IL THRILLER DELLA DOMENICA:IL DIRETTORE DI NOTTE

il direttore di notte per blog
IL DIRETTORE DI NOTTE
Finalmente un adattamento da un romanzo di le carré che mi piace. Dopo le quantomeno deludenti prove di La Spia e Il traditore Tipo che già venivano da romanzi non esattamente riusciti, questa miniserie inglese in sei puntate da circa 50’ minuti tratta da un romanzo del 1993 ancora di buona qualità, trovo un prodotto che riesce a intrigarmi e nello stesso tempo recupera le parti migliori di le Carré. Intendiamoci, le cose migliori sono gli adattamenti della Talpa di Alfredson del 2012 e gli sceneggiati anni ’80 con Alec Guinnes. Questo nuovo prodotto, però, ha le qualità per piacermi. Intendiamoci, resto dell’idea che Le Carré abbia dato il meglio di sé nei romanzi in cui parlava di quella Guerra Fredda che aveva vissuto personalmente mentre dopo il 91 si sia trovato in un mondo nuovo in cui non si muove completamente a suo agio e nel quale si documenta, a volte con qualche luogo comune, come tutti noi altri autori di spy story. Mi è piaciuto il Direttore di notte versione BBC? Certamente. Più del romanzo che trovai discreto ma non travolgente. Non per nulla le Carré è produttore esecutivo e certamente ha dato il suo placet ma non scrive. E, sinceramente, è meglio così. Al contrario di La Spia e del Traditore tipo qui ci sono tutti i canoni del filone nella sua chiave più moderna e riuscita (ehm… anche quella di Segretissimo, se devo dire). A volte sembra quasi più una storia di Daniel Silva che del “vecchio” John. Di fatto, se ben ci guardiamo gli elementi ci sono tutti. L’agente riottoso richiamato in servizio (per fortuna non il solito piagnone depresso…) che per vendicare una donna seppur brevemente amata accetta di fare l’infiltrato in una organizzazione di trafficanti d’armi. Il nemico che questa volta (men male) è cattivo davvero, Roper, trafficante d’armi, spietato e violento ma, al tempo stesso simpatica canaglia grazie all’interpretazione di Hugh Laurie che, dopo il dottor House sa come accattivarsi il pubblico giocando sull’ambiguità. È comunque un avversario da odiare, non ha scuse, né giustificazioni e questo dà nerbo alla storia. Poi c’è il suo sgherro personale, il piccoletto Corky (Tom Hollander), gay ma “duro”, sospettoso e malvagio. La bella Jed (oggetto del desiderio di protagonista, antagonista e pubblico, i sicari secondari, gli arabi cattivi, i funzionari corrotti dell’MI6 che sembrano manichini e vien voglia di sputargli in faccia appena li vedi. Poi i buoni succedanei, in questo caso una non giovanissima e non avvenente signora incinta (Angela Burr) che se vuole ha più grinta di tutti (e spara pure!), il buon nero americano (David Harewood) che, avendo già fatto la sua parte in Homeland e in Spooks conosce il mestiere. Intorno ville magnifiche a Maiorca (probabilmente vicino a casa di Cappi!), grandi alberghi al Cairo, la magia di Istanbul, la maestosità della Vauxhall di Londra sede dei Servizi e campi di contractor al confine tra Turchia e Siria. Vi sembra che ci sia un accumulo di luoghi comuni? Questi, fatevene una ragione, sono gli elementi narrativi della spy story contemporanea, letteraria e cinematografica di successo. In realtà l’adatta mente è abbastanza infedele al libro che si perdeva in una serie di sentieri secondari e non arrivava a una fine secca e chiara come lo sceneggiato. Qui vediamo Jonathan Pine (Tom Hiddelston, sbarbato e irrobustito che si addestra per Kong Skull Island e forse per 007) che dà corpo a un bel personaggio. Ferito nell’animo ma deciso. Passato militare, a volte impenetrabile, dotato di sangue freddo e capace di far fuori a mani nude i più fetenti di tutti senza battere ciglio (ci piace…altrimenti avrebbe fatto meglio a fare un altro lavoro). La storia poi si dipana secondo un canovaccio non imprevedibile ma reso piacevole da scenografie interne ed esterne dettagliate, glamour quanto basta per rientrare nel genere (anche la sigla è molto bondiana). Se proprio devo essere sincero qualche momento un poì più movimentato, non sarebbe stato inutile. Soprattutto nelal prima parte l’azione avviene quasi tutta fuori scena. Alla narrazione avrebbe giovato un minimo di dinamicità in più, come dicevo, soprattutto nell’avvio che rischia di addormentare alcuni spettatori. Poi, però, la storia si riprende, ci offre quella dose di sesso e violenza che ci aspettiamo e soprattutto arriva a un finale certo, dovei buoni sono i buoni e i cattivi sono i cattivi. Dopotutto sempre narrativa popolare è i retroscena del traffico internazione le d’armi con tutte le sue porcate avallate dai governi occidentali, non è cosa segreta. Lo sapeva de Villiers e, modestamente, anche l’autore del Professionista. Tutto sta come si racconta una storia. E questa è raccontata bene.

