Incomprensioni, ovvero quando sei arrabbiata con un amico.

Sono un po’ arrabbiata con Mohamed. Alcune settimane fa abbiamo avuto una brutta discussione e mi sono infuriata e, ecco, ce l’ho con lui; meglio, ce l’avevo con lui, perché è passato del tempo e io solitamente mi offendo e rimango delusa e ferita facilmente, ma altrettanto facilmente decido di passarci sopra: non di dimenticare, ma di stornare la rabbia e andare avanti, fosse solo per metterla in serbo per la prossima volta che mi sentirò offesa con quella persona e aggiungerò la rabbia vecchia a quella del momento, così, per buon peso.

Non è stato facile, in queste settimane, essere infuriata con lui: perché farsi negare al telefono e rifiutare le chiamate e non andare a far visita a un amico è già di per sé pesante, ma lo diventa ancora di più se quell’amico è solo, triste e in una situazione di costante pericolo e disagio. Entrano in gioco un sacco di sentimenti, in una situazione come questa; ci sono grandi dosi di senso di colpa, perché io ho una famiglia amorevole e amici che mi supportano e tre lavori stancanti ma divertenti, e una casa e una macchina e molti libri e uno zerbino su cui pulirmi le scarpe, un divano dove sdraiarmi a guardare la tv, un albero di Natale pieno di luci e palline e un tavolino su cui poggiare i piedi e un plaid in cui avvolgermi, e lui ha solo una tenda sbilenca piena di cianfrusaglie e cibo per cani e uova sode e coperte bagnate di pioggia; ci sono ansia e preoccupazioni, perché è quasi inverno, e quindi il vento, la grandine, la tenda che vola, le scarpe piene di fango, che farà Mohamed in questo momento? Si starà riparando dalle raffiche ghiacciate dietro il muro del convento? O starà vagando sotto gli alberi senza giubbotto alla ricerca di Sciagurato? C’è il bisogno di rassicurarlo, stai tranquillo Moha, andrà tutto bene, e anche di rassicurarmi: perché quando sento la voce di Mohamed, arrochita dall’influenza e dai colpi di tosse e dalle sigarette, almeno so che è vivo, che nessuno gli ha fatto del male, che la bronchite non lo ha lasciato stecchito nella tenda, e anche se sono perfettamente cosciente che le cattive notizie volano e che se gli succedesse qualcosa lo saprei immediatamente, quando penso a lui c’è in me sempre un filo di preoccupazione che corre sottotraccia, come se in qualsiasi momento la sua vita fosse in pericolo.

Sono meno arrabbiata, ecco: e quando oggi Mohamed mi ha chiamata l’ho richiamato quasi subito, anche se avevo appena finito di mangiare e dovevo ancora lavorare e poi uscire ed ero già in ritardo e. Aveva una voce terribile, Mohamed, tossicchiava e biascicava e Non preoccuparti, mi ha detto, penso di avere la febbre alta ma ce la farò anche stavolta. Ti ho chiamata per rassicurarti, ha continuato: volevo che sapessi che sto quasi bene, oggi, e io ho pensato Matri santa, chissà come stava ieri, allora, ma non gliel’ho detto. Gli ho fatto una serie di proposte secondo me ragionevoli – passare qualche notte al dormitorio, prendere dell’aspirina, coprirsi bene – che sono state scartate a priori. Abbiamo chiacchierato per qualche minuto e gli ho promesso che a breve saremmo andati a trovarlo: e lui mi ha detto Ti voglio bene, e io non gli ho risposto ma ho pensato che a questo malmostoso, scostante, presuntuoso e invadente iraniano anche io, nonostante tutto, voglio bene.

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Autunno.

Il vento molto forte.

Il rumore che fa il vento molto forte, e che ci impedisce di dormire.

Mohamed che rimane asserragliato nella sua tenda, nonostante il vento, e biascica al telefono che no, lui non sente affatto freddo, va tutto bene.

Nando che ha paura del vento e ulula sconsolato.

Il freddo.

Il piumone.

Il plaid di pile ripiegato su un angolo del divano.

Infilarsi sotto il plaid, la sera, per vedere un film, e poi non riuscire più a venirne fuori e minacciare di rimanere a dormire sul divano.

Scrivere ad Alessia per lamentarsi del freddo.

Indossare giubbotto e scarpe pesanti e sciarpetta prima di uscire di casa; il berretto di lana ancora no, ma solo per inusitato senso del ridicolo.

I negozi con gli addobbi natalizi.

L’ansia dei regali.

Non comprare ancora i regali perché prima del sette dicembre non li compro mai, per tradizione e superstizione.

La gente che si lamenta perché odia il Natale.

Io che mi lamento perché mi esasperano le persone che odiano il Natale.

L’invito a pranzo di mia zia per l’otto dicembre e mia madre che già va in panico perché non sa cosa portare.

Io che litigo con mia madre che vuole portare ventisette diverse pietanze, di cui otto a base di aragosta.

Le bancarelle con i pupetti del presepe.

Andare a vedere le bancarelle e scoprire che ho già tutti i pupetti del presepe esistenti al mondo, compreso un incongruo cocomeraio e un tipo che vende pannocchie di granturco e un canguro col cucciolo nel marsupio.

La tisana in ufficio, perché fa troppo freddo per scendere per il caffè.

Scendere comunque per il caffè, anche se fa troppo freddo.

Posteggiare molto lontano tornando a casa.

Posteggiare molto lontano, andando in ufficio, e attraversare piazza Magione sotto la pioggia lamentandomi perché ho lasciato l’ombrello in macchina.

Le fiere natalizie, i libri in uscita per Natale, la festa di Natale della casa editrice da organizzare.

Arrivare tardi a lavoro perché col freddo non riesco ad alzarmi.

Capo che alle mie rimostranze solleva un sopracciglio e dice che arrivo tardi anche in estate, anche se non è vero.

Leggere col kindle sotto le coperte per non gelarmi la mano che regge il libro, per fortuna esiste la retroilluminazione.

Il pigiama pesante, la vestaglia di pile, le pantofole con tripla imbottitura.

Le pomelie che perdono le foglie.

Mangiare lenticchie a cena.

La gente che mi chiedi come mai ho le mani così fredde e come mia sudo molto anche se sento freddo.

Soffiare ogni pochi minuti sulle mani per cercare di riscaldarle.

La stufa sotto la scrivania, in ufficio.

Stare in piedi accanto al termosifone acceso.

Il pandoro pucciato nel latte a colazione.

Mangiare dolci dopo cena giustificandomi con la scusa che col freddo ho bisogno di più calorie.

La pizza a domicilio e lasciare doppia mancia al ragazzo delle consegne che è intirizzito e ha le scarpe bagnate.

Cominciare a pensare a dove prendere le arancine per Santa Lucia.

Voglio l’estate.

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Amicizia.

Quando ho conosciuto Ste, una lenzuolata di anni fa, proprio una delle primissime volte in cui siamo uscite insieme, mentre camminavamo per le strade del centro su un marciapiede pieno di erbacce, lei mi ha detto Sai che c’è una mia amica che è andata a Sarabanda? Stasera trasmettono la puntata in tv. Sarabanda era un programma di intrattenimento dedicato alla musica, lo facevano credo su Italia 1: ci andavano persone in grado di riconoscere brani di canzoni minori dei Cugini di campagna solo con una o due note e le domande riguardavano sempre cantanti che io non avevo mai sentito nominare; inspiegabilmente, però, lo seguivo con bovina acriticità quasi ogni sera: e ovviamente l’ho guardato anche quella sera in cui mi era stato detto che ci sarebbe stata un’amica di Ste: e quindi la mia amicizia con Mirella è iniziata in una maniera bislacca, attraverso uno schermo tv, mentre io mangiavo la mia frittata per cena e lei berciava contro Enrico Papi. Molti anni dopo, anche se adesso non va più in televisione, Mirella è ancora mia amica: e io ne sono molto felice.

