ALL ABOUT MAX- DA INTERCEPTOR A FURY ROAD.AMMIRAMI!

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Torna l’eroe delle terre perdute, simbolo di una stagione di cinema d’azione (anche italiano) che va al di là dei tre film di George Miller. Mad Max è il simbolo del cinema d’intrattenimento senza effetti speciali, che ricicla il western e la mitologia della Sword & Sorcery mescolandoli con l’olio dei motori su una piattaforma di sabbia rovente. L’ultimo eroe? Nell’attesa di Fury Road ricordiamo le puntate precedenti. Tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80 ci fu un’ondata di film provenienti dall’Australia che confermarono che ‘Pic-nic ad Hanging Rock’ non era un fuoco di paglia. Peter Weir si è dimostrato un ottimo regista, Mel Gibson e Sigourney Weaver hanno rivelato che nel magico mondo di Auz c’erano attori carismatici, e decine di altri titoli minori ci offrirono una visione di un mondo cinematografico sino a quel momento solo sospettato. Se ormai di tutto ciò resta solo un ricordo e la macchina di produzione americana ha divorato e rigurgitato a suo modo molti nomi e idee, ci sono leggende rimaste nella mente di tutti. Una di queste è composta da solo tre film, dei quali solo due veramente originali australiani. La saga di Mad Max sta per regalarci un nuovo capitolo con interpreti, capitali e, pensiamo, ispirazione nuovi, ma con lo stesso regista al timone. Val la pena forse di fare un passo indietro con la memoria. ‘Interceptor’ esordisce senza clamori. In apparenza questo film australiano chiaramente a basso costo si lega a due filoni particolarmente fortunati negli anni ’70 ma in rapido declino all’inizio del decennio successivo, i road movie sulle bande dei motociclisti e il ‘rape-and-revenge’. Materiale, diciamocelo, da doppio spettacolo, insomma una cosa da Serie B, a volte gradevole, spesso girata senza troppi ragionamenti. Lo stesso Mel Gibson è un bello muscoloso con gli occhi azzurri, ma uguale a mille altri. Manca una visione estetica d’insieme, tutto sembra un po’ raffazzonato, improvvisato ma è proprio da questo miscuglio a volte incongruo ( il procuratore distrettuale occhialuto e incravattato che gira con la shinai e il casco da kendo, le moto stesse come l’abbigliamento dei raiders) che il film prende quota. A guardar bene ci sono ‘in nuce’ tutti gli elementi della mitologia della saga. Prima tra tutti la V-8, bolide rombante e mastodontico, lontano mille anni dalle vetture super accessoriate di ‘Fast and Furious’. Spicca quanto Toecutter (‘Tagliadita in inglese ma tradotto nella traccia nella nostra lingua come Teocatter!), feroce e sessualmente ambiguo capo di una banda di ‘eroi della strada’, motociclisti, sbandati che sono gli antesignani dei nuovi barbari che verranno. C’è, in questo paese non bene identificato ma che è chiaramente l’Australia lontana dalle metropoli, un senso di degrado che dalla stazione di polizia arriva sino alle cittadine sperdute qua e là. Poliziotti fuori di testa e guerrieri della strada s’inseguono senza ben distinguersi. La fine del mondo non è annunciata, ma s’intuisce. È nell’aria satura di idrocarburi combusti, di copertoni abrasi, di giubbotti di cuoio cotti dal sole. Il problema di Max, poliziotto modello con tanto di mogliettina e figlio, è di trovarsi con il ben più esaltato collega Gus ad attraversare la strada della banda di Toecutter. Ne uccidono un folle componente dopo un iniziale inseguimento pieno di botti e capottamenti e arrestano l’inquietante matricola del gruppo Kid, pieno di droga dopo uno stupro. Kid viene rilasciato per un cavillo ma giura vendetta. Alla morte per incenerimento di Gus, Max capisce di non poter continuare. Si dimette e parte per un lungo viaggio con la moglie e il figlio. La sfortuna lo riporta a incrociare la banda e qui, dopo una parentesi idilliaca che risulta ancor più inquietante, si scatenala violenza dei motociclisti. A sua volta Max, rimasto privo di ogni affetto e sconvolto, diventa quello che temeva: uno psicopatico, maniaco del motore. Bracca e distrugge tutta la banda, capo compreso. Ma non finisce qui, acchiappa Kid e lo incatena per una caviglia a un’auto in fiamme. ‘Se hai abbastanza coraggio, puoi segarti il piede prima che esploda. ’ E se ne va così, senza curarsi d’altro. Il vuoto della ragione genera mostri. I prossimi capitoli e la catastrofe mondiale sono alle porte. Ma, alla fine, il dettaglio più importante e caratterizzante (perso nel terzo capitolo) è il mix di grottesco e orripilante. Smorfie, stupri, dileggi da caserma, oscenità, mani tagliate e iperviolenza da cartone animato. Un miscuglio da cinema indipendente, da exploitation, appunto. Quel genere di spiritaccio che non piace alle majors alla ricerca del grande pubblico con gli effetti speciali. Qui invece è tutto sporco e terribilmente reale come gli stunt. Forse, a lungo andare, fu proprio quello che piacque al grande pubblico.
‘Mad Max: il guerriero della strada’, arrivò sugli schermi italiani con un paio d’anni di ritardo rispetto alla produzione e dal pubblico, salvo qualche caso, non fu collegato al primo ‘Interceptor’. In effetti quella che era stata una bizzarria geniale veniva riassunta nei primi minuti di film in bianco e nero, formato quadrotto mescolando immagini di una ipotetica ‘rivolta mondiale’ che aveva portato a una catastrofe. Poi l’immagine si allargava lasciando spazio all’outback australiano, paradigma del mondo ridotto a una sterminata terra perduta. Arrivavano i nuovi barbari che, nel bene o nel male, ispirarono in Italia (ma non solo) un filone che mescolava il western-spaghetti al mitologico reinventandosi un mondo nel quale i cavalli erano sostituiti da strane macchine e più dell’oro, più dell’acqua il bene agognato da buoni e cattivi era la benzina. Qui, sulla sua V-8 Interceptor torna Max, ormai diventato Mad Max, un dannato che, persa la famiglia, il lavoro, ogni punto di riferimento si aggira con un bastardino malmesso quasi come lui ( Max esibisce un tutore metallico di fortuna al ginocchio che se non oliato gli impedisce di piegare la gamba). È un cinico, un violento, un uomo che guarda l’orrore che lo circonda con l’occhio del sopravvissuto, pronto a cogliere ogni opportunità ma anche a gettarsi in sfide che potrebbero portarlo a una morte che inconsciamente cerca. In pratica il perfetto westerner. E un western è, in effetti, ‘Il guerriero della strada’ che ripropone il fortino assediato dagli indiani nella più classica delle avventure. Fango, sudore e polvere da sparo. Di tutta la storia, quello che si intuiva appena nel primo film, la trovata migliore sono gli Humugus, nuovi barbari in pelle borchiata e motociclette, a metà tra gli Hell’s Angels e i Village People. Esemplare è il moicano Wez (Vernon Wells che sarà poi sadico nemico di Schwartzy in ‘Commando’) che si porta appreso un efebico biondino la cui morte lo manda talmente fuori di testa che Lord Humungus (gigante culturista sfigurato con la maschera di ferro) deve incatenarlo per evitare azioni irriflessive e catastrofiche. Il resto del film si racconta con un pugno di parole. Il canovaccio è classico. Il cinico diventa portabandiera del gruppo indifeso, a lui si unisce un buffo, ma simpatico aiutante in mini elicottero. Aggiungiamo qualche vecchietto e altri personaggi da macchietta, una bella biondina e una donna guerriera che prima è ostile poi ammirata, e il gioco è fatto. Il sottile (ma non inesistente) richiamo gay sadomaso funziona, basti pensare allo spiegamento di tute in cuoio borchiato, gambali a ‘chiappe al vento’ e ferite e sevizie che il nostro riceve durante l’avventura. Ma il fulcro della storia, l’attenzione dello spettatore è catturata dalla fuga finale, un piccolo capolavoro senza CGI con vetture che rotolano nella sabbia rossa. Duelli ad alta velocità, armi primitive e tanta rabbia. Decisamente, sino a ora, il capitolo meglio riuscito. E il suo successo doveva essere il passaporto per l’America per George Miller. Purtroppo come è accaduto per moltissimi altri ( tutti i registi del cinema di Hong Kong, per esempio) Hollywood ha le sue leggi dominate da marketing, riunioni e contro riunioni, politiche degli Studios, tutte cose che ammazzano la vera creatività. Negli