi, da settembre ad ora, e cosa abbiano fatto intanto, quando la spiaggia era vuota e le mareggiate riempivano di alghe la distesa di sabbia.

Quando è primavera a Palermo, la domenica mattina tutti vanno al Foro Italico, e il cielo si riempie di aquiloni. Tornano i furgoni dei panini imbottiti, e uno di questi è guidato da Calogero che è amico di Mohamed, e Mohamed va da lui a prendere il caffè ed è contento, ma poi si ricorda che il caffè gli fa male e la contentezza gocciola rapidamente via.

Quando è primavera a Palermo, mi lascio tentare e compro dozzine di vasetti di piante aromatiche, menta e basilico foglia di lattuga e timo limone ed erba cipollina, e poi perdo moltissimo tempo a travasarle e sistemarle e concimarle e bagnarle e poi almeno una metà di loro muore nel giro di qualche mese e ci resto sempre male.

Quando è primavera a Palermo, Nando sta in balcone al sole, ed è contento perché così può abbaiare più agevolmente alla signora del palazzo di fronte.

Quando è primavera a Palermo, Ste continua per molto tempo a indossare vestiti troppo pesanti, e io le dico molte volte al giorno che penso che sentirà caldo e perché non mette il maglioncino di cotone blu invece di quello che ha addosso, ma lei è comprensiva e sorride e non mi risponde di pensare ai maglioncini miei come invece avrebbe ragione di fare.

Quando è primavera a Palermo e a metà mattina scendo con collegasimpatica per il caffè, la piazza della chiesa brilla per il sole e io non vorrei risalire in ufficio, dove invece continua per settimane a fare freddo.

Quando è primavera a Palermo mi sento enormemente stanca, e vorrei dormire molto ma non posso, e allora mi lamento spesso e poi me ne pento ma ormai è fatta. Che sonno.

[In questi giorni ho letto due libri di Marco Balzano, “Resto qui” e “L’ultimo arrivato”, e accidenti se ne vale la pena; è davvero un narratore coi fiocchi].

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Cose che mi mancano.

La spensieratezza dei quattordici anni: quella delle estate roventi e interminabili, delle corse in bicicletta con il walkman alle orecchie, delle attese lunghissime alla fermata dell’autobus, dei ghiaccioli al limone al bar della spiaggia e dei bagni a mare la domenica pomeriggio sul tardi, quando l’acqua è tiepida e verdastra e torpida e i capelli ormai non si asciugano più.

Vedere La prova del cuoco.

Le mie nonne: la comprensione smisurata e l’amore incondizionato, la gioia pura e visibile, materiale e concreta, per ogni mio successo, la caparbietà nel cercare di capire ed essere presenti e sostenere e prendersi cura di me, fino alla fine.

La Mate.

I repentini cambi di umore dei sedici anni: i laceranti dissidi interiori, i dubbi, le incertezze, il bisogno di confrontarsi e misurarsi e rapportarsi con gli altri; ma anche l’atteggiamento spavaldo e tetragono e provocatorio, la voglia di accettare le sfide, di dimostrarsi all’altezza, di fare di più e meglio degli altri.

La crostata al cioccolato dei compleanni.

Le mattine in cui c’era assemblea d’istituto; le manifestazioni, quando il mio unico problema era come avrei fatto a tornare indietro, alla fine, dato che gli autobus erano stati deviati; i concerti in cui si arrivava due ore prima dell’inizio, si stava pigiati malamente nella folla e poi si saltava e gridava e pogava senza pensieri per un tempo che mi sembrava lunghissimo.

Leggere per la prima volta i libri di Natalia Ginzburg.

I miei nonni, quando erano ormai malfermi e acciaccatelli e ammorbiditi dall’età, e avevano perso l’aggressività e l’arroganza dei sessant’anni e si permettevano di provare e dimostrare sentimenti teneri e poco virili.

Bere Estatè tutto l’anno.

Mia madre che chiamava la nonna, ogni sera, dal telefono del corridoio: e io che, ogni sera, cercavo di restare sveglia per sentire cosa diceva, e non ci sono mai riuscita.

Il mio Mirò.

Le interrogazioni a scuola, le versioni, le situazioni in cui bastava studiare per avere tutto sotto controllo e non c’erano variabili impazzite da tenere in considerazione.

Il pane caldo delle sette del pomeriggio.

