Come se nulla fosse

Quando ho lasciato uscire il mostro in giardino, la prima volta intendo, dopo le sue infinite insistenze, a colazione, a metà mattinata, a pranzo e a cena e un paio di volte a notte fonda, l’ultima volta in particolare, alle quattro di notte, mentre sognavo di sfrecciare in basso giuliva sullo scivolo dell’AquaFan per schizzare nel tuffo ristoratore ecco la sua voce, sempre uguale, voglio uscire, sempre e solo quelle due parole, ripetute all’infinito, lo scivolo rassicurante nella sua larghezza si è piegato e contorto come fosse di lamiera e mi sono ritrovata per aria e poi al buio e poi a letto e poi la sua sagoma che si stagliava contro la luce accesa del corridoio, lui appoggiato allo stipite che ripete voglio uscire e io di colpo inaspettatamente per me inaspettatamente cedo, crollo dentro e gli dico domani esci, e lui mi guarda in controluce non lo vedo in faccia, mi guarda e esita e poi mi chiede se voglio solo farlo tornare a letto per dormire in pace e io gli dico no, domani esci, e lui se ne torna a letto e il giorno dopo eccolo là, in giardino, lo guardo dalla poltrona, vedo la sua sagoma balzellante oltre la tenda bianca e poi mi alzo e scosto la tenda e lo guardo chinarsi e toccare l’erba, ne stacca un filo e lo annusa, poi lo mette in bocca e lo mangia e fa la stessa cosa con una foglia d’ulivo mentre dal lato opposto della strada la vicina esce sul balcone e lo guarda incuriosita per qualche istante e poi rientra e penso ecco ora chiama i carabinieri o la polizia, ma d’altra parte meglio così, non lo potevo tenere ancora chiuso in casa, mi impazziva, mi faceva del male o si faceva del male, ci facevamo del male, ora arriva la polizia e questa storia finisce e gli porto la frutta e i dolci nel posto dove lo rinchiuderanno dopo che la vicina avrà digitato 112 o 113, qualcuno di loro ora arriva, la legge, o il 118, anche l’ambulanza perché no? e mi stupisco quando la vicina esce da sotto, dall’ingresso, mano nella mano con suo figlio che tiene sottobraccio un pallone e si avvicinano al mio mostro e lei si mette a chiacchierare con lui che le dà la mano e poi fa un saluto al bambino e poi lei se ne va lasciando suo figlio e la palla in compagnia del mostro che comincia a giocare con il figlio dei vicini. Sono incredula. Li guardo. I loro corpi diventano figure e mi si annebbiano e offuscano nelle lacrime. Piango a singhiozzi. Piango forte e mi lamento di gioia. Mio dio mio dio. Tutta la mia paura in tutti questi anni. Sono stata una stupida. Quanto abbiamo sofferto? La prima cosa che è successa è stata giocare a palla, cosa mi credevo? Non hanno visto il mostro, poi anche gli altri, quando si è sparsa la notizia che c’era uno nuovo nel quartiere, non vedevano il mostro, ci giocavano, lo cercavano, telefonavano, ho dovuto comperargli il cellulare. E dopo una decina di giorni, tredici per essere esatta, alla compagnia in giardino, abbiamo il giardino più grande del quartiere, a tutti quanti quei ragazzi si è aggiunto un altro mostro, non ho capito di chi sia, ma la cosa certa è che l’ho visto solo io, l’ho riconosciuto solo io, solo io ho visto che era un mostro, tutti gli altri là fuori giocavano con lui e col mio mostro. Come se nulla fosse.

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Incipit ed explicit – Sisifo verticalizzando

Quel che so è che ci ho perso metà dei miei risparmi. Era un bel gruzzolo messo da parte nel corso di molti anni senza rubare niente a nessuno. Col sudore della fronte come chiede il dio in voga da queste parti. E quel che so, a dispetto dei mio personale vantaggio, è che i barbari hanno fatto bene. Che dovevano dare un segno. Fare una strage. Dovevano fare capire all’impero che ha rotto il cazzo e che il mondo è stanco della loro politica di dominio incontrastabile. Quello che so è che ci va sempre di mezzo chi non c’entra niente perché i generali e i presidenti non stanno mai in prima linea e comunque a anche se ci andassero sarebbe uguale. Di persone in malafede che attendono il loro turno sulla sedia c’è la fila. È una macchina fatta così, e a noi europei non ci hanno tirato giù due torri, ci hanno messo nel culo la Lehman Brothers. Stessa cosa no? Quello che so è che ora come ogni giorno premo il tasto di accensione del mio pc e comincio a lavorare.