USA chi vuol fare del cinema realmente innovativo deve autoprodurselo o lavorare con piccoli gruppi indipendenti. Miller fu risucchiato in una produzione certamente più ricca ma che diede una mazzata terrificante al povero Mad Max che non si è rialzato più per trent’anni. Gibson come interprete ha preso la sua strada, ma Miller si è perso in una marea di progetti esecutivi tra i quali ‘Babe il maialino’ e ‘Happy feet’, dirigendo non si sa come e non si sa perché le ‘Streghe di Eastwick’, tutte cose delle quali, sospetto, non vada fierissimo. Sulla carta ‘Mad Max oltre la sfera del Tuono’ aveva tutte le carte in regola per essere un successo; rivisto dopo tanti anni non è neanche sgradevole, ma quando uscì fu una delusione totale per i fans di ‘Interceptor’. Già il fatto che la regia sia firmata anche da George Oglivie dimostra che dal progetto Miller a un certo punto si sia staccato. Peccato perché la presenza di Tina Turner nel ruolo di Auntie, regina di Barter town con annessa canzone dei titoli di testa erano una bella carta. I soldi anche se non moltissimi, c’erano. Ma era lo spirito dei primi film a mancare completamente. Mad Max alla fine aveva perso quella vena iconoclasta, feroce e grottesca che ne aveva decretato il successo ed era diventato un racconto per tutti. Il decòr si fa più sofisticato. Nella città del baratto i nuovi barbari perdono gran parte della rozza iconografia da locale gay-sadomaso per acquisire una visionarietà d’ispirazione nipponica, in fin dei conti, non pessima. Nella prima metà il film si regge anche. Capello lungo e barba incolta, Max approda alla città del baratto per recuperare quello che, contro ogni logica di continuity, il pilota pazzo del secondo film gli ha rubato: un carico di cammelli. Eh sì, la V-8 è scomparsa e non riapparirà più. La visualizzazione della città però ha un suo senso e anche la trama per cui Max diventa ago della bilancia nelle lotte di potere tra Auntie e Master-Blaster, un duo mostruoso formato da un vecchio nano sapiente e dispotico e un gigantesco, feroce ritardato. Sino al duello nella cupola (che pure è bizzarro e poco spettacolare alla fine) andrebbe tutto bene. Poi le carte s’imbrogliano, i patti si sciolgono e Max si ritrova dopo una marcia della morte nel deserto tra una tribù di bambini selvaggi in attesa del messia che li porti nella terra del Domani-domani, ossia una città distrutta dalla guerra nucleare. Qui va tutto a rotoli, come spesso accade nei film con i bambini. Non che non sia diretta bene, ma la mezz’ora in cui il cinico Max diventa il salvatore dei sopravvissuti, ammazza il personaggio. È vero che anche nel primo film c’era una situazione simile ma realizzata in modo molto più secco e coerente con il carattere di Max. Qui poi si tratta di tornare a Bartertown, recuperare Master che è diventato buono e fuggire questa volta su una motrice di un treno. Arriviamo poi a un inseguimento lunghissimo, poco spettacolare, totalmente privo di sangue e budella. Manca in particolar modo un vero cattivo che stia al confronto con Lord Humugus e Wez. Alla fine persino Auntie diventa simpatica e, inspiegabilmente, lascia il nostro eroe vivo. Finale messianico con i bambini che riaccendono le luci tra i grattacieli distrutti.
E adesso aspettiamo ‘Fury Road’ che Miller finalmente ha girato dopo mille difficoltà, rinvii, rinunce. Contrasti con Gibson annullarono il progetto nel 2000, poi vennero le Torri Gemelle e il dopobomba non sembrava più di attualità agli esperti di marketing americani (ma dove li pescano questi?) e infine difficoltà varie. Tom Hardy mi sembra ben trovato, diverso dal modello originale ma, soprattutto dopo ‘Bronson’, stella in ascesa con capacità differenti ( basta guardarlo quando fa Bane in ‘Batman’ e poi Tarr in ‘La Talpa’), Charlize Theron impersonerà Imperatrix Furiosa e Immortan(sic!)Man sarà lo stesso interprete di Toecutter, Hug Keays-Byrne. Della storia poco si sa, salvo che sarà, ovviamente una corsa nell’Outback. Certo, oggi siamo nell’era del digitale e i bei vecchi road movie con i veicoli veri e gli stuntman lasciano spazio alla computer graphic.
E venne il giorno in cui le strade presero fuoco. Torna Mad Max diretto da George Miller. Son passati trent’anni e più, tutto e cambiato e in qualche modo l’apocalisse sembra sempre più vicina alla realtà. Fury Road non poteva essere altro che un reboot con tutti i rischi e le opportunità che questo genere di operazione offre. Prima osservazione. Per 30 minuti Max è burattino (letteralmente!) degli eventi. Ci viene mostrato in una prima emblematica sequenza vicino alla V-8, preda dei suoi incubi, più che mai pazzo e disperato, tanto da mangiarsi lucertole mutanti. Sente le voci in un deserto abbacinante. Poi si fa da parte per mostrarci questo nuovo mondo infernale da dopo bomba. Il modello, la mitologia di riferimento, è ovviamente il secondo film ma, per fortuna, non viene commesso l’errore del terzo. Non è pretestuoso citare l’influenza dell’immaginario di Jodorowsky, o almeno così mi pare. Pur restando fissi alcuni elementi fondamentali questo mondo di nuovi barbari è differente, evoluto direi se non fosse un paradosso in uno scenario di totale desolazione. Città diverse, tribù diverse, un’estetica nichilista che copre tutte le possibili sfumature. L’acqua è importante quanto la benzina,; la deformità, la malattia dilagano. C’è una ricerca disperata di riscatto anche nel folle impero di Immortan (sic!) che si circonda di guerrieri suicidi in cerca di ‘ammirazione’ nel Walhalla ma divorati da febbri e bubboni. Musica rock, simboli di morte, ingranaggi e ruggine e sopraffazione. Da questo scenario che si va via via delineando con una serie di variazioni intelligenti, congeniate per mostrarci come anche la decadenza possa differenziarsi, emerge una figura femminile. Imperatrice Furiosa, donna guerriera con il capo rasato di Charlize Theron, addirittura monca di un braccio. Qui ci sarebbe da notare che il cinema, anche quello avventuroso dei nostri giorni, impone figure di forti caratteri femminili. E, in effetti, il film sembra giocare più su questo elemento che su Max. sembra perché la trappola del compiacimento femminista s’interrompe un attimo prima della catastrofe temuta dallo spettatore che, vi piaccia o meno, è quasi tutto maschile. Furiosa cerca redenzione, fugge con una blindocisterna e le spose da cui Immortan spera di ricavare figli ‘normali’. Un pugno di vestali dal bel visino che non si capisce proprio come possano essere sopravvissute sino a quel momento. Scappano verso il Posto Verde e già lo spettatore teme derive simili a Thunderdome con il luogo sacro dominato dal matriarcato. Non è così. In questo mondo post atomico, barbarico, che mi piace associare anche a Howard oltre che a Jodo, non funziona così. Il Posto verde è una palude infetta e la tribù delle madri è ridotta a una gang di motocicliste guerriere tra le quali spunta(unica ancora giocane) Megan Gale che fu sirenetta dei primi spot dei telefonini e mantiene ancora una sua giunonica bellezza. Le altre sono incartapecorite guerriere che accolgono le fuggiasche insegnando loro che se è vero che la donna non è una cosa, la sua libertà se la deve meritare. In quel mondo a fucilate. E qui finalmente Max si toglie la maschera. Tom Hardy come ho già detto in altro luogo è una forza della natura. Pazzo furioso più di tutti, cerca anche lui la sua redenzione. Poche parole e molta azione. Spettacolare, incalzante, con mille trovate differenti. Anche la Computer Grafica ci sta, per una volta. Road movie con pochissimo dialogo come è giusto perché ‘quando si spara si spara, non si parla’. E anche così muiono anchei buoni e non solo quelli segnati già dal principio. Il cinema d’azione non ha bisogno di parole, non più del dovuto. È movimento, colore, suono, ritmo. Esaltante perché va all’osso e sa prendere letteralmente la strada meno facile pur arrivando a un finale che, del resto, anche noi vogliamo consolatorio. Meta-western futuribile con una strizzata d’occhio al medievalismo barbarico, termina come deve. Come il cavaliere della valle solitaria anche Max se ne va, come sempre ha fatto. Nelle Terre Selvagge dove dobbiamo andare? Non si sa. Ma questo è il punto.

