IL PROFESSIONISTA: CINEMA DI SEDUZIONE(4)

seduzione 4

Interno in un convento
Un particolare sotto filone del WIP è il cosiddetto “Conventuale”. Vicende per lo più di ambientazione cinquecentesca con velleità di ispirazione letteraria (Manzoni ma anche Stendhal e Diderot), in realtà lasciano libero sfogo a una delle ossessioni erotiche nostrane più consolidate. Se l’uniforme in sé sul corpo femminile stimola la fantasia (si vedano poliziotte, dottoresse, infermiere di cui parleremo nel finale dedicato alla commedia sexy), scoprire cosa si nasconde sotto il velo monacale è una tentazione irresistibile. Se pure è vero che la tonaca abbinata a varie fogge di cuffiette prese dagli ordini più disparati non si discosta molto dal camicione nero con collarino candido, è proprio “sotto” l’abito che si vede di che pasta è fatta la monaca.
Tra tutti citerei Storia di una monaca di clausura di Domenico Paolella che schiera due tra le (allora) più affascinanti bellezze del nostro cinema. Eleonora Giorgi, monaca per forza, subisce una prima umiliazione all’atto dell’ingresso in Convento. Sotto la tonaca le viene imposto un corsetto di tessuto ruvido a stecche, non esattamente un cilicio ma di certo un indumento scomodo concepito per lasciare il segno sulla pelle morbida della novizia. Qui, come in tutti i film della serie, il Convento diventa una prigione e non mancano le caratterizzazioni del WIP. La badessa è quasi sempre lussuriosa, sadica e tentatrice. Compaiono poi schiere di consorelle più che disposte a cercare piaceri saffici e non in ogni occasione. Nel film citato oltre la scena della spoliazione della Giorgia che ci permette di vedere anche pizzi e sottovesti d’epoca ed è di per sé un piccolo capolavoro di striptease al contrario, c’è una scena di seduzione con Catherine Spaak che s’agghinda da uomo usando ciocche di capelli come baffi che raggiunge l’apice del genere. Anche qui calze nere e tanga, contro ogni logica storica, diventano la divisa abituale delle monachelle. Fanno eccezione larghi camicioni di lino bianco destinati alla trasparenza nelle immancabili sequenze della doccia. Eva Grimaldi in La monaca del peccato di Joe D’Amato (che è sempre Massacesi), mostra abbinate alle solite calze a mezza coscia mutandoni bianchi della nonna che, addosso a lei, sono quasi più erotici dei tanga delle consorelle. Fanno da complemento tutta una serie di accessori da tortura tra i più stravaganti, dal ‘clisterone’ dell’inquisitore sino a un bizzarro strumento di seduzione usato da Alessandro Gassman in Delitti e misfatti della monaca di Monza. Per sedurre la badessa il giovane nobilastro lombardo le fa leccare una calamita… effetto assicurato a giudicare dalla febbre erotica che s’impadronisce della santa(!) donna. Il genere ha anche una sua deriva comica in tutta una serie di commedie ispirate al Decameron pasolinano. La suora di La bella Antonia prima monaca e poi dimonia (Edwige Fenech) o La novizia dei nostri tempi interpretata da Gloria Guida fanno sfoggio immancabilmente di calze a mezza coscia e mutandine più o meno ridotte. Come sempre, però non è l’abito che fa la monaca. Due esempi per tutti. Ornella Muti giovanissima in Le monache di Sant’Arcangelo sprizza sesso senza mostrare un lembo di carne nuda con il solo visino incorniciato dalla cuffietta e Barbara Bouchet è sontuosa immagine di bellezza femminile irraggiungibile nei panni della Badessa di Castro di Armando Crispino.

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IL PROFESSIONISTA:MISSIONE SEDUZIONE

seduction
“These boots are made for walking …for walking all over you (Questi stivali son fatti per camminare… per camminarti sopra)” cantava Nancy Sinatra in una famosa canzone. Il sadomasochismo è parte della passione erotica (tutti i gusti son gusti) e anche il cinema l’ha notato. Il filone WIP ossia Women in Prison, Donne in Prigione fa parte del fenomeno noto ai cinefili come “sexploitation” ossia lo sfruttamento del sesso nei film. Genere particolarmente in voga sino all’inizio degli anni ’80 e la diffusione di massa dell’hardcore a luci rosse. Non solo in Italia. In tutto il mondo si aggiravano le barriere della censura con film a volte mascherati da reportage o con sottese morali ma concepiti per mostrare –fino a un certo punto – ciò che era vietato. Di certo storie di donne prigioniere, vessate e torturate erano molto gradite al pubblico. Finali consolatori e richiami alla morale erano solo etichette. Il vero piacere erotico era mostrare situazioni di giovani donne sottomesse da altre donne. Sopraffazione, rapporti saffici, sadomasochismo… a pizzi e merletti si sostituiscono cuoio e catene, nuovi accessori entrano in gioco. Stivali e frustini prima di tutti. Icona di questo genere è Ilsa, giunonica capoguardiana interpretata dalla prorompente Dyanne Thorne dalle forme esagerate, i capelli biondi e un viso androgino, duro, rimasto emblema del WIP anche se pochi hanno visto i suoi film. La Thorne (che studiò all’ Actors’ studio e oggi vive a Las Vegas con il marito predicatore celebrando matrimoni lampo!) girò solo quattro film del genere. I tre capitoli di Ilsa (La Belva delle SS, la Belva del deserto, La Tigre della Siberia) sono una produzione candese oggi di difficile reperibilità ma noti a tutti. Qui l’abbigliamento diventa predominante. Stivali al ginocchio, frustino dicevamo ma anche pantaloni da cavallerizza, giubba militare con mostrine varie e immancabile cappello da ufficiale con la visiera. Poco importa che fossero uniformi inventate, disegnate apposta per contenere (a stento) le forme della protagonista. In questo genere di pellicole erano elementi identificativi e immancabili. Anche nelle imitazioni la “qualità” della pellicola si distingueva dalla presenza fisica della capo guardiana. Ancor più del sesso e delle nefandezze varie mostrate che, a guardarle oggi un po’ fanno ridere. Alla tenuta marziale dell’aguzzina fa riscontro una curiosa visione dell’abbigliamento delle detenute. Queste, senza eccezione, sono sempre sexy, viziose e disposte a tutto pur di sopravvivere. Se il capostipite del filone è 99 donne di Jess Franco, il modello è stato ampiamente riproposto quasi uguale in tutti i paesi del mondo. Curiosamente le carcerate indossano sempre camicioni grigi inguinali. Sotto questi d’ordinanza calze autoreggenti nere. Nel film appena citato si distingue Rosalba Neri che è rimasta un po’ l’immagine emblematica delle prigioniere. Visto che il camice era destinato a venire strappato sempre notiamo cache–sex e tanga semplici ma perfetti in nero e in bianco. Tenuta bizzarra per pazienti di una clinica per turbe sessuali (Gerda la donna bestia di Franco con la Thorne nel solito ruolo), si replica anche nei più famosi film italiani. Diario segreto di un carcere femminile (o Le ragazze del blocco 7) e i due film diretti negli anni ’80 da Fragasso e Mattei. Blade Violent e Violenza nel carcere femminile. In quest’ultimo si distingue Laura Gemser, giornalista infiltrata tra le prigioniere, che indossa i ruvidi ma provocanti abiti d’ordinanza sul fisico scultoreo schivando con la bellezza la volgarità anche nelle situazioni più scabrose. Il filone ha avuto epigoni in ogni lingua e paese. In Amdrica si sviluppò in senso più avventuroso che erotico. Pellicola di riferimento Black Mama,White mama –Donne in catene. Qui emergono di prepotenza la nera Pam Grier e la biondissima Margaret Markov in fuga tra le palude legate al polso da una catena con indosso unicamente magliette gialle inguinali e string. Considerato che le due si odiano e spesso lottano nel fango potete immaginare l’effetto scenico. Anche qui i capi d’abbigliamento e gli accessori si ripetono, senza una particolare cura nel dettaglio ma con regole precise. Siamo ancora nel porno soft, quindi tutto si gioca sul vedo-non vedo.

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IL PROFESSIONISTA: DELIT DE SEDUCTION (2)

delitto di seduzione
Proseguiamo assieme al Professionista nella ‘calda’ indagine sulle armi di seduzione di massa…
Su per le antiche scale
La provocazione sessuale è stata il nerbo del cinema italiano per decenni. Se è vero che esiste una barriera, a tratti impalpabile ma reale, tra erotismo e pornografia; ne esiste anche una tra dramma e comicità. Il cinema italiano si è sempre contraddistinto nelle sue opere migliori per la capacità di mescolare il pianto e la risata. E, in questo campo, l’erotismo, suggerito o esplicito, ha giocato un ruolo importante. Tra le immagini di culto (flash impressi nella mente e strettamente legati all’indumento come arma di seduzione) di certo rimane Laura Antonelli in Malizia di Sampieri. Cameriera in bilico tra possesso e seduzione, schiava e padrona tra Turi Ferro e Alessandro Momo, Lura Antonelli ha stregato milioni di spettatori con l’aiuto di una scala, un paio di calze e un grembiule. La cameriera è un classico tra le fantasie erotiche maschili, un po’ come tutte le categorie che vestono un’uniforme. Esiste, però, una notevole differenza tra il classico completo nero con crestina e grembiulino, spesso abbinati a calze velate di nero e poco pratiche scarpine con il tacco a spillo di moltissime commedie sexy degli anni ’80 (indossate dalle varie maggiorate di turno da Edwige Fenech a Nadia Cassini passando per Carmen Russo e Lory Del Santo) e l’abito da lavoro della Antonelli. Diverso il contesto e differente l’abbigliamento. Se riprendiamo i flani originali del film di Sampieri troviamo due variazioni dello stesso concetto. Il più celebre è, appunto, quello che mostra Laura Antonelli inquadrandola dal basso. Sulla scala per lucidare i vetri, la “domestica” indossa un abitino d’epoca di tessuto stampato blu. In altra occasione sarebbe più che pudico, diventa deliziosamente provocante nella prospettiva dal basso. Lo spettatore s’identifica con i protagonisti maschili e intravede le calze (fermate con una giarrettiera, non potevano essere autoreggenti, considerata l’epoca della vicenda) Non si vede nulla di più ma il grembiulino bianco allacciato in vita (che qualifica la ragazza come “serva”) e lo sguardo rivolto verso lo spettatore fanno il resto. È un’occhiata al tempo stesso indignata e tentatrice, la stessa che appare in un’altra immagine pubblicitaria in cui vediamo la protagonista seduta sul letto con un simile vestito (verde questa volta) rimboccato mentre sta aggiustando le calze (rigorosamente nere). Lo sguardo anche questa volta è rivolto fuori campo, verso Alessandro Momo sorpreso a spiarla in un pannello separato. S’intuisce indignazione, onore ferito ma, al tempo stesso una tacita promessa. È questo ‘vedo-non vedo’ giocato con pochi elementi che presi singolarmente non sarebbero particolarmente erotici. Un abito, un paio di calze, un letto, una scala. Ma è l’inquadratura che suggerisce una complicità tra l’uomo che spia indiscreto e la femmina-preda-dominatrice che compongono il nucleo centrale del film. All’epoca fu proprio questo alludere a relazioni proibite (tra ceti differenti, tra uomini e donne di età diverse)a creare tanto scalpore. La coppia Antonelli –Momo riprese il medesimo spunto in Peccato veniale. Qui la lingerie della Antonelli si faceva più varia con un reggiseno a balconcino bianco con bordi merlati in rosa. Tutto, però, giocando sull’allusione. Alla fine Malizia resta l’esempio più efficace. Le calze nere o color carne, le giarrettiere vecchio stile erano indumenti comuni nelle donne italiane. Nulla di particolarmente peccaminoso. Era il contesto a esserlo. E da quel momento in poi fu un profluvio di zie e governanti che intessevano relazioni “proibite” usando capi di abbigliamento intimo ma tutto sommato “normali”. Differente, sempre seguendo il fil rouge dell’erotismo interpretato da Laura Antonelli, il caso dei film “dannunziani”. Pellicole drammatiche o persino grottesche ambientate all’inizio del secolo. Partendo da Mio Dio come sono caduta in basso (di Luigi Comencini) sino all’ “Innocente” assistiamo a un mutamente dell’o stimolo erotico. Qui la lingerie di classe, ricercata negli accessori diventa protagonista. Nel primo dei film citati c’è una sequenza in particolare che gioca perfettamente tutte le carte del filone. Laura Antonelli, insoddisfatta nobildonna costretta a un casto matrimonio con Edoardo Lionello, cede durante una gita in auto al fascino del suo autista. Giovane e aitante, Michele Placido si presenta in divisa che, in un curioso ribaltamento dei ruoli, assume la valenza di un abbigliamento erotico. Stivali e marsina sono l’equivalente maschile di pizzi, mutandoni, bustini bianchi o neri, guêpières e reggicalze usati a profusione dalla protagonista. Diventa uno scontro alla pari nel quale il desiderio (quindi la fantasia dello spettatore, maschio o femmina che sia) si sublima non tanto nell’amplesso mostrato sempre per parafrasi quanto nei capi di abbigliamento, negli accessori, che diventano qui protagonisti. Sullo stesso sentiero s’incamminerà con successo Tinto Brass, alfiere di un sesso vissuto con allegria, un po’ pecoreccio a volte. Soprattutto nella Chiave (versione italiana di un racconto erotico giapponese di Tanikzaki) porta nella Venezia d’inizio secolo eleganza, atmosfera e una visione dell’erotismo vagamente deviante. La Sandrelli che, spiata, si apparta sollevando le gonne per orinare e così mostra grazie e lingerie provoca in maniera differente la fantasia dello spettatore. Nello stesso film si giunge al paradosso di Frank Finlay che si agghinda con reggicalze e bustino rosso. Da queste immagini iconiche è scaturito un intero filone. Negli anni del softcore che anticipano la diffusione dell’hard più esplicito, il filone erotico dannunziano trova nell’opera di Joe D’Amato(Aristide Massacesi) un cantore di qualità. Decisamente meno sofisticati ma a modo loro efficaci film come Lussuria con Lilli Carati, strizzano l’occhio alla Chiave mostrando più esplicitamente il sesso, ma soprattutto una vasta scelta di pizzi, bustini, calze e velette rigorosamente neri. Come sempre accade, più il prodotto diventa di largo consumo e si fa esplicito, minore è la cura del dettaglio e la provocazioni si fa carnalmente più esplicita. Ma anche queste sono immagini rimaste nella memoria.

