L’ORCHIDEA ROSSA- LA VERA STORIA DI STEPHEN GUNN

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Sono un narratore. Da sempre.
Non scrittore, parola che evoca ambizioni d’auteur, critici paludati e recensioni, premi letterari e tutto un universo estraneo alla mia passione. Questa, benché compulsiva e precoce, ha sempre avuto la sua sorgente nella fantasia, nel racconto di vicende, avventure, in parte vere e in parte sognate.
Narratore, quindi. Un cantastorie, se volete, vicino ai suoi personaggi e alle loro peripezie ma distante quel che basta per non confondersi con loro.
Pallido, mentre loro s’abbronzano al sole delle passioni.
È ciò che ho sempre desiderato essere e che sarò sino alla fine.
Vocazione familiare?
Non lo so. Nonno Mario, di Bologna, era uno scultore. Nonno Giu, del ramo genovese della famiglia, era, come si diceva un tempo, “maestro di musica”.
Mai saputo disegnare e quanto alla musica… be’, manco a tenere il tempo ero capace.
Creare, forse, è un pane che ho mangiato la mattina con il latte sin da piccolo. Chissà…
Non ricordo un periodo della mia vita in cui non ho pensato a una storia da raccontare.
Una passione giovanile alimentata dalla lettura di ogni libro mi capitasse a tiro, da centinaia di film visti e rivisti, avventure rivissute con la fantasia nei giorni successivi, persino in lunghe divagazioni a occhi aperti.
“Mamma, posso parlare da solo?” chiedevo. E di fronte a perplesse rassicurazioni dei miei genitori che mi era consentito di tutto purché non dessi fastidio, sui sentieri di montagna cominciavo a narrare per un pubblico che esisteva solo dentro di me.
Una platea esigente, attenta ma inflessibile. Richiedeva sempre nuove emozioni, peripezie, intrecci…
Non vita vissuta, perché raccontare un’avventura invoca sempre il ricorso alla fantasia. Questa è una forza che trasforma, distorce, ci aiuta a materializzare un mondo, a volte selvaggio, ma sostenuto da un ordine, assente ahimé, nella vita vera.
E la straripante necessità di inanellare una vicenda all’altra si sviluppava assieme alla convinzione che quell’universo di misteri e di ardimenti andasse ricercato e un po’ sperimentato.
Così gli sport da combattimento, la vela, le ascensioni in roccia ma anche i viaggi, la passione per la fotografia, la curiosità per luoghi e persone distanti dalla mia quotidianità sono entrati a far parte della mia formazione di narratore.
Tutto sempre, rigorosamente, filtrato dall’immaginazione.

Nelle mie scorribande alla ricerca di leggende e fatti strani mi avventurai, ovviamente, anche nella storia della mia famiglia. Fu una volta, al ritorno da una forsennata battaglia tra Tigrotti e Siphay avvenuta nella cornice – per la verità non troppo esotica – di una rotonda sul porto di Genova, che sentii parlare di un mio progenitore.
Si chiamava come me, Stefano Di Marino, e già questo mi colpì. Era vissuto a cavallo della metà del diciannovesimo secolo, ma nessuno ne parlava volentieri.
Molti negavano persino di averne mai udito il nome, altri borbottavano qualcosa. Una zia suora al solo sentirlo nominare agitava la mano di fronte a sé producendo uno strano verso con le labbra. Forse un anatema.
La fantasia s’accese e all’incauto zio che aveva menzionato il misterioso avo strappai scarni ma intriganti brandelli di notizie.
Si diceva che questo Stefano Di Marino fosse stato un poco di buono, un contrabbandiere, uno che frequentava donne di malaffare e bazzicava certi localacci del porto. S’era guadagnato il soprannome di “La Pistola”, bravata di cui andava fiero.
Giravano anche altre voci, ma nulla di sicuro. Una donna, il coinvolgimento politico con i moti del ‘48… Di più non si sapeva, a parte il fatto che, dall’Italia, se n’era dovuto andare, braccato da sicari austriaci.
Prima si era rifugiato in America, poi erano giunte sue notizie dall’Estremo Oriente.
Siccome l’inglese doveva averlo masticato poco e male, s’era scelto un nuovo nome, ma aveva commesso un errore. Così Stefano Di Marino, detto “La Pistola” era diventato Stephen Gunn.
Quella “n” in più me lo rese ancor più simpatico. Aggiungeva al personaggio quel poco di spavalda cialtroneria che s’adattava all’immagine che me n’ero fatto.
E poi Ben Gunn era il marinaio abbandonato dai pirati sull’isola deserta, uno dei miei eroi di sempre.