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IL PROFESSIONISTA COMPIE 20 ANNI

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20 anni di pubblicazioni ininterrotte, in totale quasi 70 episodi. Un primato abbastanza unico nell’ambito della narrativa popolare italiana. Che vale la pena di festeggiare anche con un evento.
Nel maggio del 1995 usciva su Segretissimo ‘Raid a Kouru’ la prima avventura del Professionista, personaggio che mi era stato chiesto di serializzare per affiancare Malko Linge SAS che restava l’unico eroe seriale della collana. Era un momento, devo dire, difficile per la spy story avventurosa. Le collane in paperback americane e francesi si erano ridotte sino all’estinzione e spesso venivamo pubblicati ancora romanzi della Guerra Fredda di autori consolidati ma che, in quel momento, mi parevano fuori tempo. Segretissimo ( giudizio da lettore anche se avevo già pubblicato un romanzo con il mio nome, ‘Sopravvivere alla notte’ da poco ristampato da Centoautori in una bella edizione da libreria) stava perdendo mordente. Forse la caduta dei blocchi aveva falsamente convinto che il filone fosse morto (errore di valutazione gravissimo), e comunque io ero un convinto sostenitore che il pubblico volesse un eroe nel quale identificarsi. Un duro che ‘seduce, spara e picchia’ per dirla un po’ rozzamente, ma che volete farci, sono cresciuto leggendo Spillane, Fleming, Bruce, Aarons e Nick Carter (non solo, ma come formazione spionistico-avventurosa contano quelli lì) non è che ci si poteva aspettare un eroe introspettivo. Forte della mia convinzione avevo proposto a Luigi Bernardi un paio d’anni prima un personaggio per una lunga avventura a fumetti intitolata ‘Agente di nessuno’ ambientata a Beirut e poi un seriale che poi era il Professionista. Non trovammo mai un disegnatore e fu un peccato. Però nel frattempo avevo pubblicato ‘Pista Cieca’ negli Oscar e ‘Lacrime di Drago’ negli Omnibus Mondadori. Non sapevo che, alla fine sarebbero rientrati nella saga del Prof. Quanti titoli sono usciti da allora? Me lo chiedono spesso, e, anche consultando l’indice su Wikipedia, ho perso il conto. Il che, per me è già una cosa positiva. Diciamo che dal ’95 sono usciti sempre 2 volumi all’anno, a volte tre, e poi da quando sono cominciate le ristampe abbiamo abbinato alle riproposte degli inediti di varia lunghezza ma sempre romanzi (e questo di maggio è il numero 10). Poi ci sono i romanzi fuori serie come ‘Pietrafredda’, ‘Nero criminale’, ‘Vendetta’, ‘Il Luparo’ (che è una versione ampliata di ‘Giungla mortale’, pubblicato da Metrolibri con i disegni di Cinzia leone, con una serie di collegamenti diretti alla serie pubblicato in ‘Professional Gun’). Infine tutti i racconti. Insomma Chance Renard il Professionista, alternandosi con altre mie produzioni perché raccontare è nel mio DNA, mi ha accompagnato costantemente per questi vent’anni. Nasce da più di una prova e più di una intuizione. Se, come dicevo, l’idea che il pubblico volesse un eroe che non è un ‘supereroe da bambini’ ma un personaggio, come diceva Fleming, che vive ‘storie improbabili ma non impossibili’ era un canone fondamentale, molti altri dettagli dovevano emergere dal grandissimo mondo che costituisce il mio Immaginario. Più volte ho citato (e qui torniamo agli anni ’80) i romanzi scritti per puro diletto con un protagonista che era a metà tra 007 e Bruce Lee ( Fang il Drago che diventerà un importante comprimario della serie), poi le letture di ‘Al servizio di chi mi vuole’ di Scerbanenco e soprattutto l’opera omnia del grande Roberto Magnus Raviola, comprendendo Kriminal e Satanik, ma anche Dennis Cobb ma, in primo luogo, Lo Sconosciuto. Le fonti, come vedete sono tantissime, compreso negli ultimi anni il Nick Fury riletto da Ennis, la lezione sull’intrigo di tutta l’opera del mio unico e vero Maestro, Ian van Hamme (XIII, Largo Winch, Thorgal e tutta la sua produzione). Sinceramente le fonti di ispirazione sono moltissime. Devo dire quelle italiane si limitano a quelle citate, non alambiccatevi a cercarne altre… Da principio, però, la mia idea (in effetti all’editor di allora presentai un progetto ma non specificai troppo perché questi son dettagli da creativi, non da funzionari editoriali) era quella di dar vita a un personaggio che avesse qualcosa di tutto ciò che mi aveva appassionato, ma incorporasse alcune mie esperienze di viaggio, di arti marziali, personali, trasfigurate. Insomma volevo fare quel piccolo gradino in più, necessario per distinguermi. E il punto forte di questo progetto era elaborare un personaggio che l’epoca stessa non voleva legato a un servizio particolare. Un mercenario, uno che si poteva considerare una ‘brutta persona’ , e un po’ lo era davvero, perché si vendeva a chi poteva pagarlo. Un trucco per delineare un duro alla Mike Hammer (con un suo codice che sarebbe emerso dalle sue scelte), ma in particolare modo, la possibilità di variare se non il tono e il ritmo delle avventure (che dovevano restare serie e sostenute) almeno ambientazioni e spunti. In retrospettiva, dopo tanti episodi, l’idea è stata vincente. Il pubblico si è abituato ad aspettarsi qualcosa di nuovo, una sorpresa a ogni uscita, magari a ritornare a distanza di tempo su argomenti e fil rouge lasciati in sospeso, ma non a cristallizzarsi in un unico formato. Ai tempi sembrava pericoloso perché il trend era quello di riproporre sempre la formula vincente. Oggi le serie tv, quelle narrative e cinematografiche (007 in primis) hanno dato ragione alla mia idea. Ogni tanto un reboot ci vuole. Anche perché i gusti dei lettori, anche nell’ambito della stessa serie, sono vari. A uno piacciono le avventure orientali, all’altro quelle quasi hard boiled, all’altro i ‘caper’, all’altro ancora le storie classiche di spie. Ma è stata la volontà sin dal principio di cambiare non molto, ma un po’ tutte le volte, il registro che ha permesso avventure anomale come ‘Gangland’ (che poi è stata fortunatissima e ha riportato i legami con l’Italia in primo piano) o ‘Vladivostock hit’ che alla fine è uno spin off con Antonia e non con il <professionista ed è un divertente mix tra lo spionaggio e certi thriller alla ‘Hostel’ che andavano in quel periodo. Così come abbiamo avuto avventure di guerra (la lunga digressione di ‘Il grance colpo del Marsigliese’ durante la Seconda guerra mondiale abbinata al quasi western parzialmente ispirato a Rodriguez nello stesso romanzo).