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TUTTI ALL’INFERNO… alla fine è sempre Gangland

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La creatività è un dono. Chi ha la fortuna di possederlo, raramente si ferma. Così sono tornato a scrivere un ‘nero criminale’ per le vie della mia città, Milano che, anche se questa volta non c’è il Professionista, alla fine è sempre Gangland. Un libro importante, ma ormai questo lo dico sempre. Segna però il mio ritorno in libreria per un editore ben distribuito (Novecento nella collana CALIBRO 9) presente in tutte le Feltrinelli ma anche in moltissime altre librerie. La collana ha esordito qualche mese fa con una raccolta Un giorno a Milano che conteneva un mio racconto del Prof. Tutti all’inferno invece segna l’inizio di una nuova serie con nuovi personaggi. Pietro Mai, pugile cinquantenne ancora gagliardo, con un passato burrascoso, ha voluto la sua palestra in via Panfilo Castaldi a un passo da piazza Oberdan e corso Buenos Aires. Pietro ha una storia complessa che intreccia rovelli personali e criminalità. La Mani di Pietra è la sua casa e chi la frequenta un po’ la sua famiglia. A cominciare da Camillo il nano, esperto cucitagli ma anche edotto di certi giri di mala che possono sempre tornare utili. E poi c’è Liana Sestini, ispettore di polizia, una sbirra giovane, sanguigna, sempre un po’ in lotta con i superiori che la snobbano perché viene dalla strada, come suo padre, agente morto in servizio. Non ha fatto l’università, Liana. Non ha un marito. Si allena nella Boxe per dimostrare qualcosa. Con Pietro ha un legame complesso, non completamente risolto come deve essere per mantenere un po’ la tensione. E il primo caso che affrontano insieme, perché senza Pietro certi segreti di Milano resterebbero tali per gli sbirri, non si arriva all’Antico. Basista leggendario, dopo un ultimo colpo andato male è scomparso. Ma adesso, dopo un banale incidente un gioiello di quel lotto rubato è riemerso. E tra pochi giorni il Truce, feroce rapinatore che con l’Antico ha un conto in sospeso, sta per uscire. Intorno a loro si muovono biscazzieri, prostitute, mafiosi cinesi, ucraini, turchi persino. E ricettatori, carabinieri in congedo che non vogliono mollare, e tutto un universo criminale in bilico tra professionalità e dilettantismo, miscela pericolosa perché la disperazione e la crudeltà portano sempre al sangue. Dicono che il nero sia una fotografia sociale dei luoghi. Io non lo so se la Mia Milano ne esce bene o male, volevo solo raccontare una storia avvincente, di guardie e di ladri. Forse il mio lavoro più scerbanenchiano, se mi permettete. Perché se quello è il modello, i tempi sono i miei e lo spirito pure. Buona lettura.