In questi anni è stata una presenza costante nella mia vita; ha subìto migliaia di ore di miei malumori e rummuliamenti e lamentele su argomenti svariati, il lavoro e i genitori e Nando che non sta bene e devo perdere due chili e non mi piace questa cheesecake, e si è congelata il culo accanto a me, quando Mohamed cercava di chiamare la sua famiglia in Iran e la app che stavamo usando non prendeva bene. È stata con noi in una stanza di ospedale, con una chitarra in spalla, e a un concerto di capodanno, sotto il diluvio, con un ombrello in mano, in una straniante piazza di Ragusa. Ha raccolto migliaia di ore di confidenze ed è riuscita a non farmi sentire mai giudicata: che, con una persona paranoica come me, è impresa non da poco. È stata con noi al mare, sulla cima dell’Etna mentre nevicava e c’era una nebbia terribile, in giro per Palermo sotto il sole violento di agosto, tra le stradine di Cefalù con la sabbia nelle scarpe. Ha sopportato le mie rimostranze sulla sua lontananza, i sensi di colpa variamente instillati ogni volta che mi sentivo trascurata, i musi perché Scusa sai ma sabato devo lavorare e non scendo. Ha visto me e Ste litigare e fare pace, ci ha viste crescere, singolarmente e come coppia. C’è stata, semplicemente, sempre.

Lo scorso mese è stato parecchio faticoso. Ero in ansia – cioè, ero più in ansia del solito, perché io ho sempre un sottile filo di ansia che mi scorre silenzioso sotto pelle – perché aspettavamo una risposta, una risposta importante che avrebbe potuto cambiare le nostre vite. Quando sono in ansia divento ancora più scostante e fastidiosa: vorrei essere accudita e contenuta e pensata indefessamente, mentre io, forte del mio malocarattere ormai connaturato, rispondo a monosillabi o alzo le spalle o ripeto ossessivamente la stessa frase. In questo mese di ansia, lei c’era: da lontano, per messaggio, mi ha tenuto la mano, ha opposto ragioni scientifiche al mio pessimismo cosmico, ha compreso e sostenuto e seguito e aiutato. E ora che tutto è a posto e io sono molto felice, sempre in ansia, sia chiaro, ma felice, questo post è solo un modo per dirle grazie (e anche in bocca al lupo, perché sta iniziando un progetto molto bello e io, anche se storco il naso per tigna e perché la terrà lontana da me, le auguro che sia zeppo di allegria e soddisfazioni).

[In questo periodo difficile, insieme a Mirella che si è beccata i miei malumori anche dal vivo, Massi e Ale sono stati presenti e attenti e caldi e coccolosi come solo loro sanno fare, anche con mezza penisola italiana a separarci. E il fatto che Mirella, Ale e Massi grazie a noi si siano conosciuti e subito piaciuti è per me motivo di grande gioia, e di un pizzico di orgoglio, perché ecco, che si sappia, sono amici miei].

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In sei in una tenda (si sta benissimo?)

Mentre ero in ufficio mi ha chiamata Mohamed. Come sta quella picciridda?, mi ha gridato in un orecchio – perché lui al telefono pensa sempre che non senta bene e quindi grida e dice Mi senti? ogni poche battute. Io all’inizio non capivo: da lui c’era rumore di vento e di camion che passavano veloci e da me ticchettio di tasti al pc e capo che chiamava, sono uscita in balcone e c’era freddo, sono rientrata per prendere il giubbotto, le telefonate con Mohamed non durano mai poco. Che hai detto prima, Moha?, gli ho chiesto, e lui Dimmi della picciridda, e ho capito che intendeva Ste che ha avuto un piccolo intervento e ha ancora i punti. Sta bene, gli ho spiegato: e mentre gli raccontavo in dettaglio quello che aveva detto il medico mi ha interrotta: Non mi interessa di quello che dicono gli altri, lei che dice, come si sente, pensa che sia andato tutto bene?, perché Mohamed non crede ai medici e pensa che ognuno di noi, ascoltando il proprio organismo, sappia autoregolarsi e curarsi in maniera autonoma. Dopo molti minuti di rassicurazioni – perché Ste sta benissimo, non ha fastidi o dolori o altro, ma Moha mi ha chiesto coscienziosamente se avesse qualcuno di questi sintomi, sanguinamenti o perdita della memoria o convulsioni o crescita di peli verdi sul palmo delle mani – abbiamo parlato del freddo: perché io sono molto angosciata dall’imminente inverno, e allora il gelo, la pioggia, la tenda, il vento, come si fa, che ansia. Giorni fa mio padre aveva portato a Mohamed un completo da pioggia: e Non avresti dovuto farlo venire qui, mi sono mortificato, mi ha detto. E di cosa, scusa?, gli ho chiesto. Sei stata di sicuro tu a costringerlo, poverino, fargli fare tutta quella strada, è vecchio, non è giusto. Avete la stessa età, Moha, gli ho ricordato, e poi è stata idea sua, io neanche sapevo che lo stesse comprando: ed è vero, è stato mio padre a comprare quel completo, lo ha visto esposto dal ferramenta mentre portava Nando a fare pipì e lo ha comprato e mi ha telefonato per dirmi Sai che cosa ho comprato?, e sentivo mia madre in sottofondo che diceva Sai cosa ha comprato papà?, e io stavo dormendo e ho risposto Cosa hai comprato?, ma sottovoce per non svegliare Ste che ancora dormiva, e loro non sentivano e Nando faceva bau bau, è stato un risveglio complicato. L’ho raccontato a Mohamed, e lui ha risposto Va bene, non fa niente: tanto io e tuo padre siamo comunisti, e tra compagni ci si aiuta. Poi gli ho chiesto del cane, quella bestiella gialla col muso nero e le zampotte tozze che ha adottato; Come sta Felipe, Moha?, che ho detto, e lui mi ha risposto Sta bene ma è una peste, quindi gli ho cambiato nome: tu lo puoi chiamare come vuoi, ma lui si chiama Sciagurato; dormiamo insieme, nella tenda siamo in sei: i quattro gatti, io e Sciagurato, stiamo al caldo e si sta benissimo.

