Simmetria (felicemente) realizzata

Oggi esce ufficialmente il mio secondo romanzo, “Simmetria Mortale”, edito da Robin Edizioni, Roma.

Il libro, di cui vedete la copertina qui a fianco, fa parte della collana “I luoghi del delitto” ed è disponibile già da qualche giorno, anche con lo sconto, sui principali siti che vendono libri online.

Devo confessare che ho dovuto aspettare così tanto per pubblicarlo che a un certo punto disperavo di vederlo uscire. Comunque, dopo oltre un anno e mezzo di attesa e il cambio “in corsa” dell’editore, il mio secondo romanzo è finalmente in vendita. Anche presso la Feltrinelli di Rimini, dove lunedì, alle 18, ci sarà la prima presentazione con l’introduzione della giornalista, nonché insegnante di ruolo, Donatella Swift.

Accorrete numerosi !!! (e comprate il libro, soprattutto).

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I buoni lo sognano i cattivi lo fanno – Robert Simon

“Non c’è niente di più facile che condannare un malvagio, niente di più difficile che capirlo.” Questa frase di Dostoevskij in calce a uno dei capitoli del libro può essere considerata la traccia del saggio scritto dallo psichiatra americano Robert Simon e pubblicato da Raffaello Cortina Editore: entrare nella mente di coloro che compiono atti criminali per comprendere il percorso evolutivo che li ha portati a infrangere quel limite, invalicabile ai più, rappresentato dal rispetto delle regole della civiltà e della legalità. Secondo l’autore, infatti, i pensieri di odio, sfruttamento, crudeltà, dominio e violenza che albergano nella psiche degli assassini seriali o di coloro che, in preda a un raptus di follia, decidono di sterminare i colleghi di lavoro, i vicini di casa o addirittura i propri familiari sono comuni a molte persone che covano in silenzio tali impulsi senza mai osare metterli in pratica, grazie a meccanismi di autodifesa che ne impediscono la realizzazione concreta.
Il metodo proposto dall’autore per addentrarsi nei labirinti mentali dei “cattivi” è quello dell’empatia, cioè dell’immedesimazione nelle fantasie e nell’immaginazione degli psicopatici criminali, un metodo che ci mostra sorprendentemente come spesso i “buoni” abbiano fantasie analoghe a quelle di chi delinque, cioè sognino di fare ciò che i “cattivi” sovente mettono in pratica. La differenza consiste solo nel grado di intensità delle fantasie, che nel caso di coloro che commettono atti criminali raggiunge una tale veemenza da rendere impossibile al soggetto sottrarsi alla loro attuazione. Pertanto la tesi di Robert Simon è che le persone “cattive” possono apparire molto simili a noi nella vita quotidiana poiché la psicopatologia include anche i caratteri della normalità, così come, viceversa, la normalità, ovvero la salute mentale, include anche l’accettazione di una dose di malattia o di follia all’interno dei propri canoni di comportamento.
“La tesi che fra buoni e cattivi esista soltanto una distinzione sottile è difficile da accettare per molte persone. Per alcuni di coloro che si considerano buoni, l’idea stessa è infamante. Tuttavia, ritengo che la convinzione che noi siamo esseri buoni e che la malvagità esista soltanto all’esterno sia puramente illusoria, un’illusione che però alimenta il motore del pregiudizio e della discriminazione … Nel corso del libro cerco in svariati modi di trovare una risposta a un interrogativo difficile, se non impossibile: perché i cattivi fanno ciò che i buoni si limitano a sognare?… Il libro, infatti, si fonda sull’idea che, una volta che avremo riconosciuto come non esista un abisso a separare i “buoni” dai “cattivi”, saremo in grado di guardare adeguatamente dentro noi stessi, anziché all’esterno [perché] … i demoni dell’uomo prosperano nell’oscurità. Fare luce su di essi è certo un compito arduo. Tuttavia la quintessenza della natura umana è proprio la capacità di riflettere su noi stessi, di svelare e comprendere i nostri demoni, per imbrigliarli e utilizzarli in modo proficuo. I criminali non sanno farlo: sono incredibilmente carenti riguardo a capacità di autoriflessione e autocontrollo.”
Questo passaggio tratto dall’introduzione ci chiarisce definitivamente i motivi di questo lungo viaggio nell’inferno della mente umana, attraverso psicopatici, macchine assassine, stupratori, criminali dalla personalità multipla, guru religiosi che si fanno carnefici dei propri adepti, serial killer sessuali e impiegati ultra quarantenni ormai senza più motivazioni professionali che, in preda a un raptus di follia generato dall’angoscia della propria condizione, decidono di sterminare colleghi e datori di lavoro, spargendo attorno alla loro esistenza una spirale di sangue e di morte. L’autore introduce e svolge ogni tappa di questo percorso utilizzando numerosi esempi raccolti sia tra coloro che hanno commesso azioni sinistre, sia tra coloro che le hanno subite, vittime di una violenza tanto brutale quanto, all’apparenza, ingiustificata.
Uno dei capitoli più interessanti del libro è dedicato a quel genere di abusi messo in atto dai “professionisti dell’aiuto”, una categoria che comprende avvocati, ecclesiastici, insegnanti, medici, psicoterapeuti e tutti coloro che forniscono una prestazione di tipo assistenziale ai propri pazienti: un tipo di crimine particolarmente odioso perché sfrutta, e tradisce, il capitale di fiducia che ogni persona in difficoltà ripone nell’operatore a cui si rivolge per tentare di superare un momento di crisi. Purtroppo, chi mette la propria mente nelle mani di un professionista ha la tendenza ad abbassare la soglia di attenzione e di diffidenza che ognuno di noi prova di fronte ad un estraneo, finendo per trovarsi in una situazione di grande vulnerabilità psicologica. La conseguenza è che, a volte, coloro che cercano aiuto si trovano sospinti, senza accorgersene, in una condizione di dipendenza psicologica ai limiti della schiavitù, che può condurli fino alla disperazione e al suicidio.
Il fatto che questo tipo di abusi, che negli Stati Uniti pare siano molto frequenti, siano commessi da persone rispettabili, cioè regolarmente abilitati all’esercizio della loro professione, induce a riflettere su quanto potenti siano i demoni interiori che albergano in ogni individuo, se sono capaci di spingerlo a compiere atti criminali infamanti non appena le condizioni esterne lo consentono, e dimostra come i limiti imposti dalle regole della civiltà al comportamento umano siano molto più labili di quanto non appaiano nella realtà.

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Mala tempora currunt sed peiora parantur

Il 9 novembre del 1979, sul settimanale del Pci Rinascita, apparve un articolo a firma di Giorgio Amendola, leader della corrente riformista del partito alla quale aderiva anche l’attuale Presidente della Repubblica, che denunciava apertamente le debolezze e le connivenze di alcuni esponenti del Partito Comunista verso la violenza politica, sia nei luoghi di lavoro che nelle piazze.
L’articolo fece scalpore perché era la prima volta che un dirigente del Pci ammetteva in pubblico che il suo partito, negli anni passati, avesse soffiato sul fuoco della rabbia popolare, spingendo molti giovani alla rivolta di piazza al fine di mettere in discussione gli equilibri politici esistenti e attaccare frontalmente il principale partito di governo, la Democrazia Cristiana.
Era passato poco più di un anno dal rapimento e dall’uccisione del Presidente della Dc Aldo Moro e, nonostante il fatto che le istituzioni non avessero ceduto al ricatto delle Br, la marea degli atti terroristici era andata gonfiandosi sempre più. Il 24 gennaio del 1979 a Genova le Brigate Rosse avevano ucciso un sindacalista della CGIL, Guido Rossa, che qualche mese prima aveva fatto arrestare un operaio che distribuiva volantini delle Br all’interno della fabbrica nella quale entrambi lavoravano, l’Italsider. Quell’omicidio segnò l’inizio della fine della penetrazione dei terroristi all’interno del proletariato di fabbrica, che fino ad allora aveva simpatizzato più o meno scopertamente con le azioni violente delle Br, soprattutto quando queste colpivano dirigenti o capi squadra particolarmente invisi. I sindacati e la classe operaia si chiusero a riccio e poco alla volta le frange più violente vennero marginalizzate.
Il 7 aprile dello stesso anno il sostituto procuratore Pietro Calogero ordinò una retata di decine di militanti dell’area dell’Autonomia Operaia, tra i quali spiccavano Toni Negri, docente di Scienze Politiche a Padova, Emilio Vesce, direttore di Radio Sherwood, sempre a Padova, e il poeta e scrittore Nanni Balestrini. Parecchi riuscirono a mettersi in salvo espatriando in Francia, ma le retate e gli arresti proseguirono per diversi anni, seguendo il cosiddetto “teorema Calogero”, vale a dire, secondo le parole del magistrato, l’ipotesi che “un unico vertice dirige il terrorismo in Italia. Un’unica organizzazione lega le Br e i gruppi armati dell’Autonomia. Un’unica strategia eversiva ispira l’attacco al cuore e alla base dello Stato”.

