Uccidere un usignolo.

Quando sarai grande vedrai tutti i giorni uomini bianchi che ingannano in neri; ma voglio dirti una cosa, e non dimenticarla mai: se un bianco fa una cosa simile a un nero, chiunque egli sia, per quanto sia ricco o appartenga alla migliore famiglia, quel bianco è un disgraziato”.

Come mi viene ribadito giornalmente, non sono una persona particolarmente intelligente: non ascolta musica abbastanza noiosa e, per ravvivare una solitaria e silenziosa giornata lavorativa, preferisco Gasolina alla quinta di Beethoven. Non leggo libri sufficientemente spocchiosi, non vado al cinema a vedere film in cui vengono pronunciate solo sei battute, mi rimpanzo di serie tv e rileggo sempre gli stessi romanzi. Sono troppo poco intelligente, ecco: e molte cose non le capisco, e mi piacerebbe che qualcuno me le spiegasse.

In questi giorni, mi sono ritrovata all’interno di una combinazione affascinante, una specie di gioco di scatole cinesi; dato che, nella mia scarsa prontezza intellettuale, spreco tempo a rileggere, ho deciso di affinare la perversione: adesso ascolto (e ri-ascolto, se è per questo) gli audiolibri di romanzi che ho già letto. È un piacere intellettivo enorme scoprire mille nuove sfumature impresse al testo dalla voce dell’attore: se l’attore è bravo, beninteso, ma quasi sempre lo è. Molti begli audiolibri si trovano in podcast sul sito di Ad alta voce, una trasmissione di Radio tre: ed io, che sto in macchina molto tempo e mi annoio tantissimo, ho appena finito di ascoltare Manuela Mandracchia alle prese con uno dei libri che ho amato di più: Il buio oltre la siepe di Harper Lee, nella traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer. La scelta dell’audiolibro è risultata particolarmente azzeccata: mi sono ritrovata in uno strano e ributtante caleidoscopio in cui le frasi della scrittrice si andavano a intrecciare con la cronaca attuale. E così mentre Atticus, dall’altoparlante del mio smartphone, perorava la causa di Tom Robinson, giovane nero accusato di violenza sessuale nei confronti di una bianca, nell’Alabama degli anni Trenta, sui giornali alcuni sindaci siciliani (siciliani!) latravano contro l’arrivo di 50 (in lettere: cinquanta) ragazzini migranti in un hotel dismesso sui Nebrodi, inscenando una stomachevole scena a base di blocchi stradali. Mentre Scout e Jem e Dill discutevano del diritto a un equo processo per i neri, sempre in Sicilia (in Sicilia!) un gruppo di genitori strepitava istericamente per impedire l’accesso alla piscina a un drappello di adolescenti migranti. Mentre Bob Ewell affermava di aver chiesto all’amministrazione della contea di impedire ai neri di passare davanti alla sua proprietà, sul web una pletora di scalmanati urlava contro l’invasione della sacre terre italiche. In questo enorme garbuglio io, che non sono molto intelligente, sono più confusa della piccola Jean Louise: e mi chiedo, con reale curiosità, dove sia l’attestato che dimostri che un pezzo di Palermo è mia: altrimenti, non capisco come si possa dire che qualcun altro la sta invadendo. E mi sento ancora più disorientata quando persone che conosco se ne escono con Poverini, ma certo non possiamo accoglierli tutti. Perché, non possiamo? Cosa ce lo impedisce? Ho letto che è stato fissato un tetto massimo, per l’accoglienza dei migranti nei Comuni: ci sono addirittura delle percentuali, come se stessimo parlando della quantità di sodio nell’acqua minerale. E io continuo a non capire quale sia il problema: di cosa abbiamo paura? Quale enorme intrinseca debolezza ci porta a temere il diverso? E con quale faccia possiamo dirci umani e cacciare dei bambini da una piscina, solo perché sono neri? Non lo capisco, davvero. È come uccidere un usignolo.

https://www.youtube.com/watch?v=ceA5hkBXLxc

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Gente (fastidiosa) da social network.

Quelli che usano i social come una grande vetrina in cui esporre la propria vita per ricavarne l’imperitura invidia degli astanti: una cascata di foto di località tropicali – piedi in acqua, costumini sgargianti e occhiali da sole, un pareo a fiori sullo sfondo, orizzonti al tramonto, nei casi più gravi un grosso pesce preso all’amo -, una valanga di scatti a tematica culinaria – enormi piatti di costolette succulente tuffate in setose creme verde, gelati da coma iperglicemico, pizze con sopra una bufala intera, intesa come quadrupede con le corna -, una grandinata di frasi in cui i termini più frequenti sono meraviglioso, stupendo, entusiasmante, abbellita da una ridda di punti esclamativi e cuoricini e faccine ed emoticon incomprensibili.