Dopo alcuni minuti, mentre io parlavo sporta dal balcone, col busto inclinato oltre la balaustra e un piede a tenere aperta l’anta della finestra che è difettosa e rischiavo di rimanere chiusa fuori e lui strepitava per richiamare indietro Felipe, abbiamo chiuso la conversazione: e io mi sono accorta che stavo sorridendo, perché con Moha non si può non sorridere, il suo mix di cura per gli altri, buon umore, insensato ottimismo e sana follia è un antidepressivo naturale.

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Mi piacciono.

Le mie piante. Il profumo di gelsomini e pomelie, in estate, quando le finestre sono aperte e dal divano si sente l’odore verde dolce intensissimo. Il fatto che la pomelia rosa abbia ancora molti fiori. L’ulivo bonsai carico di olive.

La faccia di Ste quando sorride e gli occhi le diventano piccini.

Gli abbracci forti. Quando qualcuno mi abbraccia senza motivo. Pensare che dietro ogni abbraccio c’è un motivo, anche se a volte non lo so.

Quando Ste cucina per me.

Nando, quando riporta la pallina e te la lancia in grembo e poi ti guarda continuando a scodinzolare speranzoso. Nando quando corre entusiasticamente a fare le feste a qualcuno. Nando, sempre.

La voce di Ste al telefono.

Il sole, in autunno, quando la mattina è ancora caldo. Il sole, in inverno, quando non me lo aspetto.

Ste che dice Evviva!

La pizza, specie se molto calda. Il pollo arrosto con le patatine, se le patatine sono croccanti. Il burro d’arachidi, sempre. Andare a cena fuori per festeggiare qualcosa. Avere qualcosa da festeggiare.

Ste quando legge, e poi alza la testa e mi guarda.

Andare al cinema e prendere un Magnum bianco all’intervallo. Quando al cinema non c’è molta gente. Andare al Gaudium e metterci nel palchetto.

Ste che mi tiene la mano e la stringe forte.

Quando qualcuno mi manda un messaggio solo per sapere come va. Quando qualcuno mi manda un messaggio per farmi compagnia mentre sono in una sala d’attesa, o per farmi coraggio da mille chilometri di distanza. Quando qualcuno si ricorda di me.

Il profumo di Ste.

Mohamed che risponde al telefono tutto contento e mi dice E buona sera, signorina! Mohamed che si interessa delle mie cose e cerca di aiutarmi a risolverle. Mohamed che mi dice che adesso basta tristezza, è arrivato il momento di essere felici, anche se è seduto sul fondo di una tenda da campeggio con quattro gatti, molte scatolette di cibo per gatti, una marea di bottigliette d’acqua, batterie e accendini e sotto la pioggia battente.

Ste che vince sempre a Battaglia di pollici.

La pastasciutta, anche se non la mangio quasi mai. Le albicocche d’estate, le mele verdi e i carciofi e i finocci d’inverno. Il cioccolato fondente, sempre.

Ste che mi prende il viso tra le mani.