………………….

Certo i grattacieli fanno risparmiare spazio a terra. Ho superato il colloquio venti giorni fa e oggi non c’è più il mio posto di lavoro e per quanto mi sia dannato a disinvestire subito tutti i fondi i quindici giorni tecnici che servono all’addebito in conto mi faranno di nuovo perdere metà di tutto quanto. Ho cambiato sette lavori nella mia vita perché alle multinazionali non interessa se sei bravo ma chi è bravo e costa meno. C’erano molti giovani al colloquio ma stavolta ha avuto la meglio l’esperienza. Ero molto soddisfatto ma comunque. Quello che so è che ho fatto colazione e ora accendo il pc e cerco di capire se alla Thun cercano un product manager. Non ho mai visto un palazzo della Thun con più di due piani.

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una storia per Giulia

Che ci fai qua da sola Giulia?
E dove sono andati i tuoi amici?
Ah, non ti hanno iscritta i tuoi all’asilo estivo?
Sì, se vieni da me una favola te la racconto.

Ti piacciono i biscotti?
La conosci la Bibbia?
E quindi non conosci la favola del serpente

Vieni qui siediti accanto a me
È morbido il divano
No, non mi importa se ci fai le briciole
Non sono come tua mamma, se fai briciole poi pulisco
Quindi non conosci la favola del serpente
C’era un serpente e c’era un albero di mele

Lo sai che qui poi diventeranno come mele?
Sì come tua mamma o meglio
Ti piacciono i biscotti?
Vuoi della Coca Cola?
Te la vado a prendere
La vuoi fresca vero?
Ok, sì fresca è meglio

No, non lo dico ai tuoi dei biscotti e della coca cola
E tu non dici loro della favola che ti racconto
Sono segreti nostri questi
Ti piacciono i segreti?
Che tua sorella si tenga i suoi se i tuoi sono più belli

Lo sai che io ho un serpente?
No non avere paura
Non è pericoloso
È un serpente amico

Te la racconto la storia?
Va bene allora ti faccio vedere il serpente
Lo tengo qua

Te l’ho detto che non è pericoloso
Lo puoi toccare
A lui piace
Sì come alla tua gatta
Sì così
È la nostra storia segreta

Vuoi un altro biscotto?
Hai ancora sete?

Va bene
Allora facciamo la storia

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un posto al sole (il rovente muro d’orto rivisitato)

