Esiste il silenzio.

La quarantena sta facendo uscire fuori il peggio di me; sono più ansiosa e asfissiante del solito, ho poca pazienza, lavoro lentamente e con scarsa attenzione, invece di dormire passo ore a guardare la gabbia di Anastasia e a dirle Anastasia Anastasiaaa finché lei si scoccia e mi morde. Sono poco lucida e molto esasperata, perdo facilmente la testa, le chiavi di casa, il dispenser di gel disinfettante per le mani, il caricabatterie del telefonino. Oscillo tra il tedio e il fatto di non aver il tempo di fare nulla, passo dieci ore al giorno al computer e altre dieci a fare videochiamate, spiegare a mia zia come fare la spesa a domicilio, ascoltare messaggi vocali e scrivere sulla chat di cazzeggio & supporto morale che al momento è una delle nostre riserve di ossigeno. In questo mix di compulsione, maluchiffare e raggia ho recuperato un’attività ricreativa che non svolgevo da anni: gli aggaddi su Facebook. Era forse dal 2009 che non mi infiammavo per le baggianate lette sui social: anche perché, lavorando come social media blabla da dieci anni, leggo ogni giorno intere lenzuolate di stupidaggini, e ormai sono abbastanza corazzata. Però.

Però, ecco, se c’è una cosa che non sopporto, che non capisco e che forse mai capirò, è il voler fare per forza ironia su tutto. Chi è stato il primo ad aver diffuso l’assurda idea che su tutto si possa ridere? Che ogni argomento meriti una battuta? Un paio di giorni fa mi sono impelagata in una assurda discussione sul fatto che fosse o meno moralmente eccepibile dare a qualcuno dell’handicappato come parola d’offesa: e ovviamente la risposta è stata che, suvvia, dobbiamo farci una risata. Ma io per ora sono poco propensa alle risate, e in generale non penso che dare a qualcuno del disabile faccia ridere, e quindi bon, avanti il prossimo. Oggi, in una discussione dedicata alla benedizione del Papa Urbi et Orbi, qualcuno ha fatto una goffa battuta sul fatto che, dopo l’Estrema unzione, ci si sentirà meglio. Ed io, che sono una persona poco ironica, non ho avuto l’istinto di farmi una risata: ma ho pensato a quando mia nonna stava molto male, e abbiamo cercato disperatamente per un intero pomeriggio un prete che le potesse somministrare l’Unzione degli infermi, ed eravamo nella Settimana Santa e il prete non è potuto venire e mio nonno gridava al telefono e poi si è messo a piangere; e sicuramente chi ha fatto quella battuta non poteva saperlo: però il punto non è questo. Il punto non è che io, che ho vissuto questa esperienza, trovo fuori luogo questa battuta: è che la battuta è fuori luogo, e dovrebbe esserlo per chiunque.

Ecco, io quelli che pensano di essere molto simpatici e arguti facendo battute su argomenti che possono collidere con la sensibilità altrui di solito li affronto alzando le spalle e dicendo vabbe’: ma ora, che sono infastidita e di pessimo umore, sono pericolosamente portata al mandare a stendere chiunque mi capiti a tiro. Però mi chiedo, al netto del mio carattere malmostoso: davvero c’è qualcuno che trova sensato fare una (brutta) battuta su disabilità, malattie e morte? E smettiamola di crearci l’alibi dell’ironia: la frase “dopo quanti video su Tik Tok sei ufficialmente handicappato?” non è ironica, è solo stupida, offensiva, aggressiva, discriminante, fascista. Non è diversa dal dare a qualcuno del neg*o o del fr*cio. È, nella migliore delle ipotesi, un modo per manifestare la propria pochezza.

Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire”: ecco, in tempi faticosi, di quarantena, di paura, di conteggio quotidiano dei morti, forse sarebbe il caso di riflettere, prima di parlare a schiovere.

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Salvete.

Qualche giorno fa, la mia amica Ale ci ha mandato, sul nostro gruppo Whatsapp di cazzeggio&sostegno morale, un messaggio del suo professore di latino: ricordava loro di non fare tardi alla lezione online; lo ricordava, con tono piacevole e disteso, in latino. Io ho sorriso e ho scritto ad Ale e Massi e Mirella e Ste Ricordatemi che poi vi racconto della volta che ho fatto il certamen, e quindi ecco: questo è quello che mi ricordo della volta che ho fatto il certamen.

Vent’anni fa andavo a scuola, ero piuttosto brava e anche parecchio infelice; ero arrabbiata e solitaria, innamorata della persona sbagliata, sempre in conflitto con il mondo e in cerca di un angolo di serenità. Avevo poche soddisfazioni: una di queste era prendere bei voti, con assiduità e scarsa fatica.