Quando esce un libro che aspettavo da molto tempo e lo compro e so che posso iniziare a leggerlo: il momento in cui non ho ancora iniziato ma sto per farlo.

Ste che dorme.

Le borsette di stoffa, soprattutto se rosse o nere.

Ste, sempre.

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Dove vanno le anatre di Central Park quando il laghetto gela?, ovvero domande di cui ignoro la risposta.

Cosa fa il portiere di calcio, durante la partita, quando l’azione si svolge stabilmente nell’area avversaria? Beve, si siede con la schiena contro il palo, fa stretching, corre verso la linea di centrocampo? O sta tutto il tempo nella posizione di uno sul wc alla turca, nel timore di un improvviso contropiede?

Cosa dice l’equipaggio dell’aereo all’interfono, quando a un tratto si sentono solo suoni biascicati e bzzz bzzz e scoppiettii da friggitoria?

Dove vanno le zanzare in inverno? Migrano? Muoiono? E se muoiono, da dove vengono le nuove zanzare, la primavera dopo?

Perché ci sono persone che tolgono le spunte blu su whatsapp?

Perché le uova al supermercato stanno sugli scaffali e a casa le mettiamo nel frigorifero? A questa domanda, la gente di solito risponde che è per non sottoporle a un cambio di temperatura, dal banco frigo al sacchetto della spesa al frigo di casa. Ma allora perché non le teniamo sullo scaffale anche a casa? O perché al supermercato lo yogurt non sta sullo scaffale? Lui non teme il passaggio dal freddo al caldo e di nuovo al freddo?

Perché, qualsiasi modalità imposti e qualsiasi temperatura programmi, la torta mi verrà sempre bruciata e amarognola fuori e liquida dentro?

Cosa fanno i cantanti quando escono di scena, aspettano alcuni minuti e poi rientrano e cantano ancora tre-quattro pezzi? Una volta ‘o Zulù ha detto che lui si fuma una canna, ma gli altri, quelli più vecchi o più morigerati o che devono tornare indietro guidando, che fanno?

Cosa fanno, d’inverno, i bagnini? E quelli che affittano i pedalò? Hanno un altro impiego che permette loro di avere l’intera estate libera, oppure campano tutto l’anno dei proventi di quattro mesi di lavoro? E i caldarrostai, d’estate, cosa fanno? E i maestri di sci?

Perché, quando si prende appuntamento in uno studio medico, la segretaria al telefono comunica un orario preciso – venga alle 17:40! – e poi si arriva lì e si scopre che la fila è fisica, e che tutti sono arrivati alle 15 per mettersi a turno, e che l’orario dettato al telefono non era nemmeno vagamente indicativo? Perché non dicono direttamente Venga il tale giorno, apriamo alle 15?

Perché al supermercato vendono succo di limone in boccette o tetrapack di uova sgusciate? Davvero c’è qualcuno che ha difficoltà a sgusciare le uova?

A cosa servono le inserzioni pubblicitarie di pochi secondi trasmesse durante i video di ricette su internet? Davvero qualcuno le guarda, e ricorda di che prodotto si tratta, e poi lo va a cercare in un negozio? E perché, nei commenti ai post di ricette sui social, c’è sempre qualcuno che chiede, con tono ansioso, se può sostituire la marmellata di fragole con quella di lamponi o i peperoni gialli con quelli rossi? Cosa temono, un’ispezione a sorpresa? Il pubblico biasimo per la loro illecita modifica al canone stabilito?

Perché si va a pesca sempre all’alba? Dove vanno poi i pesci, durante il giorno?

Davvero esistono persone a cui non piace la pizza?

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Cose che ho fatto negli ultimi giorni.

Ho sentito Ste al telefono settecentocinquanta volte, la maggior parte delle quali è stata per dire Che mangiamo?, o Oggi andiamo a fare la spesa al supermercato?, o Non ti sento, mannaggiaastotelefoninodemmerda, o Sono uscita adesso dall’ufficio e sono stanca e ho fame e voglio lagnarmi un poco.

Ho sentito Mohamed al telefono tre o quattro volte, e gli ho detto per buona parte del tempo Come stai?, e Non senti freddo?, e Sono preoccupata per te, mentre lui oscillava tra il tentativo di calmarmi e la tentazione di mandarmi a cagare.

