SCRIVERE DA PROFESSIONISTI

scrivere da professionista x blog
Dopo la pausa estiva comincia la nuova stagione.
Com’era prevedibile la situazione editoriale non è migliorata. Non vi nascondo che mi aspetto altre cattive notizie.
Chiariamo subito alcuni concetti.
Fare il Narratore professionista non è una cosa facile. Richiede disciplina, cultura (non del solo filone in cui intendiamo cimentarci), studio, dedizione continua e la capacità di sopportare umiliazioni e sconfitte, a volte inferte con malanimo e senza che sia possibile un confronto alla pari con chi sta ‘nella stanza dei bottoni’. La semplice aspirazione a sentirsi ‘scrittori’ e a vedere il proprio nome in copertina non bastano.
Occorre avere nel proprio DNA la volontà di raccontare delle storie. Costi quello che costi.
Da qui la seconda osservazione. La scrittura ‘terapeutica’ è un diritto, la pubblicazione no. Questa va conquistata giorno per giorno. A un certo punto può anche sfuggirci.
Il desiderio di narrare, invece, è solo nostro.
Chiariti questi punti affronto la nuova stagione con grinta e una gran voglia di esercitare il mio mestiere.
Perché non so fare altro.
Perché non voglio fare altro.
Partiamo dunque con qualche buon proposito. Ho intenzione di continuare a scrivere storie con il Professionista. Io mi auguro che almeno per un poco la situazione su Segretissimo si sia stabilizzata.
Lo stesso vale per Bas Salieri, che questa estate, ha avuto un buon riconoscimento con il racconto inserito in Delitti in giallo.
Intanto ci aspettano altre avventure. In digitale nei marchi che già conoscete e in cartaceo con Dbooks ma non solo. La Tigre degli occhi di Giada ha avuto un lusinghiero successo, sempre considerando i tempi, e per me è una grossa soddisfazione. Ci aspettano almeno altri tre romanzi che sono già scritti e pronti a essere cucinati. Storie diverse, autoconclusive, che seguono la mia linea editoriale ma, spero, possano anche aprire nuove strade. Come sapete il recupero di quella che considero la narrativa popolare prevede l’esplorazione di altri filoni. Sotto il profilo saggisticola pur limitata tiratura di Italian Giallo, il saggio sul ‘thrilling’ italiano al quale ho lavorato per diversi anni mi sta dando qualche bella soddisfazione. Il segreto è saper apprezzare quello che si ha e si ottiene. Se parliamo di saggi, ho in serbo qualche sorpresa per voi ,alcune a breve termine altre a più lunga scadenza.
Perciò, quali che siano le difficoltà, assodato che sei libri non sono distribuiti e non sono disponibili difficilmente si vendono, guardiamo avanti. Con fiducia e con grinta.
Giusto per chiarirci. Spesso si attribuisce la colpa delle attuali difficoltà del mercato editoriale agli autori che non producono testi che il marketing ritiene vendibili (ossia simili ad altri successi) o ai lettori che non leggono.
L’editoria è un’industria, certo. Ma io non credo che certi risultati non consoni alle aspettative siano solo responsabilità di autori e lettori. Magari in parte perché la ragione non sta mai solo da una lato.
In un momento difficile in linea generale, come è sempre stato, la mia opinione è che la narrativa ‘popolare’ dovrebbe diversificare e aumentare le offerte, abbassare i prezzi e spendere qualcosa per convincere il pubblico che leggere è bello.
Leggere e scrivere buoni libri, quindi.
Buon lavoro a tutti.

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IL PROFESSIONISTA E BAS SALIERI.ESTATE DI FUOCO

giallo e spy per blog
Malgrado la crisi e certi segnali non certo positivi dal fronte editoriale il professionista e il suo autore sono decisi a non restare con le pistole fredde. Anzi. In questo agosto torrido una doppia ventata di energia. L’uscita quasi contemporanea in edicola di due antologie dedicate agli italiani sul Giallo e Segretissimo porta alla ribalta non solo il Professionista ma anche Bas Salieri che nasce dalla mia anima thriller e che sarò(speriamo) protagonista di un più lungo romanzo che, pur acquistato a novembre scorso da Mondadori a fronte del successo di Il palazzo dalle cinque porte’ a causa dei cambi di periodicità e gli immancabili ‘ubi maior’ uscirà nel 2017. Per il momento spero che vi divertirà ritrovare Bas Salieri in IL BRUTO DI VALLELUNGA (nell’antologia Delitti in Giallo) un articolato racconto ambientato in Cadore che ripropone la formula classica delle inchieste di Bas Salieri. Un delitto (o meglio una serie di delitti)che sembrano aver qualcosa a che fare con antiche superstizioni locali e una affascinante ma discussa veggente, Abigail Manicini. Come spesso accade il confine tra reale e fantastico è molto labile e ci vorrà tutta l’abilità di Bas per svelare la Macchinazione. Il professionista , invece, è chiamato in Asia in DOPPIO TIRO A SAMARCANDA, contenuto nell’antologia Noi siamo legione curata da Fabio Novel che ripropone tutti gli autori italiani(con pseudonimi e non) dell’IFL. Chance deve liberare Antonia scoperta durante un’operazione d’infiltrazione a Samarcanda. Una classica missione anche qui per ritrovare nel formato del racconto lungo tutte le emozioni della serie. Disponibili anche in ebook.

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IL PROFESSIONISTA.UN’AVVENTURA PER L’ESTATE

professionista luglio SSODI SPADE per blog
In un inizio estate caldissimo torna il Professionista. Impegnato, come il suo autore, in una missione difficilissima. L’aumento di prezzo e la bimestralità di Segretissimo non sono segnali positivi. Inutile negarlo. Ci tengo a dire però che ci sono ragioni che esulano persino dall’andamento delle vendite di Segretissimo ma che coinvolgono alcune manovre aziendali e l’industria editoriale italiana tutta. Il Professionista continua a ‘tenere’ tanto che, pur nelle difficoltà evidenti, mantiene la sua presenza e soprattutto anche le ristampe. Una presenza costante, quindi che premia me come autore e, spero, voi come lettori. Mai come adesso abbiamo bisogno gli uni degli altri. Per un’editoria di buone storie, scritta e seguita con passione. Vinceremo la battaglia dei signori del marketing e del pallottoliere? Io mi auguro di sì. ma lo faremo con la forza delle idee. Io continuo a scrivere e ho già realizzato altri quattro episodi del Professionista. Vi assicuro che li leggerete. Passiamo adesso ad Asso di Spade, che scrissi quasi un anno fa anche lì senza contratto, convinto che il prof sarebbe arrivato al traguardo dei vent’anni di pubblicazioni continuative a testa alta. L’epigrafe contiene un omaggio ai grandi della narrativa del genere, da Fleming, a Bruce e, ovviamente a Gerard de Villiers che ci ha lasciato ma che si è guadagnato un posto di prim’ordine nel filone. La storia si allaccia direttamente a il cerchio nero. Ricordate’ la Talpa nella DSE veniva smascherata ma fuggiva lasciandosi alle spalle il cadavere di Nikki. Chance, dopo un comprensibile scoramento, veniva esortato proprio dal suo capo e amico Bruno genovese a riprendere la caccia. Qualcuno aveva avvistato Patrick Malley in Mongolia, in uno sperduto monastero. Territorio del gruppo 666. E IN Mongolia ritroviamo Chance al centro dell’azione prima in una città che mescola Oriente e Occidente, poi su, tra distese sconfinate assieme all’affascinante Battaseng. Qui, in questa sezione l’omaggio più evidente al Bond cinematografico ed esotico, come vuole la tradizione del prof reinterpretato per l’occasione. Ma anche strizzate d’occhio a cento altre mitologie dai Ninja ai GiJoe. Poi c’è quell’incontro con il leopardo delle nevi che ci lascia presagire una vicenda con alcuni risvoltipiù cupi. Di fatto procediamo attraverso una serie di tappe verso un finaleche chiam in scena i più amati comprimari di questi anni. Il palcoscenico è Haiti dopo la ricostruzione, un’idea che mi colse guardando un magnifico documentario sull’argomento. Considerando che sono coinvolti Haiti e il gruppo 666 non poteva mancare un tocco voodoo, sempre in tema con quelli che sono i canoni della spy story avventurosa. Se un’ombra di sovrannaturale s’intuisce , siamo in un mondo realistico dove si arriva sempre a soluzioni logiche e macchinazioni spesso risolte a colpi di pistola. La commistione dei generi in Segretissimosi ferma all’atmosfera. La storia dev’essere realistica, questo è il genere. Però mi piaceva riportare anche Chance a Parigi, città lasciata di fretta e senzavoltarsi indietro per Gangland. Parigi città amata con personaggi familiari8cantona e la sua squadra), ma anche echeggiante di ricordi di vecchie avventure. Ovviamente di nuovi tranelli. E poi l’America, la Louisiana, New Orléans e i pirati Lafitte, i paesaggi ipnotici e qualche ‘lontana’ suggestione di True detective. Ma tutto risolto con la consueta cadenza del Professionista, le sue donne(conoscerete una indimenticabile poliziotta della DEA) e i suoi nemici. Ho voluto così, come sempre, cucinare un piatto estremamente variegato, piccante, che gli appassionati troveranno speziato di allusioni e citazioni, ma senza esagerare. Storie, visi, immagini pescati da quel mondo immenso e infinito che è il mio Immaginario, ma riletti, rimontati in modo originale. Se nell’episodio precedente ci siamo trovati catapultati in piena guerra fredda, qui torniamo alla grande avventura, ai grandi spazi, al colore e all’esotismo del tipico format delle avventure del Professionista. Quelle che ho scritto per vent’anni con entusiasmo e passione e ho intenzione di continuare a raccontarvi, qualunque cosa il mondo editoriale ci riservi. Perché, come dicevo ad alcuni più giovani colleghi riuniti al Gran Giallo Città di Cattolica pochi giorni fa, scrivere non è solo il nostro lavoro. È la nostra vita. E noi vogliamo continuare a vivere.

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IL SEGRETO DELLA TIGRE DAGLI OCCHI DI GIADA.CREDERCI SEMPRE

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La tigre dagli occhi di giada è un romanzo d’avventura. La sua stesura e la sua pubblicazione, in sé, sono stati un’avventura. L’idea risale al 2013, un anno in cui già l’attuale crisi dell’editoria stava facendo sentire il suo peso come un’incudine sulla testa del povero narratore. Capitava a me come, credo a moltissimi altri. Contrarsi dei compensi, promozione inesistente salvo quella fatta da sé, spazi sempre meno disponibili per chi non era nel ‘giro giusto’. Nel corso dell’anno avevo sviluppato almeno due lunghi progetti da scrivere ed eventualmente proporre a un editore per la pubblicazione in libreria. Tenendo conto delle tendenze del momento, della mia ispirazione e della necessità di elaborare testi per un vasto pubblico di persone. Uno era storico, l’altro era un noir a tinte forti ambientato in Italia. Mi ritrovavo con la sensazione però di non avere interlocutori adatti a capire quel tipo di storie. Lasciai i progetti dov’erano. Sono ancora lì, validi secondo me, ma per il momento non abbastanza per dedicarci lunghi mesi senza nessun tipo di sicurezza. Poi fui colpito da un’idea, al diavolo ogni possibile tentativo di convincere editor che, sempre di più, sembrano esperti di marketing di prodotti alimentari e meno esperti di narrativa. Io volevo scrivere un nuovo romanzo. E per farlo al meglio dovevo far piazza pulita di tutti i preconcetti che mi tiravano da una parte o dall’altra, suggerendomi scorciatoie o strade maestre che, ahimè, non avevano un fondo reale. Decisi allora di scrivere un romanzo seguendo alcuni concetti base, quali la possibilità di appassionare un pubblico più vasto di quello che già mi seguiva in edicola in un format che, logicamente, riduceva il numero dei lettori. Come era accaduto per il Palazzo delle cinque porte, che era dedicato al Giallo, dovevo entrare in un altro universo, staccarmi dal Professionista, ma solo un poco perché il ritmo, l’azione e il carattere di quella serie sono parte di me e sarebbe un tradimento verso il lettore rifiutarli. Però ci voleva anche qualcosa che potesse essere accattivante per un pubblico più vasto, anche femminile, visto che pare che le donne leggano molto più degli uomini. Così ho pescato nel mio immaginario e ne sono uscito con una idea che mi ha folgorato. Dovevo tornare a scrivere una di quelle storie lunghe e complesse che erano avventurose ma non necessariamente spionistiche, mettendoci dentro tutto il mio universo fantastico coltivato negli anni. Una storia che risalisse indietro nei secoli, con una sua dimensione epica, ma che sviluppasse oggi, partendo dall’Italia, ma spostandosi in un mondo esotico e pericoloso. Arti marziali, leggende di culti misteriosi, personaggi forti, appassionati, legati da relazioni solide. Il senso del dovere. La necessità del riscatto. Una serie di gruppi in lotta tra loro per recuperare… un favoloso tesoro. E così nacque l’idea di questa grande tigre d’oro con gli occhi di giada fatta forgiare da Kublay Khan per il Papa ai tempi di marco polo da una setta di maestri forgiatori, guerrieri mistici venuti dal Chipango, servitori e al tempo stesso avversari del khan. Una statua che era stata affidata a un capitano di ventura veneziano e a una mikosan, una fattucchiera, appartenente alla setta. Due personaggi legati contro ogni convenzione da un amore proibito. E la statua si perde e riappare nei secoli come una ossessione peri discendenti dei suoi primi custodi. Sino a emergere oggi nel contesto di un’isola immaginaria ma simbolo di tutto l’esotismo e il mistero dell’Oriente che mi aveva affascinato da ragazzo. E qui la storia riprendeva dall’Italia. In pochi giorni la tram, i personaggi, le ambientazioni che dapprima erano confuse si erano già materializzate davanti ai miei occhi ordinandosi in modo logico e affascinante. Restava il problema che il modo editoriale ‘del salotto buono’ restava chiuso per me che sono un narratore pulp che ha acquisito un piccolo ma tenace seguito in edicola. Non importava. Ci volevo credere e ci credetti. Durante quell’estate scrissi la prima stesura, convinto a lasciarla da parte sino a quando non fossero venuti tempi migliori. I tempi migliori non sono venuti. Anzi, mi pare che la situazione stia peggiorando. Ho commesso anche una ingenuità indulgendo alla lusinga di chi prima mi prometteva mari e monti inducendomi a cedere per nulla un progetto per poi non farsi sentire più. Neanche in quel caso ho mollato. Mi sono ripreso i diritti e ho aspettato. Qualcuno forse ricorda qualche mio post su facebook dell’epoca. Ero convinto che l’editore l’avrei trovato. E così è stato.
LA TIGRE DAGLIO OCCHI DI GIADA è edito da Dbooks.it e ordinabile sia sul sito della casa editrice. ordinabile e presto disponibile su Amazon.it. presto disponibile su IBS e ovviamente alle presentazioni. per esempio mercoledì 24 a Taglieri e bicchieri Milano(zona Moscova) alle 19.45

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SCRITTORI ALLA RISCOSSA

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Narratori è il momento di reagire! Di percorrere strade difficili, non battute. Di raccontare storie che la fantasia vi suggerisce, quelle che l’establishment editoriale vi impone (senza poi sostenerle). Siete voi i protagonisti della battaglia per la sopravvivenza del libro e delle storie raccontate!
Torno su queste pagine a parlare di narrativa popolare. Non per ribadire i soliti concetti (sì, un po’ma è logico visto che da 25 anni ho sposato questo genere di letteratura), ma per parlare un po’ della condizione del narratore e del lettore in un momento in cui sembra sempre tutto più difficile. “Quando il gioco si fa duro… i duri cominciano a giocare”, diceva un saggio. È davvero così. Lo so, la supposta (termine non usato a caso) ripresa economica non mi pare per nulla riguarda l’editoria. In effetti le condizioni di chi fa questo lavoro da più di vent’anni (non di chi s’improvvisa e vuol solo il suo nome scritto in una copertina magari solo virtuale e poi del contenuto si disinteressa salvo proclamarsi primo in classifica nello store del negozietto di elettronica sotto casa…) sono peggiorate. Meno possibilità di esercitare il proprio mestiere con la fantasia, l’ingegno e la soddisfazione che meriterebbero, concorrenza di una miriade di autoproclamati autori, punti vendita che sembrano dei bar di lusso e propongono altri prodotti, promozione e incentivi inesistenti. Senza parlare di tagli e decisioni che definire autolesionisti sarebbe un eufemismo. Mi spiace notare che in questo periodo molti colleghi, più o meno fortunati lo ammetto, sembrano arrendersi. Si chiudono in se stessi, sembrano aver rinunciato. Io non sono così. E mi fa piacere sentire un più giovane e talentuoso collega che, durante una presentazione di un suo ebook) perché il romanzo pur ottimo non è riuscito a farlo pubblicare su carta) mi dice: ‘ io quel libro lo voglio scrivere ugualmente anche se non ho ancora contratto o possibilità di pubblicarlo’. Così si fa e anche a me è successo molte volte. In alcune occasioni ho avuto il premio di riuscire poi a piazzarlo, in altre no, ma non dispero. Scrivere, raccontare storie non è una cosa che si impara a un corso pagando una retta. La tecnica, certo si affina, ma la scintilla che ti permette di continuare contro tutto e contro tutti devi averla dentro. E qui veniamo al punto di questa discussione. Sono convinto che l’editoria, pur essendo un’attività commerciale e che ovviamente deve fruttare un guadagno a chi ci investe (senza sfruttare chi ci lavora!) sia un lavoro che va svolto da ‘tecnici’. Persone che amano i libri, li conoscono, e abbiano la forza di continuare a proporre novità e innovazioni che magari all’inizio possono anche stentare, ma che hanno una possibilità di affermarsi. ‘La gente non legge’ è una scusa facile per proporre non-libri, oggetti di cui si parla, veicoli per altri prodotti, copie conformi di successi più o meno casuali. Personalmente seguo le serie che ho creato con passione anni fa alimentandole, cercando sempre di dare il prodotto migliore, rifuggendo dalla copia carbone degli episodi precedenti. Da un po’ mi capita di lavorare con editori minori, in cui i margini di guadagno sono certamente più scarsi. A volte ho preso solenni fregature, altre, invece, ne ho ricavato delle soddisfazioni. Paradossalmente lo stato pietoso dei punti di vendita e diffusione (le librerie) in cui versa il nostro paese, ha permesso di ridurre il divario tra il grande editore che una volta bloccava le entrate con piramidi di best seller (e adesso non è più in grado di farlo) e quello più piccolo. La libreria virtuale annulla un po’ questo divario. Se il libro è ben fatto (e intendo anche fisicamente) la differenza si nota di meno. Ma è sui temi che vorrei concentrarmi. La civiltà occidentale ha già attraversato momenti economicamente difficili. Durante la Grande depressione fiorirono i Pulp, libri economici che raccontavano storie avvincenti per un pubblico popolare (non ignorante o stupido) proponendo volumi e riviste a un prezzo accessibile. Ma quante idee, quanti talenti poi riconosciti come maestri del Thriller, della Spy Story, del Fantastico e dell’Avventura sono nati su quelle pubblicazioni! Perché non accade così anche oggi? Il pubblico pronto a seguire idee nuove, storie avvincenti e ben raccontate, per tutti i gusti c’è. Forse è più ridotto (e sulle responsabilità della diminuzione dei lettori non mi addentro, già lo sapete come la penso) ma c’è. È disposto a spendere cifre ragionevoli per coltivare la sua passione ed è il miglior veicolo per trasmettere alle generazioni future la propria passione, passando fumetti, giornalini, libri ai propri figli. Magari questi ascolteranno, magari no. Ma qualcuno lo farà. Andavo al liceo e già ero concentrato su queste mie passioni. Da alcuni insegnanti (non tutti fortunatamente) e da diversi miei compagni ero considerato uno con la testa tra le nuvole, quasi un outsider. La cosa curiosa è stata scoprire decenni dopo che queste stesse persone che non leggevano allora e non leggono adesso, sono diventate dirigenti e proprietarie di case editrici ereditate da papà e si sono anche preparate per farlo studiando economia e commercio, con l’occhio al profitto. Queste persone non amano i libri, non potranno mai far nulla per diffonderli e migliorarne la qualità. Leggere è scrivere sono avventure, piene di difficoltà e come gli eroi (sì, perché qualsiasi sia il genere l’eroe in senso generale, il modello è quello che il lettore vuole, per passare qualche ora di svago, per identificare le parti migliori di se stesso) anche i narratori si trovano di fronte a continue sfide. Scegliere la strada meno facile, andare a cercare soggetti come fossero tesori, imbastire trame che sappiano avvincere, non è facile e non è da tutti. Richiede anche una certa cultura, non solo del genere che abbiamo scelto, ma in generale. La capacità di guardare il mondo nel suo insieme. ‘Se vuoi fare l’archeologo devi uscire dalla biblioteca’, diceva Indiana Jones ne ‘Il teschio di cristallo’ e aveva ragione. Uscite, fate esperienze, buttatevi. Poi tornate a casa con la mente piena di idee, suggestioni differenti. Sappiate cucinare un piatto che ogni volta sia differente ma che possieda sempre il sapore inconfondibile della vostra creatività. L’Avventura a tutto tondo, condita con un po’ di mistero, ricostruzione storica mi sembra un terreno ideale. Anche se al momento non sembra andare per la maggiore. Fa nulla. Non credo che Wilbur Smith si sia posto il problema quando ha cominciato a raccontare le sue storie. O anche King. Autori che hanno creato il ‘loro’ genere e si sono affermati e continuano a scrivere. Ma come loro ce ne sono tantissimi, validi e meno fortunati. Che ci hanno provato e ci provano ancora. Che si esaltano di fronte a ogni nuovo soggetto che viene loro in mente. Che si sentono presi da una febbre quando scovano un nuovo soggetto. Trent’anni fa, anche se qualche esempio già c’era, parlare di gialli o spionaggio italiani sembrava un controsenso. Invece oggi l’idea anche se con fatica e con le solite intromissioni di favoriti e raccomandati, anche noi possiamo praticare questi filoni. E con successo. A volte meglio di altri. Pensate che Sergio Leone non si sia trovato di fronte una barriera quando ha proposto di girare dei western all’italiana? Eppure è riuscito con ingegnosità e talento a creare un suo modo di rivedere un genere che non apparteneva alla nostra cultura. Perché l’avventura non ha nazionalità. Noi italiani, tra i mille difetti che abbiamo (e che condividiamo con tutti gli altri paesi)abbiamo la capacità di sviluppare creazioni artistiche (sì, l’ho detto e sfido chiunque a contraddirmi, anche la narrativa di genere e intrattenimento è arte alla faccia di chi scrive la bella paginetta ma non è capace di raccontare storie!) geniali innovative anche quando facciamo nostri spunti di altre culture. Perciò, cari amici narratori, non demordete. Se avete davvero il talento, la fiamma che vi permette di scrivere, di raccontare cercate, elaborate, scrivete. Anche se oggi sembra che il futuro sia buio. Se avete cuore per raccontare una storia, sicuramente qualcuno che ne avrà altrettanto per seguirvi lo troverete. Perché sono la passione, l’inventiva, la determinazione le qualità che vi aiuteranno. E continuare a promuovervi a credere in voi stessi. Se non ci credete voi che pretendete che vi segua?

