In frittata we trust.

Il mio amico Massi dice che non parlo di frittate su questo blog da troppo tempo: e io, per dimostrargli che non è vero, ho deciso che oggi parlerò solo di questo, con buona pace della mia dieta, del colesterolo, dei cultori dell’alta cucina e dei vegani.

Nella mia famiglia, quando ero piccola, c’era una marcata distinzione tra le cose “da grandi” e quelle “da bambini”. I grandi potevano bere attaccandosi alla bottiglia, dire parolacce, scegliere di non andare alla spiaggia o di non mangiare la cotoletta, avere il gelato al caffè per merenda, camminare in giro per casa senza pantofole, fare la doccia e lasciare i capelli bagnati, guardare Giochi senza frontiere fino alla fine della puntata. I bambini, invece, non potevano fare tutte quelle cose lì, ma in cambio ci era concesso di mangiare il budino al cioccolato a metà mattina, guardare la tv a letto la domenica, fare i tuffi dal pedalò, tornare dal mare in calzoncini e costume senza mettere la maglietta, andare a prendere il pane in bicicletta, guardare Non è la Rai.

Una cosa prettamente da adulti – e che io, in quanto tale, ammiravo moltissimo – era mangiare la frittata di maccheroni. In realtà, penso che questo divieto nasca da un enorme malinteso: la frittata di maccheroni a noi non era realmente preclusa; solo, veniva preparata con gli avanzi della pasta (spaghetti, che venivano cotti in abbondanza solo a quello scopo) per chi aveva fatto molto tardi e mangiava dopo, quando tutti gli altri avevano finito. E dato che ad arrivare in ritardo e mangiare dopo non ero mai io, che tornavo da scuola con lo scuolabus e che ho fatto tardi solo una volta perché ci avevano portati tutti in commissariato, non io, dicevo, ma solitamente mio padre, che smontava dal turno di guardia nel primo pomeriggio e ci raggiungeva quando i grandi erano al caffè e noi bambini stavamo già faacendo i compiti, era a lui che veniva fritta in padella la pasta, amalgamata con un uovo e una buona spolverata di parmigiano e girata dalla nonna con un rapido colpo di polso, ooop!, come adesso faccio io. Lo invidiavo biecamente, per la frittata, che era molto più gustosa e succulenta del nostro piatto di pasta, e perché mangiava da solo e tutti gli stavano intorno e gli domandavano del lavoro e gli chiedevano se era stanco e se voleva altra acqua, la frutta, un poco di insalata, e gli portavano via il piatto per non farlo alzare perché aveva detto prima che sì, era molto stanco.

A noi bambini la frittata di maccheroni veniva proposta in un’unica occasione: quando andavamo in gita e, al posto dei panini, veniva preparata una frittata tonda e alta che ci veniva messa nello zainetto, tagliata in quarti, avvolta nella stagnola, accanto alla borraccia, alla mela e al ciocorì. Mi piaceva un sacco.

Ad oggi, la frittata è, insieme alla pizza e alle barrette lindt al latte e caramello che mi compra Ste, il mio comfort food per eccellenza. Un buon bocconcino di rimacinato, farcito con un’ottima frittata, ben condita e profumata di basilico e maggiorana, è il mio personale antidoto all’inverno, al freddo, al troppo lavoro, alle persone che mi riversano addosso insoddisfazioni e negatività, al mal di piedi e al pessimo umore. God bless frittata.

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Regole di buon vicinato, ovvero della vicinainvadente e dei vicinidistratti.

Ormai alcuni anni fa, Ste ed io siamo venute a stare in questa casa; alla firma del contratto, la simpatica vecchietta che ce l’ha affittata ci ha dato un mazzo di chiavi: Mi dispiace, ha detto, manca quella del cancelletto blindato che c’è sul pianerottolo, temo di averla persa, chiedete ai dirimpettai se ve ne prestano una per fare la copia. Con perplessità e scarsa convinzione, ma consce del fatto che non ci fosse altro modo, il pomeriggio stesso abbiamo bussato alla porta accanto alla nostra. Scalpiccii, musica in sottofondo, una voce stonata che cantava al karaoke; non ha aperto nessuno – avremmo poi imparato che è un tratto distintivo dei nostri vicinidistratti, non aprire mai. Allora, sempre più scoraggiate, abbiamo suonato il campanello della terza porta del pianerottolo: col senno di poi, sarebbe stato meglio evitare.

La tipa che ci ha aperto ha iniziato immediatamente a gridare: eravamo forse delle ladre? O, ancor peggio, degli stupratori sotto mentite spoglie femminili? Eravamo zingare, o addirittura extracomunitarie? Come poteva fidarsi di noi e darci la chiave? A poco sono serviti i nostri tentativi di mostrarle il contratto di affitto, farla parlare con la padrona di casa, indicare l’altro mazzo di chiavi che avevamo in mano (Vede, signora? È casa nostra!): per persuaderla abbiamo usato tutte le nostre doti di pazienza e carisma, un’intera gamma di facce ingenue e occhioni da Bambi e almeno quaranta minuti di suppliche. Alla fine, con la mano del Signore e un attimo prima che scoppiassi in lacrime, ha deciso di fidarsi di noi. Da quel momento, la vicina è diventata parte integrante del nostro ménage familiare.