Io detto e tu scrivi. Ok? Sei pronta? Bene
Sapevi dove trovarmi sto e aspetto. No un momento, sto lì è aspetto te. Hai corretto? Ok. Al sole mi possono anche vedere tutti e non me ne frega. Sto con la gonna mi metto la gonna sempre, cancella sto con la gonna, mi metto sempre la gonna e quando ti vedo la tiro, tiro la stoffa, in modo che si alza e tu, e a te piace. Sì ok, correggi e mettila bene. Sto appoggiata al muro con una gamba a terra e l’altra col piede sui sassi. Sto sempre così sai? No questo lo dicevo a te Annamaria, non lo scrivere. Scrivi. Ti piacciono i miei sandali rossi e me li metto perché mi hai detto che ti piacciono. E anche le camicie. Sì Annamaria metti i punti dove ti dico io, lascia come ti dico io, altrimenti non pare che l’ho pensato io. Scrivi. La mia camicetta bianca a fiori ultima che ho messo ti piace? Li ho presi per fare come un posto al sole. Hai visto che non ho messo il reggiseno? Mi prendono in giro. Perché sono minorata. Allora faccio la scema ancora di più. Che mi possono dire. Sì giusto metti il punto interrogativo a quelli pensaci tu. Dove siamo arrivate? Ah sì. Che mi possono dire? Lo dicono già che sono scema. La mongola. Metti la emme maiuscola. La Mongola. E lo faccio per te se non lo sai. Io credo, che dici glielo scrivo che lo amo? Sì che sono sicura. Ok. Ti amo. Ce lo hai messo il punto esclamativo? Allora metticelo. Ti amo! È per te se lo sai che faccio ancora peggio la scema. Voglio che mi prendi e mi sposi. Una mongola e il primo della classe. Perché. Tu te lo chiedi? Io lo so. È facile. Ti lamenti e io che per scriverti ho chiesto a mia sorella se mi aiuta mi pare di avere capito che i primi della classe fanno lavori di merda. E hanno le macchine grosse per niente. Quello che vogliono appartamenti anche in centro se vogliono, e tutti per loro senza affitto. A te non ti piace quello che hai né quello che fai. Non si dice cosa? Allora metti giusto. Ok. A te non piace quello che fai. Ma però ti piace quello che faccio. Uffa Annamaria no basta lascialo ma però, non si capisce lo stesso se lasci ma però? Ok se si capisce lascialo altrimenti finiamo domani. Aspetta che dove eravamo? Ah sì. Ti piace quello che fa questa mongola a tutti quanti e la vuoi tutta per te. Sì vede come va perché è sempre così che non si sa mai niente di quello che arriva. Poi si muore tanto. Che ne so? Non so nemmeno contare fino a dieci senza saltare sempre il sette. Appena sposati mi confesso che se anche poi il curato lo dice in giro tutto quello che ho fatto al campetto tu sai già tutto e la gente dirà una cosa in più. Da mongola a mongola troia forse magari sale la stima degli uomini che sono maiali. E non vado all’inferno se siamo sposati. Tu prendi molti soldi e il matrimonio in chiesa fa sempre contenti tutti perché possono sparlare della sposa e me lo immagino ma io e te se i patti sono chiari l’amicizia rimane lunga. Se vuoi quello che vuoi garantito come le macchine con l’assicurazione che ti pagano anche se vai contro al muro da solo… si dice casko? E lo capiscono tutti? Allora metti casko. Sono garantita come una casko e prometto di riservarla tutta per te. Passando dalla chiesa mi piace tantissimo e potremmo fare suonare qualcosa di rock all’organo ma della musica ne sai tu quindi scegli. Io non sempre capisco bene quello che dicono le persone e ho bisogno a volte che me lo ripetano. Ma questa cosa delle cose che piacciono è facile da capire e i soldi e il sesso sono di quelle. Ho fatto tutto secondo come ho capito. È come se io ti do il mio telecomando e tu mi dai il tuo. Dimmi di no se sei capace. Ho tirato su tutta la gonna e mia sorella ride. Ciao.

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il rovente muro d’orto

Sapevi dove trovarmi e dove ti aspettavo. Al sole perché tutti mi vedano se vogliono. E quando arrivi tocco la gonna in modo che l’orlo salga e tu te ne accorga. Sto appoggiata al muro con una gamba a terra e l’altra col piede sui sassi. Ti piacciono i miei sandali rossi? E la mia camicetta bianca a fiori? Li ho presi per la tua scena. Hai visto che non ho messo il reggiseno? Per fare la scema. Perché sono minorata. E. Per te se non lo sai. Ti amo. E per te se lo sai. Voglio che mi prendi e mi sposi. La mongola col primo della classe. Perché? Tu te lo chiedi? No, tu lo sai. Ma diciamolo a tutti. È semplice. Ai primi della classe capitano lavori di merda. E macchine grandi per niente. Appartamenti in centro se vogliono, e di proprietà. Non ti piace quello che hai né quello che fai. Ma ti piace quello che faccio. Ti piace quello che fa la mongola a tutti quanti e lo vuoi solo per te. Finché dura. Finché duri. Fin ch’è duro. Poi si muore forse. Che ne so? che non so nemmeno contare fino a dieci senza saltare ogni volta il sette. Perché col tuo stipendio mi puoi garantire un buon contratto a termine finché morte non ci divida matrimonio in chiesa e tutti gli stupefatti felici e contanti e noi benedetti e se i patti sono chiari l’amicizia rimane lunga. Come quello che hai nella patta. Mi pare. Che. Siamo in pieno sole. Se vuoi quello che vuoi io prometto di riservarlo tutta per te. Tutta per te. Passando dalla chiesa non è magnifico? Da quando ho intuito il gioco. A grandi linee direi. Ho giocato secondo le regole in modo chiaro e netto. Io ho il comando perché tu hai il comando e nessuno può interferire. Dimmi di no se sei capace. Oppure. Fottimi.