Alla fine dell’iter processuale il teorema risultò infondato e gran parte degli inquisiti venne assolta. Le assoluzioni furono confermate in Cassazione, ma nel periodo a cavallo tra gli anni settanta e ottanta migliaia di semplici militanti di sinistra vennero incarcerati per un anno o più, sulla base di semplici supposizioni indiziarie. In molti casi, infatti, l’accusa si basava su dichiarazioni infondate di qualche pentito, che accusavano il tale o il tal altro di essere stato presente in un dato locale nel giorno in cui erano presenti anche dei brigatisti o di essere amico di qualche soggetto condannato per atti di terrorismo. L’effetto complessivo di questa ondata di arresti ingiustificati fu quello di diffondere il terrore all’interno degli ambienti della sinistra extraparlamentare e di spingere molti militanti a “rifluire” verso la sfera privata, cioè ad abbandonare la militanza politica.

Pietro Calogero sintetizzò la sua azione con un riferimento alla famosa frase di Mao secondo la quale i combattenti comunisti devono muoversi come pesci nelle risaie: visto che non si riesce a prendere il pesce, bisogna prosciugare il mare … Cioè visto che i gruppi terroristici riuscivano a trovare connivenze, complicità e nuovi adepti negli ambienti dell’Autonomia Operaia, l’unica soluzione era svuotare il mare, cioè procedere ad arresti di massa per intimidire i militanti e convincerli a dedicarsi ad altro.

L’azione giudiziaria, unita alla diffusione dell’eroina che proprio in quegli anni dilagava nei quartieri popolari e non solo, ebbe l’effetto desiderato: stroncò ogni forma di aggregazione popolare che potesse dar luogo a iniziative politiche di sinistra e spianò la strada, negli anni ottanta, all’ascesa politica di Bettino Craxi e del gruppo dirigente del Partito Socialista.
L’articolo di Amendola apparso su Rinascita, pertanto, è da intendere come una svolta del gruppo dirigente del Pci verso destra. Non a caso Amendola aveva sempre inseguito l’alleanza con il Partito Socialista: la dimostrazione di ciò è che l’anno successivo la Fiat procedette ad una massiccia ristrutturazione aziendale che comportò il licenziamento di migliaia di operai e in particolare dei soggetti più attivi sul piano politico e sindacale.

Perché ho ricordato questi avvenimenti? Perché l’impressione è che negli ultimi anni abbiamo vissuto una piccola rivoluzione attraverso il web, nel senso che per la prima volta nella storia di questo paese è stata offerta a tanti comuni cittadini come me ed altri la possibilità di esprimere liberamente la propria opinione attraverso i blog, senza filtri burocratici e senza guadagnarci nulla, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, ma disponendo della più ampia e completa libertà di espressione. Io ho vissuto questo periodo con grande entusiasmo, consapevole che prima o poi qualcuno avrebbe chiuso il rubinetto aperto con così munifica generosità, probabilmente per creare un clima favorevole a ridiscutere gli equilibri politici esistenti.
L’Italia, come è noto, è un paese che non è mai pienamente uscito dal Medioevo, perché non ha mai avuto luogo in questa nazione una riforma religiosa o una rivoluzione politica che ponessero su basi autenticamente moderne il rapporto tra cittadino e Stato. In Italia solo chi è vicino al potere può prendersi il diritto di criticare, contestare, insultare, deridere, denigrare o litigare fino allo sfinimento, purché rimanga all’interno del recinto creato dalle classi dirigenti. Agli altri, a noi comuni cittadini, viene lasciata solo la prerogativa di applaudire, ridere quando c’è da ridere e svenarci pagando tasse e bollette. Non so quanto tempo ci vorrà per ridurre al silenzio la schiera di coloro, come il sottoscritto, che ormai hanno preso gusto ad esprimere ciò che pensano su un blog o su qualche social network. Temo che le sberle non saranno sufficienti e allora arriveranno le martellate, e chissà che cos’altro. Fino a quando non spunterà un nuovo Calogero disposto a barattare i propri principi morali con qualche scatto di carriera. E allora il paese tornerà finalmente alla normalità.

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Equilibri(smi) istituzionali

Sulla (ri)elezione di Giorgio Napolitano è stato detto e scritto di tutto, dopo che nei giorni precedenti si è letteralmente visto di tutto, in Parlamento e fuori, quindi è arduo aggiungere qualcosa di non banale. Tra le analisi proposte per spiegare l’esito delle consultazioni due sono quelle che, a mio avviso, si avvicinano maggiormente alla verità. Divergenti, ma non necessariamente opposte:

a) l’incapacità dei dirigenti del Partito Democratico ha gettato il parlamento in un tale stato di prostrazione e caos che, pur di cavarsene in fretta con il minor danno possibile, la maggioranza dei nostri deputati è stata disposta a votare il primo candidato che fosse in grado di sbrogliare la matassa, purché non odorasse di sinistra. E il caso (?) ha voluto che il primo a offrirsi sia stato il Presidente ancora in carica, il quale pochi giorni prima aveva giurato che non si sarebbe mai ricandidato.

b) tutto il caos e lo sfacelo al quale abbiamo assistito noi cittadini, in uno stato di impotenza reso ancora più frustrante dall’umiliazione di non contare nulla, è stato in realtà voluto da qualcuno che, spinto da un cinismo estremo, da una disperazione estrema, o da entrambi, ha manovrato dentro e fuori il Pd per creare lo sconquasso più totale e mettere i dirigenti, in particolare Bersani, con le spalle al muro. Cioè: o votate la rielezione di Giorgio Napolitano o non ne uscirete vivi.

Da notare che, se questo secondo caso si rivelasse vero, la perfidia sarebbe veramente smisurata perché si tratterebbe di una manovra a tenaglia messa in atto per inchiodare le istituzioni repubblicane alla croce degli equilibri politici degli ultimi vent’anni, spingendosi fino al punto di fare a pezzi il Pd e con in più il “contentino”, offerto alla sinistra, della cocente umiliazione di due ex democristiani di lungo corso quali Romano Prodi e Franco Marini. Molti ricorderanno, infatti, che fu un ministro del primo governo Prodi, Tiziano Treu, a introdurre nella legislazione italiana del lavoro la precarietà dei contratti a termine.

Altri hanno ricordato che, nel giugno del 1992, poco dopo la strage di Capaci, ebbe luogo un’analoga competizione per aggiudicarsi la presidenza della Camera dei Deputati, proprio tra Giorgio Napolitano e Stefano Rodotà: in quell’occasione, a spuntarla fu sempre Napolitano, che riuscì a battere il suo rivale grazie ai voti dei cattolici (la destra non era ancora stata sdoganata).

Vent’anni dopo qualcuno, all’interno del Pd, ha temuto che l’elezione di Rodotà a Presidente della Repubblica avrebbe rimesso fatalmente in discussione gli equilibri istituzionali del passato ventennio e ha pensato che fosse meglio fare il possibile, e l’impossibile, per far girare ancora una volta la ruota nel verso desiderato, sfruttando l’incapacità e la vigliaccheria di buona parte del gruppo dirigente del Pd.

A mio parere, quindi, la verità sta in mezzo alle due ipotesi sopra prospettate.

Il colpevole, come in ogni giallo che si rispetti, sembra essere il personaggio fornito di un alibi a prova di bomba. Quello che in teoria non avrebbe mai potuto commettere il delitto perché troppo lontano dalla scena del crimine. Non è difficile da individuare. Berlusconi lo ha accolto a braccia aperte al rientro dalla Cina.

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Larry Flint – Oltre lo scandalo

Quando ho visto questo film devo confessare di essere rimasto perplesso dal finale nel quale, dopo una lunga serie di vicissitudini, anche tragiche, del re del porno Larry Flint, i giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti attribuiscono ai contenuti pornografici delle sue riviste la stessa dignità della satira di costume, ponendoli addirittura sotto la tutela del Primo Emendamento.