Quelli che gli altri mi hanno sempre fatto del male ma io sono buono e vado per la mia strada.

Quelli che non rispondono ai post di felicitazioni per il compleanno: quelli che non elargiscono un like o un grazie o una faccina vagamente contenta ma, a fine giornata, se ne escono con un post in bacheca che dice siete tantissimiiii avete reso migliore la mia giornata, facoltativo anche un cercherò di rispondervi singolarmente a cui non crederebbe neanche il buffo cane giallo.

Quelli che lo so che mi leggi stronzo, ti pare che non lo so cosa ahi fatto?

Quelli che decidono di dedicare la propria permanenza sui social a un unico argomento, meglio se di nicchia: e quindi, eccoli ammorbare la home con post dedicati esclusivamente alla pesca di trote nei fiumi delle Svalbard, al giusto grado di cottura delle trote al forno, ai modelli più comodi di scarpe in pelle di trota.

Quelli che si infilano in ogni polemica esistente, su qualsiasi argomento, vantando infallibile conoscenza della situazione.

Quelli che vogliono farsi compiangere: che indossano foto-profilo lacrimevoli e scrivono post ad alto tasso di puntini di sospensione, citando costantemente i propri guai con aria finto-distaccata – sì, è vero, la macchina è esplosa mentre tornavo a casa dal supermercato e non ho i soldi per fare di nuovo la spesa ma va bene, ce la farò anche questa volta – cercando di suscitare compassione nel prossimo per poi fingere un superiore disinteresse.

Quelli che usano i social per provare a provarci con le amiche della fidanzata o con la fidanzata delle amiche.

Quelli che postano solo canzoni sconosciute, frasi celebri di scrittori lusitani del Trecento, particolari delle vetrate dell’abside della cattedrale ortodossa di Annapolis.

Quelli che cambiano foto profilo tre volte al giorno. Quelli che usano gli ashtag su facebook. Quelli che hanno collegato diversi account e fanno finire su facebook tutte le foto che hanno postato su instagram, con l’insopportabile codazzo di cancelletti e parolette in inglese.

Ho iniziato qualche giorno fa “La paranza dei bambini” di Roberto Saviano. Ne ho letto molto poco, mi piace già molto.

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Ossessioni.

Ho sempre provato noia per le persone monotematiche: quelle che sui social ammorbano gli altri con discussioni legate solo ed esclusivamente a un argomento, calcio cucina froceria fissione nucleare, e ignorano anche la caduta di un meteorite sul pianerottolo del vicino se non incoccia, in qualche modo, con l’oggetto del loro ardore speculatorio; ho sempre provato fastidio per loro e adesso, con orrore, mi rendo conto di essere caduta nella stessa sottile trama: continuo a dedicare inutili righe a qualcosa di cui ho già scritto abbondantemente ma che, ecco, mi disturba e confonde: i posteggiatori.

Un po’ di tempo addietro, il sindaco di Palermo – persona che si distingue per alternare iniziative inutili e grottesche ad altre importanti, sensate, quasi d’avanguardia – ha proposto la pena detentiva per i parcheggiatori; la maggior parte di loro, infatti, si dichiara nullatenente, e non può, per questo, essere multata: di fatto, quindi, chiamare i vigili per segnalare che un bellimbusto nerboruto, metà uomo e metà seggiola di legno, ci sta infastidendo, è futile e deleterio: lui domani sarà di nuovo lì, tronfio e gaglioffo, e saremo noi a dover girare al largo. Questa ipotesi, unita a una nuova App dedicata a segnalare alle Forze dell’Ordine la posizione del posteggiatore molesto, ha scatenato reazioni furibonde sui social: una maggioranza bulgara grida all’oltraggio. Si distinguono i post-sessantottini con idee populiste che vedono nel posteggiatore un indigente che deve trovare il modo per nutrirsi, i pigri che reclamano un sacrosanto aiuto per riporre la macchina prima di entrare in ufficio, gli iracondi che, in odio verso il sindaco, dichiarano che tutti i posteggiatori – tutti, non uno di meno! – sono brave persone, altro che sinnacollando che lui sì, ecco, è il male. Io non ho parole.

