INTERVISTA A GIANNI DETTORI, IL RITRATTISTA DELLA GRAZIA COME PUNTO DI FORZA

Duecentonovantesimo-post_Intervista-Gianni-Dettori-foto1Compagni di viaggio, cultori: del bello, della grazia, delle sensazioni sia forti sia delicate che rendono il viaggio della vita unico, per ognuno di noi, un esemplare unico per noi stessi e per gli altri.

Torniamo in compagnia di Gianni Dettori, già presentato nell’articolo precedente.

Di seguito l’intervista esclusiva, cui le parole introduttive sarebbero di troppo per questa giovane promessa strepitosa sia nelle fotografie da lui progettate e realizzate sia dal pensiero che accompagna la sua arte.

 

  1. Cominciamo col parlare del mezzo con cui esprimi la tua arte. Qual’è la macchina fotografica che meglio esprime lo stile di Gianni Dettori?

Ciao Isabella, ti ringrazio subito per esserti interessata a me e alla mia fotografia.

La macchina fotografica che più esprime il mio stile è il mio occhio, la mia idea. Il mezzo fotografico ormai per me non conta più. Tutti ormai posseggono una reflex e tutti ormai fanno foto con gli smartphones. Ho visto delle belle foto fatte anche con il telefono, per cui il mezzo ormai è una cosa futile. Io, per esempio, uso una Sony a6300, ma andrebbe comunque bene una Nikon d3100. Certo, se parliamo di livello tecnico, una macchina fotografica che tiene gli ISO più di un’altra mi permetterebbe di fare foto di notte migliori sicuramente di una che non regge gli ISO alti, ma la fotografia notturna in questo momento mi appartiene poco, per cui il mezzo fotografico non lo reputo così importante. Da poco però ho acquistato una macchina analogica e ho iniziato a scattare a rullino: veramente una bella esperienza. Siamo abituati a fare la foto e a vederla sul momento, un po’ come la fotografia istantanea della Polaroid ai vecchi tempi. Con il rullino bisogna aspettare lo sviluppo. Quella è la parte più interessante, almeno secondo me. L’attesa di vedere il tuo risultato e l’emozione nel vederlo compiuto sono una cosa che il mezzo fotografico digitale odierno a mio parere non ti può dare, anche se per alcuni versi rimango sempre “pro digitale”. La cosa che differenzia la mia fotografia è l’utilizzo e la modifica del colore per cercare di dare il mood più giusto che, secondo me, deve comunicare quella determinata fotografia. Per modificare il colore però ho bisogno comunque di un programma che mi permetta di farlo e per poterlo fare ho bisogno di una fotografia digitale.

  1. Rimanendo sul piano tecnico, quale particolare della macchina fotografica ti ha portato alla scelta di quel determinato modello?

Rimanendo sul piano tecnico, io ho sempre scattato con Nikon, ma da circa un anno sono passato a Sony. La cosa che più mi piace è che ha una nitidezza che la Nikon non offre, considerando che comunque avevo un modello pro (NIKON D800). Anche la gamma colore e leggermente più fredda, per cui riesco a gestire meglio in post produzione la color correction, rispetto alla Nikon che variava sempre tra il giallo e il verde.

  1. I primi piani e i ritratti femminili firmano la carta d’identità dell’arte fotografica di Gianni Dettori.

Più  dell’impatto visivo puramente estetico, la bellezza della figura femminile traspare dalle emozioni, dalla complicità dei soggetti ritratti, da dettagli quasi invisibili che, pur bagaglio di un passato non perfetto, trovano il loro posto nel mondo in una cornice naturale che esprime splendore.

Si potrebbe parlare di una ricerca dello splendore dell’anima, dell’essere umano e della natura, attraverso l’obiettivo?

Assolutamente sì. Cerco sempre di far trasparire lo splendore dell’anima, dell’essere umano e della natura attraverso il mio obiettivo, o per lo meno spero di riuscirci sempre. Il fatto che nei miei ritratti ci siano sempre delle figure femminili invece richiama molto l’estetica. Beh, la fotografia è estetica, a mio parere. I tratti della donna sono molto più delicati rispetto a quelli maschili, che al contrario invece sono molto duri e forti. Ho fatto alcuni ritratti maschili, ma rilasciano in me sempre qualche dubbio. Mi sembra quasi una foto non completa di quel tocco in più che invece gli occhi di una donna mi saprebbero dare. La donna è anche una figura molto sottovalutata, poiché a mio parere anche se può avere dei tratti molto delicati, gli si può leggere negli occhi la forza che un uomo non ha.

  1. La luce viene rivisitata in modo differente in funzione del soggetto e dell’ambiente ritratti. Sia in ambito fotografico sia su una scala più ampia, per te che cos’è la luce?

La luce per me è la cosa più importante nel mondo della fotografia. D’altronde lo dice la parola stessa: scrivere con la luce. Ogni giorno quando esco di casa è la cosa che più mi attrae. Vedo i riflessi nei palazzi, la luce all’alba o al tramonto, la cerco ovunque e ovunque ci vedo una fotografia. Non riesco più  a uscire e non pensare “ah, vedi, con questa luce in questo punto ci starebbe una foto”. La luce però può essere anche un doppio gioco: usare la luce, per esempio, per accedere all’oscurità. Nel caso della mia fotografia questa cosa è molto presente perché le mie foto hanno comunque un mood molto triste. Per cui sì, mi servo della luce, però per mostrare anche quel lato di tristezza che c’è in ognuno di noi. A volte sui social vedo ragazze che fanno selfie, che pubblicano foto sempre col sorriso mentre in fondo in qualcuna c’è una grande tristezza. Mi piace avere un rapporto diretto con la ragazza con cui scatto proprio per questo motivo, per capire un po’ la sua anima, e quasi sempre si arriva a parlare di un problema, che a me poi, piace mettere in LUCE attraverso la mia fotografia.

  1. Quali maestri della fotografia rivestono un ruolo di ispirazione e di continuum tecnico?

Beh, sicuramente uno dei miei preferiti è Helmut Newton. Ha ispirato molto la mia fotografia, ma non tanto a livello tecnico, anche perché naturalmente è un maestro della pellicola e io uso principalmente il digitale, e anche il mio modo di inquadrare i soggetti è diverso. Mi sono ispirato però in questi ultimi decenni soprattutto a due figure molto importanti della scena italiana fotografica che sono Marta Bevacqua e Alessio Albi. A 11 anni, quando presi la prima macchina fotografica, mi piaceva fare le foto di surf. Il problema è che anche io surfavo, per cui quando c’erano le onde entravo in acqua e dimenticavo la macchina fotografica. Per cui iniziai nei periodi di calma a fotografare principalmente il mare, quindi paesaggista. Dopo un breve periodo questa fotografia risultò per me molto dispendiosa a livelli di denaro, ma anche di tempo. Iniziai allora a fotografare la figura femminile poiché nei primi anni di Instagram vidi delle foto del fotografo Roberto Girardi: un nudo bellissimo molto simile a quello di Helmut Newton, tutte foto in bianco e nero. Questa fotografia però non mi dava tanto. Un giorno, per caso, vidi una foto di Marta Bevacqua e subito dopo una di Alessio Albi. È stato lì che provai un’emozione talmente forte nel vederle che dissi: “ecco, questa è la mia fotografia, anche io voglio dare queste emozioni alla gente, a modo mio”. Anche a livello di tecnica mi sono ispirato a loro. C’è anche un’altra figura importante nella mia fotografia ed è quella di Riccardo Melosu con cui poi sono diventato molto amico e con cui ho fatto anche diversi lavori. Nella parte tecnica lui mi ha dato una grandissima mano e glie ne sarò sempre grato.

