Giornate che sono

Signora, che ci vuole fare, giornate che sono”. A Palermo, tutti i giorni di festa prendono la denominazione standard di “giornate che sono”; l’otto dicembre è la prima della famigerata serie natalizia. Si mangiano cibi particolari, in queste occasioni; piatti della tradizione, dal sapore robusto, dalla preparazione lenta e ponderata, dal prezzo esiguo. In Sicilia, tutti i piatti della festa sono così, gustosi, lunghi da preparare ed a buon mercato.

L’otto dicembre si festeggia l’Immacolata concezione, uno degli ultimi dogmi, in ordine tempo, ad essere stato proclamato dalla chiesa di Roma; a Palermo, tralci di finto-agrifoglio sulla porta di casa, primi regali sotto l’albero, presepe già pronto, casette pastorelli re magi e zampe del semi-labrador che, offeso dal fatto che il tema della giornata non fosse “ma che meraviglia avere un cane come te”, ha abbattuto la lavandaia ed un intero gregge di pecore in un moto di stizza; e sfincione nel forno, ovviamente.

Ci vuole un po’ di tempo, perché lo sfincione sia pronto. Bisogna prima preparare la base, una specie di pasta brioche confezionata con farina, lievito di birra, sale, zucchero, acqua e strutto; deve lievitare due ore, poi bisogna stenderla e farla lievitare di nuovo, fino a renderla soffice ed elastica, ed alta. Intanto molte (molte, molte!) cipolle, pomodori pelati, sale e pepe staranno cuocendo fino a diventare una salsa densa e granulosa e dal colore del bronzo lucente. Infine, pasta+salsa+pezzetti di caciocavallo stagionato infilzati come paletti di uno steccato, e pangrattato a spolverare il tutto. Cuoce venti minuti, si mangia tiepido; cucinatene molto, andrà a ruba.

Pochi frenetici complicati giorni, troppi regali da comprare, il semi-labrador che ha masticato il puntale e fatto crollare l’albero nel tentativo di tirare via una intera serie di lucine giallorosse. Consolatevi con un classico, tenero e ragionevole, pieno di buon senso e buoni sentimenti, come Piccole donne di Louisa May Alcott. È quello che ci vuole, in queste giornate che sono.

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Thanksgiving Day

Giorno del Ringraziamento. Thanksgiving Day. Il quarto giovedì di novembre, tra pranzi luculliani e torte di zucca, le famiglie degli Stati Uniti si riuniscono per festeggiare. Nelle scuole elementari, tra sagome di tacchini da appendere alle finestre e costumi da padri pellegrini da far cucire da sollecite mammine, le maestre si ingegnano a far imparare a scolari renitenti le battute della recita annuale. Virili cow-boy con cappelli a larghe tese caricano carcasse di pennuti sul retro dei loro pick-up. È il giorno in cui gli U.S.A. si sentono forti e sicuri, tetragoni ai colpi del destino, sia esso incarnato da terroristi barbuti e deliranti o da minacce di influenze fatali e crolli imbarazzanti e definitivi della Borsa nazionale. È il giorno della sfilata di Macy’s a New York, della musica classica alla radio, del pane fatto in casa, della focaccia di farina di mais, delle scatole di mirtilli surgelati da aprire con circospezione, come disinnescatori alle prese con uno zaino sospetto.

Si mangia il tacchino, in ogni casa americana; una bestiaccia enorme, pulita e riempita di riso e castagne o, nella variante più dispendiosa, di ostriche, umettata con cura e lasciata cuocere in teglie dalle dimensioni allarmanti, mezz’ora per ogni chilo di peso; servita con purè di patate e salsa di mirtilli, e funghi ripieni e insalata, e seguita da torta di zucca, per un pasto all’insegna di gusto, tradizione&calorie di troppo. Un giorno estenuante per chi deve preparare manicaretti per troppe persone, per chi deve attraversare congestionate highways per incontrare parenti che risiedono da decenni in altri Stati, per chi deve confezionare costumi per bambini e per chi deve dirigere recite deliranti a base di tacchini danzanti e padri pellegrini che li rincorrono con forchette e coltelli. America’s way of life.

Serie TV, film e romanzi hanno descritto ad ignari europei il festoso caos del thanksgiving day. Ma il racconto più tenero e struggente, più dolce e commovente, è quello che ne fa Truman Capote in Il Giorno del Ringraziamento, un racconto intenso e coinvolgente, con lo stile ormai maturo del post-A sangue freddo. La sua amicizia con miss Sook, l’amore per la cagnolina Queenie, la dedica a Lee, sua amica d’infanzia e autrice di Il buio oltre la siepe, ne fa un documento incomparabile dell’infanzia dello scrittore.