Mi chiedo – ma me lo chiedo davvero, con curiosità scientifica – perché al plaermitano piaccia così tanto avere un energumeno gesticolante che urla vada vada mentre posteggia. Di quale aiuto abbiano realmente bisogno, tutti coloro che che inneggiano al parcheggiatore come squisito filantropo: e se questo aiuto altro non sia che la possibilità di lasciare le chiavi a uno sconosciuto perché sia lui a provvedere, in nome di una innata e mai altrove dispiegata fiducia verso il genere umano (ma come, non prestate la macchina a vostro cognato, non fate salire vostro figlio per paura che poggi le suole sui sedili, e poi lasciate per ore le chiavi a un tipo che si fa chiamare Santuzzo ‘o malamente?!).

Mi chiedo perché il palermitano medio, che non paga il biglietto sull’autobus se non una volta ogni tre e se sta percorrendo tratti molto lunghi, che si ribella al pass ztl chiamandolo pizzo, che se sosta in zona blu non espone il tagliando, trovi normale e altamente gratificante offrire il caffè ogni mattina a un tipo che non fa altro che consentirgli di parcheggiare la propria auto in una piazza. Lo stesso palermitano che si dimostra rattristato e contegnoso quando si nominano Falcone e Borsellino, che va – o meglio, andava – alla Fiera di Addiopizzo, che pubblico si accalora contro la mafia che impone il suo controllo, poi accetta – anzi, ne è felice e non vuole perdere questo privilegio! – di dover lasciare un obolo per paura che gli venga divelto uno specchietto. La stessa persona che dice di farlo perché devono campare anche loro, ma non si sogna mai di comprare una rosa o regalare una moneta a chi non si impone con la violenza.

Io non capisco, spiegatemelo voi.

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Se io non fossi me, sarei ancora me stessa?

Una manciata di giorni fa, una notizia sconvolgeva l’Italia: quella di una bambina di sei anni dal nome tragicamente antifrastico, misteriosamente morta in un condominio campano due anni fa, di cui era venuto alla luce l’orrendo destino: molestata e uccisa da un vicino di casa, noto nella zona come persona poco raccomandabile. Mentre il web ribolliva di rabbia – rapidamente scemata, va detto – ho letto qualche articolo di giornale, ho sfogliato qualche pagina online e ho riflettuto molto. La storia in sé è ovviamente oscena, insopportabile, disgustosa; penso che pochi possano (vogliano) provare empatia o pietà per l’assassino: a me non interessa farlo, non ci ho neanche tentato. La situazione è una di quelle in cui è fin troppo facile schierarsi: il mostro, il fetente, la cosa fitusa da una parte, il resto del mondo dall’altra; all’interno di questo resto del mondo sono compresi, però, tutti quelli che avrebbero dovuto sapere: vicini, parenti, amici dell’assassino e della famiglia della vittima, additati come semi-mostri anche loro: omertosi, reticenti, colpevolmente consapevoli dell’abominio e incapaci di denunciarlo. Colpevoli e umani: al contrario dell’assassino, considerato alla stregua di un animale selvatico, amorale e privo di consapevolezza e coscienza, i personaggi di contorno destano orrore perché avrebbero potuto essere uno di noi. Ma, se lo fossero stati, cosa sarebbe successo?
Penso di poter affermare con assoluta sicurezza che non molesterei né ucciderei mai un bambino; ma non so cosa succederebbe, se lo facesse qualcuno che abita nel mio stesso pianerottolo: qualcuno che temo perché lo conosco come violento, prevaricatore, malavitoso, qualcuno che cerco di non incontrare e che mi sforzo di ignorare. Probabilmente – non lo so con sicurezza, posso solo provare a immaginare – lo denuncerei: ma avrei moltissima paura, mi allontanerei da casa chiedendo ospitalità a qualcuno, probabilmente lascerei per un po’ il lavoro. Cercherei di tutelarmi, conterei sull’aiuto della mia famiglia e dei miei amici, attiverei la rete di contatti che ho intorno per farmi proteggere; avrei gli strumenti per fare in modo di mettere a rischio la mia vita meno possibile, e li metterei in campo per provare a non essere devastata dalla situazione. Questo è quello che (probabilmente) farei: se fossi me stessa, con le possibilità economiche e le strutture morali e mentali che ho adesso. Ma se fossi una persona che abita in un condominio-dormitorio in una periferia avvelenata dalla mafia, se avessi scarse risorse di denaro e nessuno a cui chiedere aiuto, se avessi un’occupazione precaria, sottopagata e che mi impedisse flessibilità oraria o la possibilità di lavorare da casa, se non avessi nessuno in grado di ospitarmi; se avessi dei figli da proteggere, o un marito violento a fiaccarmi l’anima, non sono sicura che avrei la forza, il coraggio, la tenacia di dire sì, ho visto. Mi piace pensare che lo farei sempre, in qualsiasi situazione o condizione: ma non è vero, e penso che sarebbe bello se molti avessero il buon senso di ammetterlo.