Festeggiamo con i volumi che escono quest’anno, ma in questo mese di maggio abbiamo il numero dieci del Professionista Story (che di per sé è già un bel traguardo) che ripropone un’avventura mai ristampata ‘Uno contro tutti’ che all’epoca fu un po’ una sfida a realizzare una storia tutta europea, io che avevo fatto dell’esotismo un vessillo. Anche questo era un piccolo cambiamento che ebbe successo e diede poi la via a molte altre avventure. Qui poi si mescolava la vendetta di Marny (da ‘Marea Rossa’) al ricordo di un amore giovanile del Professionista. Rileggendo le bozze di quell’episodio che ricordavo solo per sommi capi, sorrido. C’è, trasfigurata ovviamente, un pezzo della vita dell’autore in quella vicenda. Ma non solo. I ricordo, allora recente, di un soggiorno in Spagna e poi alcune letture di spionaggio transalpino (vi lascio il gusto di scoprire cosa) e tanta farina del mio sacco per una vicenda intricata al punto giusto per mettere il protagonista nella più classica delle situazioni. Braccato da tutti, persino dai suoi committenti (che in quel momento erano i servizi russi…), sospettato di essersi fregato un carico di rubli e diamanti. Un ricordo affettuoso anche per Valentina che aveva il fisico e la grinta di Diane Venora nel remake di ‘The Jackal’. Riaffioravano ricordi dei viaggi in Grecia e di Amsterdam dove erano andato anni prima a studiare Thai Boxe. Si accompagna a questa lunga storia un episodio inedito del titolo ‘Anaconda’. Qui cambiamo registro. Centro America, giungle e città egualmente pericolose. Un richiamo alla cronaca forse non troppo conosciuto. Ricordo che pur inedito è ambientato nel ’99. Erano gli anni in cui al-Qaeda restava un nemico dell’America ma aveva fallito (nel ‘93) un attentato alle Twin Towers e messo a segno in Africa due micidiali attentatinel ‘98. Bazzecole rispetto a ciò che sarebbe tenuto dopo, ma sufficienti a suscitare le pressioni dell’allora presidente Clinton su tutti i governi che aiutavano Bin Laden. In Sudan, lo Sceicco del Terrore perse una fortuna, derubato dai suoi stessi complici governanti timorosi di incorrere in sanzioni severe. Al-Qaeda aveva bisogno di soldi, è un fatto accertato, e cominciò a battere altri inediti sentieri. ‘Anaconda’ è anche questo. Non solo perché l’idea, invece, è prettamente avventurosa e ce l’avevo in testa da tantissimo tempo. Una storia di un noto fumetto western, ma una di quelle degli esordi, con i protagonisti bloccati dai nemici in un tempio del Mesoamerica infestato da un gigantesco anaconda. Mettete insieme la fascinazione di certe pagine di Dorsison ( ‘Long John Silver’), alcuni filmacci con i serpentoni, la voglia di un’avventura combat nella foresta, i ricordi di un indimenticato viaggio in quelle regioni e le immancabili, letali femmine da combattimento e avrete un romanzo breve del genere richiesto per una paginazione di queste raccolte.
Chiariamo un ultimo punto che mi vien spesso sottoposto. Le storie del Professionista si articolano in tre differenti formati, a seconda delle esigenze editoriali, ma non solo. Il romanzo classico che ha una lunghezza che varia, a seconda della complessità, dalle 230 alle 300 pagine. Sono le storie più lunghe che appaiono su Segretissimo in prima battuta e propongono intrecci vari di notevole complessità, ritmati dall’azione ma che richiedono un ampio respiro per svolgersi completamente. Poi ci sono i romanzi previ che costituiscono il nucleo degli inediti del Professionista story e variano tra le 110 e le 200 pagine a seconda delle necessità editoriali. Sono storie concepite sin da principio per essere più brevi. Detesto tagliare una vicenda, lascia sempre qualcosa di incompiuto. Parto da un’idea più semplice ma vi assicuro che anche in un numero di pagine più ristretto si può articolare una avventura autoconclusiva e di una certa complessità. ‘Soluzione adottata anche per alcuni romanzi fuori collana da ‘Pietrafredda’ a ‘Nero Criminale’. Ci sono poi i racconti e le ‘novelettes’(per esempio come ‘Contratto veneziano’ pubblicato sul primo Legion e ‘Doppio tiro a Samarcanda’ che uscirà sul secondo volume) che si articolano tra le 20 e le 30 pagine e prevedono un’idea, una situazione svolta compiutamente ma limitata nel tempo. Modi diversi per raccontare storie differenti con un unico protagonista. A volte necessari per dare risalto a qualche sfumatura o persino a fatti e personaggi secondari come la Bimba e Antonia in ‘Una questione di Donne’ e persino a un nemico come l’Inglese nel racconto omonimo apparso in un’antologia uscita per Ego latina dedicata all’Agente segreto più famoso del mondo.
Non dimentichiamo poi che a volte ci sono storie che richiedono un respiro più lungo e che, pur presentate al lettore come autoconclusive formano un romanzo unico. È il caso degli episodi (ancora incorso di pubblicazione) che vedono Chance con il suo amico Liam in lotta contro il colonnello Silva (‘Guerriglia a Capo Verde’, ‘Operazione Tempesta’ e prossimamente ‘Caccia spietata’) o delle miniserie quali quella dedicata a Marny, nemica implacabile nel corso di tre romanzi di per sé autoconclusivi ma legati da una continuity (‘Marea Rossa’, l’attuale ‘Uno contro tutti’ e ‘Duello a Raikujan’, che spero vedremo presto ristampato).
Come ciliegina sulla torta, organizzata da alcuni amici lettori, una cena commemorativa il 19 maggio presso il ristorante Grani & braci di Milano, durante la quale assaggeremo specialità alla brace e parleremo ancora del Prof. Vi allego la locandina dell’evento. Grazie a tutti voi che avete seguito il Professionista. Alcuni dal principio, altri da vari momenti della sua carriera, qualcuno in più magari proprio da questo numero. Benvenuti nel mio mondo.

