IL PROFESSIONISTA .ARMI DI SEDUZIONE DI MASSA (1)

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Una serie di approfondimenti offerti dal Professionista e validi in ogni occasione Reggicalze, bustini, velette e culotte. Il cinema attinge dall’Immaginario erotico per solleticare il pubblico. Il segreto sta, però, nel contenuto e nei modi quanto negli accessori. L’erotismo parte dalla testa. Anche al cinema.
Al cuore, Ramon, devi mirare al cuore…
Passano gli anni, ma la sequenza di riferimento della seduzione cinematografica, tra pizzi, veli e guêpière, resta lo spogliarello di Sofia Loren in Ieri, Oggi, Domani di
Vittorio De Sica. Ed è proprio da tale sequenza che voglio cominciare questo piccolo viaggio negli strumenti di seduzione che il cinema ha così abilmente utilizzato per valorizzare storie e personaggi, materializzando i sogni peccaminosi degli spettatori. L’intimo, sia esso pizzo raffinato o più ruvida corazza di borchie e cuoio, è, da sempre, un fattore scatenante del desiderio. Non sempre e non necessariamente maschile. Di fatto, nel film citato, l’abbigliamento della Loren è studiato con gran cura per stimolare il ‘prurito’ dello spettatore dell’epoca. Volano via una vestaglietta, le calze e ci si ferma al bustino. L’efficacia della sequenza risiede nella sensualità prorompente dell’interprete, nei movimenti, e persino nella reazione dell’eccitato Mastorianni. In breve, la regia e gli interpreti danno energia agli indumenti che, da soli, avrebbero ben poca forza. In quanti film abbiamo visto simili o uguali accessori, ma senza passione, senza sentimento? L’erotismo nasce dalla mente, da ciò che il desiderio prefigura ancor prima di vedere. Christophe Gans (regista d’oltralpe autore, tra l’altro, di Il patto dei lupi che rivela, nella versione integrale, magnifiche immagini di Monica Bellucci fasciata da pizzi settecenteschi di sicura efficacia) raccontava che “A volte penso che il cinema sia un’invenzione degli uomini che l’hanno creato per poter guardare e filmare le donne a loro piacimento”. Parlava di Joko Shimada, attrice giapponese nota per lo scandalo suscitato con Shogun per essere apparsa a seno nudo, circostanza rara nel suo pase, nel film Crying Freeman. La sequenza in questione era castissima. L’attrice attraversava una stanza con un elegante kimono. Eppure, l’occhio della telecamera riusciva a darne un’immagine molto più eccitante rispetto a una scena poco successiva che mostrava un amplesso più che esplicito. L’abito, l’accessorio sono importanti, ma sono parte del racconto cinematografico. Contano per ciò che evocano, non tanto per quello che sono in realtà. È questo che distingue l’erotismo, che è carne ma anche cervello, dalla pornografia. Ricordo un film hard core degli anni ’90 di Marc Dorcel con Carolyn Monroe (!!!!). Una lunga (e alla fine noiosa) inquadratura ginecologica mostrava il bordo di una calza firmato Dior. Dettaglio inutile, giacché tutta l’attenzione era sull’atto nudo e crudo. Se le calze fossero state “smarcate” non l’avrebbe notato nessuno. Tornando al cinema “vero”, anche se d’intrattenimento, mi piace citare una scena da I miei primi quarant’anni dei fratelli Vanzina. Film del 1987 con Carol Alt nei panni di Marina Ripa di Meana. Uno dei frammenti più indovinati mostrava la Alt nuda, di spalle, vestita solo di una lunghissima catena d’oro. Strumento di seduzione e abito prezioso capace di imprigionare letteralmente Elliot Gould. E che dire della famosa pubblicità del Martini con Charlize Theron che s’allontanava sfilacciando il vestito di maglina impigliato in un gancio? L’abbigliamento scelto con cura al servizio dell’interprete e della mise en scène, per accendere la passione di chi guarda. Il cinefilo è un voyeur. Minigonne, string, calze e sandali dai tacchi vertiginosi sono le armi del cinema erotico corrispondenti alle pistole dei film d’azione. Il costume intero di sottile tessuto bianco, trasparente all’acqua, che Ornella Muti indossa in La stanza del vescovo di Dino Risi per provocare Patrick Deware è l’equivalente della pistola costruita pezzo per pezzo da Eli Wallach in Il Buono, il Brutto, il Cattivo di Leone. Dettagli che allo spettatore non sfuggono mai.

