Finalmente l’Avventura. Torna in cartaceo uno dei romanzi cui sono più affezionato. Era già presente in formato digitale oggi è possibile trovarlo su Amazon.it in brossura, print on demand in soli tre giorni. Un esperimento editoriale. Il prezzo è contenuto, ma soprattutto si tratta di una storia di 400 pagine. Dieci anni fa, un mondo di avventure, di emozioni. Quando, un po’, credevo ancora che per farcela in questo mondo editoriale, bastasse metterci l’anima. Le vicissitudini del romanzo ve le racconterà qui sotto Andrea Carlo Cappi, mio complice in tante battaglie per la narrativa popolare. Ma alla fine, io credo che la voglia di raccontare, la passione, l’entusiasmo trionfino sempre. Non è questa un’avventura?
E ora vi lascio alle parole di un amico, un collega, un grande narratore.
Il TUATUAGGIO DELL’AVVENTURA –la prefazione di Andrea Carlo Cappi.
Recupero il volume di dieci anni fa che contiene la prima edizione di questo romanzo, conservato in una delle zone meno impervie della mia libreria, e tornano a galla i ricordi di quando l’ho preso in mano per la prima volta. E mi rendo conto una volta di più che alla passione, all’amore, all’attenzione con cui uno scrittore lavora a un proprio romanzo – specie a una storia lunga e articolata come quella che state per leggere – non corrisponde necessariamente un analogo senso di rispetto e di responsabilità da parte degli editori. Non sempre chi pubblica un libro si rende conto del valore di ciò che dà alle stampe.
Il romanzo è forse il capolavoro di Stefano Di Marino, anche se nella sua vasta produzione potrebbe essermi sfuggito qualcosa che addirittura lo superi, non si può mai dire. C’è, come spesso avviene nelle sue storie, un personaggio europeo – in questo caso italiano – sradicato e proiettato in scenari esotici e avventurosi, un antieroe alla Graham Greene con un pizzico di Emilio Salgari moderno. C’è anche, naturalmente, una forte, vibrante e suggestiva presenza femminile, un tipo di donna tutt’altro che fragile e passiva che Di Marino ama celebrare nei suoi romanzi.
C’è un’atmosfera magnificamente ricostruita di un’Africa del 1947, in fondo ancora molto simile a quella del Joseph Conrad di Cuore di tenebra o dei viaggiatori del XIX secolo; ma ci sono anche i flashback sulla Bologna del dopoguerra e su un campo di prigionia britannico in India, in cui oltretutto lo scrittore fa rivivere, in una trasposizione narrativa, la storia della propria famiglia.
C’è una vicenda che potremmo definire spionistica, per ricollegarci a buona parte della produzione di Di Marino sotto le sue varie identità de plume. Ma qui il movente non è la «missione» di un agente segreto o di un mercenario ben addestrato, bensì qualcosa di molto più personale: Bruno Spada diventa avventuriero per vendetta, è costretto a compiere il viaggio con i suoi stessi nemici, pur senza condividerne ambizioni e obiettivi, al solo scopo di ristabilire una giustizia a cui costoro sono riusciti a sfuggire nonostante la Storia sia stata contro di loro.
C’è persino una caccia al tesoro. Un paio di anni prima, intervistando Clive Cussler – scrittore di avventura di successo mondiale, ormai a riposo, dedito a sottoscrivere romanzi in franchising e a coltivare progetti hollywoodiani purtroppo realizzati solo in minima parte – lo avevo sentito lamentarsi: «Perché», diceva Cussler, «nessuno scrive più una bella storia di caccia al tesoro?» Qualcuno in realtà ci stava lavorando in quello stesso momento, rispettando uno dei dogmi del miglior Cussler, vale a dire documentarsi, documentarsi, documentarsi. Non solo sulle ambientazioni storiche e geografiche, ma anche sui dettagli tecnici, per esempio le tecniche di immersione in uso nel 1947, per restare su uno degli argomenti più cari al romanziere americano.
E c’è anche qualcos’altro. Il tatuaggio dell’avventura che marchia la memoria dell’autore. Le suggestioni che Di Marino ha derivato da romanzi, fumetti e, sospetto, persino dai film di serie B di cui ci siamo alimentati negli anni Sessanta e Settanta, rielaborati e nobilitati come spesso vediamo fare sulle schermo da Quentin Tarantino, specie in pellicole come Bastardi senza gloria, anche se il nostro scrittore – a differenza del regista americano – non spinge sul pedale del grottesco.
Ma a tutto questo magnifico lavoro da parte dell’autore seguiva un intervento della casa editrice che tuttora mi fa inarcare le sopracciglia. La copertina di dieci anni fa raffigurava una bandiera nazista con tanto di swastika e, malamente tagliata dai margini dell’inquadratura, quella che sembra una mitragliatrice MG34 da 7,92mm. Sul rosso del fondo quasi svaniva il veritiero blurb «Stefano Di Marino è sicuramente il più grande scrittore d’avventura che abbiamo in Italia» firmato da Carlo Lucarelli, nostro vecchio amico in quegli anni all’apice della sua notorietà televisiva. Ma era soprattutto il titolo, non deciso dall’autore, a essere fuorviante: Quarto Reich, che abbinato alla swastika riusciva perfettamente a dare un’impressione sbagliata al potenziale lettore che entrava in libreria. Cos’era questo libro? Un sequel di Mein Kampf? Un saggio negazionista? Un romanzo distopico sul ritorno del nazismo? Tutto poteva sembrare, fuorché ciò che era.
E, se il lettore arrivava a vincere la propria diffidenza e prenderlo in mano tanto da leggere il risvolto di copertina – ragionevolmente corretto ma privo di qualsiasi riferimento ai personaggi femminili – l’impressione era di un romanzo semibellico «da maschi», con un po’ di nazisti e curiosamente ambientato in Africa; tagliando fuori tutta quella parte di pubblico femminile che dalle statistiche sappiamo essere dominante sul mercato dei libri. Insomma, raramente ho visto un’operazione di marketing in cui ogni dettaglio concorresse alla perfezione all’obiettivo finale di non vendere il prodotto.
Oggi per fortuna il romanzo sta finalmente per rinascere e, cosa che mi onora moltissimo, con il titolo che io stesso ho suggerito a posteriori quando l’ho presentato in libreria. Forse oggi questo splendido romanzo d’avventura storico-esotica, scritto da mani italiane e con gusto europeo, potrà finalmente avere giustizia. Sono passati dieci anni. Ma Stefano Di Marino, così come Bruno Spada, sa aspettare il momento opportuno per la sua vendetta.
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