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le lucertole

Ci incontriamo al campetto dietro le scuole perché là se fumi una sigaretta non ti vede nessuno e qualsiasi cosa tu faccia non ti vede nessuno. Sarebbe il luogo ideale per commettere un omicidio. Non ci sono case intorno e non è un luogo di passaggio, per andarci devi infilarti dove il vecchio muro è crollato, ma che ci vai a fare? Non c’è l’erba, non ci sono panchine, non ci sono alberi e non ci sono fontane. Ci sono solo dei blocchi di pietra abbandonati e noi ci sediamo là sopra e ora che è estate sotto al sole è un delirio, ma ci possiamo fare gli affari nostri indisturbate e i ragazzi sanno che ci possono trovare là. Ci chiamano le lucertole per questo, e siamo abbronzatissime e vorrebbero stanarci e portarci altrove ma noi da lì non ci schiodiamo. Siamo in quattro. Io sono Annamaria, Petra è di origine slava, Giulia è nera come il carbone e mia sorella Clara è mongoloide. Si dice down, lo so, ma sticazzi, io preferisco mongoloide perché è multietnico. Un’italiana, una slava, una nera e una mongoloide. Per me è molto più politicamente corretto di down che pare la caduta di Lucifero agli inferi, una specie di colpa insomma. I mongoli sono cavalieri abilissimi e mia sorella è molto agile, mongola e agile, più di me sicuramente. I miei hanno cominciato a mandarla con me per il controllo. Lei è una chiacchierona e le piace fare la spia ma al suo ultimo compleanno le ho fatto un discorso e le ho detto Clara tu vieni con me e stiamo assieme e ci possiamo divertire davvero se poi tu non racconti tutto a mamma e papà. Lei mi ha guardata perplessa perché non capiva bene di cosa stessi parlando e allora dato che la catechesi le ha abbastanza rovinato la visione del mondo le ho spiegato che ci sono un sacco di peccati divertenti come fumare o baciare i ragazzi o bere birra e che se si voleva divertire doveva smettere di raccontare tutto a casa. Lei è rimasta muta per qualche istante e poi mi ha chiesto se poi si doveva confessare e io le ho detto di no, che il curato chiacchiera più di lei. Allora mi ha detto che le faceva paura perché sarebbe finita all’inferno e io le ho risposto di stare tranquilla perché ci saremmo andate tutte e quattro all’inferno e se ce ne fosse stato bisogno noi l’avremmo difesa. Altro silenzio e poi un ok che mi ha fatta felice. Dal giorno che ha compiuto dodici anni abbiamo cominciato a divertirci davvero noi lucertole là al campetto. Era chiaro che quel che facevamo noi lo avrebbe fatto pure lei e quindi il primo bacio con la lingua è stato il suo. Tra me e lei perché con Piero era curiosa ma aveva anche paura che le facesse schifo. Allora le ho detto Clara vieni qua e bacia me, se non ti piace smetto, ma le piaceva eccome tanto che mi sono sentita io a disagio per l’effetto che stava cominciando a farmi la sua lingua attorcigliata alla mia. E poi la sua domanda: ma se ai ragazzi piace e vengono qua per questo non possiamo dirgli di portare qualcosa? Qualcosa come? Tipo da bere, dei dolci, dei fumetti, musica da mettere sull’mp3. Io, Petra e Giulia. Sei occhi si sono dilatati molto a quelle parole e poi sei palpebre sono scese a mezz’asta. Mica scema la mongola e inizio dell’età dell’oro per le lucertole. I ragazzi poi, dapprima sdegnosi di lei per il fatto che le sue fattezze sono meno canoniche delle nostre, si sono presto resi conto che la sua passione superava la nostra e che i suoi premi erano proprio meritati. Insomma Clara da passaporto obbligatorio per arrivare alle nostre grazie è diventata oggetto di desiderio ambito perché pare che con la bocca sia un’esperienza quadrimensionale. Escono tutti spettinati da dietro il blocco di marmo più grosso e siamo tutte certe che Clara non ha assolutamente toccato le loro chiome. Le lucertole insomma sono tutte e quattro molto felici di come sta passando questa estate e Clara pare tra tutte la più contenta. Una sera mentre tornavamo a casa chiacchierando Petra mi ha preso per un braccio e mi ha tirata da parte senti una cosa. Cosa? Ma te non hai paura che tua sorella si innamori di qualcuno? E per quale motivo? Pensaci, dice. Ci sto pensando, dico, ma non capisco. Potrebbe avere una grossa delusione e rimanerci molto male. Ho guardato Petra un attimo per trovare le parole esatte e poi le ho detto. Perché invece io te e Giulia siamo in garanzia?