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ALL ABOUT MAX- DA INTERCEPTOR A FURY ROAD.AMMIRAMI!

mad max 2
Torna l’eroe delle terre perdute, simbolo di una stagione di cinema d’azione (anche italiano) che va al di là dei tre film di George Miller. Mad Max è il simbolo del cinema d’intrattenimento senza effetti speciali, che ricicla il western e la mitologia della Sword & Sorcery mescolandoli con l’olio dei motori su una piattaforma di sabbia rovente. L’ultimo eroe? Nell’attesa di Fury Road ricordiamo le puntate precedenti. Tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80 ci fu un’ondata di film provenienti dall’Australia che confermarono che ‘Pic-nic ad Hanging Rock’ non era un fuoco di paglia. Peter Weir si è dimostrato un ottimo regista, Mel Gibson e Sigourney Weaver hanno rivelato che nel magico mondo di Auz c’erano attori carismatici, e decine di altri titoli minori ci offrirono una visione di un mondo cinematografico sino a quel momento solo sospettato. Se ormai di tutto ciò resta solo un ricordo e la macchina di produzione americana ha divorato e rigurgitato a suo modo molti nomi e idee, ci sono leggende rimaste nella mente di tutti. Una di queste è composta da solo tre film, dei quali solo due veramente originali australiani. La saga di Mad Max sta per regalarci un nuovo capitolo con interpreti, capitali e, pensiamo, ispirazione nuovi, ma con lo stesso regista al timone. Val la pena forse di fare un passo indietro con la memoria. ‘Interceptor’ esordisce senza clamori. In apparenza questo film australiano chiaramente a basso costo si lega a due filoni particolarmente fortunati negli anni ’70 ma in rapido declino all’inizio del decennio successivo, i road movie sulle bande dei motociclisti e il ‘rape-and-revenge’. Materiale, diciamocelo, da doppio spettacolo, insomma una cosa da Serie B, a volte gradevole, spesso girata senza troppi ragionamenti. Lo stesso Mel Gibson è un bello muscoloso con gli occhi azzurri, ma uguale a mille altri. Manca una visione estetica d’insieme, tutto sembra un po’ raffazzonato, improvvisato ma è proprio da questo miscuglio a volte incongruo ( il procuratore distrettuale occhialuto e incravattato che gira con la shinai e il casco da kendo, le moto stesse come l’abbigliamento dei raiders) che il film prende quota. A guardar bene ci sono ‘in nuce’ tutti gli elementi della mitologia della saga. Prima tra tutti la V-8, bolide rombante e mastodontico, lontano mille anni dalle vetture super accessoriate di ‘Fast and Furious’. Spicca quanto Toecutter (‘Tagliadita in inglese ma tradotto nella traccia nella nostra lingua come Teocatter!), feroce e sessualmente ambiguo capo di una banda di ‘eroi della strada’, motociclisti, sbandati che sono gli antesignani dei nuovi barbari che verranno. C’è, in questo paese non bene identificato ma che è chiaramente l’Australia lontana dalle metropoli, un senso di degrado che dalla stazione di polizia arriva sino alle cittadine sperdute qua e là. Poliziotti fuori di testa e guerrieri della strada s’inseguono senza ben distinguersi. La fine del mondo non è annunciata, ma s’intuisce. È nell’aria satura di idrocarburi combusti, di copertoni abrasi, di giubbotti di cuoio cotti dal sole. Il problema di Max, poliziotto modello con tanto di mogliettina e figlio, è di trovarsi con il ben più esaltato collega Gus ad attraversare la strada della banda di Toecutter. Ne uccidono un folle componente dopo un iniziale inseguimento pieno di botti e capottamenti e arrestano l’inquietante matricola del gruppo Kid, pieno di droga dopo uno stupro. Kid viene rilasciato per un cavillo ma giura vendetta. Alla morte per incenerimento di Gus, Max capisce di non poter continuare. Si dimette e parte per un lungo viaggio con la moglie e il figlio. La sfortuna lo riporta a incrociare la banda e qui, dopo una parentesi idilliaca che risulta ancor più inquietante, si scatenala violenza dei motociclisti. A sua volta Max, rimasto privo di ogni affetto e sconvolto, diventa quello che temeva: uno psicopatico, maniaco del motore. Bracca e distrugge tutta la banda, capo compreso. Ma non finisce qui, acchiappa Kid e lo incatena per una caviglia a un’auto in fiamme. ‘Se hai abbastanza coraggio, puoi segarti il piede prima che esploda. ’ E se ne va così, senza curarsi d’altro. Il vuoto della ragione genera mostri. I prossimi capitoli e la catastrofe mondiale sono alle porte. Ma, alla fine, il dettaglio più importante e caratterizzante (perso nel terzo capitolo) è il mix di grottesco e orripilante. Smorfie, stupri, dileggi da caserma, oscenità, mani tagliate e iperviolenza da cartone animato. Un miscuglio da cinema indipendente, da exploitation, appunto. Quel genere di spiritaccio che non piace alle majors alla ricerca del grande pubblico con gli effetti speciali. Qui invece è tutto sporco e terribilmente reale come gli stunt. Forse, a lungo andare, fu proprio quello che piacque al grande pubblico.
‘Mad Max: il guerriero della strada’, arrivò sugli schermi italiani con un paio d’anni di ritardo rispetto alla produzione e dal pubblico, salvo qualche caso, non fu collegato al primo ‘Interceptor’. In effetti quella che era stata una bizzarria geniale veniva riassunta nei primi minuti di film in bianco e nero, formato quadrotto mescolando immagini di una ipotetica ‘rivolta mondiale’ che aveva portato a una catastrofe. Poi l’immagine si allargava lasciando spazio all’outback australiano, paradigma del mondo ridotto a una sterminata terra perduta. Arrivavano i nuovi barbari che, nel bene o nel male, ispirarono in Italia (ma non solo) un filone che mescolava il western-spaghetti al mitologico reinventandosi un mondo nel quale i cavalli erano sostituiti da strane macchine e più dell’oro, più dell’acqua il bene agognato da buoni e cattivi era la benzina. Qui, sulla sua V-8 Interceptor torna Max, ormai diventato Mad Max, un dannato che, persa la famiglia, il lavoro, ogni punto di riferimento si aggira con un bastardino malmesso quasi come lui ( Max esibisce un tutore metallico di fortuna al ginocchio che se non oliato gli impedisce di piegare la gamba). È un cinico, un violento, un uomo che guarda l’orrore che lo circonda con l’occhio del sopravvissuto, pronto a cogliere ogni opportunità ma anche a gettarsi in sfide che potrebbero portarlo a una morte che inconsciamente cerca. In pratica il perfetto westerner. E un western è, in effetti, ‘Il guerriero della strada’ che ripropone il fortino assediato dagli indiani nella più classica delle avventure. Fango, sudore e polvere da sparo. Di tutta la storia, quello che si intuiva appena nel primo film, la trovata migliore sono gli Humugus, nuovi barbari in pelle borchiata e motociclette, a metà tra gli Hell’s Angels e i Village People. Esemplare è il moicano Wez (Vernon Wells che sarà poi sadico nemico di Schwartzy in ‘Commando’) che si porta appreso un efebico biondino la cui morte lo manda talmente fuori di testa che Lord Humungus (gigante culturista sfigurato con la maschera di ferro) deve incatenarlo per evitare azioni irriflessive e catastrofiche. Il resto del film si racconta con un pugno di parole. Il canovaccio è classico. Il cinico diventa portabandiera del gruppo indifeso, a lui si unisce un buffo, ma simpatico aiutante in mini elicottero. Aggiungiamo qualche vecchietto e altri personaggi da macchietta, una bella biondina e una donna guerriera che prima è ostile poi ammirata, e il gioco è fatto. Il sottile (ma non inesistente) richiamo gay sadomaso funziona, basti pensare allo spiegamento di tute in cuoio borchiato, gambali a ‘chiappe al vento’ e ferite e sevizie che il nostro riceve durante l’avventura. Ma il fulcro della storia, l’attenzione dello spettatore è catturata dalla fuga finale, un piccolo capolavoro senza CGI con vetture che rotolano nella sabbia rossa. Duelli ad alta velocità, armi primitive e tanta rabbia. Decisamente, sino a ora, il capitolo meglio riuscito. E il suo successo doveva essere il passaporto per l’America per George Miller. Purtroppo come è accaduto per moltissimi altri ( tutti i registi del cinema di Hong Kong, per esempio) Hollywood ha le sue leggi dominate da marketing, riunioni e contro riunioni, politiche degli Studios, tutte cose che ammazzano la vera creatività. Negli