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PROFESSIONISTA STORY 07

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Lo dico a ogni nuova uscita: questo Professionista è particolarmente importante. Può sembrare una formula abusata o forse indulgo nella tentazione di considerare l’ultimo romanzo sempre quello più riuscito. Di fatto, come diceva una mia amica con una vaghissima (ma poi non tanto) vena di rammarico, ‘voi narratori non potete avere figli. I libri sono i vostri figli’. Vero, e l’ultimo sembra sempre il più bello. Di fatto questo Professionista Story è indiscutibilmente un volume di grande interesse per diversi motivi. Alcuni riguardano le storie e il loro inserimento nella saga di Chance, altri sono più personali. Cominciamo dal Complotto, una vicenda serrata in poco più di cento pagine. Chiariamo un punto. Se potessi scriverei sempre volumi da 500 pagine. Però la situazione economica ed editoriale è quella che è, bisogna fare i conti con la paginazione e un sacco di altri fattori. Lo so, il Prof è un successo, e me ne compiaccio, ma non (ancora) così grande da permettermi qualsiasi capriccio. Per cui, senza neanche pensare di tagliare le vecchie storie, ho deciso di concepire avventure più brevi. Dopotutto ci sono alcuni episodi (Pietrafredda e Nero Criminale per citare due cui tengo molto) che anche in un ristretto numero di pagine hanno saputo trovare un ritmo e una forza tali da conquistare i lettori. Se una misura più ristretta è programmata sin da principio e non frutto di tagli, il romanzo breve ha una sua valenza, riesce persino a essere più immediato. Come potete vedere sin dal primo approccio è il caso de Il Complotto. Altra novità. La storia inizia a Bruxelles, patria di Chance e teatro della sua giovinezza che poi è stata come molte di ragazzi (…) come noi, affascinati dall’avventura e magari considerati con qualche diffidenza dalle coetanee che li giudicavano dei ‘bamboccioni’. Un po’ il rapporto tra Chance e Roxanne, l’amore dei diciotto anni che, dopo tanto tempo (siamo all’incirca nel 1998) gli chiede aiuto. E scopre una persona diversa. Intendiamoci, si tratta di una classica avventura del Prof, per cui sbando a smancerie, ma è anche l’occasione di sollevare il sipario e sbirciare in un periodo che lui stesso ha quasi dimenticato. Però la storia non si ferma e presto torna a svolgersi in ambientazioni esotiche o quantomeno classiche dello spionaggio avventuroso. Istanbul d’inverno, giusto per dare un tocco di originalità al set. La Porta d’Oriente è una tappa fondamentale nelle spy stories sin dai tempi della Maschera di Dimitrios. Ma il punto d’interesse forse è un altro. Ho scritto questa storia a settembre dell’anno passato, di ritorno appunto da Bruxelles, città che mi ha svelato un paio di ambientazioni suggestive. Le cronache erano, però, occupate dalla guerra in Siria e dalla scoperta dell’impiego di armi chimiche contro i ribelli (o era il contrario?). Volevo parlare della questione e della recrudescenza della Guerra fredda che stiamo vivendo anche in questi giorni. Non mi andava, tuttavia, di essere troppo aderente alla cronaca, così, seguendo un esempio di autori ben più abili di me (da Forsyth a William Boyd) mi sono inventato uno stato sul mar Nero. Il Krasnodar è, e al tempo stesso non è, un luogo reale. È la trasfigurazione di diversi posti, verosimile ma anche libera da impacci, perfetta per parlare di cronaca concedendosi qualche libertà. Volevo uno sfondo ‘russo’ perché mi pareva più adatto, perciò ho creato un luogo dove s’incontrano cosacchi e neonazisti, la mafia russa nelle sue diramazioni ebraiche e persino partigiani ortodossi. Se il risultato è buono lo giudicherete voi, ma io mi sono divertito. Il particolare curioso è che, a mesi di distanza, è scoppiata una crisi in Crimea che, pur con diverse differenze, torna ad avvicinare la fantasia alla realtà. Se fossi De Villiers qualcuno probabilmente ipotizzerebbe un mix di preveggenza politica e informazioni di prima mano. Più modestamente posso dire che l’osservazione attenta del mondo che ci circonda e il piacere di trasfigurare tutto al servizio della storia hanno regalato alla vicenda qualche carta in più. Passiamo poi a Missioni non autorizzate che, come alcuni di voi noteranno subito, non è l’episodio successivo nella continuity delle uscite. La spiegazione è semplice. Quando il volume fu programmato e contrattualizzato sussistevano dei problemi contrattuali con l’editore che aveva pubblicato le ristampe in libreria per Il grande colpo del Marsigliese e Marea rossa. All’epoca con il direttore editoriale decidemmo di anticipare questo episodio che, un po’ era a sé stante, un po’ era anche una novità perché non è mai stato ristampato. Adesso questi problemi sono risolti per cui leggerete nei prossimi numeri del Profstory sia Il grande colpo del Marsigliese che Marea rossa, sempre abbinati a racconti inediti. È vero che la situazione si è sbrogliata in corso d’opera ma, come già ho spiegato, cambiare anche contrattualmente il ‘pacchetto’ diventava un grosso problema, così come avrebbe causato disguidi e forse un pasticcio, togliere quell’unica pagina in cui si fa riferimento agli episodi precedente che, forse, qualcuno noterà. Di fatto l’importante è ritrovare Missioni non autorizzate in una nuova edizione. È un romanzo a cui tengo per ragioni varie. Chi mi conosce e ha seguito le vicissitudini editoriali del Prof sa quanto mi abbia dispiaciuto l’interruzione delle ristampe, avvenuta ormai sette anni fa non tanto per causa delle mancate vendite, ma per una mutata situazione dei rapporti tra me e quell’ editore. Io credevo che la cosa potesse riallacciarsi, tanto che quando l’editor mi convocò nel 2008, avevo nella mia ingenuità portato una copia dell’originale di missioni con me, per darglielo da scansionare. Doccia fredda quando mi disse che, stando così le cose, i rapporti si interrompevano del tutto e addio ristampe. Per questo ci tengo a stabilire che ormai il Prof è solo su Segretissimo e che questo romanzo in particolare mi è carissimo. Si riallaccia un filo interrotto con voi lettori. La storia, poi la scrissi nel 1998 in un periodo in cui ebbi la fortuna di potermi dedicare solo a questo romanzo senza dovermi preoccupare di altri lavori. Volevo un’avventura in Africa, nel Congo che ancora si chiamava Zaire, ma anche nel Vietnam. Una storia con la formula che preferisco, quella di un gruppo di bastardi che si odiano costretti a collaborare per sopravvivere. Ero reduce dalla visione di due film che in qualche modo mi hanno ispirato alcuni aspetti della storia. Jackie Brown (impossibile non riconoscere Pam Grier nel cast immaginario dei personaggi) e Replacement killers (Costretti a uccidere) di Fouquà prodotto da John Woo. Disseminate tra mille altre suggestioni ci sono anche tracce di questi film. Naturalmente poi moltissime esperienze si fondono tra loro creando un’avventura originale che privilegia l’intreccio spionistico nella prima parte e il combat africano nella seconda. Alla fine la formula del Professionista è proprio questa. Un mix calibrato di indagine e azione, di esotismo, intrigo e sesso, con ambienti e personaggi che s’ispirano in qualche modo a luoghi visti e posti sognati e ricostruiti ad hoc per la vicenda. Nel complesso credo che si tratti di un volume interessante, che sarà gradito ai fedeli lettori della serie quanto a chi dovese avvicinarsi per la prima volta. Di sicuro Chance e il suo mondo emergono in una variegata epopea non solo di spie ma anche di avventure. E come è stato per me, dalle storie del Professionista si può partire per esplorare altri mondi narrativi, cinematografici e letterari. Perché questa è la fantasia intelligente, la narrativa popolare che tanto mi piace e che voglio condividere con voi.