Sto leggendo un libro che ha aspettato per quasi un anno, sul mio comodino, che mi decidessi ad aprirlo: un romanzo che casca a fagiolo con questa riflessione, perché è una storia di consapevolezza e presa di coscienza e illustra molto bene come le reazioni di una persona possano essere influenzate dall’ambiente in cui sono immersi. Si chiama Mi chiamo Irma Voth, lo ha scritto Miriam Toews e mi sta piacendo abbastanza.

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Di libri e di altre stranezze.

Sabato scorso, a quest’ora, stavo schiumando di rabbia. Mi era stato appena comunicato – con modi decisamente poco urbani – che i libri che avevo donato a una biblioteca privata, appartenuti ai miei nonni, non erano culturalmente degni di farne parte. Superati la delusione e lo sconforto iniziali, assodato che chi mi ha tartassata di deliranti messaggi desiderosi di scuse è una persona decisamente non in pace con se stessa, mi sono rimasti una serie di dubbi. Il primo, forse il principale, è un classico: ma davvero esistono libri che meritano di essere letti e altri il cui unico destino è il cassonetto della raccolta differenziata?
Leggo molto, sono circondata da persone che leggono molto, lavoro in una casa editrice e puzzo di carta e polvere tutta la giornata. Penso che leggere sia appassionante, divertente, entusiasmante, che aiuti a superare momenti difficili, che faccia crescere. Che sia, insomma, un fantastico hobby. Per questo, trovo terribilmente snob chi usa toni condiscendenti verso chi non legge: a me non piacerebbe che gli appassionati di aeromodellismo mi compatissero perché non apprezzo il loro passatempo. Penso che un buon libro abbia il compito, prima di tutto, di appagare il mio gusto: e che, come mangio volentieri patatine fritte o cheese-burger o gelati ricoperti di confetti colorati e sciroppo al cioccolato, possa avere il diritto di leggere gialli, cinquantasfumature, fabiivoli quando e quanto mi pare. Un film di Verdone mi fa sghignazzare, perché un romanzo di Rex Stout non dovrebbe fare altrettanto? Ma davvero c’è qualcuno che legge tutto il tempo Delitto e castigo? Mi dispiace molto per lui: porello, chissà che palle. Chi ha deciso che la lettura sia qualcosa di più di un sano, (non più tanto) economico, ecologico svago? Quando si è cominciata a formare l’idea che leggere molti libri dia il diritto di stigmatizzare chi non lo fa? Ogni anno vengono forniti allarmistici dati sul fatto che in Italia non si legge più; c’è sempre una nota di biasimo tra le righe, un o tempora o mores, la convinzione che chi preferisce confezionare una torta o un maglioncino a ferri sia eticamente riprovevole. Perché?
I libri che avevamo faticosamente consegnato erano tanti, e di argomento vario; sono stati bollati, in blocco, come spazzatura: indegni di uno scaffale che li potesse ospitare, adatti solo a un falò in spiaggia. Dietro un libro, lo so per esperienza, ci sono montagne di cose: le aspettative, i sogni, l’impegno di chi lo ha scritto. Il lavoro, spesso malpagato e svolto in fretta, una mano sulla scrivania e l’altra sulla cornetta del telefono, di un editor, un grafico, un editore, una tipografia, un magazziniere, un ufficio stampa, un social media manager. C’è una nonna che si vuole congratulare con la nipote, un figlio che vuole vedere la madre firmare le prime copie. C’è fatica, dedizione, buona volontà: come si può liquidare tutto questo in termini sprezzanti? Quanta violenza c’è in una frase come quella?
Rivendico il mio diritto a leggere quello che voglio, e a pensare che la serie di romanzi rosa che ha tenuto compagnia per tanti anni a mia nonna non sia meno degna di esistere di qualsiasi altro libro. Mi dispiace per chi non la pensa così: la sua vita deve essere parecchio noiosa.
Dato che sono una persona poco colta, dai gusti banali e dal palato poco fine, sto leggendo Vendi cara la pelle di Sandra Scoppettone, un giallo brioso e pieno di ritmo che mi è stato omaggiato da un’amica vera, di quelle su cui si può contare come sull’arrivo del Settimo Cavalleggeri.

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Domandare è lecito?

«Quando mi dicono: ti potevi vestire meglio. E io mi ero già vestito meglio».

Che adoro Francesco Piccolo si sa – da qualche giorno lo sa anche lui. Mi piace come scrive, come parla, come argomenta: mi piace soprattutto il suo modo di notare le cose e svelarle, quando erano sempre state lì ma non ci avevo mai fatto caso. Così, per confermare la teoria che quello che Piccolo scrive è qualcosa che ho vissuto, vivo o vivrò, ecco che la fatidica frase mi è stata detta: ti potevi vestire meglio. Non da mia madre, che potrebbe essere vagamente giustificata nel suo ruolo di consigliera-non-richiesta, ma da una persona con cui non sono così in confidenza da rispondere anche tu. Ho incassato e sono rimasta in silenzio: né avrei mai potuto fare altro.
Subito dopo il disappunto iniziale, è subentrata l’annosa domanda: perché alcune cose si possono dire e altre no? A me non verrebbe mai in mente di criticare apertamente una persona per il suo abbigliamento: a meno che, appunto, non si trattasse di mia madre, e anche in quel caso cercherei di essere più accomodante e malleabile. Del vestiario di amiche e colleghe non mi sono mai interessata: ma ho la certezza assoluta che, se andassi da collegamodaiola dicendo che shorts e ciabattine non mi sembrano una mise adatta all’ufficio, verrei immediatamente rintuzzata, tacciata di scortesia e maleducazione e ostracizzata. Perché, allora, altri possono dire a me che sono vestita in modo inadeguato, e devo anche tacere? Nella mia personale visione del mondo, un paio di pantaloni neri, una maglietta – nuova, carina, leggermente scollata, sagomata in vita, pulita, stirata, senza buchi o macchie di marmellata – e un paio di sneakers sono una tenuta adatta a un pomeriggio di lavoro, considerato che non presto servizio in un Pronto soccorso, nella cucina di un ristorante, su un autobus di linea o alla corte di Sua Maestà. Ma a una femminuccia si addice la gonna, o la scollatura pronunciata, o i capelli di parrucchiere: quindi devo scegliere se stare con le ginocchia al vento o farmi criticare e tacere: ché il mio irrispettoso e oltraggioso anticonformismo mi porta a non poter rispondere, se non voglio passare per una persona acida e imbruttita. È lo stesso principio per cui verrei linciata se dicessi a conoscentegrassa mangia un po’ meglio, non vedi che sei una balena?, mentre tutti possono dire alla mia bella come sei magra, mangia di più (anche nell’odiosa versione a me rivolta guarda com’è magra, falla mangiare di più, a cui non potrei mai ribattere guarda l’adipe di tuo marito, vuoi che gli venga un infarto?). Offendere le persone sovrappeso è un tabù, insultare le magre è lecito. Tingersi i capelli di rosso tiziano o nero corvino va bene, tingerli di verde è da punkabbestia. Gli osceni colpi di sole di amicafrescadipiega non possono essere criticati, i miei capelli più lunghi della media sì. Chi decide cosa è lecito dire e cosa no? Chi sceglie quali domande sono inopportune e quali vanno bene? Perché una persona grassa dovrebbe essere ferita da una frase poco gentile, e una magra dovrebbe considerare quella frase un consiglio? Lasciate in pace la mia maglietta, i miei capelli e la mia bella, una buona volta.
Incontrare Francesco Piccolo è stato bello; scoprirlo alla mano, arguto e simpatico come speravo ha completato il quadro. Gli ho chiesto di scrivermi una dedica su Storie di primogeniti e figli unici: un libro che non smetterò mai di consigliare.

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È difficile.

Piastrare i capelli di una persona senza pinzare un orecchio alla malcapitata che ci ha chiesto aiuto. Vedere un film in streaming con un pc che si spegne, senza motivo apparente, tre o quattro volte in un’ora e mezza. Appendere al muro dei poster, a pochi centimetri dal tetto, usando una caffettiera al posto del martello. Pulire bene una casa in cui sembra che polvere e capelli si materializzino da soli appena si gira lo sguardo.

Fare funzionare una relazione, con poco tempo a disposizione e molte parole e aspettative e rimostranze immotivate. Dire la cosa giusta, quando ci sono mille frasi sbagliate che premono contro gli incisivi. Sorridere e lasciar perdere, piuttosto che discutere e rischiare di ferire. Mettersi nei panni degli altri, vedere i progressi anziché puntare il dito sugli insuccessi, gioire e ridere di cuore. Ascoltare una barzelletta già sentita mille volte, e riuscire a tirare su gli angoli della bocca come se fosse un’assoluta novità.

Cucinare un buon pollo al curry, con un tagliere che schizza via dal piano di lavoro nonostante il foglio di carta da cucina ben piegato sotto, un coltello in fibra di carbonio che taglia anche i pensieri e un forno ventilato che incenerisce le pietanze prima di cuocerle. Preparare un caffè dignitoso con la vecchia moka dell’ufficio, una miscela decaffeinata presa al discount e un fornello di dimensioni tali da non sfigurare sotto la padella di panellaro.