USA chi vuol fare del cinema realmente innovativo deve autoprodurselo o lavorare con piccoli gruppi indipendenti. Miller fu risucchiato in una produzione certamente più ricca ma che diede una mazzata terrificante al povero Mad Max che non si è rialzato più per trent’anni. Gibson come interprete ha preso la sua strada, ma Miller si è perso in una marea di progetti esecutivi tra i quali ‘Babe il maialino’ e ‘Happy feet’, dirigendo non si sa come e non si sa perché le ‘Streghe di Eastwick’, tutte cose delle quali, sospetto, non vada fierissimo. Sulla carta ‘Mad Max oltre la sfera del Tuono’ aveva tutte le carte in regola per essere un successo; rivisto dopo tanti anni non è neanche sgradevole, ma quando uscì fu una delusione totale per i fans di ‘Interceptor’. Già il fatto che la regia sia firmata anche da George Oglivie dimostra che dal progetto Miller a un certo punto si sia staccato. Peccato perché la presenza di Tina Turner nel ruolo di Auntie, regina di Barter town con annessa canzone dei titoli di testa erano una bella carta. I soldi anche se non moltissimi, c’erano. Ma era lo spirito dei primi film a mancare completamente. Mad Max alla fine aveva perso quella vena iconoclasta, feroce e grottesca che ne aveva decretato il successo ed era diventato un racconto per tutti. Il decòr si fa più sofisticato. Nella città del baratto i nuovi barbari perdono gran parte della rozza iconografia da locale gay-sadomaso per acquisire una visionarietà d’ispirazione nipponica, in fin dei conti, non pessima. Nella prima metà il film si regge anche. Capello lungo e barba incolta, Max approda alla città del baratto per recuperare quello che, contro ogni logica di continuity, il pilota pazzo del secondo film gli ha rubato: un carico di cammelli. Eh sì, la V-8 è scomparsa e non riapparirà più. La visualizzazione della città però ha un suo senso e anche la trama per cui Max diventa ago della bilancia nelle lotte di potere tra Auntie e Master-Blaster, un duo mostruoso formato da un vecchio nano sapiente e dispotico e un gigantesco, feroce ritardato. Sino al duello nella cupola (che pure è bizzarro e poco spettacolare alla fine) andrebbe tutto bene. Poi le carte s’imbrogliano, i patti si sciolgono e Max si ritrova dopo una marcia della morte nel deserto tra una tribù di bambini selvaggi in attesa del messia che li porti nella terra del Domani-domani, ossia una città distrutta dalla guerra nucleare. Qui va tutto a rotoli, come spesso accade nei film con i bambini. Non che non sia diretta bene, ma la mezz’ora in cui il cinico Max diventa il salvatore dei sopravvissuti, ammazza il personaggio. È vero che anche nel primo film c’era una situazione simile ma realizzata in modo molto più secco e coerente con il carattere di Max. Qui poi si tratta di tornare a Bartertown, recuperare Master che è diventato buono e fuggire questa volta su una motrice di un treno. Arriviamo poi a un inseguimento lunghissimo, poco spettacolare, totalmente privo di sangue e budella. Manca in particolar modo un vero cattivo che stia al confronto con Lord Humugus e Wez. Alla fine persino Auntie diventa simpatica e, inspiegabilmente, lascia il nostro eroe vivo. Finale messianico con i bambini che riaccendono le luci tra i grattacieli distrutti.
E adesso aspettiamo ‘Fury Road’ che Miller finalmente ha girato dopo mille difficoltà, rinvii, rinunce. Contrasti con Gibson annullarono il progetto nel 2000, poi vennero le Torri Gemelle e il dopobomba non sembrava più di attualità agli esperti di marketing americani (ma dove li pescano questi?) e infine difficoltà varie. Tom Hardy mi sembra ben trovato, diverso dal modello originale ma, soprattutto dopo ‘Bronson’, stella in ascesa con capacità differenti ( basta guardarlo quando fa Bane in ‘Batman’ e poi Tarr in ‘La Talpa’), Charlize Theron impersonerà Imperatrix Furiosa e Immortan(sic!)Man sarà lo stesso interprete di Toecutter, Hug Keays-Byrne. Della storia poco si sa, salvo che sarà, ovviamente una corsa nell’Outback. Certo, oggi siamo nell’era del digitale e i bei vecchi road movie con i veicoli veri e gli stuntman lasciano spazio alla computer graphic.
E venne il giorno in cui le strade presero fuoco. Torna Mad Max diretto da George Miller. Son passati trent’anni e più, tutto e cambiato e in qualche modo l’apocalisse sembra sempre più vicina alla realtà. Fury Road non poteva essere altro che un reboot con tutti i rischi e le opportunità che questo genere di operazione offre. Prima osservazione. Per 30 minuti Max è burattino (letteralmente!) degli eventi. Ci viene mostrato in una prima emblematica sequenza vicino alla V-8, preda dei suoi incubi, più che mai pazzo e disperato, tanto da mangiarsi lucertole mutanti. Sente le voci in un deserto abbacinante. Poi si fa da parte per mostrarci questo nuovo mondo infernale da dopo bomba. Il modello, la mitologia di riferimento, è ovviamente il secondo film ma, per fortuna, non viene commesso l’errore del terzo. Non è pretestuoso citare l’influenza dell’immaginario di Jodorowsky, o almeno così mi pare. Pur restando fissi alcuni elementi fondamentali questo mondo di nuovi barbari è differente, evoluto direi se non fosse un paradosso in uno scenario di totale desolazione. Città diverse, tribù diverse, un’estetica nichilista che copre tutte le possibili sfumature. L’acqua è importante quanto la benzina,; la deformità, la malattia dilagano. C’è una ricerca disperata di riscatto anche nel folle impero di Immortan (sic!) che si circonda di guerrieri suicidi in cerca di ‘ammirazione’ nel Walhalla ma divorati da febbri e bubboni. Musica rock, simboli di morte, ingranaggi e ruggine e sopraffazione. Da questo scenario che si va via via delineando con una serie di variazioni intelligenti, congeniate per mostrarci come anche la decadenza possa differenziarsi, emerge una figura femminile. Imperatrice Furiosa, donna guerriera con il capo rasato di Charlize Theron, addirittura monca di un braccio. Qui ci sarebbe da notare che il cinema, anche quello avventuroso dei nostri giorni, impone figure di forti caratteri femminili. E, in effetti, il film sembra giocare più su questo elemento che su Max. sembra perché la trappola del compiacimento femminista s’interrompe un attimo prima della catastrofe temuta dallo spettatore che, vi piaccia o meno, è quasi tutto maschile. Furiosa cerca redenzione, fugge con una blindocisterna e le spose da cui Immortan spera di ricavare figli ‘normali’. Un pugno di vestali dal bel visino che non si capisce proprio come possano essere sopravvissute sino a quel momento. Scappano verso il Posto Verde e già lo spettatore teme derive simili a Thunderdome con il luogo sacro dominato dal matriarcato. Non è così. In questo mondo post atomico, barbarico, che mi piace associare anche a Howard oltre che a Jodo, non funziona così. Il Posto verde è una palude infetta e la tribù delle madri è ridotta a una gang di motocicliste guerriere tra le quali spunta(unica ancora giocane) Megan Gale che fu sirenetta dei primi spot dei telefonini e mantiene ancora una sua giunonica bellezza. Le altre sono incartapecorite guerriere che accolgono le fuggiasche insegnando loro che se è vero che la donna non è una cosa, la sua libertà se la deve meritare. In quel mondo a fucilate. E qui finalmente Max si toglie la maschera. Tom Hardy come ho già detto in altro luogo è una forza della natura. Pazzo furioso più di tutti, cerca anche lui la sua redenzione. Poche parole e molta azione. Spettacolare, incalzante, con mille trovate differenti. Anche la Computer Grafica ci sta, per una volta. Road movie con pochissimo dialogo come è giusto perché ‘quando si spara si spara, non si parla’. E anche così muiono anchei buoni e non solo quelli segnati già dal principio. Il cinema d’azione non ha bisogno di parole, non più del dovuto. È movimento, colore, suono, ritmo. Esaltante perché va all’osso e sa prendere letteralmente la strada meno facile pur arrivando a un finale che, del resto, anche noi vogliamo consolatorio. Meta-western futuribile con una strizzata d’occhio al medievalismo barbarico, termina come deve. Come il cavaliere della valle solitaria anche Max se ne va, come sempre ha fatto. Nelle Terre Selvagge dove dobbiamo andare? Non si sa. Ma questo è il punto.