Alcune vicende recenti mi hanno fatto cambiare idea e convinto che esiste una libertà imprescindibile legata al consumo di materiale pornografico (legale) e che questa libertà va tutelata perché, in corrispondenza con la sempre più diffusa disponibilità di filmati porno su internet, è andata crescendo una pseudo-lobby i cui componenti, pur non essendo necessariamente moralisti o bigotti, appaiono decisi a esasperare il significato e la portata di detto materiale pornografico, al fine di mettere all’indice i suoi fruitori e guadagnarsi  con facilità una patente di integrità morale che altrimenti non saprebbero come conseguire.

Il film Oltre lo Scandalo copre trentacinque anni di vita di Larry Flint, dagli inizi nel natio Kentucky dove, già all’età di dieci anni, si arrabatta in una distilleria clandestina, fino alla scelta, una volta diventato adulto, di aprire una serie di bar la cui principale attrattiva consiste nel proporre ragazze seminude che ballano per i clienti. Siamo negli anni sessanta e l’idea è talmente innovativa che i bar ottengono un grande successo di pubblico, tanto che il proprietario pensa di pubblicare una rivista per pubblicizzarne l’attività. La rivista si chiama “Hustler” e raggiunge subito una straordinaria diffusione, sopratutto perché contiene immagini e storie molto più spinte delle altre due riviste erotiche in voga a quell’epoca, cioè “Penthouse” e “Playboy”. Anche troppo spinte, a dire il vero: le strisce a fumetti rappresentano spesso schifezze tipo stupri di gruppo, aborti clandestini, incesti e scene di razzismo. Uno dei protagonisti delle strisce è Chester the Molester, una sorta di molestatore-pedofilo che tenta ripetutamente di costringere con l’inganno delle donne, e più spesso delle ragazzine, a fare sesso con lui.

Flint si difende dalle critiche delle femministe sostenendo che si tratta di una sorta di satira sociale, anche se molto licenziosa, ma i fumetti sono decisamente scioccanti, nonostante il fatto che gli anni settanta siano un periodo di grande libertà sessuale. Pertanto la fama porta a Flint, assieme al denaro, l’ostilità dei movimenti anti-pornografia, dalle cui accuse egli si difende sfoderando affermazioni di semplice buon senso del tipo: “l’omicidio è illegale, ma se ne riprendete uno avrete buone possibilità di vedere il vostro nome comparire su qualche rivista o magari vincere il Premio Pulitzer; il sesso invece è legale, ma se lo riprendi finisci in carcere.”

Il buon senso non gli evita di essere trascinato più volte in tribunale. Viene sempre assolto dalle accuse dei suoi avversari fino a quando, nel 1975, un giudice non lo condanna per “spaccio di oscenità”. Riesce a sfuggire alla prigione grazie a un appiglio formale, ma dopo di allora si avvicina alla religione, non si sa quanto spontaneamente, grazie alla frequentazione della sorella del Presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter.

Nel 1978 ha luogo l’evento più tragico della sua vita: all’uscita da un tribunale nel quale si sta dibattendo l’ennesima causa per oscenità, l’editore di “Hustler” viene colpito più volte da un cecchino appostato sul tetto di un edificio. Flint sopravvive all’attentato, ma rimane paralizzato dalla vita in giù e costretto per sempre su una sedia a rotelle. Si allontana definitivamente dalla religione e si sposta a Beverly Hills dove, assieme alla moglie Althea, un’ex ballerina di un suo locale, sprofonda in una spirale depressiva acuita dall’abuso di medicinali anti-dolorifici e di droghe come la morfina.

Il 1983 sembra essere l’anno del riscatto: si sottopone ad un’operazione per devitalizzare alcuni nervi che gli provocano dolore e ritorna a presiedere le pubblicazioni della sua rivista. La decisione di pubblicare una vignetta satirica basata su una pubblicità del Campari, accompagnata da una finta intervista al predicatore religioso Jerry Falwell, nel quale quest’ultimo confessa di aver fatto sesso per la prima volta in vita sua con la madre dopo che entrambi si erano ubriacati di Campari, gli costerà una denuncia per diffamazione.

Condannato in primo grado e in appello, Flint decide di ricorrere alla Corte Suprema, la quale nel 1988 delibera che non esiste nessuna diffamazione perché è evidente che l’intervista è falsa e quindi il suo contenuto va interpretato, alla luce del Primo Emendamento, come libertà di satira.

Il film si chiude dopo la sentenza della Corte Suprema, con Flint seduto nel soggiorno di casa sua che guarda alcuni filmati della moglie Althea, suicidatasi nella vasca da bagno dopo avere scoperto di aver contratto l’AIDS. E’ l’amara conclusione di una vita nella quale la sessualità ha spesso giocato un ruolo distruttivo delle esistenze personali e dei rapporti sociali. Le controversie sulla pornografia della rivista “Hustler” sono legate ai contenuti degradanti e spesso violenti delle strisce a fumetti, tanto più che alla fine degli anni ottanta il disegnatore del personaggio Chester the Molester, Dwaine Tinsley, viene condannato a sei anni di carcere con l’accusa di avere abusato ripetutamente della figlia tredicenne e averla costretta a prendere delle medicine per non rimanere incinta. Liberato dopo ventitrè mesi di prigione perché le motivazioni della sentenza erano basate sulle vignette che aveva disegnato per “Hustler”, secondo i suoi sostenitori, oppure per un appiglio formale, secondo i suoi detrattori, Tinsley è morto di infarto nel 2001, all’età di cinquantacinque anni.

Rimane oggetto di discussione quanta responsabilità lui e Flint abbiano avuto nel promuovere, attraverso “Hustler”, l’arretramento della condizione femminile nella società americana, in particolare per quanto riguarda il fenomeno vertiginosamente in aumento, almeno secondo quanto denunciano gruppi di femministe, degli stupri e delle molestie sessuali. Così come rimane da chiarire se certi comportamenti degenerativi siano causati dall’impatto di schifezze pornografiche sulle menti di uomini (e donne) psichicamente più fragili di quanto non appaiano oppure se siano ispirati da considerazioni di altro genere.

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Stuprata due volte: il caso di A.M.