Ho sentito un pugno di amici su whatsapp, e mi sono felicitata per loro o dispiaciuta con loro o comunque ho provato ad essere partecipe, da lontano, delle loro vite, nella maniera filtrata e fredda e non-soddisfacente che la mediazione con uno schermo virtuale impone.

Ho letto quasi tutto un libro che non mi piace: ed era di mio nonno, c’è stampigliato su il timbro con cui firmava i suoi volumi, e mio padre mi ha chiesto Ne avevi parlato, col nonno, di questo libro?, e io gli ho risposto che no, non ne avevamo parlato, mio nonno lo ha letto nel 1989 e io avevo sei anni e non leggevo Bufalino, e poi ho avuto l’irrefrenabile impulso di parlarne con lui, col nonno, del libro, ché di sicuro a lui sarà piaciuto, ma invece non gliene posso parlare più e non saprò mai se davvero gli è piaciuto.

Ho mangiato moggi di insalata, campi di carote e piantagioni di finocchi, e bevuto ettolitri di caffè macchiato, e non ho preso quel cornetto con doppia nutella che vedo ogni giorno dietro il vetro del bar, e sono ingrassata comunque di un chilo, mannaggiaammè.

Ho lavorato molto, illudendomi come sempre di poter lavorare moltissimo un giorno per poi essere più libera i giorni seguenti, senza nessun apprezzabile risultato.

Ho ricevuto un complimento sul lavoro, uno di quelli pieni, cicciuti e convinti, a gola spiegata, senza se e senza ma, e non me lo aspettavo per niente e sono stata molto felice.

Sono stata a una festa dove non conoscevo nessuno se non la padrona di casa e ho chiacchierato e mangiucchiato e ridacchiato, e anche questo non me lo aspettavo, ché io di solito con gli sconosciuti sono silenziosa e noiosetta.

Ho passato una mattinata a un angolo di strada, sotto la pioggia, con un libro noioso e un pacchetto di crackers integrali e il cellulare semi-scarico, perché avevo fatto una promessa a Mohamed e stavo cercando di mantenerla, anche se poi non.

Mi sono dispiaciuta tre o quattro volte di non poter scrivere a Matelda in cerca di conforto e confronto.

Ho litigato con mia madre e chiesto scusa a mia madre a ciclo continuo circa quindici volte al giorno. Mi sono lamentata di lei con mio padre e di mio padre con lei e di entrambi con Ste, e poi mi sono scusata con tutti molte volte.

Ho spazzolato Nando, e lui mi ha porto le zampe scodinzolando; poi gli ho lanciato la pallina, e lui ha fatto baubauarf, l’ha recuperata da sotto il mobile e si è messo nella cuccia a masticarla guardandomi di sottecchi e non c’è stato verso di farmela restituire.

Ho parlato. Ho ascoltato. Ho avuto la sensazione che nessuno mi ascoltasse.

Ho cercato di restituire a uno dei miei volontari almeno un decimo di quello che lui ha fatto per me.

Ho avuto un incubo terribile. Mi sono accorta che era solo un incubo, ma mi è rimasta addosso la sensazione di fastidio per molte ore.

Ho rivisto alcuni film che amo. Ho ascoltato diciassette volte di fila la stessa canzone. Ho telefonato quattro volte in Iran. Mi sono avvilita perché non ho più Spotify. Ho scritto sciocchezze sui social a ciclo continuo.

Ho dormito troppo poco.

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Persone che non capisco.

Quelle che scelgono l’arancina accarne anziché abburro, o che ordinano il pollo arrosto con le patate al forno invece che fritte, o che, davanti a un cabaret di dolcini, preferiscono il cannolo alla cassatina.

Quelle che mi chiedono perché mi vesto così pesante anche se c’è caldo, e perché non mi taglio i capelli o non porto scarpe col tacco.

Quelle che parlano di argomenti troppo intimi o personali: come colleganuova che mi dice che ha cambiato misura della coppetta mestruale perché quella che aveva prima adesso è piccola, o come vagaconoscente che mi informa che ieri ha avuto la diarrea.

Quelle che condividono ogni attimo della propria giornata su Facebook, pasti passeggiate film abbracci col fidanzato biglietti del tram appena obliterati, e quelle che hanno il profilo blindato e si vantano di non condividere mai nulla e si comportano come spie dei servizi segreti in incognito.