In cinque anni di frequentazione, vicinainvadente ha bussato al nostro campanello almeno 1500 volte; mi ha telefonato – preferibilmente la mattina, quando sono in ufficio – non meno di dieci volte: e ogni volta non ha creduto al fatto che non fossi a casa, e ha continuato con insistenza a chiedermi di aprirle, per favore. Ci ha chiesto di fare di tutto: dal cancellarle i messaggi dal cellulare al chiamare il suo gestore telefonico per segnalare un guasto, dall’applicare cerotti contro il mal di schiena all’aprire un pacco di pasta particolarmente ostico. Ci ha fatto telefonare a sua madre, a suo fratello, al serrandista e all’avvocato, ha inveito contro gli altri vicini, contro i politici, contro i suoi parenti e contro il padreterno in tutte le lingue conosciute e un paio inventate sul momento. Ha avuto crisi d’ansia e attacchi di panico, e raffreddori e una volta anche la bronchite: e ogni volta ha ritenuto il nostro parere più affidabile di quello del suo medico di famiglia. Ha definito con accuratezza i raggi di azione mio e di Ste nei suoi confronti: io sono l’uomo di fatica, e vengo chiamata per sbloccare la caldaia o sistemare l’anta dell’armadietto che cigola; Ste, invece, in qualità di quasi-medico (è psicologa, che per vicinainvadente è comunque una professione medica) deve sovrintendere alla somministrazione di antibiotici e antidolorifici e viene chiamata per missioni “di concetto” come decidere se la posologia delle gocce di valeriana consigliata dal farmacista è corretta.

Usa un metodo subdolo ma efficace per evitare che, esasperate dalla terza chiamata del pomeriggio, fingiamo di non sentire il campanello: attende di vederci rientrare da fuori, acquattata dietro lo spioncino della porta, e non appena entriamo in casa ci balza al collo con le zanne in evidenza.

Durante le scorse feste ci ha regalato una grossa stella di Natale: un pensiero gradevole, immediatamente vanificato da una scena madre contro Ste che, colpevole di non poterla accompagnare a fare dei servizi, è stata accusata di essere egoista e poco propensa al supporto. Una parte di me, alla notizia del litigio, ha gioito: pensavo che ci avrebbe tenuto il muso per qualche settimana; macché: il giorno dopo mi ha chiamata per svitarle il tappo di una confezione di mascara. Neanche l’offesa ci ha potuto: siamo le sue vicine preferite, e dobbiamo onorare questo ruolo ogni giorno; che fatica, però.

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Una topolina grigia nella nostra vita.

Per Natale ho ricevuto il regalo che più desideravo in assoluto: una meravigliosa criceta di nome Anastasia Steele, detta Ana, #cinquantasfumatureditopo, affettuosamente chiamata Topola. È grigia, ovviamente: una manopolina di pelo dalla pancina candida che stazza quaranta grammi a dir tanto, col nasino rosa e due robusti dentini con cui ama mozzicarci le dita. Ha tre mesi circa, Topola, e ha passato i primi venti giorni a casa nostra da reclusa, ché Ste l’aveva presa in negozio ben prima di Natale e ha pensato bene di occultarla in una stanza che mi è stata interdetta per settimane. La maggior parte delle persone che ci conoscono sapeva dell’esistenza di Ana ben prima di me: lo sapeva Mirella, lo sapeva la Fra’, lo sapevano Massi e Ale, che sono stati prontamente eletti a esperti-di-roditori di fiducia e che venivano subissati di foto e video della piccola; lo sapevano i genitori di Ste, e anche i miei, a cui lo aveva detto Stella, la ragazza che ci aiuta con le pulizie e che aveva misteriosamente comunicato a mia madre Hanno scatola piuttosto grande, e dentro c’è topo. Io avrei potuto intuire l’esistenza di un criceto sotto il nostro tetto, ma ho scelto di non sbirciare, non fare caso ai rumori, non provare a indovinare: volevo che fosse una sorpresa, e accidenti se lo è stata.