Il 31 marzo del 2007 A.M., che all’epoca era una ragazzina di 15 anni, partecipa assieme a un’amica a una festa di compleanno a Montalto di Castro, un paese di circa 9.000 abitanti situato in provincia di Viterbo, nella Maremma laziale.
A.M. è carina, cura molto il suo aspetto e quel giorno indossa una minigonna che la rende ancora più attraente, un particolare che verrà spesso riproposto da tutti coloro che, in seguito, tenteranno di far passare lei, cioè la vittima, per una poco di buono e una “provocatrice”.
Nel corso della festa un ragazzo appena conosciuto le chiede di accompagnarlo fuori per fumare una sigaretta, un pretesto grazie al quale invece la trascina in una pineta dove lo aspettano sette amici, suoi coetanei che la violentano a turno per tre ore. A.M. è di Tarquinia, ma frequenta il liceo socio-pedagogico di Viterbo. Dopo pochi giorni scoppia a piangere in classe, durante la lezione. I professori la accompagnano dal Preside dell’istituto al quale lei confessa la violenza subita. In seguito ribadisce il racconto dell’accaduto alla polizia di Viterbo e infine alla madre, di nome Agata, alla quale aveva taciuto tutto per timore di darle un dispiacere.
La sua migliore amica conferma che, quella sera, alla festa, non avendo più visto A.M. per oltre due ore si era preoccupata e l’aveva cercata all’esterno del locale, dove aveva riconosciuto gli otto ragazzi che si allontanavano in gruppo dalla pineta. Ma la stessa amica, in seguito, ritratterà la dichiarazione e le volterà le spalle, arrivando a far finta di non conoscerla quando la incontra per strada.
La notizia dell’accaduto, infatti, ha scatenato il finimondo, ma non nel senso che uno si aspetterebbe: tutto il paese di Montalto di Castro si schiera con i ragazzi mentre sulla vittima fioriscono solo illazioni e aneddoti da caserma: “colpa sua”, “lei di certo non è seria”, “ma se l’aveva già fatto con altri quattro…” etc… Vittorio Bricca, pensionato settantenne seduto placidamente su una panchina nella piazza principale del paese dichiara: “Avessi avuto diciassette anni, mi sarei messo in fila e anch’io sarei andato con quella”. Le mamme degli stupratori si schierano dalla parte dei loro figli, dalle loro bocche non esce neppure una parola di commiserazione per A.M. che nel frattempo, schiacciata dal dolore e dalla vergogna, si chiude in casa e sprofonda nella depressione. Quando esce non si trucca e non indossa più minigonne, ma soltanto jeans e maglie castigate anche perché sa che i ragazzi la accusano di averli provocati. Abbandona la scuola, dimagrisce e passa il tempo leggendo romanzi Harmony “perché hanno un lieto fine”.
Gli otto ragazzotti invece ricevono attestati di solidarietà a non finire: “No davvero, avranno pure sbagliato ma mica si possono rovinare la vita… una sera j’è capitata ’sta cosa…”. Il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai, Ds all’epoca dei fatti e ora nel Partito Democratico, convince la giunta comunale a stanziare 40.000 euro in favore degli otto ragazzi per aiutarli a sostenere le spese legali. La cifra poi si riduce a 20.000 perché quattro degli otto rifiutano il sostegno economico del comune: si tratta comunque di soldi pubblici, dei contribuenti, il cui utilizzo è inquinato dal sospetto che il sindaco sia lo zio di uno degli aggressori, la cui madre di cognome fa, per l’appunto, Carai.
Ai ragazzi viene offerto di tutto, lavoro, solidarietà e sostegno economico, alla vittima nulla: il sindaco arriva a dichiarare in pubblico che “solo i romeni possono stuprare” e siccome i ragazzi sono italiani, sono innocenti per forza. La vicenda poco alla volta assume rilevanza nazionale e i vertici dei Ds si sentono finalmente in dovere di intervenire: Piero Fassino invita Salvatore Carai a non candidarsi al congresso fondativo del nuovo partito, ma lui non molla e resta al suo posto, forte del sostegno dei suoi concittadini, ed oggi, finito il mandato da sindaco, siede fieramente nel consiglio provinciale, nel gruppo del Partito Democratico. In difesa di A.M. si muovono anche le donne del partito, principalmente Anna Finocchiaro, che viene subito bollata da Carai come “talebana del c.”.
L’Udi (Unione Donne Italiane) chiede le dimissioni del sindaco e alcune donne del Pd di Lecco, nel novembre del 2010, inviano una lettera a Pierluigi Bersani chiedendogli di espellere Carai dal partito.

L’ex sindaco Pd di Montalto di Castro Salvatore Carai

La persona che in assoluto sarà più vicina ad A.M. è Daniela Bizzarri, consigliera alle pari opportunità della provincia di Viterbo, che assiste la ragazza nel lungo e doloroso processo di superamento della violenza subita. Un percorso che assomiglia a un calvario perché la ragazza subisce un’umiliazione dietro l’altra. La sua vita ormai è in frantumi, si trasferisce a Roma, ma continua a sentirsi sola senza i suoi familiari accanto. Così ritorna e, dietro invito del preside della sua vecchia scuola, prova a riprendere a studiare, senza riuscirci. A questo punto smette definitivamente e cerca un lavoro “per non pesare sul bilancio di casa”.
Nel novembre del 2009 arriva l’ennesima mazzata: il tribunale dei minori di Roma sospende il processo ai violentatori per affidarli in custodia ai servizi sociali del comune di Montalto di Castro. Un periodo di 24 mesi al termine del quale, se non ci saranno rilievi negativi da parte delle assistenti sociali del comune, il reato potrà considerarsi estinto e i ragazzi ufficialmente riabilitati. L’unica soddisfazione riservata ad A.M. è che gli otto ragazzi, per poter ottenere l’affido, hanno dovuto confessare il reato: pertanto è stato messo a verbale che il rapporto avuto con la ragazza quindicenne nella pineta non è stato consenziente, contrariamente a quanto loro avevano voluto far credere, con l’appoggio dei loro compaesani.
Però l’amarezza è grande:“Vogliono continuare a rovinarmi la vita? Io non avevo neanche capito, l’altro giorno: credevo che la messa in prova fosse finita, non che dovesse ancora cominciare. Invece quest’inferno va avanti, e durerà ancora a lungo. Sono stravolta, distrutta. Ogni volta che c’è il processo sto peggio: non mangio, non dormo e quando m’addormento ho gli incubi. Non voglio più andare neanche dallo psicologo, a cosa serve ripetere sempre le stesse cose?”.
A.M. schiuma dalla rabbia:“Non credo nel loro pentimento. Non mi sono arrivate né lettere né parole di scuse, niente. Hanno anche cercato di spingere un ragazzo a dire che ero consenziente. Mi chiedo a cosa possa servire metterli alla prova adesso, dopo così tanto tempo. Per me quest’attesa è un logorio quotidiano, non so come farò ad aspettare tanto”.
Nel 2012, però, uno degli otto aggressori finisce nuovamente sotto processo per stalking, così la Cassazione annulla la decisione del Tribunale dei minori e costringe i giudici a riprendere il processo. Il pubblico ministero, al termine della requisitoria, chiede che vengano condannati tutti a quattro anni di reclusione, ma la sentenza definitiva emessa lo scorso 26 marzo, dopo 6 anni dallo stupro, pur giudicando colpevoli gli imputati non li condanna neppure a scontare un giorno di carcere, preferendo affidarli a un programma di recupero, al termine del quale il reato sarà definitivamente estinto e non lascerà quindi alcuna traccia nella vita degli otto giovani.
Ad A.M, invece, resterà solo la soddisfazione di intentare una causa civile per danni agli otto aggressori, che comunque sono stati riconosciuti colpevoli. Sempre ammesso che riesca a trovare il coraggio per sfidare ancora una volta in un’aula di tribunale gli sguardi di scherno e i sorrisi beffardi di coloro che hanno potuto abusare di lei e della sua ingenuità, e sono riusciti a farla franca. Ingiustizia è fatta, ancora una volta nei confronti di una donna.

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La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \7

Buona parte delle informazioni contenute negli articoli di questa serie sono tratte dalla storia ufficiale della Deutsche Bank.

“The Deutsche Bank 1870-1995” è stato pubblicato in occasione delle celebrazioni per il 125° anniversario della creazione dell’istituto ed è frutto del lavoro di cinque storici, tre tedeschi e due americani: i tre tedeschi sono Lothar Gall, Carl-Ludwig Holtfrerich e Hans E. Buschgen; gli americani sono Gerald D. Feldman e Harold James. I cinque studiosi hanno avuto pieno accesso al materiale presente negli archivi della banca e ai diari privati di molti tra i suoi funzionari e dirigenti. L’opera è indubbiamente di grande spessore e fornisce un punto di vista inedito per ripercorrere le vicende tedesche ed europee degli ultimi centocinquant’anni. L’unico neo riguarda la trattazione del periodo 1933-1945, che oltre a essere frettolosa e poco approfondita, salta a piedi pari ogni problematica relativa allo sfruttamento della manodopera forzata e al riciclaggio dei lingotti d’oro ottenuti fondendo i denti e gli anelli strappati agli internati nei lager.
Inoltre gli autori tentano di accreditare l’idea, molto discutibile, che i dirigenti della banca abbiano contribuito all’attuazione delle politiche razziali, sia nei confronti dei dipendenti che dei clienti, solo per salvaguardare la propria autonomia professionale e quella dell’istituto, perché in realtà disprezzavano profondamente l’orientamento ideologico e i fini pratici del Nazionalsocialismo.

La verità, naturalmente, è molto diversa e per questo motivo il libro, subito dopo la pubblicazione, ha dato origine a polemiche molto aspre da parte delle associazioni di reduci dai lager e degli studiosi del Nazionalsocialismo, tanto più che nello stesso periodo la Deutsche Bank aveva deciso di sbarcare in grande stile sul mercato del credito americano lanciando un’offerta d’acquisto per una grossa banca, la Bankers Trust, con filiali sparse in tutto il paese.

Le polemiche raggiunsero il culmine quando, nel febbraio del 1999, saltarono fuori dagli archivi della banca alcuni documenti, che i cinque storici avevano ignorato, comprovanti l’erogazione di un mutuo per la costruzione del campo di Auschwitz: la somma, che secondo i giornali ammontava a 250 milioni di dollari del 1999, servì a finanziare la costruzione degli alloggi delle Ss e di alcuni impianti industriali per lo sfruttamento del lavoro degli internati.
A questo punto i vertici dell’istituto, per tacitare le polemiche e per pararsi da eventuali azioni legali, decisero di sborsare altri milioni di dollari, in aggiunta a quelli già spesi, per far scrivere un secondo libro dedicato esclusivamente all’analisi delle complicità nell’Olocausto degli ebrei d’Europa.