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IL SEGRETO DEL PROFESSIONISTA

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La formula di un successo che dura da 19 anni? Quella presente sin dalla prima avventura del Professionista. Una sola regola: nessuna regola. Chance Renard è stato concepito sin dal principio per essere un eroe per tutte le occasioni. È sempre lui, con i suoi difetti, con i suoi punti di forza, i sigaracci, la Beretta, le donne, la solitudine e lo spavaldo sorriso anche di fronte alla morte. Queste cose non si cambiano, però tutto il resto segue l’ispirazione del suo autore. Ho sempre pensato che la ripetizione meccanica delle formule, benché in alcuni casi garantisca il successo, non debba cristallizzare il personaggio se vogliamo che continui negli anni. In realtà il fatto stesso che Chance sia un free lance, un indipendente lo mette nelle condizioni di entrare in qualsiasi avventura. Spionaggio avventuroso, spy story classica, avventura pura e semplice, persino nero criminale. Esotismo ma anche ricerca d’ambiente. In Italia come in Oriente, in Africa a Berlino ma anche a Parigi, New Orleans e in mezzo alla giungla. Il Professionista porta la sua visione del mondo (e la mia della narrativa) seguendo schemi che mantengono un’ossatura consolidata basata sul carattere e sul ritmo che non deve cedere mai, ma permettendosi incursioni in vari generi. Questo perché, ricordiamolo, il Professionista non è solo narrativa commerciale, non è studiato a tavolino. Nasce dalla voglia di raccontare di essere (come dicevo nella prefazione di un mio romanzo di fantascienza I predatori di Gondwana che era poi il Corsaro nero in chiave futuristica) ‘ vorrei essere tutte le avventure in una sola’. E giustamente il pubblico è variegato e intelligente. Ad alcuni piacciono alcune cose ad altri altre e un po’ tutti (il narratore per primo) meritano di essere accontentati. Certo il fantastico e il sovrannaturale non sono contemplati perché questo non è il luogo (la collana Segretissimo) e i lettori si sono dimostrati fermi in questa direttiva che condivido. Ma io penso invece che seguire vari filoni della narrativa avventurosa sia paganti. Anche perché da due siamo passati a sei avventure annuali comprese le ristampe e gli inediti che le accompagnano. Se rifacessi tutte le volte la stessa storia sareste i primi ad annoiarvi. E questo non posso permetterlo. Parola del Prof!

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IL PROFESSIONISTA .ARMI DI SEDUZIONE DI MASSA (1)

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Una serie di approfondimenti offerti dal Professionista e validi in ogni occasione Reggicalze, bustini, velette e culotte. Il cinema attinge dall’Immaginario erotico per solleticare il pubblico. Il segreto sta, però, nel contenuto e nei modi quanto negli accessori. L’erotismo parte dalla testa. Anche al cinema.
Al cuore, Ramon, devi mirare al cuore…
Passano gli anni, ma la sequenza di riferimento della seduzione cinematografica, tra pizzi, veli e guêpière, resta lo spogliarello di Sofia Loren in Ieri, Oggi, Domani di
Vittorio De Sica. Ed è proprio da tale sequenza che voglio cominciare questo piccolo viaggio negli strumenti di seduzione che il cinema ha così abilmente utilizzato per valorizzare storie e personaggi, materializzando i sogni peccaminosi degli spettatori. L’intimo, sia esso pizzo raffinato o più ruvida corazza di borchie e cuoio, è, da sempre, un fattore scatenante del desiderio. Non sempre e non necessariamente maschile. Di fatto, nel film citato, l’abbigliamento della Loren è studiato con gran cura per stimolare il ‘prurito’ dello spettatore dell’epoca. Volano via una vestaglietta, le calze e ci si ferma al bustino. L’efficacia della sequenza risiede nella sensualità prorompente dell’interprete, nei movimenti, e persino nella reazione dell’eccitato Mastorianni. In breve, la regia e gli interpreti danno energia agli indumenti che, da soli, avrebbero ben poca forza. In quanti film abbiamo visto simili o uguali accessori, ma senza passione, senza sentimento? L’erotismo nasce dalla mente, da ciò che il desiderio prefigura ancor prima di vedere. Christophe Gans (regista d’oltralpe autore, tra l’altro, di Il patto dei lupi che rivela, nella versione integrale, magnifiche immagini di Monica Bellucci fasciata da pizzi settecenteschi di sicura efficacia) raccontava che “A volte penso che il cinema sia un’invenzione degli uomini che l’hanno creato per poter guardare e filmare le donne a loro piacimento”. Parlava di Joko Shimada, attrice giapponese nota per lo scandalo suscitato con Shogun per essere apparsa a seno nudo, circostanza rara nel suo pase, nel film Crying Freeman. La sequenza in questione era castissima. L’attrice attraversava una stanza con un elegante kimono. Eppure, l’occhio della telecamera riusciva a darne un’immagine molto più eccitante rispetto a una scena poco successiva che mostrava un amplesso più che esplicito. L’abito, l’accessorio sono importanti, ma sono parte del racconto cinematografico. Contano per ciò che evocano, non tanto per quello che sono in realtà. È questo che distingue l’erotismo, che è carne ma anche cervello, dalla pornografia. Ricordo un film hard core degli anni ’90 di Marc Dorcel con Carolyn Monroe (!!!!). Una lunga (e alla fine noiosa) inquadratura ginecologica mostrava il bordo di una calza firmato Dior. Dettaglio inutile, giacché tutta l’attenzione era sull’atto nudo e crudo. Se le calze fossero state “smarcate” non l’avrebbe notato nessuno. Tornando al cinema “vero”, anche se d’intrattenimento, mi piace citare una scena da I miei primi quarant’anni dei fratelli Vanzina. Film del 1987 con Carol Alt nei panni di Marina Ripa di Meana. Uno dei frammenti più indovinati mostrava la Alt nuda, di spalle, vestita solo di una lunghissima catena d’oro. Strumento di seduzione e abito prezioso capace di imprigionare letteralmente Elliot Gould. E che dire della famosa pubblicità del Martini con Charlize Theron che s’allontanava sfilacciando il vestito di maglina impigliato in un gancio? L’abbigliamento scelto con cura al servizio dell’interprete e della mise en scène, per accendere la passione di chi guarda. Il cinefilo è un voyeur. Minigonne, string, calze e sandali dai tacchi vertiginosi sono le armi del cinema erotico corrispondenti alle pistole dei film d’azione. Il costume intero di sottile tessuto bianco, trasparente all’acqua, che Ornella Muti indossa in La stanza del vescovo di Dino Risi per provocare Patrick Deware è l’equivalente della pistola costruita pezzo per pezzo da Eli Wallach in Il Buono, il Brutto, il Cattivo di Leone. Dettagli che allo spettatore non sfuggono mai.