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Questione di gusti

Non tutti i cibi piacciono. Ci sono piatti preparati con cura che non incontrano il nostro gusto, pietanze appetitose che ci appaiono insipide, leccornie che ci lasciano indifferenti, menu che ci fanno chiudere lo stomaco. Non è universale, che qualcosa ci piaccia o no. Vale anche per i libri.

Non amo criticare il lavoro di uno scrittore; c’è il suo mondo, in ogni romanzo. Ci sono i suoi desideri, le sue scelte, c’è la sua visione politica, sociale, morale della vita. Ci sono le sue paure, le ansie, i disegni di quando andava all’asilo, il ricordo di quella volta in cui si era modellato il naso col pongo e la maestra l’ha rimproverato. C’è il primo bacio con quella ragazza che ora è sua moglie, e la luce di un febbraio caldo e arancione che colorava le foglie del parco, e il silenzio, l’attesa e il cuore che martellava. C’è il sapore del pranzo della domenica, la musica dei Sex Pistols che gli piace tanto, il sorriso canino del semi-labrador. C’è tanto, e c’è tanto di chi legge, in ogni romanzo. C’è la proiezione di speranze e conflitti, di rabbia e dolore, c’è un pizzico di ogni lettore in ogni libro. Per questo, non amo dirne male.

Come un piatto ben cucinato, un romanzo è stato preparato con cura, con devozione e attenzione, con l’aspettativa di far bene, di creare un momento di piacere; non mi piace parlare male di qualcosa nato con le migliori intenzioni.

Purtroppo, non mi piace il brodo di pollo, e neanche la salsiccia al sugo, o gli struffoli, o la torta setteveli. Anche se ben confezionati, con ottimi ingredienti, con mani attente e un occhio alla ricetta, non incontrano il mio gusto, non riescono a farsi mandar giù. Non mi piacciono.

Neanche Venuto al mondo di Margaret Mazzantini, mi è piaciuto. L’ho letto rapidamente, a balzi e morsi, con la voracità con cui ho spolpato gli ultimi libri di De Carlo; quella voglia di andare avanti per capire come diavolo possa avere risolto un conflitto, sciolto un nodo che sembrava insolubile senza tagliarlo via, superato un angolo a gomito senza sbattere sullo spigolo. L’ho letto quasi con rabbia, con fastidio. Mi è sembrato freddo, come un’operazione calcolata, un piatto precotto dove ogni gusto è stato inserito non per creare un insieme saporito, ma per stupire il palato. Una macchina da lacrime, oliata per commuovere a dovere; eventi messi in fila come pietre dure in una collana, allo scopo di strappare gocce di acqua salata dagli occhi dei lettori. Il figlio che non arriva non ti intristisce abbastanza? Tieni, aggiungo la guerra. Non basta? Metto sul piatto della bilancia anche gli stupri etnici. Ecco, un alzare la posta allo scopo di colpire, con un finale pirotecnico introdotto da un crudo, cruento spiegone, di cui non si sentiva proprio la necessità. Uno stile aguzzo, dove ogni espressione deve necessariamente stupire, sorprendere, mai descrivere. Mi ha dato l’impressione di leggere seduta sul vetrino di un microscopio, studiata da uno scienziato/scrittore in camice bianco.

C’è chi ama il pollo alla diavola, la fracosta di vitellone o gli straccetti di manzo al vino rosso. A me piacciono la pizza, il risotto con i carciofi, le zucchine ripiene. Gusti personali, niente di più.

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Maldautunno

Meteoropatia, ovvero l’arte di avere un umore da basset hound con le zecche perché la temperatura è misteriosamente crollata a 18 gradi, piove da ore ed il quasi-labrador, di ritorno dalla quarta passeggiata della giornata, ha lasciato zampate fangose sulle federe di misto cotone (quattro coppie dieci euro) comprate al mercato rionale, in tempi lontani (dieci giorni fa) in cui ancora c’era il sole e si poteva uscire in canottierina a righe orizzontali e bermuda e infradito di gomma, spaventosa tenuta che farebbe sembrare grassa e bolsa e cosciuta anche Kate Moss. Sono bastati pochi secondi, porta di casa appena chiusa e giubbetto grondante ancora addosso, per scalciare via le scarpe bagnate e sganciare il guinzaglio al quadrupede, e lui stava già slittando sul parquet ignaro dell’ira funesta che presto si sarebbe abbattuta su di lui (“Sei un cane monello! Fila via, e stasera niente tonno in scatola, mangerai i croccantini come tutti gli altri, e niente sguardo-da-senso-di-colpa, ché tanto non ci casco”) e volando sulla trapunta per pulire le zampette incrostate di terra su qualcosa di più morbido e confortevole di un qualunque strofinaccio; le federe appena stirate, ecco.