Trovare un dolce vegano dal sapore gradevole e che non costi una fortuna, di sabato pomeriggio, mentre un quarto di città è in fibrillazione per Palermo-Roma, tutte le strade nel raggio di molti chilometri dallo stadio sono chiuse e un numero allarmante di smart sfreccia sui marciapiedi, tra passeggini e anziani di ritorno dalla Messa.

Convincere il meticcetto biondo méchato che la signora del palazzo di fronte ha il diritto di annaffiare le gerbere e potare la bungavillea senza che lui si senta in dovere di redarguirla con vigorose abbaiate e temibili ringhi. Persuaderlo che, per dimostrare la sua stima imperitura, non è necessario che salti in braccio e ficchi la lingua nelle orecchie di chiunque gli sembri simpatico. Fargli mandare giù i suoi croccantini, anche se sono banalmente al gusto pollo e non salmone alta appetibilità come desiderava.

Posteggiare la macchina andando in casa editrice, tra strade chiuse al traffico, sbarramenti temporanei per il tram e piazze pedonalizzate. Indurre il giovane che ciondola intorno all’auto finalmente parcheggiata ad andare via a mani vuote, ché io qua ci lavoro e non ho alcuna intenzione di darti un euro al giorno, chiaro? Correre in punta di piedi sul basolato liscio dietro la chiesa di San Francesco, senza incorrere in uno scivolone memorabile davanti agli occhi perplessi del carrozziere all’angolo.

Dire addio a una serie televisiva che si è amato, e pensare che la frase ci vediamo un episodio di Six feet under non sarà più pronunciata, almeno con la trepidante aspettativa di qualche giorno fa.

Terminare di leggere una serie di romanzi simpatica e divertente, e sentire la mancanza di Agnes Browne, dei suoi figli, di Marion e Dolly e di una Dublino antica, dolce, irriverente e fiera. Trovare qualcos’altro che sia all’altezza, che prenda e trascini, che faccia sorridere e sognare e commuoversi un po’.

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Chi ha paura dei vegani?

Mia madre è vegana. È una scelta alimentare che non condivido, abbracciata per motivi vari, alcuni più sensati di altri: ma la rispetto, e il fatto che mia madre non ammorbi chi mangia carne al suo tavolo con gutturali urla di dolore o con sermoni moraleggianti la rende decisamente meno molesta. Bastano un minino di buon senso e di inventiva, e anche invitarla a pranzo diventa un’esperienza felice: il risotto con i funghi le è piaciuto, le patate sabbiate non erano male, e per secondo un piatto di asparagi è stato apprezzato. Io potrei benissimo fare a meno, nella mia dieta abituale, della carne e dei salumi, ma non rinuncerei volentieri a uova e formaggi: ma lei ha scelto di farlo, quindi va bene così. È da quando avevo quattro anni che mi viene insegnato che non è educato guardare nel piatto altrui: allora perché il 90% delle persone che consumano un pasto con lei si sente in diritto di criticarla, giudicarla, mettere sotto esame le sue decisioni? Non imporrei a chi non tollera un alimento di mangiarlo: perché, in questo caso, c’è sempre qualcuno che ha un’opinione da esprimere, e si sente quasi in dovere di farlo? Se vedessi un uomo sovrappeso rimpinzarsi di cibi fritti e tentassi di imporgli di gettarli via, verrei apostrofata con scortesia e invitata a farmi i fatti miei: perché, nel caso di mia madre, la regola d’oro ognuno mangi ‘quel che gli pare non vale?

Non sono un’amante dei fanatismi, in un senso come nell’altro: mi infastidisce il vegano che impone il suo modo di mangiare agli altri, esattamente quanto chi non cerca di venire incontro alle esigenze altrui. Come è possibile che, in un ristorante, non si riesca a trovare un piatto cruelty-free che non sia un’insalata scondita o un contorno di patate fritte precotte? E perché, per il pranzo di Natale, ho dovuto preparare e portare alla padrona di casa una porzione di besciamella vegana per condire la pasta di mia madre? Non c’erano altre soluzioni? E quale enorme difficoltà può derivare dal dover ideare una besciamella vegana? Chi la sa preparare nella maniera classica non dovrebbe avere particolari problemi. Più in generale, perché qualsiasi cosa esca dall’ordinario genera indefessa ammirazione o astio? Domenica scorsa mi trovavo a una manifestazione culturale con alcune persone celiache; la cucina non forniva pasti privi di glutine: il riso, le verdure, il pollo, erano contaminati dal glutine, e per questo non commestibili. Sarebbe bastato preparare qualcosa di espresso ad hoc: ma tutto quello che non rientra nel protocollo stabilito genera ansia e confusione. E quindi, se sei celiaco, vegano, intollerante al latte o non mangi cipolla fai prima a portare con te il cestino del pranzo. Uscire dall’ordinario, a volte, può essere una bella esperienza: lo chef di una pizzeria potrebbe vedere una sfida appassionante nella richiesta di una pizza senza mozzarella, e potrebbe tentare di evitare la banalità degli ortaggi grigliati schiaffati sulla pasta alla meno peggio. Pomodori freschi a fette, olive, capperi e origano sarebbero ottimi per un piatto dal sapore mediterraneo. E che dire di funghi e spinaci? O peperoni lavorati fino a formare una crema, da abbinare a melanzane e zucchine? Le possibilità ci sono, eccome.