  1. Negli ultimi decenni la fotografia è diventata uno dei mezzi globalmente più adottati per la comunicazione. Per Gianni Dettori la fotografia congela un attimo, come un ricordo del passato, oppure crea un continuum, che foto dopo foto racconta una vita intera?

Per me la fotografia congela un’attimo. Quell’attimo è lì, in quel momento. È un attimo che non può essere domani, fra un mese o dieci anni. A volte però potrebbe creare un continuum fotografico, come per esempio i classici album di famiglia. Ma non è quello il mio scopo. La fotografia si avvicina di più al continuum nel campo commerciale anche, dove oggi faccio una foto alla modella con quegli indumenti per far sì che in futuro qualcuno la veda e acquisti quel prodotto. Ancora non mi sono avvicinato a questo mondo anche se è il modo migliore per lavorare con la fotografia. Ancore prediligo congelare l’attimo.

  1. Tanto quanto i soggetti ritratti, per te lo spettatore riveste un ruolo primario, infatti chi ti conosce sa bene che attendi che sia l’osservatore a dare una propria interpretazione. Potrebbe trattarsi di una ricerca delle innumerevoli sfaccettature che caratterizza l’essere umano?

Certo, ed è anche per questo che do libera interpretazione alle mie fotografie. Ho fatto delle piccole mostre in passato e non ho mai pensato di mettere affianco il titolo o il senso che aveva per me quella foto. Mi piace sentire i diversi pareri degli spettatori e mi piace osservare come ognuno di loro risponda diversamente alla vista di una mia foto. Dai loro pareri, nascono in me sempre nuove idee da cui posso attingere per poi farne dei nuovi lavori. Le varie sfaccettature dell’essere umano sono infinite, ognuno ha un suo modo di vedere: quindi, perché non farne di questo un tesoro?

  1. Il Gianni Dettori di oggi come vede il futuro di Gianni Dettori tra dieci, vent’anni?

Mi piace pensare che un giorno avrò un mio studio di fotografia, video e grafica nel mio paese. Tendiamo sempre a scappare dalla nostra terra, quando invece possiamo potenziarla. Mi piacerebbe comunque poter viaggiare per fare delle mostre, ormai è facile spostarsi con un aereo per allestirle e ritornare a casa in pochi giorni. Però ci sono due sogni nel cassetto a cui punto tanto e spero di arrivarci un giorno. Una cosa che mi appassiona molto oltre la fotografia è anche il cinema. Le due cose viaggiano insieme anche perché la mia fotografia si rifà molto a quest’ultimo. Per cui chissà, magari riuscirò un giorno a realizzarli.

Una semplice frase scritta da Paulo Coelho può racchiudere un mondo di sensazioni e segreti e può accostarsi alla giusta prospettiva per scoprire un vero artista: “Apri gli occhi e guarda”.

Duecentonovantesimo-post_Intervista-Gianni-Dettori-foto2

Posted in Arte, Attualità, Cultura, HotNews, Lavoro, Mondo, People, Tempo Libero | Tagged , , , , , , , , , , , | Leave a comment

GIANNI DETTORI, IL FOTOGRAFO DEL FEMMINISMO DEL FUTURO

Duecentottantanovesimo post_Gianni DettoriCompagni di viaggio osservatori di un punto luce, la fotografia è diventata il linguaggio più universale del pianeta: non conosce idiomi differenti a seconda del Paese di provenienza, è proiettata verso gli anni a venire con la ricerca costante di quel qualcosa che trascenda i limiti imposti dalla civiltà vigente nell’epoca storica attuale, sfida e oltrepassa qualsiasi tabù, fosse anche imposto dalle costrizioni di regimi ormai anacronistici. La fotografia riscuote tanto successo in quanto si tratta di un’arte che tende all’essenza più pura dell’essere umano: la grazia, la concessione di una seconda possibilità, il riscatto, il senso della bellezza universale. Una buona fotografia è valutata in quanto tale se da soggetti e panorami semplici trova il compromesso migliore tra punti luce di valorizzazione di paesaggio e soggetto e concetto sottinteso da esprimere in modo che l’osservatore ne colga perlomeno il significato complessivo.

Come qualsiasi vera arte, spesso essa è un dono insito dalla nascita, che sicuramente trova perfezione e sviluppo nell’esercizio continuo nel corso degli anni di una vita, ma sempre di un dono si tratta. Gianni Dettori, di piena generazione Millenium, appartiene a questa classe di persone sensibili alla luce e alle sfumature più delicate dell’esistenza, di cui ne permette la divulgazione pressoché universale tramite la fotografia. I soggetti sono più che spesso ritratti femminili, ripresi nella quotidianità, nel dettaglio di uno sguardo perso nei pensieri soggettivi più intimi e nascosti, in un atto di sorellanza senza invidie e prevaricazioni, nell’esaltazione della bellezza naturale, senza artifizi, di paesaggio, tutto italiano, e soggetti ritratti. Lo stile di Gianni Dettori si ritrova nei contrasti luminosi, un paesaggio non esageratamente in primo piano, bensì da ricercare, come la ricerca di un tesoro, così da trovare coscientemente la caratteristica peculiare e non replicabile del luogo prescelto dal fotografo: in questo modo ogni scatto diventa unico, naturalmente indimenticabile.

La ricerca della bellezza semplice e naturale, che passa dalla scelta dei soggetti non da agenzie di modelle selezionate, bensì tra la gente comune, all’esaltazione del dinamismo di qualche ciocca di capelli tramite l’elemento più ovvio e sfuggente, quale il vento così tipico della terra italiana, conferisce allo stile di Gianni Dettori un tocco unico, una promessa già in crescente sviluppo, una testimonianza già scritta dell’avvento di una nuova epoca più umana, più sincera.