È autunno e, indovinate un po’, le giornate si accorciano, le temperature scendono, le foglie cadono e via con l’immaginario collettivo da sussidiario degli anni Settanta. Come ogni telegiornale si affretta a ricordarci quotidianamente, le stagioni si susseguono, in maniera anche abbastanza prevedibile, in realtà; in estate c’è caldo, molto caldo, si soffoca (servizio con presentatore impeccabile nonostante la canicola che indica due turisti tedeschi che immergono i piedoni nella fontana di Trevi e sorridono alla telecamera), in primavera gli allergici sono in difficoltà (servizio con presentatore impeccabile che indica un povero sventurato che starnutisce come il settenano Eolo), in inverno c’è freddo, freddissimo, spesso nevica (servizio con presentatore impeccabile sebbene semi-assiderato che osserva invidioso i passanti in tenuta da sci all’Abetone), in autunno, che dire, c’è tempo da autunno. Quindi, basta costumi e ciabattine, basta frullati e granite, basta aria condizionata da cella frigorifera e finestra spalancata la notte, e vai con pantofoline di finto-pelo rosa baby, pigiamoni di pile da rifugio alpino e ricette caloriche, rassicuranti, calde come un abbraccio, come una sciarpa ai ferri, come la colazione a base di frollini spalmati di marmellata di albicocche e tè bollente che da ora ad aprile sarà un must della domenica mattina. Ci vuole una ricetta come il broccolo in tegame, o broccolo arriminato, come si dice qui. Basta prendere un broccolo siciliano, mondarlo, sbollentarlo, sminuzzarlo e farlo andare in un tegame con cipolla, uva passa, pinoli, un’acciuga e una bustina di zafferano. Condite i bucatini con questo sugo, e mugolate di piacere. È una delizia.

Per sfuggire ai rigori dell’autunno, l’unica soluzione è un viaggio nell’altro emisfero. Se non potete permettervelo, sognatelo leggendo un libro dolce e crudele, misterioso e poco rassicurante come Picnic a Hanging Rock di Joan Lindsay. Un gruppo di giovani educande di un aristocratico collegio australiano viene condotto a fare una gita ai piedi della Hanging Rock. Tre ragazze ed una insegnante non torneranno indietro. Cosa è successo? Quale è stata la loro sorte? Molte domande, poche risposte, un ritmo teso come un elastico, pronto a scattare ed a ferire. Un romanzo composito che, tra giallo e cronaca, avvince e toglie il fiato.

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Città-dei-cinque-sensi

Ci sono luoghi che si riconoscono dalla luce; città in cui il sole sembra annoiarsi del giallo, e volere indossare il rosa, l’arancio, il porpora, come per provarli, per vedere come stanno.

Ci sono posti che si stampano in mente per il profumo stuzzicante del cibo, o per lo sciabordio dell’acqua che si sente, inaspettato, attraversando una strada, fermandosi ai bordi di una piazza quadrata, assolata, di un biancore soffuso e incandescente. Ci sono città la cui topografia non è fatta solo di viali e slarghi, di vicoli e fermate del tram, di incroci e semafori e insegne, ma di botteghe e ristorantini, e bar coi tavolini all’aperto e qualcuno che, sollecito, ti porta pane e burro salato e acqua fredda e vinho verde prima ancora di lasciarti il tempo di aprir bocca. Ecco, Lisbona è così, è una città-dei-cinque-sensi, da assaporare e toccare e annusare, oltre che da guardare e ascoltare.

Il Portogallo ha una cucina di sapori forti, decisi, che non lasciano spazio a titubanze; di gusti proclamati a gran voce, non certo bisbigliati: formaggi e pesce, soprattutto, variamente combinati fino a creare un arcobaleno di piatti, semplici ma gustosi. Allora, ecco la ricetta di oggi: baccalà, economico e saporito, preparato in croccanti polpettine, da mangiare bollenti, per antipasto. Dissalate e cucinate il pesce, schiacciatelo con una forchetta insieme ad una uguale quantità di patate lessate, condite con prezzemolo tritato e cumino, confezionate delle polpette e friggetele in olio profondo. Saranno deliziose.

Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi è un romanzo di rara delicatezza. Nella Lisbona dell’agosto ’38, Pereira, giornalista vedovo, malinconico e solo, innamorato della letteratura francese e della frittata al formaggio, tenta di aiutare il giovane Monteiro Rossi, laureato in filosofia ed attivo in politica, a farsi strada, in un mondo in rapido, drammatico cambiamento, senza lasciarsi travolgere dagli eventi. Tra i vicoli di Alfama e Praça da Figueira, tra le visite alla clinica talassoterapia di Parede e i lunghi pomeriggi in redazione, seguiremo Pereira, lo pedineremo e scruteremo, lo ascolteremo parlare con il ritratto della moglie ed interrogarsi sulla resurrezione della carne, gusteremo con lui limonate e insalata, ci riempiremo i polmoni dell’aria carica di iodio dell’Atlantico. Un romanzo di struggente amarezza, di buone intenzioni schiantate dalla inutile, prepotente banalità del male.

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