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L’UOMO DELLA NEBBIA

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È inevitabile anche per il narratore popolare, abituato, a tempi e paginazioni imposte dai format, avere il desiderio di cimentarsi con qualcosa di differente. Questa volta sempre per le edizioni Dbooks.it ho voluto provare un tuffo nel Pulp più puro, quello dell’anteguerra che poi è stato rinvigorito e rivisto molte volte, ma, come di consueto, cucinandolo alla mia maniera. L’Uomo della Nebbia è un Mystery. È ambientato intorno agli anni Venti che sono quelli della leggenda della fiction, reali e verosimili per molte cose e in bilico sul confine di un universo fantastico per altre .Una storia dove, sin dal principio non manca l’azione, un personaggio forte che a qualcuno ricorderà due miti di questo genere di narrativa, un po’Shadow un po’Spirit ma, dal nome stesso anche mille altri eroi. Si mescolano così nella fantasia una vicenda di gangster, un mistero con un improvviso scatto di follia degenerato in un pluriomicidio, la ricerca di un misterioso libro di Magia e leggende gotiche che ammiccano alla letteratura di Weird Tales. Sì, molti potranno trovare qualche riferimento a Lovecraft, ma è solo un caso. Una parte di mito che è rimasta nella mia memoria e che volevo combinare con elementi differenti. I riferimenti, gli inside jokes sono moltissimi. Ma non sono il nerbo della storia. Se il lettore acuto li coglie, mi farà piacere, ma l’importante è il divertimento. L’indagine dell’Uomo della Nebbia, detective creduto morto e salvato da una misteriosa madame Sin, e abbinato ad Abby Russell, la prima donna agente dell’FBI. Dai bassifondi di New York, alla costa di Long Beach sino alla regione dei grandi laghi, inseguono la soluzione di un mistero e incontrano leggende, negromanti, sette segrete, persino vestigia di una civiltà mostruosa preumana. Ma il confine resta sempre lì, nella nebbia, a ricordarci che parte della narrazione è realistica e parte è sogno. Senza esagerare. È un libro, immodestamente, originale che non assomiglia ad altri, pur nascondendo tracce che ci portano auna narrativa del mistero che è il sostrato del pulp moderno. Ho impiegato molto più che ogni altro romanzo per arrivare a una trama definitiva e a una stesura soddisfacente. Ci ho mescolato moltissime cose che mi avevano colpito da ragazzo, e poi ho sfrondato, riassunto, cancellato e plasmato. Un’avventura, un mistero. Insomma un’avventura che mi auguro diverta voi quanto ha appassionato me.