Una Franca Sozzani ha sottolineato come “La semplicità è più difficile da creare della stravaganza fine a se stessa”.

www.giannidettori.com

Posted in Arte, Attualità, Cultura, HotNews, Lavoro, People, Tempo Libero | Tagged , , , , , , , | Leave a comment

QUANDO L’OPERA ESCE E SUPERA SE STESSA. INTERVISTA A VALENTINA KI, CREATRICE DELL’ASTRATTO MATERICO CONCETTUALE

Duecentottantottesimo-post_Intervista-Valentinaki-foto1

Compagni di viaggio imprevedibili, può capitare di fare un incontro, uno di quelli che ti apre una delle porte nei tanti crocevia del cammino della vita, una porta che svela un mondo tutto suo, un mondo differente da quello cui siamo abituati, un mondo che osa e che porta dei valori. Ancora una volta, è il coraggio di osare a illuminare il mondo.

Capita di ricevere un invito per un vernissage in una cornice esclusiva quale la Basilica di San Celso, un gioiello di arte e di spirito che ha ritrovato la luce grazie all’operato de lartquotidien, mediatore artistico per l’artista del vernissage: Valentinaki.

L’artista lettone propone delle tele in resina che respirano vita, si muovono chiedendo in prestito la forma alle onde del mare, cui Valentinaki è molto legata, come base sia di interpretazione del ritratto sia come riflessione interiore.

Il vernissage apre il sipario, il “liquid blue” delle opere, tele stese su un supporto fatto a mano dalla stessa artista, riveste la pavimentazione della Basilica, riprende il blu di un tondo sacro di secoli e secoli fa sulle pareti, l’alchimia del significato della medesima tonalità di blu trova nella casualità della concidenza il rafforzamento del significato spirituale attribuito a questo colore. Come ricordano gli antichi proverbi, nulla è per caso …

Torni qualche giorno dopo, percepisci il richiamo delle opere di essere raccontate e spiegate dalla mano di chi le ha concepite. L’imprevedibile comincia a essere svelato.

Nelle tue opere si ritrova un connubio in perfetto equilibrio di pittura astratta, pennellate decise che trasmutano in un quasi bassorilievo e scelta di materiali via via differenti.

In un’ottica di stile pittorico, come si potrebbe definire l’arte di Valentinaki?

Astratto materico concettuale.

La risposta dell’artista è concisa, senza fronzoli e giri di parole. L’essenzialità si rispecchia nell’uso di un colore, quel “liquid blue” in divenire di mille sfumature.

I tuoi quadri risuonano delle vibrazioni di un’emozione davanti al magnificente spettacolo della natura. Quale visione cosmica propone l’arte di Valentinaki? 

La mia visione artistica si sostanzia in una riflessione sulla natura come parte integrante della nostra essenza umana.

Eccolo. È lì il mare che si riflette nelle opere di Valentinaki, il mare della terra natia, un elemento della natura che da sempre è stato protagonista attivo nella storia dell’uomo.

Che si tratti di un accenno di osservazione a una modernità troppo distaccata dall’equilibrio naturale?

Le tele sbordano dalla sede di metallo verniciata a mano da Valentinaki con la stessa tonalità di blu. Anche la sede appartiene all’opera, per Valentinaki non c’è spazio a cornici separate e meri strumenti di arredo. L’opera può uscire dalla cornice, come ha già realizzato per la serie “Into the White”, l’arte non conosce confini, ne è naturalmente liberata.

I tuoi quadri sono proposti come serie tematiche: dal blu di “Panthalassa” al bianco in purezza di “White Sand”, dal verde cupo e misterioso di “Green Magic” al blu quasi fotografia naturalistica di “Icons” (datati tutti 2017), dal senza titolo “Untitled” all’eco di un blu ripreso dal mare di “Blue Magic”,  fino alle emozioni in colore di “Golden Sand” (fin qui datati 2016) e “Black Sand” (2014-2015). In che modo, nel tempo, l’urgenza di proporre e indagare una tematica riesce a impersonificarla nel quadro finale?

Ogni serie è legata ad un progetto più ampio di rappresentazione della capacità della natura nella sua forza di elemento determinante del cambiamento. L’impersonificazione di me risiede contemporaneamente in ogni opera, soprattutto nel progetto finale. La mia personalità, infatti, non è solo riflessa in ogni singolo quadro, o serie di opere, ma nei concetti rappresentati in ogni esposizione.

Anche la mostra “Into the White” è stata ospitata all’interno dell’Antico Oratorio della Passione, sito sul lato sinistro della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, ancora una volta con l’intermediazione de lartquotidien.

Le opere di Valentinaki trovano riflesso espositivo in ambienti che vivono di arte e di spirito, entrambi nel significato più puro che il verbo umano possa comprendere.

I tuoi quadri pongono spesso l’accento sulle problematiche ambientali dei tempi odierni e, allo stesso tempo, sono omaggio alla bellezza infinita di Madre Natura.

Vi è un messaggio nascosto tra i colori e le pennellate quasi scultoree che Valentinaki intende divulgare? 

Intendo sottolineare la forza della Natura e la sua capacità di vincere comunque sugli interventi umani che cercano di romperne l’equilibrio.

La posizione di Valentinaki è diretta, finalmente svelata, il dardo è stato coraggiosamente scoccato.

Guardo le tele di “liquid blue”: tele imponenti, lunghe diversi metri, le onde riproposte con la resina tendono a sconvolgere l’attrazione verso il basso della forza di gravità per un tentativo di elevazione. Le tele di “liquid blue” quasi trovano la parola nel suggerire visivamente come la natura osa, come il mare, elemento potente che non potrà mai essere domato.

I pittori contemporanei propongono sempre più uno stile unico. Per Valentinaki una pittura individualista nello stile può portare valore aggiunto rispetto a una corrente pittorica più collettiva? 

A mio avviso viviamo in un momento storico dove non esistono più correnti pittoriche collettive, ma ogni artista rappresenta una ricerca personale indipendente. Il valore aggiunto deriva da ogni singolo artista, il quale autonomamente contribuisce allo sviluppo complessivo dell’arte.

Per l’artista lettone si delinea una nuova epoca storica, silente, che in punta di piedi sussurra nuove pagine, finché la storia sarà scritta e troverà la sua definizione.

Da studi economici sei passata a un’occupazione artistica.Valentinaki suggerisce una chiave a chi percepisce l’esigenza di modificare il proprio cammino di vita?

L’importante è avere il coraggio di seguire le proprie passioni ed essere sicuri delle proprie scelte, nonostante il contesto esterno suggerisca percorsi predeterminati.

L’autodeterminazione di Valentinaki si riflette in tutte le sue opere, una pittura quasi scultorea, che prende in prestito le regole del basso- e dell’altorilievo per riproporle in una chiave personale, naturale e d’avanguardia, quell’astratto materico concettuale che ha accompagnato un viaggio artistico indimenticabile.

“Il mare è il tuo specchio: contempli la tua anima nel volgersi infinito dell’onda che rotola”. Dai versi spregiudicati di Charles Baudelaire.

Duecentottantottesimo-post_Intervista-Valentinaki-foto2

 

Posted in Arte, Attualità, Cultura, HotNews, Lavoro, Mare, Mondo, Mostre Fiere, People, Tempo Libero, Viaggi | Tagged , , , , , , , , , , , | Leave a comment

ELLIE DAVIES, NELLA FOTOGRAFIA TRA NATURA E STELLE

Duecentottantasettesimo-post_Ellie-Davies-foto1

Compagni di viaggio nell’intimità di una ricerca spirituale nel mondo più autentico che ci è stato donato, la natura … L’epoca attuale vede all’attivo numerose mostre e premi di settore in tutto il mondo una fotografa inglese dal lavoro particolare, unico: Ellie Davies.

La mostra “Nebulae”, svoltasi alla Galleria Patricia Armocida di Milano lo scorso inverno, ha svolto il ruolo di tramite conoscitivo di una fotografia fortemente evocativa, dalla scienza e la natura che si conciliano con la spiritualità e la ricerca del sé.

Il sostantivo latino “Nebulae” riporta all’evocazione e al mistero.

Dalla radice latina, “nebula” evoca un qualcosa che non si svela completamente alla vista, come se fosse avvolto da una coltre di foschia. Dal significato scientifico, “nebula” richiama un oggetto celeste dall’aspetto che si diffonde in cielo, proprio una piccola nuvola.

Con questi significati la mostra “Nebulae” assolve il ruolo di carta d’identità della fotografa inglese Ellie Davies.

Le foto di Ellie Davies hanno immortalato angoli e paesaggi della foresta inglese, un luogo di incontro tra la natura e il passaggio dell’uomo, il quale ha modificato per sempre i luoghi che ha visitato. Le foreste inglesi sono diventate patrie di leggende, paesi natii di creature fiabesche e mitologiche, sedi di una sensazione del magico e del mistero correlato, simboli ancor presenti nella cultura popolare, simboli così forti che gli studi psicologici odierni li hanno correlati allo stato di inconscio.

Il momentaneo distacco moderno dell’essere umano dalla natura è risolto da Ellie Davies nell’attrarre lo spettatore all’interno delle foreste ritratte nelle sue foto, attraverso tre serie: “Between the Trees” (2014), “Stars” (2014-2015) e “Smoke and Mirrors” (2010).

Le fotografie passano da una sovrapposizione di nubi artificiali e fumo che vanno a colmare gli spazi tra gli alberi dei boschi della serie “Between the Trees” a una composizione quasi onirica delle immagini catturate dal telescopio Hubble sullo sfondo boschivo della serie “Stars” fino alla ricerca del nesso che collega paesaggio naturale e bellezza come si evince nella serie “Smoke and Mirrors”.

Le composizioni delle fotografie di Ellie Davies vestono due facce di uno stesso specchio, una medesima realtà il cui primo punto di vista porta a un’ulteriore riflessione, come un viaggio intimo verso una consapevolezza più matura.

La serie “Between the Trees” evoca un percorso scelto di solitudine tra i boschi, come per ritrovare quel contatto con la natura perso per le comodità e la tecnologia dell’epoca moderna, un contatto fatto di suoni e immagini poco percettibili, un momento di fermo su se stessi così da far crescere la propria consapevolezza.

La serie “Stars” intende stupire senza lasciare spazio ad altre immagini, come possono essere capaci le foto di Hubble della Via Lattea e della Nebulosa NGC 346. Il paesaggio boschivo ospita le foto spaziali ed è protagonista esso stesso, in un’armonia che può trascendere le distanze effettive, ma che rimane reale. Il concetto di limite viene superato, la composizione di sovrapposizione fotografica è portata all’estremo, la natura nel suo complesso, anche fuori dal pianeta Terra, è soggetto attivo, quasi ad attirare lo spettatore nella sua osservazione.

L’unica opera presente della serie “Smoke and Mirrors” presenta la rielaborazione del paesaggio da parte dell’uomo, come se ogni atto cognitivo fosse una costruzione. Quindi, come si può affermare che la bellezza percepita è verità? L’autenticità della fotografia, data per scontata, viene rimessa in discussione.

Il lavoro di Ellie Davies viene svolto in solitudine tra i boschi, quasi un atto meditativo.

Superato un primo momento di disorientamento, il silenzio della foresta porta l’artista a cogliere ogni più piccola sfumatura, un suono, un colore, un riflesso. L’intento è di far sentire lo spettatore come se si trovasse da solo nella foresta, in un cammino che dalla tensione passa alla quiete.

La tecnica fotografica passa attraverso interventi site-specific, ovvero una modifica forzata dei paesaggi fotografati per comporre l’opera su vari livelli, come se si trattasse di una scenografia. Vengono aggiunti elementi esterni magici e d’impatto visivo, per aumentare la propensione all’osservazione quasi contemplativa del paesaggio naturale e quasi in attesa di un evento prossimo ad accadere.

Le fotografie di Ellie Davies intendono proporre una domanda allo spettatore: quella di riflettere su come la propria individualità sia il risultato in continuo divenire dell’ambiente in cui si vive.

Come dichiarò in una lettera Isaac Newton, “Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti”.

Duecentottantasettesimo-post_Ellie-Davies-foto2

Posted in Arte, Attualità, Cultura, HotNews, Lavoro, Mondo, Mostre Fiere, People, Scienza, Sogni, Tempo Libero, Viaggi | Tagged , , , , , , , | Leave a comment

INTERVISTA A VINCENZO GANADU, SURFER DI ONDE E DI VARIE SFUMATURE DELL’ARTE

Duecentottantaseiesimo-post_Intervista-Vincenzo-Ganadu-foto1Compagni di viaggio a cavallo di un’onda tra arte e armonia, esce finalmente l’intervista diretta all’artista Vincenzo Ganadu, presentato nel post precedente: un artista moderno, innovativo, completo, il cui dono è quello di far nascere arte in ogni ambiente, fosse anche un muro di cemento.

La parola all’artista.

  1. L’attività di artista e quella di insegnante di arte e storia dell’arte si influenzano a vicenda? Con quali risultati?

Credo di avere scelto di insegnare dopo aver capito quanto sia importante non solo il saper fare, ma sapersi dare agli altri, in ogni momento.

In questi ultimissimi anni la figura dell’insegnante è cambiata molto con l’evento della digitalizzazione e le nuove competenze richieste dal Ministero dell’Istruzione, in questa nuova dimensione dell’insegnante mi trovo a mio agio, mi sento nella mia “confort zone”, le mie capacità manuali  e il mio mettermi sempre in gioco sono la mia carta vincente. Insegnare non è un lavoro per me, si tratta di un divertimento che si rinnova ogni giorno, come fare arte, trovare nuove soluzioni compositive o nuovi temi da sfruttare per mettere a punto il fatto tecnico manuale.

Sognare continuamente, come fanno i bambini, è la ninfa vitale della creatività, senza la quale tutto sarebbe monotono e noioso: senza i sogni non ci potremmo più emozionare per qualche cosa di magico che vive nella nostra testa, tale per cui sentiamo il bisogno di raccontarlo al mondo intero. Noi viviamo di sogni e ci aggrappiamo ai ricordi, ma, se vogliamo che la nostra quotidianità sia mutevole ed energica, dobbiamo nutrirci continuamente di sogni, solo così potremo trasmettere le energie positive ai ragazzi delle nuove generazioni. Questo è ciò che il maestro Pinuccio Sciola faceva con me quando ero suo studente al primo anno in Scultura all’Accademia di Belle Arti, ed è ciò che io adesso so fare meglio.

Certo, alla base di ogni idea c’è una forte consapevolezza di saper realizzare ciò che penso; che sia un dono, una dote acquisita o semplicemente virtuosismo, tirarlo fuori nel migliore dei modi è fondamentale, il tutto si completa nel momento in cui quello che creo lo riesco a raccontare per emozionare gli altri.

Ripensando a Pinuccio Sciola e ai suoi insegnamenti, egli non è stato solo un grande artista, ma ha saputo emozionare gli altri con la sua filosofia di vita e i suoi sogni.

  1. Sei l’autore delle copertine di due libri del narratore di viaggi Winki, “La Baia della Luna” e “Desert”. Quali scene, quali messaggi hai selezionato da entrambi i libri per scegliere quindi di riprodurli in opera pittorica?

Per la realizzazione delle opere pubblicate come copertina dei due libri di Winki, le indicazioni dell’autore sono state fondamentali, per selezionare e sintetizzare una soluzione compositiva adatta. Nella copertina de “La Baia della luna” i personaggi dipinti seduti sul cassone del van sono abbozzati e poco definiti per dare profondità e completa visione panoramica alla baia. “Desert” racchiude un’insieme di simbologie legate al territorio australiano, dove il primo piano del furgone a sinistra e la piuma al centro della composizione aprono la visione dell’arido deserto australe con una prospettiva che si dissolve fra la scala cromatica dei colori caldi. Una particolarità accomuna le due opere ed è il mezzo di trasporto, senza il quale i personaggi (persone reali) non avrebbero potuto affrontare il lungo viaggio.

  1. Come defineresti la tua pennellata, che accomuna tanto le opere strettamente correlate al surf quanto le copertine dei due libri? È corretto parlare di dinamismo nello stile pittorico da te proposto?

La tecnica pittorica rapida ed efficace realizzata con l’utilizzo dell’acrilico spesso mantiene le tracce di uno schema preparativo iniziale, costruito con ampie pennellate che compongono traiettorie, a volte piani prospettici, a volte linee di forza all’interno delle quali si sviluppa la scena  e l’opera stessa: contrariamente a ciò che possa sembrare, spesso il risultato è un pretesto per mettere in moto quel meccanismo tecnico dell’atto creativo.

Non c’è niente di più difficile che far sembrare tonda una forma attraversata dalla luce e per giunta in movimento, come è un’onda.
Ogni volta è come se fosse la prima, mi diverto tantissimo accostando pennellate in scale cromatiche evitando di sfumare il colore, ciò crea nell’occhio dello spettatore un completamento dell’immagine “Onda-acqua-luce”: io do alcune indizi, lo spettatore ricompone l’immagine completandola all’interno di se stesso. Non si può essere più sintetici di così!

  1. Le opere appaiono come soggetti in movimento, siano essi i soggetti antropomorfi che ritrai in veste di surfisti, sia esso lo stesso mare, queste onde del mare che vengono da te proposte ogni volta come un’onda diversa da quelle precedentemente dipinte. Tale vitalità visiva è espressione di un messaggio preciso intrinseco al tuo stile pittorico?

Tutto ciò che appare in movimento lo si crea grazie all’assenza di una linea di contorno, che in alcuni casi eseguo per evidenziare un oggetto in primo piano, mentre tutto appare poco definito, vago, un intreccio di pennellate: decido quale parte del quadro deve attirare lo sguardo dell’osservatore, in quel punto eseguo una messa a fuoco attraverso una seconda fase di definizione.

  1. Da quali esperienze e situazioni nascono i tuoi dipinti?

Il mio vivere quotidiano tra mare e terra, spesso immerso nella solitudine delle onde, nella più intima pratica del surf, ha generato nella mia persona una forte consapevolezza artistica. La surf art che dipingo da circa venti anni lo dimostra, nel continuo rinnovarsi.

  1. Quando dipingi dal vivo, quale dinamica sensoriale si sviluppa tale che prende forma e vita sulla tela?

La live painting ha un valore “assoluto”, nel quale lo spettatore si rende partecipe del atto creativo, spesso coinvolto come esecutore oltre che spettatore. Cito l’esperienza del muralismo a San Sperate, in cui la gente che assiste alla realizzazione da parte dell’artista di un murale vive un esperienza di continuo coinvolgimento emotivo e sociale, di condivisione e adattamento di sogno e di realtà.

Per chi volesse approfondire l’arte di Vincenzo Ganadu:

www.surfartganadu.com

“Vivere la vita come in un sogno, abbandonare le certezze per lasciar spazio alla creatività, questo è per me la vita da artista”. Parole vissute nel concreto da Vincenzo Ganadu.

Duecentottantaseiesimo-post_Intervista-Vincenzo-Ganadu-foto2

Posted in Arte, Attualità, Cultura, HotNews, Lavoro, Mare, Mondo, People, Sogni, Sport & Motori, Tempo Libero, Viaggi | Tagged , , , , , , , | Leave a comment

SURF E ARTE, UN’UNICA ANIMA NEL PENNELLO E SCALPELLO DELL’ARTISTA VINCENZO GANADU

Compagni di viaggi amanti dell’armonia, l’articolo di questa settimana presenterà quella che potrebbe apparir un’eccezione a un occhio frettoloso, ovvero il binomio perfettamente in equilibrio tra una disciplina sportiva e l’attività artistica. Un racconto parte sempre dall’incipit …

Durante la presentazione dell’ultimo libro di un caro amico narratore di viaggi, il destino, o più semplicemente, il corso degli eventi, mi hanno portato alla conoscenza di un artista sardo, Vincenzo Ganadu, e alla radice del surf in Sardegna, dove la disciplina è praticata a livello di gare agonistiche.

Il narratore di viaggi che, in qualche modo, ha svolto il ruolo di tramite si chiama Winki, qui presentato già qualche anno fa. Le copertine di due libri di Winki sono state illustrate da Vincenzo Ganadu, il tema dei libri, e quindi dei quadri riproposti sui libri, sono il surf e il mare. La pennellata veloce, vivace, colorata, realisticamente viva ha stuzzicato la curiosità, aprendo la porta e la strada alla conoscenza di una realtà artistica e sportiva legata al surf in territorio sardo.

Chi è Vincenzo Ganadu? Qual è l’anima del surf in Sardegna?

Una chiacchierata diretta con l’artista ha portato alla conoscenza di progetti, opere già realizzate, un’idea di cooperazione alla base e direttamente alla forza motrice di tutto ciò che in questi anni sta ruotando attorno al surf, e non solo.