 

Il libro si intitola “The Deutsche Bank and the nazi economic war against the jews” e l’autore è Harold James, uno dei cinque storici che hanno collaborato a scrivere la storia ufficiale. Pubblicato nel 2001, il volume, disponibile solo in inglese e in tedesco, descrive in dettaglio le modalità con cui dirigenti, funzionari e semplici impiegati collaborarono con le politiche razziali e di sterminio del Terzo Reich conseguendo enormi profitti: la Deutsche Bank esercitò, attraverso lo strumento delle restrizioni al credito, forti pressioni sulla clientela di origine ebraica per spingerla a cedere le proprie attività a prezzi molto più bassi di quelli di mercato e confiscò i conti correnti intestati ai cittadini deportati nei lager, impadronendosi di tutti i loro beni. Grazie alla collaborazione con le Ss, l’istituto estese il raggio d’azione delle proprie attività criminali mano a mano che le truppe naziste si espandevano per l’Europa, risucchiando le vite di milioni di esseri umani all’interno del gelido anonimato contabile dei bilanci di esercizio.

Nonostante l’indiscutibile completezza dei dettagli riportati segni un passo in avanti rispetto alla storia ufficiale, anche questo testo contiene alcune omissioni tanto fondamentali quanto sgradevoli: innanzitutto si cerca ancora di far passare i vertici dell’istituto come seri professionisti costretti ad agevolare la politica nazista per ragioni di sopravvivenza, ma comunque alieni dall’ideologia del regime e sempre decisi a difendere la propria indipendenza professionale dalle ingerenze del potere politico. Inoltre, ancora una volta, viene completamente ignorata tutta la questione relativa allo sfruttamento della manodopera da parte delle aziende e al trafugamento dei lingotti d’oro da parte delle Ss verso la filiale svizzera della Deutsche Bank.

Il maggior critico di questa impostazione è uno storico americano di nome Christopher Simpson. Simpson nel 2002 ha curato l’edizione del report dell’OMGUS dal titolo War Crimes of the Deutsche Bank and Dresdner Bank: The OMGUS Report. Il report, scritto subito dopo la fine della guerra dalla Divisione Finanza del Governo Militare Americano, si conclude con la raccomandazione di sciogliere la Deutsche Bank e la Dresdner Bank per le evidenti complicità con le politiche di sterminio del regime nazista e di incriminare i rispettivi management per crimini di guerra.
In particolare Simpson accusa i cinque storici di avere celato il ruolo svolto da uno dei suoi massimi dirigenti, Hermann Abs, quando questi sedeva nei consigli di amministrazione delle aziende che utilizzavano il lavoro degli internati nei campi di concentramento. Inoltre, sempre secondo Simpson, gli stessi storici avrebbero occultato il fatto che il governo americano, a partire dal 1983, inserì Abs nella lista nera delle persone indesiderate negli Stati Uniti per la “turpitudine morale dimostrata dalla sua attiva partecipazione nella persecuzione degli ebrei da parte della Germania Nazista e dei suoi alleati.”

Christopher Simpson afferma esplicitamente che gli studiosi incaricati di scrivere la storia della banca presiedono dipartimenti, enti di ricerca e fondazioni lautamente finanziate dalla Deutsche Bank e da altre grandi aziende tedesche, quali la Daimler Chrysler e la compagnia di assicurazioni Allianz: tutte queste imprese versano annualmente milioni di dollari ai dipartimenti delle università nelle quali insegnano Gerald Feldman e Lothar Gall, ad esempio, e ciò ha influenzato pesantemente la loro obiettività di giudizio.
Simpson, a sua volta, ha scritto un bellissimo libro sulle complicità delle compagnie americane e tedesche con il Nazionalsocialismo: “The Splendid Blond Beast. Money, Law, and  Genocide in the Twentieth Century”. Il libro, il cui titolo è ispirato ad una frase di Nietzsche, è interessante perché allarga notevolmente lo spettro di analisi del fenomeno dell’Olocausto, sia in senso storico che geo-politico: prende le mosse dal genocidio degli Armeni in Turchia durante la Prima Guerra Mondiale e si conclude nel secondo dopoguerra con gli sforzi del Dipartimento di Stato americano e del Foreign Office britannico per evitare ai dirigenti delle banche e delle grandi aziende tedesche una severa condanna per crimini di guerra (alcune condanne ci furono, ma di lieve entità). La tesi di fondo è che le condizioni che resero possibile l’Olocausto e la successiva impunità dei principali responsabili siano stati preparate dalla diplomazia americana e britannica fin dalla Prima Guerra Mondiale, allestendo una ragnatela giuridica che impedisse nei fatti la prosecuzione e la condanna di coloro che, nel mezzo di un conflitto bellico, si fossero macchiati di gravi reati contro la popolazione civile.

“La splendida belva bionda” è la definizione che Friedrich Nietzsche diede degli aristocratici predatori che scrivono le leggi della società, muovendosi oltre i limiti imposti dalla morale convenzionale, in modo da esercitare liberamente il loro potere praticando il delitto, la razzia, lo stupro e la tortura, senza alcun rimorso di coscienza e senza temere alcun giudizio. Al di là del bene e del male, dove il cittadino comune non è in grado di spingersi. (fine)

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La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \6

E’ difficile quantificare i profitti ricavati dalla Deutsche Bank grazie alla campagna di persecuzione degli ebrei: una valutazione fatta da alcuni storici li ritiene attorno al 14 per cento dei profitti annui della banca, almeno nel periodo 1938-1945. La percentuale però appare sottostimata perché durante la guerra i bilanci dell’istituto venivano falsificati per far figurare perdite maggiori di quelle reali, in modo da pagare meno tasse all’esosissimo Stato nazista ed eventualmente poter richiedere finanziamenti pubblici.

Sappiamo con certezza che nel 1940 il patrimonio della Deutsche Bank venne certificato dall’agenzia Moody’s in 4 miliardi di Reichmarks, mentre nel maggio del 1945 i dirigenti  dell’istituto, in vista dell’arrivo dell’Armata Rossa, riuscirono a evacuare in fretta e furia dai forzieri della sede berlinese 7 miliardi di Reichmarks, trasferendoli  nella zona di occupazione britannica. A questa somma di denaro va aggiunto un altro miliardo e mezzo di beni custoditi nelle filiali della parte occidentale della Germania, per un totale di 8,4 miliardi. E’ arduo tradurre queste cifre in Euro perché i dati degli anni di guerra sono poco affidabili, in particolare quelli del biennio 1944-45, visto che imperversava il mercato nero. L’Ufficio Federale di Statistica indica in 3,70 il fattore di conversione Reichsmark – Euro per il 1940 e in 3,30 per il 1944: otteniamo così la somma di 14,8 miliardi di Euro per il 1940 e di 27,7 miliardi di Euro per il 1945, con un incremento di capitale di quasi 13 miliardi nel giro di cinque anni, nonostante il fatto che il mercato del credito al consumo fosse letteralmente crollato e che la Germania fosse ridotta a un cumulo di macerie.

Secondo lo storico Raul Hillberg, il totale dei beni mobili e immobili posseduti da ebrei nella sola Germania nel 1933 ammontava a una cifra oscillante tra i 10 e i 12 miliardi di Reichmarks. Al cambio  attuale fanno una cifra che oscilla tra i 40 e i 48 miliardi di Euro: è difficile dire quale porzione di questa somma sia stata incamerata dalla Deutsche Bank, che si trovava in competizione sia con la Dresdner Bank che con lo Stato nazista, ma è indubbio che l’istituto berlinese riuscì a sopravvivere al crollo del commercio internazionale solo grazie alla politica di “arianizzazione” promossa dal Terzo Reich.

Subito dopo la guerra il governo di occupazione americano promosse un’inchiesta per fare luce sulle complicità degli ambienti bancari con il nazismo: la Divisione Finanza del Governo Militare (OMGUS) produsse un report di oltre 10.000 pagine, realizzato utilizzando le corrispondenze originali e i registri delle operazioni svolte dagli istituti di credito sotto il regime nazista. Il report dell’OMGUS documentò che le grandi compagnie parteciparono alla campagna di discriminazione e di persecuzione degli ebrei non solo per incrementare il proprio patrimonio, ma anche per mantenere il primato nel proprio particolare settore d’affari, industriale o finanziario che fosse.

