Pesantemente dare

Il cameriere che ci posava sul tavolo le pizze che avevamo ordinato grondava un sudore che mi sparava dritto davanti all’effige della sindone e se non tenevo attiva fortemente attiva la valvola di blocco reazione sull’indifferenza borghese nel nome della serata tranquilla sarei scattato in piedi e sarei andato alla cassa e avrei chiesto di parlare col padrone non col principale col padrone di tutti quei malcapitati che da quel momento in poi ho cominciato a osservare mentre correvano come dannati in mezzo a tavoli popolati da paciosi e affamati e indifferenti bovini dediti solo all’ingozzo e una volta che fossi giunto al cospetto del padrone lo avrei informato di quanto lui fosse una merda a non aumentare il personale di sabato e domenica perché se il servizio era impeccabile e la gente tornava non era merito suo ma di quei poveri dannati che si contorcevano in quella bolgia dall’apparenza legale e la mia valvola ha tenuto e nel nome della serata tranquilla con gli amici non ho reagito ma non potevo non vedere la bolgia e gli unici dannati in quella mangiatoia popolare e così non parlavo non dicevo niente non proferivo parola e mi hanno chiesto cosa avessi e ho risposto caldo ma quanto male si deve stare a lavorare in quel modo e chi e quando mai darà a tutti i bastardi come quel padrone quello che meritano che dire loro non serve a niente niente niente e credo occorra dare e dare e dare. Pesantemente dare.

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Un saluto e molte grazie

Cari e affezionati pochi miei lettori, mi accorgo solo ora di non avere più racconti per Scorciatoie e pertanto volevo con questo mio ultimo post ringraziarvi e salutarvi. Passo dalla mia penombra su questo sito all’oscurità totale a cui sono abituato. Se volete leggere altre cose mie le trovate scaricabili nella home page del mio sito. Altrimenti comunque e sempre: Pace.

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la numero 14

- Lo avrei preso a ceffoni. Pareva un bambino perso. Smarrito. Dentro un supermercato. Hai presente? Tra gli scaffali enormi mentre cerca la mamma. E al mio amico diceva che stavamo intervistando il suo cadavere. Che lui era già stato ucciso da sua moglie. Che stavamo facendo un servizio al suo cadavere. Che lui era morto da tempo. Io facevo foto e stavo zitta. Non mi andava di dire niente. Lui raccontava quelle cose a me e al mio amico. Due sconosciuti. Perché raccontava quelle cose a due sconosciuti? Non lo capivo. Non lo sopportavo. Così stavo zitta. Era urtante. Fastidioso. Volevo andare via e invece stavo lì a fare foto. Professionalità. Boh. Pareva una vendetta da asilo. Per fare male alla moglie. Lo racconto ai giornali. Una cosa meschina se non fosse stato evidente. La cosa. Il fatto. Si vedeva chiaramente. Insomma lo dovevi vedere. Stava malissimo. Da prenderlo a sberle come un bambino. Non lo so. Non poteva. Nessuno si dovrebbe permettere. Non così. Non in quel modo. Con degli sconosciuti. E io facevo foto e il mio amico continuava l’intervista sino a quando lui non lo ha interrotto e mi ha chiesto perché non dicevo nulla
- E tu?
- Gli ho detto che semplicemente non mi andava. Lui mi ha guardato negli occhi per qualche istante e poi mi ha dato il cd che c’era sul tavolino. L’Umplugged. Ancora inedito. Era la sua copia. E mi ha detto che io ero la numero 14. Io ho guardato il disco, l’ho girato e ho visto che la quattordicesima canzone era Where did you sleep last night. Conoscevo il testo e mi sono. Sentita male. Sapevo le parole a memoria. So le parole a memoria. Mi aveva consegnato la sua anima. Stavo male.
- E cosa gli hai detto?
- Niente. È stato lui a dire. Vedendo la mia reazione. Muta. Mi ha detto che io avevo lo stesso significato del falso cognome di sua moglie
- … Love?
- Sì.
- E tu?
- La settimana seguente ero appena rientrata in Italia e lui si è fatto saltare il cervello. Mi sono rifiutata di vendere le foto. Mi hanno telefonato a tutte le ore. Le volevano. Le pagavano. Le pagavano perché diventassero loro. Ho quasi perso il lavoro. Ancora adesso sono considerata una fotografa poco professionale. Non le ho vendute
- Quanti sanno questa storia?
- Tu
- L’hai raccontata solo a me?
- Sì
- Perché?
- Perché hai una Fender Stratocaster azzurra come la mia e quella di Kurt era blu. Quanti al mondo hanno una Stratocaster azzurra?
- Non lo so. Posso scrivere queste cose?
- Sì. La mia roba te la regalo
- Lo stai facendo
- Cosa?
- Lo stai facendo anche tu vero?
- Sì
- Perché?
- Dimmi cosa sto facendo prima
- Mi stai regalando la tua anima, perché?
- Perché mi fai stare male
- Male?
- Sì. Mi fa stare male quando mi sento capita così a fondo. Posare nudi è più facile.
- Lo hai mai fatto?
- Sì, ho fatto anche quello. Ho le stampe. Vuoi vederle?

