IL PROFESSIONISTA: LE ORIGINI DEL NERO

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L’epopea letteraria del Nero Italiano comincia alla fine degli anni ’80, proprio con la collana Oscar Originals. Portava sugli scaffali un genere nuovo, con qualche pretesa letteraria, a basso prezzo e che richiamava senza troppo nasconderlo la fortunatissima Serie Noire francese. Io c’ero, ci sono ancora. Vorrei raccontarvela come l’ho vissuta e spero mi verrà perdonato un pizzico di soggettività. Intendiamoci, di romanzi polizieschi in Italia se n’erano sempre scritti, da De Angelis a Donati, sino a tempi più recenti. Cito anche nomi illustri. Fruttero e Lucentini, Giovanni Comisso, Felisatti e Pittorru, Ugo Moretti, Renato Olivieri. Si parlava di “gialli”, però, di romanzi del mistero. Il vero e unico nero italiano era stato (scoperto e rivalutato postumo) Giorgio Scerbanenco, capace di superare il meccanismo enigmistico per scendere nelle viscere del paese. Riscoperto e citato come modello ispiratore dagli autori della generazione attuale, ai tempi, era classificato come narratore da rotocalco. Fernando Di Leo ebbe l’intuizione di estrapolarne il succo adattandolo al suo cinema e fondendolo con quello del Milieu francese in una miscela unica, solo successivamente rivalutata. Di fatto il Noir, che è costola del Mystery e ha una vasta declinazione letteraria anglo-francese, in Italia era assente e quasi sconosciuto. In particolare mancava quella prolificità di titoli in libreria o in tascabile che invece ne costituivano il nerbo in Francia. Le Breton, Simonin, Josè Giovanni. Storie di criminali e malavitosi che, fatta salva la differenza di tempi e gusti, si riallacciano alle produzioni dei nostri giorni, oggetto del presente dossier. “Raccontare storie di delinquenti non significa condividerne le azioni” avvertiva Henri Verneuil nei titoli di testa del Clan dei Marsigliesi. Di tutto questo alle soglie degli anni ’90, gli aspiranti autori nostrani poco o nulla sapevano. C’era sì una gran voglia di pubblicare storie “gialle” che, salvo per pochi, sembravano vietate da imperscrutabili ma invalicabili divieti editoriali. “Il giallo”, dicevano “non è un genere popolare italiano”. Così quando ci proposero di scrivere il Nero nessuno si tirò indietro, anche se la differenza tra i due filoni ai più sfuggiva. La collana nasceva già progettualmente con l’aspirazione di arrivare in Tv. Erano stati presi accordi attraverso una agenzia letteraria allora famosa, ma l’operazione non funzionò come previsto. Per la verità, io credo che fossimo in anticipo sui tempi. In libreria sin dall’esordio il riscontro non fu quello auspicato. Per dirla tutta, dei nove titoli pubblicati (più un’antologia che, comunque, ha fatto storia perché raccoglieva 28 autori provenienti anche da Interno Giallo) solo tre furono opzionati. L’uomo esterno di Sergio Altieri, Per il sangue versato del sottoscritto e Caccia alle Mosche di Angelo Longoni. L’uomo esterno (che ebbe nei primi anni ’90 una riscrittura, a mio avviso non troppo riuscita che “pompava” la violenza cercando di attualizzare una storia che, com’era uscita per la prima volta era già molto buona) fu realizzato per Canale 5 sotto forma di sceneggiato in due puntate. La regia era di Francesco Barilli e la sceneggiatura di Dardano Sacchetti. S’intitolava Due vite, un destino con Michael Nouri ed era un prodottino Tv di quegli anni. Altieri era piuttosto contrariato. Il mio romanzo fu poi acquistato e pagato, ma mai realizzato. In effetti di tutti i neri a sfondo malavitoso che ho scritto negli anni, forse perché era il mio primo romanzo, è quello che amo di meno. La ragione riguarda