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22 anni del PROFESSIONISTA

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Esattamente 22 anni fa era distribuito in edicola Raid a Kouru, la prima storica avventura di Chance Renard, il Professionista. Un romanzo breve, diverso da quello che potete leggere nella ristampa il Professionista Story pubblicata nel 2012 e disponibile in ebook. Mi avevano chiesto una serie nuova da affiancare a SAS, per rendere a Segretissimo quello spirito avventuroso, legato a eroi seriali che aveva fatto la fortuna della collana. Se devo essere sincero non ero convintissimo che l’avventura si sarebbe protratta oltre i tre episodi contrattualizzati. Però, anche così, l’idea piacque. Forse c’era davvero bisogno di eroi. Mi parve giusto, al momento della ristampa riscrivere parzialmente ( L’eredità Cargese in modo molto più massiccio) i primi episodi. Poi il personaggio, come si dice, s’impadronì di me. A tal punto che, in alcune piccole cose, soprattutto caratteriali, ancora mi ci riconosco. Per questa ragione Chance è invecchiato insieme a me, anche se lui (che vive nel mondo della fiction!) si è fermato a cinquant’anni e ancora si può permettere, seppur con qualche acciacchino, performance da trentenne, sui campi di battaglia e a letto. Nello spirito, come il suo autore, è più gagliardo che mai. Non solo perché ha affrontato momenti di crisi editoriale e della collana forse ancora più inquietanti delle missioni che viveva sulla carta, ma perché ha creduto in se stesso nella sua formula. Che sì, strizzava l’occhio a SAS come a James Bond, ma anche a tantissimi eroi della spy story, pure quelli del filone più ‘intellettuale’. I principi di questa longevità sono diversi. Il primo è stato quellodi saper cogliere lo spirito e il ritmo dei suoi fortunati antecedenti ma inserendovi tutta una serie di varianti originali. “Mie” vorrei dire. Legate alle mie passioni, all’idea di avventura che il passato da Legionario del Prof, già riassumono in un semplice concetto. Poi c’è il fatto che il Professionista è un anarchico, uno insofferente della disciplina, che non potrebbe far parte di un servizio con tanto di tesserino e inquadramento. Un uomo quindi per ogni avventura. E questa è stata la formula che mi ha aiutato e mi aiuta ancora nella prolificità delle storie siano esse romanzi lunghi, romanzi di media lunghezza, racconti e miniserie. Saper calibrare e variare le componenti della storia, se me lo permettete, sono trucchi da “professionista” della scrittura. Come dicevo mi ritengo più fortunato di Chance perché ogni mattina non mi devo svegliare con la preoccupazione di fare a cazzotti o sparare, ma semplicemente di mettermi alla tastiera e inventare delle storie. Chance può essere il soldato d’assalto, la spia sofisticata, il capo missione che gestisce risorse e informatori, può essere un avventuriero ai confini del mondo, e persino un gangster in un contesto urbano, italiano persino, cosa mai tentata prima di allora. E con lui una schiera di comprimari, amici, spalle, alcuni destinati a durare nel tempo, altri ad apparire saltuariamente, altri a morire. Perché qualche piccolo colpo emotivo al lettore bisogna sempre riservarlo. E poi altri elementi chiave. La cronaca abbinata alle azioni spettacolari. Il glomour che s’incrocia con il noir. Insomma il piacere, ogni volta, di scrivere un romanzo di genere diverso, pur restando nello stesso universo. Un universo popolato da donne bellissime e terribili. Alleate o avversarie, tenere e spietate. Com’è tradizione con quel pizzico di sesso hard core che ormai è diventato uno dei canoni del genere. E sempre qualche dettaglio tecnico nuovo, unito magari a una suggestione letteraria o cinematografica (fumettistica anche) che fanno parte di quel mondo immaginario che voglio dividere con voi. Quest’anno abbiamo riproposto alcune avventure del passato, sperimentato la formula della miniserie, romanzi più brevi che coprono dei buchi nella biografia del prof e sono in grado di inserire personaggi e situazioni che ho amato molto ( Il duello con Lucifer che si concluderà a giugno, l’adorabile Natty, le operazioni in Iraq, con la splendida Giorgia) insomma tutto un mondo, per parafrasare un film su un mio collegadegl ianni 30, Robert Howard ,che scatenò la sua fantasia dando vita a un personaggio immortale. Anche lui è, come Ian van Hamme, Ian Fleming, Gerard de Villiers, Daniel Silva, Edward S. Aarons, Barry Eisler, Robert Ludlum e moltissimi altri fa parte di questa foto di famiglia per celebrare i 22 anni di pubblicazioni ininterrotte del Prof. Ma soprattutto per ringraziare voilettori, che, seguendo il personaggio e sostenendolo, avete reso possibile tutto questo. Tenetevi forte che il meglio deve ancora venire.

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IL THRILLER DELLA DOMENICA:IL PROFESSIONISTA CONSIGLIA FUNERALE A BERLINO

