BONDI, MANI DI FORBICE

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Scioperi, dibattiti e astensioni dai set hanno caratterizzato la ridda di proteste necessarie degli ultimi giorni per la decisione del governo di proseguire con un Fus inesistente sotto ogni profilo di copertura nazionale. Con quei miseri 288 milioni di euro, cui non si aggiungerà nemmeno un centesimo, molte realtà, a partire da quelle più macroscopiche come la Scala, fino alle compagnie teatrali di origine più recente e circoscritta, dovranno fare i conti. E così deve bastare, perché agli artisti fannulloni – si ricordi a proposito l’insultante sceneggiata del ministro Brunetta – nulla in più dev’essere concesso a meno che non rientrino per altri meriti di natura, certo più generosa, nelle grazie assolute del premier.

È sempre più doloroso constatare come stia prendendo piede uno stillicidio che non ha nulla a che vedere con i propositi per una migliore e più ponderata territorializzazione della cultura, con la doverosa valutazione di criteri equi. I tagli al Fus investono piuttosto l’etica di un giudizio che dovrebbe imporsi con lungimiranza sulle opinioni cieche che continuano a rifiutare lo spettacolo in quanto genere di produzione spendibile, e così a negarne il valore di crescita anzitutto occupazionale oltre che creativa e dunque grembo dello spirito. Ma forse per il ministro valgono più quei versetti improbabili e buonisti con cui ci delizia sulle pagine settimanali di “Vanity Fair”.

Fa male respirare la solita aria fetida, i rifiuti non galleggiano soltanto a Napoli, ma dentro l’ascolto critico che non ne può più di rigettarli indietro e finisce per trovarsi immerso nell’indifferenza più deprecabile. Mettere una faccia, questo è il contenuto prosaico di chi sale su un palco, scrive, dirige e ora abbandona per protesta. Una cantilena ormai ritrovarsi in coda a un provino e inermi osservare che si tratta in fondo di una formalità perché il cast è già concordato, lo sceneggiatore già scelto, suggerito da quella categoria di alte sfere che Woody Allen definirebbe “esperta in scienze follicolari”. Perché davvero poco manca a che diventi facoltà, nell’altro oceano di baronati e riforma scolastica senza appigli. Cultura e formazione ridotti a pezzi dalla via più semplice del favoritismo cui si è riconoscenti perché si occupa un posto a sua volta “favorito”. Un catena fordiana di nefandezze cui la cultura che ci mette la faccia non può non rispondere con rabbia.

Quel motto strehleriano del “Teatro d’arte per tutti” possedeva anche questa valenza, sottolineava l’urgenza già allora di varcare il confine delle scene attraverso le scene, di rendersi materia pubblica oltre che elevato confine dell’arte. E il fatto che il teatro e la gente che lo abita, più del cinema e soprattutto degli enti lirici che piangono miseria da sempre, sia abituato al sapore acre della fatica e della precarietà, non  giustifica, anzi, dovrebbe allertare chi abusa di questa pazienza e del sacrificio che la sostanzia. Scrivere un copione è ormai diventato un privilegio, perché o ci si associa e si vince un bando, altrimenti senza anelli opportuni con chi eroga fondi le parole restano mute.

La strada è invece ormai del tutto spianata per procaci starlette bulgare (si legga a proposito “Il Fatto Quotidiano” che come sempre ha svelato per primo questi imbrogli http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/24/la-telefonata-arriva-durante-l%E2%80%99estate-nella/78466/) per cui il ministro Bondi si batte e suda presso la Mostra del Cinema di Venezia affinché venga forgiata una targa fasulla che calmi i bollenti spiriti artistici dell’attricetta e scrittrice cara al Cainano. O ancora si prodighi a estrarre magicamente dal cilindro denari freschi per conto del teatro di Novi Ligure, dove è noto risiede l’attuale compagna. E poco importa che Pompei si sgretoli davanti ai suoi occhi, le colpe verranno sempre demandate a ignoti, come l’appartamento senza identità di Scajola. Ma appunto gli artisti sono dei fannulloni, ecco, almeno un colpevole esiste.

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