La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \7

Buona parte delle informazioni contenute negli articoli di questa serie sono tratte dalla storia ufficiale della Deutsche Bank.

“The Deutsche Bank 1870-1995” è stato pubblicato in occasione delle celebrazioni per il 125° anniversario della creazione dell’istituto ed è frutto del lavoro di cinque storici, tre tedeschi e due americani: i tre tedeschi sono Lothar Gall, Carl-Ludwig Holtfrerich e Hans E. Buschgen; gli americani sono Gerald D. Feldman e Harold James. I cinque studiosi hanno avuto pieno accesso al materiale presente negli archivi della banca e ai diari privati di molti tra i suoi funzionari e dirigenti. L’opera è indubbiamente di grande spessore e fornisce un punto di vista inedito per ripercorrere le vicende tedesche ed europee degli ultimi centocinquant’anni. L’unico neo riguarda la trattazione del periodo 1933-1945, che oltre a essere frettolosa e poco approfondita, salta a piedi pari ogni problematica relativa allo sfruttamento della manodopera forzata e al riciclaggio dei lingotti d’oro ottenuti fondendo i denti e gli anelli strappati agli internati nei lager.
Inoltre gli autori tentano di accreditare l’idea, molto discutibile, che i dirigenti della banca abbiano contribuito all’attuazione delle politiche razziali, sia nei confronti dei dipendenti che dei clienti, solo per salvaguardare la propria autonomia professionale e quella dell’istituto, perché in realtà disprezzavano profondamente l’orientamento ideologico e i fini pratici del Nazionalsocialismo.

La verità, naturalmente, è molto diversa e per questo motivo il libro, subito dopo la pubblicazione, ha dato origine a polemiche molto aspre da parte delle associazioni di reduci dai lager e degli studiosi del Nazionalsocialismo, tanto più che nello stesso periodo la Deutsche Bank aveva deciso di sbarcare in grande stile sul mercato del credito americano lanciando un’offerta d’acquisto per una grossa banca, la Bankers Trust, con filiali sparse in tutto il paese.

Le polemiche raggiunsero il culmine quando, nel febbraio del 1999, saltarono fuori dagli archivi della banca alcuni documenti, che i cinque storici avevano ignorato, comprovanti l’erogazione di un mutuo per la costruzione del campo di Auschwitz: la somma, che secondo i giornali ammontava a 250 milioni di dollari del 1999, servì a finanziare la costruzione degli alloggi delle Ss e di alcuni impianti industriali per lo sfruttamento del lavoro degli internati.
A questo punto i vertici dell’istituto, per tacitare le polemiche e per pararsi da eventuali azioni legali, decisero di sborsare altri milioni di dollari, in aggiunta a quelli già spesi, per far scrivere un secondo libro dedicato esclusivamente all’analisi delle complicità nell’Olocausto degli ebrei d’Europa.

 

Il libro si intitola “The Deutsche Bank and the nazi economic war against the jews” e l’autore è Harold James, uno dei cinque storici che hanno collaborato a scrivere la storia ufficiale. Pubblicato nel 2001, il volume, disponibile solo in inglese e in tedesco, descrive in dettaglio le modalità con cui dirigenti, funzionari e semplici impiegati collaborarono con le politiche razziali e di sterminio del Terzo Reich conseguendo enormi profitti: la Deutsche Bank esercitò, attraverso lo strumento delle restrizioni al credito, forti pressioni sulla clientela di origine ebraica per spingerla a cedere le proprie attività a prezzi molto più bassi di quelli di mercato e confiscò i conti correnti intestati ai cittadini deportati nei lager, impadronendosi di tutti i loro beni. Grazie alla collaborazione con le Ss, l’istituto estese il raggio d’azione delle proprie attività criminali mano a mano che le truppe naziste si espandevano per l’Europa, risucchiando le vite di milioni di esseri umani all’interno del gelido anonimato contabile dei bilanci di esercizio.

