IL THRILLER DELLA DOMENICA.EUROSPY

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Li chiamavano Eurospy. Sull’onda del successo di 007, un po’ come era accaduto per il western, la produzione cinematografica europea unì le forze per realizzare una serie di film che, grazie a un impegno comune, si proponeva di realizzare film divertenti e spettacolari che non avevano la pretesa di eguagliare il modello ma erano senz’altro piacevoli. A questo argomento Daniele Magni di Bloodbuster, realizzò qualche anno fa un bel volume intitolato Segretissimi al quale mi chiese di scrivere l’introduzione. Da allora è scattata la ricerca dei titoli più succosi, a volte in lingua originale. Per trascorrere qualche ora in allegria, senza troppe pretese vi propongo questo poker di film in cui il grosso della produzione è tedesco ma non mancano apporti italiani (soprattutto nelle interpreti quali Rosanna Schiaffino e Dominique Boschero, ma anche nel montaggio dove spesso compare il nome di Eugenio Alabisio). I colleghi di 007 erano spesso interpretati da attori americani a fine carriera, come nel caso di Missione a Hong Kong oggi riproposto anche in versione italiana. Stuart Granger è simpatico ma forse non del tutto in parte, un po’ pasticcione e antiquato, ma alla fine ci è simpatico. Sono eroi di Segretissimo o di similari collane economiche europee. In questo caso La riviere de le trois jounques di Georges Godfroy, prolifico narratore francese attivo sia nel noir che nello spionaggio. L’agente Scott viene chiamato a sostituire il collega Muller (Franco Fantasia, grande stuntman italiano, quando ancora si facevano film d’azione) e affiancato dalla bella Carol per investigare su un traffico di materiale atomico tra Hong Kong e la Cina Rossa. Il cattivissimo in tutti questi film è Horst Frank che fu anche un ottimo caratterista nel Thrilling italiano anni dopo. La cornice di Hong Kong è splendida e ci restituisce una città misteriosa e nido di spie come adesso non è più. Se la storia mostra diverse ingenuità e non sfrutta l’appeal delle protagoniste e l’azione non è granchè, vogliate perdonare. Si tratta però di un prodotto di quegli anni, realizzato con i mezzi che c’erano. A vederlo viene un po’ di nostalgia ma ci ricorda che Segretissimo è scresciuto come tematiche e tecniche di realizzazione, ma senza questa basa forse il Prof non esisterebbe.

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IL THRILLER DELLA DOMENICA:PROFESSIONISTA CHIAMA PARKER

parker per blog
Nel panorama variegatissimo della letteratura gialla e noir il nome di Donald E. Wesltake (1933-2008) merita una posizione di rispetto. Non solo perché le sue storie sono tra le più apprezzate dagli appassionati e hanno ispirato innumerevoli film e telefilm. Westlake è riuscito, pur sviluppando un discorso completo e coerente, a crearsi due schiere di fans agli opposti lati della barricata.
Autore brioso, capace di trasferire sulla pagina emozioni e comicità, cosa difficilissima, ha creato con la saga del ladro Dortmunder e altri romanzi, un genere che ha uno stretto legame con l’argomento che stiamo trattando.
I romanzi firmati come Westlake, infatti, sono perfetti caper, nei quali a una macchina di precisione legata al furto in sé, si abbina una rara capacità di cogliere il grottesco e l’ironico nel mondo criminale. Ne sono usciti romanzi spassosissimi che è difficile definire commedie piuttosto che gialli e viceversa.
Al tempo stesso Westlake ha generato anche una seconda personalità, una metà oscura cui si è in qualche modo ispirato anche Stephen King in un suo celebre romanzo. Richard Stark fu, in Italia, portabandiera dei “Neri del Giallo Mondadori”. Storie cupe, senza morale, incentrate sul personaggio di Parker, rapinatore di professione. Freddo violento, ma non psicotico. Un professionista del crimine per il quale la scelta più ovvia è sempre quella di evitare di farsi prendere o coinvolgere dall’organizzazione. Parker è stato protagonista di due serie di romanzi di Stark scritti in momenti differenti della sua vita ma perfettamente legati dal filo conduttore del “colpo” impossibile da realizzare. Qui, se l’ironia c’è, è involontaria. Sono storie violente, non consolatorie che erigono a protagonista un eroe negativo che però conquista subito il lettore. Narrate con uno stile secco, documentaristico sono forse tra i romanzi migliori del genere. Questo per quanto riguarda la produzione letteraria. Il cinema ci ha regalato numerosi e bellissimi film sull’argomento. Ne ho scelti alcuni, uno solo con Dortmunder e ben quattro con Parker (anche se chiamato con differenti nomi) per una ragione speciale. I film di Parker sono lo specchio dell’epoca in cui sono stati realizzati. Gli interpreti e le storie, più o meno fedeli all’originale, riescono a fornire l’immagine del protagonista a seconda degli anni di realizzazione dimostrandone l’inossidabile efficacia.

SENZA UN ATTIMO DI TREGUA
Come Richard Stark ,Westlake ha firmato una serie di “neri” più cupi e violenti centrati sulla figura di Parker, uno scassinatore di professione sempre impegnato tra vendette e colpi in grande stile. Parker, che al cinema per uno dei soliti misteri contrattuali, non poteva essere citato con il suo nome, nei primi film a lui dedicati viene chiamato con una variante dell’appellativo originale ma è riconoscibilissimo. Questo Senza un attimo di tregua è (come quello con Gibson, Payback) ispirato al primo romanzo della serie The Hunter, da noi tradotto come Anonima Carogne. Benché piuttosto differente dal romanzo, si presenta come un ottimo prodotto fine anni ’60, con tutte le meccaniche e i vezzi cinematografici dell’epoca. Dirige John Boorman e Lee Marvin è così convincente da rimanere il modello ideale di Parker anche nelle copertine dei romanzi pubblicati dal Giallo Mondadori e illustrate da Jacono. La rapina vera e propria si svolge durante i titoli di testa. L’intercettazione di una grossa somma di denaro che Walker (questo è il nome del personaggio nel film) aiuta l’amico Mal Reese ad attuare tra le mura della prigione abbandonata di Alcatraz. Uno scambio di soldi tra malviventi. Una trappola, in realtà, perché Mal non solo pensa di tenersi tutta la refurtiva ma ha pianificato di fregarsi anche la moglie dell’amico, Lynette. Gli spara davanti a lei, più o meno consenziente. Il nostro anti-eroe, però, ha la pelle dura e riesce ad attraversare il gelido braccio di mare che lo separa da San Francisco. Qui, dopo qualche tempo, viene avvicinato da un misterioso personaggio che gli offre la possibilità di vendicarsi indicandogli dove si trovano la moglie e il falso amico, in cambio di un’operazione di piazza pulita. Un poliziotto o un gangster? A Walker poco importa perché è roso dalla furia. Emblematica la scena in cui irrompe nella casa di Lynette con la 38 in pugno e, sbattuta la fedifraga per terra, esplode tutto il tamburo contro il talamo nuziale, simbolo del tradimento consumato con Mal. Presto, però, Walker scopre di aver trovato una realtà tristissima. La moglie, rosa dal rimorso si uccide, e l’unica traccia che porta a Mal è un venditore d’auto, che poi è un galoppino dell’organizzazione. Alla mafia Mal ha versato tutto l’incasso della rapina per poter essere riammesso dopo chissà quale sgarro. Non basta perché, nella vicenda s’inserisce anche una magnifica Angie Dickinson nei panni di Chris, la sorella di Lynette. Ormai Walker è un uomo di pietra. La restituzione dei suoi 93.000 dollari (cifra relativamente esigua per i parametri dell’Organizzazione) diventa un motore per una guerra senza regole contro il gruppo di delinquenti. Gettato Mal da una finestra, Walker non si ferma. Intesse una fitta trama di tradimenti, doppi giochi e violenza con i capi dell’organizzazione e un killer incaricato di ucciderlo a distanza. Alla fine scopre di essere stato la pedina di Fairfax, il misterioso individuo che lo ha contattato inizialmente, che altri non è che il contabile della Organizzazione. Questi si è servito della sua folle vendetta per far secchi gli altri boss. Tutto finisce di nuovo ad Alcatraz, abbandonata e sede notturna di scambi pericolosi. Walker ce la fa e sembra pronto a riprendere la sua silenziosa crociata del crimine. Film di rapina anomalo, ma perfetto esempio di quel “nero criminale” che prediligo con personaggi forti e capaci di rivelare sfaccettature senza troppe parole. Boorman dirige con grande maestria, dialoghi ridotti al minimo e una capacità di rappresentare la solitudine e lo straniamento del protagonista che faranno scuola. Da John Vernon a James B. Sikking a Carrol O’Connor sino a Keenan Wynn I comprimari giocano perfettamente il loro ruolo muovendosi in una Los Angeles (con rapide puntate a Frisco) che si consacra capitale dei film di gangster di quell’epoca.

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22 ANNI DEL PROFESSIONISTA-UNA DOPPIA STORIA PERIL PROFSTORY16

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C’era una volta il Professionista. Così, senza quasi rendersene conto siamo arrivati a 22 anni di avventure. Non solo. Due collane. Ho appena firmato(e consegnato il testo) per l’uscita ufficiale in collana numero 45 ma le avventure di Chance sono molte di più se contiamo i fuori serie, i racconti e i romanzi brevi inediti allegati alla ristampa che è arrivata al numero 16. Fate un po’ il conto voi. Eppure ogni volta che mi metto alla tastiera per raccontare una storia di Chance provo un brivido che nessun’altra delle mi serie riesce a darmi. È ritrovare un amico e, anche in questi volumi doppi, tornare più giovane di qualche anno. Era il 2003 quando uscì la Notte della Mangusta, romanzo “chiuso” ma al tempo stesso finale di una lunga serie di lotte contro il Dipartimento operazioni speciali della CIA. Poteva essere la fine di un ciclo e invece divenne l’inizio di un altro. Volevo riportare Chance in Libano per l’apertura, giusto per ricordare i sui esordi durante la guerra civile quando era ancora legionario. Poi la storia che è ricca di azione e di sesso come impone la collana ma ha un intreccio che ancora oggi regge bene ed è complicato quanto basta per chiudere la bocca a quegli invidiosi (diciamolo con chiarezza ce ne sono stati e ce ne sono…) che con la scusa che le mie storie hanno un ritmo serrato, inneggiano a vicende spy più classiche…che loro non sanno scrivere, evidentemente. Perdonatemi lo sfogo ma il successo del Prof ad alcuni che credevo amici e colleghi non è andato proprio giù. Manco mi rivolgono più la parola. Come se fosse colpa mia. Non ti curar di loro ma passa e avanza… si diceva. Gran parte del materiale per questo romanzo che, dopo la prima parte a Cipro nella quale mi piace giocare con la classica situazione del defezionista e il modo di “trattarlo” la vicenda si sposta tra Vienna e Budapest, luoghi in cui ero appena stato e, come vedrete, sono descritti… diciamo nei loro ambienti più particolari, nella tradizione del Prof. Ne uscì una bella avventurona spionistica con una serie di rimandi e allusioni alle classiche serie spionistiche avventurose che certamente il lettore più sgamato coglierà. Rapimento & Riscatto, invece, è una storia scritta oggi ispirata da…diciamo alcuni eventi personali che toccano me quanto il Professionista in modo molto personale. Conoscere un Chance se non diverso, con una sfumatura più umana. Ma niente paura, ritmo e intreccio sono sempre lì. Dietro l’angolo ad aspettarvi. Buona lettura.

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IL THRILLER DELLA DOMENICA III:CODE MOMENTUM

olga per blog
CODE MOMENTUM
Scatenata e irresistibile torna Olga Kurylenko in una spy story dove l’azione prevale decisamente sull’intrigo che pure non è assente. Un peccato che il film non sia disponibile che nelle versioni inglese e francese, perché è un piccolo gioiello di spy story. Comincia come una ipertecnolgica rapina in una banca di Città del capo, in Sud Africa, poco utilizzata location del cinema d’azione degli ultimi anni e, in realtà, un ottimo scenario. Ma con i diamanti rubati da un sofisticato caveau la bella Alexis e i suoi complici rubano anche una chiavetta USB che compromette un senatore americano (Morgan Freeman in una insolita parte da nero ‘cattivo’) nell’organizzazione di un attentato che riporterà la guerra totale e, secondo i suoi piani, la presidenza nelle sue mani. Lo spunto è quello dei poteri forti che evocano minacce inesistenti per giustificarsi. Già visto, ma poco importa perché il nocciolo dell’azione è la fuga di Alexis che sembra troppo brava per essere una semplice ladra. Infatti è un’agente del Mossad usata anni prima dalla CIA in un’operazione finita malissimo e disconosciuta da tutti. Della banda resta solo lei con la preziosa chiavetta. Sulle sue tracce Washington (nome in codice, dieri) interpretato da John Purefoy che, dopo The Following, è diventato un cattivo manipolatore perfetto che non avremmo mai immaginato. Con una colorita squadra di killer (una donna, un nero sfregiato, un biondino sadico e un gigante) bracca Alexis. L’azione è fluida, perfettamente coreografata sia negli scontri a fuoco che in quelli corpo a corpo (acrobazie della nera, doppiata da una stunwoman coreana…veramente da antologia) tra alberghi, rioni malfamati e aeroporti. Alla fin…be’ i buoni vincono sempre ma questa volta ci poterebbe essere spazio per una seconda puntata…o più probabilmente, per la fantasia dello spettatore. In realtà doveva esser il pilot di una serie che poi non si è fatta. Un piccolo film ma con tutti gli elementi giusti per soddisfare l’appassionato.

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IL THRILLER DELLA DOMENICA II:SPOOKS

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MI5-INFILTRATION-SPOOKS
Esce in home video con il titolo Spooks (che in gergo significa spie, quando ‘spettri’) MI5-INFILTRATION di Bahari Nalluri, forse uno dei migliori film di spionaggio di questa stagione. Protagonista, a sorpresa, Kit Harington reduce dal Trono di Spade. Una bella storia d’azione e di spycraft che si muove nel segno dell’equilibrio tra violenza e deduzione, modernità e classicismo. Un prigioniero di origine mediorientale detenuto dei servizi inglesi ma destinato alla CIA, fugge durante il trasferimento a Londra e minaccia una serie di attentati in tutta la città. Il responsabile dell’operazione, un vecchio capo missione, cade in disgrazia e, apparentemente, si uccide. I servizi inglesi sono al tracollo e rischiano di cadere sotto il controllo di quelli americani, ipotesi, considerate le recenti evoluzioni della politica internazionale tutt’altro che irrealistica. Il vecchio agente, però, non è morto e vuol smascherare la talpa che vorrebbe vendere l’MI5 agli americani. Intanto c’è da fermare il terrorista. Torna in campo un giovane agente silurato dopo un atto di disobbedienza ma tutt’altro che incapace, anche perché vuole scoprire perché suo padre sia stato ucciso durante la guerra fredda. Parte così un’avventura che si muove sul doppio binario della caccia alla talpa all’interno dei servizi e della corsa per fermare gli attentati. Intrecciato quel che ci vuole, rapido, ben caratterizzato, decisamente un film che piacerà ai lettori del Professionista.

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I FILM DEL PEROFESSIONISTA: il thriller della domenica. FLIC STORY

il film della domenica
Riprendo una rubrica per rivitalizzare un po’ il blog che ho un po’ troppo trascurato. La mia idea è riprendere a parlare di argomenti vari, anche al di fuori delle mie produzioni. Spero che vogliate seguirmi. Questa settimana un noir francese d’annata dei Jaques Deray che, negli anni ’70, diresse alcuni dei film polizieschi più godibili del filone. Flic Story (1975) racconta, romanzandola, parte della biografia di Roger Borniche, unp dei primi commissari della BRB (Brigade Repression Banditisme) e in seguito chansonnier e romanziere. Ci riporta al 1947 in una Parigi del dopoguerra ottimamente ricostruita sulle tracce di Emile Buisson, andito dalla pistola facile, i modi freddi e l’occhio azzurro che qui ha il viso di Jean Luis Trintignant. Borniche è invece Alain Delon che con Deray si è sempre trovato benissimo. Un vero poliziesco con morti e sparatorie dosati con giusta misura, una serie di caratteristi di prima qualità trai quali si segnalano Paul Chrocet, gli italianissimi Renato Salvatori, Giampiero Albertini e Adolfo Lastretti oltre che a intriganti presenze femminili come Christine Boisson(la malafemmina) e la magnifica Claudine Auger (la Bella e buona). Colpisce l’accuratezza di una Parigi uscita a stento dalla guerra, con le sue banlieue degradate, le fabbriche popolari, gli alberghetti equivoci, le pensioncine che ospitano traffici sordidi e i locali, immancabilmente gestiti da banditi italo corsi. Delon e Trintignant giocano i loro ruoli alla perfezione, quasi sembrano amici, malgrado siano implacabili avversari. Sparatorie e violenza piuttosto esplicite ma mai inutili e gratuite. Per ricordarci che anche in Europa si possono realizzare dei polizieschi di tutto rispetto.

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IL PROFESSIONISTA VA ALLA GUERRA

19 febbraio per blog
Quando scrissi programma Labirinto tutti scrivevano storie di spionaggio su al Qaeda e l’operazione Enduring Freedom. Io decisi di non farlo. Tutto era troppo così in diretta, e al tempo stesso confuso che raccontare storie di spionaggio sull’onda della cronaca mi sembrava un pericoloso sciacallaggio. Perciò scrissi due Storie che, logicamente, erano inserite in quel tempo (l’altra è La notte della Mangusta che è quasi il seguito di Programma Labirinto) ma cercai di affrontare la situazione da una differente angolazione. Avevo appena letto un bellissimo reportage sulla guerra in Cecenia e mi sembrava un’ambientazione adatta. Era trascorso qualche anno, ma l’area era molto vicina, i legami con l’islamismo radicale sembravano evidenti e l’ampliamento del conflitto era un’ipotesi. Soprattutto mi piaceva la storia che riportava il DOS in primo piano e molti dubbi sull’intelligence americana. Adesso che è passato molto tempo e il calderone delle guerre mediorientali si è spostato, ha cambiato un p’ faccia, mi sento di raccontare una storia del Prof ambientata lì nel Glfo. Attacco a Bassora si svolge quando ancora si cercavano le prove delle armi di distruzione di massa di Saddam, magari con la convinzione che ci sarebbero dovute essere a ogni costo. Ne è risultato un doppio volume che, ancora oggi, resta attuale e, spero avvincente. E poi c’è Giorgia Kachikian che è un personaggio affascinante e che ritroveremo più avanti sempre negli inediti. Alla fine un modo per riguardare a quegli anni che furono anche sotto un profilo narrativo, fortunatissimi per il Prof.

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IL PROFESSIONISTA: LE ORIGINI DEL NERO

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L’epopea letteraria del Nero Italiano comincia alla fine degli anni ’80, proprio con la collana Oscar Originals. Portava sugli scaffali un genere nuovo, con qualche pretesa letteraria, a basso prezzo e che richiamava senza troppo nasconderlo la fortunatissima Serie Noire francese. Io c’ero, ci sono ancora. Vorrei raccontarvela come l’ho vissuta e spero mi verrà perdonato un pizzico di soggettività. Intendiamoci, di romanzi polizieschi in Italia se n’erano sempre scritti, da De Angelis a Donati, sino a tempi più recenti. Cito anche nomi illustri. Fruttero e Lucentini, Giovanni Comisso, Felisatti e Pittorru, Ugo Moretti, Renato Olivieri. Si parlava di “gialli”, però, di romanzi del mistero. Il vero e unico nero italiano era stato (scoperto e rivalutato postumo) Giorgio Scerbanenco, capace di superare il meccanismo enigmistico per scendere nelle viscere del paese. Riscoperto e citato come modello ispiratore dagli autori della generazione attuale, ai tempi, era classificato come narratore da rotocalco. Fernando Di Leo ebbe l’intuizione di estrapolarne il succo adattandolo al suo cinema e fondendolo con quello del Milieu francese in una miscela unica, solo successivamente rivalutata. Di fatto il Noir, che è costola del Mystery e ha una vasta declinazione letteraria anglo-francese, in Italia era assente e quasi sconosciuto. In particolare mancava quella prolificità di titoli in libreria o in tascabile che invece ne costituivano il nerbo in Francia. Le Breton, Simonin, Josè Giovanni. Storie di criminali e malavitosi che, fatta salva la differenza di tempi e gusti, si riallacciano alle produzioni dei nostri giorni, oggetto del presente dossier. “Raccontare storie di delinquenti non significa condividerne le azioni” avvertiva Henri Verneuil nei titoli di testa del Clan dei Marsigliesi. Di tutto questo alle soglie degli anni ’90, gli aspiranti autori nostrani poco o nulla sapevano. C’era sì una gran voglia di pubblicare storie “gialle” che, salvo per pochi, sembravano vietate da imperscrutabili ma invalicabili divieti editoriali. “Il giallo”, dicevano “non è un genere popolare italiano”. Così quando ci proposero di scrivere il Nero nessuno si tirò indietro, anche se la differenza tra i due filoni ai più sfuggiva. La collana nasceva già progettualmente con l’aspirazione di arrivare in Tv. Erano stati presi accordi attraverso una agenzia letteraria allora famosa, ma l’operazione non funzionò come previsto. Per la verità, io credo che fossimo in anticipo sui tempi. In libreria sin dall’esordio il riscontro non fu quello auspicato. Per dirla tutta, dei nove titoli pubblicati (più un’antologia che, comunque, ha fatto storia perché raccoglieva 28 autori provenienti anche da Interno Giallo) solo tre furono opzionati. L’uomo esterno di Sergio Altieri, Per il sangue versato del sottoscritto e Caccia alle Mosche di Angelo Longoni. L’uomo esterno (che ebbe nei primi anni ’90 una riscrittura, a mio avviso non troppo riuscita che “pompava” la violenza cercando di attualizzare una storia che, com’era uscita per la prima volta era già molto buona) fu realizzato per Canale 5 sotto forma di sceneggiato in due puntate. La regia era di Francesco Barilli e la sceneggiatura di Dardano Sacchetti. S’intitolava Due vite, un destino con Michael Nouri ed era un prodottino Tv di quegli anni. Altieri era piuttosto contrariato. Il mio romanzo fu poi acquistato e pagato, ma mai realizzato. In effetti di tutti i neri a sfondo malavitoso che ho scritto negli anni, forse perché era il mio primo romanzo, è quello che amo di meno. La ragione riguarda forse lo scarso successo della collana tutta. Troppi paletti dall’editor e dal curatore che, con la preoccupazione del passaggio in Tv, avevano messo una lista di “questo non si può fare, quell’altro nemmeno” che toglievano grinta alle storie. Per una strana combinazione Per il sangue versato uscì in contemporanea con Nero come il cuore di De Cataldo (Interno Giallo) Caccia alle mosche ebbe una realizzazione in un Tv movie che andò direct to video e sicuramente divenne uno spettacolo teatrale visto che Longoni era uomo di palcoscenico e aveva scritto praticamente una sceneggiatura in tal senso. Ripeto: l’idea era in anticipo sui tempi. Il lettore delle collane popolari, anche nel tradizionale Giallo Mondadori, da sempre non amava il Nero come storia di malavita. Ma questo già negli anni ’60 e ’70. Quando uscivano le varie collane come I Neri del GM o Maschera Nera con fior di autori stranieri (Stark, Hunter, Pileggi, Raymond) non riuscivano a superare la soglia dei dodici numeri. Però qualcosa si muoveva. Usando un termine che non mi piace, in quel periodo si cominciava a “sdoganare” il Giallo italiano. E in qualche modo sembrava che scrivere Noir, nobilitasse il filone. Ricordo un ingenuo vincitore del Premio Tedeschi che, a una riunione di giallisti (di concioni e associazioni se n’è fatte in maniera carbonara a centinaia), quando gli chiesi cosa stesse scrivendo, mi rispose: “Un Noir metropolitano”, con un vago accenno di alterigia. Mai più sentito nominare. C’erano associazioni di autori a Bologna (Il Gruppo dei 13) e in ogni altra città. Noi, a Milano, eravamo più indipendenti. Parlammo della Scuola dei Duri, proprio perché ci piaceva quel nero criminale che avevamo letto da ragazzi ma non formalizzammo mai la cosa. Davanti a libagioni (abbondantissime!) e sigari ci trovavamo e ancora lo facciamo oggi. Andrea G. Pinketts, Andrea Carlo Cappi, io e Carlo Oliva che ci ha lasciato in eredità una magnifica Storia sociale del Giallo. Ognuno seguiva la sua strada. Mi spingo a dire che eravamo quelli che avevano capito di più la differenza tra Nero e Giallo e la percorrevamo costruendoci ciascuno “una vita a modo suo” giusto per citare il romanzo di Erwin Torres Carlito’s Way che, quello sì, divenne un film. Tale sottobosco di autori più o meno noti fremeva. In quei tempi ricordo che emerse Pino Cacucci che almeno un paio di volte centrò davvero il bersaglio. Puerto Escondido (Interno Giallo) era un nero italiano e internazionale, tragico ma anche venato da una comicità amara. Mediterraneo, vorrei dire, che colpi Salvatores che ne trasse un film di grande successo con Bisio e Abatantuono. Pino poi ha continuato a scrivere per il cinema mentre in libreria si è un po’ perso. Eppure nella sua raccolta d’esordio per un piccolo editore di Ancona Outland Rock c’era un piccolo gioiello noir dal titolo Punti di fuga che era d’ambientazione parigina e sarebbe stato un ottimo film. Lo ripubblicò Mondadori, ma si perse come altre opere di Pino che erano nere sì, ma si allontanavano dalla formula iniziale. In ogni caso nessun rimorso (Longanesi) era la storia della Banda Bonnot e Demasiado Corazòn (Feltrinelli) una vicenda di scarichi tossici in Messico. In seguito ha preferito la via del cinema. Impossibile non citare Carlo Lucarelli che oggi scrive romanzi tout-court ed è noto per le trasmissioni televisive. Qui c’è un po’ un inghippo, perché Indagine non autorizzata vinse il Premio Tedeschi ed era effettivamente un Giallo. Falange armata (il primo romanzo con Coliandro) era sì un nero e fu pubblicato da Metrolibri. Siamo, tuttavia un po’ lontani da quella concezione di nero criminale urbano che attualmente si rispecchia in produzioni cinematografiche e televisive. Negli anni’90 però ci fu un proliferare di autori che si etichettavano come noiristi. Tanti, tantissimi, giovani e “cannibali” (ricordate la famosa antologia Einaudi?). Molti si son persi per strada, altri hanno scelto differenti formule narrative. L’ambito traguardo cine-televisivo, però, sfuggiva a tutti. Negli anni a seguire si verificarono fenomeni diversi tra loro, ma sempre legati alla circolazione di testi thriller italiani e alle relative ambizioni di trasposizione. Se il successo di Faletti non ha avuto riscontro al cinema, ha tuttavia diffuso l’idea che il genere definito “nero”, anche se non nell’accezione di questo dossier, era possibile per gli italiani. L’affermazione in libreria del commissario Montalbano e la successiva fortunatissima serie tv, che con il Nero ha poco a che spartire, ha fatto sì che l’establishment editoriale concepisse il filone “Giallo mediterraneo” fatto di commissari di volta in volta arguti e di buonanima, di intrecci semplici e molto personali nelle motivazioni con l’esaltazione di cucina e vino come contorno. E lì si che le redazioni e gli scaffali delle librerie si sono riempite di bravi funzionari statali un po’ dolceamari, concepiti per tutti. È vero con il Nero Criminale che rispecchia la parte oscura della società, senza fare sconti, non c’entravano ma sempre chi arrivava alla pubblicazione imitando questo o quello, preferiva definirsi autore noir, sempre con un certo snobismo. Nel frattempo i narratori autenticamente “neri” proseguivano la loro marcia. Massimo Carlotto, nella vita reale vittima di un errore giudiziario che sicuramente ne ha segnato l’ispirazione e la visione narrativa, trova veramente il successo con Arrivederci, amore, ciao si era consolidato con una serie dedicata all’Alligatore, investigatore sui generis un po’ chandleriano, ma è proprio in una trasfigurazione della sua vicenda personale a tinte nerissime che arriva il successo. Già un film (Il Fuggiasco) ne aveva raccontato la storia, ma è con la versione di Michele Soavi che possiamo dare inizio a questa fase di Neo Noir letterario e cinematografico italiano. Il film (forse più apprezzato all’estero che in Italia) è tuttavia visto molto da autori ed editori. Curiosamente in quegli stessi anni avviene una riscoperta del Poliziottesco e, a traino, anche una piena e meritata rivalutazione delle opere di Fernando Di Leo che, lui stesso, non s’inseriva nel filone ma ambiva a creare il suo cinema del Milieu, guardando ai classici francesi. Di Scerbanenco (che negli anni aveva comunque visto la sua opera nera essere rivalutata a pieno) Di Leo aveva colto l’essenziale aggiungendovi figure eroiche, assenti nei romanzi e racconti. Finiscono così, le giovani generazioni di autori “noiristi”, per scoprire un mondo fatto di malavita piccola e grande, legata alla realtà urbana vista con l’occhio del malavitoso che, di sua natura, è cinico, infame e violento. Se qualcosa contribuiscono alla configurazione del genere alcuni sceneggiati di Taodue (Il capo dei Capi, Palermo Squadra antimafia), il cinema è lesto a cogliere questa opportunità. Pochi gli eletti. Nicolò Ammaniti, sempre grazie a Salvatores, con Io non ho paura (Einaudi) non parla esattamente di criminali urbani ma mette in scena quel mondo lì, che non ha nulla a che fare né coi buonismi vari commissari dal volto umano, né tantomeno con le varie serie ispirate a cicli americani su indagini scientifiche. A suo modo è Nero anche il lavoro di Sandrone Dazieri che con il suo Gorilla dalla doppia personalità ricrea in modo originale la figura classica del detective. Arriva al cinema con La cura del Gorilla e una buona scelta di interprete con Claudio Bisio, anche se il riscontro sperato sfugge. Il vero successo viene da Giancarlo De Cataldo che ha il coraggio di mettere in campo la mala vera. La banda della Magliana (di Romanzo criminale, Einaudi) con i suoi anti eroi trucidi, violenti eppure capaci di generare empatia, si trasforma in epica nel film di Placido e ancor più convince nella doppia serie diretta da Stefano Sollima. Tanto da rilanciare il romanzo facendolo diventare un fenomeno. Innegabile che il mezzo televisivo e cinematografico amplino il pubblico e generino una vera e propria scuola di “Nero Criminale Italiano”, con regole sue, uniche anche nel panorama internazionale. Di colpo il nostro paese, da sempre considerato set improbabile per vicende oscure, di violenza anche spettacolare, di caratteri fortissimi in negativo, diventa un panorama nuovo con caratteristiche originali. Non poco giova Gomorra (Mondadori) di Saviano che un vero romanzo non è, ma che, raccogliendo gli articoli sulla situazione della Camorra, contribuisce a ridisegnare un palcoscenico noir, definendo quelli che sono i tratti distintivi di questa narrativa. Se il filone più intimista del nero tradizionale (quello alla Woolrich, a David Goodis e dei grandi film anni ’40; insomma le storie di piccoli crimini sviluppati in ambito familiare tra mogli amanti e mariti dominati da interessi personali) sembra disatteso dagli autori nostrani, la lezione di Gomorra è esemplare. Ci aiuta a riscoprire un’Italia con una malavita a forti tinte, a suo modo “mitica” quanto quella americana. Ovviamente è la drammatizzazione cinematografica e televisiva a rendere racconto nero e non semplicemente reportage le pagine di Gomorra. Ma la scoperta di un genere nuovo al quale, come ho detto, si sommano altre più antiche suggestioni cinematografiche e letterarie legate a Scerbanenco aprono un nuovo “campo di gioco” per la scrittura. È quello che, succintamente, riassumo della mia esperienza. Negli anni avevo voluto raccontare l’avventura, i mondi esotici, scegliendo, per volontà e necessità, la formula del romanzo popolare. Mi piace un po’ pensare che ci sia un’analogia nel cinema artigianale degli anni ’60 e ’70. Di fatto la mia serie più fortunata, Il Professionista, esce da 21 anni su Segretissimo. Più di cinquanta episodi, best seller (nella collana! Badate bene…) firmati con uno pseudonimo, Stephen Gunn, perché forse il lettore del filone avrebbe rifiutato un nome italiano. Di colpo scoprii che potevo raccontare storie italiane milanesi altrettanto avvincenti. Gangland nel 2007(ma fu scritto nel 2005) fu un colpo azzardato. Il Professionista, mercenario, lui stesso a volte delinquente, si sposta in una Milano nera che ribattezzo Gangland. Poca spy, anche se ne conservavo i ritmi, e molti rimandi proprio a questo Nero Criminale Italiano. Un azzardo premiato, tanto che i lettori della collana ne chiesero un seguito. Gangland Blues, uscito nel 2011, è un ritratto della malavita milanese come io la vedevo e conoscevo. Fu campione di vendita (sempre nella collana) in quell’anno. E a questo si collega la trilogia di Montecristo (pubblicata sul GM presenta) che è la storia di un colpo di stato italiano. Il riscontro, devo dirlo, è soprattutto tra i lettori che mi seguono sulla collana da un po’ di anni ma dimostra che i temi e l’ambientazione nostrana, condita con dosi di sesso e violenza che inorridivano gli editor sostenitori del Giallo mediterraneo, funzionava. Mi sarebbe piaciuta una trasposizione cine-televisiva? Sarei un ipocrita a dire di no. Così non è andata, ma ho continuato questa mia visione del nero anche fuori collana (Pietrafredda, Perdisa, Nero criminale, Eds, Vendetta, Bdedizioni e recentemente Tutti all’inferno, Novecento edizioni). Ovviamente non ero il solo. Stefano Picozzi vinse in quegli anni il Premio Tedeschi con una storia di gangster russi e poliziotti in cerca di redenzione, Metal detector. Ribadisco che il pubblico del Giallo tradizionale ha parametri severi, predilige il classico e questa virata al nero metropolitano, in qualche modo d’azione, non l’ha mai molto apprezzata. Né il tentativo di approdare al cinema o alla tv riesce sempre. Negli anni Paolo Roversi, giovane autore che si proclama seguace di Scerbanenco, passa da una serie di gialli con sfumature ironiche a un grande affresco della mala milanese. Milano Criminale è edito da Rizzoli e viene lanciato con una certa enfasi. Ha avuto un seguito (Solo il tempo di morire) edito da Marsislio. È un buon romanzo, racconta in modo epico la mala milanese ma non riesce ad approdare a media di più ampia diffusione. Sulle ragioni si potrebbe dibattere molto, ma la realtà è che a volte ci vogliono sinergie non sempre realizzabili per portare la nave in alto mare e farla navigare sicura. Di fatto le librerie si riempiono di un curioso mix di Gialli e Neri che a volte non sanno decidersi se seguire la pista più dichiaratamente criminale o ricalcare la formula apparentemente fortunata del Giallo Mediterraneo con il commissario dal volto buono. Senza attardarsi troppo su giudizi e classifiche, mi pare però che siano le storie buone a emergere. A tal riguardo mi piace citare un amico e collega. Romano De Marco, viene dalla scuola di Raul Montanari (ottimo narratore che si definisce post-noir ma, a mio avviso, è un raccontatore di storie ed esce dal genere ancor più di quanto non faccia l’immarcescibile Pinketts che al nero è legato sentimentalmente, ma pubblica storie di feroce surrealismo). Romano, invece, ha perseguito con caparbia la sua vena italiana. Esordisce con Ferro e fuoco nel GM con un personaggio che è in tutto e per tutto Maurizio Merli. Il riscontro, se non per gli appassionati, non è immediato, ma Romano persiste, con piccoli marchi dà seguito alla sua epopea poi matura, affina la scrittura e i temi e arriva in Feltrinelli con due romanzi dichiaratamente neri nell’accezione che stiamo affrontando. Io la troverò e La città della polvere sono storie crude, specchio di realtà criminali e personali ruvide e violente. Soprattutto sono “originali”, nel senso che se è ovvia un’ispirazione suggerita da un attento esame dei successi del momento, non temono di seguire strade proprie dell’autore. Il che è sempre garanzia di qualità. Sembra che con l’arrivo della crisi economica e le indubbie difficoltà del settore editoriale mancanza effettiva di lettori, scarsità di veri fenomeni popolari, scelte basate soprattutto sull’imitazione del successo) ci sia stato un proliferare di autori e piccoli editori che, in qualche modo cavalcano l’onda nel Noir. Ormai sembra veramente che scrivere semplicemente dei “Gialli” sia una pratica disdicevole. Eppure tra i molti autori tanti scrivono ancora dei Mystery, magari adattati ai tempi moderni, ma distanti alle caratteristiche che abbiamo individuato. Carrisi, Casella, Cassani, Crapanzano, persino il trio Besola-Ferrari-Gallone che con Operazione Madonnina (Frilli) fanno centro, ma con un genere che sta tra l’ironico amarcord e il giallo della mala. Non che siano assenti le donne, ma al di fuori della giornalista Silvana La Spina (Lo sbirro femmina, Mondadori) il nero femminile prende altre strade. Vada un esempio di successo per tutte: Cristiana Astori che con la trilogia dei colori (Tutto quel nero, tutto quel rosso e Tutto quel blu, sul Giallo Mondadori) segue più un’ispirazione legata all’Italian Giallo e all’Horror che la Nero Criminale. Questo, invece, è ben svolto da una trilogia di lunghi romanzi editi da Marsilio di Simone Sarasso (Confine di stato, Settanta, e Il paese che amo) che ripercorrono un pezzo della storia d’Italia con una vena fortemente politica, ma capace di rendere gli intrecci tra criminalità e potere. In questa linea, anche se pubblicati da editori piccoli, talvolta difficilmente reperibili in libreria emergono tra tanti che si buttano a imitare colleghi più fortunati, alcuni ottimi narratori. Uno di questi è Ferdinando Pastori, milanese, e fortemente calato nelle atmosferecupe, viziose e ambigue della sua città. Il vizio di Caino è forse il suo miglior romanzo propriamente nero pubblicato nella collana Calibro 9, curata da Paolo Roversi che prometteva benissimo (e in effetti l’antologia Un giorno a Milano fu, almeno nel capoluogo lombardo, un successo reale) ma, in seguito, ha mescolato il Giallo, il Nero, l’Antologia e il romanzo singolo creando, a mio avviso un po’ di confusione nel lettore. Con Rosso bastardo (Edizioni Clandestine) Pastori riporta in scena un personaggio del noir classico, il detective forse un po’ dimenticato in tempi recenti. Lo fa alla sua maniera, con una scrittura in seconda persona che può confondere il lettore, ma solo sinché non ci sia abitua. il suo investigatore, Fabio Paleari (protagonista già di altri precedenti romanzi) è sicuramente un abitante di quelle metropoli nere, in bilico tra violenza e vizio, in cui, a volte neanche nell’eroe, c’è un senso morale. Concludo questa forzatamente breve carrellata di autori “neri” con un altro autore degno di nota, per qualità d’intrecci e scrittura. Pierluigi Porazzi nella trilogia pubblicata da Marsilio (L’ombra del falco, Neanche il tempo di sognare, Azarel) riesce dove altri hanno fallito. Mescolare il nero criminale fatto di corruzione, violenza e malavita con l’indagine su un serial killer, regalandoci un ritratto inedito e inquietante della sua Udine che ci piacerebbe vedere anche sullo schermo.

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UN PROFESSIONISTA DI NOME NESSUNO

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Esistono situazioni dalle quale sembra non ci sia possibilità di uscita. La paginazione di alcune collane che non ti consente di scrivere storie più lunghe di quanto vorresti. E poi quelli che ti accusano di essere un autore di “letteratura da stazione” di romanzetti tutto sesso e azione che non hanno la caratura del ”vero spionaggio d’autore”. Che poi andrebbe bene ugualmente perché in ventun anni più di 60 romanzi tra serie regolare, inediti, ristampe e fuori serie non è una cosa che tutti possano permettersi. Però stavolta avevo voglia di scrivere una storia con i tempi e i modi del romanzo più strutturato. Concedendomi un po’ di tempo per il tradecraft delle spie oltre che l’azione. E così è nata questa storia che richiama ORA ZERO e SOLE DI FUOCO e che orgogliosamente posso dire non ha niente da invidiare a certi romanzoni spy pubblicati in lingua anglosassone che da noi non arrivano perché troppo lunghi o se lo fanno hanno dei prezzi esorbitanti. Invece no, il prezzo è ragionevole per una vicenda di quasi quattrocento pagine.ma veniamo alla storia. Ancora una volta volevo avvicinarmi alla cronaca pur mantenendo il ritmo e il piacere di raccontare fiction. È azzardato tracciare un filo rosso tra un’organizzazione che negli anni ’70 riempì l’Europa e gli USA di eroina turca e poi venne apparentemente smantellata senza che il suo vero capo fosse mai scoperto e certe manovre che partono proprio del nostro paese per finanziare il terrorismo islamista, non per convinzione ma per pura convenienza? Una unità al di fuori delle regole con uomini e donne preparati ad agire anche senza rispettare nessuna regola pur di fermare un inafferrabile criminale che cela la sua identità dietro l’integerrima facciata di un uomo d’affari di successo. Poi accade qualcosa. Gli agenti cominciano a morire. Colpiti a tradimento in operazioni trappola, persino attirati in tortuosi vicoli che finiscono in un ultimo appuntamento con uno spietato assassino tirato fuori da un carcere che non dovrebbe esistere. E così viene incaricato un uomo di prendere le redini della squadra rimasta senza capo. Un mercenario. Un veterano delle operazioni speciali. Un uomo che, per convenzione viene chiamato Nessuno. Ma chi è veramente Nessuno? Potete pensarla come volete. Ma guardate bene la immagine di copertina, gli oggetti che vi sono rappresentati. Raccolgono già tutta una mitologia. E il ritmo, la violenza e tutti quegli elementi che avete amato emergono dalla vicenda che dal confine tra Siria e Turchia ci porta a Genova, a Salisburgo, a Barcellona e in altre località dove si svolge una partita senza esclusione di colpi, tra politica e criminalità. L’Africa, ma anche Montecarlo, sino l Montenegro. E Nessuno è lì, con la sua squadra di uomini e di donne, appassionate e selvagge. Perché i nemici sono implacabili e camminano per le strade di Milano e Roma quanto nei deserti africani e le isole del Mediterraneo. Una lunga avventura che spero vi piacerà seguite le presentazioni od ordinatela su IBS o Amazon

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SETTE PISTOLE PER IL PROFESSIONISTA- BACKSTAGE

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L’idea di Sette Pistole nasce dalla volontà di fondere più filoni presenti nella produzione del Professionista. Da una parte il combat che è, innegabilmente, la nuova frontiera della Spy story. Non lo dico solo io. Al cinema la spettacolarità impone ormai una commistione tra i vecchi schemi d’azione del cinema di spionaggio con le nuove tecniche e attrezzature in dotazione alle truppe speciali. Nei romanzi non solo Chris Ryan e Andy McNab hanno inserito ormai stabilmente certe procedure in uso presso i militari nei loro romanzi ma anche gli eredi di Tom Clancy, quali Greaney e Blackwood che sono ottimi tessitori di trame, quando le pistole cominciano a cantare trovano soluzioni specifiche. Bisogna pensare anche un po’ al pubblico giovane che approccia l’argomento da videogames come Medal od Honor. D’accordo a questo pubblico l’intreccio importa poco, ma proponendogli dei piatti forti dove possa ritrovare le emozioni della consolle, magari può spingerlo a provare interesse anche per il classico Spycraft che è alla base di ogni buon romanzo di spionaggio. Perciò mi è venuta l’idea di creare una missione complessa ma di partire a metà dell’azione (come già è avvenuto altre volte) con un’operazione di commando, un’infiltrazione in un vecchio castello romeno che poi è una base del gruppo 666. Come ci sono arrivati Chance, Antonia e gli altri cinque mercenari che compongono questo mucchio selvaggio di super soldati. Al momento non importa. L’atmosfera sinistra del luogo, le difficoltà dell’infiltrazione subacquea e poi la battaglia nelle viscere del castello occupano tutta l’attenzione del lettore. Poi, quando la polvere si deposita e la prima battaglia è finita (l’assalto alla roccaforte è invece il culmine di molte missioni classiche), emergono gli indizi, le minacce. Si ricostruisce così una fitta trama spionistica che parte in Egitto, con l’Isis ma anche i servizi russi, approfondisce la situazione della mafia del Sahel e poi si snoda in Spana, in Ungheria e infine a Mosca, dove si svolge il duello più prettamente spionistico contro i servizi russi e il gruppo 666. Mi piaceva anche l’idea del gruppo di duri, le cui caratterizzazioni, vi ricorderanno senza dubbio qualcosa, che, ultimata quella che sembra la missione cominciano a morire. Come vedrete Sette pistole è un episodio a sé, chiuso, anche se nel finale lascia aperta una porta per la prossima avventura, che è già scritta e consegnata e mi auguro potrete leggere entro breve. Come al solito ce l’ho messa tutta per accontentare i gusti di tutti con una vicenda che mi auguro divertente per voi quanto lo è stato immaginarla e scriverla per me.

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