Where Did You Sleep Last Night Lyrics

My girl, my girl, don’t lie to me,
Tell me where did you sleep last night.

In the pines, in the pines,
Where the sun don’t ever shine.
I would shiver the whole night through.

My girl, my girl, where will you go?
I’m going where the cold wind blows.

In the pines, in the pines,
Where the sun don’t ever shine.
I would shiver the whole night through

Her husband, was a hard working man,
Just about a mile from here.
His head was found in a driving wheel,
But his body never was found.

My girl, my girl, don’t lie to me,
Tell me where did you sleep last night.

In the pines, in the pines,
Where the sun don’t ever shine.
I would shiver the whole night through.

My girl, my girl, where will you go?
I’m going where the cold wind blows.

In the pines, in the pines,
Where the sun don’t ever shine.
I would shiver the whole night through.

My girl, my girl, don’t lie to me,
Tell me where did you sleep last night.

In the pines, in the pines,
Where the sun don’t ever shine.
I would shiver the whole night through.

My girl, my girl, where will you go?
I’m going where the cold wind blows.

In the pines, …the pines,
……… sun,
……….shine.

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ketchup

-    Ma sei sicuro che si va di qua?
-    Mi pare di sì
-    A me pare che sia almeno mezz’ora che ti pare sbagliato
-    E tu dove andresti?
-    Non ne ho la più pallida idea, ci siamo persi, mi pare ovvio
-    Aspetta che controllo di nuovo se c’è campo
-    Ho appena guardato io col mio: zero
-    Se fossimo in un bosco di montagna potremmo sempre camminare verso valle, ma così…
-    Così ci siamo persi
-    Aspetta un attimo cos’è quella cosa laggiù?
-    Dove?
-    Da questa parte, seguimi
-    Cosa hai visto?
-    Una cosa gialla
-    Sì lo vedo anch’io adesso, pare un cartello
-    Vediamo cosa c’è scritto
-    Mi fanno male i piedi, sono esausta
-    Un cartello è pur sempre un segno di civiltà

-    Uhm, No trespassing, non mi pare un gran segno di civiltà
-    Come no? Significa comunque che di là c’è qualcuno
-    Ma che fili sono questi?
-    Sono quelli elettrificati che mettono per le mucche
-    Ah ecco dove li ho già visti. Forse hanno messo il cartello solo per proteggere il bestiame
-    Sì, non ho mai sentito di mucche pericolose
-    Posso chiederti come mai ci siamo addentrati in questo bosco?
-    I boschi canadesi sono fantastici, ce lo hanno consigliato in agenzia
-    Ecco, ricordiamoci di non seguire più consigli così generici, trovo molto più belli i nostri boschi alpini
-    Vieni

-    Lo senti pure tu questo odore?
-    No, che odore? Aspetta, sì. Più che odore… puzza
-    Infatti
-    Vieni, da quella parte c’è più luce
-    Magari c’è la fattoria
-    Vieni
-    Ti ho già detto che non ce la faccio più?
-    Una decina di volte, dai che ora troviamo qualcuno
-    Mi pare che l’odore si faccia sempre più forte
-    Forse hanno il macello
-    È una radura
-    Sì vieni