Il 27 dicembre rientra a pieno titolo in quelle che a Palermo si chiamano giornate che sono: momenti strani e stranianti, dal gusto dolciastro e appiccicoso di infanzia. Sto leggendo Funny girl di Nick Hornby, e si adatta alla perfezione al mood del momento.

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Mutazioni, o dello scrittore che improvvisamente cambia stile.

Tutti noi, crescendo, cambiamo: cambiano le nostre abitudini, i gusti, le aspirazioni, le espressioni; da piccoli odiavamo i peperoni e ora sono alla base della nostra alimentazione, da adolescenti sognavamo di fare gli astronauti e ora siamo felici di affumicare prosciutti, da ragazzi ascoltavamo senza sosta i Police e ora saremmo imbarazzati ad ammettere di possedere un loro disco. Il nostro modo di parlare, negli anni, cambia: anche lo stile di uno scrittore, col tempo, si evolve. Ci sono autori che mantengono la propria cifra stilistica quasi immutata, ce ne sono altri che diventano involuti, altri ancora che si rarefanno, staccando sillabe dal foglio con rigore ascetico. Ma di solito, di uno scrittore che amiamo, siamo in grado di riconoscere la scrittura, il sapore, quel certo non so che, anche sfogliando il primo libro e l’ultimo.

L’ho detto molte volte: quando trovo un autore che mi piace, tendo a ricercare compulsivamente tutti i suoi libri, a scartabellare idealmente tra i suoi fogli, a sperare di imbattermi in una sua lista della spesa dimenticata sul fondo di una borsa. Di Andrea De Carlo ho letto tutto, fino a non poterne più: infatti le ultime uscite le ho messe da parte, per non rovinare il ricordo dei libri che ho amato a sedici anni come a venti; il suo stile non è cambiato, è solo stato vittima di una miriade di superfetazioni. Ma, sotto le frasi idiomatiche alla-De-Carlo, sotto la retorica del rapporto uomo-natura sbilanciato a favore di quest’ultima, sotto pagine e pagine e pagine di assurdi tira e molla sentimentali tra i protagonisti del libro, il nucleo è sempre quello: piacevole, godibile, leggibile.

Poi, ci sono autori che inspiegabilmente passano dallo scrivere bei libri allo scrivere assurdità: e per me l’esempio principe è Francesco Recami. Qualche anno fa – tre, quattro? non ricordo – ho pescato a caso in libreria L’errore di Platini. Ho trovato un romanzo davvero ottimo: cinico, sferzante, acuto, cattivo. Mi è piaciuto moltissimo, e mi sono subito messa alla ricerca degli altri. Il superstizioso non mi ha delusa, Il correttore di bozze mi ha confusa, Prenditi cura di me mi è sembrato il suo miglior romanzo: più completo dei precedenti, più strutturato, più lungo e articolato, ma cinico ai limiti della brutalità come gli altri; scomodo, verisimile, straniante, sbalestrante. Avevo letto, di Recami, anche un giallo: opaco, senza infamia né lode, niente-di-che: Il ragazzo che leggeva Maigret, si chiama. Attendevo con ansia una nuova uscita: e in quel momento, senza alcun motivo, uno scrittore bravo, dallo stile impeccabile, con idee e voglia di raccontarle, ha deciso di tramutarsi in uno sforna-storielle: è iniziata la saga della casa di ringhiera. Gialli-non-gialli, sciocchi e insulsi, con personaggi strampalati, privi di trama. I classici libri che sembra abbiano divertito più lo scrittore – che, compiaciuto e sornione, si frega le mani dopo averli terminati – che il lettore medio. A me, ma è solo una mia opinione, sembra un delitto; forse gli alieni hanno rapito il vero Recami, e costringono una controfigura a mandare in stampa storie senza capo né coda? Rivoglio il vecchio Recami, quello che mi spaventava e mi faceva pensare. Lo rivoglio. Per favore.