Come dovrebbe essere la regola per i criceti domestici, Ana vive in una gabbia parecchio grande e articolata: meglio, in un sistema di gabbie che abbiamo acquistato e poi collegato con appositi tubi di plastica modulari, in un pomeriggio di ansia e panico in cui Ste teneva la topolina in mano, facendosi rosicchiare i polsini del maglione e cercando di evitare di farla fuggire dietro la libreria, mentre io mi sforzavo di incastrare i cilindretti trasparenti in modo da rendere pratico e intuitivo il passaggio tra le gabbie. Di fatto, Ana ha a disposizione il corrispettivo murino di una villa hollywoodiana, da cui detesta essere tirata fuori: e dato che ha prontamente intuito che prelevarla da Gabbia 3 è scomodo e che di solito riesce a nascondersi abbastanza bene tra i trucioli che ricoprono il pavimento del cubicolo, ha imparato a lanciarsi in picchiata giù per il tubo che collega Gabbia 2 e Gabbia 3 non appena mi sente avvicinare. Quando arriva giù e mi guarda con aria trionfante, sono sicura di sentirle mormorare Tana liberi tutti, ma forse è la mia immaginazione.

Come tutti i criceti, Topola è curiosa e attenta, dorme per buona parte della giornata e corre sulle ruote – ne ha tre, più una speciale, sferica, sul tetto di Gabbia 1 – dalle 22 alle 8 del mattino; riesce a stare lontana dalla nostra vista, nascosta nella sua casetta-rifugio, anche per dieci ore di seguito, ma basta avvicinarsi con la scatola del cibo per vederla comparire, intenta a sbadigliare e stiracchiarsi. Si spaventa dei rumori forti, detesta che le si tocchi il dorso ed ha una spiccata predilezione per le arachidi, che seleziona accuratamente dalla pappa a base di semi misti che le propiniamo; non ama – e scarta regolarmente – i semi di segale, forse pensando che alla fine, per non buttarli via, li mangerò io. Per stimolare la sua abilità, abbiamo inserito nella gabbia delle scalette di legno: e Ana, che sicuramente non iscriveremo al corso avanzato di informatica, non ha ancora capito come utilizzarle, per cui si sforza di arrampicarsi sul lato della scala, perfettamente verticale e per lei piuttosto alto, invece di utilizzare il declivio. È buffa e tenera, va pazza per i pezzetti di mela, ha un pelo sofficissimo e delle zampine piccine con cui, quando vuole (ovvero molto raramente) mi sale delicatamente sulla mano. Sono letteralmente pazza di lei.

Una settimana fa ho raccontato a Mohamed della nostra criceta; è stato molto contento, ha annuito più volte e chiesto di vedere foto e video, lui ama tutti gli animali di un amore sviscerato e assoluto. Poi ci ha chiesto il nome, noi abbiamo esclamato in coro Anastasia!, e lui ha fatto una faccia perplessa e ha detto Bah. Secondo lui non è un nome tipicamente da topolina. Sarà.

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Nel 2019.

Ho letto cinquantuno libri, e almeno una metà di questi era assolutamente dimenticabile; qualcuno, invece, era piuttosto bello, e qualcun altro davvero imperdibile: Il Regno di Carrère, per esempio, mi ha lasciata senza fiato.

Ho visto millemila film, e anche in questo caso una buona metà era evitabile; l’altra metà, invece, l’avevo già vista. Sono stata al cinema meno di dieci volte, ma una di queste ho visto La paranza dei bambini, e a un solo concerto: ma era di Gazzè, e quindi valeva almeno come tre concerti normali.

Ho avuto molta paura, per persone diverse: per Mohamed, quando il camper si è incendiato e lui è rimasto senza nulla, coperte, cibo dei cani, foto e cappelli e bidoncini dell’acqua; per Ste, quando è stata male: ed è stato il mese più lungo e doloroso e stressante della mia vita, ma per fortuna è andato tutto bene; per Nando, quando è stato aggredito al parco – ma in quel caso ero anche molto arrabbiata con mio padre, e l’arrabbiatura ha in parte diluito la paura.

Sono stata parecchio triste, di quella tristezza fonda e grigia e pesante che non va via neanche con molto impegno e con una cura di abbracci extra-forti: per la Mate, prima di tutto, che è andata via ormai da quasi un anno, ma anche per la morte di Piccolo e Shiva e Marta, gli animali di Mohamed. Sono stata triste ogni volta che abbiamo lasciato Mohamed a salutarci con la mano, nel buio di un marciapiede gelido, e mi sono sentita parecchio in colpa e impotente.

Sono stata trepidante e contenta e poi dispiaciuta e poi di nuovo trepidante e ora molto molto contenta per qualcosa che riguarda la possibilità di fare delle piroette.

Sono stata stanca, moltissimo: stanca per il lavoro, soprattutto; stanca per il troppo lavoro, per la mia incapacità sul lavoro, per l’ansia con cui affronto il lavoro. Stanca di spiegare perché sono stanca, di trovare giustificazioni, di dover mascherare la stanchezza e il disagio per non doverne anche discutere.

Sono stata in ansia e mi sono sentita sola, e anche parecchio frustrata: tutte le volte che non sono stata in grado di farmi capire, ma anche tutte le volte in cui non ho ascoltato, in cui ho alzato le spalle, in cui avrei potuto sorridere e tendere una mano piuttosto che chiudermi e tacere e alzare le sopracciglia.