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PROFESSIONISTA STORY 07

pROFBASEPROMO
Lo dico a ogni nuova uscita: questo Professionista è particolarmente importante. Può sembrare una formula abusata o forse indulgo nella tentazione di considerare l’ultimo romanzo sempre quello più riuscito. Di fatto, come diceva una mia amica con una vaghissima (ma poi non tanto) vena di rammarico, ‘voi narratori non potete avere figli. I libri sono i vostri figli’. Vero, e l’ultimo sembra sempre il più bello. Di fatto questo Professionista Story è indiscutibilmente un volume di grande interesse per diversi motivi. Alcuni riguardano le storie e il loro inserimento nella saga di Chance, altri sono più personali. Cominciamo dal Complotto, una vicenda serrata in poco più di cento pagine. Chiariamo un punto. Se potessi scriverei sempre volumi da 500 pagine. Però la situazione economica ed editoriale è quella che è, bisogna fare i conti con la paginazione e un sacco di altri fattori. Lo so, il Prof è un successo, e me ne compiaccio, ma non (ancora) così grande da permettermi qualsiasi capriccio. Per cui, senza neanche pensare di tagliare le vecchie storie, ho deciso di concepire avventure più brevi. Dopotutto ci sono alcuni episodi (Pietrafredda e Nero Criminale per citare due cui tengo molto) che anche in un ristretto numero di pagine hanno saputo trovare un ritmo e una forza tali da conquistare i lettori. Se una misura più ristretta è programmata sin da principio e non frutto di tagli, il romanzo breve ha una sua valenza, riesce persino a essere più immediato. Come potete vedere sin dal primo approccio è il caso de Il Complotto. Altra novità. La storia inizia a Bruxelles, patria di Chance e teatro della sua giovinezza che poi è stata come molte di ragazzi (…) come noi, affascinati dall’avventura e magari considerati con qualche diffidenza dalle coetanee che li giudicavano dei ‘bamboccioni’. Un po’ il rapporto tra Chance e Roxanne, l’amore dei diciotto anni che, dopo tanto tempo (siamo all’incirca nel 1998) gli chiede aiuto. E scopre una persona diversa. Intendiamoci, si tratta di una classica avventura del Prof, per cui sbando a smancerie, ma è anche l’occasione di sollevare il sipario e sbirciare in un periodo che lui stesso ha quasi dimenticato. Però la storia non si ferma e presto torna a svolgersi in ambientazioni esotiche o quantomeno classiche dello spionaggio avventuroso. Istanbul d’inverno, giusto per dare un tocco di originalità al set. La Porta d’Oriente è una tappa fondamentale nelle spy stories sin dai tempi della Maschera di Dimitrios. Ma il punto d’interesse forse è un altro. Ho scritto questa storia a settembre dell’anno passato, di ritorno appunto da Bruxelles, città che mi ha svelato un paio di ambientazioni suggestive. Le cronache erano, però, occupate dalla guerra in Siria e dalla scoperta dell’impiego di armi chimiche contro i ribelli (o era il contrario?). Volevo parlare della questione e della recrudescenza della Guerra fredda che stiamo vivendo anche in questi giorni. Non mi andava, tuttavia, di essere troppo aderente alla cronaca, così, seguendo un esempio di autori ben più abili di me (da Forsyth a William Boyd) mi sono inventato uno stato sul mar Nero. Il Krasnodar è, e al tempo stesso non è, un luogo reale. È la trasfigurazione di diversi posti, verosimile ma anche libera da impacci, perfetta per parlare di cronaca concedendosi qualche libertà. Volevo uno sfondo ‘russo’ perché mi pareva più adatto, perciò ho creato un luogo dove s’incontrano cosacchi e neonazisti, la mafia russa nelle sue diramazioni ebraiche e persino partigiani ortodossi. Se il risultato è buono lo giudicherete voi, ma io mi sono divertito. Il particolare curioso è che, a mesi di distanza, è scoppiata una crisi in Crimea che, pur con diverse differenze, torna ad avvicinare la fantasia alla realtà. Se fossi De Villiers qualcuno probabilmente ipotizzerebbe un mix di preveggenza politica e informazioni di prima mano. Più modestamente posso dire che l’osservazione attenta del mondo che ci circonda e il piacere di trasfigurare tutto al servizio della storia hanno regalato alla vicenda qualche carta in più. Passiamo poi a Missioni non autorizzate che, come alcuni di voi noteranno subito, non è l’episodio successivo nella continuity delle uscite. La spiegazione è semplice. Quando il volume fu programmato e contrattualizzato sussistevano dei problemi contrattuali con l’editore che aveva pubblicato le ristampe in libreria per Il grande colpo del Marsigliese e Marea rossa. All’epoca con il direttore editoriale decidemmo di anticipare questo episodio che, un po’ era a sé stante, un po’ era anche una novità perché non è mai stato ristampato. Adesso questi problemi sono risolti per cui leggerete nei prossimi numeri del Profstory sia Il grande colpo del Marsigliese che Marea rossa, sempre abbinati a racconti inediti. È vero che la situazione si è sbrogliata in corso d’opera ma, come già ho spiegato, cambiare anche contrattualmente il ‘pacchetto’ diventava un grosso problema, così come avrebbe causato disguidi e forse un pasticcio, togliere quell’unica pagina in cui si fa riferimento agli episodi precedente che, forse, qualcuno noterà. Di fatto l’importante è ritrovare Missioni non autorizzate in una nuova edizione. È un romanzo a cui tengo per ragioni varie. Chi mi conosce e ha seguito le vicissitudini editoriali del Prof sa quanto mi abbia dispiaciuto l’interruzione delle ristampe, avvenuta ormai sette anni fa non tanto per causa delle mancate vendite, ma per una mutata situazione dei rapporti tra me e quell’ editore. Io credevo che la cosa potesse riallacciarsi, tanto che quando l’editor mi convocò nel 2008, avevo nella mia ingenuità portato una copia dell’originale di missioni con me, per darglielo da scansionare. Doccia fredda quando mi disse che, stando così le cose, i rapporti si interrompevano del tutto e addio ristampe. Per questo ci tengo a stabilire che ormai il Prof è solo su Segretissimo e che questo romanzo in particolare mi è carissimo. Si riallaccia un filo interrotto con voi lettori. La storia, poi la scrissi nel 1998 in un periodo in cui ebbi la fortuna di potermi dedicare solo a questo romanzo senza dovermi preoccupare di altri lavori. Volevo un’avventura in Africa, nel Congo che ancora si chiamava Zaire, ma anche nel Vietnam. Una storia con la formula che preferisco, quella di un gruppo di bastardi che si odiano costretti a collaborare per sopravvivere. Ero reduce dalla visione di due film che in qualche modo mi hanno ispirato alcuni aspetti della storia. Jackie Brown (impossibile non riconoscere Pam Grier nel cast immaginario dei personaggi) e Replacement killers (Costretti a uccidere) di Fouquà prodotto da John Woo. Disseminate tra mille altre suggestioni ci sono anche tracce di questi film. Naturalmente poi moltissime esperienze si fondono tra loro creando un’avventura originale che privilegia l’intreccio spionistico nella prima parte e il combat africano nella seconda. Alla fine la formula del Professionista è proprio questa. Un mix calibrato di indagine e azione, di esotismo, intrigo e sesso, con ambienti e personaggi che s’ispirano in qualche modo a luoghi visti e posti sognati e ricostruiti ad hoc per la vicenda. Nel complesso credo che si tratti di un volume interessante, che sarà gradito ai fedeli lettori della serie quanto a chi dovese avvicinarsi per la prima volta. Di sicuro Chance e il suo mondo emergono in una variegata epopea non solo di spie ma anche di avventure. E come è stato per me, dalle storie del Professionista si può partire per esplorare altri mondi narrativi, cinematografici e letterari. Perché questa è la fantasia intelligente, la narrativa popolare che tanto mi piace e che voglio condividere con voi.