Non avevo mai sentito parlare di certamen, in quegli anni: poi un giorno la professoressa di latino ci aveva detto che avrebbero selezionato delle persone dalle ultime classi e le avrebbero sottoposte a un test, e io ero tra quelle, e poi era venuto il bidello in classe, durante l’ora di geografia astronomica, e aveva detto La vicepreside ti vuole parlare, e io mi ero molto agitata e avevo pensato che volesse dirmi qualcosa di brutto, ma invece la vicepreside voleva dirmi che avevo passato la selezione e che, appunto, sarei andata a fare il certamen: che è una competizione di latino che si svolge ad Arpino, si chiama Certamen Ciceronianum Arpinas, ed è una discreta figata. Al certamen sono andata con la mia professoressa di latino e con un ragazzetto sconosciuto della mia scuola: un biondino serioso che disse a mia madre all’aeroporto Guardi che se vuole le dico se sua figlia fuma, e mia madre, che odia i secchioncelli e i delatori, aveva risposto M’hann ‘a accire’. Avevamo preso un aereo e poi un treno e arrivati lì ci avevano portati in un albergo enorme, e avevano detto che ci sarebbero state assegnate camere da tre, e io avevo già fatto amicizia con una ragazza pisana simpatica e il tipo della reception ci aveva detto che serviva una terza persona in camera con noi, così mi ero girata e avevo detto a nessuno in particolare Chi vuole stare in camera con noi?, e una persona mai vista aveva detto Vengo io, se mi volete: e si chiamava Alessandra, e per anni ci siamo continuate a sentire per mail e anche adesso siamo in contatto su Facebook.

Sono stati giorni folli e assurdi, quelli del certamen: e mi ricordo solo sprazzi, come lo striscione con scritto Salvete che ci accoglieva in città, o i giovani cadetti della Nunziatella in alta uniforme, o i seminaristi con le toghe, o le foto davanti alla statua di Cicerone; e giovani da tutta Europa, tantissimi, buona parte dei quali parlava fluentemente in latino: ed erano bravissimi i polacchi, i rumeni, mentre noi italiani arrancavamo. Mi ricordo il concerto di benvenuto e un uomo che chiedeva al tipo seduto accato a me se se la sentiva di assistere il pianista e girargli le pagine dello spartito: e il mio sollievo all’idea che lo avesse chiesto a lui perché, se invece lo avesse chiesto a me, non avrei saputo come fare.

Ricordo la mattina della versione, i ragazzi che venivano in aula con tre o quattro vocabolari diversi per avere più sfumature di significato, e io che avevo solo il mio fido Calonghi che era stato di mio padre e prima ancora di mia zia; e la merendina e il succo sotto il banco, perché avevamo tantissime ore per tradurre e non potevamo portare cibo da fuori. Ricordo che quella versione l’ho di certo sbagliata, non lo so: ci hanno comunicato solo i nomi dei primi dieci, e non ero tra questi, ma non me ne importava molto. E poi la festa di chiusura, e il poster che ci hanno regalato, dove c’era un lungo discorso in latino sui genitori e il rispetto degli anziani e un recente caso di cronaca nera. Ho ancora da qualche parte l’albo ufficiale e, appeso tra i miei badge del lavoro, c’è quello col mio nome e il nome della scuola che ho indossato in quei matti giorni.

È stata una delle cose più belle e assurde ed esaltanti della mia vita.

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Risorse essenziali.

Per la prima volta da quando questo blog esiste, mi stavo scordando di scrivere il mio post settimanale; ci sono state tante volte in cui ho bigiato: per motivi di lavoro, perché avevo il cuore in pezzi, perché ero in viaggio, una volta pure perché ero a un matrimonio. Fino a poco più di un anno fa, la Mate controllava con puntiglio che non saltassi un sabato, e un paio di giorni prima mi ricordava di iniziare a pensarci, a cosa scrivere, ché lei scuse del tipo Non ho avuto tempo o Non ho idee non ne avrebbe accettate; poi è stato il Gp a ricordarmelo, a settimane alterne, e stavolta lui se l’è scordato e, novità assoluta, anche io. Me lo sono scordata perché, come tutti, sono chiusa in casa da quasi una settimana, e lavoro e mangio e dormo e mi faccio la doccia e sto al telefono a orari bislacchi, e ho perso la cognizione precisa del tempo e non ricordo più che oggi è sabato.

Considerato il mio stato di ansia abituale, mi chiedo come Ste non mi abbia ancora uccisa a colpi di cucchiano dello yogurt. Sono più noiosa, piagnucolosa, ripetitiva e assillante del solito; come quasi tutti, avevo iniziato questo periodo di clausura forzata dicendo Sono a casa mia, va tutto bene, mi riposo un poco, tanto ho Netflix. Poi ho scoperto che molte cose, invece, mancavano: perché io, che sono solitamente ossessiva e portata all’accumulo, con gli anni avevo imparato a non riempire troppo la dispensa e a non acquistare tonnellate di roba superflua. E quindi, eccomi a mangiare minestra di zucchine da lunedì scorso, ché in frigo abbiamo poco altro; ci mancano gli assorbenti e non abbiamo una grande scorta di cibo per Anastasia, e in casa non c’è comfort food, perché io sono a dieta da sempre e Ste mangia solo petto di pollo e rucola e limoni e cocacola e quindi le cose buone non le compriamo mai. Quindi al momento niente Nesquik, niente cioccolato, niente arance; abbiamo provato a ordinare la spesa a domicilio, ma per ora non accettano prenotazioni, e poi costa uno sprilione, accidenti.