funerale a Berlino

Nei romanzi di Len Deighton era semplicemente l’Agente Senza Nome e raccontava le sue avventure in prima persona. Quando, in piena era 007, Harry Saltzmann (socio di Broccoli nella produzione dei film con l’eroe di Ian Fleming) decise di creare un anti-Bond, scelse l’ironico, strafottente Michael Caine per dare il viso al personaggio e decise di chiamarlo Harry Palmer. Ex ufficiale dell’esercito inglese nei guai per alcuni non ben precisati ma chiaramente illegali affari legati al mercato nero nella Berlino della Guerra fredda, Palmer viene arruolato di forza dall’MI6 e si presenta apparentemente come l’antitesi del suo collega con la licenza di uccidere. “Apparentemente” perché, se si guardano oggi i film della serie (Ipcress, Funerale a Berlino, Un cervello da un Milione di dollari, Intrigo a San Pietroburgo e All’inseguimento della Morte Rossa) Harry Palmer conserva tutte le caratteristiche dell’agente d’assalto mascherandosi abilmente ma senza percorrere una strada troppo di versa. Certo, fa meno a cazzotti e ricorre all’intrigo più che alla pistola ma, nonostante si presenti con gli occhiali da miope, sia un cultore della buona cucina e mostri una irriverente inclinazione all’indolenza, Palmer è un duro e un donnaiolo. Va a letto con le colleghe e, in missione, sfodera un fascino e una grinta che lo allontanano da personaggi dolenti come quelli di LeCarré. Anche la Guerra fredda sembra diversa rispetto a quella decisamente più cupa del classici britannici della spy-story. Anche di quella dei romanzi originali di Deighton, per la verità. Dei film realizzati sulle avventure di Palmer Funerale a Berlino mi sembra il più esemplificativo di questo ben riuscito tentativo di creare un’alternativa a Bond senza perdere il pubblico che, fondamentalmente, dal cinema di spionaggio voleva azione, belle donne e intrigo. La regia è affidata alla mano sicura di Guy Hamilton, lui stesso regista di 007 Missione Golfinger e di riusciti film di spionaggio bellico (Forza 10 da Navarone). Sin dalle prime battute c’immergiamo nell’atmosfera della vicenda con brillante tema musicale che ci introduce ai punti più famosi della Berlino ovest degli anni ‘60 per passare poi a una desolata panoramica del Muro e del settore orientale rappresentato ancora come un teatro di guerra con edifici grigi e sventrati dalle cannonate. Che si tratti, alla fine, di un film d’azione è ovvio dalla prima spettacolare evasione di un pianista verso l’Occidente; fuga che avviene a bordo di una benna portata con facilità (e poco realismo) da una gru da una parte all’altra del Muro. Harry Palmer riceve dal suo scorbutico capo Ross l’incarico di verificare un’informazione proveniente da Berlino. Johnny Vulkan, amico di Palmer e capo della sezione inglese nella città divisa, ha ricevuto infatti un messaggio dal capo settore del KGB, Stack. Il vecchio colonnello (interpretato dal caratterista Oscar Homolka, attore ungherese molto presente nel ruolo della spia russa in quegli anni) si sente ormai una pedina sacrificabile del nuovo corso dell’URSS. Pur restando nell’anima un vero comunista è pronto a defezionare. Tra le varie richieste la più importante è che, a organizzare la fuga, sia un certo Kreutzman, specializzato in questo genere di operazioni. Inizia così un delicato ma non tedioso scambio di appuntamenti e informazioni in cui Palmer si muove con la netta impressione che dietro ci sia molto di più. Lo dimostra la sin troppo facile conquista della fotomodella Samantha Steel che, in realtà, è un’agente israeliana sulle tracce di un misterioso personaggio: Paul Louis Broum, ex nazista padrone di una fortuna in Svizzera. Broum lavora per gli inglesi che lo ricattano trattenendo i suoi documenti a Londra. Da qui nasce un doppio intrigo che costituisce anche oggi la principale attrattiva del film. Una partita in cui, da una parte, il russo Stack finge di voler fuggire proprio per uccidere Kreutzman e tutti gli altri che, invece, cercano di sfruttare l’operazione per impadronirsi dei documenti di Broum per accedere ai fondi da questi nascosti in Svizzera. Tra pedinamenti, falsi appuntamenti e qualche scazzottata, Palmer comincia a tessere la sua rete. Intuisce, evidentemente, più di quanto allo spettatore sia dato di capire. Ma qui sta la magia del film. Mostrare indizi apparentemente influenti ma in realtà tessere di un mosaico più vasto. Nel carro funebre che attraversa il confine invece dell’ufficiale russo finisce Kreutzmann, ma la trappola di Stack rappresenta solo un risvolto della storia. Palmer scopre che Broum altri non è che il suo amico Vulkan che, con l’aiuto di un archivista inglese, Allan, ha cercato di sfruttare la situazione per liberarsi dei ricattatori e mettere mano sui suoi soldi. In parte la manovra gli riesce, ma viene scoperto da Ross che ordina freddamente a Palmer di eliminare l’agente ormai inutile. Visto che Palmer non è un assassino cerca di risparmiare Vulkan ma cade, almeno in apparenza, in una trappola lui stesso. Saranno gli agenti israeliani a freddare Vulkan-Broum sul punto di passare il Muro verso l’Est. Nel finale tutto tensione e rapidi scoppi d’azione emerge una vena amara che distingue il film da simili avventure di spionaggio. Palmer scopre quanto sia cinico il suo mondo, quanto poco affidabili le amicizie e labili i legami sentimentali. La bella Samantha, infatti, ordina di sparare anche se Vulkan indossa il riconoscibilissimo impermeabile di Palmer. Pur di raggiungere il proprio scopo, personale o politico, tutti sono disposti a tradire e uccidere chiunque. In un bel dialogo tra Palmer e Stack assistiamo a tutta la disillusione di un rivoluzionario sovietico che ormai si sente pericoloso e inutile, proprio come l’archivista Allan, indotto a tradire perché convinto che l’MI6 voglia liberarsi di lui dopo 25 anni di servizio. La sceneggiatura è un riuscito mix di indagine, azione, inganno che ha costruito il filone nell’Immaginario collettivo. Ci sono poi altri risvolti interessanti. Una battuta, eliminata nella versione cinematografica italiana e ripristinata nel DVD, afferma con chiarezza che i Servizi occidentali impiegarono dei criminali di guerra nazisti durante le fasi cruciali della Guerra fredda. Un tema suggerito in maniera meno evidente ma ineludibile per chi conosce le vicende di quell’ epoca. Kreutzmann, specialista nelle fughe dal settore Est, sembra ispirato a Ghelen, un ex nazista che trovò ingaggio nella CIA proprio a Berlino nel dopoguerra. Così una storia apparentemente semplice e di puro divertimento, scandita da scene brevi e dialoghi brillanti e ben interpretati, si rivela un ottimo spy-movie, emblematico non solo dell’epoca ma anche della Guerra fredda come fu recepita nella fiction. La versione in DVD da poco pubblicata in Italia restituisce con il formato originale e la rimasterizzazione dei colori tutto il fascino di una Berlino che, pur nel suo squallore, ha qualcosa di esotico e terribilmente insidioso. Non mancano i locali dei travestiti, gli appuntamenti clandestini, falsari, ladri, legami tra servizi e malavita, insomma tutto ciò che lo spettatore si aspettava da una vicenda di suspense e di spie. È giusto citare gli altri film della serie, Ipcress in particolare tutto ambiento a Londra e giocato su un altro tema classico della spy-story: il condizionamento della mente. Un cervello da un milione di dollari fu diretto da Ken Russell e, pur divertente, risultò in qualche modo surrealistico per una serie che si proponeva come alternativa “seria” a 007. A metà degli anni ‘90 furono prodotti due episodi per la TV Intrigo a San Pietroburgo e All’inseguimento della Morte Rossa , sempre interpretati da Michael Caine, giunto all’età della pensione direttore di un’agenzia investigativa nella Nuova Russia. Pur con qualche pregio nell’intreccio, restano prodotti televisivi che l’appassionato troverà difficile recuperare esistendo solo una versione italiana in cassetta.

