Trenta


E mi trovo a condividere l’appartamento con te che vai in giro con le sole mutande addosso, che già chiamarle mutande è un’estensione del concetto, mentre telefoni alle amiche o al moroso. Io dopo otto anni di scuola dai preti. Le medie come interno e il ginnasio come semiconvittore. Classi rigorosamente tutte maschili e non una femmina fino alla fermata della corriera. E tu esci dal bagno, dopo la doccia, col tuo accappatoio di spugna bianco aperto sopra la tua carnagione olivastra, che si vedono i segni del costume, cosa che mi fa impazzire. E il pube rasato a quel modo. E giri per casa disinvolta, ignorandomi mentre io cerco di fare le mie cose, di studiare, mentre nella mente mi turbinano tutti i nomi degli uragani che hanno sconvolto gli Stati Uniti dal duemilasei in poi. Alberto, Beryl, Chris, Debby, Ernesto e via avanti di seguito fino a Katrina che ha devastato New Orleans. Mio dio. Cerco sempre di non alzarmi in piedi davanti a te quando lui non si lascia affatto ammosciare dai pensieri di disastro, miseria, dolore, guerra e pianto. Aspetto che tu passi e vada da un’altra parte. O che ti giri, per muovermi come Gatto Silvestro quando sparisce completamente dietro allo stelo di una canna. E a letto e al cesso mi ammazzo di seghe e consumo più fazzoletti e carta igienica che se avessi la bronchite e la diarrea assieme. Che poi un giorno che mi sfili di fronte e loro due, che non oso nemmeno dire tette per non subirne la conseguenza, mi ondeggiano di profilo coi capezzoli pure dritti io ti dico che hai un brutto seno che spero che così almeno te le nasconderai dopo il mio disprezzo, ma invece mi rispondi che a te basta che piaccia al tuo ragazzo. Così sono morto come ha detto Hemingway in Isole nella corrente. Allo specchio, ogni giorno, quando mi lavo la faccia, esamino le mie occhiaie. Altro che Lamento di Portnoy. Penso addirittura di farmi consigliare qualcosa in qualche negozio di estetica. Qualcosa per le occhiaie della mia ragazza che ha una carnagione identica alla mia e perciò si può benissimo testare su di me se la cremina copre bene o meno. E la commessa mi consiglia di venire con lei perché non tutte le pelli, anche se sembrano uguali, rispondono allo stesso modo, e io non ho cuore di insistere e ringrazio ed esco. Ancora sconfitto. E mangio cioccolata e miele per reintegrare e in cuor mio immagino che non arriverò vivo alla fine dell’anno e che presto i miei mi chiederanno ragione del mio drammatico calo di rendimento rispetto al liceo. Sui giornali locali cerco altri appartamenti in affitto. Ma quando ne individuo uno penso che è altro che voglio. E così non ce la faccio a mettere il mio annuncio nella bacheca all’università. E passo giorni a passeggiare al parco. Da solo. A guardare i piccioni che cercano briciole nella neve. Io al parco. Io che odio il freddo e camminare. Con le scarpe non adatte, appunto, e fradice. Solo il caso vuole che io sia bravo in inglese. Che l’iperprotezione dei miei si sia abbassata a zero su quel punto, dietro raccomandazione del presidente del consiglio in tv, e mi abbiano mandato tre mesi, tre, in Inghilterra. E così quando torno dopo avere dato inglese due tu mi chiedi come è andata e io di sguincio ti dico trenta e tu sparisci in camera tua e dopo un poco mi chiami. E io arrivo e ti trovo sdraiata di pancia sul letto, con solo le mutandine addosso, che prima eri vestita e ora ti sei spogliata e questo mi confonde non poco. E con i capelli lunghi che ti coprono un occhio mi guardi di tre quarti come il rosso di CSI e mi chiedi con una voce da sirena di Ulisse se te le tolgo io le mutande. Per festeggiare il trenta.

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