Però, ecco, una cosa non ci manca: abbiamo un sacco da leggere; peccato che, nei momenti di ansia, trovare la concentrazione non sia il mio forte. L’unica cosa che riesco a seguire con un minino di attenzione sono i gialli: e quindi mi sto dando da fare per recuperare alcuni di quelli di Maurizio de Giovanni che avevo colpevolmente messo da parte. Ho terminato in una manciata di giorni Dodici rose a Settembre, di cui avevo letto una dozzina di pagine alcuni mesi fa e che poi avevo scartato senza un reale motivo; è un giallo brillante e ben costruito e ha un bel ritmo, e mi piacerebbe leggerne altri con gli stessi personaggi, io mi affeziono molto e amo la serialità. Poi ho iniziato Sara al tramonto, che al momento ha un poco meno smalto del precedente ed è parecchio cupo, ma de Giovanni è un professionista e il suo mestiere lo sa fare, e quindi vado avanti e spero che mi tenga compagnia in questi giorni bizzarri. Ho anche il seguito, Le parole di Sara: dovrei essere coperta per una settimana almeno. Sempre che Ste non mi uccida prima, è ovvio.

(In questo momento complicato per l’intera Italia, posso solo sperare con tutte le mie forze che stiate tutti bene, in qualsiasi luogo vi trovate. Forza, andrà tutto bene. O almeno, lo spero di cuore).

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La vita del vagabondo.

Dopo qualche giorno di silenzio, in cui ho seguito Mohamed da lontano, attraverso i messaggini di una persona della Comunità di Sant’Egidio che lo vede e sente spesso, oggi l’iraniano malmostoso mi ha chiamata un numero allarmante di volte. Il telefonino non funziona!, mi ha urlato in un orecchio in tono drammatico appena gli ho risposto: e ci sono voluti parecchi minuti perché riuscissi a convincerlo che, se in quel momento stavamo parlando, era perché invece il telefonino funzionava regolarmente. Allora funziona, ma solo se ti chiamo io, non posso ricevere!, mi ha comunicato sempre più agitato e per nulla persuaso delle condizioni del suo vecchio e derelitto alcatel. Abbiamo quindi fatto una prova: interrotto la comunicazione, ristabilita su mia chiamata. Mi ha risposto trafelato, al primo squillo, strepitando Lo vedi che non va?!, e anche questa volta ci sono volute calma e lucidità per convincerlo che non c’era proprio nulla che non andasse. L’argomento telefonia è stato dibattuto a lungo: sono state analizzate n+1 variabili che dimostrassero che il cellulare era guasto, da Non prende quando sono nella tenda a Non prende quando ci sono i gatti accanto a me, per finire con un trionfale Prende solo se parlo con te. Accantonati i telefoni, la chiamata ha raggiunto l’assetto abituale: io ho fatto l’ansiosa e subissato Mohamed di raccomandazioni, dal non fare avvicinare le persone a meno di due metri – Ma tanto qui non viene nessuno! – al lavarsi le mani spessissimo – E va bene, lo senti? Sono alla fontanella! – al non condividere con altri sigarette, bicchieri o bottiglie – Ma questo non lo faccio mai, non sai mai chi hai accanto in strada, sono tutti drogati e malati! Non si beve dal bicchiere degli altri! – all’aspergersi con copiosa amuchina – Tranquilla, me l’hanno portata quelli della Croce rossa, ho scorta per me e per i gatti!, No, Moha, i gatti no! Non mettere Shabe nell’amuchina, le fa male!

E come sta tua madre?, mi ha chiesto a un certo punto: perché lui sa che mia madre è immunodepressa, e che finché non passerà l’epidemia non ci vedremo, e che sono atterrita e non chiudo occhio da due settimane per questo. Come sta, eh?, mi ha ripetuto, e io gli ho detto Tutto bene, Moha, ma è in isolamento a casa, e lui mi ha detto E tuo padre?, e io ho detto Anche lui, e Mohamed ci ha pensato su qualche minuto e mi ha detto Devi prenderti cura dei tuoi genitori, loro ti hanno cresciuto, e io gli ho risposto che sto facendo del mio meglio per farlo, e mi sono sentita molto triste e impotente e sola e sull’orlo del panico, come ormai sono sempre da parecchi giorni.

Poi, quando ero sul punto di mettermi a piangere, si è sentita una voce che farfugliava, e poi Mohamed che gridava e diceva No no vattene subito!, e io mi sono ovviamente spaventata e gli ho chiesto che stesse succedendo: e lui mi ha detto che il ragazzo che guarda le macchine nella piazzetta, che di solito gli chiede soldi, gli ha portato un euro e dieci. Ma dai, che gentile!, ho commentato con gli occhi a cuoricino. Gentile?! Domani me li chiederà di nuovo!, ha esclamato Mohamed con tono burbero. E perché?, gli ho domandato. È la vita del vagabondo, questa, Stelluccia, mi ha risposto. Non potrai capire mai, ma ti voglio bene lo stesso e, almeno per telefono, ti mando un abbraccio e un bacio.

(Poi, insensatamente, due ore dopo mi ha chiamata di nuovo per dire che il telefono non funzionava, ma questi sono dettagli).

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Call me!

