Let me please introduce myself \4

Gli stabilimenti delle aziende tedesche nella Germania occupata dall’Armata Rossa vennero confiscati e nazionalizzati. La divisione delle due Germanie contribuì al relativo indebolimento del potenziale produttivo tedesco e favorì il tentativo, da parte dei governi vincitori della guerra, di metterne sotto controllo politico la produzione industriale. Naturalmente, tale controllo era possibile solamente attraverso una coalizione che mettesse insieme tutti i paesi vincitori, a prescindere dal reale contenuto politico dei loro regimi. Era la cosiddetta “coalizione antifascista” la quale, per oltre quaranta anni, cercò di controbilanciare il potere del capitalismo industriale e finanziario che aveva sostenuto il Nazionalsocialismo facendo leva sul fatto che ora una grossa fetta delle materie prime necessarie alla produzione e allo sviluppo economico dell’Occidente proveniva da paesi nei quali era lo Stato, e quindi il Partito Comunista, a detenerne il controllo. Questo vale sia per l’Unione Sovietica che per la stragrande maggioranza dei paesi del Terzo Mondo che, nel giro di pochi anni, si scrolleranno di dosso il dominio delle potenze coloniali e diverranno indipendenti.
L’occupazione tedesca, però, non aveva favorito solo la concentrazione delle aziende nei settori chimico-farmaceutico e siderurgico, ma aveva anche promosso nei posti chiave della pubblica amministrazione dei paesi occupati uomini graditi al regime nazista. Molto spesso si trattava di persone non iscritte al partito, o comunque non impegnate in politica, ma con una visione del mondo strettamente affine a quella promossa dai gerarchi del Terzo Reich. In alcuni post precedenti ho fatto riferimento a Kare Kristiansen, che negli anni ottanta, dal 1983 al 1986 per la precisione, ricoprì la carica di Ministro del Petrolio in Norvegia. Kristiansen era un cristiano conservatore, affiliato alla Chiesa Luterana Norvegese, che iniziò la sua carriera lavorativa nelle Ferrovie di Stato giusto un paio di mesi dopo che le truppe tedesche avevano occupato il paese. Come lui, tanti altri hanno fatto ingresso nei settori chiave dei trasporti, dell’industria, delle banche e della pubblica amministrazione proprio negli anni in cui l’Europa era sotto il dominio nazista. Una volta terminata la guerra questi uomini sono rimasti ai loro posti, sfuggendo a qualsiasi tipo di epurazione e, lentamente, hanno salito tutta la scala gerarchica fino ad arrivare, negli anni ottanta del secolo scorso, ai vertici dei loro settori di appartenenza. Questi personaggi sono stati i grandi protagonisti della svolta antisindacale promossa da Reagan e dalla Thatcher negli anni ottanta e in seguito, una volta crollato il comunismo in Russia e negli altri paesi dell’Europa dell’Est, hanno preso in mano le redini della riorganizzazione dell’economia internazionale, con la decisa intenzione di punire i paesi che per oltre quarant’anni avevano tenuto in scacco l’Occidente cristiano.
Sono sicuro, ad esempio, che i funzionari della Banca per la Ricostruzione Internazionale che nel 1988 definirono i criteri degli accordi di Basilea, furono gli stessi che, entrati da giovani nell’istituto, si erano adoperati assieme all’allora governatore della Banca d’Inghilterra, Norman Montagu, e al presidente della Banca Centrale tedesca, Hjialmar Schacht, per riciclare il denaro depredato agli ebrei e alle popolazioni civili dei paesi conquistati, trasferendo sui conti correnti della Reichsbank le riserve auree della Cecoslovacchia.
Gli accordi di Basilea, come è noto, stabilirono criteri più restrittivi riguardo ai requisiti patrimoniali delle banche che intendevano operare sui mercati internazionali, imponendo di accantonare almeno l’8 per cento del capitale prestato, non investibile in nessun altra attività di qualsiasi tipo, al fine di garantire “solidità e fiducia nel sistema creditizio”.
Questa decisione costituì una sentenza di morte per quei paesi, come la ex-Jugoslavia, che negli anni della Guerra Fredda avevano fortemente beneficiato dei prestiti concessi con generosità dalle banche tedesche e italiane grazie al ruolo politico svolto dal proprio governo, ma che ora non avevano alcuna possibilità di diminuire la propria massa debitoria se non concorrendo, con una cruenta guerra civile, alla riorganizzazione su scala mondiale delle aziende produttrici di armi, nelle quali proprio in quegli anni il Fondo Petrolifero Norvegese investì in maniera massiccia. Tutte le banche che si erano impegnate, per motivi politici, a prestare denaro al paese balcanico furono costrette, per rispettare le nuove regole imposte dalla BIS, a far rientrare i capitali prestati, pena l’esclusione dai mercati internazionali. Così, visto che la Jugoslavia non possedeva materie prime e la sua economia non sarebbe mai stata in grado di produrre beni a sufficienza per restituire le somme avute a prestito, il ruolo che le fu assegnato dalla comunità d’affari internazionale, erede del nazionalsocialismo, fu quello di fungere da agnello sacrificale per la costruzione della nuova Europa. (continua)

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