 

Partendo dalle idee più grandi, un progetto in corso è la realizzazione del primo monumento dedicato ai ragazzi del surf, a partire dalla scultura “Il temerario”, realizzata e terminata da Ganadu nel 1998 come tesi di laurea. La figura è tratta sia dalla bronzettistica nuragica, dalla scuola di Pinuccio Sciola, sia dall’intento di riproporre una figura sportiva in modo astratto, non figurativo.

Nel 2002 l’opera viene distrutta dai vandali, perciò Ganadu decide di far rinascere l’opera proponendo alle nuove generazioni di surfisti di rifare la scultura col recupero in squadra dei legni portati a riva dal mare. L’idea eccezionale dello scultore sardo risiede sia nel ridar nuova vita all’opera, quindi rifiutando di arrendersi al bieco disprezzo di chi l’ha distrutta, sia nell’unire una generazione di surfisti come in una sorta di rito riunito nell’installazione dell’opera.

Per un’altezza totale di 5 metri, il monumento sarà assemblato in cima a una delle dune più alte della baia di Portoferro. Ad oggi la scultura è ancora a metà dell’opera, date le ingenti piogge dell’inverno scorso, che hanno reso impossibile il consolidamento del basamento.

Lo sponsor dell’impresa è la rivista “Surf Corner”, una rivista di settore a tiratura nazionale, la quale offre la possibilità della pubblicazione di un articolo apposito corredato di foto del monumento in copertina.

Il significato di riportare in vita “Il temerario” rientra, per Ganadu, nei significati di integrazione e cooperazione, in un lavoro sociale di profondo significato etico e morale.

Si potrebbe aggiungere che con “Il temerario” si sta assistendo a un vero e proprio esempio di recupero dei materiali, da cui estrarre l’anima per materializzarla in bellezza artistica.

L’installazione del monumento rappresenta anche un’opera di internazionalizzazione, dal momento che esso sarà riproposto in diversi continenti.

Duecentottantacinquesimo-post_Vincenzo-Ganadu-foto1

Un altro progetto, anch’esso in corso, è quello di raccontare la storia del surf dagli albori per mezzo dei ritratti di diverse generazioni di surfisti distintisi a livello mondiale. Il progetto consisterà nell’esecuzione di 20 tele, dimensioni 2 metri per 2, le cui cromaticità spaziano dal bianco e nero al seppia, dal vintage ai colori per arrivare alle pennellate astratte.

 

Un’altra attività che vede Ganadu impegnato come artista consiste in una serie di tappe per body-painting di surf-art. Ganadu dimostra di essere un surf-artist dinamico in continua evoluzione.

“Continuiamo a vivere questo sogno e lo raccontiamo”.

 

Esaminando la struttura dei suoi lavori, il tocco di Ganadu è quasi impressionista, di getto, senza definizioni a priori, riproponendo l’atto del surf, un’azione fluida, in questo modo l’atto non è né ripetuto né sovrapposto.  Lo stile riprende il momento in cui nel surf si raggiunge il punto e il posto giusto dell’onda.

La pittura di Ganadu è pura intesa come atto gestuale irripetibile, se così non fosse “essa diverrebbe fotografia o illustrazione”.

Molta della produzione di Ganadu rientra nelle locandine per eventi mondiali legate al surf in circuito agonistico, le cui royalties sono acquistate da aziende legate al surf in Francia.

 

L’attività puramente artistica di Ganadu è accompagnata dall’esecuzione di scenografie teatrali, dal proporsi come decoratore e scultore, dal seguire gli arredamenti d’interni, fino alla realizzazione di murales, come quello eseguito a Lima nel 2006, 50 metri per 30, il primo monumento dedicato agli immigrati italiani, soprattutto sardi, emigrati in Sudamerica.

La storia dei murales eseguiti a Lima è una bella storia, di ricerca e umanità.

La sequenza di murales è stata eseguita su di una parete interna, seguendo l’impronta dei riquadri e addirittura delle piastrelle degli interni. La sequenza è un racconto in bianco e nero a partire dall’utilizzo degli spazi come slides delle varie fasi, il racconto degli immigrati italiani dall’Italia al Perù, riprendendo le foto d’epoca in bianco e nero direttamente dagli archivi del Circolo Sardi Immigrati e da altri circoli.

Duecentottantacinquesimo-post_Vincenzo-Ganadu-foto2

L’attività artistica di Ganadu trova equilibrio col mestiere di insegnante d’arte nelle scuole medie inferiori a Portoferro, in provincia di Alghero, dove risiede l’atelier d’arte personale.

Anche la firma di Ganadu è intrisa d’arte, essendo questa una tela 130 centimetri per 80, la “Presa di coscienza”, del 1995: si tratta di un anno particolarmente importante per lo scultore sardo, l’anno in cui egli comprende quanto il surf avrebbe cambiato la sua vita.

L’opera riprende i quadri di Salvador Dalì, una mano che stringe un seno, e la mano di Picasso in “Guernica”, una mano che tiene una spada spezzata. Il significato di questa “Presa di coscienza” rientra nello spirito del surf vissuto come “coscienza”, da Dalì e Picasso è stato ripreso il segno incisivo, quasi cattivo, di una stretta così forte che quasi deforma l’anatomia della mano, questo come risultato di una forza interiore.

 

Pittura, scultura, murales … e surf: facce non così lontane della stessa armonia.

Duecentottantacinquesimo-post_Vincenzo-Ganadu-foto3

Posted in Arte, Attualità, Cultura, HotNews, Lavoro, Mare, Mondo, People, Tempo Libero, Viaggi | Tagged , , , , , , , , , , , | Leave a comment

60000 euro!

Duecentottantaquattresimo-post_60000-euroCompagni di viaggio desiderosi di un’economia funzionante, questa settimana vi racconto una storia.
Una donna comunemente impiegata in un lavoro qualsiasi riceve una proposta da film hollywoodiano: quello di ricoprire la figura di brand manager per una nota casa di moda, per uno stipendio lordo annuo di 60000 euro. La donna accetta, senza pensare, ben consapevole che un’occasione del genere non possa ricapitare, poiché non custodisce un bagaglio di esperienze adeguate al ruolo, in primis per l’anzianità lavorativa, essendo esattamente a cavallo tra i 30 e i 40 anni.
Potrebbe sembrare una bella storia, eppure, come qualunque cosa, essa presenta due facce.
Quella apparentemente bella, del sogno di Cenerentola che si realizza.