-    Caspita che schifo
-    Non ho mai visto una simile carneficina
-    Di cosa sono morte secondo te?
-    La cosa strana è che le abbiano lasciate qua, di alcune c’è solo lo scheletro
-    Ma che ci facevano delle mucche in un bosco?
-    Hai sentito anche tu?
-    Cosa?
-    Un rumore
-    No
-    Sì, da quella parte, vieni
-    E se fosse una zona contaminata?
-    Da cosa?
-    Non lo so, ma magari il cartello era per quello
-    Ci sarebbe stato scritto
-    Ehi cos’è quello?
-    Mio dio
-    Viene verso di noi
-    Aspetta
-    Cos’è?
-    Cazzo! Non lo so, scappa!
-    Perché?
-    Scappa cazzo!
-    Oh mio dio!
-    Corri
-    Non ce la faccio
-    Irene
-    Aiuto
-    Lasciala, cazzo lasciala!
-    Aiutami, aaaaaaaa
-    Brutto bastardo figlio di puttana
-    Sergio, Ser…
-    Cazzo noooooo!
-    …
-    Nooooooo
-    …
-    Figlio di puttana, torna qua, Irene, cazzo, rispondimi, figlio di puttana, noooooo, prendi anche me, figlio di puttana bastardo, torna qua, Irenee, noooo

-    Dove esattamente?
-    Esattamente non so dentro al bosco vi dico
-    George, ti risultano insediamenti di allevatori nel bosco?
-    No
-    Ci sa tornare?
-    Credo di sì
-    Andiamo allora
-    Non chiedete rinforzi?
-    Ma cos’era?
-    Non lo so, non ho mai visto un animale di questo genere. Su due zampe poi

-    Ecco, qua, il posto è questo
-    Ne è sicuro?
-    Sì, là c’è Irene
-    Non vedo niente
-    Non ha detto che c’erano delle mucche morte?
-    Sì che c’erano
-    Io non vedo nemmeno sua moglie
-    Ehi George cos’è quello?
-    Cazzo Greg, spara!
-    Cazzoooo!

-    Pronto Signore?!
-    Dimmi
-    Tutto a posto
-    Ci sono superstiti?
-    No, stavolta no
-    Bene, allora puoi tornare
-    Grazie Signore
-    Ah, senti
-    Sì
-    Se nell’hamburger ci vuoi il ketchup fermati a comperarlo da Mel

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Keibol Black

-    Stamattina quando sono andato a camminare c’erano tutti i bidoncini dell’umido buttati a terra
-    Pieni o vuoti?
-    Vuoti. Pareva che l’operatore avesse i coglioni girati
-    E c’era la tua amica?
-    Chi?
-    E dai! Quella che hai detto che è carina
-    Sì, certo, ma dovevi vedere come era conciata
-    Che aveva?
-    Aveva dei pantaloni che pareva una guardia svizzera
-    Mio dio, non so come faccia certa gente ad avere certi gusti
-    A non avere gusto sarebbe il termine esatto
-    E ti ha salutato?
-    No
-    Nemmeno stamattina?
-    No
-    Hai detto che prima della fine della vacanza lo avrebbe fatto. Non manca tanto tempo.
-    Dopo i pantaloni di stamattina non lo so se ci tengo ancora
-    E cosa cambia?
-    Se non la guardo non c’è più quello scambio di sguardi che genera intesa
-    E lei ti guarda?
-    Come al solito, lancia un’occhiata per vedere se la guardo e poi fa finta di essere in un altro posto
-    Dove tu non esisti
-    Esatto
-    Stronza
-    Come tutte
-    E il fumetto che ti sei portato com’è? Sei andato avanti ieri sera?
-    Certo che se conto il tempo che leggo e quello che cammino mentre tu dormi risulti una gran riposatrice
-    Mi piace e allora?
-    Boh
-    E il fumetto?
-    Bellissimo. Miguel Angel Martin è un genio. Se penso che questo è il suo primo lavoro… è incredibile
-    Che storia è?
-    Non te l’ho già detto?
-    Lo sai che mi piace ascoltarti
-    Keibol Black è un agente dei servizi segreti con licenza di uccidere. Il mondo in cui vive è contaminato, inquinato, radioattivo. Razzismo e mutanti. Rapporti gelidi. Niente sesso
-    Niente sesso? Strano che uno fissato come te apprezzi una storia senza sesso
-    È fantastico invece. Keibol in una storia, sono tutte storie autoconclusive, deve eliminare un tot di persone e lo fa accompagnato da una donna, le donne che disegna Martin sono tutte divine…
-    Ecco, mi pareva che qualcosa ci dovesse essere
-    Vestitissime comunque, tutte alla Greta Garbo
-    Tutte bionde?
-    No
-    Ah, capito
-    Sì, i modi, lo sguardo, insomma alla fine Keibol tira fuori la polaroid dell’ultima persona che deve uccidere ed è la donna che lo ha accompagnato in tutta l’avventura. Lei per altro gli ha appena detto che si è innamorata di lui
-    Non è banale?
-    Sì, ma non è quello il punto
-    E quale?
-    Che lei quando vede la foto capisce che Keibol non le farà sconti e allora dice Keibol dimmi almeno che ti dispiace. Sono morto
-    Però!
-    Bello no?
-    E come lo hai trovato questo fumetto?
-    Martin è il mio autore preferito e il pusher al negozio mi tiene da parte una copia di tutto quello che gli arriva
-    Mi pare un accordo sano
-    Perché hai tolto il piede?
-    Non so, mi pareva che non ti interessasse
-    E da cosa?
-    Quando racconti così preso pare che sei da un’altra parte
-    Mi tratti come la guardia svizzera?
-    Io?
-    Hai finito?
-    Ho l’ultimo goccio di cappuccino
-    Che ne dici se torniamo in camera?

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ferita

Dormo poco ultimamente. Probabilmente anche a causa del caldo. Questo caldo improvviso che mi ha spogliata di vestiti e sentimenti. Non voglio più bene a nessuno. Credo non sia egoismo né egocentrismo. Semplicemente tutta l’energia la devo spendere per prendermi cura di me. Non posso permettermi di occuparmi d’altro. Come una bestia ferita. Lo sapete cosa fanno gli animali feriti? Riposano. Noi invece non ci fermiamo mai. Ecco io mi sento ferita. No anzi. Io sono proprio ferita. Profondamente ferita da un sacco di cose che capitano sempre allo stesso modo. Standard e clichè. Luoghi comuni. Come me, come bella ragazza, belle tette, bello tutto, roba da usare, da consumare, anche solo con gli occhi, che all’ultimo gliel’ho detto e quasi urlato se guardarmi a quel modo gli serviva a dare un senso alla sua vita di merda, quindi non solo stanca, proprio ferita. Sono brava. Il mio lavoro lo so fare bene e questo sembra significhi che mi possono chiedere sempre di più. Come non esistesse per tutti un limite. Il capo pare mi metta sempre alla prova. Sempre più cose, sempre meno tempo. Non si tratta di soldi. Non voglio più soldi per lavorare di più. Non voglio lavorare di più per guadagnare più soldi. A me così va bene. Lo decido io il limite. Sono una donna, mica una macchina. In tutti i sensi non sono una macchina. Non faccio pompini a gettone. E quindi ho preso a fare quello che mi va e cambio pure idea in fretta. Giro nuda per casa coi figli che mi gridano mamma copriti e non capisco perché. Il mio corpo tanto desiderato dai più a loro crea imbarazzo. Non capisco perché, ma mi fa stare bene. Oddio bene… non bene, meglio dai. Avrei bisogno che mentre sto qua ferma, mentre non faccio niente, qualcuno mi cercasse, mi vedesse, mi considerasse per quella che sono e non per quella che sembro. Ho bisogno di esistere negli occhi di un altro. Di essere riconosciuta. Perché io so benissimo chi sono, ma le risposte che ricevo sembrano sempre rivolte a un’altra. In cui oramai stento a riconoscermi. Perché mi pare sia arrivato il momento di chiedere qualcosa in cambio. Di avere una giusta collocazione. Sono arrabbiata e so che non dovrei. La rabbia mi fa consumare energie preziose. E poi mi fanno incazzare specialmente quelli che all’inizio se la tirano e poi mi muoiono dietro. Quelli sono i peggiori. Sono loro infatti che rendono evidente lo scarto tra ciò che è e ciò che sembra. Ciò che sembro. Loro che quando do qualche risposta che non arriva ad essere intelligente, ma semplicemente logica, si mostrano sorpresi. E si vede che la cosa gli fa immediatamente sesso. Perché poi si mettono a tampinarmi peggio di quelli che mi guardano in quel modo che mi fa tanto incazzare. Che almeno quelli basta poco per azzerarli. No. Adesso basta. Devo prendere ferie. Fare solo quello che mi va. Cenare col gelato. Non credo faccia male ai bambini. Sono stanca. Anzi no. Sono ferita.