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VENDICATORI UNITI

avengers rece

Recensire AVENGERS-AGE OF ULTRON mi permette (a seguito anche di un mio post polemico su FB sulla critica ‘ufficiale’ e i suoi preconcetti seguito da molti di voi) di chiarire alcuni punti. È un film d’avventura tratto da un universo popolarissimo che si è guadagnato il suo posto nell’immaginazione popolare sin dagli anni ’60. Merita quindi rispetto anche da chi vorrebbe vedere solo film ‘impegnati’ e pretende di giudicare solo con parametri applicabili a quel genere (che sempre genere è visto che, se vogliamo, film come ‘Mia madre’ giusto per fare un esempio sono zeppi di cliché del filone intimistico-piscologico) . Un film concepito per il divertimento quindi, e come tale devo predispormi alla visione. Un piccolissimo inciso. Non riesco neanche a immagine la soddisfazione di Stan Lee (qui presente in un gustosissimo cameo) di vedere il suo universo fantastico ancora vivo dopo tanti anni e approdato a un altro medium che lo ha valorizzato e interpretato (magari con qualche licenza) ma conservandone tutta la magia. Veniamo (come si diceva nelle riviste tipo Il Cinematografo) allo ‘specifico filmico’. Questo secondo capitolo della corale epopea dei Vendicatori mi è piaciuto soprattutto perché pur essendo narrativamente molto differente dal primo, resta fedele al suo assunto di base che poi è il perno non solo della serie, ma di quasi tutti i racconti d’avventura. Vendicatori uniti! Se la vita ci dimostra ogni giorno quanto poco ci si possa fidare delle amicizie, quanto tenue sia il filo che, nelle difficoltà, tiene uniti nazioni e gruppi, almeno nella fantasia ci sia consentito nel credere nella validità dell’amicizia, dell’agire per il bene comune, di perdonarsi anche gli errori più gravi. Perché come Loki cercava di unire e poi dividere i vendicatori, in questo episodio, se pure già si vedono crepe che porteranno a Civil War, i personaggi hanno una loro funzione in quanto persone. Stark commette un errore che quasi distrugge il mondo, la vedova nera e Banner scoprono qualcosa che forse non conoscevano, occhio di falco si rivela anche umanissimo padre, i potenziati(che per una questione di diritti non si possono chiamare qui Mutanti) prima corrono in una direzione, poi mutano rotta. Lungi dall’essere manichini i Vendicatori ancora una volta comprendono il valore di combattere uniti, non a caso contro una macchina che, per quanto senziente realizza il suo piano creando un esercito meccanico di cloni di se stesso e interpreta la salvezza del mondo con la sua distruzione. Ma ciò che, personalmente, trovo più valido è il racconto, diretto da Joss Wehdon che(con buona pace della frase sprezzante con cui lo liquida il critico del giornale milanese al termine del suo pezzo)è un regista con i fiocchi e conosce perfettamente il mestiere di raccontare, lo dimostrano i suoi lavori passati…che non cito perché credo che chi legge li conosca… si comincia in media res, un attacco nel quale chi avesse la ventura di vedere per la prima volta i Vendicatori può rimanere un po’ confuso.ma anche questo fa parte della logica dei tempi. Da mesi tutta la serie di film è disponibile, a volte a prezzi convenienti, nei video store. E se anche qualcuno si avvicinasse per la prima volta a questo universo, identifica immediatamente personaggi e situazioni, trascinato dal vortice dell’azione. Perché di azione si tratta e come diceva Sergio Leone ( per bocca del Tuco) ‘quando si spara si spara, non di parla’. Poi il ritmo rallenta, le inquadrature si fanno più ravvicinate, intravediamo segni sui visi dei protagonisti. Ma è una pausa breve, necessaria ma non compiaciuta. La narrazione riprende, spettacolare ma sempre con il ritmo giusto. I personaggi si qualificano per ciò che fanno e ciò che dicono. Non una parola di più o una di meno. Non c’è tempo, né necessità per divagare. E tutto porta verso il finale che è catartico, come i classici ci insegnano che dovrebbe essere, eppure lascia intravedere mille strade per il futuro. Lo ammetto non sono un grandissimo fan degli eroi in calzamaglia quindi non conosco molto bene il loro universo narrativo di carta, ma che importa. Lo vedo, lo apprendo attraverso il film. Qui gli eroi più classici lasciano spazio a quelli meno noti, ma sempre sono presenti. E gli incubi, che sono materia e motore di ogni errore o azione eroica, sono a efficaci perché appena accennati. Le visioni indotte dalla strega Scarlett hanno una loro potenza evocativa perché scorrono rapide. Ci sono ma non intralciano la storia che, effetti speciali a parte (tra l’altro ottimi come sempre),si dipana in maniera non banale e non ripetitiva. Almeno per me che, scusate, mi occupo di narrativa popolare da venticinque anni (da una vita vorrei dire)e qualcosa ne capisco. A voi il piacere di scoprire il film e di giudicarlo. Una volta acquistato il biglietto siete i ‘Masters of the Universe’ e il giudizio tocca a voi.