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TRUE DETECTIVE, SULLE TRACCE DEL PULP

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C’era una volta la rivista pulp True Crime piena di storie di sbirri e ‘private dick’ con contorno di cattivoni e belle pupe. Il succo dell’hard-boiled che voleva restituire il delitto al luogo di appartenenza: la strada. Il Giallo all’americana contrapposto a quello inglese considerato freddo e semplicemente enigmistico. Da appassionato di entrambi i generi mi astengo dal giudizio su quale sia migliore (disputa alla fine inutile) e mi godo, sempre cercando di imparare qualcosa, il meglio che arriva sulla piazza. Questa miniserie in otto episodi prodotta dalla HBO è stata una sorpresa. Prima di tutto vorrei sottolineare l’autorialità del progetto a confronto di altri progetti simili. Un solo sceneggiatore, un solo regista. Al contrario dall’appiattimento tematico e visivo della maggior parte dei telefilm di genere che si affidano a più autori coordinati in modo da presentare un risultato uniforme, emerge immediatamente una serie di particolarità stilistiche. Nel montaggio, nei campi lunghi ipnotici della Louisiana, nel tratteggio dei personaggi e nei dettagli degli interni. Come un libro scritto da una mano sola. Non stupisce perché Nic Pizzolatto è autore di nerbo (Mondadori pubblicò nel 2010 il suo romanzo Galveston, simile per temi e ambientazioni e lo riproporrà in oscar entro l’estate). A me e a tutti gli appassionati ricorda molto l’Ellroy dei primi tempi, quello di Dalia Nera e Il Grande Nulla, per intenderci, con quella straordinaria capacità di mettere in scena personaggi scorretti, a volte antipatici, asociali, negativi per molti versi ma di saperceli fare amare sino alla fine. Della storia di assassini rituali, coperture politiche, magia nera, di fatto, importa poco. La vicenda comincia con passo lento e lugubre, s’impenna nell’episodio che mostra un lunghissimo piano sequenza d’azione tra i bikers della Fratellanza Ariana, e poi si dirama ancora in mille rivoli sino a ricongiungersi in un fiume impetuoso. È, tuttavia, un elemento secondario. Il fulcro della scena è sempre dei due protagonisti. Ancora una coppia di sbirri, apparentemente antitetici, problematici, due falliti in cerca di redenzione. Ruoli sui quali gli interpreti Woody Harrelson e Matthew McConaughuey, hanno investito molto, e si vede dalla loro partecipazione anche alla produzione. Marty(Harrelson) è il family man, il poliziotto duro, certamente rozzo, schiavo di tutte quelle manie che hanno caratterizzato il filone. Infedeltà coniugale, visione giustizialista del proprio lavoro, alcol e alla fine incapacità di integrarsi con quell’ambiente in cui ha disperatamente bisogno di essere una figura riconosciuta. Il suo collega Rust (McConaguey) è l’opposto. Anche lui, se vogliamo, un archetipo del genere. Lo chiamano Taxman per l’abitudine a girare con un registro per gli appunti sul quale annota tutto anche disegnando. Rust è un solitario, ferito da un lutto familiare così feroce da lasciarlo di pietra nei rapporti umani, segue il caso con maniacale dedizione. Anche lui è ruvido, scontroso. Eroi difficili da accettare per il pubblico generalista perché non immediatamente caratterizzati da segni distintivi consolatori. Li vediamo durante gli interrogatori condotti da due agenti neri e capiamo subito che, in quel caso che sancì e distrusse la loro amicizia negli anni ‘90, accadde qualcosa di terribile che li ha allontanati. E fin quasi alla fine non sapremo cos’è. Nel frattempo prende forma il loro mondo che, sulle prime, respinge. Qui sta l’abilità di autore, regista e interpreti nel tenere avvinto un pubblico suggerendo, a volte con una sola battuta o un’immagine che dietro un incipit quasi banale ci sia dietro molto di più. Qui sta appunto l’arte di usare stereotipi e cliché del genere in maniera intelligente, con coscienza di quanto è stato fatto e il desiderio di andare avanti, di scrivere una pagina in più.
La narrazione, come è logico, subisce nelle ultime puntate un’accelerazione. Se dapprima abbiamo visto svolgersi gli antefatti in una intelligente mescolanza di interrogatori svolti oggi con i protagonisti invecchiati e marchiati severamente dal tempo e delle loro vicissitudini, si arriva alle puntate finali in tempo reale. Da un’amicizia rinsaldata dal trascorrere del tempo ma anche da quello spirito un po’ì giustizialista ma vigoroso, amato dagli spettatori, si passa a un’indagine complessa, portata avanti senza tempi morti sino a una vera e propria discesa all’inferno in cui tutti ottengono quello che hanno cercato, sino alle estreme conseguenze. E il finale lascia il desiderio di rivedere nuovamente tutto dall’inizio per cogliere i particolari tralasciati a una prima visione e ricomporre il mosaico. La serie ha scatenato un’ondata di consensi da parte di intenditori e fans, tanto da stimolare subito la produzione di una seconda stagione. Come già accade per American Horror Story, saranno miniserie monotematiche con vicende e personaggi nuovi. Una scelta intelligente. Alla fine si tratta di un unico lungo film di otto ore che termina così e copre una storia di anni che forse dotare di un sequel sarebbe negativo. Aspettiamo di vedere cosa succederà nella prossima stagione. In chiusura alcune osservazioni. True Detective non è una serie facile. Per situazioni e personaggi credo risulterebbe troppo pesante se non sgradita al pubblico generalista. Chi l’ha amata, invece, la difende a spada tratta e trovo interessante che tra coloro che l’hanno gradita, osservazioni e giudizi, riferimenti ed emozioni combacino. Significa che si tratta di un prodotto specifico, di ‘nicchia’ senza che ciò implichi alcunché di negativo. Vale la pena di produrre e distribuire prodotti del genere, sotto l’ottica commerciale che ormai è imperante in editoria e produzioni cinetelevisive? Secondo me sì. Per due motivi. Il primo è che alcune produzioni generaliste ormai non fanno più i numeri di una volta e quindi non ha più senso voler accontentare tutti per poi avere comunque un ristretto numero di seguaci. Da qui la seconda motivazione. Gli appassionati, gli ‘hard core maniacs’ del genere di fronte a queste proposte non si fanno mancare una puntata (o un volume della serie se parliamo di libri). Significa magari lavorare per tirature e numeri più bassi ma, se la qualità resta alta, certi. Ancora una volta la barriera tra prodotti mainstream e di genere torna a essere solo una stupida, inutile classificazione di chi le storie non solo non le racconta, ma non sa neanche venderle.