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TRUE DETECTIVE, SULLE TRACCE DEL PULP

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C’era una volta la rivista pulp True Crime piena di storie di sbirri e ‘private dick’ con contorno di cattivoni e belle pupe. Il succo dell’hard-boiled che voleva restituire il delitto al luogo di appartenenza: la strada. Il Giallo all’americana contrapposto a quello inglese considerato freddo e semplicemente enigmistico. Da appassionato di entrambi i generi mi astengo dal giudizio su quale sia migliore (disputa alla fine inutile) e mi godo, sempre cercando di imparare qualcosa, il meglio che arriva sulla piazza. Questa miniserie in otto episodi prodotta dalla HBO è stata una sorpresa. Prima di tutto vorrei sottolineare l’autorialità del progetto a confronto di altri progetti simili. Un solo sceneggiatore, un solo regista. Al contrario dall’appiattimento tematico e visivo della maggior parte dei telefilm di genere che si affidano a più autori coordinati in modo da presentare un risultato uniforme, emerge immediatamente una serie di particolarità stilistiche. Nel montaggio, nei campi lunghi ipnotici della Louisiana, nel tratteggio dei personaggi e nei dettagli degli interni. Come un libro scritto da una mano sola. Non stupisce perché Nic Pizzolatto è autore di nerbo (Mondadori pubblicò nel 2010 il suo romanzo Galveston, simile per temi e ambientazioni e lo riproporrà in oscar entro l’estate). A me e a tutti gli appassionati ricorda molto l’Ellroy dei primi tempi, quello di Dalia Nera e Il Grande Nulla, per intenderci, con quella straordinaria capacità di mettere in scena personaggi scorretti, a volte antipatici, asociali, negativi per molti versi ma di saperceli fare amare sino alla fine. Della storia di assassini rituali, coperture politiche, magia nera, di fatto, importa poco. La vicenda comincia con passo lento e lugubre, s’impenna nell’episodio che mostra un lunghissimo piano sequenza d’azione tra i bikers della Fratellanza Ariana, e poi si dirama ancora in mille rivoli sino a ricongiungersi in un fiume impetuoso. È, tuttavia, un elemento secondario. Il fulcro della scena è sempre dei due protagonisti. Ancora una coppia di sbirri, apparentemente antitetici, problematici, due falliti in cerca di redenzione. Ruoli sui quali gli interpreti Woody Harrelson e Matthew McConaughuey, hanno investito molto, e si vede dalla loro partecipazione anche alla produzione. Marty(Harrelson) è il family man, il poliziotto duro, certamente rozzo, schiavo di tutte quelle manie che hanno caratterizzato il filone. Infedeltà coniugale, visione giustizialista del proprio lavoro, alcol e alla fine incapacità di integrarsi con quell’ambiente in cui ha disperatamente bisogno di essere una figura riconosciuta. Il suo collega Rust (McConaguey) è l’opposto. Anche lui, se vogliamo, un archetipo del genere. Lo chiamano Taxman per l’abitudine a girare con un registro per gli appunti sul quale annota tutto anche disegnando. Rust è un solitario, ferito da un lutto familiare così feroce da lasciarlo di pietra nei rapporti umani, segue il caso con maniacale dedizione. Anche lui è ruvido, scontroso. Eroi difficili da accettare per il pubblico generalista perché non immediatamente caratterizzati da segni distintivi consolatori. Li vediamo durante gli interrogatori condotti da due agenti neri e capiamo subito che, in quel caso che sancì e distrusse la loro amicizia negli anni ‘90, accadde qualcosa di terribile che li ha allontanati. E fin quasi alla fine non sapremo cos’è. Nel frattempo prende forma il loro mondo che, sulle prime, respinge. Qui sta l’abilità di autore, regista e interpreti nel tenere avvinto un pubblico suggerendo, a volte con una sola battuta o un’immagine che dietro un incipit quasi banale ci sia dietro molto di più. Qui sta appunto l’arte di usare stereotipi e cliché del genere in maniera intelligente, con coscienza di quanto è stato fatto e il desiderio di andare avanti, di scrivere una pagina in più.
La narrazione, come è logico, subisce nelle ultime puntate un’accelerazione. Se dapprima abbiamo visto svolgersi gli antefatti in una intelligente mescolanza di interrogatori svolti oggi con i protagonisti invecchiati e marchiati severamente dal tempo e delle loro vicissitudini, si arriva alle puntate finali in tempo reale. Da un’amicizia rinsaldata dal trascorrere del tempo ma anche da quello spirito un po’ì giustizialista ma vigoroso, amato dagli spettatori, si passa a un’indagine complessa, portata avanti senza tempi morti sino a una vera e propria discesa all’inferno in cui tutti ottengono quello che hanno cercato, sino alle estreme conseguenze. E il finale lascia il desiderio di rivedere nuovamente tutto dall’inizio per cogliere i particolari tralasciati a una prima visione e ricomporre il mosaico. La serie ha scatenato un’ondata di consensi da parte di intenditori e fans, tanto da stimolare subito la produzione di una seconda stagione. Come già accade per American Horror Story, saranno miniserie monotematiche con vicende e personaggi nuovi. Una scelta intelligente. Alla fine si tratta di un unico lungo film di otto ore che termina così e copre una storia di anni che forse dotare di un sequel sarebbe negativo. Aspettiamo di vedere cosa succederà nella prossima stagione. In chiusura alcune osservazioni. True Detective non è una serie facile. Per situazioni e personaggi credo risulterebbe troppo pesante se non sgradita al pubblico generalista. Chi l’ha amata, invece, la difende a spada tratta e trovo interessante che tra coloro che l’hanno gradita, osservazioni e giudizi, riferimenti ed emozioni combacino. Significa che si tratta di un prodotto specifico, di ‘nicchia’ senza che ciò implichi alcunché di negativo. Vale la pena di produrre e distribuire prodotti del genere, sotto l’ottica commerciale che ormai è imperante in editoria e produzioni cinetelevisive? Secondo me sì. Per due motivi. Il primo è che alcune produzioni generaliste ormai non fanno più i numeri di una volta e quindi non ha più senso voler accontentare tutti per poi avere comunque un ristretto numero di seguaci. Da qui la seconda motivazione. Gli appassionati, gli ‘hard core maniacs’ del genere di fronte a queste proposte non si fanno mancare una puntata (o un volume della serie se parliamo di libri). Significa magari lavorare per tirature e numeri più bassi ma, se la qualità resta alta, certi. Ancora una volta la barriera tra prodotti mainstream e di genere torna a essere solo una stupida, inutile classificazione di chi le storie non solo non le racconta, ma non sa neanche venderle.

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IL PROFESSIONISTA I LUOGHI E IL SOGNO

i luoghi e il sogno

Tre gli elementi fondamentali per il successo di un romanzo. I personaggi. L’Intreccio. L’ambientazione. A volte ci scordiamo che il terzo può addirittura travalicare i primi due o, quantomeno, diventare quel nerbo che li sostiene nelle loro manchevolezze. Si scrive, di questo sono convinto, fondamentalmente per colpire al cuore. Suscitare emozioni, con i fatti, le parole, le suggestioni. Il famoso “patto con il lettore” che ci permette di approdare a situazioni a volte surrealistiche, incredibili in altri contesti, si suggella a livello emotivo. Anche se si tratta di narrativa d’evasione, di genere, anzi forse proprio per quello, se la vostra storia non ha cuore, difficilmente il pubblico vi seguirà. Ovvio che non si può piacere a tutti e quel legame di affinità emotiva che sentite così forte con alcuni lettori, con altri sarà nullo. Dopotutto non si possono piantare semi tra le pietre.
Il luogo in cui si svolge una vicenda è fondamentale. Nel mio lavoro ha un ruolo di grande importanza, un po’ perché ho sempre concepito i romanzi come piccoli film costruiti con parole e fantasia, un po’ perché da sempre amo essere trascinato al centro di un reame favoloso e suggestivo e voglio trasmettere questa magia ai lettori. A questo punto è necessario fare un distinguo. La realtà e la fiction, procedono parallele, ma il mondo raccontato non è mai esattamente quello reale. Vi si avvicina ma è come se fosse un po’ fuori registro. Per cui se la ricerca e la documentazione sono importantissime, il risultato finale è una vostra rielaborazione di quanto avete appreso. Per piacere e gusto personale ho viaggiato e viaggio moltissimo, sempre con la macchina fotografia e lo sguardo aperto. Raccolgo una grande quantità di materiale iconografico e informativo su ogni posto che mi capiti di visitare. In qualche modo so che, prima o poi, lo utilizzerò come ‘set’ per una storia. Studio i luoghi, cerco di capire come sono realmente, vado alla ricerca di set inediti. Non di rado li costruisco io. E qui ci siamo. L’ambiente che ritraete non è la realtà. Non state scrivendo una guida turistica, un libro di storia o girando un documentario. State appellandovi a quello che Laura Grimaldi, grande editor e narratrice lei stessa, chiama ‘diritto dell’autore’. State svolgendo quell’attività che, intermini di produzione cinematografica, si chiama ‘location scouting’. Il luogo è funzionale alla storia, non un posto reale. Tutto è in funzione della storia, della vicenda che voi avete scelto di raccontare. Che non è la realtà. Quindi tutto, fatte salve alcune regole di coerenza che per esempio non ci permetterebbero di mettere un’autostrada al polo Nord, tutto è permesso. I luoghi, la geografia, i dettagli hanno senso solo se funzionali alla vicenda. E se vi serve una licenza, prendetevela. Narrativa e cinema sono pieni di queste incongruenze con la realtà. Ricordate l’inizio di Quantum of Solace? In un frenetico inseguimento in auto 007 passa da Limone sul Garda alle cave di marmo di Carrara sino ai vicoli di Siena. E quante volte in film e romanzi avete visto luoghi conosciuti cambiare nome, topografia e caratteristiche solo perché…così era meglio. Un po’ come, in un altro campo della ricerca (quello tecnico) alcune storie sono piene di finta tecnologia studiata appositamente per rendere più fluida la narrazione. Chi ha ancora da ridire sul fatto che Lee Marvin in I gangster impugnava un revolver con il silenziatore, cosa che sappiamo impossibile? Qualche grillo parlante. Ma chi lo ascolta? L’emozione che nasce dalla fluidità della storia, l’effetto di un luogo spostato vicino a un altro, persino qualche incongruenza temporale (ma chi calcola esattamente i tempi di 24?) sono al servizio di storie memorabili. Da qui nasce la constatazione che i luoghi, per quanto amati, fotografati, ricostruiti sono solo punti di partenza. Scenografie reali per una architettura fantastica. Il Sogno prende il sopravvento. Distorce e ricrea in funzione della narrazione. Fa vostri luoghi reali, trasfigurandoli in qualcos’altro. Hong Kong, il Sahara, Parigi, l’Oceano e l’Himalaya non sono nomi su una carta geografica. Sono approdi dell’Immaginario e null’altro importa. Si accendono di luci, investiti dalla pioggia o bruciati dal sole per riflesso del mood della vicenda. Sono, come il castello di Dracula immaginato da Coppola, simile a un trono scolpito nella roccia, largher than life. Per questo li amiamo. Si mescoli la realtà alla finzione. Il ponte di Brooklyn non è più se stesso ma un simbolo. È sufficiente vederne lo scorcio per riconoscere le fantasie suscitate non da uno, ma da cento film. Così come, storicamente parlando, il West non è quello che era davvero ma quello che abbiamo sognato in cento romanzi, fumetti, film. So che questa opinione può non essere condivisa da alcuni, ma sono anche convinto che una sterminata schiera di colleghi la pensino come me e così anche tantissimi lettori e spettatori. La narrativa è strettamente legata al fascino dell’ignoto, nella trasfigurazione di ciò che abbiamo visto portata all’estremo per alimentare lo stimolo dell’imprevisto e dell’imprevedibile. Se si toccano le emozioni anche una strada grigia può diventare un luogo mitologico, affascinante. E se dobbiamo modificarne il percorso, aggiungervi dettagli che nel modello originale non ci sono, ben venga. La creatività vince sempre sulla gretta osservazione dei fatti. È alla fine lo stesso principio per cui, anche nella serialità, credo sia opportuno cercare sempre una soluzione originale, nuova. Cosa s’è inventato stavolta? deve chiedersi il lettore. Il didascalismo e la pignoleria li lasciamo a chi di fantasia non ne ha. E, come diceva il Maestro: “Il saggio cerca la verità, l’imbecille trova l’errore”. Noi salpiamo invece verso un mare sterminato che ci porterà a volte su spiagge conosciute che riconosciamo familiari, a volte ad approdi inediti. Alcuni di questi, come è tradizione consolidata tra i narratori, neppure esistenti. Terre immaginarie che sanno di molti paesi messi assieme e costituiscono una mappa fantastica che non ha pari. Che c’importa di sapere se l’Isola di Mompracem esisteva o meno? Vedere uno scoglio tra i flutti uguale a mille altri non ci aiuterà a riconoscere i bastioni della roccaforte di Sandokan.
Tornando al Professionista luoghi reali si abbinano perfettamente con altri inventati. Ricordate il Kazanstan di Guerre Segrete? È un artifizio come lo Zangaro di Forsythe, la Madripoor di Wolverine e cento altri luoghi dal favoloso reame del Prigioniero di Zenda che ci consentono di parlare di cose reali senza incorrere in pastoie a volte insuperabili. Esistono perché vogliamo che esitano. Anzi perché “sogniamo” che esistono. E si abbinano ad ambientazioni precise e reali. Ma anche queste sono una interpretazione, uno spunto che poi si sviluppa in funzione del racconto. Non potrebbe essere che così, altrimenti della creatività non resterebbe nulla. E tutti potrebbero scrivere cosa che, ahimè, non è concessa se non ha chi possiede il dono della Fantasia. E il Cuore per seguirla.

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IN GIRO PER IL MONDO CON IL PROFESSIONISTA

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La missione più difficile per l’autore del Professionista è, oggi, trovare le location per le avventure di Chance. Varianti e difficoltà sono parecchie e sempre da tener presenti. Prima di tutto occorre garantire sempre una certa varietà di ambienti. Anche se, come molti di voi sanno, ho una predilezione per l’Asia e le location esotiche, predilette dalla maggior parte dei lettori, non sarebbe logico (e neppure divertente) che tutte le avventure si svolgessero negli stessi luoghi. Inoltre, dal confronto con molti di voi su varie piattaforme è emerso che gli amanti dell’esotismo sono comunque quasi equiparati da coloro che, magari, vorrebbero le storie sempre ambientate a Gangland, oppure prediligono avventure dislocate nelle più tradizionali ambientazioni della Guerra Fredda. Se anche più volte ho espresso minor interesse per i set americani (che mi paiono inflazionati sia nei romanzi che al cinema e, comunque, visti così tante volte che risulta difficile ritrarli senza cadere nei cliché) a volte il Prof salta anche l’oceano per approdare negli USA. Io mi sono formato fondamentalmente sulla spy anglosassone, ma anche francese e cerco di mettere un tocco di Italia o quantomeno di Europa abbinato alle mie passioni, per cui sono meta privilegiata tutte le altre parti del mondo. Però, dopo molte avventure, la mappa si restringe. E allora via, alla ricerca di un’ambientazione che possa risultare congrua con la storia ma che sia un po’ sempre una sorpresa. Ora, considerato il fatto che lo schema narrativo del prof porta a frequenti cambi di location e che raramente (anche se succede come in Gangland o Beirut Gangwar) la vicenda si sviluppa in un solo luogo, si tratta di una caccia appassionante. Fa parte anche questo di un magnifico mestiere che, malgrado difficoltà e rovesci, mi ha regalato e continua a regalarmi grandissime soddisfazioni. Una di queste è proprio la ‘caccia’ alle nuove location, che si abbina con la ricerca di nuove angolazioni di quelle più abituali. Se l’azione e il ritmo sono fondamentali quanto l’intreccio,vl’inserimento di una storia è altrettanto importante. A tal punto (come nella più pura tradizione pulp) che a volte luoghi e paesi nascono dalla mia fantasia. Espediente non nuovo per i narratori (basti ricordare lo Zangaro di Forsythe) che non solo permette di parlare liberamente di luoghi noti in cronaca senza avventurarsi ‘troppo’ nella geopolitica e magari essere contraddetti dai fatti, ma anche di riunire ambientazioni gradite in un unico panorama con la libertà di potersi muovere in uno scenario verosimile ma non soggetto a troppe restrizioni. Ne riparleremo.

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…COSTRETTO A UCCIDERE ANCORA

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Un po’ era nell’aria. Forse perché in questi anni ho alimentato spesso la mia vena di ‘giallista’ che ha altri motivi ispiratori e altri modelli rispetto a quella spionistica che pure coltivo ancora con grandissimo piacere. Dopo aver percorso per anni la via dell’Italian Giallo attraverso il racconto più o meno breve (dagli episodi per Confidenze a Giallo 24) mi ero cimentato in “Il palazzo dalle cinque porte” che sicuramente avrà un seguito, mi è capitata l’occasione di scrivere un testo di media lunghezza, un romanzo breve sulle 160 pagine, come si dice, per la collana Crimen diretta da Daniele Cambiaso per l’editore genovese Cordero. L’idea è maturata a Giallo Latino, nella cornice dell’hotel Miramare che da anni ci ospita e presenta una varietà di bellissime ma anche inquietanti ambientazioni, posto com’è sull’ultimo lembo di spiaggia prima del lago di Fogliano e il parco del Circeo.
“Mosaico a tessere di sangue” è, al contrario del “Palazzo” un vero e proprio Thrilling italiano, ambientato oggi ma con tutti quegli elementi che mi fecero sognare al tempo degli argentiani. Argento ma non solo. Come sapete, in passato ho curato una antologia e scritto un saggio su quella gloriosa stagione cinematografica italiana. Questa volta si tratta di una vicenda con tanto di serial killer, di delitti efferati, di atmosfere claustrofobiche, anche se scoprire realmente l’identità dell’assassino è piacere che avrete solo alla fine del romanzo. Volevo giocare con i luoghi, l’angoscia, i personaggi e mi sono trovato a dirigere come al solito un mio film ‘mentale’ sostenendo quella che è una mia opinione degli ultimi tempi. Ci sono in giro romanzi troppo lunghi, thriller annegati in fiumi di parole, sottotrame, psicologismi forse non sempre e non obbligatoriamente utili alla trama. Invece così, lasciando che i luoghi emergano da precise pennellate e i personaggi si definiscano per quello che fanno e dicono, il ritmo ne guadagna, la suspense sale, e tutto acquista una dinamicità che a volte fatico a trovare in molti best seller. Vanità del narratore’ magari sì, però l’ho trovata una esperienza divertentissima e mi auguro proprio che il romanzo vi divertirà. Sarà stampato in cartaceo tra una quindicina di giorni recuperabile su IBS, la Libreria Universitaria e direttamente dall’editore oltre che in una scelta di librerie e magari a qualche presentazione. Questi sono i tempi dell’editoria di oggi. Va bene così. Purché si possa essere liberi di raccontare le proprie storie e condividerle con il lettore. Alla fine ha vinto la voglia di narrare e, per parafrasare un bel thriller degli anni ’70 “L’assassino è costretto a uccidere ancora”… e con lui l’autore. Fortunatamente solo con la fantasia.

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A BRUCIAPELO CON IL PROFESSIONISTA

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Torna con furia e adrenalina il Professionista nel nuovo episodio inedito a marzo su Segretissimo. Missione White Tiger. L’ho scritto un anno fa in un momento forse non felicissimo, senza contratto, davanti a un orizzonte buio. Poi il contratto è arrivato e con lui altre buone notizie. Malgrado la Crisi il Prof tiene, aumenta i titoli. Nuova carica, nuova energia. E mi pareva giusto scrivere ancora un volta in prima persona, come sempre quando la storia la sento di ‘ viscere’. Questa è un’avventura a cento allora, anche se non mancano momenti di indagine, di riflessione, di passione. Di atmosfera anche. Quella dell’Africa ma soprattutto Praga e quel Laos che non è ancora stato un set per le avventure del Prof. L’indocina ogni volta è differente. Come Gangland che c’è, poco, ma con un peso considerevole. Alla fine è una storia di vendetta. Ma anche di giustizia. Quella del Prof, che spesso è violenta, politicamente scorretta. Ma quando si combatte contro certi animali non si può sparare l’anestetico. E questo era il caso. Un’avventura di spionaggio internazionale ma anche una battaglia contro la mala di casa nostra. Leggete tra le righe. Oppure gustatevi un’avventura in cui torna Antonia Lake ma appaiono altre donne altrettanto affascinanti e pericolose. Valeria, Kristara, la fata dell’Improvviso Risveglio. Un racconto che mi è scaturito così, di petto, strutturato in un secondo e poi cesellato, ma ,grazie al racconto in prima persona, sempre di corsa. Perché scrivere l’azione non è solo botti e spari. È indagine, contatti, riflessioni. Ma tutto sparato con le parole giuste e non una di più. Così sono arrivato in fondo con qualche pagina d’anticipo rispetto al solito. Che fare? Allungare il brodo? Davvero, una sparatoria o una scopata in più non avrebbero aggiunto nulla. La storia era già tutta lì con mille intrighi, un intreccio complesso, informazioni e a sorpresa, qualche sfaccettatura inedita del Prof. E allora ho ripescato un racconto rimasto inedito che si ricollega ai tempi di Nero Criminale. Un affare di donne vede Antonia e la bimba insieme per una missione a Cracovia. Un romanzo breve. Un doppio colpo. Sono molto orgoglioso di questo volume. C’è tutto il Professionista. Ci sono tutto io e il mio mondo immaginario. Il Prof si conferma la serie più amate e venduta italiana. Una ragione ci sarà.

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UN PROFESSIONISTA BARBARICO!!!!!

OSCURA per blog
Credo che lo sappiate. Ho sposato in pieno la causa della narrativa popolare, di ampia divulgazione, senza ‘messaggi’ di puro intrattenimento. Un modo per affermare la mia personalità di artigiano, proprio come era mio nonno materno che scolpiva invece di scrivere e per mantenere la famiglia ha industrializzato la sua arte creando magnifiche statue funerarie(non solo) che si possono trovare al cimitero di Bologna e altre opere diffuse un po’ in tutto il territorio intorno a Ferrara. O come l’altro nonno, paterno stavolta, che era maestro di musica e per qualche tempo diresse una piccola banda, in Liguria. Artigiani, appassionati della loro arte tanto da farne un lavoro. A volte con estrema umiltà ma con grande dedizione. A me è capitato di scrivere e questo mi ha regalato soddisfazioni oltre ogni immaginazione. Forse qualche dispiacere quando ci si scontra con il mondo ‘ufficiale’ quello che conferisce premi e ti promuove. Quello a cui non appartieni per razza e che, alla fine, non ha veramente importanza raggiungere. Tutto si risolve nell’essere narratori o non esserlo. Una cosa che lo sappiamo noi cosa vuol dire e se è vero. E nessun altro. E facendo questo mestiere, come il fornaio e il carpentiere ogni mattina, ci si appassiona, si sperimenta e si vuole sempre seguire una strada diversa. Io da anni coltivavo due idee che non avevo mai avuto la possibilità di sviluppare. Una era scrivere dei racconti di Sword & Sorcery. Chi non ha sognato di ricreare il mondo di Howard, di spada, magia, sesso, violenza ,con un protagonista brutale, barbarico, sopra ogni legge o morale? Io sì…aspettavo l’occasione giusta. Poi volevo mettere sulla pagina storie di gladiatori e generali romani, di vogliose matrone patrizie, di streghe, di maghi. Insomma questo è il mondo che è uscito dalla mia niente con Obscura Legio, una nuova serie di romanzi brevi(80 pagine circa) realizzati per Mezzotints in ebook (per ora…).ed eccolo lì Jorgas che è un gladiatore cartaginese ma ha il viso ei muscoli di Jason Momoa nell’ultimo Conan e qualcosa di più. Inserito in un mondo romano credibile ma non in un manuale di storia. Un mondo dove la vita di un uomo vale quanto la forza del suo braccio per sostenere la spada. Un mondo dove le donne sono magnifiche e pericolose, dove esiste la magia, l’orrore ma ci si scontra sempre ferro contro ferro. “Sappi o Principe…”