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PERCHE’ E’ COSI’ IMPORTANTE LA NARRATIVA PULP

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Perché la narrativa popolare, che molti definiscono con un malcelato senso di superiorità. Pulp o letteratura da stazione, è così importante per il mio lavoro? Semplice. Perché ci sono cresciuto assieme. Compagna non esclusiva ( sì, d’accordo i miei studi classici li ho fatti anche io…e qualcosa ci avrò pur ricavato) dei miei anni di formazione giovanile, mi ha aperto sempre nuovi orizzonti. Leggere il Corrierino mi ha consentito di approdare a Salgari, guardare telefilm forse un po’ dozzinali e oggi rivalutati, mi ha permesso di intraprendere un cammino senza paletti o distinzioni che oggi mi consente ancora di stupirmi e di divertirmi, quanto e più di un tempo. Il risultato è sulla carta. Ogni volta una nuova avventura, un nuovo mondo che riallaccia fili con fonti diversissime, lasciate nella mente e soprattutto nel cuore nel corso degli anni. Parlavo qualche tempo fa con un lettore, un medico che ha la mia età e con il quale abbiamo scoperto di aver visto e ritenuto nella memoria storie ed entusiasmi in comune. Mi trovo a scoprire che io sono il mio lettore e, forse è per questo, che la passione che metto in ogni storia è anche la vostra. E poi devo ammettere che mi son stufato di leggere libri costosissimi tra l’altro di autori celebrati dove per 500 pagine non succede nulla. E invece trai vecchi pulp, le pubblicazioni da edicola, che sono economiche quindi popolari nel vero senso della parola, c’è una freschezza e una rapidità che vanno solo ammirate. Non è l’azione frenetica di per sé, ma l’inanellarsi di avvenimenti dialoghi, situazioni. In tal senso la visione delle serie tv oggi è è più illuminante del cinema (che continuo a guardare riscoprendo spesso classi i degli anni 30 che trovo attualissimi). Il senso è, veramente, quello di raccontare una storia in modo avvincente ma non sciatto. Coinvolgente, senza perdere tempo a ‘fare gli artisti’ o a ‘inviare un messaggio’ che, se proprio voglio deve essere semplice e diretto. E tutto questo non mi impedisce di rileggermi La postion du tireur couchè che resta forse uno dei più bei thriller mai scritti, dal quale c’è solo da imparare.

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IL PROFESSIONISTA CONTRO TUTTI

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Quando ho cominciato a scrivere le avventure del Professionista, 20 anni fa, non credevo di arrivare a questo punto. O forse no. Ci speravo almeno. Avevo un contratto per tre romanzi con un personaggio che doveva affiancare SAS , eguagliandone o per lo meno seguendone il successo. Mi ci buttai con entusiasmo, dopotutto la spy story era la mia passione e avevo già pubblicato quattro romanzi nel filone: ‘Sopravvivere alla notte’, ‘Giungla mortale’ (che poi sarebbe diventato ‘Il Luparo’), ‘Lacrime di Drago’ e ‘Pista cieca’. Quello che non sapevo era che, considerato il successo della serie, alla fine sarei arrivato a unire con un sottile filo rosso anche queste storie e con esse L’ombra del Corvo, la trilogia di ‘Montecristo’, ‘Ora Zero’ e ‘Sole di fuoco’. E adesso che ho quasi perso il conto del numero di romanzi, racconti, novelettes con i personaggi del Professionista e il suo mondo(comprese alcune brevi escursioni ‘storiche’ ai tempi delle Brigate del Tigre), posso dirmi soddisfatto. In tempi nerissimi per l’editoria, anche tenere il bastione è un successo. Per me lo è soprattutto l’apprezzamento dei lettori, l’entusiasmo con cui mi metto a scrivere ogni nuova avventura con il perverso piacere di sapere che, in ogni episodio troverete gli ingredienti di sempre il ritmo, l’azione, l’intrigo e, perché no’, il sesso) ma ci sarà sempre una sorpresa spiazzante. E nel ‘Cerchio nero’, vi assicuro che le svolte inaspettate non mancheranno. La verità letteralmente uccide, si dice nella quarta. Sì, anche nel mondo della fantasia, della spy story che è uno specchio del nostro mondo, simile ma non uguale, ci son o segreti che, come si dice, dovrebbero restare tali.
La mia idea, maturata dopo alcune avventure più esotiche, era quella di riprendere alcune atmosfere di ora zero. Di lanciare la sfida alla grande narrativa di spionaggio con una storia della Guerra fredda. Quella nuova, naturalmente che non ha più basi ideologiche ma solo politico economiche.ma che affonda le sue origini in quella vecchia, così affascinante con i suoi estremismi ideologici, i suoi meccanismi lontani da troppa tecnologia. Il fattore umano. Perché più del diabolico piano del progetto Loki conta capire chi è la talpa nella Dse ma soprattutto perché qualcuno ha tradito. E se al protagonista fosse posta una scelta impossibile? Assecondare il ricatto dei suoi avversari scegliendo tra le vite di due persone altrettanto importanti. Il suo amico bruno genovese e la Bimba? Che cosa potrebbe decidere il Professionista? Ma non basta. Tornano personaggi già incontrati come Nikki Krueger che avevamo lasciato con un punto di domanda al termine di ‘Operazione Barracuda’. E poi, incombente, l’ombra di Georg Bruckner, supremo burattinaio di ‘Ora Zero’. Ma tutto è spiegato, comprensibile anche per chi quei romanzi non li ha letti. Un gioco delle matrioske, le bamboline russe una racchiusa dentro l’altra, come vuole la tradizione della spy story più classica. Con quel carico di azione e violenza tipiche delle storie dei nostri tempi. Ovviamente ci sono anche nuovi nemici e nemiche… credo che le Addolorate daranno un tocco di perfidia e violenza necessario ai tempi. Buona lettura!