 

Hermann Abs

Sempre secondo il rapporto, gli uomini di punta delle due maggiori banche, Hermann Abs per la Deutsche Bank e Carl Goetz per la Dresdner, aiutarono le SS a trasferire in Svizzera centinaia di lingotti d’oro ottenuti fondendo i denti strappati agli ebrei morti nei campi di concentramento; finanziarono con appositi mutui la costruzione dei campi di sterminio, compreso quello di Auschwitz, e passarono informazioni alla Gestapo su eventuali oppositori al regime.

Gli investigatori dell’OMGUS concludevano la loro analisi raccomandando che i due istituti venissero smembrati e venduti a pezzi, e che i loro dirigenti fossero processati e incriminati per crimini contro l’umanità. Ma buona parte del governo americano, in particolare gli esponenti legati al Dipartimento di Stato e alla Cia, supportati dal Foreign Office britannico, era convinta che occorresse mettere le industrie tedesche in grado di riprendere al più presto la produzione economica. Gli Stati Uniti, infatti, non erano in grado di sobbarcarsi il peso del mantenimento di un intero continente devastato dalla guerra e inoltre il nemico principale, ora che il conflitto era terminato, era diventata l’Unione Sovietica e il comunismo in generale.

Di conseguenza la posizione degli esponenti più intransigenti verso i criminali di guerra nazisti, come il ministro del Tesoro Henry Morgenthau, rimase isolata e il rapporto dell’OMGUS scivolò presto nell’oblio assieme alla questione dello sfruttamento della manodopera forzata e al contrabbando dei lingotti d’oro.

I russi, dopo avere chiuso tutte le banche private nella parte orientale di Berlino, chiesero inutilmente ad americani e inglesi di fare altrettanto nella parte occidentale: Hermann Abs fu liberato dal carcere nel quale era stato rinchiuso dopo soli pochi mesi e l’unica condanna che subì, a dieci anni di prigione, fu da parte della Jugoslavia, che lo processò per il ruolo avuto nella direzione della filiale di Zagabria della Creditanstalt dal 1942 al 1945, periodo durante il quale Abs si attivò per riciclare i beni delle vittime delle stragi degli Ustascia croati.

Fu così che, nel 1949, subito dopo la fine del blocco sovietico sulla città, la Deutsche Bank riprese l’attività creditizia arrivando in pochi mesi ad avere 1.200 impiegati, contro i poco più dei duecento dell’immediato dopoguerra. Anche il proposito di dividere la banca in tre grandi tronconi, pur se attuato all’inizio del 1947, si rivelò nient’altro che una misura temporanea poiché il 100% del capitale azionario rimase nelle mani dei dirigenti della sede di Amburgo, che nel 1957 riuscirono a ricomporre i tre pezzi in un unico istituto ponendo a direttore proprio Hermann Abs, il responsabile del finanziamento del campo di Auschwitz-Birkenau e degli impianti ad esso adiacenti.

Un disegno di legge eliminò i vincoli territoriali voluti da Henry Morgenthau agli investimenti della banca e subito dopo la riunificazione, nel marzo 1957, venne siglato il Trattato di Roma che dava inizio al processo di unificazione europea. Così la Deutsche Bank poté ampliare il suo raggio d’azione all’intera Europa occidentale, come già avvenuto durante la guerra peraltro, anche se con mezzi molto diversi.

A ciò si aggiunga il fatto che le vittime delle persecuzioni raramente si fecero avanti per ottenere dei risarcimenti, sia perché spesso le famiglie erano state interamente sterminate e quindi non c’era più nessuno in grado di promuovere un’azione legale, sia perché per i sopravvissuti intentare causa ai loro ex-carnefici significava comunque rivivere momenti di grande dolore e di grande sofferenza. Solo alla fine degli anni novanta le industrie tedesche si sono assunte la responsabilità morale e storica di ciò che era accaduto e hanno creato un fondo di circa 5 miliardi di dollari per risarcire le vittime dell’Olocausto. Le 3.527 aziende che hanno aderito al fondo, però, hanno messo in chiaro che non si tratta di una confessione di colpa, ma piuttosto di un simbolo di “riconciliazione”. Pertanto il fondo ha uno scopo puramente “caritatevole”, anche perché la cifra messa a disposizione è immensamente inferiore a quanto guadagnato dalle stesse aziende con gli investimenti realizzati nei quarant’anni successivi alla fine del Nazismo.

In questo modo le compagnie tedesche e le loro affiliate straniere si sono assicurate la protezione contro eventuali cause legali e la certezza di potersi muovere sui mercati internazionali in condizione stabilmente “sicure”.

Ma la vicenda più incredibile avvenne proprio nell’immediato dopoguerra: il governo americano decise di nominare Hermann Abs responsabile della gestione degli aiuti del piano Marshall in Germania. Sembra folle ma è veramente così: il banchiere che autorizzò il mutuo per la costruzione del campo di Auschwitz fu messo a capo della ricostruzione economica del paese, anche grazie alle pressioni esercitate dagli ambienti finanziari britannici che avevano fretta di rendere nuovamente efficiente il sistema economico tedesco per recuperare i crediti fatti negli anni tra le due guerre. Anche per questo motivo le pene comminate ai dirigenti delle industrie che collaborarono con il nazismo furono quasi tutte irrisorie e gli stessi dirigenti furono reintegrati ai loro posti di comando dopo avere scontato pochi anni di detenzione. La scelta di Abs come coordinatore degli aiuti del piano Marshall fu dettata proprio dalla rete di conoscenze di cui disponeva: visto il suo passato, egli era considerato la persona più indicata per far ripartire al più presto l’economia e respingere le pressioni dei militanti comunisti e socialisti che si stavano riorganizzando sui luoghi di lavoro e chiedevano con insistenza l’allontanamento dei manager compromessi con il nazismo.

Il generale Lucius Clay, Governatore militare americano in Germania, voleva addirittura nominare Abs Ministro delle Finanze, ma dovette desistere perché l’opinione pubblica negli Stati Uniti non avrebbe mai accettato che un personaggio così compromesso con il regime nazista entrasse a far parte del governo.

Comunque la denazificazione dell’economia e della società tedesca venne di fatto accantonata. Il senatore Kilgore in quei giorni convulsi dichiarò: “In Italia, ho sentito da alcuni ufficiali dell’esercito americano deplorare il fatto che i partigiani abbiano ucciso molti manager fedeli al Fascismo, il che ha reso molto difficile la riorganizzazione della capacità produttiva italiana. In Germania non c’è stata alcuna rivolta partigiana. La gerarchia industriale nazista è rimasta intatta.”

Così Hermann Abs potè continuare a esercitare indisturbato la sua attività di banchiere fino al 1967, quando fu nominato presidente onorario della Deutsche Bank. Rockfeller negli anni settanta lo definì “il più grande banchiere al mondo” e la definitiva consacrazione avvenne quando il Vaticano, nel 1982, gli chiese di fare parte della commissione incaricata di fare chiarezza sul crack del Banco Ambrosiano. Da banchiere di Auschwitz a banchiere di Dio, dunque: per un fervente cattolico qual era Abs dev’essere stata una soddisfazione non da poco.

Gli americani, però, non dimenticarono mai il suo passato e nel 1983 lo inserirono nella lista delle persone indesiderate negli Stati Uniti, cioè quelle persone alle quali viene negato il rilascio del visto d’ingresso per alcune ragioni specifiche, la più rilevante delle quali, nel caso di Abs, era la “turpitudine morale dimostrata dalla sua attiva partecipazione nella persecuzione degli ebrei da parte della Germania Nazista e dei suoi alleati.”

Il divieto venne ribadito nel 1990 e rimase in vigore fino alla morte di Abs, nel 1994. (continua)

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La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \5

Hermann Josef Abs

Hermann Josef Abs era l’amministratore delegato di Deutsche Bank incaricato di seguire il processo di “arianizzazione”. Elegante e diplomatico, proveniente da una famiglia rigidamente cattolica di Bonn, Abs entrò nel consiglio della banca nel 1937 e vi rimase fino al termine della guerra. Nel 1957 ne divenne direttore, carica che mantenne fino al 1967, quando fu nominato Presidente Onorario.