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resurrecturis

Sto qua al banco della limonata a cinque centesimi per tutti i beati e sto qua in paranioa. Ok ok. Andavo alle riunioni di Lucifero e all’ultimo mi sono dissociato, me ne sono tirato fuori, ma la mia partecipazione risulta al Capo e ora sto qua al banco della limonata a cinque centesimi. E non è esattamente questa da barista la mia paranoia. La mia paranoia sta nel fatto che mi devo occupare della resurrezione della carne. Di tutti i credenti. Uno a uno. Come soldatini. Tutti i credenti. Tutti. Cazzo! Lo so da sempre lo so e ditemi ora, cari ragazzi, vi pare strano che io abbia remato contro? Voglio dire. Da qui alla fine del mondo quanta gente devo far risorgere? Uno a uno. In carne e ossa voglio dire. Ragazzi. Mi pare evidente che quello che ha fatto Gesù non sia nemmeno il trailer di quello che dovrò fare io. Prendi una crociata e prendi tutti quei deficienti che sono morti contro gli infedeli. Mio dio. Da mangiarsi le mani. A non saper predirre il futuro. Ho mandato Buddha cinquecento anni prima. E ho mandato l’Olimpo ai greci e Maometto agli arabi. Li ho mandati tutti io i focolai di miscredenza. Prima e dopo Cristo. Cristo! Sempre io tra un resto di cinquanta centesimi e cinque limoni per una caraffa da un litro. Con ghiaccio. E con Maometto poi mi scoppia il casino delle Crociate. Cantiamo. Datemi un martello! Che cosa ne vuoi far? Darmelo sui coglioni, direi cari. E poi tutto il resto. Un papa si riconcilia con gli ebrei e il pallottoliere me ne mette di colpo in conto sei milioni solo per colpa del nazismo. Ma non vi voglio tediare con tutte le circostanze. Sta di fatto che servo limonate e vedo numeri di cadaveri innumerevoli farsi al quadrato e al cubo e alla enne sapendo che dovrò fare tutto da solo e che non ho il permesso di buttarmi avanti col lavoro. Che ansia. Devo aspettare la fine del mondo. In ansia fino alla fine del mondo. Perché è quello il momento. Il mio momento. E allora. Peggio di una fila in banca quando scade l’irpef. Peggio di Gardaland a ferragosto. Perché allo sportello Resurrecturis sarò da solo. Se posso dire una cosa. Davvero. Io ora preferirei essere all’inferno. Ma si sa. Un dissociato sta sulle palle a tutti. A tutti e tutte. Che manco su Skype riesco a vedere un paio di tette per una sega. Per dire.

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Santuario (father i wanna kill you, mother i wanna… – J.M.)

