Armi, un affare di stato

Il libro, edito da Chiarelettere, parte in maniera promettente con un’analisi dettagliata dell’escalation delle spese militari avvenuta in Italia, in Europa, negli Stati Uniti e nell’intero pianeta durante l’ultimo ventennio. Gli autori portano a sostegno della loro tesi dati largamente attendibili che dimostrano come la riorganizzazione del settore militare nel mondo post-Guerra Fredda abbia assorbito ingenti risorse dei bilanci nazionali, sottraendole a settori importanti della vita civile, come i servizi sociali e l’educazione scolastica.

Peccato che poco o nessuno spazio venga dedicato alla disamina dei processi storici che hanno favorito la nascita e lo sviluppo di un gigantesco apparato militare negli Stati Uniti e in Europa, e di come questo apparato sovvenzionato da fondi pubblici sia stato in grado di sopravvivere alla fine del confronto con l’Unione Sovietica e di riprodursi in un’epoca nella quale la democrazia trionfante avrebbe dovuto procedere al suo smantellamento.
I tre autori, Duccio Facchini, Michele Fasso e Francesco Vignarca, si guardano bene dall’indagare le ragioni del persistere di questo perenne stato di vigilanza armata che ormai domina inesorabilmente i rapporti tra i paesi del mondo che dispongono di un patrimonio tecnologico all’avanguardia e le altre nazioni meno sviluppate sul piano economico, destinate spesso a fare da ricettacolo e da smaltimento della produzione bellica, con costi umani, politici e sociali smisurati.

Viene citato, con ragione, il caso dell’intero continente africano dove da decenni imperversano le guerre civili e nel quale, grazie al continuo rifornimento di armi provenienti dal nord del pianeta, gruppi di miliziani locali sono riusciti a imporre il proprio dominio su milioni di persone utilizzando una politica di sistematica violazione dei diritti umani. Esemplare è il caso del Darfur, la regione meridionale del Sudan ricca di petrolio i cui abitanti, che vorrebbero l’indipendenza, si trovano sottoposti da quindici anni alle incursioni di milizie armate appoggiate dal governo sudanese. Nel 2000 il conflitto, secondo cifre dell’Onu, aveva prodotto già 400.000 morti.

Anche l’Italia, nonostante sia, o debba essere, parte dei paesi più avanzati, e nonostante si trovi in perenne difficoltà finanziaria, investe quantità ingenti di denaro per la costruzione o l’acquisto di armamenti non solo inutili, ma il cui costo aumenta in corso d’opera senza alcun controllo: è il caso della portaerei Cavour, il cui costo di costruzione è lievitato in continuazione anche per effetto dell’assenso che il Parlamento italiano ha concesso al progetto prima ancora di avere tutti gli elementi a disposizione per valutarne la complessità e il costo definitivo. Oppure, ancora, del famigerato F-35, un progetto della Lockheed per la costruzione di un aereo in grado di trasportare ordigni nucleari, con un sistema di comando computerizzato interamente progettato dagli ingegneri americani e quindi accessibile solo a loro. Il che rappresenta anche uno smacco per la nostra sovranità militare, visto che il velivolo non potrà mai essere usato contro gli Stati Uniti, ma solo a fianco di essi.

Oltre all’esauriente descrizione delle attività del gruppo Finmeccanica in paesi dal pedigree democratico molto scarso quali Libia, Siria o Egitto; oltre alla trattazione delle tecniche utilizzate dai trafficanti per eludere i controlli delle dogane e della corruzione che regna nel sistema degli appalti internazionali, nel quale è impossibile muoversi per qualsiasi azienda senza pagare mazzette a qualche alto esponente militare, va segnalato il capitolo che descrive la commistione tra politica e mercato delle armi, con particolare riferimento al ruolo ambiguo dei vertici militari, molti dei quali, una volta andati in pensione, vengono arruolati come consulenti dalle stesse aziende produttrici di armamenti.

Tutto ciò è molto interessante e merita di essere letto, anche se sconcerta la quasi totale assenza di riferimenti al ruolo svolto dai grandi fondi di investimento pubblici, come quello norvegese, nella riorganizzazione dell’intera filiera delle armi. Stupisce anche come, nella descrizione dei sanguinosi conflitti scatenati dall’avidità rapace dell’industria degli armamenti e delle banche che la sovvenzionano, non compaia quello avvenuto nella ex-Jugoslavia, che ha fatto da ponte tra il mondo dei vecchi e possenti apparati militari usciti dalla seconda guerra mondiale e quello attuale, dominato da organizzazioni altamente specializzate, molto più flessibili e dinamiche.

Ma quello che stupisce è soprattutto il finale: dopo aver letto una vagonata di dati e di cifre agghiaccianti riguardo ai costi umani della moderna produzione bellica e all’enormità delle somme sottratte alla collettività, il lettore si aspetta dagli autori un’invocazione furente e sdegnata in favore dello smantellamento dell’industria militare, o quantomeno del taglio di un buon 50% dei finanziamenti pubblici ad essa destinati.

Invece il saggio si conclude con la sommessa richiesta di una misera riduzione del 5% delle spese militari al fine di “liberare risorse preziose per la collettività senza penalizzare troppo i produttori di armi”: la preoccupazione di non danneggiare le aziende produttrici di armi, dopo tutto quanto hanno scritto i tre autori nel corso del libro, lascia veramente sconcertati ed è la chiara dimostrazione, a mio avviso, di quanto il “business della morte” si sia radicato in profondità nella nostra economia e nella nostra società, e di come sia difficile parlarne in maniera esauriente e completa, al di là delle buone intenzioni.

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