Stelluccia, hai sentito di questo nuovo virus?, mi ha chiesto ieri Mohamed al telefono: perché lui vive in un universo parallelo in cui i cani parlano e siamo tutti spiati da sconosciuti che si spacciano per passanti con la borsa della spesa ma sono in realtà subdoli appartenenti ad oscuri servizi segreti stranieri che vogliono metterci sotto controllo i telefoni, ma riesce anche ad essere attento e preciso e aderente alla realtà, per cui sa sempre se il Palermo ha vinto, se il sindaco è andato all’inaugurazione del nuovo parcogiochi a Bonagia, se la Sharapova si è ritirata dallo sport professionistico o se c’è una nuova epidemia che sta gettando mezza Italia nel panico. Allora, hai sentito di questo nuovo virus?, mi ha chiesto, senza sapere di stare toccando un nervo scoperto. Certo, che l’ho sentito, Moha!, ho gridato – non solo per isteria, ma anche perché è piuttosto sordo; l’ho sentito, e sono anche piuttosto preoccupata, ho confessato.

Puoi stare tranquilla, mi ha rassicurata lui, che è bravissimo quando si tratta di prendersi cura di qualcuno, e appena vede un momento di debolezza entra immediatamente in modalità da accudimento. Non aver paura, mi ha detto: basta che non abbracci o baci nessuno, e soprattutto che non ti fai toccare i capelli. I capelli?, gli ho chiesto, pensando di non aver sentito bene, perché come sempre il vento, i camion di passaggio, la sigaretta tra le labbra, al telefono con Mohamed non si capisce mai molto; i capelli?, ho ripetuto: e lui mi ha confermato che sì, si riferiva proprio ai capelli; e io li tengo sempre legati, i capelli, e non me li tocca mai nessuno, anzi, quasi nessuno li vede, e ci sono persone che conosco da anni che non sanno neanche quanto sono lunghi, e davvero non capisco da dove gli sia venuta in mente questa bizzarra strategia di profilassi, ma tant’è: mi atterrò al metodo scientifico made in Iran di Moha. Giù le mani dai miei capelli, please.

Abbiamo cambiato argomento e, dopo molti minuti di chiacchiere, in cui abbiamo parlato di gatti, di cellulari malfunzionanti, del tipo che ha un furgone di panini e che staziona vicino alla tenda, dello stigghiolaro all’angolo e del colore del mare all’alba, ho comunicato a Mohamed che per ora ci vedremo meno: e lui ha brontolato moltissimo, si è lagnato del mio lavoro, ha provato a blandirmi, a dirmi che doveva farmi vedere misteriosissime cose di cui non poteva parlare al telefono, a spaventarmi dicendo che non gli bastano i soldi per le pile della torcia, e se non me le porti resto al buio; poi gli ho spiegato che non posso andarci perché mia madre è molto immunodepressa, e io sono più nevrotica del solito, e di andare in un posto dove nessuno si lava le mani dal 1998 per ora non me la sento. Lui ha capito e si è ritirato in buon ordine, augurandomi ogni bene per tutta la famiglia. Abbiamo iniziato quindi la lenta procedura di congedo, quella in cui io di solito gli dico che ora devo davvero andare e lui invece vuole raccontarmi per forza del viaggio in Pakistan che ha fatto nel 1973 con tre amici e suo fratello minore. Questa volta sono stata io a prendere tempo; sono preoccupata per te, Moha, gli ho detto: perché tu non hai la possibilità di lavarti assiduamente le mani, e poi accanto alla tenda passano sempre persone sconosciute e poco raccomandabili che frugano tra le tue cose, e c’è freddo e umidità e la prossima settimana piove, e quindi attenzione, ti raccomando, l’amunchina, il sapone, oddio ti servirebbe anche uno shampo, hai del disinfettante? E poi non parlare con nessuno, non baciare nessuno, non stare vicino a nessuno, gli ho detto sempre più angosciata, mentre lui cercava di sovrastrami dicendo che no, non abbraccerà né bacerà nessuno, tanto lui vuole stare solo con i suoi gatti e gli altri farebbero meglio a girare al largo. Soprattutto, gli ho detto per concludere, non abbracciare per nessun motivo Consuelo: che è una nostra amica, molto affettuosa e assidua e protettiva, che in settimana dovrebbe andarlo a trovare; non abbracciarla, eh!, gli ho detto: guarda che lei ha avuto da poco la febbre. Ma che c’entra, lei ha avuto la febbre, ma non per il virus: l’ha avuta perché è vecchia!, mi ha comunicato lui con fare trionfale, e ha messo giù il telefono.

Io ho preferito far finta di niente, ho detto ciao ciao e stop: ma spero che non gli venga in mente di dire questa frase a Consuelo (che, per la cronaca, è anche più giovane di lui).

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Se non ti cerco io.

Disgraziata, se non ti cerco io!, mi ha gridato oggi al telefono Mohamed: e rideva forte e, ne sono sicura, si dava pacche sulle gambe, perché lui, quando è contento, ride e si dà pacche sulle gambe e poi finge di dare un pugno sul braccio alla persona alla sua destra, e spesso la colpisce con più veemenza del necessario e le fa anche male.