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IL PROFESSIONISTA COMPIE 20 ANNI

profblogmaggio

20 anni di pubblicazioni ininterrotte, in totale quasi 70 episodi. Un primato abbastanza unico nell’ambito della narrativa popolare italiana. Che vale la pena di festeggiare anche con un evento.
Nel maggio del 1995 usciva su Segretissimo ‘Raid a Kouru’ la prima avventura del Professionista, personaggio che mi era stato chiesto di serializzare per affiancare Malko Linge SAS che restava l’unico eroe seriale della collana. Era un momento, devo dire, difficile per la spy story avventurosa. Le collane in paperback americane e francesi si erano ridotte sino all’estinzione e spesso venivamo pubblicati ancora romanzi della Guerra Fredda di autori consolidati ma che, in quel momento, mi parevano fuori tempo. Segretissimo ( giudizio da lettore anche se avevo già pubblicato un romanzo con il mio nome, ‘Sopravvivere alla notte’ da poco ristampato da Centoautori in una bella edizione da libreria) stava perdendo mordente. Forse la caduta dei blocchi aveva falsamente convinto che il filone fosse morto (errore di valutazione gravissimo), e comunque io ero un convinto sostenitore che il pubblico volesse un eroe nel quale identificarsi. Un duro che ‘seduce, spara e picchia’ per dirla un po’ rozzamente, ma che volete farci, sono cresciuto leggendo Spillane, Fleming, Bruce, Aarons e Nick Carter (non solo, ma come formazione spionistico-avventurosa contano quelli lì) non è che ci si poteva aspettare un eroe introspettivo. Forte della mia convinzione avevo proposto a Luigi Bernardi un paio d’anni prima un personaggio per una lunga avventura a fumetti intitolata ‘Agente di nessuno’ ambientata a Beirut e poi un seriale che poi era il Professionista. Non trovammo mai un disegnatore e fu un peccato. Però nel frattempo avevo pubblicato ‘Pista Cieca’ negli Oscar e ‘Lacrime di Drago’ negli Omnibus Mondadori. Non sapevo che, alla fine sarebbero rientrati nella saga del Prof. Quanti titoli sono usciti da allora? Me lo chiedono spesso, e, anche consultando l’indice su Wikipedia, ho perso il conto. Il che, per me è già una cosa positiva. Diciamo che dal ’95 sono usciti sempre 2 volumi all’anno, a volte tre, e poi da quando sono cominciate le ristampe abbiamo abbinato alle riproposte degli inediti di varia lunghezza ma sempre romanzi (e questo di maggio è il numero 10). Poi ci sono i romanzi fuori serie come ‘Pietrafredda’, ‘Nero criminale’, ‘Vendetta’, ‘Il Luparo’ (che è una versione ampliata di ‘Giungla mortale’, pubblicato da Metrolibri con i disegni di Cinzia leone, con una serie di collegamenti diretti alla serie pubblicato in ‘Professional Gun’). Infine tutti i racconti. Insomma Chance Renard il Professionista, alternandosi con altre mie produzioni perché raccontare è nel mio DNA, mi ha accompagnato costantemente per questi vent’anni. Nasce da più di una prova e più di una intuizione. Se, come dicevo, l’idea che il pubblico volesse un eroe che non è un ‘supereroe da bambini’ ma un personaggio, come diceva Fleming, che vive ‘storie improbabili ma non impossibili’ era un canone fondamentale, molti altri dettagli dovevano emergere dal grandissimo mondo che costituisce il mio Immaginario. Più volte ho citato (e qui torniamo agli anni ’80) i romanzi scritti per puro diletto con un protagonista che era a metà tra 007 e Bruce Lee ( Fang il Drago che diventerà un importante comprimario della serie), poi le letture di ‘Al servizio di chi mi vuole’ di Scerbanenco e soprattutto l’opera omnia del grande Roberto Magnus Raviola, comprendendo Kriminal e Satanik, ma anche Dennis Cobb ma, in primo luogo, Lo Sconosciuto. Le fonti, come vedete sono tantissime, compreso negli ultimi anni il Nick Fury riletto da Ennis, la lezione sull’intrigo di tutta l’opera del mio unico e vero Maestro, Ian van Hamme (XIII, Largo Winch, Thorgal e tutta la sua produzione). Sinceramente le fonti di ispirazione sono moltissime. Devo dire quelle italiane si limitano a quelle citate, non alambiccatevi a cercarne altre… Da principio, però, la mia idea (in effetti all’editor di allora presentai un progetto ma non specificai troppo perché questi son dettagli da creativi, non da funzionari editoriali) era quella di dar vita a un personaggio che avesse qualcosa di tutto ciò che mi aveva appassionato, ma incorporasse alcune mie esperienze di viaggio, di arti marziali, personali, trasfigurate. Insomma volevo fare quel piccolo gradino in più, necessario per distinguermi. E il punto forte di questo progetto era elaborare un personaggio che l’epoca stessa non voleva legato a un servizio particolare. Un mercenario, uno che si poteva considerare una ‘brutta persona’ , e un po’ lo era davvero, perché si vendeva a chi poteva pagarlo. Un trucco per delineare un duro alla Mike Hammer (con un suo codice che sarebbe emerso dalle sue scelte), ma in particolare modo, la possibilità di variare se non il tono e il ritmo delle avventure (che dovevano restare serie e sostenute) almeno ambientazioni e spunti. In retrospettiva, dopo tanti episodi, l’idea è stata vincente. Il pubblico si è abituato ad aspettarsi qualcosa di nuovo, una sorpresa a ogni uscita, magari a ritornare a distanza di tempo su argomenti e fil rouge lasciati in sospeso, ma non a cristallizzarsi in un unico formato. Ai tempi sembrava pericoloso perché il trend era quello di riproporre sempre la formula vincente. Oggi le serie tv, quelle narrative e cinematografiche (007 in primis) hanno dato ragione alla mia idea. Ogni tanto un reboot ci vuole. Anche perché i gusti dei lettori, anche nell’ambito della stessa serie, sono vari. A uno piacciono le avventure orientali, all’altro quelle quasi hard boiled, all’altro i ‘caper’, all’altro ancora le storie classiche di spie. Ma è stata la volontà sin dal principio di cambiare non molto, ma un po’ tutte le volte, il registro che ha permesso avventure anomale come ‘Gangland’ (che poi è stata fortunatissima e ha riportato i legami con l’Italia in primo piano) o ‘Vladivostock hit’ che alla fine è uno spin off con Antonia e non con il <professionista ed è un divertente mix tra lo spionaggio e certi thriller alla ‘Hostel’ che andavano in quel periodo. Così come abbiamo avuto avventure di guerra (la lunga digressione di ‘Il grance colpo del Marsigliese’ durante la Seconda guerra mondiale abbinata al quasi western parzialmente ispirato a Rodriguez nello stesso romanzo).
Festeggiamo con i volumi che escono quest’anno, ma in questo mese di maggio abbiamo il numero dieci del Professionista Story (che di per sé è già un bel traguardo) che ripropone un’avventura mai ristampata ‘Uno contro tutti’ che all’epoca fu un po’ una sfida a realizzare una storia tutta europea, io che avevo fatto dell’esotismo un vessillo. Anche questo era un piccolo cambiamento che ebbe successo e diede poi la via a molte altre avventure. Qui poi si mescolava la vendetta di Marny (da ‘Marea Rossa’) al ricordo di un amore giovanile del Professionista. Rileggendo le bozze di quell’episodio che ricordavo solo per sommi capi, sorrido. C’è, trasfigurata ovviamente, un pezzo della vita dell’autore in quella vicenda. Ma non solo. I ricordo, allora recente, di un soggiorno in Spagna e poi alcune letture di spionaggio transalpino (vi lascio il gusto di scoprire cosa) e tanta farina del mio sacco per una vicenda intricata al punto giusto per mettere il protagonista nella più classica delle situazioni. Braccato da tutti, persino dai suoi committenti (che in quel momento erano i servizi russi…), sospettato di essersi fregato un carico di rubli e diamanti. Un ricordo affettuoso anche per Valentina che aveva il fisico e la grinta di Diane Venora nel remake di ‘The Jackal’. Riaffioravano ricordi dei viaggi in Grecia e di Amsterdam dove erano andato anni prima a studiare Thai Boxe. Si accompagna a questa lunga storia un episodio inedito del titolo ‘Anaconda’. Qui cambiamo registro. Centro America, giungle e città egualmente pericolose. Un richiamo alla cronaca forse non troppo conosciuto. Ricordo che pur inedito è ambientato nel ’99. Erano gli anni in cui al-Qaeda restava un nemico dell’America ma aveva fallito (nel ‘93) un attentato alle Twin Towers e messo a segno in Africa due micidiali attentatinel ‘98. Bazzecole rispetto a ciò che sarebbe tenuto dopo, ma sufficienti a suscitare le pressioni dell’allora presidente Clinton su tutti i governi che aiutavano Bin Laden. In Sudan, lo Sceicco del Terrore perse una fortuna, derubato dai suoi stessi complici governanti timorosi di incorrere in sanzioni severe. Al-Qaeda aveva bisogno di soldi, è un fatto accertato, e cominciò a battere altri inediti sentieri. ‘Anaconda’ è anche questo. Non solo perché l’idea, invece, è prettamente avventurosa e ce l’avevo in testa da tantissimo tempo. Una storia di un noto fumetto western, ma una di quelle degli esordi, con i protagonisti bloccati dai nemici in un tempio del Mesoamerica infestato da un gigantesco anaconda. Mettete insieme la fascinazione di certe pagine di Dorsison ( ‘Long John Silver’), alcuni filmacci con i serpentoni, la voglia di un’avventura combat nella foresta, i ricordi di un indimenticato viaggio in quelle regioni e le immancabili, letali femmine da combattimento e avrete un romanzo breve del genere richiesto per una paginazione di queste raccolte.
Chiariamo un ultimo punto che mi vien spesso sottoposto. Le storie del Professionista si articolano in tre differenti formati, a seconda delle esigenze editoriali, ma non solo. Il romanzo classico che ha una lunghezza che varia, a seconda della complessità, dalle 230 alle 300 pagine. Sono le storie più lunghe che appaiono su Segretissimo in prima battuta e propongono intrecci vari di notevole complessità, ritmati dall’azione ma che richiedono un ampio respiro per svolgersi completamente. Poi ci sono i romanzi previ che costituiscono il nucleo degli inediti del Professionista story e variano tra le 110 e le 200 pagine a seconda delle necessità editoriali. Sono storie concepite sin da principio per essere più brevi. Detesto tagliare una vicenda, lascia sempre qualcosa di incompiuto. Parto da un’idea più semplice ma vi assicuro che anche in un numero di pagine più ristretto si può articolare una avventura autoconclusiva e di una certa complessità. ‘Soluzione adottata anche per alcuni romanzi fuori collana da ‘Pietrafredda’ a ‘Nero Criminale’. Ci sono poi i racconti e le ‘novelettes’(per esempio come ‘Contratto veneziano’ pubblicato sul primo Legion e ‘Doppio tiro a Samarcanda’ che uscirà sul secondo volume) che si articolano tra le 20 e le 30 pagine e prevedono un’idea, una situazione svolta compiutamente ma limitata nel tempo. Modi diversi per raccontare storie differenti con un unico protagonista. A volte necessari per dare risalto a qualche sfumatura o persino a fatti e personaggi secondari come la Bimba e Antonia in ‘Una questione di Donne’ e persino a un nemico come l’Inglese nel racconto omonimo apparso in un’antologia uscita per Ego latina dedicata all’Agente segreto più famoso del mondo.
Non dimentichiamo poi che a volte ci sono storie che richiedono un respiro più lungo e che, pur presentate al lettore come autoconclusive formano un romanzo unico. È il caso degli episodi (ancora incorso di pubblicazione) che vedono Chance con il suo amico Liam in lotta contro il colonnello Silva (‘Guerriglia a Capo Verde’, ‘Operazione Tempesta’ e prossimamente ‘Caccia spietata’) o delle miniserie quali quella dedicata a Marny, nemica implacabile nel corso di tre romanzi di per sé autoconclusivi ma legati da una continuity (‘Marea Rossa’, l’attuale ‘Uno contro tutti’ e ‘Duello a Raikujan’, che spero vedremo presto ristampato).
Come ciliegina sulla torta, organizzata da alcuni amici lettori, una cena commemorativa il 19 maggio presso il ristorante Grani & braci di Milano, durante la quale assaggeremo specialità alla brace e parleremo ancora del Prof. Vi allego la locandina dell’evento. Grazie a tutti voi che avete seguito il Professionista. Alcuni dal principio, altri da vari momenti della sua carriera, qualcuno in più magari proprio da questo numero. Benvenuti nel mio mondo.