Quelle che mi scrivono un lungo e circostanziato messaggio privato per chiedermi come mai le ho rimosse dalle amicizie su Facebook, non accorgendosi che il ferale misfatto è avvenuto molti mesi prima e confermando così, di fatto, la nostra non-frequentazione virtuale.

Quelle che al bar prendono il ginseng macchiato soja con zucchero di canna a parte, e che danno del tu al barista.

Quelle che chiamano la cassiera del supermercato Signorina, anche se dimostra sessantacinque anni e ha la fede al dito.

Quelle che cercano di passarmi davanti in fila al supermercato al grido di Ho lasciato il cane in macchina o Devo andare a prendere il bambino a scuola, a cui mi piacerebbe rispondere ecchissenefrega – non del cane e del bambino, sia chiaro, ma delle esigenze del tipo in fila, La prossima volta vai a far la spesa quando hai più tempo.

Quelle a cui non piace la pizza, o il paneepanelle, o l’estathè, o l’estate.

Quelle che non hanno mai letto Mafalda, o il Corriere dei piccoli.

Quelle che mi chiedono con scandalizzato stupore perché non bevo alcolici; quelle che fanno ironia sul fatto di bere molto o se ne vantano, raccontando nei dettagli banali serate etiliche che neanche in Jack Frusciante è uscito dal gruppo: soprattutto se hanno più di sedici anni.

Quelle che criticano gli altri per ciò che mangiano: e quelle – e sono moltissime, accidenti! – che imputano ai vegani di fare proselitismo sulla propria dieta, e mentre se ne lagnano fanno proselitismo sulla dieta onnivora.

Quelle che non hanno curiosità e non fanno mai domande.

Quelle che la domenica pomeriggio vanno al centro commerciale a passeggiare e si portano il cane.

Quelle a cui piace andare da Brico a scegliere tasselli e cacciaviti.

Quelle a cui non piace cucinare, o mangiare, o mangiare in compagnia, e quelle a cui non piacciono le piante.

Quelle che rispondono con scortesia immotivata, e a cui non si può rispondere con scortesia motivata per non passare a propria volta per maleducati.

Quelle che guardano con stupore o fastidio la tenda di Mohamed, la sua sedia, i vestiti stesi fuori ad asciugare.

Quelle che non ti sorridono in risposta, se tu sorridi loro.

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Che sapore ha l’amore?

L’amore ha il sapore di un piatto di pasta gustoso e caldo, con verdure saltate e una grattata di pepe e un buon formaggio stagionato, preparato con un sorriso perché Volevo farti sentire coccolata; o quello di un pesto di rucola e mandorle, profumato e croccante, che condisce gli spaghetti fumanti, perché io sono nervosa e non ho fame e lei lo sa e mi vizia; è verde e scrocchiarello, l’amore.

L’amore ha il sapore di un bacio a sorpresa, mentre sono in cucina al computer e lavoro e mi mangio le unghie; arriva all’improvviso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un dolcetto al cioccolato e panna e di una torta a forma di girasole che cuoce nel forno, perché Volevo addolcirti la bocca e allora l’ho preparato; è dolce e soffice, l’amore.

L’amore ha il sapore del nostro panino della domenica, nel nostro solito locale con i camerieri malmostosi che non portano mai i tovaglioli; ha il sapore dell’insalata con salmone e mandorle e riso basmati, o del Mc Chicken mangiato di nascosto, perché una volta ogni tanto ci sta. Ha il sapore della luce calda del mattino, e di via Libertà percorsa mano nella mano, e delle passeggiate in mezzo alla folla accarezzando cani e ascoltando musicisti di strada; ha un suono melodioso, l’amore.

L’amore ha il sapore della nostra pizza del sabato sera, della birra piccola e della cocacola, e di tutto il pulviscolo di abitudini che costellano le nostre giornate; è tenero e rassicurante, l’amore.

L’amore ha il sapore della spesa ogni lunedì, e di prendere dallo scaffale quello che le piace, anche se abbiamo dimenticato di metterlo sulla lista; è pieno di premure, l’amore.

L’amore ha il sapore delle sue mani che mi tengono il viso, del suo sorriso quando sono triste, della sua voce che mi scalda e rassicura; è delicato e avvolgente, l’amore.