Quando mamma chiude la porta e rimango al buio so che i miei occhi non si abitueranno a questa oscurità perché è totale. Come il mondo prima del mondo credo. C’è. Questo stanzino è cieco e la porta porta una di quelle serrature strette che si usano per gli esterni e non lascia filtrare un fotone. Gli elettroni. Posso sentire l’odore della polvere che viene dagli scope e scopettoni dagli appoggiati all’angolo e l’odore dei rifiuti. L’odore della carta e delle cose buttate nella plastica, i vasetti di yogurt, le bottiglie del latte, mentre il secco temo non sappia di nulla. Plebeo. Se capita che qualcuno si lavi le mani, per quel tempo che dura il lavaggio, la fiamma della caldaia mi mostra dove sono. Io so bene dove sono ma vederlo è differente. Dipende sempre come. Sapere che hai le tette di fuori e vederle è diverso no? Ho quarantacinque anni adesso. Mi fai sesso e mi fa tondo. Ho nove anni ora. E sempre ora questa non è la fiamma della caldaia. Nessuno si sta lavando adesso. E la porta che si apre corrisponde a una parete dove non ci sono porte. Il muro si apre e. Questa porta si allarga come un invito insistito e la luce che ne viene sa di roccia. Esco e faccio tutta la scalinata in discesa incavata nel costone. Un fianco di montagna tra il costato e il bacino sul lato destro per chi guarda. Un incavo dove mettere il santuario intarsiato enormemente nella roccia compatto e sostanziale. Imponente è la parola dedicata e adatta. La scalinata. Ora in salita al cielo. Va fatta in ginocchio e lo si capisce dall’attitudine dei pellegrini e sono dicono mille scalini. Prima di salire di uno scalino lecchi l’altro. Ci fosse uno sputo o una gomma da masticare schiacciata e nera miscredente tu li lecchi se sono sulla linea del tuo cammino. Delle tue rotule darling. Espiazione e indulgenza plenaria. Assolute e totali. Lecco la spalla di una pellegrina col vestito nero senza maniche. Come fa col tubino? È già santa. La voglio per me. Ha la pelle bianca. Lei gradisce la mia lingua sulla spalla e mi bacia con la lingua. Ci sposeremo tra poco. Ma intanto. Dentro il santuario gli altari sono più di cinquemila e qualche santo si è offeso per la mancanza del suo. Ogni piastrella del pavimento va leccata e io e Luisa le lecchiamo a intervallo. Lecchiamo una piastrella e ci lecchiamo tra noi. I santi offesi non guardano. Gli altri sì. Arrivati alla Madonna statua enorme al fondo in bianco Carrara la luce è totale. Come dopo la fine del mondo credo. E la luce mi assorbe e io mi sposo e arrivo qua dove sto adesso in una villetta a schiera con giardino e due Toyota. Vivo felice fino a quarantacinque anni. Fino a quando sento la voce di mia madre che mi chiama e invoca l’aiuto di mio padre perché io non sono più nello stanzino. Sono sparito maledetto monello. Che. Era tutto cominciato per un cinque al sei in matematica. Che. Bisogna prenderli da piccoli. Ma. Sempre che tu sappia dove stanno tutte le vie di fuga. Ora io qui con Luisa vivo felice. Certo felice abbastanza e compatibilmente perché ovunque tutto è relativo, ma non mi lamento davvero. E per ciò. Non so se rispondo a mamma e nemmeno se le minacce di papà mi fanno ancora paura.