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VENDICATORI UNITI

avengers rece

Recensire AVENGERS-AGE OF ULTRON mi permette (a seguito anche di un mio post polemico su FB sulla critica ‘ufficiale’ e i suoi preconcetti seguito da molti di voi) di chiarire alcuni punti. È un film d’avventura tratto da un universo popolarissimo che si è guadagnato il suo posto nell’immaginazione popolare sin dagli anni ’60. Merita quindi rispetto anche da chi vorrebbe vedere solo film ‘impegnati’ e pretende di giudicare solo con parametri applicabili a quel genere (che sempre genere è visto che, se vogliamo, film come ‘Mia madre’ giusto per fare un esempio sono zeppi di cliché del filone intimistico-piscologico) . Un film concepito per il divertimento quindi, e come tale devo predispormi alla visione. Un piccolissimo inciso. Non riesco neanche a immagine la soddisfazione di Stan Lee (qui presente in un gustosissimo cameo) di vedere il suo universo fantastico ancora vivo dopo tanti anni e approdato a un altro medium che lo ha valorizzato e interpretato (magari con qualche licenza) ma conservandone tutta la magia. Veniamo (come si diceva nelle riviste tipo Il Cinematografo) allo ‘specifico filmico’. Questo secondo capitolo della corale epopea dei Vendicatori mi è piaciuto soprattutto perché pur essendo narrativamente molto differente dal primo, resta fedele al suo assunto di base che poi è il perno non solo della serie, ma di quasi tutti i racconti d’avventura. Vendicatori uniti! Se la vita ci dimostra ogni giorno quanto poco ci si possa fidare delle amicizie, quanto tenue sia il filo che, nelle difficoltà, tiene uniti nazioni e gruppi, almeno nella fantasia ci sia consentito nel credere nella validità dell’amicizia, dell’agire per il bene comune, di perdonarsi anche gli errori più gravi. Perché come Loki cercava di unire e poi dividere i vendicatori, in questo episodio, se pure già si vedono crepe che porteranno a Civil War, i personaggi hanno una loro funzione in quanto persone. Stark commette un errore che quasi distrugge il mondo, la vedova nera e Banner scoprono qualcosa che forse non conoscevano, occhio di falco si rivela anche umanissimo padre, i potenziati(che per una questione di diritti non si possono chiamare qui Mutanti) prima corrono in una direzione, poi mutano rotta. Lungi dall’essere manichini i Vendicatori ancora una volta comprendono il valore di combattere uniti, non a caso contro una macchina che, per quanto senziente realizza il suo piano creando un esercito meccanico di cloni di se stesso e interpreta la salvezza del mondo con la sua distruzione. Ma ciò che, personalmente, trovo più valido è il racconto, diretto da Joss Wehdon che(con buona pace della frase sprezzante con cui lo liquida il critico del giornale milanese al termine del suo pezzo)è un regista con i fiocchi e conosce perfettamente il mestiere di raccontare, lo dimostrano i suoi lavori passati…che non cito perché credo che chi legge li conosca… si comincia in media res, un attacco nel quale chi avesse la ventura di vedere per la prima volta i Vendicatori può rimanere un po’ confuso.ma anche questo fa parte della logica dei tempi. Da mesi tutta la serie di film è disponibile, a volte a prezzi convenienti, nei video store. E se anche qualcuno si avvicinasse per la prima volta a questo universo, identifica immediatamente personaggi e situazioni, trascinato dal vortice dell’azione. Perché di azione si tratta e come diceva Sergio Leone ( per bocca del Tuco) ‘quando si spara si spara, non di parla’. Poi il ritmo rallenta, le inquadrature si fanno più ravvicinate, intravediamo segni sui visi dei protagonisti. Ma è una pausa breve, necessaria ma non compiaciuta. La narrazione riprende, spettacolare ma sempre con il ritmo giusto. I personaggi si qualificano per ciò che fanno e ciò che dicono. Non una parola di più o una di meno. Non c’è tempo, né necessità per divagare. E tutto porta verso il finale che è catartico, come i classici ci insegnano che dovrebbe essere, eppure lascia intravedere mille strade per il futuro. Lo ammetto non sono un grandissimo fan degli eroi in calzamaglia quindi non conosco molto bene il loro universo narrativo di carta, ma che importa. Lo vedo, lo apprendo attraverso il film. Qui gli eroi più classici lasciano spazio a quelli meno noti, ma sempre sono presenti. E gli incubi, che sono materia e motore di ogni errore o azione eroica, sono a efficaci perché appena accennati. Le visioni indotte dalla strega Scarlett hanno una loro potenza evocativa perché scorrono rapide. Ci sono ma non intralciano la storia che, effetti speciali a parte (tra l’altro ottimi come sempre),si dipana in maniera non banale e non ripetitiva. Almeno per me che, scusate, mi occupo di narrativa popolare da venticinque anni (da una vita vorrei dire)e qualcosa ne capisco. A voi il piacere di scoprire il film e di giudicarlo. Una volta acquistato il biglietto siete i ‘Masters of the Universe’ e il giudizio tocca a voi.