Rimase in un luogo segreto della mente, con tanti altri spunti in attesa di riemergere. Nel frattempo avevo realizzato il mio sogno.
Ero diventato un narratore professionista.
Quando un editore mi chiese di creare un eroe per una serie d’avventure spionistiche ma di firmarlo con uno pseudonimo “americano”, ripescai dal Baule delle Emozioni a Riposo quel nome ardimentoso.
Oggi i romanzi di Stephen Gunn hanno superato il decennio di vita. La serie principale conta più di ventisette episodi e il mio personaggio fa capolino anche in una collana di eleganti ristampe.
Di tutti i miei lavori è forse quello di cui vado più fiero.

Ma il tempo trascorre, non si ferma. Il ramo genovese della mia famiglia si è praticamente estinto. Qualche tempo fa l’agente immobiliare cui avevo affidato la questione mi avvertì che la vecchia casa di via Rivoli, poco distante da quella gloriosa rotonda, era stata venduta. A me toccava un ultimo sopralluogo per sgombrare l’abitazione da mobilio e vecchie carte di nessun valore per i nuovi proprietari.
Una strana emozione. Tornare in quell’appartamento fuori moda, un po’ buio, che negli anni avevo visitato senza più grande attenzione. Ora, in quell’ultima notte, fui assalito da un’inarginabile ondata di ricordi.
Il pianoforte con cui il Nonno impartiva lezioni, la centenaria poltrona imbottita di cuoio, tutta squarciata ma che – in epoche per me lontanissime e vicine al tempo stesso – era stata cavallo, bastione, trincea.
Persino il vetusto orologio a pendolo, muto oramai, rievocava emozioni, paure di quando mi nascondevo sotto le coperte perché, di notte, venivano le streghe…
Ma le ombre, le avventure terribili e meravigliose, io le avevo viste davvero.
Così, incapace di dormire, cominciai a rovistare tra i cassetti. Ammassavo vecchi spartiti di musica, raccolte impolverate della Domenica del Corriere, della Settimana Enigmistica, edizioni Salgariane illustriate, racconti della Primula Rossa… persino una decina di numeri di un fumetto western che non poteva esser stato altro che mio.
E in fondo a tutto…
Vecchi quaderni, di grande formato, simili a registri di bordo. Una scrittura incerta che mescolava italiano e un inglese poco corretto.
Frasi arcaiche, ma nomi conosciuti. Almeno per me. A-Magau… Melaka, le isole Banda, paradiso delle spezie…E un nome ricorrente.
Orchidea Rossa.
Preso da una frenesia spostai il malloppo su un tavolo, accesi la luce, infilai gli occhiali.
Ci voleva un sigaro e un bicchiere di vodka. Avevo trovato il mio tesoro. Sì, proprio il diario di Stephen Gunn, il racconto di un’avventura. Forse vero, forse condito con molte fantasie.
Alla fine quello scellerato che frequentava i porti e sfoderava la pistola con tanta facilità aveva sentito la necessità di affidare a qualcuno – una donna immaginai, spiccando un balzo d’irrefrenabile fantasia- i suoi ricordi. La sua era una storia da non dimenticare. Cominciai a leggere con un nodo in gola. Perché avevo trovato il messaggio nella bottiglia di quel naufrago di cento tempeste e il suo tesoro stava per diventare mio…Giurai a me stesso di farne buon uso.
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BUON ANNO DAL PROFESSIONISTA