La mia battaglia contro i piatti-da-preparare-prima continua. Un’ottima soluzione è l’insalata di pollo: la mezza bestia rimasta dalla sera prima (presa in rosticceria, gustosa e consolante), spolpata e tagliata a bocconi, a cui aggiungere patate e carote bollite, mais, salsa rosa, olive verdi, insalata iceberg. Una vera goduria.

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Allerta meteo?

Lo scorso fine settimana, mentre ero impegnata a spostare tutte le mie cose dal punto A al punto B senza perdere per strada i calzini, la pennetta usb o il lume della ragione, è stata diramata a Palermo la prima allerta meteo di cui abbia memoria. Le scuole e le facoltà universitarie sono rimaste chiuse, mentre uffici, negozi, ospedali e aziende hanno lavorato regolarmente, con fiero sprezzo del pericolo. Domenica mattina il sole splendeva sulla città: non c’erano stati danni né problemi e, a parte un breve acquazzone sabato mattina, non aveva neanche piovuto.

Sui social, come era prevedibile, la faccenda è stata sviscerata, commentata, sbertucciata, ripresa, sezionata, criticata. Due fazioni si opponevano: quella di chi lodava il sindaco per la sua avvedutezza, che avrebbe scongiurato un pericolo che per fortuna si era dileguato ma chi può mai dirlo, signora mia, e se poi pioveva?, e quella di chi considerava l’allerta maltempo un’inutile perdita di tempo e di risorse pubbliche. Tra annunci di ricorsi – ho dovuto tenere il bambino a casa, chi mi paga la baby-sitter? – e ringraziamenti, in parti uguali, a padre Pio e al sinnacollando, meritevoli di aver allontanato a fiato gli incombenti nuvoloni neri, ben pochi hanno notato una cosa fondamentale: quanto sia avvilente la necessità di chiudere scuole e atenei alla prima pioggia.

La prudenza è utile, e a Palermo il detto megghiu dire chi sacciu che chi sapìa è verbo, ma è ipotizzabile tenere i ragazzi chiusi nelle loro camerette a chattare ogni volta che si sente un tuono rotolare in lontananza? Perché non far slittare l’anno scolastico e mandare i bambini in classe da aprile a sttembre, allora? E, in ogni caso, quale sarebbe stato il senso di un’allerta organizzata in questo modo? Un paio di anni fa, in un giorno di pioggia torrenziale, i sottopassaggi della circonvallazione si sono allagati: succede sempre, è vero, le persone rimangono intrappolate, le idrovore sono invocate a gran voce, è molto spiacevole. Quella volta fu diverso: nerboruti uomini della protezione civile, in divisa azzurrogialla, hanno deviato le auto sulle corsie laterali, hanno parlato e rassicurato, distribuito bottigliette d’acqua, tenuto tutti lontani dai famigerati sottopassi. Questa volta, scuole chiuse e circonvallazione aperta, 118 in allarme e nessun vigile o operatore della protezione civile per le strade. Qual è stato il senso? Il sapore di slogan elettorale, di noi non dobbiamo essere da meno di Roma, era forte.

E poi, perché scuole chiuse e uffici aperti? E perché gli insegnanti sono stati a casa, mentre il personale ATA è stato comunque richiamato in servizio? Mi sembra che non abbia molto senso. Ma soprattutto, mi sembra molto triste pensare che le scuole della nostra città non siano in grado di reggere una situazione di banale maltempo, che le strade si intasino e allaghino con una pioggia, anche battente, ma non certo di rane. È ovvio, è scontato, è quasi inutile notarlo, ma, da quando sono state ripulite le caditoie, i sottopassaggi non si sono più allagati. Ci voleva davvero molto? Quanto al resto, che l’allerta meteo venga messo in atto, se ci sono seri e reali rischi per le persone: ma che venga tutelato, allora, anche chi lavora nel privato, chi ha un negozio, chi sta dietro il banco di un ufficio postale o dietro il vetro di un istituto di credito. La prof di religione è stata a casa, il fruttivendolo è rimasto tra le sue cassette di pomodori: perché?

Sto leggendo con avidità e gusto Storia della bambina perduta, il volume che chiude la serie de L’amica geniale di Elena Ferrante. Partito col botto, ha avuto una fase di stanca, ma adesso, circa a metà, è denso e pregno e interessante e coinvolgente come me lo aspettavo. Ci metterò un bel po’ a finirlo, ma so già che mi mancherà moltissimo.

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