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PERCHE’ E’ COSI’ IMPORTANTE LA NARRATIVA PULP

blog aprile

Perché la narrativa popolare, che molti definiscono con un malcelato senso di superiorità. Pulp o letteratura da stazione, è così importante per il mio lavoro? Semplice. Perché ci sono cresciuto assieme. Compagna non esclusiva ( sì, d’accordo i miei studi classici li ho fatti anche io…e qualcosa ci avrò pur ricavato) dei miei anni di formazione giovanile, mi ha aperto sempre nuovi orizzonti. Leggere il Corrierino mi ha consentito di approdare a Salgari, guardare telefilm forse un po’ dozzinali e oggi rivalutati, mi ha permesso di intraprendere un cammino senza paletti o distinzioni che oggi mi consente ancora di stupirmi e di divertirmi, quanto e più di un tempo. Il risultato è sulla carta. Ogni volta una nuova avventura, un nuovo mondo che riallaccia fili con fonti diversissime, lasciate nella mente e soprattutto nel cuore nel corso degli anni. Parlavo qualche tempo fa con un lettore, un medico che ha la mia età e con il quale abbiamo scoperto di aver visto e ritenuto nella memoria storie ed entusiasmi in comune. Mi trovo a scoprire che io sono il mio lettore e, forse è per questo, che la passione che metto in ogni storia è anche la vostra. E poi devo ammettere che mi son stufato di leggere libri costosissimi tra l’altro di autori celebrati dove per 500 pagine non succede nulla. E invece trai vecchi pulp, le pubblicazioni da edicola, che sono economiche quindi popolari nel vero senso della parola, c’è una freschezza e una rapidità che vanno solo ammirate. Non è l’azione frenetica di per sé, ma l’inanellarsi di avvenimenti dialoghi, situazioni. In tal senso la visione delle serie tv oggi è è più illuminante del cinema (che continuo a guardare riscoprendo spesso classi i degli anni 30 che trovo attualissimi). Il senso è, veramente, quello di raccontare una storia in modo avvincente ma non sciatto. Coinvolgente, senza perdere tempo a ‘fare gli artisti’ o a ‘inviare un messaggio’ che, se proprio voglio deve essere semplice e diretto. E tutto questo non mi impedisce di rileggermi La postion du tireur couchè che resta forse uno dei più bei thriller mai scritti, dal quale c’è solo da imparare.

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IL PROFESSIONISTA CONTRO TUTTI

2o anni prof2
Quando ho cominciato a scrivere le avventure del Professionista, 20 anni fa, non credevo di arrivare a questo punto. O forse no. Ci speravo almeno. Avevo un contratto per tre romanzi con un personaggio che doveva affiancare SAS , eguagliandone o per lo meno seguendone il successo. Mi ci buttai con entusiasmo, dopotutto la spy story era la mia passione e avevo già pubblicato quattro romanzi nel filone: ‘Sopravvivere alla notte’, ‘Giungla mortale’ (che poi sarebbe diventato ‘Il Luparo’), ‘Lacrime di Drago’ e ‘Pista cieca’. Quello che non sapevo era che, considerato il successo della serie, alla fine sarei arrivato a unire con un sottile filo rosso anche queste storie e con esse L’ombra del Corvo, la trilogia di ‘Montecristo’, ‘Ora Zero’ e ‘Sole di fuoco’. E adesso che ho quasi perso il conto del numero di romanzi, racconti, novelettes con i personaggi del Professionista e il suo mondo(comprese alcune brevi escursioni ‘storiche’ ai tempi delle Brigate del Tigre), posso dirmi soddisfatto. In tempi nerissimi per l’editoria, anche tenere il bastione è un successo. Per me lo è soprattutto l’apprezzamento dei lettori, l’entusiasmo con cui mi metto a scrivere ogni nuova avventura con il perverso piacere di sapere che, in ogni episodio troverete gli ingredienti di sempre il ritmo, l’azione, l’intrigo e, perché no’, il sesso) ma ci sarà sempre una sorpresa spiazzante. E nel ‘Cerchio nero’, vi assicuro che le svolte inaspettate non mancheranno. La verità letteralmente uccide, si dice nella quarta. Sì, anche nel mondo della fantasia, della spy story che è uno specchio del nostro mondo, simile ma non uguale, ci son o segreti che, come si dice, dovrebbero restare tali.
La mia idea, maturata dopo alcune avventure più esotiche, era quella di riprendere alcune atmosfere di ora zero. Di lanciare la sfida alla grande narrativa di spionaggio con una storia della Guerra fredda. Quella nuova, naturalmente che non ha più basi ideologiche ma solo politico economiche.ma che affonda le sue origini in quella vecchia, così affascinante con i suoi estremismi ideologici, i suoi meccanismi lontani da troppa tecnologia. Il fattore umano. Perché più del diabolico piano del progetto Loki conta capire chi è la talpa nella Dse ma soprattutto perché qualcuno ha tradito. E se al protagonista fosse posta una scelta impossibile? Assecondare il ricatto dei suoi avversari scegliendo tra le vite di due persone altrettanto importanti. Il suo amico bruno genovese e la Bimba? Che cosa potrebbe decidere il Professionista? Ma non basta. Tornano personaggi già incontrati come Nikki Krueger che avevamo lasciato con un punto di domanda al termine di ‘Operazione Barracuda’. E poi, incombente, l’ombra di Georg Bruckner, supremo burattinaio di ‘Ora Zero’. Ma tutto è spiegato, comprensibile anche per chi quei romanzi non li ha letti. Un gioco delle matrioske, le bamboline russe una racchiusa dentro l’altra, come vuole la tradizione della spy story più classica. Con quel carico di azione e violenza tipiche delle storie dei nostri tempi. Ovviamente ci sono anche nuovi nemici e nemiche… credo che le Addolorate daranno un tocco di perfidia e violenza necessario ai tempi. Buona lettura!

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