auguri dal PROF per BLOG
Salve ragazze e ragazzi! un breve post che precederà quelli dell’anno prossimo dedicati al PROFESSIONISTA STORY 06 CHE VEDETE QUI NELLE MIE MANI. Grandissima soddisfazione aver ricevuto la copia staffetta prima della fine dell’anno. il volume che finalmente ha anche una bella cover luminosa è un regalo. per me e per voi. Contiene infatti un breve ma intenso inedito che collega la Triade di Shanghai a Lacrime di Drago e quindi le 400 pagine del romanzo originale introvabile dal 1994. prima ancora che nascesse il Professionista. per anni ho cercato un modo di dargli un seguito che non fosse la semplice ripetizione di un modulo. così due anni fa mi è venuta l’idea di far incontrare a Chance(che di corsi e mafia corsa ne aveva sempre saputo parecchio) con la nipote dei protagonisti di quella storia. erano trascorsi vent’anni e molte cose nel traffico di eroina nel sud est asiatico erano cambiate. Però l’intrigo, l’avventura erano sempre presenti. E le due storie si sono intrecciate perfettamente in questo reboot della saga. di più. LDD era stato acquisito da Mondadori cinque anni fa per Segretisismo ma, per ragioni varie, non era mai uscito. Rischiava di essere mandato a perdere. Sinceramente mi spiaceva. Anche se avremmo di logica dovuto fare un altro contratto ho deciso di realizzare un volume senza pretendere ulteriori compensi. magari vi può sempbrare assurdo ma è così. A volte nelle cose bisogna crederci sino in fondo e io l’ho fatto ,convinto che la storia vi piacerà e vi ritroverete tutti quegli elementi che vi piacciono nel Prof. che mi siano arrivate le prime copie prima della fine dell’anno(mentre il volume sarà in edicola come al solito nella prima settimana di gennaio) lo considero un buon auspicio. buon 2014 quindi e mi raccomando, quale che sia il vostro sogno CREDETECI SEMPRE
Stefano Di Marino/Stephen Gunn

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TUTTE LE DONNE DEL PROFESSIONISTA:SYLVIETTE

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Sylviette Beauregard è l’angelo nero della saga del Professionista. Di tutto si può accusare Chance Renard tranne che di essere razzista, troppe avventure vissute ai tropici, troppi amici con la pelle scura e, soprattutto, la coscienza che un uomo si giudica dalle azioni e non dal colore della pelle. Di compagne, amanti e avversarie nere Chance ne ha avute una schiera ma Sylviette è sicuramente un personaggio speciale. Appare sin dalla prima avventura (Raid a Kouru). Pilota, avventuriera, con qualche ambiguità sessuale, sarà alla fine il personaggio femminile ‘buono’ della vicenda. Già negli episodi successivi però si distingue per il carattere indipendente, scontroso. Sparisce senza lasciare traccia, poi ricompare a distanza di anni nella prigione di El Diablo e in una serie di altre avventure. Con un cicatrice sul volto e, come tutte le ‘amiche’ della prima ora del Prof, si porta sulle spalle un’età che è indefinibile perché, nell’universo eroico immaginario, gli anni veri sono quelli che uno si sente addosso. È sempre la donna ai comandi dell’ultimo aereo, quello che deve portare in salvo la squadra dopo la missione, quando tutto sembra perduto. Per Chance è una veccia amica, una della banda su cui poter contare, compagna d’armi più che di letto quindi. Ma è un mondo difficile e pericoloso. Spesso è meglio così. Di certo la troveremo ancora.