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IL THRILLER DELLA DOMENICA.EUROSPY

eurospy
Li chiamavano Eurospy. Sull’onda del successo di 007, un po’ come era accaduto per il western, la produzione cinematografica europea unì le forze per realizzare una serie di film che, grazie a un impegno comune, si proponeva di realizzare film divertenti e spettacolari che non avevano la pretesa di eguagliare il modello ma erano senz’altro piacevoli. A questo argomento Daniele Magni di Bloodbuster, realizzò qualche anno fa un bel volume intitolato Segretissimi al quale mi chiese di scrivere l’introduzione. Da allora è scattata la ricerca dei titoli più succosi, a volte in lingua originale. Per trascorrere qualche ora in allegria, senza troppe pretese vi propongo questo poker di film in cui il grosso della produzione è tedesco ma non mancano apporti italiani (soprattutto nelle interpreti quali Rosanna Schiaffino e Dominique Boschero, ma anche nel montaggio dove spesso compare il nome di Eugenio Alabisio). I colleghi di 007 erano spesso interpretati da attori americani a fine carriera, come nel caso di Missione a Hong Kong oggi riproposto anche in versione italiana. Stuart Granger è simpatico ma forse non del tutto in parte, un po’ pasticcione e antiquato, ma alla fine ci è simpatico. Sono eroi di Segretissimo o di similari collane economiche europee. In questo caso La riviere de le trois jounques di Georges Godfroy, prolifico narratore francese attivo sia nel noir che nello spionaggio. L’agente Scott viene chiamato a sostituire il collega Muller (Franco Fantasia, grande stuntman italiano, quando ancora si facevano film d’azione) e affiancato dalla bella Carol per investigare su un traffico di materiale atomico tra Hong Kong e la Cina Rossa. Il cattivissimo in tutti questi film è Horst Frank che fu anche un ottimo caratterista nel Thrilling italiano anni dopo. La cornice di Hong Kong è splendida e ci restituisce una città misteriosa e nido di spie come adesso non è più. Se la storia mostra diverse ingenuità e non sfrutta l’appeal delle protagoniste e l’azione non è granchè, vogliate perdonare. Si tratta però di un prodotto di quegli anni, realizzato con i mezzi che c’erano. A vederlo viene un po’ di nostalgia ma ci ricorda che Segretissimo è scresciuto come tematiche e tecniche di realizzazione, ma senza questa basa forse il Prof non esisterebbe.

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IL THRILLER DELLA DOMENICA:PROFESSIONISTA CHIAMA PARKER

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Nel panorama variegatissimo della letteratura gialla e noir il nome di Donald E. Wesltake (1933-2008) merita una posizione di rispetto. Non solo perché le sue storie sono tra le più apprezzate dagli appassionati e hanno ispirato innumerevoli film e telefilm. Westlake è riuscito, pur sviluppando un discorso completo e coerente, a crearsi due schiere di fans agli opposti lati della barricata.
Autore brioso, capace di trasferire sulla pagina emozioni e comicità, cosa difficilissima, ha creato con la saga del ladro Dortmunder e altri romanzi, un genere che ha uno stretto legame con l’argomento che stiamo trattando.
I romanzi firmati come Westlake, infatti, sono perfetti caper, nei quali a una macchina di precisione legata al furto in sé, si abbina una rara capacità di cogliere il grottesco e l’ironico nel mondo criminale. Ne sono usciti romanzi spassosissimi che è difficile definire commedie piuttosto che gialli e viceversa.
Al tempo stesso Westlake ha generato anche una seconda personalità, una metà oscura cui si è in qualche modo ispirato anche Stephen King in un suo celebre romanzo. Richard Stark fu, in Italia, portabandiera dei “Neri del Giallo Mondadori”. Storie cupe, senza morale, incentrate sul personaggio di Parker, rapinatore di professione. Freddo violento, ma non psicotico. Un professionista del crimine per il quale la scelta più ovvia è sempre quella di evitare di farsi prendere o coinvolgere dall’organizzazione. Parker è stato protagonista di due serie di romanzi di Stark scritti in momenti differenti della sua vita ma perfettamente legati dal filo conduttore del “colpo” impossibile da realizzare. Qui, se l’ironia c’è, è involontaria. Sono storie violente, non consolatorie che erigono a protagonista un eroe negativo che però conquista subito il lettore. Narrate con uno stile secco, documentaristico sono forse tra i romanzi migliori del genere. Questo per quanto riguarda la produzione letteraria. Il cinema ci ha regalato numerosi e bellissimi film sull’argomento. Ne ho scelti alcuni, uno solo con Dortmunder e ben quattro con Parker (anche se chiamato con differenti nomi) per una ragione speciale. I film di Parker sono lo specchio dell’epoca in cui sono stati realizzati. Gli interpreti e le storie, più o meno fedeli all’originale, riescono a fornire l’immagine del protagonista a seconda degli anni di realizzazione dimostrandone l’inossidabile efficacia.

SENZA UN ATTIMO DI TREGUA
Come Richard Stark ,Westlake ha firmato una serie di “neri” più cupi e violenti centrati sulla figura di Parker, uno scassinatore di professione sempre impegnato tra vendette e colpi in grande stile. Parker, che al cinema per uno dei soliti misteri contrattuali, non poteva essere citato con il suo nome, nei primi film a lui dedicati viene chiamato con una variante dell’appellativo originale ma è riconoscibilissimo. Questo Senza un attimo di tregua è (come quello con Gibson, Payback) ispirato al primo romanzo della serie The Hunter, da noi tradotto come Anonima Carogne. Benché piuttosto differente dal romanzo, si presenta come un ottimo prodotto fine anni ’60, con tutte le meccaniche e i vezzi cinematografici dell’epoca. Dirige John Boorman e Lee Marvin è così convincente da rimanere il modello ideale di Parker anche nelle copertine dei romanzi pubblicati dal Giallo Mondadori e illustrate da Jacono. La rapina vera e propria si svolge durante i titoli di testa. L’intercettazione di una grossa somma di denaro che Walker (questo è il nome del personaggio nel film) aiuta l’amico Mal Reese ad attuare tra le mura della prigione abbandonata di Alcatraz. Uno scambio di soldi tra malviventi. Una trappola, in realtà, perché Mal non solo pensa di tenersi tutta la refurtiva ma ha pianificato di fregarsi anche la moglie dell’amico, Lynette. Gli spara davanti a lei, più o meno consenziente. Il nostro anti-eroe, però, ha la pelle dura e riesce ad attraversare il gelido braccio di mare che lo separa da San Francisco. Qui, dopo qualche tempo, viene avvicinato da un misterioso personaggio che gli offre la possibilità di vendicarsi indicandogli dove si trovano la moglie e il falso amico, in cambio di un’operazione di piazza pulita. Un poliziotto o un gangster? A Walker poco importa perché è roso dalla furia. Emblematica la scena in cui irrompe nella casa di Lynette con la 38 in pugno e, sbattuta la fedifraga per terra, esplode tutto il tamburo contro il talamo nuziale, simbolo del tradimento consumato con Mal. Presto, però, Walker scopre di aver trovato una realtà tristissima. La moglie, rosa dal rimorso si uccide, e l’unica traccia che porta a Mal è un venditore d’auto, che poi è un galoppino dell’organizzazione. Alla mafia Mal ha versato tutto l’incasso della rapina per poter essere riammesso dopo chissà quale sgarro. Non basta perché, nella vicenda s’inserisce anche una magnifica Angie Dickinson nei panni di Chris, la sorella di Lynette. Ormai Walker è un uomo di pietra. La restituzione dei suoi 93.000 dollari (cifra relativamente esigua per i parametri dell’Organizzazione) diventa un motore per una guerra senza regole contro il gruppo di delinquenti. Gettato Mal da una finestra, Walker non si ferma. Intesse una fitta trama di tradimenti, doppi giochi e violenza con i capi dell’organizzazione e un killer incaricato di ucciderlo a distanza. Alla fine scopre di essere stato la pedina di Fairfax, il misterioso individuo che lo ha contattato inizialmente, che altri non è che il contabile della Organizzazione. Questi si è servito della sua folle vendetta per far secchi gli altri boss. Tutto finisce di nuovo ad Alcatraz, abbandonata e sede notturna di scambi pericolosi. Walker ce la fa e sembra pronto a riprendere la sua silenziosa crociata del crimine. Film di rapina anomalo, ma perfetto esempio di quel “nero criminale” che prediligo con personaggi forti e capaci di rivelare sfaccettature senza troppe parole. Boorman dirige con grande maestria, dialoghi ridotti al minimo e una capacità di rappresentare la solitudine e lo straniamento del protagonista che faranno scuola. Da John Vernon a James B. Sikking a Carrol O’Connor sino a Keenan Wynn I comprimari giocano perfettamente il loro ruolo muovendosi in una Los Angeles (con rapide puntate a Frisco) che si consacra capitale dei film di gangster di quell’epoca.