Stelluccia, se non ti cerco io!, ha urlato, ed era contento, oggi, Mohamed: perché finalmente ha di nuovo un telefono, anche se è un vecchissimo modello azzurro a conchiglia, di quelli con i tasti grossi e lo schermo piccolo in cui non si possono tenere in memoria più di dieci o quindici messaggini, ma tanto a lui non importa perché i messaggi non li sa mandare, anche se ho cercato di insegnarglielo molte volte. Era contento, Mohamed, e mi ha raccontato che suo fratello gli ha telefonato dall’Iran e sono stati a parlare per più di due ore, Ma non posso dirti quello che ci siamo detti, sono cose nostre.

Se non ti cerco io!, mi ha ripetuto, e ha ragione: perché per ora lavoro molto e mi sento sempre stanca e ho poco tempo, e quindi non ci vediamo da un po’; ma Mohamed, che ha capito che il senso di colpa con me non fa il suo dovere e mi rende invece astiosa e scostante, invece di rinfacciarmi assenze e disattenzioni mi ha telefonato per fare due chiacchiere e raccontarmi che domani gli daranno il passaporto nuovo, e Che me ne farò di tutti questi documenti?, ha biascicato, perché sicuramente aveva la sigaretta tra le labbra; Che ci devo fare, eh, col passaporto? Mica voglio partire, diceva, ed era incredulo per lo spreco, ma anche un po’ compiaciuto, perché a lui un tempo piaceva molto viaggiare, e adesso gli piace molto raccontare i suoi viaggi, l’Afghanistan, l’Iraq, la Turchia, la Germania dove non capiva nulla di quello che gli dicevano, e la Jugoslavia con le colline e i paesini, e il Mar Caspio e l’Adriatico e poi il Tirreno, lui ama il mare.

Se non ti cercassi io chissà se ti ricorderesti di me, ha detto Mohamed: perché lui parla un italiano bizzarro in cui non ci sono gli articoli determinativi e le preposizioni articolate ma ci sono il periodo ipotetico e la consecutio temporum. Dovresti portarmi una nuova rubrica telefonica, mi ha detto qualche giorno fa: e oggi me lo ha ribadito, Perché quella che mi avevi regalato non ce l’ho più da quando mi hanno saccheggiato la tenda, ha concluso: e io ho riso e gli ho detto che non sentivo parlare di saccheggi da quando non leggevo dei Lanzichenecchi sul sussidiario di scuola.

Se non ti cerco io, ha detto Mohamed con tono pensoso, ma poi ha sorriso nel suo modo sghembo e Sono felice che l’altra volta mi hai portato la mamma, è stato un onore per me, ha confessato: e mia madre, che era seduta accanto a me in macchina, ha sentito e ha gridato Anche io sono stata felice di vederti, Mo, e lui gridava che accidenti se era felice lui, e mia madre ripeteva che era più felice lei, e in questo loop di felicità gridate attraverso le mie orecchie ho pensato che avremmo potuto rimanere incastrati per sempre.

Devo andare, Moha, ma vengo presto a trovarti, ho concluso: e lui mi ha detto Che bello, grazie, ho proprio voglia di vederti, e anche io, in quel momento, sono stata felice.

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Libri che fanno paura.

Che io abbia una smisurata paura dei libri è cosa risaputa; da quando, bambina, costrinsi i miei genitori a relegare in cantina una copia illustrata di Biancaneve perché l’espressione arcigna dei sette nani mi atterriva, l’elenco dei libri che mi hanno spaventata e che per questo sono stati occultati nell’armadio sotto pile di coperte o regalati ad amici temerari è lungo e variegato. Col tempo, ho imparato ad auto-censurarmi, a negarmi bei romanzi per paura della paura, a chiedere approfonditi dettagli e spoiler a chi aveva letto il libro prima di me. Solitamente, con tutto questo lavoro preliminare di analisi e spionaggio – sei sicura che non faccia paura? Non è che qualcuno, a un certo punto, si punge con un fuso? – riesco a evitare di incappare in libri troppo spaventosi. Solitamente. Ma stavolta, invece, accidentaccio no.

Mi sono imbattuta in un articolo in cui venivano elencati una serie di romanzi per adolescenti; il presupposto era che i ragazzi non leggono perché vengono proposti loro libri obsoleti, o moralisti, o scritti a scopo educativo-istruttivo, o semplicemente noiosi. Perché non provare a individuare per loro, si chiedeva l’autrice, romanzi diversi? Romanzi attuali, ben scritti, con tematiche adatte alla loro età, dirompenti, fuori dagli schemi, che toccano corde profonde dell’animo e, perché no, che facciano paura? Che facciano paura: era specificato, ma io, che sono sempre in cerca di stimoli nuovi e di bei libri, ho scorso famelica la lista e ho pensato che dai, su, non ho sedici anni, una cosa che fa paura a un ragazzino non la farà anche a me, no? Ho letto le trame, ho cercato pareri online, ho scorso recensioni, ho scelto: e poi ho letto da cima a fondo Bunker diary di Kevin Brooks, e sono morta di paura.

Il libro parla di un ragazzino, Linus, che viene rinchiuso da un ignoto sequestratore in un bunker, appunto. A me, di solito, questo genere di libri non fa molta paura; pensavo di trovarmi davanti a qualcosa di simile a Stanza letto armadio specchio di Emma Donoghue che è un libro bellissimo, pieno di speranza. E invece.