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americana

Mi aspettavi sempre al ponte di legno ed ero sempre stupito di come tu riuscissi ad arrivarci senza niente ai piedi. Scalza. Il ponte. Non è quello il problema dell’andare scalzi. Il legno è liscio. È prima. La strada ciottolosa. Come si fa? Ci ho provato ma mi faceva troppo male. Tu dicevi che ti piaceva. Dicevi che sei più leggera di me. Che è solo quello il trucco. Appena dopo la curva, quando ti vedevo là seduta, mi saltava il cuore in gola. Quel tuo modo di guardarmi esprimeva chiaramente la tua intenzione. Il tuo sguardo addosso per tutto lo spazio che ci separava dalla curva al legno. Ma non era quello a farmi uscire di testa. Tutti quelli della mia età. Tutti i miei amici si ammazzavano di seghe e avevano un giro pazzesco di dvx porno. Più di una volta mi hanno chiesto se ero frocio. Più di una volta nelle liti mi hanno accusato di esserlo. Solo perché io su quei film non ci sbavavo come loro. E il motivo era semplice quanto segreto. Il motivo erano questi nostri appuntamenti al ponte. Una tua idea. Hai scelto me. Tra tutti me. Ogni tanto mi chiedevo come mai. Ma non te l’ho mai chiesto. Non volevo che con la domanda ti venisse qualche dubbio. Non volevo che la tua attenzione si spostasse su qualcun altro. Anche solo per provare. Per curiosità. Che le donne sono curiose mi ha detto mia madre. E di te lo sapevo che eri curiosa. Con tutte le domande che mi facevi sempre. E comunque non era quel tuo sguardo carico di intenzione a smuovermelo. No. Era l’attesa della tua voce. La tua voce da cantante americana. La tua voce da Sheryl Crow. L’attesa della tua voce fino quando mi dicevi ciao. Che poi ti alzavi e mi prendevi per mano e mi portavi dentro il boschetto. Subito dopo il ponte. Dove c’era quell’ampio sasso piatto col muschio tutto attorno. Quella base liscia e comoda che pareva fosse fatta per noi. Tanto era strano un sasso in quel posto che pareva fosse lui ad avere creato la nostra situazione. Io lo avevo visto durante una passeggiata con mio padre. E poi un giorno dopo la scuola. Quando mi hai chiesto se mi andava di fare due passi e ti sei tolta i sandali e io ti ho detto immediatamente so io dove che ti faccio vedere una cosa. E ti ci ho portata. E poi tu mi hai proposto di tornarci ancora. E io non lo sapevo per cosa. non lo sapevo che sarei tornato a casa con le gambe molli, la testa vuota e gli occhi sfondati nel cranio che mi pareva toccassero dietro. Non lo sapevo come non sapevo che quella era stata solo la prima volta. Che a te piacevo e ci stavi pensando da tempo. Da subito la tua voce in quel modo mi ha preso. Il tuo bisogno di dire tutto quello che stavamo facendo. E il fatto che ti piaceva da matti prenderlo in mano e strusciartelo sui tuoi seni ancora piccoli. E dovevi dire tutto quello che stava accadendo. Che ti piaceva la punta morbida e come ti faceva rizzare i capezzoli quando ce la sfregavi sopra. Con quella tua voce incrinata. Sì. Una specie di crepa nel vetro. Una cosa wabi come ho imparato molto più tardi. Quando tu sei diventata un piacevole ricordo. Un difetto che impreziosisce. Che rende unico. Unica nel tuo caso. La tua voce che accompagnava i miei schizzi tutte le volte che me li facevi uscire dentro o fuori di te. Incoscienti che eravamo. Con te che dicevi che ti piaceva tanto quella roba bianca e io che ti guardavo e mi pareva impossibile. Come era possibile quindi che mi appassionassi ai filmetti dei miei amici? Sarebbe stata una cosa ben oltre le mie capacità. Che tu le mie capacità le sfruttavi fino in fondo. Fino a quando vedevi che spingendomi oltre mi avresti tolto la vita. O messo in pericolo la mia salute. Minato ho imparato a dire adesso. Allora invece ti lasciavo fare e ascoltavo una voce che mi chiedeva cose e mi diceva quello che dovevo fare. Tutto quello che dovevo fare. Perché anche tu la volevi la tua parte. E non smettevi di raccontarla. Anche quella la dovevi dire tutta. Nei particolari. Delle cose che sentivi. Quelle evidenti che vedevo e quelle che sapevi solo tu. Dei brividi lungo la schiena che io non potevo sapere. E non era il significato a intrappolarmi. Che avresti potuto recitare una preghiera o le tabelline invece che dirmi del mio uccello e di quanto ti piaceva in tutti i modi. Non era quello che dicevi, no, era come lo dicevi. Era la tua voce. E ti assicuro che tante cose ho perso nel corso del tempo. Tanti particolari che ad esempio non lo so bene se i tuoi occhi erano verdi o di un altro colore. Però il suono è ancora vivo. Quell’incrinatura, mi basta ricordarla, e anche adesso sortisce lo stesso effetto. Che non lo so se hai magari poi preso a fumare. Se il tuo timbro è cambiato. O se ci hai fatto innamorare qualcun altro. Non di te, che quello per come sei bella è ovvio. No. Intendo la voce. Una cosa per la quale ci potresti rimanere secco anche solo per una telefonata. O no? Che probabilmente non capita a tutti di venire catturati da questa sorta di ipnosi. Che il mio piacere schizzava certo fuori ma non veniva dal basso. Partiva dai suoni. Da dove sentivo i tuoi suoni. Quando le parole si trasformavano in rumori, versi, sospiri lunghi. Cose che so perfettamente rintracciare nella memoria. Per quanto sono vive.