forse lo scarso successo della collana tutta. Troppi paletti dall’editor e dal curatore che, con la preoccupazione del passaggio in Tv, avevano messo una lista di “questo non si può fare, quell’altro nemmeno” che toglievano grinta alle storie. Per una strana combinazione Per il sangue versato uscì in contemporanea con Nero come il cuore di De Cataldo (Interno Giallo) Caccia alle mosche ebbe una realizzazione in un Tv movie che andò direct to video e sicuramente divenne uno spettacolo teatrale visto che Longoni era uomo di palcoscenico e aveva scritto praticamente una sceneggiatura in tal senso. Ripeto: l’idea era in anticipo sui tempi. Il lettore delle collane popolari, anche nel tradizionale Giallo Mondadori, da sempre non amava il Nero come storia di malavita. Ma questo già negli anni ’60 e ’70. Quando uscivano le varie collane come I Neri del GM o Maschera Nera con fior di autori stranieri (Stark, Hunter, Pileggi, Raymond) non riuscivano a superare la soglia dei dodici numeri. Però qualcosa si muoveva. Usando un termine che non mi piace, in quel periodo si cominciava a “sdoganare” il Giallo italiano. E in qualche modo sembrava che scrivere Noir, nobilitasse il filone. Ricordo un ingenuo vincitore del Premio Tedeschi che, a una riunione di giallisti (di concioni e associazioni se n’è fatte in maniera carbonara a centinaia), quando gli chiesi cosa stesse scrivendo, mi rispose: “Un Noir metropolitano”, con un vago accenno di alterigia. Mai più sentito nominare. C’erano associazioni di autori a Bologna (Il Gruppo dei 13) e in ogni altra città. Noi, a Milano, eravamo più indipendenti. Parlammo della Scuola dei Duri, proprio perché ci piaceva quel nero criminale che avevamo letto da ragazzi ma non formalizzammo mai la cosa. Davanti a libagioni (abbondantissime!) e sigari ci trovavamo e ancora lo facciamo oggi. Andrea G. Pinketts, Andrea Carlo Cappi, io e Carlo Oliva che ci ha lasciato in eredità una magnifica Storia sociale del Giallo. Ognuno seguiva la sua strada. Mi spingo a dire che eravamo quelli che avevano capito di più la differenza tra Nero e Giallo e la percorrevamo costruendoci ciascuno “una vita a modo suo” giusto per citare il romanzo di Erwin Torres Carlito’s Way che, quello sì, divenne un film. Tale sottobosco di autori più o meno noti fremeva. In quei tempi ricordo che emerse Pino Cacucci che almeno un paio di volte centrò davvero il bersaglio. Puerto Escondido (Interno Giallo) era un nero italiano e internazionale, tragico ma anche venato da una comicità amara. Mediterraneo, vorrei dire, che colpi Salvatores che ne trasse un film di grande successo con Bisio e Abatantuono. Pino poi ha continuato a scrivere per il cinema mentre in libreria si è un po’ perso. Eppure nella sua raccolta d’esordio per un piccolo editore di Ancona Outland Rock c’era un piccolo gioiello noir dal titolo Punti di fuga che era d’ambientazione parigina e sarebbe stato un ottimo film. Lo ripubblicò Mondadori, ma si perse come altre opere di Pino che erano nere sì, ma si allontanavano dalla formula iniziale. In ogni caso nessun rimorso (Longanesi) era la storia della Banda Bonnot e Demasiado Corazòn (Feltrinelli) una vicenda di scarichi tossici in Messico. In seguito ha preferito la via del cinema. Impossibile non citare Carlo Lucarelli che oggi scrive romanzi tout-court ed è noto per le trasmissioni televisive. Qui c’è un po’ un inghippo, perché Indagine non autorizzata vinse il Premio Tedeschi ed era effettivamente un Giallo. Falange armata (il primo romanzo con Coliandro) era sì un nero e fu pubblicato da Metrolibri. Siamo, tuttavia un po’ lontani da quella concezione di nero criminale urbano che attualmente si