+++ATTENZIONE SPOILER!+++

E invece questo libro è terribilmente spietato, e racchiude al suo interno le cose che temo di più: il fuoco, i cani aggressivi, la crudeltà gratuita. I personaggi riunchiusi con Linus nel bunker, cinque persone tra cui una bambina, moriranno tutti: e moriranno male, come si dice in siciliano, tra orrendi dolori e nell’assoluta mancanza di senso. Morirà anche Linus, alla fine: e noi non sapremo mai da chi sono stati sequestrati, e perché; non sapremo se il rapitore senza volto ha scelto le sue vittime con un piano preciso o se le ha raccattate per caso, semplicemente perché si è imbattuto in loro per strada. Non sapremo dove sono stati tenuti, i sei malcapitati, e perché alcuni comportamenti venissero puniti e altri premiati, senza alcuna riconoscibile logica; non sapremo neanche perché, di punto in bianco, sono stati abbandonati alla morte per inedia: e questa mancanza di spiegazioni, questa conclusione mozzata, aumenta il mio senso di disagio. Per la prima volta, sento di non capire cosa l’autore di un libro volesse dire; di cosa ha parlato, e perché a me sfugge? Era tutta una metafora – ad esempio, della Shoah, con la sua immotivata violenza rivolta anche ai bambini, con la sua mancanza di senso, con l’assoluta e brutale ingiustizia e inspiegabilità che la caratterizzano? Queste persone rinchiuse in un luogo fuori dal mondo, alla mercè di un incomprensibile sconosciuto, erano forse le vittime dell’Olocausto? Ma questa lettura metaforica non si evince da nessuna parte; e allora, che senso ha questo romanzo? Di cosa stiamo parlando? Della cattiveria, della casualità della vita? Dell’adattarsi alle circostanze? E a che scopo, se poi comunque si muore? Fino a un certo punto, mentre procedevo con la lettura, ho pensato che il nucleo della narrazione fosse lo stimolo a cooperare: e infatti, i personaggi che non collaborano muoiono malamente per primi. Ma, ecco, mi aspettavo che gli altri riuscissero a trovare un escamotage per scappare, o per continuare a vivere nel loro mondo parallelo: e invece no, muoiono tutti, anche la piccola Jenny, che è solo una bambina indifesa, anche Linus, che è un ragazzino buono, animato da un profondo senso di giustizia, pratico, fattivo, sensibile. Muoiono, nel silenzio di un bunker, senza una parola, senza che nessuno ne sappia nulla. E io non capisco, non capisco come questo libro abbia vinto premi prestigiosi, come possa essere piaciuto a moltissimi lettori, cosa abbia da dire a un pubblico di adolescenti: e questo aumenta la mia paura, il mio sgomento, il mio malessere quasi fisico.

Ho cercato, in rete, di confrontarmi con qualcuno che abbia letto questo libro: ma finora non ho trovato nessuno che mi aiuti a fare chiarezza, solo generiche lodi al libro per la sua capacità di avvincere – che non nego, assolutamente.
Cerco volontari: chi legge questo libro per parlarne insieme?

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Di bambini, di futuro, del 2020.

Qualche sera fa sono stata a cena con un gruppo assortito e numeroso di conoscenti: persone giovani, colte, intellettualmente vivaci, genericamente di sinistra, blandamente impegnate nel sociale, in larga parte simpatiche. Una delle presenti ha portato con sé la sua bambina di un paio d’anni.

La serata è stata quanto di più ovvio e consueto ci sia: chiacchiere varie ed eventuali, cibo discreto, molte birre fighe. A un certo punto, la conversazione si è incanalata sui mestieri artistico-culturali, considerati causa di frustrazione, di stipendi risibili e di conseguente, motivata stronzaggine; un coro di persone si è affollato intorno alla bimba per dirle scherzando di non farsi fregare: non sposare mai uno scrittore o un fotografo, non fidarti! e via di consigli ironici: meglio un idraulico, meglio un falegname, che ne dici di un impiegato delle poste? anche un tappezziere può essere un buon partito.

Grandi risate da parte di tutti. Ma.

Ma è scontato che una bambina, da grande, sposerà un idraulico o uno scrittore, e non un’idraulica o una scrittrice. È scontato anche se siamo in un ambiente di sinistra, anche se tutti sono tranquilli e bendisposti, anche se nessuno farebbe mai una battuta omofoba, anche se nessuno, sapendo che ho una compagna, mi tratta in modo diverso da come mi tratterebbe se sapesse che ho un compagno. È comunque scontato.

E il fatto che nel 2020 sia ancora scontato mi spaventa un poco e intristisce moltissimo: perché, al di là dell’omofobia becera e violenta, al di là delle frasi sessiste e delle accuse di mancanza di ironia quando a quelle frasi si risponde a muso duro, al di là della gente che si impressiona vedendo Achille Lauro in tutina scintillante a Sanremo perché esce dagli schemi del binarismo di genere eteronormato, c’è comunque una narrazione che influenza e suggestiona: che è quella secondo cui, se sei una ragazza, avrai un ragazzo; e se invece vorrai avere una ragazza magari va bene lo stesso, ma sarà qualcosa di strano, di cui dovrai decidere di parlare con i tuoi genitori, e che loro sceglieranno di accettare o no. Dovrai sostenere la tua scelta, dovrai motivarla, sentirti dire che forse sbagli, sentirti chiedere se sei sicura: e non c’è niente di più stancante, per un ego in costruzione, che sentirsi costantemente mettere in discussione.