Avere il tempo di guardare le Olimpiadi senza trascurare neanche le eliminatorie di sollevamento pesi e pentathlon moderno. Avere il tempo di fare una passeggiata, di guardare un tramonto sul mare, di stare al telefono a chiacchierare anche se non sto guidando. Avere il tempo di leggere un libro in un pomeriggio. Avere il tempo di annoiarmi. Avere il tempo.

Uscire la sera in giorni infrasettimanali: ma anche, uscire la sera il sabato. In generale, uscire la sera.

Andare al cinema ogni sabato, allo spettacolo del pomeriggio. Prendere una confezione gigante di popcorn senza sentirmi in colpa. Mangiare pizza e patatine dopo i popcorn senza perdere tempo a contare le calorie. Essere magra e scattante anche senza fare esercizio tutti i giorni.

Fare i solitari con le carte siciliane.

I fiori gialli che portavamo la domenica alla nonna. I pranzi intorno al tavolo del soggiorno ovalizzato per l’occasione. La pasta col sugo del latte, la carne e le patate e l’insalata e la frutta, e i dolcini e il caffè e poi aiutare la nonna a rassettare la cucina e preparare le fiches per la partita a poker del pomeriggio. Guardare le carte dietro le spalle della nonna per l’intero pomeriggio, e giocare a sistemare le fiches per forma, per colore, per valore.

L’emozione del primo giorno di primavera.

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Due o tre cose che ho imparato (conoscendo Mohamed).

Da una manciata di mesi, nella mia vita – e anche in quella di Ste, che subisce senza lagnarsi tutte le mie manie e ossessioni – c’è Mohamed: un architetto sessantenne iraniano, senza casa (e adesso, dopo l’incendio di un mese e mezzo fa, anche senza camper) e con una spiccata predilezione per gli animali domestici, divertente e spiritoso e riconoscente, ma anche malmostoso e cocciuto e complicato, incostante e umorale, pronto a passare da una risata sgangherata alla commozione fino alle lacrime, dalla rabbia al disagio ai sorrisi al mutismo, da ma cosa ne sai tu di me a grazie, ti voglio bene nel giro di un quarto d’ora.

Da quando c’è Mohamed, molte cose nella mia vita sono cambiate; al filo sottile ma persistente di ansia che scorre da sempre sotto la mia pelle si è aggiunta una dose massiccia e intermittente di angoscia: perché Mohamed è vulnerabile come un cucciolo, dolce e pronto a credere a (quasi) tutto quel che gli viene detto, fiducioso nelle buone intenzioni altrui, ottimista e sorridente anche nelle disgrazie, e quindi portato a farsi condurre fuori strada da chiunque voglia turlupinarlo, o semplicemente parli senza cognizione di causa.

Da lui ho imparato molto: adesso ho una discreta conoscenza della storia dell’Iran, e anche un minimo bagaglio di parole in persiano (pronunciate pedestremente, ma non si può avere tutto); ho appreso qualche nozione sugli scacchi e gli integrali, sull’educazione dei cani e sui costumi della Jugoslavia all’epoca di Tito, sui viaggi in treno tra Asia ed Europa e su come gestire il dolore, la lontananza dalla famiglia, la paura e la solitudine. Ho imparato anche altro: ad esempio, che le persone si stancano facilmente, e che basta un mese e mezzo per passare dall’assiduità al fastidio, dalle mille chiamate al giorno al silenzio per settimane, dalla volontà di aiutare e proteggere e supportare Mohamed all’alzare le spalle dicendo se la caverà come ha sempre fatto. Ho imparato che, per quanto in pochi lo ammettano, quasi nessuno tratta un senzatetto come un uomo qualsiasi, come un amico o un conoscente dotato di casa: ma la maggior parte delle persone che si rapportano con lui si aspettano che un senzatetto debba essere per natura sereno e docile, riconoscente e disposto a farsi plasmare, che non abbia idiosincrasie e fastidi, passioni e desideri e sogni e la strenua volontà di realizzarli. Ho imparato che essere povero e indifeso significa che chiunque ti può criticare perché bevi, perché ti trascuri, perché mangi troppo o troppo poco, perché non ti radi con regolarità o indossi sempre gli stessi vestiti: anche se la persona che ti critica è obesa o fuma quaranta sigarette al giorno o si compiace di ubriacarsi ogni sera con gli amici. Ho imparato che avere a che fare con un senzatetto può essere molto faticoso, fisicamente ed emotivamente: perché la rabbia e la disperazione e il disagio di Mohamed mi restano attaccate addosso per giorni, quando lo vado a trovare, insieme a un profondo, insensato e lancinante senso di colpa: e mi sento sola e non capita e giudicata quando ne parlo, e quindi preferisco non farlo. Ho imparato che si può avere pochissimo, e quel poco volerlo dividere con gli altri: che sia una fetta di pizza a taglio, uno yogurt alla frutta, tre monete trovate in fondo a una tasca. Ho imparato che un abbraccio molto forte può aiutare, quando il tuo camper brucia e i cani non si trovano e tutto sembra perso: ma che servono, poi, per uscire dal caos, razionalità ed equilibrio, e capacità di non lasciarsi trascinare a fondo, e voglia di stare a fianco di chi soffre senza condizionarlo, senza avere l’ambizione di cambiare la sua vita.