Subito dopo il suo ingresso nell’istituto si occupò personalmente dell’acquisizione di una grande banca berlinese, la Mendelssohn, e di altre transazioni riguardanti importanti aziende manifatturiere.

Hermann Abs ricavò dalle transazioni cospicui vantaggi sia per sé che per i propri familiari: nel caso del complesso minerario di proprietà della famiglia Petscheck, che si estendeva anche in Boemia, riuscì ad ottenere per il padre, che già deteneva il 12% delle azioni, la quota azionaria del 50%, rilevando le azioni a un prezzo più basso di quello di mercato.

Tra le tante cariche ricoperte, Abs sedeva anche nel consiglio dei supervisori della IG Farben, azienda nella quale la Deutsche Bank deteneva circa il 38% delle quote azionarie, per un capitale complessivo di 1,5 miliardi di euro attuali. La IG Farben era la più importante industria chimica tedesca: formatasi negli anni venti da un agglomerato di aziende chimiche che operavano in stretta collaborazione tra di loro, negli anni trenta era un colosso del settore e poteva vantare importanti joint-venture con multinazionali americane quali la Standard Oil di John Rockfeller. La politica autarchica ne favorì ulteriormente lo sviluppo poiché il regime nazista cercò di compensare il calo delle importazioni di materie prime da oltreoceano promuovendo la produzione di surrogati sintetici delle stesse.

Nel marzo del 1941, quando era ormai chiaro che la guerra sarebbe durata molto più a lungo del previsto, il regime decise di riorganizzare l’economia restringendo il ruolo del settore pubblico e puntando a  potenziare il settore privato: l’obiettivo era creare un’economia fondata su grandi imprese private, la cui produzione fosse pianificata dallo Stato. Il primo passo in questa direzione fu fondare un’azienda petrolifera che gestisse le risorse del sottosuolo nei territori appena occupati dell’Europa dell’Est e che si impegnasse a commercializzare il carburante prodotto. L’azienda si chiamò Kontinentale Öl e i dirigenti di Deutsche Bank e di IG Farben ebbero un’influenza fondamentale nello sceglierne gli organi dirigenti. La Kontinentale Öl fece abbondante uso di manodopera forzata perché le funzioni da essa svolte (estrazione di greggio, costruzione di oleodotti etc…) erano considerate vitali nel rimettere in moto l’economia tedesca, dopo anni nei quali il ruolo centrale nel sistema produttivo era toccato alla ReichsWerke Hermann Göring, un conglomerato industriale di proprietà pubblica che aveva realizzato una serie imponente di infrastrutture quali porti, ponti, strade, autostrade, ferrovie, stazioni e fortificazioni militari.

Oro confiscato ai deportati

Ora però era giunto il momento di incrementare la produzione per far fronte al prolungato sforzo bellico e le imprese private, attraverso un sistema di quote imposto dallo Stato, furono stimolate ad utilizzare gli impianti al massimo delle loro possibilità.

Il problema era che gran parte della manodopera maschile di origine tedesca in quel momento si trovava al fronte, pertanto l’unica soluzione per aumentare la produzione fu utilizzare gli internati nei campi di concentramento.

Le SS, che gestivano il sistema dei campi, si occuparono di procurare la manodopera forzata alle singole imprese, le quali pagavano per questo servizio versando un affitto giornaliero per ogni lavoratore impiegato, il quale non percepiva alcuno stipendio per la sua opera. Nei rari casi in cui il lavoratore percepiva qualche forma di salario, questo veniva confiscato dalle SS che attraverso le requisizioni e le ruberie effettuate in tempo di guerra costruirono un vero e proprio impero economico.

Le banche a loro volta incoraggiarono l’utilizzo di schiavi nei luoghi di lavoro perché erano ansiose di recuperare gli ingenti prestiti fatti negli anni precedenti alle aziende per aiutarle a ingrandirsi e a ristrutturarsi, magari acquisendo impianti espropriati a proprietari di origine ebraica. Gli istituti di credito detenevano partecipazioni azionarie delle imprese che finanziavano e visto che, a causa della guerra, i consumi erano sensibilmente calati, l’unica speranza per rilanciare l’economia privata e riprendere a fare profitti era costituita dall’incremento delle spese militari. Rappresentanti delle banche erano presenti nei consigli di amministrazione e di supervisione delle principali imprese: Hermann Abs, per fare un esempio, sedeva nei consigli di ben quaranta aziende tra le quali, oltre a IG Farben, figuravano Siemens, Volkswagen, Degussa, Krupp, Daimler-Benz, Allianz e BMW.

File di cadaveri ritrovati all’apertura di un lager

L’avviamento è sempre un’operazione complessa che richiede molto denaro e molti sforzi. L’utilizzo di manodopera gratuita agevolò notevolmente il ricollocamento sul mercato delle aziende appena ristrutturate e minimizzò i rischi relativi all’avviamento d’impresa. Così, l’interesse economico di banchieri e imprenditori si incontrò con la volontà politica di Hitler di sterminare il maggior numero di lavoratori possibile, che si trattasse di ebrei, zingari, oppositori politici oppure prigionieri di guerra.

I manager delle aziende venivano invitati a recarsi personalmente nei lager per scegliere il personale da impiegare. Questo, una volta selezionato, veniva fatto lavorare in condizioni disumane, al freddo, con poco cibo e orari estenuanti, in modo da spremerne il massimo rendimento possibile. Quando il lavoratore, ormai stremato e incapace di svolgere qualsiasi funzione utile al processo produttivo, si accasciava a terra in mezzo alle linee di produzione, veniva letteralmente raccolto dalle SS e trasportato verso le camere a gas per la definitiva eliminazione.

In totale furono oltre dodici milioni gli individui eliminati all’interno del circuito campo di concentramento – fabbrica – camera a gas: oltre ai sei milioni di ebrei, al mezzo milione di rom e al milione e mezzo di oppositori politici di varia estrazione, ci furono circa tre milioni di prigionieri di guerra sovietici e altri due milioni di civili rastrellati in gran parte nei territori conquistati dell’Europa dell’Est, i cosiddetti “OstArbeitern”.

Adolescenti internati in un campo di concentramento

Il processo di Norimberga contro i vertici della IG Farben provò che Hermann Abs era presente alle riunioni del consiglio dei supervisori quando questo, in due occasioni distinte, il 2 luglio del 1941 e il 30 maggio del 1942, votò all’unanimità un’ordine del giorno che ingiungeva ai manager della compagnia di fare tutti gli sforzi possibili per ottenere lavoratori stranieri e prigionieri di guerra da impiegare nel complesso in costruzione presso il campo di Auschwitz.

Nel febbraio del 1999, in seguito alle pressioni del Congresso Mondiale Ebraico, alcuni storici trovarono negli archivi della Deutsche Bank la prova che la banca aveva finanziato la costruzione del campo di sterminio: gli archivisti, infatti, trovarono una descrizione dettagliata di un mutuo erogato alle imprese che edificarono le strutture destinate a ospitare la polizia di sicurezza del campo, le “Waffen-SS Auschwitz,”. Dall’archivio della banca saltarono fuori anche le pratiche di altri mutui erogati ad imprese che costruirono i loro impianti adiacenti al campo di Auschwitz, per poter sfruttare il lavoro degli internati. I dirigenti della IG Farben erano talmente entusiasti della prospettiva di utilizzare manodopera gratuita che vollero costruire un loro campo ad alcuni chilometri da quello principale, a Monowitz, a fianco dello stabilimento per la produzione di gomma sintetica e la Deutsche Bank finanziò l’iniziativa.