Sono stata felice, anche: quando ho fatto il bagno a mare e ho sentito la sferzata dell’acqua fredda e trasparente di Mondello sulla pelle calda di sole e quando Ste ed io giravamo tenendoci per mano tra le strade di Madrid; quando abbiamo mangiato il panino con l’hamburger per festeggiare il referto dell’esame istologico e quando ho visto per la prima volta la mia stupenda topolina che correva nella ruota. Quando mio nipote Ludovico mi ha presa per mano per chiedermi di giocare insieme, quando Stefano mi ha tirata per il maglione per farmi vedere i giocattoli che gli aveva portato Babbo Natale, quando abbiamo acceso le luci del nostro albero. Quando ho accompagnato Marco Damilano al palco e la gente ci fermava per i selfie e quando ho ricevuto una mail di lodi per il mio lavoro. Quando siamo state a Monte Pellegrino e abbiamo mangiato ai tavoli di legno del belvedere. Tutte le volte che Ste mi ha sorriso o mi ha stretta forte. Tutte le volte che i miei genitori sono stati bene. Tutte le volte in cui ho sentito il sole caldo sul viso. Tutte le volte in cui Nando mi è venuto incontro di corsa.

Tutte le volte in cui ho mangiato la pizza.

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La magia del Natale.

Quando ero piccola, i miei genitori lavoravano su turni, fuori città, a un paio d’ore di macchina da casa, in gelidi paesini sulle Madonie che contavano qualche centinaio di abitanti, molte pecore, un emporio che vendeva tutto, gomitoli di lana carne in scatola quaderni a righe, una chiesetta e, al più, una bettola dove mangiare carne arrosto e pasta col sugo di salsiccia. Erano quasi sempre fuori, i miei genitori, il giorno di Natale: e quindi, a casa nostra, i regali si aprivano in date random, il 22 o 23 dicembre, di solito; era piacevole concordare insieme quando farlo, e non mi sono mai chiesta, da bambina, come mai Babbo Natale arrivasse a casa nostra prima che dagli altri: perché a Babbo Natale non ho mai creduto. In questi giorni leggo sui social un profluvio di post in cui ci si lagna perché i figli, ormai abbondantemente in età da scuole elementari, hanno scoperto, spiando i movimenti dei genitori o su suggerimento di compagnetti di classe più scafati, che non esiste alcuna creatura sovrannaturale, in preoccupante sovrappeso e che veste discutibili panni rossi, intenta a consegnare regali ai bambini di tutto il mondo. Leggo di carote lasciate sul tavolo di cucina per le renne, di bicchieri di latte e biscotti preparati sul davanzale, di impronte create ad hoc con la farina per simulare la neve; soprattutto, leggo di genitori stupiti e dispiaciuti perché ragazzini di dieci-undici anni hanno perso “la magia del Natale”, e mi chiedo come davvero, davvero!, siano riusciti a non scivolare nella consapevolezza molto prima. Come hanno fatto a ignorare le evidenti incongruenze? Posso capire a quattro anni, ma a otto, a dodici, come hanno fatto? Hanno scelto di crederci lo stesso, o hanno finto solo per non deludere i genitori? E i genitori, perché ci tenevano tanto a mantenere viva l’illusione? Un Natale senza Babbo Natale è meno magico?

Io ricordo molto bene quanto mi piacesse ricevere regali, a Natale (mi piace moltissimo ancora ora!): e mi piaceva e quasi commuoveva pensare ai miei genitori che, tra una trasferta e l’altra, mentre smontavano le catene e riponevano i maglioni pesanti, trovavano il tempo per scegliere e comprare e incartare i regali per me. Mi piaceva vedere i pacchetti che si accumulavano sotto l’abero, provare a scuoterli per capire cosa ci fosse dentro. Mi piaceva, quando sono stata più grandetta, tenere da parte i soldi della paghetta per comprare i regali per gli altri: perché nella mia famiglia si usava che anche i bambini facessero i regali a tutti, adulti compresi. Ed era bello sceglierli insieme: erano pensierini molto piccoli, proporzionati al nostro potere d’acquisto, eppure sensati; erano la matita per le parole crociate per la nonna: ma una matita speciale, comprata nella cartoleria vicino alla scuola, con i fiorellini disegnati e la gomma, così se la nonna sbagliava poteva correggere senza impataccare il giornale. Erano i gessetti colorati per mia cugina, e un accendino per il nonno, sapientemente decorato da me con i pennarelli per renderlo meno minaccioso – l’accendino, ché il nonno non mi faceva paura. Era il posacenere di das che mio zio usa ancora, e che tiene sul mobiletto a ribaltina in ingresso. Era una macchinina per mio cugino, con la promessa di giocarci insieme e di non rompergliela, per una volta. Era quella, per me, la magia del Natale: non uno sconosciuto che mi porta dei giocattoli per premiarmi se sono stata buona, ma i genitori e i nonni che li scelgono per me, senza letterine e richieste, perché mi conoscono e sanno cosa desidero; era uscire con mio padre, nel freddo di dicembre, per scegliere undici regalini e incartarli uno per uno, e poi vedere la nonna, per il resto dell’anno, che preparava il pranzo usando l’accendigas che le avevo regalato io, e sorrideva ogni volta.