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22 ANNI DEL PROFESSIONISTA-UNA DOPPIA STORIA PERIL PROFSTORY16

budapest blog

C’era una volta il Professionista. Così, senza quasi rendersene conto siamo arrivati a 22 anni di avventure. Non solo. Due collane. Ho appena firmato(e consegnato il testo) per l’uscita ufficiale in collana numero 45 ma le avventure di Chance sono molte di più se contiamo i fuori serie, i racconti e i romanzi brevi inediti allegati alla ristampa che è arrivata al numero 16. Fate un po’ il conto voi. Eppure ogni volta che mi metto alla tastiera per raccontare una storia di Chance provo un brivido che nessun’altra delle mi serie riesce a darmi. È ritrovare un amico e, anche in questi volumi doppi, tornare più giovane di qualche anno. Era il 2003 quando uscì la Notte della Mangusta, romanzo “chiuso” ma al tempo stesso finale di una lunga serie di lotte contro il Dipartimento operazioni speciali della CIA. Poteva essere la fine di un ciclo e invece divenne l’inizio di un altro. Volevo riportare Chance in Libano per l’apertura, giusto per ricordare i sui esordi durante la guerra civile quando era ancora legionario. Poi la storia che è ricca di azione e di sesso come impone la collana ma ha un intreccio che ancora oggi regge bene ed è complicato quanto basta per chiudere la bocca a quegli invidiosi (diciamolo con chiarezza ce ne sono stati e ce ne sono…) che con la scusa che le mie storie hanno un ritmo serrato, inneggiano a vicende spy più classiche…che loro non sanno scrivere, evidentemente. Perdonatemi lo sfogo ma il successo del Prof ad alcuni che credevo amici e colleghi non è andato proprio giù. Manco mi rivolgono più la parola. Come se fosse colpa mia. Non ti curar di loro ma passa e avanza… si diceva. Gran parte del materiale per questo romanzo che, dopo la prima parte a Cipro nella quale mi piace giocare con la classica situazione del defezionista e il modo di “trattarlo” la vicenda si sposta tra Vienna e Budapest, luoghi in cui ero appena stato e, come vedrete, sono descritti… diciamo nei loro ambienti più particolari, nella tradizione del Prof. Ne uscì una bella avventurona spionistica con una serie di rimandi e allusioni alle classiche serie spionistiche avventurose che certamente il lettore più sgamato coglierà. Rapimento & Riscatto, invece, è una storia scritta oggi ispirata da…diciamo alcuni eventi personali che toccano me quanto il Professionista in modo molto personale. Conoscere un Chance se non diverso, con una sfumatura più umana. Ma niente paura, ritmo e intreccio sono sempre lì. Dietro l’angolo ad aspettarvi. Buona lettura.