Ho imparato che l’affetto non è mai scontato. Ho imparato che poche cose scaldano il cuore, in una notte ghiacciata e piovosa, come un sorriso sdentato e sghembo e imprevisto.

 

 

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Abitudini.

Penso di essere la persona più abitudinaria e metodica sulla faccia della Terra.

Faccio la spesa ogni lunedì, costringendo Ste a scegliere il menu dell’intera settimana per comprare solo l’esatta quantità di cibo che consumeremo: e mi confondo e agito quando qualcuno ci invita a cena senza preavviso, o devo restare a pranzo in ufficio, o mia madre ci dà un gateau di patate con prosciutto e scamorza affumicata e devo posticipare il risotto o il petto di pollo che avevo previsto per quella sera.

Ogni mattina, prima di uscire bevo il caffè e inzuppo due biscotti e mezzo: non due, non tre o quattro, ma due e mezzo. Ogni mattina, appena arrivata in ufficio, mangio il mio pacchetto di insipidi crackers integrali, e a mezzogiorno, quando le campane della chiesa di San Francesco d’Assisi suonano, scendo con collegasimpatica e collegacanealpha a prendere un macchiato al vetro: e, dato che non ho mai preso altro in tutti questi anni, il barista lo sa e mette il piattino e il bicchiere d’acqua sul bancone prima che apra bocca.

Ogni mercoledì e sabato annaffio le piante, ma solo d’inverno: in primavera e in estate e in autunno le annaffio ogni giorno, prima di uscire per andare al lavoro; le annaffio sempre, anche se sono in ritardo, o se devo uscire molto presto, o se c’è una sciroccata violenta e il vento bollente asciugherà la terra prima ancora che io abbia posato l’annaffiatoio arancione sotto il lavello della cucina.

Ogni mattina, in macchina, ascolto musica: e la ascolto quasi solo in quel momento, la mattina mentre guido, e poi la sera mentre pulisco la cucina. Nel resto della giornata non la ascolto quasi mai.

Ogni giorno, prima di alzarmi dal letto, controllo lo smartphone: scorro le email, le chat di whatsapp, le notifiche su Facebook. Un tempo, mandavo un messaggio di buongiorno alla Mate: e da due mesi non lo mando più, e questo mi dà un senso di incompiuto, di strappo, di mancanza. Adesso, invece, scrivo alla responsabile del dormitorio dove passa la notte Mohamed, per chiedere se ha dormito bene, se si è svegliato di buon umore, se è già andato via, con la borsa della spesa che contiene tutte le sue cose su una spalla, il telefonino in tasca, una cicca spenta tra le labbra e il suo broncio perenne.

Ogni sera, prima di andare a letto, verifico di aver chiuso la porta di casa: e, anche se controllo ogni sera, spesso Ste mi chiede se l’ho chiusa, e allora mi viene il dubbio di non averlo fatto, e quindi mi alzo e vado a controllare di nuovo.

Ogni sabato mangio la pizza: ed è sempre una margherita, e la prendo sempre da Peco’s, e Ste prende sempre una romana, e un po’ ci rimango male quando vado a pagare e mi chiedono cosa desidero, perché chiedo una margherita e una romana e una bottiglietta di cocacola da parecchi mesi, ogni sabato.

Ogni domenica ci alziamo tardi, e io metto la sveglia presto per poter leggere a letto: e poi andiamo a fare una passeggiata in centro e mangiamo un panino fuori, e io prendo sempre un panino con la bresaola. Solo una volta, molti anni fa, amicastorica mi ha detto di non prendere il solito panino con la bresaola, e ne ho preso uno con gorgonzola e prosciutto crudo, e ancora adesso me ne pento.