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Vento.

L’inverno è alle porte, e anche a Palermo c’è una parvenza di freddo: che poi, si sa, non è il freddo il problema, signora mia, è l’umidità; sta di fatto, però, che Mohamed passa le notti in una tenda sbilenca montata malamente in un’aiuola, e io temo l’arrivo dei rigori invernali con un’apprensione che sfiora il panico. La scorsa settimana, la città è stata spazzata da un violento vento di burrasca; per un’intera notte sono stata nascosta ad occhi sbarrati sotto il piumone, ad ascoltare il sibilo del vento e i piccoli tonfi delle mie piante che cadevano, pensando a Mohamed e alle sue bestiole che planavano sul Foro Italico come l’uccello di fuoco sul tappeto volante. Abbiamo passato la sera a chiamarlo, Ste ed io e anche Mirella, con Ste che componeva freneticamente il numero e poi metteva in vivavoce per farci sentire gli squilli a vuoto e la vocetta registrata della signorina della compagnia telefonica che diceva che no, Mohamed non aveva risposto, riprovi più tardi, grazie.

Il giorno dopo abbiamo fatto il computo dei danni: sul nostro balcone abbiamo trovato il bonsai di ulivo completamente sradicato, molti vasi spaccati, una piantina di pomodoro è proprio scomparsa, sarà volata giù. Siamo andate da Mohamed e la tenda era miracolosamente in piedi: probabilmente, le bottiglie d’acqua e le cianfrusaglie di cui è piena l’hanno mantenuta saldamente ancorata al suolo. Tutto intorno, i vialetti erano pieni di rami spezzati, abbiamo avuto difficoltà a muoverci per raggiungere la solita panchina. Che cavolo hai combinato, Moha, perché non rispondevi ieri sera?, gli ho gridato subito col tono iisterico di una madre che cazzìa il figlio che fa tardi la sera senza avvertire. Non potevo sentire il telefono, mi ha risposto: c’era freddo e ho messo la cerata sul giubbotto, e il telefonino è in tasca, e la suoneria è bassa, e non l’ho sentito. Sei fatto vecchio, gli ho gridato in un orecchio: ed è fatto vecchio davvero, e dall’orecchio destro davvero non sente bene. Ma dov’eri?, gli ho chiesto di nuovo: dov’eri, eh, mentre il vento soffiava forte sulla città e io ero in ansia per te? Ero qui, mi ha risposto scrollando il capo e indicando la panchina. Sulla panchina?!, gli ho chiesto in tono scandalizzato. No, no, non sulla panchina, ha detto subito: e io ho pensato bene, lo vedi, non gli dai mai fiducia, sicuramente era in un posto sicuro e tranquillo, al riparo. E allora dove, di grazia, Moha, me lo spieghi?, ho chiesto per millesima volta. Lì, mi ha risposto: e ha indicato una seggiolina di legno a due metri dalla panchina. Lì?, ho gridato inorridita; sì, lì, mi ha risposto: nella tenda devo stare disteso e sono scomodo, sulla sedia invece non mi fa male la schiena, sto meglio, è comoda. Ma pioveva a dirotto, e il temporale, il vento, e i rami che cascano, oddio, ho provato a ribattere. Quando sarà il mio momento mi cascheranno in testa, imi ha detto con fare serafico: ieri non era il mio momento e infatti sto bene, ha concluso, come se fosse tutto assolutamente ovvio, lapalissiano. Ti pare che non lo so, che qua c’è un dormitorio?, ha ripreso, visto che non parlavo; lo so, ma non voglio andarci; voglio fare la mia vita, voglio sentirmi libero, voglio morire, quando sarà, con un ramo di albero in testa. Non cercare di convinceermi, ogni volta, a cambiare. Io non voglio cambiare.

E io, ecco, non ho saputo più cosa dire: e andando via ho pensato che forse è così, che anche quando sono le migliori intenzioni ad animarci non facciamo altro che cercare di cambiare le persone a cui vogliamo bene, invece che accettarle e comprenderle e lasciarle libere anche quando le loro scelte ci fanno stare male.

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Pranzi in famiglia (Natale edition).