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IL PROFESSIONISTA I LUOGHI E IL SOGNO

i luoghi e il sogno

Tre gli elementi fondamentali per il successo di un romanzo. I personaggi. L’Intreccio. L’ambientazione. A volte ci scordiamo che il terzo può addirittura travalicare i primi due o, quantomeno, diventare quel nerbo che li sostiene nelle loro manchevolezze. Si scrive, di questo sono convinto, fondamentalmente per colpire al cuore. Suscitare emozioni, con i fatti, le parole, le suggestioni. Il famoso “patto con il lettore” che ci permette di approdare a situazioni a volte surrealistiche, incredibili in altri contesti, si suggella a livello emotivo. Anche se si tratta di narrativa d’evasione, di genere, anzi forse proprio per quello, se la vostra storia non ha cuore, difficilmente il pubblico vi seguirà. Ovvio che non si può piacere a tutti e quel legame di affinità emotiva che sentite così forte con alcuni lettori, con altri sarà nullo. Dopotutto non si possono piantare semi tra le pietre.
Il luogo in cui si svolge una vicenda è fondamentale. Nel mio lavoro ha un ruolo di grande importanza, un po’ perché ho sempre concepito i romanzi come piccoli film costruiti con parole e fantasia, un po’ perché da sempre amo essere trascinato al centro di un reame favoloso e suggestivo e voglio trasmettere questa magia ai lettori. A questo punto è necessario fare un distinguo. La realtà e la fiction, procedono parallele, ma il mondo raccontato non è mai esattamente quello reale. Vi si avvicina ma è come se fosse un po’ fuori registro. Per cui se la ricerca e la documentazione sono importantissime, il risultato finale è una vostra rielaborazione di quanto avete appreso. Per piacere e gusto personale ho viaggiato e viaggio moltissimo, sempre con la macchina fotografia e lo sguardo aperto. Raccolgo una grande quantità di materiale iconografico e informativo su ogni posto che mi capiti di visitare. In qualche modo so che, prima o poi, lo utilizzerò come ‘set’ per una storia. Studio i luoghi, cerco di capire come sono realmente, vado alla ricerca di set inediti. Non di rado li costruisco io. E qui ci siamo. L’ambiente che ritraete non è la realtà. Non state scrivendo una guida turistica, un libro di storia o girando un documentario. State appellandovi a quello che Laura Grimaldi, grande editor e narratrice lei stessa, chiama ‘diritto dell’autore’. State svolgendo quell’attività che, intermini di produzione cinematografica, si chiama ‘location scouting’. Il luogo è funzionale alla storia, non un posto reale. Tutto è in funzione della storia, della vicenda che voi avete scelto di raccontare. Che non è la realtà. Quindi tutto, fatte salve alcune regole di coerenza che per esempio non ci permetterebbero di mettere un’autostrada al polo Nord, tutto è permesso. I luoghi, la geografia, i dettagli hanno senso solo se funzionali alla vicenda. E se vi serve una licenza, prendetevela. Narrativa e cinema sono pieni di queste incongruenze con la realtà. Ricordate l’inizio di Quantum of Solace? In un frenetico inseguimento in auto 007 passa da Limone sul Garda alle cave di marmo di Carrara sino ai vicoli di Siena. E quante volte in film e romanzi avete visto luoghi conosciuti cambiare nome, topografia e caratteristiche solo perché…così era meglio. Un po’ come, in un altro campo della ricerca (quello tecnico) alcune storie sono piene di finta tecnologia studiata appositamente per rendere più fluida la narrazione. Chi ha ancora da ridire sul fatto che Lee Marvin in I gangster impugnava un revolver con il silenziatore, cosa che sappiamo impossibile? Qualche grillo parlante. Ma chi lo ascolta? L’emozione che nasce dalla fluidità della storia, l’effetto di un luogo spostato vicino a un altro, persino qualche incongruenza temporale (ma chi calcola esattamente i tempi di 24?) sono al servizio di storie memorabili. Da qui nasce la constatazione che i luoghi, per quanto amati, fotografati, ricostruiti sono solo punti di partenza. Scenografie reali per una architettura fantastica. Il Sogno prende il sopravvento. Distorce e ricrea in funzione della narrazione. Fa vostri luoghi reali, trasfigurandoli in qualcos’altro. Hong Kong, il Sahara, Parigi, l’Oceano e l’Himalaya non sono nomi su una carta geografica. Sono approdi dell’Immaginario e null’altro importa. Si accendono di luci, investiti dalla pioggia o bruciati dal sole per riflesso del mood della vicenda. Sono, come il castello di Dracula immaginato da Coppola, simile a un trono scolpito nella roccia, largher than life. Per questo li amiamo. Si mescoli la realtà alla finzione. Il ponte di Brooklyn non è più se stesso ma un simbolo. È sufficiente vederne lo scorcio per riconoscere le fantasie suscitate non da uno, ma da cento film. Così come, storicamente parlando, il West non è quello che era davvero ma quello che abbiamo sognato in cento romanzi, fumetti, film. So che questa opinione può non essere condivisa da alcuni, ma sono anche convinto che una sterminata schiera di colleghi la pensino come me e così anche tantissimi lettori e spettatori. La narrativa è strettamente legata al fascino dell’ignoto, nella trasfigurazione di ciò che abbiamo visto portata all’estremo per alimentare lo stimolo dell’imprevisto e dell’imprevedibile. Se si toccano le emozioni anche una strada grigia può diventare un luogo mitologico, affascinante. E se dobbiamo modificarne il percorso, aggiungervi dettagli che nel modello originale non ci sono, ben venga. La creatività vince sempre sulla gretta osservazione dei fatti. È alla fine lo stesso principio per cui, anche nella serialità, credo sia opportuno cercare sempre una soluzione originale, nuova. Cosa s’è inventato stavolta? deve chiedersi il lettore. Il didascalismo e la pignoleria li lasciamo a chi di fantasia non ne ha. E, come diceva il Maestro: “Il saggio cerca la verità, l’imbecille trova l’errore”. Noi salpiamo invece verso un mare sterminato che ci porterà a volte su spiagge conosciute che riconosciamo familiari, a volte ad approdi inediti. Alcuni di questi, come è tradizione consolidata tra i narratori, neppure esistenti. Terre immaginarie che sanno di molti paesi messi assieme e costituiscono una mappa fantastica che non ha pari. Che c’importa di sapere se l’Isola di Mompracem esisteva o meno? Vedere uno scoglio tra i flutti uguale a mille altri non ci aiuterà a riconoscere i bastioni della roccaforte di Sandokan.
Tornando al Professionista luoghi reali si abbinano perfettamente con altri inventati. Ricordate il Kazanstan di Guerre Segrete? È un artifizio come lo Zangaro di Forsythe, la Madripoor di Wolverine e cento altri luoghi dal favoloso reame del Prigioniero di Zenda che ci consentono di parlare di cose reali senza incorrere in pastoie a volte insuperabili. Esistono perché vogliamo che esitano. Anzi perché “sogniamo” che esistono. E si abbinano ad ambientazioni precise e reali. Ma anche queste sono una interpretazione, uno spunto che poi si sviluppa in funzione del racconto. Non potrebbe essere che così, altrimenti della creatività non resterebbe nulla. E tutti potrebbero scrivere cosa che, ahimè, non è concessa se non ha chi possiede il dono della Fantasia. E il Cuore per seguirla.