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IL PROFESSIONISTA contro BAS SALIERI

ilduro e il seduttore
Chi, come me, ha sposato il “genere” e proprio non può fare a meno di raccontare storie, ha necessità, di tanto in tanto, di sperimentare e cambiare registro. Regola prima. Amare la vicenda che si narra. È il caso di “Il palazzo dalle cinque porte”, un mystery italiano di stampo classico che ho avuto la grande soddisfazione di pubblicare nella collana che ha fatto la storia del Giallo italiano (tanto da dargli il nome…). Era anche una bella sfida, una di quelle che l’autore “pulp” deve accettare. Il format del Giallo è molto differente da quello di Segretissimo. Se vogliamo quasi antitetico. Mentre nella collana storica (unica al mondo!) di spionaggio e azione della Mondadori è privilegiato il ritmo, l’esotismo, l’intreccio violento e internazionale, le regole cambiano totalmente nella collezione iniziata nel 1929 con Philo Vance. Qui dominano l’intreccio, l’atmosfera, le caratterizzazioni. Persino i maestri dell’hard boiled americano, nel corso degli anni, hanno sempre fatto un po’ più fatica a imporsi. Ora che il giallo italiano è stato sdoganato, mi sono subito reso conto che il linguaggio e la vicenda dovevano essere differenti. Il mio obiettivo era scrivere una storia “italiana” ma con meccanismi del mystery, in particolare quello che amo di più, alla Dickson Carr. Storie che, pur restando legate alla logica e alla realtà, hanno una sfumatura gotica. Naturalmente, tutto il contorno composto da ambientazione, mistero, atmosfere, ruota intorno al protagonista. E qui arriva il cimento più difficile. Il Professionista ( amatissimo dai lettori di Segretissimo) doveva farsi un po’ da parte, per lasciare spazio a un protagonista differente. Ugualmente carismatico ma diverso. Una osservazione. Per convenzione gli eroi di Segretissimo sono ‘professionisti’, vivono in un mondo (che poi non è esattamente quello reale, ma è accettato dal pubblico), in cui si uccide a sangue freddo, si complotta e si corrono rischi continui con la massima naturalezza. Non dico che sia così nella realtà, ma questo è uno dei bastioni della collana. Se il Professionista si facesse prendere da timori o rimorsi ogni volta che spara , sarebbe già morto da un pezzo… probabilmente assieme ai suoi lettori, uccidi dalla noia. Rovelli e scrupoli non si addicono a questo modello di eroe. Che trova un suo realismo su altri piani narrativi. Chance Renard, il Professionista, non è, oggettivamente, una “brava persona”. Ha il suo codice ma è , per sua stessa ammissione, un assassino. Che cosa vi aspettate da uno che a vent’anni è scappato di casa per arruolarsi nella Legione Straniera, dopo due turni ha disertato ed è diventato un agente free-lance che , poi è un modo carino di dire che è un mercenario? Uno che ha perso numerosi pezzi(dita, lobo dell’orecchio, pallottola in gola) ed è sempre sopravvissuto. Non è un rozzo e questo trapela spesso, ma ha dentro di sé una tale carica di aggressività da annichilire anche i più scafati duri con cui viene a contatto. Ama le donne, sa anche come prenderle ( a volte, a volte no…), sa mostrare i sentimenti senza abbassare mai la corazza del duro. Del resto con “femmine” come Antonia Lake e Mimy Oshima è anche l’unica via di seduzione. Un universo di professionisti, di gente violenta che sopravvive a qualsiasi costo.Bas Salieri, protagonista del “Palazzo”, invece, è una persona “normale”. Può avere un passato non sempre limpido, motivi suoi, anche oscuri, ma è uno studioso, un uomo di spettacolo che non incontra la morte come abitudine. Il mio intento era quello di non fargli sparare neanche un colpo di pistola in tutto il romanzo. Bas, tuttavia, non è una vittima delle circostanze. Personalmente non mi piacciono molto i “poveracci trascinati in un incubo”, anche se questo è uno dei modelli, soprattutto del noir. Autori di grandissima abilità come Woolrich ne hanno raccontato le storie in maniera insuperabile. Io volevo una persona decisa, un po’ tenebrosa, che di fronte alla morte e al delitto ha reazioni umane, ma che conserva sempre un certo distacco. Diceva Wilbur Smith in un incontro con il pubblico un po’ di anni fa, che l’eroe di una storia deve essere un esperto in una cosa ignorata da tutti gli altri. Bas Salieri è uno studioso di storia della magia, è un illusionista, ricercai falsi maghi. È un uomo di cultura, con interessi vari. Distinto nell’aspetto, veste con sobrietà ma con stile. Sa corteggiare una donna, distinguere i vini migliori e i profumi.sa, soprattutto, quando nel gioco della seduzione è meglio aspettare e quando bisogna dimostrarsi decisi. È un uomo d’azione (anche se non necessariamente violenta) nel senso che si muove con determinazione, ma anche di pensiero. Sa, in modo particolare, ascoltare, trarre informazioni da discussioni in apparenza mondane, utili informazioni per svelare il mistero che lo circonda. Issa, l’affascinante gallerista che incontra a Venezia, nota la perla che porta come ciondolo. “Solo gli omosessuali e i fanatici della moda portano gioielli e lei non mi sembra né l’uno né l’altro” dice in uno scambio di battute, provocatorio. Bas risponde spiegando che quella perla è un regalo di uno sciamano. Senza molte altre spiegazioni afferma la sua raffinatezza e lascia trapela un mistero che lo circonda. Allo stesso modo bassa muoversi tra le persone. Lo dimostra la strana alleanza che stringe con il vicequestore Panitta, un poliziotto con i piedi per terra, diffidente e non facile da prendere. Eppure dal loro sodalizio, unendo capacità differenti, scaturirà la soluzione del mistero. Bas Salieri è il fulcro del romanzo, si mescola e domina l’ambiente in cui si muove. Venezia, che sembra tendergli dei tranelli a ogni angolo, in realtà, è parte di lui. Leggendo scopriremo perché.
Questa era la sfida e questo il modo in cui l’ho affrontata. Mi auguro che il romanzo vi sia gradito e riesca ad agganciare anche i ‘patiti’ del Professionista. C’è una linea sottile che li unisce , anche se, nel caso s’incontrassero davvero, non so se andrebbero d’accordo. 