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IL THRILLER DELLA DOMENICA III:CODE MOMENTUM

olga per blog
CODE MOMENTUM
Scatenata e irresistibile torna Olga Kurylenko in una spy story dove l’azione prevale decisamente sull’intrigo che pure non è assente. Un peccato che il film non sia disponibile che nelle versioni inglese e francese, perché è un piccolo gioiello di spy story. Comincia come una ipertecnolgica rapina in una banca di Città del capo, in Sud Africa, poco utilizzata location del cinema d’azione degli ultimi anni e, in realtà, un ottimo scenario. Ma con i diamanti rubati da un sofisticato caveau la bella Alexis e i suoi complici rubano anche una chiavetta USB che compromette un senatore americano (Morgan Freeman in una insolita parte da nero ‘cattivo’) nell’organizzazione di un attentato che riporterà la guerra totale e, secondo i suoi piani, la presidenza nelle sue mani. Lo spunto è quello dei poteri forti che evocano minacce inesistenti per giustificarsi. Già visto, ma poco importa perché il nocciolo dell’azione è la fuga di Alexis che sembra troppo brava per essere una semplice ladra. Infatti è un’agente del Mossad usata anni prima dalla CIA in un’operazione finita malissimo e disconosciuta da tutti. Della banda resta solo lei con la preziosa chiavetta. Sulle sue tracce Washington (nome in codice, dieri) interpretato da John Purefoy che, dopo The Following, è diventato un cattivo manipolatore perfetto che non avremmo mai immaginato. Con una colorita squadra di killer (una donna, un nero sfregiato, un biondino sadico e un gigante) bracca Alexis. L’azione è fluida, perfettamente coreografata sia negli scontri a fuoco che in quelli corpo a corpo (acrobazie della nera, doppiata da una stunwoman coreana…veramente da antologia) tra alberghi, rioni malfamati e aeroporti. Alla fin…be’ i buoni vincono sempre ma questa volta ci poterebbe essere spazio per una seconda puntata…o più probabilmente, per la fantasia dello spettatore. In realtà doveva esser il pilot di una serie che poi non si è fatta. Un piccolo film ma con tutti gli elementi giusti per soddisfare l’appassionato.

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IL THRILLER DELLA DOMENICA II:SPOOKS

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MI5-INFILTRATION-SPOOKS
Esce in home video con il titolo Spooks (che in gergo significa spie, quando ‘spettri’) MI5-INFILTRATION di Bahari Nalluri, forse uno dei migliori film di spionaggio di questa stagione. Protagonista, a sorpresa, Kit Harington reduce dal Trono di Spade. Una bella storia d’azione e di spycraft che si muove nel segno dell’equilibrio tra violenza e deduzione, modernità e classicismo. Un prigioniero di origine mediorientale detenuto dei servizi inglesi ma destinato alla CIA, fugge durante il trasferimento a Londra e minaccia una serie di attentati in tutta la città. Il responsabile dell’operazione, un vecchio capo missione, cade in disgrazia e, apparentemente, si uccide. I servizi inglesi sono al tracollo e rischiano di cadere sotto il controllo di quelli americani, ipotesi, considerate le recenti evoluzioni della politica internazionale tutt’altro che irrealistica. Il vecchio agente, però, non è morto e vuol smascherare la talpa che vorrebbe vendere l’MI5 agli americani. Intanto c’è da fermare il terrorista. Torna in campo un giovane agente silurato dopo un atto di disobbedienza ma tutt’altro che incapace, anche perché vuole scoprire perché suo padre sia stato ucciso durante la guerra fredda. Parte così un’avventura che si muove sul doppio binario della caccia alla talpa all’interno dei servizi e della corsa per fermare gli attentati. Intrecciato quel che ci vuole, rapido, ben caratterizzato, decisamente un film che piacerà ai lettori del Professionista.

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I FILM DEL PEROFESSIONISTA: il thriller della domenica. FLIC STORY

il film della domenica
Riprendo una rubrica per rivitalizzare un po’ il blog che ho un po’ troppo trascurato. La mia idea è riprendere a parlare di argomenti vari, anche al di fuori delle mie produzioni. Spero che vogliate seguirmi. Questa settimana un noir francese d’annata dei Jaques Deray che, negli anni ’70, diresse alcuni dei film polizieschi più godibili del filone. Flic Story (1975) racconta, romanzandola, parte della biografia di Roger Borniche, unp dei primi commissari della BRB (Brigade Repression Banditisme) e in seguito chansonnier e romanziere. Ci riporta al 1947 in una Parigi del dopoguerra ottimamente ricostruita sulle tracce di Emile Buisson, andito dalla pistola facile, i modi freddi e l’occhio azzurro che qui ha il viso di Jean Luis Trintignant. Borniche è invece Alain Delon che con Deray si è sempre trovato benissimo. Un vero poliziesco con morti e sparatorie dosati con giusta misura, una serie di caratteristi di prima qualità trai quali si segnalano Paul Chrocet, gli italianissimi Renato Salvatori, Giampiero Albertini e Adolfo Lastretti oltre che a intriganti presenze femminili come Christine Boisson(la malafemmina) e la magnifica Claudine Auger (la Bella e buona). Colpisce l’accuratezza di una Parigi uscita a stento dalla guerra, con le sue banlieue degradate, le fabbriche popolari, gli alberghetti equivoci, le pensioncine che ospitano traffici sordidi e i locali, immancabilmente gestiti da banditi italo corsi. Delon e Trintignant giocano i loro ruoli alla perfezione, quasi sembrano amici, malgrado siano implacabili avversari. Sparatorie e violenza piuttosto esplicite ma mai inutili e gratuite. Per ricordarci che anche in Europa si possono realizzare dei polizieschi di tutto rispetto.

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