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IN GIRO PER IL MONDO CON IL PROFESSIONISTA

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La missione più difficile per l’autore del Professionista è, oggi, trovare le location per le avventure di Chance. Varianti e difficoltà sono parecchie e sempre da tener presenti. Prima di tutto occorre garantire sempre una certa varietà di ambienti. Anche se, come molti di voi sanno, ho una predilezione per l’Asia e le location esotiche, predilette dalla maggior parte dei lettori, non sarebbe logico (e neppure divertente) che tutte le avventure si svolgessero negli stessi luoghi. Inoltre, dal confronto con molti di voi su varie piattaforme è emerso che gli amanti dell’esotismo sono comunque quasi equiparati da coloro che, magari, vorrebbero le storie sempre ambientate a Gangland, oppure prediligono avventure dislocate nelle più tradizionali ambientazioni della Guerra Fredda. Se anche più volte ho espresso minor interesse per i set americani (che mi paiono inflazionati sia nei romanzi che al cinema e, comunque, visti così tante volte che risulta difficile ritrarli senza cadere nei cliché) a volte il Prof salta anche l’oceano per approdare negli USA. Io mi sono formato fondamentalmente sulla spy anglosassone, ma anche francese e cerco di mettere un tocco di Italia o quantomeno di Europa abbinato alle mie passioni, per cui sono meta privilegiata tutte le altre parti del mondo. Però, dopo molte avventure, la mappa si restringe. E allora via, alla ricerca di un’ambientazione che possa risultare congrua con la storia ma che sia un po’ sempre una sorpresa. Ora, considerato il fatto che lo schema narrativo del prof porta a frequenti cambi di location e che raramente (anche se succede come in Gangland o Beirut Gangwar) la vicenda si sviluppa in un solo luogo, si tratta di una caccia appassionante. Fa parte anche questo di un magnifico mestiere che, malgrado difficoltà e rovesci, mi ha regalato e continua a regalarmi grandissime soddisfazioni. Una di queste è proprio la ‘caccia’ alle nuove location, che si abbina con la ricerca di nuove angolazioni di quelle più abituali. Se l’azione e il ritmo sono fondamentali quanto l’intreccio,vl’inserimento di una storia è altrettanto importante. A tal punto (come nella più pura tradizione pulp) che a volte luoghi e paesi nascono dalla mia fantasia. Espediente non nuovo per i narratori (basti ricordare lo Zangaro di Forsythe) che non solo permette di parlare liberamente di luoghi noti in cronaca senza avventurarsi ‘troppo’ nella geopolitica e magari essere contraddetti dai fatti, ma anche di riunire ambientazioni gradite in un unico panorama con la libertà di potersi muovere in uno scenario verosimile ma non soggetto a troppe restrizioni. Ne riparleremo.

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