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TUTTE LE DONNE DEL PROFESSIONISTA: MIMY OSHIMA

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Mimy Oshima, la Kunoichi, il fiore velenoso dei servizi segreti giapponesi è forse una delle primissime eroine ricorrenti della saga del Professionista, ad esserci conquistata la simpatia del grande pubblico. Non semplicemente una “Pupa” da strapazzare, ma un personaggio vero. Appare per la prima volta in Appuntamento a Shinjuku ed era un curioso mélange di tre personaggi reali ma piuttosto lontani del mio immaginario dell’epoca. Fondamentalmente aveva qualcosa di Yukari Oshima l’attrice stuntwoman famosissima nel cinema di HK ma, fisicamente aveva qualcosa di Maria Yo (attrice filippina vista in Deadley China Dolls di Godfrey Ho) e della pornostar Mimy Miagy… come sempre poi aveva un carattere suo. Una ribelle anche nel suo mondo. Figlia di un agente segreto giapponese e di una Kisaeng di Seoul doveva vivere la difficile doppia situazione di donna e per di più coreana (razza non esattamente stimata in Giappone). Un’outsider con cui il Prof legò subito, tanto da fargli più volte ripetere che sarebbe stata ‘l’unica donna che avrebbe potuto sposare’. La ritroviamo in seguito in Marea Rossa dove è un po’ meno femme fatale ma resta sempre un carattere femminile molto sensuale. Già comincia un po’ a sfottere il Prof. Scompare poi per un periodo abbastanza lungo per tornare in L’inferno dei Vivi, in una posizione nettamente migliore all’interno dei servizi nipponici ma sempre in contrasto con la gerarchia. Qui il suo legame con Chance (che in quel momento stava attraversando un bruttissimo periodo in seguito alla detenzione in Corea e agli effetti della droga Yellow Dragon). Gli dona il famoso amuleto di Aragami lo Spettro Folle della Battaglia e, per salvargli la pelle, resta sfigurata. Gli anni passano e anche lei non è più una ragazzina. La ritroviamo recentemente in Nome in codice Loki a capo del Kohan ma anche sentimentalmente legata a un uomo che il Prof uccide per sbaglio. Qui si prospettava una situazione classica. La promessa di una vendetta che avrebbe dovuto stemperarsi nel finale. Invece la vicenda si chiudeva con quel colpo di pistola che lascerà un segno indelebile in Chance, pur non uccidendolo. Finita nelle mani del Progetto Loki Mimy tornerà a combattere con Chance in Missione suicida . Ma qualcosa tra loro si è rotto, forse gli anni, forse quei drammatici avvenimenti e lo sfregio. Mimy è diventata una specie di sorella che non esita a prenderlo in giro per qualche chilo di troppo ma non nasconde neanche la gelosia verso le nuove ‘pupattole’ del Prof. La ritroveremo senz’altro.

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LE DONNE DEL PROFESSIONISTA. LA BIMBA

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Caterina “Skate” Manzelli, la “Bimba” nasce come un personaggio anomalo nel panorama femminile della serie del Professionista. Un po’ come Gangland e i suoi seguiti ambientati a Milano era stata concepita per essere “fuori serie” sin da principio. Non è una conquista di Chance che anzi cerca di allontanarla da sé, dimostra nei suoi confronti delle preoccupazioni quasi da persona “responsabile” capace di rendersi conto che la vita che si è scelto alla fine è solitaria, non solo pericolosa ma anche triste se guardata da un punto di vista “normale”. Ecco, forse è proprio in quel “normale” che sta il nocciolo della questione. La serie di Gangland è stata concepita inizialmente come un esperimento, una sfida per verificare se il personaggio poteva adattarsi a situazioni nostrane, più che internazionali e spionistiche. Più realistiche. Sulle vicissitudini editoriali che poi condussero il romanzo e i suoi personaggi a integrarsi nella serie principale abbiamo già detto. C’era, nelle intenzioni, l’idea di inserire Chance in un contesto che non fosse l’abituale circolo di professionisti rotti a tutto e di mostrarne così una sfaccettatura inedita. L’editor a cui presentai la proposta, come ormai è risaputo, non capì una cippa di quello che volevo dire, per cui la storia rientrò nella serie. Ma Caterina era lì, figlia di borghesi perbene, una rivoluzionaria chic che mai avreste potuto immaginare andar d’accordo con il prof. E infatti la loro alchimia nasce proprio dal contrasto. Si respingono e si attraggono sin dalla prima volta consapevoli di scoprire un mondo diverso da quello che frequentano abitualmente. Caterina scopre i “banditi” l’emozione, trova un senso alla sua vita e, benché sconsigliata in tutti i modi ha la testardaggine di inserisi nel gruppo. Diventa una professionista sin dall’avventura successiva tra Milano e Beirut( Colori di guerra- Beirut gangwar)supera il battesimo del fuoco. In seguito la vedremo sempre all’altezza della situazione. Il suo rapporto con Chance è più difficile, tormentato. Finisce per superare anche l’ultimo tabù(quello sessuale) anni dopo, quando ormai Caterina è non solo maggiorenne ma anche una veterana. Avviene in Nero criminale e, nella serie regolare, è appena accennato. Caterina si evolve, con alcuni altri personaggi trova un suo modo di rapportarsi, persino con Antonia che le fa scoprire una femminilità più libera aggressiva, anche sessualmente. Al momento si discosta un po’ dal Prof, ma per una ragione molto semplice. Come tutti i comprimari, positivi e negativi, non può tornare in ogni romanzo, pena una caduta nella ripetitività dei comportamenti che è proprio quella che voglio evitare. Ma , di certo, è una di quelle figure che intendo sviluppare e portare avanti nel tempo.