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LA SFIDA DEL GIALLO MONDADORI

per il blog

Dopo lunga gestazione esce a febbraio nella prestigiosa collana Il Giallo Mondadori IL PALAZZO DALLE CINQUE PORTE un thriller che firmo con il mio nome. prima di tutto ci tengo a dire che uscire così come Di marino sul Giallo, nella collana regolare, è un grandissimo risultato. Significa mettere una piccola impronta nella storia del giallo in Italia e per me, malgrado tutto, l’esperienza, i volumi pubblicati e il resto, resta un grandissimo riconoscimento. Tantopiù che migliore presentazione non potevo avere di quella avvenuta a Nebbia Gialla noir festival con tantissimo pubblico e parole di stima da parte di Franco Forte che è editor, collega e amico.
Una piccola pausa per il Prof che vi aspetta il mese prossimo con una nuova avventura ineditanella serie regolare del Professionista con ambientazioni quantomai variate tra l’Africa, gangland, praga e l’Indocina amatissima.
Spero di conquistare i lettori del prof anche con questa proposta che è forse un po’ differente nei modi, ma non nella sostanza. Ritmo e passione nella scrittura restano immutati. Buona lettura.
(La foto originale è di Enrico Grossi)

Scrivere, raccontare storie ‘vivendo’ l’esperienza del narratore per davvero, significa anche accettare delle sfida. Vuol dire seguire a volte impulsi e suggestioni anche un po’ diversi (non contrastanti) con quello che si fa di solito e sembra ‘garantito’. Credo sia l’unico modo per migliorare e tenere via l’attenzione dei lettori. Già per quel che riguarda temi e modi nella serie del Professionista abbiamo parlato di questo concetto che si è dimostrato vincente , superando la veccia regola che vorrebbe i serial composti di episodi tutti uguali uno all’altro. Ma a volte occorre spingersi un po’ più in là. Così è stato nella mia esperienza con il thriller, che data già da qualche anno ma che si concretizza solo ora con l’uscita di “Il palazzo dalle cinque porte” nel Giallo Mondadori. Già molti sanno della mia passione per il ‘thrilling’ italiano anni 70 e gli sceneggiati di Giallo e Mistero(tra i quali ricordo soprattutto quelli scritti e adattati da Biagio proietti, amico e collega ma soprattutto Maestro) della mia adolescenza. In effetti un po’ per la rivista ‘’Confidenze’, un po’ sul Giallo (‘Donna con viso di Pantera’) in Giallo 24 mi sono cimentato in quella che è la mia versione dell’Italian Giallo. Racconti di varia lunghezza e complessità che son ostati un’ottima palestra per affrontare un filone che pur conservando la sacra regola del ritmo, della narrativa avvincente si discosta dall’azione hard core dei miei romanzi di spionaggio e d’avventura. La sfida era e riuscire a mantenere la presa al collo del lettore ma con espedienti e personaggi differenti dal solito. ‘Il palazzo dalle cinque porte’ è un romanzo di lunga gestazione, concepito quasi sette anni fa, realizzato tra il 2008 e il 2009 che vede la luce alla fine dopo una mia severa revisione in vista dell’inserimento nel Giallo. Nella prima versione èera più lungo e indulgeva in numerosi passaggi forse giustificati alla luce di un’opera da libreria ma che sarebbero risultati ridondanti nel giallo che richiede sempre una struttura agile e un ritmo veloce. Tutto questo però senza rinunciare all’atmosfera, alla suspense che sono le vere caratteristiche distintive del romanzo. C’è il mistero, il colpevole da smascherare, i delitti. Ma è nell’impianto generale che non può prescindere dall’ambientazione veneziana, dalle suggestioni esoteriche(benché mai sovrannaturali…tutto ha una spiegazione logica) che ‘Il palazzo delle cinque porte’ gioca le sue carte. Qualche parola sul protagonista che non è (almeno nelle intenzioni…mai dire mai) un eroe seriale. Ovviamente ha qualcosa di me ma non poteva essere troppo simile al professionista, come altri miei protagonisti d’azione. Per dirla tutta nei thriller che ho scritto sino a ora ho sempre avuto protagoniste femminili ma, dovendo affrontare un romanzo, anche piuttosto corposo, mi sono trovato più a mio agio con un carattere maschile. Sebastiano ‘Bas’ Salieri è, fondamentalmente, uno studioso, un uomo di spettacolo, ma anche uno smascheratore di falsi maghi. Se l’aspetto e i modi sono( concedetemelo) un po’ ispirati ad Arsène Lupin e c’è in lui una vena nascosta di violenza. In tutta la storia affiorano ricordi di guerre in paesi lontani, esperienze violente. Non è un mercenario o un eroe hard-boiled però s’intuisce (qui sta il trucco) un uomo che alle spalle ha un vissuto non certo facile. Non mi sono mai piaciute le formule del ‘poveraccio trascinato suo malgrado in un incubo da cui emerge dotato di improvvise capacità di sopravvivenza’. Alla fine l’eroe improbabile non fa per me. Bas Salieri è un uomo di cultura, un bon vivant esattamente come il professionista. Semplicemente la vita che si è scelto(quella attuale perché dal suo passato emergono anche ricordi di azione e violenza) lo porta ad agire in maniera più sottile. Di certo non è passivo di fronte al complotto che lo aspetta a Venezia. Il resto lo scoprirete leggendo il romanzo ma forse è sufficiente notare il piglio con cui affronta le situazioni, l’energia con cui scavalca quel muro di cinta quando pensa che la sua amica stia correndo un pericolo mortale per sgombrare il campo dall’idea che sia un poveretto trascinato in un gioco più grande di lui. Per qui, signori, il giocoè estremante pericoloso.

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