rispecchia in produzioni cinematografiche e televisive. Negli anni’90 però ci fu un proliferare di autori che si etichettavano come noiristi. Tanti, tantissimi, giovani e “cannibali” (ricordate la famosa antologia Einaudi?). Molti si son persi per strada, altri hanno scelto differenti formule narrative. L’ambito traguardo cine-televisivo, però, sfuggiva a tutti. Negli anni a seguire si verificarono fenomeni diversi tra loro, ma sempre legati alla circolazione di testi thriller italiani e alle relative ambizioni di trasposizione. Se il successo di Faletti non ha avuto riscontro al cinema, ha tuttavia diffuso l’idea che il genere definito “nero”, anche se non nell’accezione di questo dossier, era possibile per gli italiani. L’affermazione in libreria del commissario Montalbano e la successiva fortunatissima serie tv, che con il Nero ha poco a che spartire, ha fatto sì che l’establishment editoriale concepisse il filone “Giallo mediterraneo” fatto di commissari di volta in volta arguti e di buonanima, di intrecci semplici e molto personali nelle motivazioni con l’esaltazione di cucina e vino come contorno. E lì si che le redazioni e gli scaffali delle librerie si sono riempite di bravi funzionari statali un po’ dolceamari, concepiti per tutti. È vero con il Nero Criminale che rispecchia la parte oscura della società, senza fare sconti, non c’entravano ma sempre chi arrivava alla pubblicazione imitando questo o quello, preferiva definirsi autore noir, sempre con un certo snobismo. Nel frattempo i narratori autenticamente “neri” proseguivano la loro marcia. Massimo Carlotto, nella vita reale vittima di un errore giudiziario che sicuramente ne ha segnato l’ispirazione e la visione narrativa, trova veramente il successo con Arrivederci, amore, ciao si era consolidato con una serie dedicata all’Alligatore, investigatore sui generis un po’ chandleriano, ma è proprio in una trasfigurazione della sua vicenda personale a tinte nerissime che arriva il successo. Già un film (Il Fuggiasco) ne aveva raccontato la storia, ma è con la versione di Michele Soavi che possiamo dare inizio a questa fase di Neo Noir letterario e cinematografico italiano. Il film (forse più apprezzato all’estero che in Italia) è tuttavia visto molto da autori ed editori. Curiosamente in quegli stessi anni avviene una riscoperta del Poliziottesco e, a traino, anche una piena e meritata rivalutazione delle opere di Fernando Di Leo che, lui stesso, non s’inseriva nel filone ma ambiva a creare il suo cinema del Milieu, guardando ai classici francesi. Di Scerbanenco (che negli anni aveva comunque visto la sua opera nera essere rivalutata a pieno) Di Leo aveva colto l’essenziale aggiungendovi figure eroiche, assenti nei romanzi e racconti. Finiscono così, le giovani generazioni di autori “noiristi”, per scoprire un mondo fatto di malavita piccola e grande, legata alla realtà urbana vista con l’occhio del malavitoso che, di sua natura, è cinico, infame e violento. Se qualcosa contribuiscono alla configurazione del genere alcuni sceneggiati di Taodue (Il capo dei Capi, Palermo Squadra antimafia), il cinema è lesto a cogliere questa opportunità. Pochi gli eletti. Nicolò Ammaniti, sempre grazie a Salvatores, con Io non ho paura (Einaudi) non parla esattamente di criminali urbani ma mette in scena quel mondo lì, che non ha nulla a che fare né coi buonismi vari commissari dal volto umano, né tantomeno con le varie serie ispirate a cicli americani su indagini scientifiche. A suo modo è Nero anche il lavoro di Sandrone Dazieri che con il suo Gorilla dalla doppia personalità ricrea in modo originale la figura classica del detective. Arriva al cinema con La cura