Domenica scorsa era l’otto dicembre, e Ste ed io siamo state invitate al consueto pranzo di famiglia a casa di mia zia. Noi siamo tradizionaliste e appassionate di riunioni familiari e occasioni conviviali e quindi ci siamo allicchittate ben benino, abbiamo scelto gli orecchini e spazzolato energicamente i capelli, abbiamo recuperato mia madre in chiesa e mio padre al panificio, convinto Nando a restare a casa senza odiarci troppo, e ci siamo presentate sorridenti e di buon umore dagli zii.

C’era la pasta con i funghi, domenica scorsa, e la carne e le patate al forno e lo sformato di spinaci che avevo portato per contribuire alle libagioni e assicurarci qualcosa di sicuramente commestibile – mia zia ha molti pregi ma non è una gran cuoca; c’era una torta a cui mio nipote Ludovico ha asportato tutte le fragole prima che riuscissimo a fermarlo, e la macedonia in cui suo fratello Lorenzo ha affondato il cucchiaino, per poi tirarlo via e fare schizzare succo d’arancia ovunque e afferrarmi risolutamente per mano per portarmi nella stanza dei bambini, dove voleva mostrarmi un’imperdibile lotta tra un dinosauro di plastica e una pecorella del presepe. La giornata si è trascinata lenta e sonnacchiosa, come sempre i giorni di festa: abbiamo bevuto il caffè, montato un aereo con i Lego, preso un altro po’ di dolce, consolato Lorenzo perché Ludovico aveva rotto l’aereo lanciandolo sull’albero di Natale, portato in cucina i piatti, assistito a una gara tra macchinine sul pavimento del corridoio.

Chiacchieravamo, intanto: e mia zia ci ha comunicato che un loro conoscente aveva speso duecento euro per un pranzo-degustazione in un rinomato locale del Nord Italia. Da qui è nata una oziosa discussione sul fatto che sia corretto o meno pagare tanto per un pranzo: che, dal mio punto di vista, per quanto ben cucinato e studiato e composto da materie prime di ottima qualità è pur sempre un pasto, suvvia; va bene non pagare cinque euro come da donna Ciccina ‘a Lorda, ma neanche far fuori mezzo stipendio per pranzare in due mi sembra che abbia senso. La polemica è andata avanti per un po’: mia cugina e il marito avanzavano al grido di È giusto pagare così tanto perché un pranzo così non è un pasto ma un’esperienza sensoriale, noi ribattevamo con Anche ascoltare un concerto è un’esperienza sensoriale e ha costi molto più sensati. Un pasto può essere un’opera d’arte?, è stato chiesto da qualcuno: e non siamo riusciti a trovare una risposta soddisfacente alla domanda, ma secondo me non è questo il punto. Il punto è che paghi duecento euro non solo perché il pranzo li vale, perché il sale è raccolto sull’Himalaya e gli ortaggi sono stati coltivati da monaci che hanno fatto il voto del silenzio, ma per l’esclusività della situazione: paghi una cifra spropositata, e non tutti possono o vogliono farlo, e quindi tu fai parte del gotha che può partecipare di questa esperienza. E questo – l’esclusività, l’acquisire valore nel tenere fuori qualcuno – è quanto di più lontano esista, per me, dall’arte.

Ne discutevamo parecchio accalorati, i toni rischiavano di trascendere: ma Lisa, che ha un anno e mezzo e i codini e indossa sempre abitini con trine e pizzi ha esclamato Pipì!, e Ludovico ha comunicato che lui, invece, aveva fatto la cacca, e poi Lorenzo mi ha detto Mi annoio, torniamo a giocare con le costruzioni?, e quindi bon, discussione conclusa, abbiamo montato uno splendido canadair con i Lego e lo abbiamo fatto volare per buona parte del pomeriggio.

Non vedo l’ora che sia Natale.

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Incomprensioni, ovvero quando sei arrabbiata con un amico.

Sono un po’ arrabbiata con Mohamed. Alcune settimane fa abbiamo avuto una brutta discussione e mi sono infuriata e, ecco, ce l’ho con lui; meglio, ce l’avevo con lui, perché è passato del tempo e io solitamente mi offendo e rimango delusa e ferita facilmente, ma altrettanto facilmente decido di passarci sopra: non di dimenticare, ma di stornare la rabbia e andare avanti, fosse solo per metterla in serbo per la prossima volta che mi sentirò offesa con quella persona e aggiungerò la rabbia vecchia a quella del momento, così, per buon peso.