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il bicchiere

Ti ho aspettato sulla poltrona. Dove mi sono poi svegliata nel cuore della notte. Perché la notte lei ce l’ha un cuore. Non so dire l’ora. Ma la bocca impastata quella sì te la so dire. Il bicchiere che tenevo in mano era a terra. Il vino versato sul tappeto. Vicino alla bottiglia vuota. Non so se il bicchiere, quando è caduto, fosse mezzo pieno o mezzo vuoto. A me è sempre sembrata la stessa cosa. Non puoi decidere niente. È semplicemente a quel modo. Contemporaneamente. Così come lo vedono tutti. Così come nessuno vuole ammettere che sia. Perché pare occorra scegliere tra l’ottimismo e il pessimismo. Come se l’opzione del realismo non fosse data. E certo lo so che è la più pericolosa. Perché non sono i pessimisti ad avere la peggio. A cadere in depressione. Quelli al massimo tirano avanti con qualche goccia di ansiolitico e poi fanno la loro vita normale. No. In depressione ci cadono quelle come me. Quelle che si innamorano e ci credono. Pur sapendo che non sono affatto rose quelle che fioriranno. E sapendo anche che non sono quelle delle spine le punte che faranno più male. Vedi come anche questa lettera la sto scrivendo per nessuno. Che nelle tue mani. Sotto ai tuoi occhi sarebbe carta straccia. Oppure un modo per farti arrampicare sugli specchi dell’ipocrisia. Uno spettacolo a cui non voglio assistere. È stata sempre chiara ogni tua nuova assenza nella stanza. Più chiara delle tue lunghe spiegazioni al telefono nei giorni come oggi. I giorni dopo. Quando mi spieghi i motivi e mi racconti la nevrosi di tua moglie. Non perché io sappia. Non perché io stia meglio e mi senta sicura del tuo affetto e del tuo amore. Solo per metterti il cuore in pace. Per metterci una toppa, come si suol dire, e avere la conferma dai miei capisco che anche la prossima volta aprirò le gambe in fretta. Che di tempo ne abbiamo sempre poco. Ed è così. Sarà così. Le aprirò in fretta che tu per scusarti mi chiami oggi o meno. Perché è da prima che accada che so come va questa storia. Che conosco il rischio a cui mi sono esposta. Che riesco a intravedere il momento del crollo. Quando mi troverai muta e sorda e muta. Quando qualcuno si dovrà prendere cura di me. Quando mi dovranno curare. E per ora è stato solo il momento di bere. Per farmi compagnia. Per il mio bisogno di consolazione. Che il bicchiere sta lì come sta per tutti. Anche per quelli che sorridono al sole. Mezzo pieno e mezzo vuoto. Contemporaneamente.

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shampoo

-    Pronto
-    Ciao
-    Chi parla?
-    Sono io, ciao, come va?
-    Io chi?
-    Ma come? Ma se ieri sera dicevi che ho una bellissima voce!
-    Ah, ciao, come va?
-    Bene. Avevo voglia di sentirti
-    Per cosa?
-    Così, mi faceva piacere
-    Ah, certo
-    Che stai facendo?
-    Niente di particolare, tra poco mi lavo i capelli
-    E stasera che fai?
-    Al momento non ne ho idea
-    Possiamo rivederci se ti va
-    Stasera dici?
-    Se non hai altri programmi perché no?
-    Boh, non saprei. Però preferirei di no
-    Ma hai altri impegni?
-    No, niente di particolare, t’ho detto che non lo so che faccio stasera
-    E allora scusa dove sta il problema? Mi pare che ieri sera siamo stati bene
-    Sì, ieri sera, certo
-    Cosa c’è che non va?
-    Niente. Non ho detto che c’è qualcosa che non va
-    No, ma mi pari così fredda
-    In che senso?
-    Distaccata. Pensavo che dopo una serata come quella di ieri…
-    Cosa?
-    Niente pensavo che fra noi ci fosse qualcosa
-    Qualcosa?
-    Sì
-    E cosa?
-    Cose normali tutto sommato, ma ti sto disturbando?
-    Oddio, che ore sono. Sì. Credo che adesso mi laverò i capelli
-    Pensi che ci possiamo risentire?
-    Quando?
-    Non lo so. Domani o più tardi stasera stessa
-    Certo, sì, magari però ti chiamo io
-    Ah ok
-    Bene, ora vado, ciao ciao
-    Ciao, a presto
-    Ciao, buona serata