Ogni volta che andiamo al cinema, posteggio la macchina nella stradina adiacente, e poi all’intervallo prendo un Magnum bianco: ed è l’unica volta in cui mangio il gelato, ché di solito non lo prendo mai.

Ogni volta che andiamo a prendere qualcosa dopo cena, prendo un tè verde al gelsomino: e, anche se so che poi dormirò male, bevo tutto il tè che c’è nella teiera, e ne vorrei ancora.

Ogni notte, prima di addormentarmi, leggo un po’: anche se è capodanno e sono le tre passate e sto cascando dal sonno, leggo almeno due righe, altrimenti so che non mi addormenterò.

Ogni mattina, quando mi sveglio, mi sento molto stanca, e insieme molto felice: perché Ste è lì, e il suo respiro regolare è dolce e tiepido, e io ancora non mi capacito che sia tutto vero.

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Stanchezza.

Stanchezza è quando penso di aver scritto un messaggio, lungo e complesso e circostanziato, e aspetto la risposta, magari con un pizzico di ansia o di vaga curiosità, e la risposta non arriva e quando controllo il telefono scopro che in realtà ho solo pensato di averlo fatto: o quando, per ottimizzare sui tempi, mando una raffica di vocali confusi e petulanti in cui comunico i miei spostamenti per le prossime ore, la lista della spesa e la ricetta del pollo al curry da cucinare per cena al padrone di casa invece che a Ste.

Stanchezza è quando aspetto tutto il giorno di poter leggere un po’, e poi quando vado a letto mi addormento senza neanche accendere il kindle; è quando la sveglia suona e penso di essermi addormentata solo mezz’ora fa.

Stanchezza è quando, pur di non sprecare energie per spiegarmi, sto zitta. È quando scendo a prendere il caffè con collegasimpatica perché sto cercando di scrivere una mail da venti minuti e le parole proprio non mi vengono. È quando, durante il caffè, dico diciassette volte che non ricordo il nome del libro che sto leggendo, della persona di cui sto parlando, della canzone che si sente alla radio; quando mi si parla di qualcosa, ma proprio non riesco a capire di cosa.

Stanchezza è quando la sera siamo sul divano, ed è il momento più bello della giornata, e stiamo vedendo un telefilm su Netflix che mi piace moltissimo, e comunque mi addormento.

Stanchezza è quando sono nel traffico e ho moltissima fame, e penso a tutte le cose che dovrei fare uscendo dall’ingorgo ma passano i minuti e sono ancora più o meno allo stesso punto, e penso che anche stasera finirò di lavorare molto tardi e le macchine intorno alla mia non si spostano e sono già le tre e mi viene da piangere.

Stanchezza è quando metto dozzine di promemoria per ricordare quello che devo fare, ma sono troppi e si accavallano e tutt’a un tratto squillano e tintinnano e trillano in maniera scomposta e inconsulta e ne posticipo alcuni e perdo per strada una buona metà degli altri; è quando programmo tutti i pasti della settimana e li cucino e confeziono e surgelo per risparmiare tempo ogni giorno; è quando decido il lunedì mattina cosa indosserò al lavoro ogni giorno, cosa farò nei prossimi tre weekend, quanto tempo impiegherò per completare gli incroci obbligati, per leggere l’oroscopo sul settimanale a cui sono abbonata, per mettere l’acqua al bonsai.

Stanchezza è quando impiego un quarto d’ora per alzarmi dal letto, perché il pensiero di tutto quello che mi aspetta nella giornata, spesa al supermercato addominali lavoro, telefonate email sponsorizzazioni sui social, Nando che reclama carezze, l’autolettura del gas, le tremila chat su whatsapp, mi schianta prima ancora di cominciare; è quando faccio colazione in piedi, immergendo i mezzi biscotti in rapida successione nella tazzina di caffè, con il cellulare già in mano e sette-otto messaggi incastrati tra i pollici.

Stanchezza è quando programmo le telefonate di lavoro durante la mezz’ora di tragitto in auto verso l’ufficio, è quando chiedo a Ste di leggere i miei messaggi su whatsapp e le detto le risposte perché intanto sto guidando; è quando mando vocali di interi quarti d’ora perché non ho il tempo materiale di scrivere. È quando vado al cinema perché è l’unico posto in cui tolgo la connessione allo smartphone.

Stanchezza è quando passo un’intera serata a scrivere un post per questo blog, e quando metto l’ultimo punto è ora di andare a dormire, e mi dispiace moltissimo pensare di avere sprecato una serata, ma.