Non è stato facile, in queste settimane, essere infuriata con lui: perché farsi negare al telefono e rifiutare le chiamate e non andare a far visita a un amico è già di per sé pesante, ma lo diventa ancora di più se quell’amico è solo, triste e in una situazione di costante pericolo e disagio. Entrano in gioco un sacco di sentimenti, in una situazione come questa; ci sono grandi dosi di senso di colpa, perché io ho una famiglia amorevole e amici che mi supportano e tre lavori stancanti ma divertenti, e una casa e una macchina e molti libri e uno zerbino su cui pulirmi le scarpe, un divano dove sdraiarmi a guardare la tv, un albero di Natale pieno di luci e palline e un tavolino su cui poggiare i piedi e un plaid in cui avvolgermi, e lui ha solo una tenda sbilenca piena di cianfrusaglie e cibo per cani e uova sode e coperte bagnate di pioggia; ci sono ansia e preoccupazioni, perché è quasi inverno, e quindi il vento, la grandine, la tenda che vola, le scarpe piene di fango, che farà Mohamed in questo momento? Si starà riparando dalle raffiche ghiacciate dietro il muro del convento? O starà vagando sotto gli alberi senza giubbotto alla ricerca di Sciagurato? C’è il bisogno di rassicurarlo, stai tranquillo Moha, andrà tutto bene, e anche di rassicurarmi: perché quando sento la voce di Mohamed, arrochita dall’influenza e dai colpi di tosse e dalle sigarette, almeno so che è vivo, che nessuno gli ha fatto del male, che la bronchite non lo ha lasciato stecchito nella tenda, e anche se sono perfettamente cosciente che le cattive notizie volano e che se gli succedesse qualcosa lo saprei immediatamente, quando penso a lui c’è in me sempre un filo di preoccupazione che corre sottotraccia, come se in qualsiasi momento la sua vita fosse in pericolo.

Sono meno arrabbiata, ecco: e quando oggi Mohamed mi ha chiamata l’ho richiamato quasi subito, anche se avevo appena finito di mangiare e dovevo ancora lavorare e poi uscire ed ero già in ritardo e. Aveva una voce terribile, Mohamed, tossicchiava e biascicava e Non preoccuparti, mi ha detto, penso di avere la febbre alta ma ce la farò anche stavolta. Ti ho chiamata per rassicurarti, ha continuato: volevo che sapessi che sto quasi bene, oggi, e io ho pensato Matri santa, chissà come stava ieri, allora, ma non gliel’ho detto. Gli ho fatto una serie di proposte secondo me ragionevoli – passare qualche notte al dormitorio, prendere dell’aspirina, coprirsi bene – che sono state scartate a priori. Abbiamo chiacchierato per qualche minuto e gli ho promesso che a breve saremmo andati a trovarlo: e lui mi ha detto Ti voglio bene, e io non gli ho risposto ma ho pensato che a questo malmostoso, scostante, presuntuoso e invadente iraniano anche io, nonostante tutto, voglio bene.

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Autunno.

Il vento molto forte.

Il rumore che fa il vento molto forte, e che ci impedisce di dormire.

Mohamed che rimane asserragliato nella sua tenda, nonostante il vento, e biascica al telefono che no, lui non sente affatto freddo, va tutto bene.

Nando che ha paura del vento e ulula sconsolato.

Il freddo.

Il piumone.

Il plaid di pile ripiegato su un angolo del divano.

Infilarsi sotto il plaid, la sera, per vedere un film, e poi non riuscire più a venirne fuori e minacciare di rimanere a dormire sul divano.

Scrivere ad Alessia per lamentarsi del freddo.

Indossare giubbotto e scarpe pesanti e sciarpetta prima di uscire di casa; il berretto di lana ancora no, ma solo per inusitato senso del ridicolo.

I negozi con gli addobbi natalizi.

L’ansia dei regali.

Non comprare ancora i regali perché prima del sette dicembre non li compro mai, per tradizione e superstizione.

La gente che si lamenta perché odia il Natale.

Io che mi lamento perché mi esasperano le persone che odiano il Natale.

L’invito a pranzo di mia zia per l’otto dicembre e mia madre che già va in panico perché non sa cosa portare.

Io che litigo con mia madre che vuole portare ventisette diverse pietanze, di cui otto a base di aragosta.

Le bancarelle con i pupetti del presepe.

Andare a vedere le bancarelle e scoprire che ho già tutti i pupetti del presepe esistenti al mondo, compreso un incongruo cocomeraio e un tipo che vende pannocchie di granturco e un canguro col cucciolo nel marsupio.

La tisana in ufficio, perché fa troppo freddo per scendere per il caffè.

Scendere comunque per il caffè, anche se fa troppo freddo.

Posteggiare molto lontano tornando a casa.

Posteggiare molto lontano, andando in ufficio, e attraversare piazza Magione sotto la pioggia lamentandomi perché ho lasciato l’ombrello in macchina.

Le fiere natalizie, i libri in uscita per Natale, la festa di Natale della casa editrice da organizzare.

Arrivare tardi a lavoro perché col freddo non riesco ad alzarmi.

Capo che alle mie rimostranze solleva un sopracciglio e dice che arrivo tardi anche in estate, anche se non è vero.

Leggere col kindle sotto le coperte per non gelarmi la mano che regge il libro, per fortuna esiste la retroilluminazione.

Il pigiama pesante, la vestaglia di pile, le pantofole con tripla imbottitura.