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tatuaggi

Carolina era amica mia dall’asilo. Mi è sempre piaciuta. All’asilo pure io le piacevo. Eravamo fidanzatini e ci dovevamo sposare. Ma già alle elementari lei ha cominciato a guardare i ragazzi più grandi. Io sempre lei. Le piacevano da matti i profumi. Appena metteva dei soldi da parte si comperava un profumo. A volte di marca, altre volte quelli che trovava in erboristeria. Le piacevano sia quelli caldi che quelli freschi. I profumi le piacevano ancora più dei vestiti e delle scarpe. Oh, per quanto riguarda i piedi adorava andare scalza. E poi le piacevano i tatuaggi. Il primo l’ha fatto a dodici senza trovare grosse resistenze in casa. I suoi erano di quelli che dicono che sono giovani e se certe cose non le fanno adesso. Però per i tatuaggi io avevo pensato che poi ti rimangono addosso anche quando sei più grande. Fossi stato io il papà di Carolina non glielo avrei dato il permesso per i tatuaggi. Per fortuna che data la sua avversione al dolore non si è fatta anche il piercing. Che poi quello quasi tutte le sue compagne ce lo avevano. Ma lei lo si vedeva che pensava con la sua testa. Aveva le idee chiare. Molto più di me. Sicuramente. Per quanto riguarda le altre ragazze che conosceva ho scritto compagne e non amiche perché Carolina non aveva amiche. Io ero suo amico. E poi aveva il ragazzo. Aveva sempre un ragazzo. E sempre diceva che era una cosa temporanea. Sì perché lei ne voleva uno straniero. Uno che lo conosci in vacanza, ti ci innamori e poi gli scrivi fino a quando torna e poi torna e poi torna fino a quando ti porta via. Perché Carolina da qua se ne voleva andare. Diceva che qua era impossibile vivere per lei. Che il posto era troppo piccolo. Troppo piccolo in tutti i sensi. Così prima c’è stato Mark conosciuto a Jesolo e poi Thurston, il free climber, a Cortina. Per Thurston ci ha perso la testa. Mark infatti era solo Germania e quando non si è più fatto vivo lei lo ha scordato in fretta. Però una cosa. C’è un particolare che forse non c’entra molto ma che mi va di raccontare. Secondo me anche quello fa capire come fosse fatta Carolina. È una cosa di una sola volta. Molto bella però. È stato dopo Mark che una sera che siamo usciti dal cinema. Facevano Cuore Selvaggio e ci era piaciuto. Carolina mi ha fatto un pompino in macchina. Stavamo parlando del film appunto e lei ha detto che ora mi faceva una cosa perché senza di me in questo posto non sapeva proprio come avrebbe fatto a sopravvivere. Diceva che se era viva lo doveva a me. Così ha fatto tutto da sola. Ha smesso di parlare e lo ha fatto. Così bene che non c’è stato bisogno di nessun fazzoletto. Comunque, tornando al discorso, mentre Mark era solo Germania Thurstone era America. Stati Uniti e non solo. Stati Uniti New York. Insomma. Qua lo dicono. È un detto del paese che se ti devi annegare è meglio che vai al mare. Così Carolina per Thurston ci ha perso la testa. E pure Thurstona per Carolina. Per un po’ almeno. Sì perché là hanno un’altra educazione e pare che i rapporti siano meno saldi. Meno saldati. Se non ti va divorzi. Era così che Thurstone le aveva parlato con assoluta tranquillità del divorzio dei suoi genitori quando lui era piccolo. E poi di tutti gli uomini di sua mamma. Una cosa normale raccontata da Thurston che pare che solo qua ci facciamo problemi per il trauma e la sofferenza dei bambini. Carolina diceva sorpresa che lui quando gliene aveva parlato pareva che le avesse raccontato che da piccolo gli piacevano tanto i rotolini di liquirizia. Una cosa del genere insomma. Carolina aveva poi motivato con questa leggerezza di Thurston nel concepire i rapporti interpersonali il fatto che lui le avesse detto su Skype che non sarebbe più tornato in Italia e che tra loro era finita. Thurston le aveva detto che il suo sogno era l’Himalaya. Il sogno di Carolina invece era l’America ed era svanito con quella chattata irrevocabile. Io penso sempre che lei avrebbe potuto andarci anche da sola in America. Invece di uccidersi. Invece lei voleva fare una cosa per amore. Vedendola così giù di morale io glielo dicevo che in Italia vengono un sacco di americani. Ma lei aveva come fretta. Non so esattamente cosa le avesse preso. Pareva fosse ceduta dentro e fosse diventata di colpo troppo triste. Nel messaggio che ha lasciato sul tavolo c’era scritto che per il funerale le sarebbe piaciuto un profumo fresco. Al gelsomino. E poi che la dovevano vestire in modo che si vedessero i tatuaggi. Con le maniche corte insomma. Anche se era inverno.

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