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bisonti

Che il colonnello fosse una testa calda lo sapevano tutti dato che i suoi guai con la corte marziale non erano certo un segreto, ma vedere come continuasse a dividere il reggimento a quel modo mi inquietava non poco. Da tempo mi ero pentito di essere uno dei suoi scout perché ci trattava malissimo. Ci considerava dei traditori e dei parassiti del governo, tuttavia da solo le piste non se le sapeva trovare e quindi faceva cattivo viso a cattivo gioco forte della nostra volontà di stare dalla parte di chi avrebbe sicuramente vinto quella guerra infame. Personalmente non pensavo al mio popolo, o meglio ci pensavo ma consapevole del fatto che le cose cambiano. Mio padre mi ha sempre detto che è stupido rincorrere i bisonti quando li si può aspettare dove sarebbero venuti a bere. Quando ho conosciuto i bianchi ho fatto presto a farmi un’idea della loro mentalità e di quanto questa fosse differente dalla nostra. Se ci sono cinque bisonti un indiano ne uccide uno e quando lo ha consumato torna a cacciare e ne trova sette perché le femmine hanno avuto tempo di partorire, invece un bianco li uccide tutti e cinque e poi va a uccidere i cervi e intanto alleva gli animali obbedienti in modo da poterli usare come e quando gli pare. È chiaro che la sete dell’uomo bianco non potrà mai essere soddisfatta e che la violenza che ne deriva non potrà mai essere contenuta da niente che non sia la stessa terra su cui vive che prima o poi se lo scrollerà di dosso. Ma per allora io sarò morto da tempo e questa storia sarà stata dimenticata da te, mia cara moglie, dai nostri figli e dai nostri nipoti, che lavoreranno nelle città dei bianchi. Al momento della battaglia, quando ho capito che i Lakota e i Sioux ci avrebbero accerchiati io mi sono lasciato cadere dal cavallo e sdraiato sulla pancia mi sono finto morto e da morto ho pregato il dio del cielo e della prateria che in quel carnaio un Lakota cadesse morto vicino a me. Per un Arikara è facile farsi passare per Lakota e in quella bolgia dove tutti cadevano come mosche la mia non è stata nemmeno una grandissima fortuna. Così quando il Lakota è caduto a pochi passi da me io ho strisciato verso di lui molto lentamente e mentre gli indiani accerchiavano i bianchi e io rimanevo alle loro spalle mi sono spogliato e mi sono vestito con le cose di quell’indiano. I cavalli scossi si erano radunati tutti dalla parte del fiume e non è stato difficile raggiungerli e salire sopra a uno senza sella. È stato bello quando mi sono accorto che riuscivo ancora ad andare a cavallo senza la necessità di staffe in cui infilare i piedi. E il fucile che ho preso all’indiano era ancora carico. L’ho deciso mentre mi cambiavo che non sarei scappato via e l’ho deciso con in testa un’idea precisa come quelle immagini che i bianchi ricavano da quelle scatole con mantello montate su tre gambe di legno. Sono tornato nella battaglia e assieme agli altri ho cominciato a girare intorno ai soldati che avevo guidato fino a un’ora prima e ho visto Custer in piedi che sparava a destra e a sinistra con le sue due pistole senza nemmeno prendere la mira impazzito come il bastardo che nemmeno sapeva di essere. Erano pochi quelli vivi attorno a lui ma io volevo lui e volevo che mi vedesse e così ho puntato dritto alla sua chioma bionda e quando sono stato abbastanza vicino ho urlato perché un attimo prima dello sparo lui vedesse la mia faccia di traditore e parassita. E gli ho sparato al petto ed è caduto all’indietro mentre anche gli altri intorno a lui cadevano. In quell’attimo ho incrociato il suo sguardo dentro al mio grido. Lui mi ha visto capisci squaw? E io sono contento di quello smarrimento che ho visto nei suoi occhi perché sarò lo stesso che avranno tutti i bianchi quando la terra se li scrollerà di dosso. Nell’istante in cui premevo il grilletto io ho sentito che il mio indice era lo stesso dito del dio dei cieli e delle praterie e che la giustizia sarebbe stata ristabilita dal tempo. Quando ho visto crollare il colonnello il mio cuore si è riempito di una gioia che non può essere paragonata a quella che provo quando ricevo i soldi del governo. Solo allora felice mi sono defilato e ho aspettato la notte e al chiarore della luna ho ritrovato i miei vestiti e sono ritornato dai bianchi a raccontare tutto quell’orrore certo della loro voglia di vendetta immediata. Quello che è successo dopo lo sappiamo entrambi ma ora che sto morendo ti volevo raccontare che a uccidere quel cane sono stato io perché tu abbia un ricordo meno disonorevole di me. Di uno che ha tradito il suo popolo. E ora baciami e promettimi che racconterai questa storia ai nostri nipoti, parla a loro del nonno e dì loro che è sempre meglio aspettare i bisonti dove vanno a bere.