Quella più cruda, anche più meschina, essenzialmente reale.
Quanti trenta, trentacinque, quarantenni guadagnano una cifra del genere, almeno nel Belpaese? Soprattutto, quanti anni ci vogliono per solo avvicinarsi a uno stipendio lordo annuo di tal ordine di grandezza? Ancor più, su quali criteri si basa l’ammontare di una retribuzione rispetto a un’altra? Valore aggiunto e sociale del mestiere? All’umanità serve più un medico, un ricercatore, un insegnante, un meccanico oppure un brand manager nel settore della moda, tutte le figure legate al mondo dello spettacolo, gli infiniti rappresentanti di cui non ci si ricorda più nemmeno cosa avrebbero dovuto rappresentare?
Davvero la difficile e intricata economia moderna deve essere solo intitolata allo spreco, invece di cogliere le vere opportunità che l’evoluzione propone, anche nei mestieri?
La vita, l’esistenza, mette sempre dei campanelli di allarme. La storia di tutti i giorni ha visto sì questa donna accettare un ruolo ben retribuito, che la porterà a viaggiare per il mondo e a sfoggiare abiti uno più lussuoso dell’altro, ma l’avarizia e l’ambizione più egoiche l’hanno anche portata a mettere fine a un fidanzamento qualunque e prossimo al matrimonio, che sarebbe stato anch’esso qualunque.
Chissà che la parola “qualunque” non sottintenda anche il significato profondo della vita.

In questi giorni si sta celebrando la figura di Stephen Hawking: quanti si ricordano del mondo cui anelava, della qualità di intelligenza che dimostrava e dell’umanità intrinseca nei suoi numerosi interventi di ironia? Il mondo cui lavorava davvero avrebbe potuto raggiungere i vertici della volta celeste.

Fu proprio Stephen Hawking a dichiarare: “Guardate le stelle, non i vostri piedi”.

Posted in Attualità, Lavoro, Mondo, Sogni, Uncategorized | Tagged , , , , , , , | Leave a comment

BAMBOLE? OGGETTI IN MOSTRA? NO, PERSONE

Duecentottantatreesimo-post_Bambole-personeCompagni di viaggio fortunatamente inadeguati a una condizione diffusa di degrado … La riflessione di oggi nasce in occasione di una visita all’ultima edizione dell’EICMA (Fiera Internazionale del Motociclo), durante la quale l’esposizione prevedeva l’allestimento di modelle o presunte tali in “bella” mostra come complementi di arredo per abbellire la moto esposta.

Come si potrà mai parlare di “bella” mostra, quando come oggetti vengono trattati degli esseri umani in tutto e per tutto, sì, di sesso femminile, ma inconfutabilmente esseri umani, soggetti di diritto? In quest’occasione di diritti, di eguaglianza nella sostanza, se n’è visto ben poco.

Finché il pubblico maschile cederà agli istinti più primordiali e si autoconvincerà di rendersi forte mostrando un’arrogante presunzione di poter fotografare, filmare e pubblicare sui social, quindi su internet, di dominio pubblico con ben poca tutela giuridica delle informazioni circolanti su di esso, queste modelle pagate apposta per atteggiarsi in pose provocanti; finché il pubblico maschile non comprenderà che la vera virilità, il vero ruolo di figura maschile all’interno di un nucleo sociale risiede nella tutela e nella protezione delle figure più passibili di danno, siano essi bambini, anziani, malati e donne; finché le donne accetteranno di farsi pagare per svendere il loro corpo, riconoscendo di fatto la condizione ignobile di essere declassate a oggetto inanimato; finché la vita si giocherà nel consumo di emozioni, esagerazioni, soprusi, condivisioni senza permesso, violazione della privacy, di uno spettacolo retto sull’equivalenza donna uguale bambola, da ammirare, usare e gettare “in virtù” del modello successivo, più nuovo, alias giovane, e più accattivante … finché ci sarà tutto questo, pronunciare la parola eguaglianza tra uomini e donne sarà solo sfoggio di ipocrisia, non gradita.

 

Qualche settimana fa un articolo quasi editoriale pubblicato sul settimanale “Sette” del Corriere della Sera ha portato a un ulteriore sviluppo della riflessione sociologica in atto.

L’articolo porta la firma di Lilli Gruber. Esso pone l’accento sull’osservazione del fatto che in occasione di manifestazioni in piazza, giornate a tema, eventi di sensibilizzazione, la maggior parte dei partecipanti siano donne, con ben pochi uomini a interessarsi di tal tipologia dei fatti. Esiste davvero un’eguaglianza, anche nella percezione dei fatti di cronaca, di politica, della vita di tutti i giorni? Questa penuria, se non mancanza, di eguaglianza non è forse complice del divario esistente in tutto il mondo tra uomini e donne, in ogni termine che caratterizza la vita quotidiana, dai diritti alla condizione studentesca e lavorativa?

 

Con un quadro così sconcertante, poiché veritiero, sembrerebbe non esserci soluzione. Eppure la speranza si fa sempre strada, illuminando anche la via più buia.

Proprio pochi giorni fa al cinema è uscito l’ultimo film di Kenneth Branagh, “Assassinio sull’Orient Express”, adattamento modernista di un classico del giallo di Agatha Christie.

Hercule Poirot è il protagonista indiscusso, colui che dà forma e respiro alla vicenda. Hercule Poirot è un uomo, nel senso vero del termine: un gentiluomo. Non vi è traccia di timore, di debolezza, in Hercule Poirot. Pur nell’incertezza totale che caratterizza la vicenda l’investigatore belga trova la soluzione, poiché è questa la sua certezza: strappar via il male dal mondo, fosse anche un male più insinuoso, come il mal d’animo può essere.

Una scena del film dipinge le qualità del gentiluomo perfetto, qual è Hercule Poirot, quand’egli si rivolge alla foto della sua amata, Christine: “Christine, ma belle!” Ogni traduzione non renderebbe sincerità all’amore immenso che Poirot esprime al ricordo della sola donna che egli abbia mai amato, Christine. Un amore certo, duraturo, gentile, che ripropone delicatezza e rispetto, facendosi beffa di qualsivoglia tentazione.

La cornice dell’Orient Express ripropone gentiluomini e gentildonne, un affresco di nemmeno un secolo fa. Non essendo trascorso chissà quanto tempo la gentilezza, il rispetto sincero che intercorre in gentiluomini e gentildonne, tutto questo può essere ancora possibile.

 

Come le parole di Fedro scolpirono in un tempo eterno: “Chi non si adatta alla gentilezza, per lo più paga il fio della propria superbia”.

Posted in Attualità, Cinema, HotNews, Mostre Fiere, People, Scrittori, Spettacoli, Sport & Motori, Tempo Libero | Tagged , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

IL MISTERO DI GUNUNG PADANG: LA TESTIMONIANZA ARCHEOLOGICA DI UN PARADOSSO STORICO

Duecentottantunesimo-post_Gunung-PadangCompagni di viaggio appassionati di notizie che sempre più spesso trovano la luce del sole, questa settimana il nostro viaggio di conoscenza ci porterà ad approfondire una parentesi di preistoria che ha coinvolto le antiche popolazioni di Giava attraverso un sito archelogico ricco di fascino, un sito che porta il nome di Gunung Padang.

Fino a pochi anni fa l’inizio delle civiltà era collocato con la locazione delle costruzioni più antiche in Mesopotamia, la cui pianura è ancora oggi denominata “culla delle prime civiltà”.