Nonostante l’indiscutibile completezza dei dettagli riportati segni un passo in avanti rispetto alla storia ufficiale, anche questo testo contiene alcune omissioni tanto fondamentali quanto sgradevoli: innanzitutto si cerca ancora di far passare i vertici dell’istituto come seri professionisti costretti ad agevolare la politica nazista per ragioni di sopravvivenza, ma comunque alieni dall’ideologia del regime e sempre decisi a difendere la propria indipendenza professionale dalle ingerenze del potere politico. Inoltre, ancora una volta, viene completamente ignorata tutta la questione relativa allo sfruttamento della manodopera da parte delle aziende e al trafugamento dei lingotti d’oro da parte delle Ss verso la filiale svizzera della Deutsche Bank.

Il maggior critico di questa impostazione è uno storico americano di nome Christopher Simpson. Simpson nel 2002 ha curato l’edizione del report dell’OMGUS dal titolo War Crimes of the Deutsche Bank and Dresdner Bank: The OMGUS Report. Il report, scritto subito dopo la fine della guerra dalla Divisione Finanza del Governo Militare Americano, si conclude con la raccomandazione di sciogliere la Deutsche Bank e la Dresdner Bank per le evidenti complicità con le politiche di sterminio del regime nazista e di incriminare i rispettivi management per crimini di guerra.
In particolare Simpson accusa i cinque storici di avere celato il ruolo svolto da uno dei suoi massimi dirigenti, Hermann Abs, quando questi sedeva nei consigli di amministrazione delle aziende che utilizzavano il lavoro degli internati nei campi di concentramento. Inoltre, sempre secondo Simpson, gli stessi storici avrebbero occultato il fatto che il governo americano, a partire dal 1983, inserì Abs nella lista nera delle persone indesiderate negli Stati Uniti per la “turpitudine morale dimostrata dalla sua attiva partecipazione nella persecuzione degli ebrei da parte della Germania Nazista e dei suoi alleati.”

Christopher Simpson afferma esplicitamente che gli studiosi incaricati di scrivere la storia della banca presiedono dipartimenti, enti di ricerca e fondazioni lautamente finanziate dalla Deutsche Bank e da altre grandi aziende tedesche, quali la Daimler Chrysler e la compagnia di assicurazioni Allianz: tutte queste imprese versano annualmente milioni di dollari ai dipartimenti delle università nelle quali insegnano Gerald Feldman e Lothar Gall, ad esempio, e ciò ha influenzato pesantemente la loro obiettività di giudizio.
Simpson, a sua volta, ha scritto un bellissimo libro sulle complicità delle compagnie americane e tedesche con il Nazionalsocialismo: “The Splendid Blond Beast. Money, Law, and  Genocide in the Twentieth Century”. Il libro, il cui titolo è ispirato ad una frase di Nietzsche, è interessante perché allarga notevolmente lo spettro di analisi del fenomeno dell’Olocausto, sia in senso storico che geo-politico: prende le mosse dal genocidio degli Armeni in Turchia durante la Prima Guerra Mondiale e si conclude nel secondo dopoguerra con gli sforzi del Dipartimento di Stato americano e del Foreign Office britannico per evitare ai dirigenti delle banche e delle grandi aziende tedesche una severa condanna per crimini di guerra (alcune condanne ci furono, ma di lieve entità). La tesi di fondo è che le condizioni che resero possibile l’Olocausto e la successiva impunità dei principali responsabili siano stati preparate dalla diplomazia americana e britannica fin dalla Prima Guerra Mondiale, allestendo una ragnatela giuridica che impedisse nei fatti la prosecuzione e la condanna di coloro che, nel mezzo di un conflitto bellico, si fossero macchiati di gravi reati contro la popolazione civile.

“La splendida belva bionda” è la definizione che Friedrich Nietzsche diede degli aristocratici predatori che scrivono le leggi della società, muovendosi oltre i limiti imposti dalla morale convenzionale, in modo da esercitare liberamente il loro potere praticando il delitto, la razzia, lo stupro e la tortura, senza alcun rimorso di coscienza e senza temere alcun giudizio. Al di là del bene e del male, dove il cittadino comune non è in grado di spingersi. (fine)

This entry was posted in Economia, Libri, Politica, Scrittori, Storia and tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *