INFERNO … VERDE, UN ROMANZO D’AVVENTURA PER L’ESTATE

Finalmente l’Avventura. Torna in cartaceo uno dei romanzi cui sono più affezionato. Era già presente in formato digitale oggi è possibile trovarlo su Amazon.it in brossura, print on demand in soli tre giorni. Un esperimento editoriale. Il prezzo è contenuto, ma soprattutto si tratta di una storia di 400 pagine. Dieci anni fa, un mondo di avventure, di emozioni. Quando, un po’, credevo ancora che per farcela in questo mondo editoriale, bastasse metterci l’anima. Le vicissitudini del romanzo ve le racconterà qui sotto Andrea Carlo Cappi, mio complice in tante battaglie per la narrativa popolare. Ma alla fine, io credo che la voglia di raccontare, la passione, l’entusiasmo trionfino sempre. Non è questa un’avventura?
E ora vi lascio alle parole di un amico, un collega, un grande narratore.
Il TUATUAGGIO DELL’AVVENTURA –la prefazione di Andrea Carlo Cappi.
Recupero il volume di dieci anni fa che contiene la prima edizione di questo romanzo, conservato in una delle zone meno impervie della mia libreria, e tornano a galla i ricordi di quando l’ho preso in mano per la prima volta. E mi rendo conto una volta di più che alla passione, all’amore, all’attenzione con cui uno scrittore lavora a un proprio romanzo – specie a una storia lunga e articolata come quella che state per leggere – non corrisponde necessariamente un analogo senso di rispetto e di responsabilità da parte degli editori. Non sempre chi pubblica un libro si rende conto del valore di ciò che dà alle stampe.
Il romanzo è forse il capolavoro di Stefano Di Marino, anche se nella sua vasta produzione potrebbe essermi sfuggito qualcosa che addirittura lo superi, non si può mai dire. C’è, come spesso avviene nelle sue storie, un personaggio europeo – in questo caso italiano – sradicato e proiettato in scenari esotici e avventurosi, un antieroe alla Graham Greene con un pizzico di Emilio Salgari moderno. C’è anche, naturalmente, una forte, vibrante e suggestiva presenza femminile, un tipo di donna tutt’altro che fragile e passiva che Di Marino ama celebrare nei suoi romanzi.
C’è un’atmosfera magnificamente ricostruita di un’Africa del 1947, in fondo ancora molto simile a quella del Joseph Conrad di Cuore di tenebra o dei viaggiatori del XIX secolo; ma ci sono anche i flashback sulla Bologna del dopoguerra e su un campo di prigionia britannico in India, in cui oltretutto lo scrittore fa rivivere, in una trasposizione narrativa, la storia della propria famiglia.
C’è una vicenda che potremmo definire spionistica, per ricollegarci a buona parte della produzione di Di Marino sotto le sue varie identità de plume. Ma qui il movente non è la «missione» di un agente segreto o di un mercenario ben addestrato, bensì qualcosa di molto più personale: Bruno Spada diventa avventuriero per vendetta, è costretto a compiere il viaggio con i suoi stessi nemici, pur senza condividerne ambizioni e obiettivi, al solo scopo di ristabilire una giustizia a cui costoro sono riusciti a sfuggire nonostante la Storia sia stata contro di loro.
C’è persino una caccia al tesoro. Un paio di anni prima, intervistando Clive Cussler – scrittore di avventura di successo mondiale, ormai a riposo, dedito a sottoscrivere romanzi in franchising e a coltivare progetti hollywoodiani purtroppo realizzati solo in minima parte – lo avevo sentito lamentarsi: «Perché», diceva Cussler, «nessuno scrive più una bella storia di caccia al tesoro?» Qualcuno in realtà ci stava lavorando in quello stesso momento, rispettando uno dei dogmi del miglior Cussler, vale a dire documentarsi, documentarsi, documentarsi. Non solo sulle ambientazioni storiche e geografiche, ma anche sui dettagli tecnici, per esempio le tecniche di immersione in uso nel 1947, per restare su uno degli argomenti più cari al romanziere americano.
E c’è anche qualcos’altro. Il tatuaggio dell’avventura che marchia la memoria dell’autore. Le suggestioni che Di Marino ha derivato da romanzi, fumetti e, sospetto, persino dai film di serie B di cui ci siamo alimentati negli anni Sessanta e Settanta, rielaborati e nobilitati come spesso vediamo fare sulle schermo da Quentin Tarantino, specie in pellicole come Bastardi senza gloria, anche se il nostro scrittore – a differenza del regista americano – non spinge sul pedale del grottesco.
Ma a tutto questo magnifico lavoro da parte dell’autore seguiva un intervento della casa editrice che tuttora mi fa inarcare le sopracciglia. La copertina di dieci anni fa raffigurava una bandiera nazista con tanto di swastika e, malamente tagliata dai margini dell’inquadratura, quella che sembra una mitragliatrice MG34 da 7,92mm. Sul rosso del fondo quasi svaniva il veritiero blurb «Stefano Di Marino è sicuramente il più grande scrittore d’avventura che abbiamo in Italia» firmato da Carlo Lucarelli, nostro vecchio amico in quegli anni all’apice della sua notorietà televisiva. Ma era soprattutto il titolo, non deciso dall’autore, a essere fuorviante: Quarto Reich, che abbinato alla swastika riusciva perfettamente a dare un’impressione sbagliata al potenziale lettore che entrava in libreria. Cos’era questo libro? Un sequel di Mein Kampf? Un saggio negazionista? Un romanzo distopico sul ritorno del nazismo? Tutto poteva sembrare, fuorché ciò che era.
E, se il lettore arrivava a vincere la propria diffidenza e prenderlo in mano tanto da leggere il risvolto di copertina – ragionevolmente corretto ma privo di qualsiasi riferimento ai personaggi femminili – l’impressione era di un romanzo semibellico «da maschi», con un po’ di nazisti e curiosamente ambientato in Africa; tagliando fuori tutta quella parte di pubblico femminile che dalle statistiche sappiamo essere dominante sul mercato dei libri. Insomma, raramente ho visto un’operazione di marketing in cui ogni dettaglio concorresse alla perfezione all’obiettivo finale di non vendere il prodotto.
Oggi per fortuna il romanzo sta finalmente per rinascere e, cosa che mi onora moltissimo, con il titolo che io stesso ho suggerito a posteriori quando l’ho presentato in libreria. Forse oggi questo splendido romanzo d’avventura storico-esotica, scritto da mani italiane e con gusto europeo, potrà finalmente avere giustizia. Sono passati dieci anni. Ma Stefano Di Marino, così come Bruno Spada, sa aspettare il momento opportuno per la sua vendetta.

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SALONE DEL LIBRO – CONTROTENDENZA- MONDADORI PULP


PERCHE’ SONO ORGOGLIOSO DI PUBBLICARE NELLE COLLANE DA EDICOLA MONDADORI
La narrativa Pulp, storicamente, ha sempre riscosso successo nei momenti di crisi. Perché è economica ma non solo. Il Pulp proprio perché elude ogni pretesa di autorialità e si concentra sulle storie e sulle emozioni che queste suscitano, è una via diretta verso una svago temporaneo ma efficace dalle preoccupazioni quotidiane. Non è un incitamento alla fuga dalla realtà, intendiamoci, ma una pausa dopo la quale ripartire con grinta e un pizzico di ottimismo anche nei momenti bui. È un difetto? io credo di no anche perché, un po’ come il Professionista e molti altri miei personaggi, sono sempre convinto che se si può sia meglio vedere il bicchiere mezzo pieno. Reagire piuttosto che restare ignavi a macerarsi nel cattivo umore. Come diceva un vero fighter, ‘si impara a combattere feriti’. Che è poi il segreto per cui la persona comune (uomo o donna che sia) s’immedesima nel protagonista del Pulp con soddisfazione e ne ricava una catartica soddisfazione, prima di tornare a essere quello che è in ogni giorno. Che male c’è a sognare? E questo vale su Marte, in Cimmeria, in uno scenario romance quanto nei vicoli di Los Angeles o alla Porta di Brandeburgo. Ammetto che gran parte della mia cultura si è formata su questo tipo di frequentazioni (romanzi, cinema e fumetto) malgrado le lezioni del Liceo. Forse, se avessi seguito altre inclinazioni, sarei diventato una persona più colta, magari avrei anche scritto meglio, chi lo sa? così è andata perché, in fondo, così doveva essere. E la mia natura è questa, popolare nel senso vero e non politicamente strumentalizzato del termine, perché l’Avventura siamo noi, con quello che facciamo e quello che sogniamo, mescolati assieme. Sono del parere che per inserirsi con successo nella narrativa pulp sia necessario ingurgitarne a chili, mattina e sera, assorbendo il buono e il meno buono, vedere i prodotti peggiori per capire cosa non va. Sporcarsi un po’ le mani, alla fine. E per questo sono contento di aver partecipato così massicciamente alla produzione da edicola Mondadori negli ultimi 23 anni. Anche di più, perché il primo racconto lo pubblicai nel 1985 in appendice a un vecchio SAS (‘Quella volta in Alto Volta’… il racconto era ‘Profumo di pesco, una storia vietnamita’…). Certo tornerei con piacere in libreria, perché negarlo, ma se mi guardo indietro le maggiori soddisfazioni vengono proprio da quegli albetti economici. Spy story, Gialli, Fantascienza, Fantasy. Un po’ di tutto perché fondamentalmente mi piace cambiare, capire i meccanismi del singolo genere. Magari mescolare i format e proprio oggi, in una stagione che è dura per tutti, quando occorre stringere i gomiti e tirare avanti anche se non ci sembra giusto, i cinque euro (poco più o poco meno) necessari a comprare un Giallo, un Segretissimo, un Urania mi sembrano spesi bene. E con grandissima soddisfazione vedo che gli italiani(che una volta erano costretti sempre allo pseudonimo) si fanno strada e onore. In ogni direzione. Se è vero che Stephen Gunn nacque per un’esigenza che era tale negli anni ‘90 e che oggi forse è obsoleta (ma cambiare nome adesso sarebbe ridicolo e controproducente) molti sono i colleghi e gli amici che si firmano con il loro nome. Non ha veramente importanza. Ciò che conta sono le storie, la caduta di quello sciocco pregiudizio per cui ‘ gli italiani certi libri non li sanno scrivere’ o ‘certe cose in Italia non succedono per cui nessuno osi raccontare il genere se non con stilemi da commedia che – quella sì – è una tradizione italiana’. Come se non fosse uno stereotipo offensivo e avvilente che in Italia si viva di farse e sberleffi. Che ci sono, sin troppo reali e per nulla divertenti, ma si associano ad atmosfere e scenari di ogni tipo. Per questo sono orgoglioso oggi come un tempo di uscire in queste collane che non sono un ripiego ma un obiettivo che mi è stato sempre chiaro. E sono contento che con me ci siano autori e autrici di valore perché se il Pulp nostrano ‘regge’ ci saranno più lavoro e occasioni per tutti. Per cui la prossima volta che passate in edicola, soffermatevi a frugare in quella pila di libretti gialli, neri e bianchi. Scegliete con cura, leggete le trame, riconoscete gli autori. Troverete, a un presso conveniente, proposte diverse. Di certo qualcosa che vi piace, ci sarà. Regalatevi un’emozione.

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18 ANNI DEL PROFESSIONISTA


L’uscita del PROFESSIONISTA STORY04 coincide con i diciotto anni di vita della serie. Era infatti il maggio del 1995 quando si affacciò nella collana Segretissimo il primo episodio di una serie destinata da durare negli anni e, lo dico con orgoglio, diventare non solo colonna della pubblicazione ma anche riferimento per gli altri autori italiani, i cosiddetti membri della Italian Foreing Legion che oggi sono tanti e bravi. Ormai siamo davanti a qualsiasi straniero. Salvo SAS, ovviamente, che ha una collana sua e anche più di quarant’anni di carriera. La presenza costante nella collana di certo lo ha aiutato così come ha aiutato il Professionista a essere quello che è. All’inizio, quando proposi la serie e mi fu chiesto espressamente di creare un prodotto simile a Sas, non sapevo che saremmo arrivati a questo punto del cammino. Neppure lo sognavo, forse. Un Segretissimo l’avevo già scritto e avevo pubblicato diversi romanzi di spionaggio e avventura, ma quel contratto per tre romanzi pensavo sarebbe stato un unicum. Una trilogia che, all’epoca, mi pareva già un risultato favoloso. Eppure qualcosa mi diceva di avere per le mani un buon prodotto, un’idea vincente. Un personaggio che nasceva da passioni e ispirazioni precedenti. L’ho già detto. C’erano modelli oltre agli ovvi eroi classici di Segretissimo e di 007. C’era lo Sconosciuto, c’era Ulisse Ursini di Scerbanenco, c’era un immaginario di base costruito sin da bambino attraverso moltissime letture, da Salgari a Largo Winch, e visioni di film d’ogni genere. L’idea addirittura era nata un paio d’anni prima per un fumetto che, benché strutturato, non fu possibile fare mai. Anche adeso che, dopo diversi tentativi un fumetto sebbene in un’unica avventura, lo abbiamo realizzato, me lo ricordo. Qual è il segreto del Professionista? Quello di essere un serial anomalo, concepito sin da principio per adattarsi a vari format dell’avventura. Il denominatore comune è il ritmo, la storia che procede e galoppa senza fermarsi se non per necessari momenti d’ambientazione e riflessione. Un personaggio che, ammettiamolo, è un po’ la proiezione fantastica del suo autore e che, come lui, ama vivere situazioni differenti. Chance Renard (che deve il suo nome a un personaggio di un film di John Woo con Van Damme e a un famoso comandante mercenario) è sin da principio un uomo per tutte le avventure. Capace di muoversi in universo spionistico classico ma di tentare con successo sortite nel polar francese, nell’hard-boiled e, sì, anche nel western. Che l’idea di avere un personaggio fortemente caratterizzato psicologicamente ma capace di adattarsi a vari toni e situazioni si è dimostrata vincente. Soprattutto in quella miniserie che mette in scena il suo bisnonno ai tempi delle Brigate del Tigre, all’inizio del ventesimo secolo. Un’epoca in cui certe suggestioni western si sposano con la Belle Époque ma che, con o senza baffi e Borsalino, l’eroe resta lo stesso. Con la sua spavalderia, la capacità di infiammare cuori e femmine, di fare a cazzotti con il mondo intero. Eroe solo, eroe simbolo del desiderio di avventura dei suoi lettori e del suo autore. Protagonista di un mondo che è il nostro e al tempo stesso non lo è. Dove tutto è verosimile ma come leggermente spostato di prospettiva. Come è buona regola nella narrativa d’evasione.

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FEMMINE E COBRA UN DOPPIO PROFESSIONISTA PER L’ESTATE IN EDICOLA DA OGGI


Curiosi percorsi della fantasia. Quando ho scritto l’inedito del PROFESSIONISTA STORY04 stavo pensando in maniera specifica alla ristampa che vi sarebbe stata abbinata. Fuga da El Diablo resta uno degli episodi che scrissi con maggiore entusiasmo, quando la serie già aveva preso abbrivio ed ero ‘entrato’ nel personaggio. Dopo un episodio in Oriente tornavo ad atmosfere caraibiche. Ricordo che dedicai quella storia a Magnus -che era appena mancato – e non a caso. Qualcosa c’era dello Sconosciuto anche se le suggestioni del romanzo erano molte e variegate. Un po’ Miami Vice, un po’ alcuni episodi con i giamaicani con Seagal (‘Programmato a uccidere ‘ma c’era una citazione anche dal secondo ‘Predator’) e frammenti presi qua è là dai vagabondaggi della mia fantasia. Un personaggio femminile minore era un omaggio alla cantante attrice Maria Conchita Alonso (vista appunto nel secondo ‘Predator’ ma anche in ‘Wanted’ di Hill). Poi avevo voluto metterci dentro il vudù che nelle storie di spionaggio ci sta sempre bene sin dai tempi di ‘Vivi e lascia morire’ ma anche, inutile negarlo, rimandava ad alcuni episodi meno western ma bellissimi di Tex. Ritengo che il vudù, con quella sua carica di esotismo e la sottile barriera che divide il sovrannaturale dalla realtà criminale e non, sia uno dei pochi spunti fantastici che si adattino a essere inseriti in una spy story o comunque in una avventura, senza snaturarne il nucleo portante. C’è sempre l’impalpabile minaccia della superstizione, della magia nera ma, fatalmente, quando si arriva alla resa dei conti escono le pistole. Un altro film che mi era rimasto nella memoria con questo tema era Abissi, preso dal romanzo di Banchley. Tutto questo apparteneva al passato. Il romanzo lo avrei riletto in bozza ripulendolo nel linguaggio ma, ancora una volta, decidendo di tenere la versione originale e non quella ristampata e rivista nello svolgimento qualche anno addietro da un altro editore. ‘Femmine e Cobra’ invece appartiene a quella linea delle avventure del ‘giovane’ Chance che si ricollega sia a ‘Berserker’ che a ‘L’Assalto’. E in effetti inizia esattamente dove quest’ultimo romanzo (pubblicato nel Profstory03) terminava. La fuga del diabolico Hubert St. James e la morte di Gina. L’idea del titolo prima di tutto. Be’ ricordare un atipico e magnifico western di Tom Mankiewitz ‘Uomini e cobra’? Da anni sognavo un titolo così in versione femminile e questa storia mi dava l’occasione per mettere in scena una serie di ‘femmine terribili’ una contro l’altra. E così ritroviamo Chance a Firenze ( sempre per ribadire il fatto che l’ambientazione italiana, se trattata nei modi giusti, è affascinante ed esotica come quelle situate dall’altro capo del mondo) in compagnia dell’Ammiraglio Paals. L’obiettivo sono sempre i Lupi Mannari ma questa volta l’indagine ci porta nell’ambiente dei tombaroli e poi…nel convento delle Scomunicate dove incontriamo una pseudo suora che sotto la tonaca porta le autoreggenti e spara, ama e uccide con tutta l’irruente frenesia delle eroine anni 70. Forse non è veramente una suora… E ovviamente il Convento è un’ambientazione ricca di suggestioni. Sì, forse in quel momento avevo per la testa un altro mio lavoro uscito di recente. Il saggio cinematografico ‘Tutte Dentro’ sul cinema della segregazione femminile ossia i Women in Prison, i Nazierotici e i Conventuali. Quello di cui mi sono accorto in seguito è che il mio interesse per questo episodio della exploitation datava già da numerosi anni. In ‘Fuga da El Diablo’ la parte più emozionante della storia (che tra l’altro vede protagonista Sylviette altro personaggio ricorrente della serie) si svolge in un’isola al largo di Cuba dove le detenute si sono create un mondo loro (un po’ come succedeva in ‘1997 fuga da New York’…ehm…) Le eco di Whithe Mama, Black Mama , ‘The Big Bird House’, ‘The Dollhouse’ erano evidentemente presenti nella mia fantasia. C’era persino uno sbiadito ricordo di una sequenza di un WIP italiano degli anni ’80 visto in un cinemino di corso Buenos Aires ai tempi dell’università. ‘Violenza nel carcere femminile’ con Laura Gemser che sarebbe stata una perfetta Sylviette. L’immaginazione creativa segue percorsi strani avvicinandosi ad alcuni tempi, poi discostandosene e infine ripigliandoli magari molti anni dopo. È, alla fine, sempre un po’ il discorso generale sul Pulp e la scrittura di genere che facevo tempo fa su queste pagine. La figura della donna guerriera, selvaggia, dominatrice più che dominata è al centro di tutta questa narrativa, con buona pace delle linee editoriali mainstream del momento che vorrebbero ogni genere assoggettato a una logica da romanzo rosa, con la convinzione che le donne leggono di più e devono essere accontentate nei loro desideri. Ma cosa desiderano veramente le donne? Un universo narrativo dominato da sensazioni indefinite, pseudofemminismo, romanticherie e sdolcinature? io credo di no. Ammesso e non concesso che quel tipo di narrativa sia così uniforme (ma mi sembra improbabile considerato che dovrebbe inglobare tendenze differenti e a volte contrastanti tra lore) resta sempre il probema che… i libri raccontano storie. Buone e meno buone. Non tutte possono piacere a tutti ma sarebbe stupido dedurre che in virtù di una prevalenza di una ‘cultura femminile’ le donne non scelgano storie interessanti di per sé, incapaci di staccarsi dai loro desideri. Questa sì che mi sembra una posizione irrispettosa per l’intelligenza delle lettrici. E sì, so perfettamente che il Professionista come in genere la spy story e l’avventura sono lette soprattutto da un pubblico maschile. Ma non solo. E queste femmine selvagge, alla fine vincitrici morali rispetto a molto personaggi maschili più meschini, esercitano sempre un fascino particolare. In questa raccolta di Femmine fiere e ferocicome Cobra (perché questo è il senso) ce ne sono davvero parecchie. L’israeliana Shona e le sue compagne di missione, la piccola russa Lubna, la Donna con la pelle di Serpente… per arrivare poi a fuga da El Diablo in cui ritroviamo la sensualissima e triste Roberta Cheung, persino una vera autrice di saggie gialli sulla Santeria (Edna Buchanan che allora non sapevo sarebbe poi stata pubblicata dal Giallo) e la fantastica Casey Lane, ricalcata dal viso e dal corpo di un’allora celebre attrice hard. Ma con loro anche una variegata serie di detenute quali la Loca e le sue tre micidiali servette, le loro nemiche. Tutte fondamentali per lo svolgimento della storia e non semplice tappezzeria o oggetto d’ornamento. La scena della rissa nei bagni della prigione ne è testimonianza. Insomma un doppio Chance da cui trarre divertimento ma anche qualche riflessione sulla scrittura, i suoi temi ei suoi meccanismi.

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IL PROFESSIONISTA:USATE I SENTIMENTI

Magari vi state chiedendo se il Prof non sia improvvisamente diventato matto.
Rassicuratevi. Non ho intenzione nei prossimi mesi di proporre delle avventure del Professionista in chiave ‘romance’. La fedeltà al format e al pubblico di una serie, pur con le dovute variazioni, è sacra. Cambiare marcia in corso d’opera sarebbe veramente un tradimento di quelli che i lettori non perdonano. Dopotutto se il Professionista si è ritagliato un suo piccolo riscontro di pubblico ciò è avvenuto anche per la coerenza di fondo del personaggio che con gli anni è sì cambiato, diventando a volte più cinico di quanto non fosse nei primi episodi, ma ha saputo mantenere quell’equilibrio tra virilità e passione che gli hanno valso la simpatia anche di un certo nucleo di lettrici come dimostrano diversi interventi sia sul mio blog che in altre piattaforme. D’accordo, Chance Renard esce in una collana fondamentalmente proposta a un pubblico maschile ma non esclusivamente. Soprattutto il suo autore frequentando anche altre riviste e collane (Confidenze, per esempio) si è convinto che il testosterone non è l’unica arma vincente. Parlo sempre del mio personaggio più fortunato per ricavare indicazioni utili per chiunque voglia scrivere serial o romanzi avventurosi. Gli argomenti che stiamo per affrontare, quindi, prenderanno come esempi aneddoti e svolgimenti di sceneggiatura anche da altre fonti oltre che dal mio lavoro più diffuso. Partiamo semplicemente con un dato di fatto. Nessuna storia, per quanto necessiti di dettagli tecnici, riesce a essere appassionante se i suoi protagonisti sono delle fredde macchine per uccidere che si servono di strumentazioni – descritte magari con assoluta precisione – ma senza creare quel ponte emotivo che ci spinge a palpitare per la sopravvivenza degli eroi anche sapendo che se la caveranno. Restando in tema di romanzi di spionaggio, per molto tempo si è discusso se il ‘fattore umano’ tanto caro a Graham Greene non fosse stato superato dalla tecnologia dei tempi moderni. Tecnicamente ‘Sat-Int’ contro ‘Hum–Int’, ossia informazioni raccolte dai satelliti contro quelle recuperate da agenti umani con le loro debolezze e propensioni agli errori. Già il cinema e la narrativa di qualità hanno risolto il problema. Sono innumerevoli le situazioni in cui le informazioni ritenute ‘impeccabili’ recuperate attraverso fonti elettroniche vengono sbugiardate da uomini ‘normali’ che, proprio per la loro fallibilità, trovano soluzioni impensate. Un luogo comune? Forse, ma anche nello spionaggio vero, oggi si fa decisamente più ricorso alle fonti umane che a quelle elettroniche dopo l’iniziale entusiasmo degli anni ’90.
Per chi scrive il concetto è ancor più importante. A dispetto della verosimiglianza è necessario stringere un patto con il lettore, convincerlo a leggere ogni pagina, ogni episodio, interessandosi più ai personaggi che ai loro strumenti di lavoro. A volte persino alla trama che, con qualche variante, può anche essere ripetitiva. Già abbiamo affrontato questo discorso quando abbiamo parlato di reboot necessario per qualsiasi personaggio dopo un certo numero di anni. Purtroppo gli eroi longevi se non applicano questo genere di cambiamento per un po’ diventano intoccabili, ma il loro successo, garantito dalla ripetizione di un modulo, si cristallizza. Finiamo per acquistare la nuova puntata delle avventure del nostro eroe senza aspettarci più niente. Dopo un poco lo facciamo solo ‘per avere la collezione’ e magari non leggiamo neppure più le storie. Da qui a lasciare la serie il passo è brevissimo.
C’è poi un’altra considerazione. Ormai la tecnologia offre una serie di possibilità così alte di controllo, di recupero informazioni, di reperimento di luoghi e persone che, se fosse sempre applicata, renderebbe qualsiasi sviluppo narrativo improponibile. Invece il ‘bello’ di un’avventura è proprio nella capacità del protagonista di trovare una soluzione senza aiuti tecnici. Con la varietà della strumentazione dobbiamo imparare a convivere a meno di non mantenere le nostre storie in un meta-universo in cui la tecnologia si è fermata a molti anni fa. Però, ci avete mai riflettuto che, malgrado sembri che siamo sempre continuamente tracciabili, filmati da telecamere e satelliti, seguiti in ogni nostra mossa… il mare di informazioni che i buoni (o anche i cattivi) riescono a ricavare non impedisce che si verifichino incidenti, omicidi, atti terroristici. Questo perché la realtà prima della fiction ci mostra che il ‘fattore umano’ la fede in una causa spesso raggiungono risultati ritenuti impossibili mentre la sovrabbondanza di dati che non permette una ricerca specifica o anche l’ipertecnologica, a volte falliscono. Altrimenti tutte le guerre sarebbero vinte dalle truppe speciali super addestrate ed equipaggiate. E la cronaca ci ha mostrato a volte guerriglieri letteralmente ‘in ciabatte’ senza mirini al laser o giubbetti antiproiettile darle di santa ragione alle truppe speciali. O terroristi pericolosi farla franca passando con un semplice berretto con la visiera sotto gli occhi dei presunti controllori, affogati da una marea di dati. Ma non è solo una questione tecnica e qui entriamo nel vivo della nostra trattazione, ossia nella fiction che, ricordiamolo, non è mai una copia esatta della realtà. C’è una scena particolare di uno dei film di spionaggio meglio riusciti dell’ultima stagione, 007 Skyfall, nella quale anche il difensore più tenace della formula originale si sente trasportato, entusiasmato e convinto ad accettare tutto, anche il fatto che l’agente 007 è, apparentemente immortale quindi si può seguirlo senza particolari patemi d’animo. In Skyfall il servizio segreto inglese sembra cadere a pezzi sotto i colpi orchestrati di Xavier Bardem (il terrorista Silva, ex agente in cerca di vendetta) e della burocrazia che vorrebbe sostituire tutto ciò che pare vecchio con qualcosa di nuovo da 007 a M. Judi Dench , che ancora una volta ci dà prova di bravura e umanità nell’aderenza al ruolo di M, è sotto processo, i suoi agenti massacrati o ridotti all’impotenza. E il nemico sta venendo proprio nell’aula in cui sciocchi burocrati mai stati sul campo vorrebbero pensionarla con disonore a chiudere la partita. Proprio per consegnare il grande Gioco alle macchine… Sembra proprio la fine di un’epoca. Eppure in quel momento la sceneggiatura applica uno degli schemi vincenti della narrativa per trascinare emotivamente il pubblico. La famiglia si riunisce. Il concetto che nella serie di 007 il Servizio segreto è concepito in cui M è il padre (o la madre) severa ma alla fine affettuosa, James Bond, il figlio scapestrato circondato da cugini, sorelle, zii magari divisi da sentimenti e pulsioni personali è stato importante sin da principio. È una condizione che il lettore o lo spettatore trovano familiare. Anche se sullo schermo volano le pallottole il ponte emotivo è costituito proprio dal parallelismo con una situazione umana comune a tutti. E nel momento della catastrofe arriva Bond, ma non solo. Moneypenny, Tanner , Q e persino Gaterh Mallory, che diventerà il prossimo M (sino a pochi minuti prima antipaticissimo ma redento da un intervento che lo umanizza poche battute ) si uniscono. Combattono il nemico comune. Si stringono intorno a M per proteggerla, come farebbe una vera famiglia ideale. Ecco, io credo che questo sia stato il punto che più mi ha entusiasmato di questo 23° Bond e quello che ha spinto la maggior parte degli scettici a compiere il salto e a accettare le non poche novità dello schema narrativo. In un’altra serie di spionaggio (televisiva questa volta) ho ritrovato i medesimi ingredienti. Sto parlando di Alias creata da J.J.Abrams che si è dimostrato uno dei più abili costruttori di meccanismi narrativi di questo decennio. Sideny Bristow (Jennifer Garner) agente doppia divisa tra la fedeltà alla CIA e l’amicizia con i colleghi dell’organizzazione che deve infiltrare, sarebbe solo un personaggio fumettistico. Due belle gambe con cui è un piacere fare la conoscenza (rubando una battuta a Philp Marlowe) se la sua vicenda personale non fosse continuamente ingarbugliata dai rapporti con il padre ,agente a sua volta, con la madre (amica o nemica?) e con lo stesso ‘controllore’ Michael Vuaghn di cui è innamorata senza speranze (come vuole la legge della fiction che sin dal celebre esempio della coppia Moulder &Scully in X Files) non permette il lieto fine definitivo per gli eroi. E per citare ancora sceneggiatori e registi di successo dell’ultimissima generazione cosa sarebbero gli Avengers cinematografici (di Joss Whedon) e Batman (di Chirstopehr Nolan) senza i contrasti personali, la volontà di riscatto, l’amicizia ritrovata, la voglia di vivere persa e poi riconquistata? Tutti questi esempi per sottolineare un’unica regola che dovreste sempre tenere presente. I personaggi, gli eroiche che create dovrebbero rimanere fedeli a se stessi. Duri, a volte violenti, cinici, disincantati ma non dovrebbero mai perdere l’umanità, il contatto con quel pubblico così ‘normale’ da sognare di impersonare caratteri larger than life ma che non siano solo ‘robottoni’ meccanici. E, se me lo permettete, è anche quello che accade a Chance Renard, il Professionista sia negli episodi nuovi della serie, pubblicati su Segretissimo, che in quelli riproposti con inediti degli esordi, quando il Prof era più giovane e, decisamente più ingenuo. In particolare Il Professionista Story 03 segna passi importanti in questo senso. Oggi il Prof è un cinquantenne con la pelle durissima (purché non gli tocchino la Bimba…) ma, alla metà degli anni ’90, era ancora piuttosto giovane. Forse si illudeva di poter approdare a una vita diversa. Finiva anche come nell’episodio l’Assalto nel cadere nella ‘trappola del miele’ che oggi probabilmente eviterebbe. Esemplare è la sua vicenda personale con uno dei personaggi più amati della serie Mimy Oshima che conobbe proprio in Appuntamento a Shinjuku, all’epoca il personaggio di Mimy era già definito. Una ribelle, una fuoricasta, una guerriera… ma anche sexy, spregiudicata, più appassionata di quanto non appaia negli ultimi episodi in cui l’età, la disillusione la sofferenza fisica e psicologica l’abbiano indotta a diventare. Più volte Chance ripensa a quel periodo considerando Mimy ‘una donna che avrebbe potuto anche sposare’ e continua a ripeterlo oggi, con un po’ di rimpianto forse perché la vita, nella fiction come nella realtà, ha poco rispetto per le nostre aspirazioni. Nell’episodio L’Assalto il giovane Renard fa la conoscenza di un’altra donna guerriera eccezionale. Gina Scattoni è, non troppo velatamente, ricalcata sul personaggio reale di Gina Carano, celebre combattente del circuito Mixed Martial Arts e protagonista di un divertente anche se non riuscitissimo film di spionaggio della scorsa stagione (Knockdown di Steven Soderbergh). Al di là della somiglianza fisica, Gina Scattoni è poi un personaggio a sé. Una donna poliziotto, piuttosto, ruvida, una maschiaccia che all’inizio è diffidente davanti al Prof, ma poi finisce per innamorarsene in maniera non melensa ma capace di tradire nella passione e nell’azione, momenti di autentica tenerezza che lasciano un segno nel lettore quanto nel Professionista. Come andrà a finire lo saprete leggendo il romanzo e il suo seguito. L’importante è sottolineare che, quando le detonazioni si assopiscono e le onde radio smettono di trasmettere, al centro della storia ci sono sempre uomini e donne, gente come noi che leggiamo. Per questo ci interessa vedere come va a finire, a volte anche al di là del meccanismo dell’avventura singola. Il segreto è sempre mescolare gli elementi tipici di questa narrazione con quelli più umani. La formula vincente sta nel creare ‘momenti emotivi’ che non siano invasivi nella struttura della storia che è e deve restare quella proposta al lettore in copertina. Se acquisto un romanzo di spionaggio avventuroso voglio location esotiche, glamour, azione e ritmo mozzafiato, non un horror o un romance che appartengono ad altri filoni. Però mai perdere divista l’impatto emotivo senza il quale finiremmo solo per raccontare una sequenza di botti, spari e crudeltà senz’anima o sentimento.

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GANGLAND:RAPINA RECORD

Molto tempo fa (nel 2006… è passata una vita professionalmente…) un editor bocciò con parole sprezzanti la prima versione di Gangland rifiutando di pubblicarla in libreria perché… certe cose a Milano non succedono (la scena incriminata, tra le altre era un assalto a un furgone blindato in viale Monte Ceneri sotto il ponte della Ghisolfa). Ormai questo aneddoto tra i fan del Professionista è leggenda… davvero, se per caso quell’editor legge queste righe non me ne voglia, come io non me gliene voglio io (adesso). Alla fine quel rifiuto (che forse era basato su gusti personali visto che il signore in questione predilige il giallo da ‘camera’, consolatorio ed è una sua scelta giustissima… come lettore) mi stimolò invece a tentare di portare con maggior vigore il Professionista a Milano, anche sulle pagine di Segretissimo. Lo so, le avventure che riscuotono maggior successo sono quelle che si inseriscono di più nel format spy-avventuroso ma da Gangland, a Tiro all’italiana e persino Gangland Blues , il filone ‘milanese’ ha sempre avuto delle alte punte di gradimento anche sul pubblico tradizionale. Tanto che ne sono nati dei romanzi autonomi più hard-boiled che spy. Nero criminale è il più recente della serie ma anche Vendetta ha avuto la sua ragione d’essere. E torna oggi alla ribalta, non solo perché dimostra che avevo ragione io, ma per il tema che tratta. Vendetta inizia infatti con una rapina al furgone blindato che era poi quella a cui avevo pensato io scrivendo Gangland e in particolare la sequenza… che non poteva accadere a Milano. Io in realtà mi rifacevo alla famosa rapina di via Imbonati, condotta con armi e criteri militari in cui vennero spari più di 600 colpi di arma da fuoco automatica(da guerra!) e passarono decine di minuti prima che arrivasse la polizia. Una rapina che dopo vent’anni nessuno ha ancora mai spiegato…e oggi i colpi ai furgoni blindati sono tornati a essere più frequenti di quelli alle banche, tanto che la recrudescenza di questi colpi ha fatto temere una ripresa di quel sistema di ‘autofinanziamento’ che fu tipico degli anni di piombo. Soldi pronti, non marcati, disponibili in tagli smerciabili. Ma forse , invece, di piste politiche, si profilano solo piste criminali. Solo un mese fa a Roma un noto ex brigatista perdeva la vita in una rapina al furgone portavalori nelle strade di Roma. Con lui moriva anche un ex terrorista nero. Legami coltivati in prigione, un luogo dove l’ideologia finisce, il recupero del condannato non è neanche contemplato e invece si intrecciano pericolosi rapporti tra ‘professionisti del crimine’ e, magari, qualcuno al di là della barricata. Perché il sospetto che ci sia sempre un basista, uno che fornisce le informazioni dall’altra parte permane. Anche ieri mattina quando sulla A9 Milano-Como c’è qualcosa di sospetto. La situazione. Una nota ditta di portavalori esegue il solito servizio di ‘navetta’ verso lecco con diramazioni a Lugano. Solito servizio di navetta’ Eh sì, perché questo genere di trasporti avviene tutti i giorni. Curiosamente, però, questa volta c’è qualcosa di differente. Il grisbì ammonta a 20 lingotti d’oro da 12 kg l’uno e un valore di denaro contante corrispondente a 10 milioni di euro. Tralasciamo che una legge vigente limita(proprio per il pericolo di rapine) il valore dei trasporti a 8 milioni di euro… chi ha eseguito il colpo doveva essere bene informato. Preparavano il colpo da mesi, si legge sui giornali. In effetti dieci rapinatori hanno eseguito una rapina spettacolare che rimanda a the Heat-la sfida, ma anche a Il clan dei Siciliani e, ammettiamolo, anche a Il Professionista- Vendetta. Il convoglio era composto da due blindati dei quali uno vuoto a fare da civetta. I rapinatori lo hanno ignorato quando hanno bloccato la A9 con due camion. A quello di coda hanno dato fuoco per sbarrare la strada e creare confusione. Ugualmente un altro articolato ha preso fuoco sulla corsia opposta per bloccare ogni intervento. Manovra riuscita anche grazie al fatto che sulle bretelle di uscita dell’autostrada prima e dopo il terreno è stato cosparso di chiodi a tre punte per fermare eventuali forze dell’ordine in arrivo. Nel frattempo dal camion che ha bloccato il convoglio in testa escono uomini armati. Alcuni scaricano decine di colpi di Kalashinikov sul furgone portavalori. Blindato sì, ma investito da una grandine di piombo così…gli agenti di custodia sono rimasti bloccati dentro mentre i rapinatori con un flessibile hanno aperto il retro del furgone e prelevato il carico. Di qui arrivano almeno 4 auto che prelevano banditi e bottino e proseguono verso Como. Pochi chilometri e accostano, segano il guard-rail e d entrano in campagna. Finiscono in una zona di magazzini abbandonati dove lasciano le auto usate e svaniscono. Tempo effettivo della rapina: cinque minuti. Unico indizio un segno giallo lasciato sul guard-rail nel punto dove è stato tagliato prima di passare all’ultimo tratto di fuga. Ora se è difficile credere che un colpo del genere non abbia avuto almeno un informatore al corrente di tempistiche e ammontare del malloppo, risulta anche poco credibile che dei ‘semplici’ rapinatori possano eseguire una manovra così complessa senza attrezzature e addestramento specifico. Siamo lontani dalle rapine degli sballati fatti di coca di certi film…certe cose si fanno con metodo. Roba da Brauquo… insomma se vogliamo eliminare piste politiche ormai superate , nulla ci vieta di immaginare legami tra criminalità organizzata e altre organizzazioni, con altri fini. E, mi sia concessa una licenza da narratore, un po’ quello che succede in La Triade di Shanghai, l’episodio del Professionista che leggerete a novembre che ho appena finito di scrivere. Prima della rapina… Se vi va di parlare di questo magari vediamoci sabato a Milanocalibro noir 2013 Spazio Teatro 89 Via Fratelli Zoia 89, 20153 Milano, Italy.
Ci sarà da divertirsi. Parola del Professionista.

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VE LO DO IO IL PULP

Prima di cominciare questo lavoro (23 anni fa, ma probabilmente anche un po’ prima se consideriamo gli anni di collaborazioni varie non qualificabili come professionali, diciamo di ‘apprendistato’) avevo un’idea completamente differente del mondo editoriale e delle meccaniche che lo regolano. Avevo l’ideale del libro ben scritto, avvincente, della professionalità che paga senza aiuti e spinte. Ero anche giovane e, quando si è giovani, è giusto tendere a un mondo dove certe brutture sono relegate ad altri campi, che non ci competono. Essendo cresciuto con la passione per l’Avventura raccontata ma anche letta e vista nei fumetti, nei romanzi (fossero questi in hard cover o in economica non facevo differenza) nei film. Tutto serviva ad alimentare la mia passione, il desiderio di migliorare, di imparare. Per poter dar vita al mio mondo immaginario. Ero anche convinto che, se mai fossi riuscito a farmi pubblicare un paio di libri, il resto della mia carriera sarebbe proseguito speditamente. Non avrei avuto vincoli nella scelta dei tempi, la casa editrice mi avrebbe promosso e sostenuto, non avrei dovuto correre dietro a contratti e pagamenti come se uno chiedesse l’elemosina, insomma stavo ‘studiando’ per diventare narratore e ci mettevo tutto il mio impegno. In seguito ho capito qual è la realtà. Non mi lagno. Alla fine, se mi guardo indietro ho fatto tante e tali cose da poter essere realmente soddisfatto e tutto ciò che di brutto, meschino, poco professionale che ho visto in seguito ben poco conta rispetto alla soddisfazione che ho avuto di poter vivere del lavoro che avevo scelto. A volte devo anche ricordarmelo perché, in tempi bui, è sin troppo facile lasciarsi prendere dallo scoraggiamento, vedere solo il bicchiere mezzo vuoto e lagnarsi perché altri godono di privilegi che vorremmo per noi. Io sono ciò che sono. Un narratore (più che uno scrittore, l’ho detto più volte) ma anche un amante di viaggi, avventure di vario genere vissute nella realtà e rielaborate con la fantasia. Non mi interessa realmente essere inserito nella letteratura. Certo, mi fa piacere vedere il mio nome stampato in copertina, riterrei giusto ricevere qualche riconoscimento (e qualche soldino) in più, però, di fatto, ammettiamolo. Io sono nato con la Cultura Popolare e credo di averla praticata con passione e successo. E ancora voglio continuare a farlo. Non si tratta neanche di considerarlo un lavoro, anche se nel mio caso lo è diventato ( meno male perché le difficoltà presenti in ogni attività oggi hanno un po’ azzerato la distanza tra ‘impiego normale’ e ‘attività creativa’…pensate cosa vorrebbe dire fare un mestiere di routine con il rischio di perdere il posto ma senza tutte le soddisfazioni derivanti dall’aver fatto ciò che si desiderava…) ; è un’esperienza molto più totalizzante. Io credo che un po’ bisogna esserci nati. Personalmente non ricordo un periodo della mia vita in cui non sono stato immerso in questo mondo che mescola fantasia e realtà. Anche senza saperlo mi stavo preparando per svolgere l’attività di oggi. Che si protrae per 24 ore al giorno tutti i giorni. A volte anche senza che uno se ne accorga perché tutte le esperienze finiscono per arrivare al momento creativo del tuo lavoro. E uno lo fa perché è la passione, il desiderio di esprimersi in questo modo rielaborando esperienze personali e suggestioni fantastiche in un modo ‘suo’ che è gusto e professionalità insieme. Certo, se diventa un lavoro la parte economica è importante ma alla fine non è essenziale. Io finisco per scrivere moltissimo, partecipo a eventi anche gratuitamente. Mi farebbe piacere che a livello economico ci fosse un adeguato riconoscimento per tutto. Ma se a volte non succede e non è possibile, non è una ragione sufficiente per mollare. Sarà perché, di carattere, detesto l’ignavia, gli atteggiamenti rinunciatari. Ovvio che a volte capitano batoste che per un poco ti lasciano al tappeto. Però poi la voglia di riprendere, di cercare una strada nuova riemerge sempre. Chiaro che un atteggiamento del genere in alcune occasioni ti porta a essere facile preda di chi sfrutta il tuo entusiasmo. Ma non avere entusiasmo è molto più meschino. Quasi come pubblicare una cosina e autodefinirsi anche pubblicamente ‘scrittori’. Lo so, più volte ho affermato che questo lavoro andrebbe lasciato ai professionisti e sempre mi vien fuori il collega più giovane che magari ha pubblicato un libro e si sente già arrivato ma non può lasciare la sua altra attività che si sente chiamato in causa. So perfettamente che in Italia, oggi e agli inizi, se non si è dei geni o dei fortissimi raccomandati non si può vivere esclusivamente di scrittura. E che agli esordi tutti hanno un’altra professione. L’esclusività di cui parlo ha una radice diversa, più mentale che materiale. È, appunto, quel concetto di cui parlavo precedentemente, quello di una professione, quella del narratore, che coinvolge ogni minuto. Perché la mente creativa non smette mai di cercare, di osservare, di elaborare, magari senza che ce ne accorgiamo, elementi che ci verranno utili in futuro. A tutti quelli che vogliono intraprendere questo lavoro (che ripeto non è facile e forse riserva prove durissime più che soddisfazioni) vorrei raccomandare di farsi un bell’esame di coscienza. Se lo fate solo per diventare qualcuno, per vedere il vostro nome in copertina o addirittura per diventare ricchi…ripensateci. State sprecando tempo e basta. Se invece come me avete sviluppato un interesse quasi maniacale per la Cultura Popolare, per i racconti, le esperienze che vi portano a contatto con quel mondo che è dominato dal vostro gusto particolare, allora non abbiate paura di cercare, di sperimentare, anche se quello che preferite è ‘controcorrente’. Magari per tirar su un po’ di soldi sarò costretto a scrivere, a tradurre o a consigliare quel che si vende, ma dentro di me devo avere la coscienza del perché mi piace una cosa invece che un’altra. Di ciò che voglio leggere, vedere o raccontare. E crederci. Così sono nati i miei libri migliori, i saggi, le riviste, i fumetti. Ma è stata anche la linea guida che mi ha spinto di occuparmi di fotografia, di viaggi, di sport, di storia, a legarmi con alcune persone invece che altre in modi e tempi che all’esterno possono essere apparsi poco produttivi. Che importa? La mia attività creativa è un’espressione di me stesso. Mi fa un immenso piacere condividerla con altri e di certo mi sento lusingato quando ricevo degli apprezzamenti. Però, alla fine sono sempre io quello che decide la strada da percorrere per quanto impervia essa sia. E sono sempre scelte che risalgono indietro nel tempo, a stimoli e cose viste e vissute da ragazzino che poi si sono sviluppate, approfondite. Che senso ha scrivere un saggio su generi cinematografici magari dimenticati e poco praticati oggi? O intestardirsi a raccontare avventure con un piglio che appare controcorrente? Be’, alla fine lo stesso senso che ha andare a cercare un sentiero su una montagna lontanissima, o un vicolo in una vecchia città lontana dai quartieri turistici, a frequentare certe donne invece che altre, a praticare come permette l’età una disciplina che oggi non è più di moda. Sono tracce di me. E la Cultura Popolare che anima chi la produce e chi ne usufruisce di passioni ed emozioni dovrebbe essere così. Libera, semplice, personale.

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TUTTE DENTRO-IL CINEMA DELLA SEGREGAZIONE FEMMINILE

Con grande piacere vi presento la mia ultima malefatta. In questo caso coadiuvato dall’amico e collega Corrado Artale mi sono addentrato nei vicoli bui di un genere che certamente scandalizzerà qualcuno. wil Pulp!
Ho costruito la mia carriera di autore, curatore ed editor sull’immaginario collettivo popolare. Prima ancora di cominciare a lavorare in questo settore sono stato avido consumatore di ogni forma di narrativa pulp. Qualcosa ne so, credetemi. Per ‘vivere’ di questo mestiere è necessario amarlo, alimentare la passione senza riserve. Altrimenti si bara. La narrativa popolare non cerca moraline da insegnare, non è un finto demagogismo che nasconde l’idea che la Cultura sia per pochi e che le masse vadano istruite. Soprattutto, la cultura popolare deve essere fruibile da tutti. In maniera intelligente. Deve cioè permettere che ognuno formi il ‘proprio’ gusto, alla faccia delle mode o dei perbenismi. Di questo sono stato – e sono tutt’ora – sempre convinto.
Quando ho accettato la sfida di scrivere (avvalendomi della collaborazione dell’amico e collega Corrado Artale per quanto riguardai capitoli sul Porno-Nazi), questo volume sulle ‘femmine in gabbia’ ho immediatamente visualizzato quelle schiere di finti perbenisti, di suffragette autocoscienti del proprio ruolo che stigmatizzano certe mie opere di narrativa come ‘maschiliste’ se non peggio. Esattamente come negli anni ‘60 accadeva con i fumetti ‘neri’ e certamente come avvenne per questo particolarissimo genere che vede la donna dietro le sbarre ‘apparentemente’ in balia di fruste e vergognose turpitudini.
Di certo il dubbio può sorgere. Ma un dubbio presto spazzato via dalla consapevolezza di uno dei cardini della narrativa di genere.
La fiction e la realtà sono due campi ben distinti.
La ‘bestia’ che uccide la parente minorenne dopo averne abusato e poi si finge pazzo, il branco che stupra e magari filma le proprie prodezze… l’orco, quello vero, non sono lettori o spettatori se non occasionali o distratti del cinema o dei romanzi popolari. Horror, neri, thrilling che siano.
Le vere belve del mondo reale nascono dalla mente annebbiata di chi non sa coltivare una fantasia cosciente che è solo un gioco elaborato e che i morti, alla fine del romanzo o della ripresa, si alzano, puliscono il sangue e bevono una birra assieme.
Di questo sono assolutamente certo.

La femmina (avvenente, remissiva, aggressiva, desiderabile in ogni sua declinazione iconografica) è il fulcro della narrativa d’evasione. Genere non esclusivamente maschile se consideriamo le eroine dei ‘romance’ figure d’identificazione per le lettrici ma ugualmente oggetto del desiderio (in questo caso in maniera indotta per la lettrice che vi si incarna e si sente di volta in volta desiderata, bramata, umiliata e infine salvata dal Principe Azzurro in ogni sua forma). Di certo la ‘fanciulla in pericolo’ è uno dei temi portanti di tutta la narrativa popolare. La dark lady (la donna –vampiro) è solo una faccia più oscura e tentatrice della stessa medaglia.
Donna oggetto? O forse donna soggetto senza la quale non esisterebbe la storia?
Non ci sarebbero eroi se non ci fossero fanciulle da salvare e perfide ammaliatrici che portano l’uomo alla perdizione.
Se ci ragioniamo sopra neanche la figura della donna assertiva ( così cara alla narrativa degli ultimi decenni da aver sostituito l’Eroe maschio) avrebbe senso senza l’archetipo della damsel in distress. Una reazione, quella della genesi dell’eroina forte, che non esisterebbe se non ci fosse stata la provocazione della fanciullina da salvare.
Rapite, segregate, più o meno spogliate, le donne del Pulp hanno avuto un ruolo fondamentale. Quasi quanto le loro torturatrici. Perché (e qui entriamo nel territorio della più classica exploitation, lo sfruttamento del gusto popolare) nulla rende più eccitante una situazione di pericolo per una fanciulla del fatto che il suo aguzzino sia una donna.

Il cinema della ‘femmine in gabbia’ si può dividere in tre filoni principali, distinti nel tempo ma parzialmente comunicanti.
Il classico WIP, Women In Prison, si avvicina all’avventura pura, mette in scena peripezie e volti esotici, a volte si fonde con il thriller. In questo calderone entrano anche alcuni film sulle ‘rapite’, su prigioni più o meno immaginarie all’interno della famiglia, dell’alcova, del collegio persino.
Il Porno-Nazi ha radici intellettuali ‘forse’ più nobili in quanto si ispira a un manipolo di film e opere letterarie concepite non per il grande mercato ma per una platea più intellettuale.
I simboli del nazismo sono invece, nella deriva qui esaminata, appunto solo simboli. Creano uno scenario che non ha davvero a che fare con la Storia o con certe speculazioni filosofiche. Ve ne parlerà Corrado nella sezione che è fondamentalmente opera delle sue ricerche.
Il terzo filone, quello delle Monache di Clausura, invece, riveste di una patina fintamente storica (di solito sono vicende in costume) il gusto ‘pecoreccio’ e di derivazione decamerotica di scoprire la calza sotto il velo, il seno rigoglioso che tende la tonaca. Anche qui inutile cercare reali volontà dissacratorie al di là di un sano ‘voyeurismo da caserma’. Chiusura questa, non scelta a caso e senza alcun disprezzo. Chi, come me, ha vissuto l’epoca del servizio militare obbligatorio ricorda perfettamente edicole, cinemini e movimenti vari attorno a quei luoghi, invero piuttosto sinistri, in cui la gioventù italica era obbligata a passare mesi di ‘mutismo e rassegnazione’.
Meno male che esisteva una cultura popolare capace di dar libero sfogo a pulsioni e fantasie. Meno male che si osava…
Che esistenza triste e squallida sarebbe stata altrimenti…

S’impone una chiarificazione per il lettore. I film del genere ‘femmine in gabbia’ (nelle sue tre declinazioni) possono essere relativamente pochi oppure moltissimi. Non si tratta di film esclusivamente italiani come quelli esaminati nella maggior parte dei volumi editi da Bloodbuster, ma provenienti da una produzione (soprattutto per quel che riguarda la categoria del WIP) mondiale che ha generato centinaia di prodotti. La linea di confine con l’hard–core poi è sottilissima. Da qui la decisione di limitare l’analisi a un gruppo di pellicole significative e, obiettivamente, reperibili dal lettore. Consapevoli della non esaustività di questo saggio sappiamo che ci sarà sempre quel film che uno o l’altro lettore hanno visto e ricordano che abbiamo tralasciato. Per questo ho scelto la formula del saggio di divulgazione piuttosto che il dizionario. Il criterio è quello di offrire una carrellata su un genere attraverso pellicole significative e l’individuazione dei canoni dello stesso. Eviteremo così di dare voti con stelline, bombette o (nel caso specifico) fruste. Nella trattazione è espresso il mio giudizio di spettatore.
Il fine ultimo della creazione ( per parafrasare il titolo italiano di un celebre romanzo carcerario di Tim Willocks) di questo libro è incuriosire, suggerire sentieri di ricerca e fornire una nostra guida a chi si avvicina a questi film indicando percorsi e lasciando al gusto personale ogni giudizio.

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RICOMINCIO DA VLAD


Vlad nacque così, agli inizi degli anni 2000, in un momento in cui Sandrone Dazieri voleva ampliare la rosa degli autori della cosiddetta Legione Straniera di Segretissimo. Romanzi originali firmati con pseudonimi stranieri ma lavorati da autori italiani. Inutile dire che, forte dell’esperienza del Professionista, accettai la sfida. A mio avviso avrei dovuto firmare anche quella serie come Stephen Gunn. L’editor non volle, forse l’idea che un autore si affermasse troppo in una collana non gli andava, o magari c’erano altre considerazioni. Poco importa perché, in effetti, quasi subito trapelò che l’autore ero io e gran parte del pubblico che apprezzava il Professionista divenne anche un ‘fedele’ di Vlad. Anche se la premessa era quella di creare una serie differente, più corale, con altre tematiche che, in questo caso, un po’si rifanno a quella che per me resta una delle migliori saghe della spy narrativa degli ultimi decenni(la saga di Jason Bourne di Ludlum) e un po’ strizzavano l’occhio alla versione che ne aveva tratto con enorme successo un narratore che considero un maestro da sempre Ian Van Hamme. Sto parlando di XIII che era già allora un successo ma che si sarebbe confermata tale anche in seguito arrivando addirittura alla consacrazione di un film in due parti seguito da una saga in 13 puntate. Ovviamente come il Professionista si distaccava da SAS e da 007 anche Vlad aveva caratteristiche sue rispetto agli altri modelli che lo avevano preceduto. Prima di tutto Vlad non arriva mai a ricordare esattamente ciò che gli è capitato. Lo vediamo noi, gli viene raccontato, ma la sua mente è stata annullata per sempre da un neurosoppressore. La serie era concepita per cinque episodi ma ebbe un tale successo che arrivammo a 7. Non però sviluppata come io l’avevo pensata, con uno sguardo più preciso sull’ambiente russo, trame più complesse della media di Segretissimo. Ora che sono tornato in possesso dei primi cinque episodi ho voluto proporvi il pilot (Vlad: il primo della lista) in edizione praticamente identica all’originale mentre per i successivi mi sono sentito libero di cogliere alcuni flashback e riunirli in storie nuove, del tutto originali e inedite. È quello che è successo con Il Circolo Kandinsky che in realtà era un romanzo lungo e complesso che fui costretto a scrivere entro un limite di pagine già compresso in partenza. Nella presente versione l’ho diviso in tre episodi autoconclusivi ma legati l’uno all’altro da una continuity che ci porterà dal 1995, anno in cui cominciano i guai di Vladimir Suvaroff agente dei servizi segreti russi sino ai primi anni 2000 in cui Vlad è già un agente della SWORD, il braccio esecutivo dell’ONU guidato dall’ex segretario generale per il centro e Sud America Raymond la Cruz. La storia che state per leggere è quindi un prequel in gran parte inedito (e scritto oggi ) dell’avventura con cui Vlad è stato presentato al pubblico. Una storia molto russa, molto dura. Una piccola rivincita, se mi permettete, contro la serie di circostanze che mi indussero, nella passata gestione di Segretissimo, a chiudere la serie malgrado il buon apprezzamento del pubblico per… far posto ad altri… Purtroppo succedono anche di queste cose. Ma quando ho passato il personaggio di Antonia Lake alla saga del Professionista, sapevo che, prima o poi, Vlad si sarebbe ripreso la sua rivincita.
Gustiamocela insieme.

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IL PROFESSIONISTA A CARTOOMICS 2013


Il Professionista a fumetti? Sembrava una missione impossibile. Già ci avevamo provato tra il 2009 e il 2010 con le edizioni Bd. Un brutto pasticcio. Il disegnatore a metà della storia ebbe dei problemi e mollò tutto. Decidemmo allora per non perdere un’occasione di trasformare una sceneggiatura in una romanzo breve illustrato con alcune vignette delle tavole già realizzate. Ne uscì Vendetta che era comunque un bel volume. In seguito con Alberto Lingua abbiamo progettato una storia di cui furono realizzate 5 tavole ma che non trovò editore. Sembrava proprio che non ci fosse speranza. Invece l’anno scorto all’uscita di Cartoomics 2012 mi avvicina un giovane lettore. ‘Ciao , mi chiamo Simone Ziliani, sono un appassionato delle avventure del Professionista e vorrei realizzare un’avventura a fumetti. Ti va di guardare il mio materiale?’ Così è iniziata. Simone veniva dalla scuola del fumetto e aveva dato una originale lettura manga del personaggio. Scrissi così per lui un racconto ambientato sull’immaginaria isola di Garudan che spero sarà lo scenario di una serie di romanzi fuori continuity. Poi Simone ha fatto tutto da solo . Sceneggiatura e disegni. Senza pretendere nulla, investendo su se stesso. E così è nata una storia di 60 tavole, una Graphic Novel intitolata ‘ Taglio all’orientale’ che esce in edizione esclusiva in formato cartaceo per Cartoomics 2013. L’accompagnano tre brevi saggi per un totale di altre 60 pagine. La Spy Story in libreria, nei fumetti al cinema. Insomma un volume tutto da leggere e da scoprire. Lo troverete certamente su IBS e nel sito Dbooks.it ma a Cartoomics lo presenteremo parlando anche di ‘Missione Suicida’ , il romanzo pubblicato da Segretissimo questo mese. Io sarò presente domenica 17 marzo a Cartoomics a Fieramilano Rho alle 14,30 al padiglione 8 nell’area ACTION dove potrete vedere anche la mostra da me curata assieme a Riccardo Mazzoni dedicata ai 40 anni dalla morte di Bruce Lee. Vi aspetto.

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