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TUTTE LE DONNE DEL PROFESSIONISTA :ANTONIA

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Antonia Lake è forse uno dei personaggi femminili più amati della serie assieme alla Bimba e a Mimy Oshima, e non solo per il numero di presenze. Come personaggio nasce nel 2003 per un’altra serie, Vlad, in cui almeno inizialmente, ricopriva il ruolo di ‘cattiva’. Ho già raccontato diverse volte che l’idea del personaggio mi venne dalla frequentazione di una nota diva del porno modenese che, ai tempi, portava i capelli rossi anche se era bionda. Una persona simpaticissima con una gran grinta e , obiettivamente, un fisico eccezionale. Come spesso accade poi gli interpreti e i personaggi vivono due vite parallele. Lei non la rividi più da quei tempi, ma Antonia dopo il primo episodio ‘Senza nome né legge’ in cui era veramente ‘marcia’ come spesso ama ripetere, non ne voleva sapere di andarsene dalle mie fantasie. Così dalla serie di Vlad è trasmigrata a quella del professionista con un episodio di congiunzione (‘Contratto veneziano’) pubblicato nella raccolta Legion e uno spin-off intitolato ‘Vladivostock Hit’ che è un po’ fuori serie anche come temi rispetto agli altri romanzi del Professionista ma ha ottenuto un ottimo successo trai lettori. Antonia si trovava bloccata a Vladivostok, impegnata in una eliminazione del gruppo 666 (che inseguito tradirà per passare definitivamente coni buoni) ma lo scenario di questa Russia invernale, dominata da bande rivali è quasi horror. C’era un esplicito riferimento ai torture-porn di Eli Roth della serie Hostel anche se trattandosi di un Segretissimo c’erano risvolti spionistici, internazionali e una buona dose di azione corpo a corpo e a mano armata. Antonia, negli anni, ha costituito una presenza costante nelle avventure del Prof, forse un po’ si è addolcita ma solo un poco. Magari non è poi così ‘marcia’ come sostiene di essere. In particolare i suoi rapporti con la Bimba da antagonistici si sono trasformati in una complicità femminile che spesso lascia perplesso il professionista. Ma Antonia è un personaggio fatto così, una donna alla deriva, una dura, una ribelle. E non ha la pretesa di essere costruita con una complessità psicologica degna da romanzo femminile. È un ‘character’ di una serie d’azione. A volte la ritroveremo in qualche racconto o frammento ‘in solitario’ ma ho preferito svilupparla come credibile comprimaria che come improbabile protagonista. In ogni caso sappiate che continuerà a essere una presenza costante anche se non continua nelle avventure del Professionista.