La prima scoperta archeologica che ha dato un vero e proprio scossone storico è stata quella del sito di Göbekli Tepe, in Anatolia, la cui datazione è stata stabilita almeno al 9.500 a.C., ovvero un anticipo di circa 5000 anni all’emergere della prima civiltà sumera.

Spostandosi nell’Isola di Giava e percorrendo una distanza di circa 50 chilometri dalla metropoli di Cianjur, affollata con ben 2 milioni di abitanti, si arriva al sito megalitico di Gunung Padang, la testimonianza di un paradosso: il sito è la dimostrazione archeologica di un mistero storico.

Gunung Padang può essere analizzato servendosi di due discipline complesse: l’archeologia e l’archeoastronomia, strettamente correlate. Infatti, il sito di Gunung Padang appare come un complesso edificato da una civiltà evoluta, ma la datazione è decisamente preistorica. Il sito è eretto su una collina, la quale potrebbe celare una struttura piramidale di datazione compresa tra 26000 e 9000 anni fa, come è emerso dai risultati delle analisi geologiche condotte dalla squadra del geologo Dr. Danny Hilman Natawidjaja nel 2010.

La storia della scoperta del sito megalitico risale all’anno 1914, quando due coloni olandesi si imbatterono in una collina situata poco visibile in una zona vulcanica dell’Indonesia, 120 chilometri circa a sud di Giacarta. I coloni trovarono una serie di terrazze rese tali dall’edificazione di rocce vulcaniche di dimensioni rettangolari enormi.

Le analisi condotte dalla squadra del Dr. Hilman quasi un secolo dopo riportano una datazione al carbonio 14 fino a 26000 anni fa, almeno per la datazione di camere artificiali sepolte alla vista dalla collina che nasconde naturalmente il sito di Gunung Padang.

26000 anni fa significa ritrovarsi in pieno periodo dell’ultima era glaciale. Le datazioni precedenti al 9600 a.C. riportano all’epoca storica del Paleolitico superiore, sempre riconducibile all’ultima glaciazione, un’epoca in cui la conformazione del territorio indonesiano appariva come parte del continente Sundaland, nome geologico per battezzare una penisola continentale del sud-est asiatico, una conformazione ben differente dal susseguirsi odierno di isole che formano l’Indonesia.

Le analisi condotte dalla squadra del Dr. Hilman hanno spaziato dal georadar, la tomografia sismica, la perizia tecnica fino a differenti tipi di telerilevamento, quali scavi diretti e carotaggi in profondità.

Ma come è fatto nello specifico il sito megalitico di Gunung Padang?

 

Tra alberi e un fitto sottobosco di una collina emerge una struttura a piramide, composta da blocchi di basalto colonnare sparse tra la vegetazione che nasconde la cima della piramide.

La popolazione locale ha battezzato il sito archeologico col nome di Gunung Padang per conferire il significato di “Montagna di Luce”, “Montagna dell’illuminazione”, come da traduzione diretta dalla lingua parlata. Il sito ha assunto un carattere di sacralità.

I megaliti disposti su cinque terrazze sono dislocati sulla cima della piramide, su cui la gente del posto si ritrova ancora oggi per meditare o condurre un ritiro spirituale, esattamente come sembra fosse abitudine migliaia di anni fa. Da tempo immemorabile Gunung Padang ricopre il ruolo di luogo spirituale, come se un richiamo ancestrale continuasse a riecheggiare nonostante lo scorrere del tempo.

 

Gunung Padang ha fatto scalpore poiché la squadra del Dr. Hilman ha ritrovato un dispositivo metallico che potrebbe essere il dispositivo elettrico più antico mai ritrovato sulla Terra: la datazione parla di 25000 anni fa. La composizione del dispositivo è perlopiù oro e rame, quindi potrebbe trattarsi di un condensatore elettrico primitivo. Questa scoperta porta a dedurre che già almeno 25000 anni fa alcuni individui erano in grado di manipolare l’elettricità.

Per comprendere meglio la storia di Gunung Padang e della popolazione ivi stanziata, le ricerche si stanno orientando verso la comprensione della concezione del cielo e del cosmo delle antiche popolazioni stanziate nell’Isola di Giava durante l’arco temporale tra il X ed il XV millennio a.C.

 

Una dichiarazione del responsabile speciale del presidente per l’aiuto sociale e le catastrofi naturali, Andi Arief, appare profetica: “I risultati sul sito di Gunung Padang scuoteranno il mondo”.

Posted in Arte, Attualità, Cultura, HotNews, Lavoro, Mondo, People, Viaggi | Tagged , , , , , , , , , , , | Leave a comment

GREEN AIR: LA RICERCA SCIENTIFICA PER LA TERRA CHE PARTE DALLO SPAZIO

Duecentottantesimo-post_Green-AirCompagni di viaggio itineranti, il viaggio per la comprensione della ricerca nello spazio continua il suo percorso di conoscenza, indispensabile per la padronanza delle scoperte che sono previste.

Un progetto aerospaziale ambizioso è Green Air, una missione spaziale nata per risolvere i problemi di inquinamento atmosferico sulla Terra.

 

Risultato di un accordo tra l’ASI e AGT Engineering, l’obiettivo di Green Air è quello di utilizzare la sperimentazione in microgravità per caratterizzare il comportamento di nuovi combustibili durante il processo di combustione. Questa maggiore conoscenza potrà migliorare la gestione dei problemi d’inquinamento, i cambiamenti atmosferici, il riscaldamento globale e gli incendi.

Il programma prevede due esperimenti: Diapason e ICE.

 

L’esperimento Diapason consiste nell’installazione nei moduli della Stazione Spaziale Internazionale ISS di un software atto a rilevare particelle nell’aria di dimensioni di qualche nanometro, i cui risultati andranno ad alimentare gli studi applicati all’inquinamento atmosferico. Esso è stato realizzato dall’italiana DTM, spin-off della Ferrari.

La ricerca delle condizioni di combustione ideale passa attraverso la definizione dei coefficienti correttivi, la nebulizzazione del combustibile in particelle sferiche della grandezza di qualche nanometro è resa possibile dall’assenza di gravità nella ISS.

 

ICE, acronimo di Italian Combustion Experiment, è lo studio di nuovi combustibili a basso impatto ambientale, studio reso possibile dalla collaborazione tra il CNR di Napoli e il Glenn Research Center della NASA. Lo studio ha il focus sul comportamento di biocombustibili sintetici in condizioni di microgravità, in particolare i processi di combustione e di evaporazione.

 

Una dichiarazione di Luca Parmitano, astronauta italiano con parte attiva nel progetto “Green Air” all’interno della ISS, ben descrive gli orizzonti che la ricerca scientifica pone: “Mai come nello spazio ti accorgi che i confini non esistono”.

Posted in Attualità, Hightech, HotNews, Lavoro, Mondo, People, Scienza, Sogni, Tempo Libero, Uncategorized, Viaggi | Tagged , , , , , , , , , , , | 1 Comment