Sarà qualcosa che condizionerà la tua adolescenza, questa narrazione: che ti porterà a chiederti se la tua migliore amica sarà disagio con te, conoscendo la tua vera natura. Che ti farà vivere come un segreto complesso e scabroso una tenera e banale cotta da intervallo scolastico: perché da sedici anni ti senti dire che avrai un ragazzo, perché sei femmina e quindi ovviamente, in quanto tale, ti interessano i maschi. Che ti farà sentire sbagliata e a disagio, perché non corrispondi a quello che viene detto di te da quando ne hai memoria. Che ti farà pensare di doverti conquistare e meritare il rispetto e l’amore degli altri, e di dover ringraziare se, nonostante tutto, continueranno a volerti bene. Ti appesantirà, ti affaticherà. Sarà un gap che porterai con te per sempre.

Ecco, a me questo mette una profonda tristezza.

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Di quando finii per la prima volta in commissariato (e non avevo ancora dieci anni).

Quando ero piccola, abitavo con i miei genitori in un quartiere residenziale: uno di quelli con i palazzi bassi e i giardini e le macchine che corrono veloci sullo stradone, con l’edicola e il bar e la merceria ma niente scuola, o almeno, non abbastanza vicina da raggiungerla a piedi. Per questo, i miei genitori mi avevano iscritta, dopo un faticoso biennio in una scuola di frontiera in cui ero tre anni più piccola della media dei miei compagni di classe, ad un’elementare che si trovava a qualche centinaio di metri da casa dei nonni. Il meccanismo era semplice: mio padre mi accompagnava in auto ogni mattina, mi lasciava a scuola una buona mezz’ora prima dell’orario di ingresso e andava al lavoro. All’uscita, lo scuolabus mi scodellava dalla nonna, dove ingurgitavo un pasto completo di tre portate, frutta, pane, caffè e cioccolatino a tappe forzate, guardavo Non è la Rai o La ruota della fortuna cominciando a fare i compiti e aspettavo che mio padre venisse a recuperarmi per portarmi a ginnastica artistica e poi di nuovo a casa. Il viaggio di ritorno sullo scuolabus lo facevo con i miei cugini: tutti e tre frequentavamo la stessa scuola e loro, con mia somma invidia, abitavano nel palazzo della nonna.

Lo scuolabus era un pulmino volkswagen grigio chiaro guidato da un sessantenne burbero e ammaccato; a me sembrava vecchissimo e faceva molta paura. Il signor Mandalà guidava con espressione imbronciata, ci faceva salire sullo scuolabus con espressione imbronciata, si rivolgeva a noi, in qualsiasi situazione, con espressione imbronciata. Aveva la tendenza a caricare sullo scuolabus un numero di bambini nettamente superiore alla reale capienza del pulmino; io e i miei cugini, ad esempio, occupavamo in tre due posti: Tanto quella là è piccola, diceva il signor Mandalà indicando mia cugina, stringetevi e lei si siede in braccio. Ogni giorno uscivamo da scuola alle 12:30 e prima delle 13 varcavamo la soglia del portone della nonna, salutavamo il signor Carbone, l’anziano portinaio a cui eravamo molto affezionati, e ci accingevamo a salire sei piani a piedi con le cartelle sulle spalle, perché la nonna, ligia alle regole, non ci lasciava prendere l’ascensore da soli, dato che nella cabina c’era un cartello che recitava È vietato l’uso dell’ascensore ai minori di anni 12 non accompagnati, e nessuno di noi tre aveva più di dodici anni.

Solitamente il viaggio da scuola a casa avveniva senza intoppi: noi bambini scambiavamo figurine o bisticciavamo, il signor Mandalà si lamentava delle nostre intemperanze, mia cugina si lagnava, mio cugino cercava di convincermi a giocare a carta forbice pietra. Un giorno, però, un giorno di inizio primavera – andavo in terza elementare – un’auto della polizia decise di fermarci. I documenti del signor Mandalà furono accuratamente controllati, e purtroppo qualcosa non andava; ci vollero interi quarti d’ora per capire cosa non funzionasse: interi quarti d’ora in cui tutti noi rimanemmo sul pulmino, fermo a un angolo di strada, mentre il signor Mandalà spiegava il suo punto di vista e i poliziotti stavano in silenzio e scuotevano la testa. La situazione sembrava grave e il signor Mandalà fu invitato ad andare in commissariato: e ci andò col pulmino e tutti noi a bordo. Tutti noi che ovviamente, all’inizio degli anni Novanta, non avevamo un telefonino o qualcosa di simile per chiamare la famiglia. La nonna, a casa, aspettò a lungo; poi iniziò a preoccuparsi. Anche il signor Carbone, non vedendoci arrivare, si preoccupò, e citofonò alla nonna per sapere se ci fossero nostre notizie. La nonna non ne aveva, e non sapeva a chi chiederle; il nonno era fuori città, tutti i nostri genitori erano al lavoro, il custode della scuola, consultato per telefono, confermò che sì, eravamo saliti sul pulmino molto tempo prima; i vigili, raggiunti anche loro per telefono, non sapevano come aiutarla: non c’erano stati incidenti nelle strade intorno alla scuola. Finalmente, quando ormai le due del pomeriggio erano passate da un pezzo, una solerte poliziotta telefonò alla nonna dicendo Signora, lei ha tre nipoti che fanno le elementari alla scuola Madonie? Questo è il commissariato San Lorenzo, i bambini sono qui. Mi sono sempre domandata come la nonna sia riuscita a mantenere la calma e venirci a recuperare con la sua 126 azzurra: ma era così preoccupata e affannata che aveva il cappotto sul grembiule e il telecomando del televisore in tasca. Facemmo il nostro ingresso trionfale a casa alle tre: il signor Carbone ci aspettava davanti al portone con aria perplessa.