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CORPO A CORPO CON IL PROFESSIONISTA

corpo acorpo col prof
Forse più che in altre serie nel Professionista si ritrovano scene d’azione corpo a corpo. Le ragioni sono fondamentalmente tre. La ‘lotta marziale’ e la ‘tecnica segreta’ fanno un po’ parte, sin dagli ingenui colpi di karate a mano aperta degli anni ’60, delle armi tradizionali delle spie sia al cinema che nei romanzi. All’epoca di arti marziali il pubblico sapeva poco, si poteva un po’ barare inserendo qualche tecnica dal nome fantasioso nei romanzi e sequenze peri tempi spettacolari come la famosa giravolta con la torsione del braccio spesso usata nei film di 007 che scimmiottava una tecnica di aikido ed era invenzione dello stunt coordinator della serie. In secondo luogo le arti marziali e gli sport da combattimento son ostati e sono tutt’ora una delle esperienze fondamentali della mia esistenza. È abbastanza logico che le inserisca con cognizione di causa nei miei romanzi. Il fatto poi che sia un appassionato di coreografie marziali al cinema mi ha fatto capire come sulla pagina vada eseguita una sintesi sulla spettacolarità dei theatrical blows del cinema(che necessitano di essere visti per venire apprezzati) e un certo realismo che fa parte della verniciatura di verosimiglianza che mi aiuta a rendere accettabili imprese, come diceva Fleming, improbabili ma non impossibili. La terza ragione l’ho scoperta attraverso il contatto con i lettori. In moltissimi casi è risultato che i lettori sono praticanti o lo sono stati di questa o di quell’arte marziale, perciò questi intermezzi sono graditi… quanto le scene di sesso hard core. Veniamo dunque ad affrontare il tempa principale. Come si allena e che tipo di arti marziali usail Professionista. Un tipo anticonformista come Chance renard non poteva essere fedele a un solo stile. Del resto il suo motto ‘una sola regola: nessuna regola’ rende abbastanza chiaro il concetto. Se fosse stato un allievo di Bruce Lee di certo Chance sarebbe diventato un istruttore di Jeet Kune Do. Sin dalle prime avventure sappiano che è un esperto nell’uso del coltello e del bastone secondo gli insegnamenti delle scuole filippine di Escirma e Pekiti Tirsa. Anche quando usa oggetti comuni o il bastone telescopico si muove secondo la tecnica del Kali e delle arti marziali filippine. Spessissimo lo vediamo chiudere i suoi combattimenti con qualche proiezione di Judo, tecnica classica appresa probabilmente nella Legione assieme ad alcune nozioni di Close Combat in uso trai commando che, ricordiamolo, raramente praticano una disciplina unica preferendo abbinare pochi colpi a una rigida disciplina fisica. Chance ha anche praticato da ragazzo il Karate Kyokushin Kai, quello senza controllo e se ne serve in numerose occasioni, magari mescolandolo alla Boxe Francese Savate che ha praticato assieme alla Kick e alla Thai durante tutto il suo periodo di permanenza in Francia. Qui ha anche appreso le nozioni dello Stenka una tecnica russa di combattimento corpo a corpo e con il coltello. Passando gli anni ed essendo un omaccione è difficile vederlo esibirsi in tecniche di calcio spettacolari(che di solito sono appannaggio delle sue più agili compagne.)Di fondo, un po’ come il suo autore, il Prof è un pugile e un esperto di calci nelle gambe che permettono il massimo risultato anche in spazi ristretti e senza esporsi. Insomma il prof, un po’ come accade nella struttura delle sue vicende, prende un po’ di tutto da dove può per creare una miscela personale, inconfondibile. Ovviamente con il diffondersi delle Mixed Martial Arts anche il prof si è adeguato alle nuove tendenze, facendo della lotta nella gabbia una delle sue specialità. E così come avviene per la scrittura, sa di doversi allenare ogni giorno. Cosa che provvede a fare, quando si trova a Gangland nella palestra di Pietro Aulla eseguendo i corsi di una anziana badante filippina che è un diavolo con la frusta, il bastone e il coltello. E qui torniamo a un concetto che mi è acaro. Nella arti marziali come nella scrittura è importante la continuità. Capito il trucco?