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IL PROFESSIONISTA E IL PROGETTO LOKI

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Si sta avvicinando una data fatidica. Venti anni di pubblicazioni regolari(diverse per anno) del Professionista su Segretissimo. Io credo un traguardo importante anche nella narrativa popolare che è abituata ai serial. Malgrado cambi di gestione, venti contrari, imparabili difficoltà, il calo dei lettori, il conto delle rese (che per il marketing è una vera mannaia) che viene fatto sulle copie cartacee senza tener conto dell’ebook, Chance Renard Il Professionista è ancora qui, nella collana regolare e nelle ristampe, a raccontarvi le sue storie. Fedele allo spirito delle prime avventure ma sempre con qualcosa di nuovo. Il Cerchio Nero, la storia che troverete nelle edicole a Marzo, chiude un po’ un ciclo. Si tratta della lotta di Chance , di bruno Genovese e della DSE contro l’organizzazione nota come progetto Loki. Mi sembra giusto ricapitolare un po’ le fila di questa continuity sotterranea anche se nel romanzo troverete tutti i riferimenti e potrete leggerlo come al solito come una storia a se stante senza bisogno di troppi… bigini.
Il progetto Loki, così come lo abbiamo visto sin ora è un’organizzazione nata alla fine della Guerra fredda e unisce vecchie spie dell’Est e dell’ovest determinate a portare la situazione geopolitica ai tempi della divisione dei blocchi. È proprio così? Lo scopriremo in questa storia che si rifà anche a un altro mio romanzo che compie dieci anni proprio nel 2015, ora zero, che viene evocato soprattutto nella figura di Georg Bruckner, masterspy della Guerra Fredda. Le prime tracce del progetto Loki, si trovano in alcuni capitoli di Morte senza volto che risale al 2010, ma la rivelazione arriva realmente e come una bomba al termine di Gangland Blues che sembra solo un hard boiled milanese e, proprio nelle ultimissime pagine ribalta tutto dando inizio a una storia di concitate avventure che avranno la loro realizzazione proprio in nome in codice Loki. Vicenda molto particolare nel serial del Professionista. In seguito la DSE si scontrerà con il Porgetto Loki(e la sua organizzazione avversaria altrettanto criminale il gruppo 666) in numerose altre storie tutte autoconclusive ma che controbuiscono a creare un complicato mosaico che il letore attento8e quello del Professionista lo è) non potrà non apprezzare. Indizi e personaggi vari, operazioni fallite e riuscite, insomma le fasi di una vera e propria guerra clandestina si ritrovano in Il Professionista non è Morto, Operazione Barracuda, la triade di Shanghai, nel cui finale bruno Genovese decide di costituirsi dopo essere stato ingiustamente accusato di tradimento, per scoprire chi sia la talpa del progetto Loki nella divisione sicurezza europea. E altri importanti indizi affioreranno in Colpo su Colpo e altre avventure. Ma è giunto il momento di confrontarsi in una partita definitiva che, lo vedrete, per Chance si dimostrerà particolarmente impegnativa perché lo metterà di fronte a scelte estreme. Nel contempo si costruisce una vicenda di spionaggio puro, di caccia al traditore, di ricerca nei vecchi files e nella storia della Guerra fredda. Personaggi vecchi e nuovi si affrontano con un ritmo sempre serrato, azione, sesso oltre che a indagine. Perché sarebbe stato impossibile proporre una vicenda di sapore lecarreiano in Segretissimo. Invece, un po’, il ritmo è proprio quello di Ora Zero. Vi lascio dopo questo piccolo riassunto a godervi la vicenda che troverete tra poco in edicola, augurandomi che sia gradita sia ai fedeli lettori che a quelli nuovi che potranno leggerla tranquillamente senza doversi troppo preoccupare della continuity. Dimenticavo…gli elementi per capire chi è la talpa nella Dse, ci sono tutti in questo volume. Basta saper collegare i punti tra una sparatoria e l’altra. Buon divertimento.

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SCRIVERE SEGRETISSIMO

scrivere blog
Scrivere Segretissimo. La mia grande passione sin dagli anni di formazione, da ragazzo quando compravo a carrettate gli agili romanzetto con i miei eroi preferiti OSS117,Sam Durell, Nick Carter, Sas…e tanti altri. Ho pubblicato il mio primo segretissimo nel 1992(anche se nella collana avevo esordito sin dal 1985 con qualche racconto) e da allora ho pubblicato due serie (Vlad e Il Professionista) più alcuni romanzi one shot e numerosi racconti. Quest’anno saranno venti anni di pubblicazioni ininterrotte del Professionista e ne vado fiero, perché ancora oggi lo scrivo con la stessa energia e voglia di divertirmi ancor prima di divertire di un tempo. Così, dopo manuali specifici sulla scrittura di genere e il Pulp, sull’Azione e l’Avventura, ho deciso di mettere a disposizione la mia esperienza nella spy story e in Segretissimo in particolare. Non è l’unica via, ma di certo è stata una strada che ha raccolto successi. Un manuale per chi vuol cimentarsi con il genere, ma anche per chi legge e vuol saperne di più. Con una bella appendice sulla storia del filone. In tutti gli store on line, da Delos Digital

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IL PROFESSIONISTA CHIAMA SAS

anello di fuoco
Buone notizie sul fronte dello spionaggio! Almeno quello della fantasia che poiè il nostro preferito, rispetto agli intrighi veri che annunciano sempre tragedie e che, pur essendo lo sfondo di tante avventure a volte proprio non ci piacciono.
Torna in edicola Sua Altezza Serenissima, di Gerard de Villiers, autore amatissimo e vero modello per la spy avventurosa degli ultimi decenni. Con una testata nuova ?Segretissimo-SAS’ che sottolinea il legame con la collana madre e ricorda a tutti che i vincoli di un tempo non sono stati recisi. Forse SAS A ISTNABUL molti collezionisti lo avranno, magari per molti sarà una scoperta perché si tratta di una storia paradossalmente attualissima anche se racconta della guerra fredda nel 1969. Eppure la cronaca ci riporta su medesimi scenari, anche se lo scontro ideologico non è più quello di una volta (ma le mire russe sul Bosforo sì). Una bella storia nella quale conosciamo SAS nel pieno vigore degli anni, ma anche i suoi mitici gorilla della CIA e il maggiordomo killer Elko Krisantem con tanto di sfondo di ballerine del ventre, hostess e bellezze varie e un nemico russo degno di nota. In più quell’ambiente levantino che da sempre è fondamentale per la spy story avventurosa. Ma non finisce qui, perché, ho il piacere di introdurre ufficialmente la collana con un articolo ricco di aneddoti e, al romanzo originale, è abbinato un racconto inedito del PROFESSIONISTA. L’ANELLLO DI FUOCO è una novelette come si dice in lingua inglese. 20 pagine per condensare lo spirito di Chance Renard, l’esotismo e l’azione che hanno portato ai vent’anni questa serie tutta italiana che , di certo, ha dei debiti con SAS e le altre spie di Segretissimo, ma ha aggiunto qualcosa di suo. Un bell’anticipo per ILCERCHIO NERO che uscirà in collana il mese prossimo. L’idea, e per questo ringrazio l’editore, è quella di cercare di convincere il lettore abituale di SAS a provare ‘anche’ un piatto di cucina nostrana, gradevolmente speziato d’avventura.