Le pomelie che perdono le foglie.

Mangiare lenticchie a cena.

La gente che mi chiedi come mai ho le mani così fredde e come mia sudo molto anche se sento freddo.

Soffiare ogni pochi minuti sulle mani per cercare di riscaldarle.

La stufa sotto la scrivania, in ufficio.

Stare in piedi accanto al termosifone acceso.

Il pandoro pucciato nel latte a colazione.

Mangiare dolci dopo cena giustificandomi con la scusa che col freddo ho bisogno di più calorie.

La pizza a domicilio e lasciare doppia mancia al ragazzo delle consegne che è intirizzito e ha le scarpe bagnate.

Cominciare a pensare a dove prendere le arancine per Santa Lucia.

Voglio l’estate.

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Amicizia.

Quando ho conosciuto Ste, una lenzuolata di anni fa, proprio una delle primissime volte in cui siamo uscite insieme, mentre camminavamo per le strade del centro su un marciapiede pieno di erbacce, lei mi ha detto Sai che c’è una mia amica che è andata a Sarabanda? Stasera trasmettono la puntata in tv. Sarabanda era un programma di intrattenimento dedicato alla musica, lo facevano credo su Italia 1: ci andavano persone in grado di riconoscere brani di canzoni minori dei Cugini di campagna solo con una o due note e le domande riguardavano sempre cantanti che io non avevo mai sentito nominare; inspiegabilmente, però, lo seguivo con bovina acriticità quasi ogni sera: e ovviamente l’ho guardato anche quella sera in cui mi era stato detto che ci sarebbe stata un’amica di Ste: e quindi la mia amicizia con Mirella è iniziata in una maniera bislacca, attraverso uno schermo tv, mentre io mangiavo la mia frittata per cena e lei berciava contro Enrico Papi. Molti anni dopo, anche se adesso non va più in televisione, Mirella è ancora mia amica: e io ne sono molto felice.

In questi anni è stata una presenza costante nella mia vita; ha subìto migliaia di ore di miei malumori e rummuliamenti e lamentele su argomenti svariati, il lavoro e i genitori e Nando che non sta bene e devo perdere due chili e non mi piace questa cheesecake, e si è congelata il culo accanto a me, quando Mohamed cercava di chiamare la sua famiglia in Iran e la app che stavamo usando non prendeva bene. È stata con noi in una stanza di ospedale, con una chitarra in spalla, e a un concerto di capodanno, sotto il diluvio, con un ombrello in mano, in una straniante piazza di Ragusa. Ha raccolto migliaia di ore di confidenze ed è riuscita a non farmi sentire mai giudicata: che, con una persona paranoica come me, è impresa non da poco. È stata con noi al mare, sulla cima dell’Etna mentre nevicava e c’era una nebbia terribile, in giro per Palermo sotto il sole violento di agosto, tra le stradine di Cefalù con la sabbia nelle scarpe. Ha sopportato le mie rimostranze sulla sua lontananza, i sensi di colpa variamente instillati ogni volta che mi sentivo trascurata, i musi perché Scusa sai ma sabato devo lavorare e non scendo. Ha visto me e Ste litigare e fare pace, ci ha viste crescere, singolarmente e come coppia. C’è stata, semplicemente, sempre.

Lo scorso mese è stato parecchio faticoso. Ero in ansia – cioè, ero più in ansia del solito, perché io ho sempre un sottile filo di ansia che mi scorre silenzioso sotto pelle – perché aspettavamo una risposta, una risposta importante che avrebbe potuto cambiare le nostre vite. Quando sono in ansia divento ancora più scostante e fastidiosa: vorrei essere accudita e contenuta e pensata indefessamente, mentre io, forte del mio malocarattere ormai connaturato, rispondo a monosillabi o alzo le spalle o ripeto ossessivamente la stessa frase. In questo mese di ansia, lei c’era: da lontano, per messaggio, mi ha tenuto la mano, ha opposto ragioni scientifiche al mio pessimismo cosmico, ha compreso e sostenuto e seguito e aiutato. E ora che tutto è a posto e io sono molto felice, sempre in ansia, sia chiaro, ma felice, questo post è solo un modo per dirle grazie (e anche in bocca al lupo, perché sta iniziando un progetto molto bello e io, anche se storco il naso per tigna e perché la terrà lontana da me, le auguro che sia zeppo di allegria e soddisfazioni).

[In questo periodo difficile, insieme a Mirella che si è beccata i miei malumori anche dal vivo, Massi e Ale sono stati presenti e attenti e caldi e coccolosi come solo loro sanno fare, anche con mezza penisola italiana a separarci. E il fatto che Mirella, Ale e Massi grazie a noi si siano conosciuti e subito piaciuti è per me motivo di grande gioia, e di un pizzico di orgoglio, perché ecco, che si sappia, sono amici miei].

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