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dietro le quinte di LA TRIADE DI SHANGHAI (3) VERSO ORIENTE

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Negli anni 60, avvenne un particolare evento che cambiò radicalmente la storia della malavita corsa e del traffico dell’eroina come elemento fondamentale nella Guerra fredda. La morte di Lucky Luciano e la conseguente guerra tra cosche siculo –americane offrì all’FBI e alle forze di polizia americane l’occasione di assestare un colpo sconvolgente a Cosa Nostra che attraversò un periodo di gravi difficoltà per la successione al potere. Nel frattempo l’opinione pubblica mondiale aveva preso coscienza del problema del dilagare della droga in Occidente e ciò indusse il governo turco, amico degli americani e già da allora desideroso di inserirsi in Europa, a dare un giro di vite particolarmente rigoroso alla produzione di oppio in Anatolia. Nel tempo di pochi mesi la regione di Aphyon perse d’importanza e le raffinerie di Marsiglia furono costrette a cercare nuove fonti di approvvigionamento. Nel frattempo in Indocina gli americani avevano non solo preso il posto dei bastonati francesi ma si stavano impegnando in una delle più disastrose e “sporche” campagne belliche del secolo scorso (quella di questo la stiamo vivendo adesso…). Ne parleremo dettagliatamente quando ci addentreremo nel dossier riguardante la Thailandia, ma ci basti sapere che in poco tempo il Triangolo d’Oro tra Birmania, Thailandia e Laos divenne- e rimase sino alla metà degli anni ’90- il principale centro di produzione di oppio, morfina ed eroina che, spesso veniva lavorata a Saigon, a Vientiane a Hong Kong prima di arrivare a Marsiglia e a Los Angeles per essere smistata. E chi, in Indocina, disponeva di chimici qualificati, trafficanti astuti e inafferrabili e al tempo stesso in buoni rapporti con i kaitong laotiani e cambogiani, quanto coni signori della guerra birmani e thialandesi?
I corsi, che presero così a “guadagnarsi il pane” fungendo da collegamento tra gli eserciti del Kuomintang, i signorotti Meo e Yao tra Cambogia e Laos e la CIA che, nel caso specifico, si chiamava UsAid, associazione umanitaria con sede a Luang Prabang, nel Laos. Con i proventi del traffico d’eroina gli americani foraggiarono una inutile guerra contro il comunismo che aveva pure una linea aerea, l’Air America. A questa si affiancò presto un secondo canale il cui appellativo era noto a tutti e rendeva chiaro di cosa si trattasse: Air Opium.Era gestita principalmente da corsi…
Associazioni segrete millenarie, servizi moderni, Guerra fredda, semplici banditi da strada. Tutto ciò fa da sfondo all’epopea dei banditi corsi che non hanno mai dimenticato di essere, alla fine, soli contro tutti. I “cattivi” ufficialmente additati come criminali dai governi ma che, agli stessi potenti erano utili perché fornivano una utile copertura. Un destino difficile ma che uomini come Guerini seppero gestire dai loro casinò di lusso come il Club Haussmann nel centro di Parigi e che, probabilmente, hanno tramandato sino a oggi a uomini schivi, dai nomi vagamente italiani che, una volta all’anno, sfilano con i cappucci rossi, trascinandosi dietro pesanti catene per le vie di Sartène, un paesino arroccato tra i monti a sud dell’isola, per espiare i loro peccati.