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BUONI PROPOSITI PER IL PROFESSIONISTA E SEGRETISSIMO 2015

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Ed eccoci a gennaio 2015, anno che segna il ventennale del Professionista, quindi un traguardo importante e uno stimolo a fare sempre meglio. Le ragioni sono più di una, prima tra tutte che, nei momenti di crisi, sono sempre convinto che uno debba stringerei gomiti e dare il meglio di sé… che non è necessariamente il meglio in assoluto ma la garanzia dell’entusiasmo e della volontà di non adagiarsi sugli allori. Che la serie di ristampe allegate a più brevi (per una ragione di paginazione) ma sempre gagliardi (spero) inediti sia arrivata al nono volume va oltre le mie più rosee previsioni. Significa che un po’ il pubblico s’è affezionato al personaggio e che, vecchi e nuovi, i lettori seguono il prof anche nelle ristampe oltre che nella collana ufficiale che quest’anno se il cielo non ci cade sulla testa(come dicevano i galli) arriverà a 4 episodi. A proposito di galli… come molti di voi sanno Gerard de Villiers, stimato maestro ed esempio, è mancato l’anno passato. La collana a lui dedicata, diciamolo sena timori, costituiva lo zoccolo del settore spy della Mondadori che teneva in piedi la baracca. Il Prof sta costruendosi un suo angol odi fedelissimi ma a superare SAS ce ne vuole. In questo mese di gennaio alcuni problemi contrattuali hanno fermato la collana SAS (che però riprenderà a febbraio spero e con un racconto promozionale del prof per catturare chissà mai qualche lettore). Sta quindi sulle nostre spalle la sopravvivenza della collana, anche se il problema SAS sembra rientrato(ma solo con ristampe visto che ormai c’è solo un inedito). Un’altra sfida in un momento difficile. Da parte mia c’è sempre l’entusiasmo che ha caratterizzato la serie sin dagli esordi, la volontà di dare, brevi o lunghe, sempre avventure nuove. Mi sembra che il programma di Segretissimo offra anche altri autori validi. Cominciamo con Signoroni che è una garanzia e poi tutti gli altri della legione e qualche ‘straniero’ come l’ottimo Quinn letto a dicembre. Io spero veramente che la distribuzione e il passa parola dei lettori riescano a far passare il messaggio. Storie d’intrattenimento, ma ben scritte, congeniate con passione, sempre diverse a un prezzo che più economico di così. La rivincita del pulp contro volumi costosissimi che magari dopo poche pagine ci fanno mordere la lingua. Di certo anche se il periodo d’oro di questa narrativa erano gli anni ’60, oggi lo spionaggio è un modo attuale per raccontare storie avventurose ma anche osservare la realtà geopolitica, sempre sotto l’ottica del divertimento narrativo, ma senza rinunciare, magari a sorpresa, a qualche osservazione più acuta. In questo volume di raccolta troverete due episodi. OPERAZIONE TEMPESTA che prosegue con la lotta al colonnello Silva già conosciuto in GUERRIGLIA A CAPO VERDE che vi porterà dalle isole Orcadi al Marocco sino allo scenario inedito e affascinante della Skeleton Cast. Sono gli anni ’90, il secolo si avvicina alla fine e quella che oggi è conosciuta con il nome di al- Qaeda all’epoca era nota solo a certi gruppi di intelligence. Lentamente attraverso queste avventure inedite si sta creando un filo con la drammatica realtà della cronaca. Poi troviamo MAREA ROSSA che è un’avventura particolare, da un lato scritta all’epoca per rendere omaggio alla tradizione avventurosa di Segretissimo e dall’altro una prova per inserire elementi diversi amalgamati nella tram generale. C’è nell’inizio a Tirana subito dopo la guerra civile in Albania, un primo approccio a luoghi e fatti a noi vicini e se poi la storia prosegue sul filo di una vendetta che scava nel passato di Chance e della sua famiglia, troviamo di nuovo il Giappone, l’India persino Mimy Oshima nella sua seconda apparizione, certamente diversa da come è oggi ma ugualmente affasciante. Poi c’è Marny, la rossa, una delle nemiche implacabili del prof che sarà l’antieroina di un miniciclo che ha riscosso grande successo. Ma forse sta proprio nelle pieghe della storia familiare personale di Chance, in alcuni accenni a un’umanità che emerge sotto la corazza del cinismo e della spavalderia, il segreto di questa avventura che amo moltissimo. Buon anno e buona lettura.

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BUON NATALE DAL PROFESSIONISTA

Prof09BUON NATALE PER BLOG
Cari amici e lettori, colpevolmente è un po’ che non aggiorno il blog e non ho scusanti. Forse è l’inverno, magari qualche acciacco o solo un po’ di pigrizia. Adesso sono qui, assieme al Professionista, a Bas Salieri, a Pietro Mai e a tanti altri personaggi che si sono avvicendati sulle pagine dei romanzi e anche degli ebook. Un’annata ricca di lavoro e impegni questa del 2014. Un consuntivo? Se la situazione economica ed editoriale resta quella che è, ammetto che quest’anno è stato ricco di soddisfazioni. Non solo il Professionista ha avuto tre inediti in collana ma la serie di ristampe procede bene e Bas Salieri ha registrato il top delle vendite nel Giallo nel corso dell’anno. A lui si affiancano il nero milanese Tutti all’inferno che ha avuto anche una recensione sul principale giornale milanese e ha centrato il bersaglio nel filone noir. Molte soddisfazioni sono venute anche dal mio piccolo Italian Giallo Mosaico a tessere di sangue, dai manuali di scrittura in ebook che sono stati in classifica per settimane e sì anche per Dream Force che non solo mi ha permesso di scrivere divertenti storie erotiche, ma mi ha consentito di aprire la strada a diversi giovani talenti che si stanno facendo le ossa in questa collana di Delos ma che io spero possano trovare un giorno posto su segretissimo. Il professionista sarebbe contento di averli al suo fianco. Perché oggi che, mancato de Villiers e sospesa per qualche tempo la collana SAS (come potete leggere sul blog di Segretissimo) la collana si basa soprattutto sugli autori nostrani. Dire che la situazione è delicata è un eufemismo. Malgrado il buon andamento del Prof nella stanza dei bottoni si valuta il settore nel suo insieme e mancando la spalla solidissima di SAS sarà una partita impegnativa. Questo mi stimola a lavorare al meglio. Vi posso dire di aver già scritto la maggior parte dei testi che usciranno l’anno prossimo e di essere soddisfatto (che è la prima garanzia) ma davvero ci vorrà uno sforzo di tutti. Degli autori, dell’editore, del distributore e dei lettori ai quali spetta il giudizio ultimo e dai quali dipende infine la sopravvivenza della collana. Alte soprese ci aspettano. Sicuramente faremo in cartaceo una versione uncut di Obscura Legio e di certo prima dell’estate in cartaceo Dbooks presenterà un mio lungo romanzo d’avventura La tigre dagli occhi di giada al quale tengo molto. E poi chissà’ altre sfide che spero siano coronate dal successo come è stato quest’anno ricco per una volta anche di premi e riconoscimenti. A Suio Terme, a Giallo Latino ma anche a GialloNero Luna Notte a Ravenna. Insomma da buon capitano guardo il mare in tempesta tenendo ben salda la mano sul timone. Con sicurezza e ottimismo, sapendo che voi siete con me. Buon Natale e arrivederci ai prossimi appuntamenti. Ricordate. Quale che sia il vostro sogno, credeteci sempre.

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