L’aspettativa di vita di coloro che lavoravano nell’impianto di Monowitz non superava i tre o quattro mesi, perché i turni di lavoro erano massacranti e i lavoratori costantemente denutriti. Nelle miniere vicino al campo le cose andavano persino peggio perché in questi casi l’aspettativa di vita era solo di un mese. Quando gli internati non erano più giudicati abili al lavoro venivano “spediti a Birkenau”, come si legge sui registri dell’azienda, e passati nelle camere a gas. (continua)

Categoria Numero di vittime Fonte
Ebrei 5,9 milioni  Dawidowicz, LucyThe War Against the Jews, Bantam, 1986,
Prigionieri di guerra sovietici 2–3 milioni Berenbaum, Michael. The World Must Know,
United States Holocaust Memorial Museum, 2006
Polacchi non Ebrei 1,8–2 milioni Poles: Victims of the Nazi Era
Rom e Sinti 220.000-500.000  “Sinti and Roma”
Disabili e Pentecostali 200.000–250.000  Deaf People in Hitler’s Europe
Massoni 80.000–200.000 Hodapp, Christopher, Freemasons for Dummies, For Dummies, 2005
Omosessuali 5.000–15.000 The Holocaust Chronicle, Publications International Ltd., p. 108
Testimoni di Geova 2.500–5.000 Shulman, William L., A State of Terror: Germany 1933–1939, Bayside, New York, Holocaust Resource Center and Archives.
Dissidenti politici 1-1,5 milioni
Slavi 1-2,5 milioni Dawidowicz, LucyThe War Against the Jews, Bantam, 1986,
Totale 12,25 – 17,37 milioni
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La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \4

L’arrivo dei nazisti a Vienna

Con l’espansione militare del Terzo Reich aumentarono le possibilità per le due maggiori banche tedesche di concludere buoni affari. Nonostante le iniziali resistenze da parte austriaca, nel 1942 fu concesso alla Deutsche Bank di acquistare la quota di maggioranza nella più grande banca del paese, la Creditanstalt, dopo aver detenuto per oltre tre anni quote di minoranza. Nel caso della Cecoslovacchia il governo tedesco insistette fin dall’inizio perché la Deutsche Bank e la Dresdner Bank rilevassero le banche ceche, in particolare quelle con la clientela di lingua tedesca.
Le banche dovevano essere le messaggere del Nuovo Ordine Tedesco: un funzionario della Deutsche Bank si recò a Praga due giorni prima dell’invasione per negoziare il futuro bancario della Cecoslovacchia. In questo modo, l’istituto fu in grado di gestire “l’arianizzazione” dei paesi occupati, guadagnando la fiducia e la cooperazione degli industriali tedeschi, avidi di investimenti a buon mercato nell’Europa dell’Est.

L’ingresso del campo di detenzione di Theresienstadt

La Creditanstalt era la più famosa banca di investimenti austriaca, con partecipazioni azionarie in molte aziende del settore siderurgico. Fondata nel 1855 dai Rotschild, acquisì risonanza internazionale nel 1931, quando il suo fallimento provocò una crisi bancaria e finanziaria in tutta l’Europa centrale, con ripercussioni anche in Germania.
La banca, oltre a possedere quote delle principali aziende austriache, aveva una fitta ragnatela di contatti negli ex territori dell’Impero Asburgico, in Ungheria e nei Balcani. Per la banca berlinese, l’acquisizione della Creditanstalt sarebbe stato l’inizio di un percorso di espansione nelle aree d’Europa soggette alla pressione politica ed economica tedesca.

Subito dopo l’acquisto, le maggiori partecipazioni industriali della banca vennero vendute all’azienda pubblica Reichwerke “Hermann Goring”, che acquisì così industrie strategiche nel settore della carta, delle costruzioni, della siderurgia, degli armamenti e del commercio.

La riorganizzazione della vita economica austriaca fu veloce e brutale: venne istituita una “tassa di arianizzazione” per costringere gli ebrei a vendere le loro imprese, ma i proprietari non ricevettero quasi alcun compenso. In totale, furono più le attività costrette a chiudere di quelle rilevate: su un totale di 13.046 imprese artigiane, di cui 12.550 solo a Vienna, 11.357 chiusero i battenti mentre 1.689 vennero “arianizzate”. Le imprese commerciali, invece, erano 10.992 (7.900 a Vienna): 9.112 furono chiuse e 1.870 trasferite a proprietari “ariani”.

La Creditanstalt svolse un ruolo significativo in questo processo: inventariò tutti i beni posseduti da cittadini ebrei depositati nei propri conti correnti e nelle cassette di sicurezza, erogò prestiti agevolati alle aziende “arianizzate” e intervenne per confiscare le quote azionarie in mano ad ebrei e trasferirle in mani più “pure”, cioè di religione cristiana. Prima della vendita veniva nominato dallo Stato una sorta di curatore fallimentare incaricato di esprimere una valutazione generale che tenesse conto dell’inventario dei beni e dei costi necessari all’avvio dell’attività: di solito una delle motivazioni addotte per far abbassare il prezzo d’acquisto era “che un’azienda non-ariana non avrebbe potuto prendere parte alla ripresa economica” e quindi andava svenduta.
In seguito all’invasione della Cecoslovacchia il governo nazista intraprese una riorganizzazione complessiva dei rapporti di proprietà al fine di integrare la regione della Boemia-Moravia all’interno dell’economia bellica tedesca. Dopo l’annessione dei Sudeti, Deutsche Bank rilevò le filiali della Bohmische Union-Bank (BUB), una banca con una clientela prevalentemente di lingua tedesca che possedeva partecipazioni azionarie in molte grosse aziende della regione. Il problema era che la BUB era considerata una banca “ebraica” da parte delle autorità naziste, sia per la composizione degli azionisti che per la quota di ebrei presenti tra i dipendenti.

Il nuovo manager nominato dalla Deutsche Bank, Walther Pohle, era un protetto della Gestapo e come primo atto licenziò immediatamente tutti i dirigenti e i direttori di filiale ebrei. I 18 membri del consiglio dei supervisori si dimisero in blocco per protesta. Il direttore generale appena licenziato fu arrestato dalla polizia tedesca e morì in carcere, presumibilmente per essersi suicidato.
Il personale epurato fu rimpiazzato da funzionari della Deutsche Bank provenienti dalla Germania, così che Pohle potè annunciare trionfalmente al consiglio supremo delle SS “le dimissioni di tutti i membri non-ariani della banca”.
Il 5 luglio 1939 finalmente il Ministero dell’Economia del Reich garantì alla BUB un “certificato di arianità” che le permise di iniziare ad operare.
Il nuovo management, nonostante il certificato di purezza razziale che avrebbe dovuto attestarne anche la moralità, fece subito figurare nel bilancio abbondanti perdite, in modo da poter richiedere e ottenere dei sussidi dallo Stato.
In effetti i profitti della banca andarono male durante i primi due-tre anni e cominciarono a crescere solo nel 1943: la principale fonte di guadagno derivò dalla partecipazione alla riorganizzazione dell’economia del Centro Europa.
Il 27 settembre 1941, il maggiore delle SS Reinhard Heydrich assunse il ruolo di “Reich protector in Boemia-Moravia”. Il 24 novembre ebbe luogo la prima deportazione di ebrei verso il ghetto di Therensiestadt, un campo di transito vicino al confine con la Polonia nel quale le condizioni di vita degli internati erano abbastanza buone, ma non certo per ragioni umanitarie: il campo era stato creato da Adolf Eichmann con lo scopo di occultare la realtà dei campi di sterminio, ai quali venivano avviati i detenuti di Therensiestadt dopo un breve periodo di permanenza che serviva ad illuderli sulla loro sorte. Il 9 gennaio del 1942, infatti, iniziarono le deportazioni verso est, in particolare verso Auschwitz.
Le deportazioni avevano delle notevoli implicazioni finanziarie: alle banche come la BUB veniva fornita una lista numerata dei loro clienti, preparata dall'”Ufficio Centrale per la sistemazione della questione ebraica in  Boemia e Moravia”. In  quelle liste, agli ebrei venivano assegnati dei numeri di registrazione particolari con lo scopo di identificarli. Le banche ricevevano istruzioni di non intraprendere alcuna azione sui loro conti correnti fino a quando una seconda cifra non veniva associata al nome: il numero segnalava l’avvenuta deportazione. A questo punto il conto corrente veniva svuotato e il suo contenuto trasferito in un fondo speciale, destinato ad accogliere i ricavi del processo di “arianizzazione”.
Nel novembre del 1943 il totale del deposito delle vittime di Therensienstadt ammontava a circa 360 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti altri 400 milioni di euro appartenenti a ebrei “resettled” [uccisi].
L’Olocausto era divenuto la principale fonte di entrate della banca  boema. Verso la fine della guerra, quando Praga stava per essere liberata, i vertici della BUB trasferirono quasi tutti i beni e i titoli presenti sul fondo dei deportati in Germania. Questi beni furono inventariati nel 1957, quando la Deutsche Bank fu riorganizzata come un singolo istituto dopo essere stata temporaneamente divisa in tre tronconi dalle potenze vincitrici, ma non furono utilizzati per risarcire i vecchi proprietari dei conti sopravvissuti allo sterminio, bensì per pagare le pensioni ai dipendenti della banca.

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