L’amore ha il sapore di quando vorrei dire qualcosa e non la so esprimere, e allora lei la dice per me, e dalla sua bocca ha un suono chiaro e netto e sicuro, e non sembra stupida come quando la volevo dire io; è preciso e luminoso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un succo di frutta all’albicocca, quando lei me lo porge perché Sei stanca, amore, fai una pausa; è asprigno e fresco, l’amore.

L’amore ha il sapore dei pomeriggi passati ad aspettarmi, delle cene a orari assurdi, dell’Aspetta solo un attimo che tra poco finisco, anche se sappiamo entrambe che non sto finendo; è paziente e indulgente, l’amore.

L’amore ha il sapore della birra molto fredda bevuta a Madrid, e della patatine e delle olive, e di serate senza pensieri né orari né limiti; è salato e frizzante, l’amore.

L’amore ha il sapore di un abbraccio molto forte, che è l’unica cosa che mi salvi dall’ansia; è la miglior cura, l’amore.

L’amore ha il suo sapore, e io ogni giorno la guardo e ancora non ci credo.

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Prendersi cura.

Come va?, ho chiesto sabato scorso a Mohamed, quando l’ho visto; io sto bene, mi ha risposto, ma sono preoccupato per G. – cenno del braccio ad indicarlo – che sta parecchio male. G. è un senzatetto del compound di Mohamed: originario del Nord Italia, a occhio poco più che cinquantenne, solitamente silenzioso e sulle sue, algido e cortese, moderatamente antipatico. Vive su una panchina da quando la sua compagna è morta e lui è finito in mezzo a una strada; ha un trolley con dentro poche cose, dei jeans ormai troppo stretti, saluta formalmente e quando arriviamo rimane al suo posto sulla panchina e ci scruta da lontano; con Mohamed è sempre stato in rapporti freddini: Moha, caciarone e desideroso di contatto umano, e G., musone e rigido, hanno sempre condiviso i bidoncini d’acqua, i pasti caldi e le coperte, ma niente di più. Adesso però G. sta male, e Mohamed ha deciso che spetta a lui accudirlo.

Ho preparato un letto nuovo per G., ci ha detto subito Moha: non poteva stare sulla panchina, ha mal di schiena e ho paura che cada; ha approntato, quindi, un giaciglio comodo per lui: isolato dal terreno, impermeabile, comodo e confortevole. Ha deciso anche di gestire i suoi pasti: cibo sano, in piccole quantità ma spesso, tanta acqua, tanta frutta, niente vino. Controlla che prenda le medicine all’orario, che si copra adeguatamente, che non soffra il freddo. Ci ha chiesto di andare a fargli visita: in fila indiana, con viso compunto e voci sommesse, siamo andate a salutarlo, gli abbiamo detto di restare pure disteso, abbiamo ascoltato le sue lamentele, lo abbiamo abbracciato per incoraggiarlo. Mohamed ha supervisionato tutto, ci ha detto di non stancarlo, ci ha portate via dopo qualche minuto. E io sono rimasta straordinariamente colpita, e ho capito qual è la cosa che il nostro malmostoso amico iraniano sa fare meglio: curare, confortare, incoraggiare. Prendersi cura.

Mohamed, che dorme in una tenda in un’aiuola, che per chiamare la sua famiglia ha bisogno del mio telefono, che combatte la pioggia, le angherie e i cattivi pensieri; che mendica ogni briciola di attenzione, che per farsi una doccia usa un catino e la pompa dell’acqua dei giardinieri, che ha una piccola torcia a manovella per illuminare il metro quadrato intorno ai suoi piedi; che sfida ogni giorno il mondo, la fatica, la stanchezza e la paura, che dipende dagli altri per piccole cose che per chiunque sono scontate, che dorme di giorno perché la notte non si sente sicuro, è bravissimo a prendersi cura degli altri. Lo fa con me, quando mi chiede ansiosamente se sono troppo stanca, se sto lavorando ancora, se ho mangiato; lo fa con mia madre, per la quale sta cercando una cura scomodando i medici tradizionali persiani che conosce; lo fa con G., con Ste, con chiunque gli stia intorno. Lo fa con amore, con dolcezza, con il suo atteggiamento da vecchio saggio, senza giudicare, senza criticare, mandandoci ogni tanto tutti a quel paese. Lo fa, e quando lo fa non sembra più un sessantenne senzatetto con pochi denti e la barba non fatta. Quando lo fa, sembra un re.

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