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dietro le quinte di LATRIADE DI SHANGHAI 2-il milieu corso

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I corsi erano meno organizzati dei siciliani e delle famiglie americane, forse a causa dell’ambiente fisico in cui si era sviluppata la loro società della quale la criminalità era solo uno specchio. In verità l’irredentismo non si è mai totalmente discosto dalla malavita e “guadagnarsi il pane”, come si diceva in gergo, presupponeva sempre un forte legame con quell’isola rude e bellissima che i suoi abitanti sognavano libera da qualsiasi giogo. Questo modo di pensare i corsi se lo portarono nel Togo, nella Polinesia , in Algeria, nelle Antille, in Indocina e a Marsiglia. Per dirla tutta, non è che avessero particolari simpatie per nazisti e fascisti, li utilizzavano come mezzo per contrastare quelli che per loro erano i veri oppressori.
La struttura organizzativa stessa dell’Unione Corsa (e qui permettetemi un aggancio doveroso ai romanzi di Ian Fleming e a quel Marc-Ange Draco che sarebbe diventato il suocero di James Bond!!!) era basata sui clan familiari che, a loro volta formavano il Milieu. All’interno di questi l’equivalente del don siciliano era chiamato “un vrai monsieur”, un vero signore, e la carica di Consigliori (resa celebre dal padrino cinematografico da Robert Duvall/Tom Hagen) era ricoperta dal Pacieri che era anche un capo clan. Nel romanzo Il Luparo che avete sicuramente qualcuno ricorda in Professional Gun e che è in qualche modo legato alla saga del Professionista quanto a quella dei Castiglione , Bernard Prestia, il padre del protagonista, era un pacieri ma anche un vrai monsieur. E, come nel romanzo, anche nella realtà, c’erano divisioni, screzi e faide tra i componenti del milieu. Così, con il declinare della potenza di Carbone e Spirito, altri capi emersero, sempre meno legati alla destra, quali i Guerini e i Francisci, magari avversari tra loro, ma sempre consapevoli che i corsi erano soli contro tutti.
Antigaullisti, negli anni ‘50, trasferirono le loro raffinerie di morfina dalla Costa Azzurra alla Corsica quando in Italia fu radicalmente diminuita la produzione di questo elemento base per la raffinazione dell’oppio turco in eroina. Ma se l’Occidente da una parte combatteva la droga, d’altro canto se ne serviva per sostenere la lotta al comunismo.

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Dietro le quinte del nuovo PROF.IL CLAN DEI CASTIGLIONE 0.1

il clan dei castiglione 01
La mia passione per la Corsica e le storie dei banditi delle sue montagne risale in effetti a una decina d’anni prima alla scrittura del racconto originale. Agli inizi degli anni ’80 ebbi l’occasione di leggere un romanzo pubblicato da Sonzogno intitolato Il Clan dei Corsi di William Heffernan pubblicizzato come un nuovo Padrino, ambientato tra la Corsica e l’Indocina. Rimasi profondamente colpito dalla descrizione della malavita corsa, dalle sue somiglianze e al tempo stesso dagli elementi di originalità con quella siciliana. In seguito lessi anche Corsican Honor (dello stesso autore ma rimasto inedito in Italia) e svolsi una serie di ricerche su libri ma anche sul campo recandomi più volte in Corsica con la scusa delle vacanze ma, in verità per raccogliere materiale per costruire quella “mitologia” da cui sono scaturite questa e altre avventure che hanno lasciato un segno nella mia produzione anche nella mia serie di maggior successo:Il Professionista.
Anche un semplice viaggio da turista in Corsica non può lasciare segni profondi nell’immaginazione. I porticcioli con le falesie, la natura aspra che passa da monti scoscesi al mare nel giro di poco tempo, le strade “impossibili” tortuose e disseminate di carcasse d’auto uscite di carreggiata e lasciate lì. Le cappelle mortuarie che sorgono lontane dai borghi, le cerimonie penitenziali, il senso cupo dell’onore e della vendetta coltivata tra città strette in vicoli di pietra poco distanti da frastagliate formazioni rocciose tinte, al tramonto, di riflessi cromatici rosso sangue …
Tutto ciò è rimasto nella mia mente e si è arricchito a mano a mano che mi sono spinto nella ricerca della storia criminale dell’isola, nella radice di quella che i francesi chiamavano semplicemente la “pegre” ma per gli isolani non era semplicemente la “mala”. Per i corsi le faide familiari, i giri loschi alimentati nelle boites de nuit, i traffici, l’irredentismo si fondevano in una complessa trama di clan e famiglie che chiamavano semplicemente il milieu…

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