Il teatro è il teatro – parte prima -

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Quello che facilmente impressiona in una presentazione sono le lungaggini, i contorni freddi e i riferimenti scontati. Vorrei evitare proprio questo burrone e lasciar parlare i Maestri che in un modo o nell’altro hanno reso la marcia del teatrante una rivoluzione dal colore e fattezze già della Parola. Quelli che raccontano un corpo esposto al rischio e una vita precaria, traducendo per noi i silenzi sprezzanti che accompagnano un lavoro spesso mal considerato o inquadrato facilmente come hobby e svago a perdere. Il titolo di questo primo articolo non a caso riprende proprio una delle frasi che solleticano l’ovvio, il tautologico fine a se stesso. Ecco perché devo rimandare al loro legittimo sollevatore, a quel frammento del Manifesto per un nuovo teatro che Pier Paolo Pasolini scrive nel 1968:

«Il teatro che vi aspettate, anche come totale novità, non potrà mai essere il teatro che vi aspettate. Infatti, se vi aspettate un nuovo teatro, lo aspettate necessariamente nell’ambito delle idee che già avete; inoltre, una cosa che vi aspettate, in qualche modo c’è già.

Non c’è nessuno di voi che davanti a un testo o a uno spettacolo resista alla tentazione di dire: “Questo È TEATRO”, oppure: “Questo NON È TEATRO” il che significa che voi avete già in testa, ben radicata, una idea del TEATRO. Ma le novità, anche totali, come ben sapete, non sono mai ideali, sono sempre concrete […]».

«Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni», cito ancora e non a sproposito se si pensa che l’istinto di separare, vagliare, ordinare, classificare, preconfezionare e alzare la mano per segnalare cosa differenzia cosa, oggi più che mai produce un effetto boomerang contro le armi semplici delle scene. Quante volte ci capita di discutere a proposito di una regia che non ricalca affatto la nostra idea di teatro e quante ancora sosteniamo l’idea del TEATRO, il suo cerchio magico impresso sui nostri occhi come se fosse universale. Pasolini difende un nuovo teatro di parola, noi la nostra etichetta da cui correre via non appena un’altra idea finge di sottomettere il primo pensiero.

Il teatro è il teatro, gridiamo allora. Non c’era testo, non c’era regia, non c’erano attori che si potessero considerare tali su un palco vivo. Quanta rabbia di fronte all’idea contraddetta! E allora ha ragione il Maestro, allora è proprio vero: bisognerebbe opporsi alla chiacchiera. Fare qualcosa insieme perché tutte le idee in testa stimolino altri sconosciuti a farsene una andando a teatro. Perché «se pure si avranno molte conferme e verifiche (non per nulla autori e destinatari appartengono alla stessa cerchia culturale e ideologica) ci sarà soprattutto uno scambio di opinioni e di idee, in un rapporto molto più critico che rituale».

Sembra quasi un’operazione di coraggio dire che uno spettacolo ci è piaciuto per una ragione che non sottintenda aspettative comuni, ma piuttosto perché è una scoperta capace di scardinare. Perché i corpi nudi e le nude parole senza filtro di pellicole o selezione di immagini hanno reso la storia fruibile e chi l’ha scritta ha trovato un buon mediatore negli attori guidati o soli. Ma allora «che cos’è il teatro? “IL TEATRO È IL TEATRO”. Questa è la risposta di tutti, oggi: il teatro è dunque oggi inteso come “qualcosa” o meglio “qualcos’altro” che si può spiegare solo con se stesso, e che può essere intuito solo carismaticamente». Forse si è estinto quel gruppo culturalmente più avanzato che sappia opporsi alla Chiacchiera, o forse esiste ancora ma sembrerebbe delirante citarlo oggi come parte in causa. Perché l’impressione è che nulla debba essere più scomposto. Esiste piuttosto una responsabilità di individui e pensiero, di fili e croci di legno che muovono orme più o meno fantastiche?

Il manifesto di Pasolini nasce nel ’68 e rinasce là dove lo scudo indifferente è più sbrecciato. Perché possa essere ancora lecita l’ondata «che sia prima di tutto dibattito, scambio di idee, lotta letteraria e politica, sul piano più democratico e razionale possibile […] un teatro attento soprattutto al significato e al senso, ed escludente ogni formalismo, che, sul piano orale, vuol dire compiacimento ed estetismo fonetico». È questo un altro rito che avviene ascoltando e vedendo, trattando le parole come una ragione e non un vento instabile. Per Pasolini non è però rito sociale, politico o religioso, ma appunto culturale poiché viene alla luce e sa sopravvivere soltanto «attraverso testi fondati sulla parola (magari poetica) e su temi che potrebbero essere tipici di una conferenza, di un comizio ideale o di un dibattito scientifico – il teatro di Parola nasce ed opera totalmente nell’ambito della cultura».

E allora vale una conclusione senza l’obbligo di condividere, ma di trovarsi a discuterne:

«[…] il teatro di Parola è un teatro completamente nuovo, perché si rivolge a un nuovo tipo di pubblico, scavalcando del tutto e per sempre il pubblico borghese tradizionale.

La sua novità consiste nell’essere, appunto, di Parola: nell’opporsi, cioè, ai due teatri tipici della borghesia, il teatro della Chiacchiera o il teatro del Gesto o dell’Urlo, che sono ricondotti a una sostanziale unità: a) dallo stesso pubblico (che il primo diverte, il secondo scandalizza), b) dal comune odio per la parola, (ipocrita il primo, irrazionale il secondo).

Il teatro di Parola ricerca il suo “spazio teatrale” non nell’ambiente ma nella testa.

Tecnicamente tale “spazio teatrale” sarà frontale; testo e attori di fronte al pubblico: l’assoluta parità culturale tra questi due interlocutori, che si guardano negli occhi, è garanzia di reale democraticità anche scenica.

Il teatro di Parola è popolare non in quanto si rivolge direttamente o retoricamente alla classe lavoratrice, ma in quanto vi si rivolge indirettamente e realisticamente attraverso gli intellettuali borghesi avanzati che sono il suo pubblico.
Il teatro di Parola non ha alcun interesse spettacolare, mondano ecc.: il suo unico interesse è l’interesse culturale, comune all’autore, agli attori e agli spettatori; che, dunque, quando si radunano, compiono un “rito culturale”».

A quale nuova Parola appoggiarsi? Quale nuova piega del rito?

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