 

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назначение луны

quando mostri il collo
fallo vicino alle loro bocche
vicino ai loro denti
che pensino che la tua vita
dipenda dall’aria che passa per la trachea
che pensino dipenda
dal sangue che scorre nelle tue carotidi
che sappiano che possono fare ciò che vogliono
baciare
o mordere
non sanno che
diventi mortale
quando sei infelice
e tu vuoi sapere
e per questo devi lasciarli fare
perché è il modo più sicuro
quando mostri il collo
fallo vicino alle loro bocche
e cerca di essere felice

Si sono arrabbiati. Lo hanno capito da come farfugliavo che ho aperto la vodka e mi hanno ricordato che quella mi serve per dopo, se ne avrò bisogno, e che ora devo attenermi a compilare rapporti precisi e dettagliati e rispondere a tutte le domande che mi fanno via radio con la massima chiarezza. So che hanno ragione e che questi sono i patti e che li devo rispettare se voglio che la mia famiglia abbia il trattamento economico di favore che mi hanno promesso. Sono veramente pentito di quello che ho fatto e sono anche spaventato per questo cedimento che mi fa intravedere un dopo a cui forse non sono emotivamente preparato come immaginavo.

È tutto spaventosamente grande e immenso, incredibile e ipnotico. Silenzioso come la steppa a vento fermo. Buio. Se ci fosse Lara qui con me le piacerebbe moltissimo. Sarebbe molto romantico passare qualche ora qui con lei. Ho sognato che era partita con me e poi ho immaginato a come sarebbe stato se fosse successo davvero e a quanto sia crudele questo pensiero. Io non sono partito per tornare. Cercavano un volontario e ci siano offerti in quattro. Hanno scelto me e le prove di resistenza psicologica che ho dovuto superare non sono state facili. Akim si è suicidato dopo tre giorni, Evgeniy e Yan dopo dieci e quindici. A me dopo un mese hanno chiesto come mi sentivo e ho risposto bene, leggermente turbato ma bene. Mi hanno pesato e mi hanno rifatto le analisi. Ero pulito e sono stato scelto. Un radioso futuro per la mia famiglia. Ma che non si sappia. Per i parenti stretti sono entrato nel KGB e sono in missione negli USA. Le tredici lettere da spedire le ho scritte tutte prima di salire sullo Sputnik 2P, sotto dettatura e conformandole al mio stile, se così si può chiamare. Dopo un tempo ragionevole di silenzio arriveranno a casa mia due militari che informeranno Lara del triste evento e del contributo statale per gli eroi caduti per la patria. Lei di sicuro urlerà che non le interessano i soldi e che rivuole suo marito, ma è una donna pratica e alla fine accetterà sia la mia morte che i loro soldi. Perché è così che deve andare.

Laika  l’hanno fatta girare attorno alla terra e io invece dovrò girare attorno alla luna. Sono il primo e non lo saprà mai nessuno a parte gli scienziati e i funzionari con cui sono in costante contatto. Loro lo vedono che scrivo queste cose e so che se fosse previsto un ritorno questi appunti non mi sarebbero concessi.

La strumentazione di bordo funziona perfettamente comprese la telecamera e la radio. Ho dovuto apportare solo una lievissima correzione alla rotta per evitare di avvicinarmi alla Luna in modo troppo prossimale. Tutto bene insomma.

Ecco. La missione è compiuta. Dieci giri attorno alla luna che ho documentato con la telecamera. I rapporti sono stati tutti fatti. Un saluto pieno di complimenti e rassicurazioni da parte del presidente in persona e poi il silenzio radio. Ora si tratta di puntare di nuovo verso la terra e di accettare l’impatto con l’atmosfera. Le informazioni che servono verranno tutte date dai sensori e dalle apparecchiature di bordo. La mia testimonianza non serve più.

Chissà se qualcuno vedendomi bruciare tra le stelle riuscirà a esprimere un desiderio. Chissà se qualcuno mi vedrà bruciare. Chissà se il suo desiderio si avvererà.

Ora posso bere e di vodka ne hanno caricata veramente tanta. Tenerla al freddo non è un problema nello spazio. Quando sei infelice diventi mortale e al momento non me lo posso permettere. Non mi piace l’idea di morire. Non mi piace che accada. Ma quando sarà ora sarà col mio consenso e per il bene della mia famiglia.

 

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