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Quando ho la febbre.

Un tempo, non prendevo mai la febbre. Quando andavo a scuola, e poi all’Università, stavo sempre bene e non facevo mai assenze: e infatti il libretto delle giustificazioni di quinta ginnasio mi è durato fino alla Maturità, e l’ho ancora conservato, con la mia foto con le guanciotte grosse e le lentiggini e un maglione di lana marrone che uso ancora adesso, nei pomeriggio d’inverno, per stare in casa. Non ho mai saltato un compito, un’interrogazione, neanche una mattinata di quelle in cui c’è poco da fare e ci si trascina da un’ora all’altra ascoltando cinquantenni annoiati che parlano di Kant, limiti per x che tende a zero da destra, pittura neorinascimentale e guerre persiane. Ho ancora il ricordo di quelle giornate in cui la classe era decimata e, speranzosi, contavamo i presenti, forti della norma non scritta per cui, se il numero di assenti supera quello dei ragazzi in classe, non si può fare lezione. Mai, mai abbiamo ottenuto di far saltare una spiegazione di greco per questo motivo.

Un tempo, dicevo, stavo sempre bene: ma, complici l’età, il tempo freddo e uggioso da molti mesi e l’ombrello dimenticato in macchina, quest’inverno ho avuto la febbre già tre volte, e ne sono parecchio scontenta.

Quando mi viene la febbre, divento vittima di una tediosa regressione infantile. Mi lagno molto, piagnucolo, sono malmostosa e insofferente. Sento freddo, vorrei dormire coi calzini, ma poi non riesco a dormire e i calzini mi danno fastidio, ma se li tolgo ho i piedi freddi, e allora sveglio Ste per chiederle se devo tenerli o toglierli, e lei mi dice di toglierli, ma io li tengo lo stesso, seppur tra mille dubbi.

Quando ho la febbre, mi sento molto triste e penso che nessuno mi capisca e mi dia la giusta attenzione: le mie sofferenze sono enormi, meriterei coccole e massaggini e budini di cioccolato a volontà. Di solito, le persone intorno a me si prodigano per aiutarmi: mia madre mi chiede se ho i formaggini e se non li ho me li porta, di tre o quattro tipi diversi perché non ricorda quali preferisco. Ste pulisce metodicamente la cucina, perché sa che altrimenti lo farei io ma sono troppo malaticcia per tenere le mani in acqua: e io scopro che lei a pulire la cucina è molto più brava di me, più veloce e precisa e accurata, e forse da oggi fingerò ogni sera di avere la febbre per guardarla aspergere di melaceto il fornello. Ricevo messaggini in cui mi viene chiesto come mi sento, e che temperatura ho, e che farmaci ho intenzione di prendere, e quando: e queste cure mi riportano a uno stato di torpore infantile, quando stavo male e le nonne chiamavano ogni ora per sapere come andava, e se la febbre era scesa, e suggerivano a mia madre di mettermi compresse di ghiaccio sulla testa e farmi fare i suffumigi e tenermi al caldo ma non troppo, e mia madre che faceva il medico alla Guardia Medica e diceva queste cose alle altre madri si infastidiva e rispondeva lo so, lo so!.

Quando ho la febbre, mi sembra che il tempo si fermi: dovrei fare molte cose, controllare la mia dieta, innaffiare le piante, lavorare e fare la spesa, portare giù la spazzatura, ma tutto rimane cristallizzato e viene traslato in un generico periodo di tempo noto come “quando mi passa la febbre”. Questo mi mette molta angoscia e un senso di strisciante fastidio: perché io sono una persona ossessiva e odio posticipare, perché poi mi sento indietro e penso che non arriverò più a fare nulla e che succederà un’enorme catastrofe in cui Ste ed io e le piante moriremo di inedia, mentre la spazzatura raggiunge i due metri di altezza e al lavoro tutti si scordano della mia esistenza: e così cerco di fare quello che posso, con risultati risibili ed enorme frustrazione.

Quando ho la febbre, non vedo l’ora che mi passi e mi sembra che non succederà mai: e penso a tutto quello che mi sto perdendo, in due giorni di influenza, andare dalla Fra’, vedere un film al cinema, fare un trekking a Monte Pellegrino, e un po’ mi viene da piangere. Ma tant’è: mi passerà quando vorrà. Intanto, mi rimetto a letto e ricomincio a mugugnare.

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