Di quel giorno ricordo solo la fame e la noia, e mia cugina che sfogliava l’album con le figurine della sirenetta, e la nostra preoccupazione all’idea della nonna sola in casa ad aspettarci. Alcuni dei bambini che erano con noi si spaventarono molto, altri considerarono la giornata un simpatico diversivo; di uno non si riuscirono a rintracciare per telefono i genitori e fu riaccompagnato a casa con la volante. Ancora adesso mi chiedo come mai a nessuno venne in mente di far finire il giro di consegna alunni al signor Mandalà prima di portarlo in commissariato, né di offrirci un panino o un succo di frutta. Fu una delle giornate più assurde della mia vita.

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In frittata we trust.

Il mio amico Massi dice che non parlo di frittate su questo blog da troppo tempo: e io, per dimostrargli che non è vero, ho deciso che oggi parlerò solo di questo, con buona pace della mia dieta, del colesterolo, dei cultori dell’alta cucina e dei vegani.

Nella mia famiglia, quando ero piccola, c’era una marcata distinzione tra le cose “da grandi” e quelle “da bambini”. I grandi potevano bere attaccandosi alla bottiglia, dire parolacce, scegliere di non andare alla spiaggia o di non mangiare la cotoletta, avere il gelato al caffè per merenda, camminare in giro per casa senza pantofole, fare la doccia e lasciare i capelli bagnati, guardare Giochi senza frontiere fino alla fine della puntata. I bambini, invece, non potevano fare tutte quelle cose lì, ma in cambio ci era concesso di mangiare il budino al cioccolato a metà mattina, guardare la tv a letto la domenica, fare i tuffi dal pedalò, tornare dal mare in calzoncini e costume senza mettere la maglietta, andare a prendere il pane in bicicletta, guardare Non è la Rai.

Una cosa prettamente da adulti – e che io, in quanto tale, ammiravo moltissimo – era mangiare la frittata di maccheroni. In realtà, penso che questo divieto nasca da un enorme malinteso: la frittata di maccheroni a noi non era realmente preclusa; solo, veniva preparata con gli avanzi della pasta (spaghetti, che venivano cotti in abbondanza solo a quello scopo) per chi aveva fatto molto tardi e mangiava dopo, quando tutti gli altri avevano finito. E dato che ad arrivare in ritardo e mangiare dopo non ero mai io, che tornavo da scuola con lo scuolabus e che ho fatto tardi solo una volta perché ci avevano portati tutti in commissariato, non io, dicevo, ma solitamente mio padre, che smontava dal turno di guardia nel primo pomeriggio e ci raggiungeva quando i grandi erano al caffè e noi bambini stavamo già faacendo i compiti, era a lui che veniva fritta in padella la pasta, amalgamata con un uovo e una buona spolverata di parmigiano e girata dalla nonna con un rapido colpo di polso, ooop!, come adesso faccio io. Lo invidiavo biecamente, per la frittata, che era molto più gustosa e succulenta del nostro piatto di pasta, e perché mangiava da solo e tutti gli stavano intorno e gli domandavano del lavoro e gli chiedevano se era stanco e se voleva altra acqua, la frutta, un poco di insalata, e gli portavano via il piatto per non farlo alzare perché aveva detto prima che sì, era molto stanco.

A noi bambini la frittata di maccheroni veniva proposta in un’unica occasione: quando andavamo in gita e, al posto dei panini, veniva preparata una frittata tonda e alta che ci veniva messa nello zainetto, tagliata in quarti, avvolta nella stagnola, accanto alla borraccia, alla mela e al ciocorì. Mi piaceva un sacco.

Ad oggi, la frittata è, insieme alla pizza e alle barrette lindt al latte e caramello che mi compra Ste, il mio comfort food per eccellenza. Un buon bocconcino di rimacinato, farcito con un’ottima frittata, ben condita e profumata di basilico e maggiorana, è il mio personale antidoto all’inverno, al freddo, al troppo lavoro, alle persone che mi riversano addosso insoddisfazioni e negatività, al mal di piedi e al pessimo umore. God bless frittata.

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