del Gorilla e una buona scelta di interprete con Claudio Bisio, anche se il riscontro sperato sfugge. Il vero successo viene da Giancarlo De Cataldo che ha il coraggio di mettere in campo la mala vera. La banda della Magliana (di Romanzo criminale, Einaudi) con i suoi anti eroi trucidi, violenti eppure capaci di generare empatia, si trasforma in epica nel film di Placido e ancor più convince nella doppia serie diretta da Stefano Sollima. Tanto da rilanciare il romanzo facendolo diventare un fenomeno. Innegabile che il mezzo televisivo e cinematografico amplino il pubblico e generino una vera e propria scuola di “Nero Criminale Italiano”, con regole sue, uniche anche nel panorama internazionale. Di colpo il nostro paese, da sempre considerato set improbabile per vicende oscure, di violenza anche spettacolare, di caratteri fortissimi in negativo, diventa un panorama nuovo con caratteristiche originali. Non poco giova Gomorra (Mondadori) di Saviano che un vero romanzo non è, ma che, raccogliendo gli articoli sulla situazione della Camorra, contribuisce a ridisegnare un palcoscenico noir, definendo quelli che sono i tratti distintivi di questa narrativa. Se il filone più intimista del nero tradizionale (quello alla Woolrich, a David Goodis e dei grandi film anni ’40; insomma le storie di piccoli crimini sviluppati in ambito familiare tra mogli amanti e mariti dominati da interessi personali) sembra disatteso dagli autori nostrani, la lezione di Gomorra è esemplare. Ci aiuta a riscoprire un’Italia con una malavita a forti tinte, a suo modo “mitica” quanto quella americana. Ovviamente è la drammatizzazione cinematografica e televisiva a rendere racconto nero e non semplicemente reportage le pagine di Gomorra. Ma la scoperta di un genere nuovo al quale, come ho detto, si sommano altre più antiche suggestioni cinematografiche e letterarie legate a Scerbanenco aprono un nuovo “campo di gioco” per la scrittura. È quello che, succintamente, riassumo della mia esperienza. Negli anni avevo voluto raccontare l’avventura, i mondi esotici, scegliendo, per volontà e necessità, la formula del romanzo popolare. Mi piace un po’ pensare che ci sia un’analogia nel cinema artigianale degli anni ’60 e ’70. Di fatto la mia serie più fortunata, Il Professionista, esce da 21 anni su Segretissimo. Più di cinquanta episodi, best seller (nella collana! Badate bene…) firmati con uno pseudonimo, Stephen Gunn, perché forse il lettore del filone avrebbe rifiutato un nome italiano. Di colpo scoprii che potevo raccontare storie italiane milanesi altrettanto avvincenti. Gangland nel 2007(ma fu scritto nel 2005) fu un colpo azzardato. Il Professionista, mercenario, lui stesso a volte delinquente, si sposta in una Milano nera che ribattezzo Gangland. Poca spy, anche se ne conservavo i ritmi, e molti rimandi proprio a questo Nero Criminale Italiano. Un azzardo premiato, tanto che i lettori della collana ne chiesero un seguito. Gangland Blues, uscito nel 2011, è un ritratto della malavita milanese come io la vedevo e conoscevo. Fu campione di vendita (sempre nella collana) in quell’anno. E a questo si collega la trilogia di Montecristo (pubblicata sul GM presenta) che è la storia di un colpo di stato italiano. Il riscontro, devo dirlo, è soprattutto tra i lettori che mi seguono sulla collana da un po’ di anni ma dimostra che i temi e l’ambientazione nostrana, condita con dosi di sesso e violenza che inorridivano gli editor sostenitori del Giallo mediterraneo, funzionava. Mi sarebbe piaciuta una trasposizione cine-televisiva? Sarei un ipocrita a dire di no. Così non è andata, ma ho continuato questa mia visione del nero anche fuori collana (Pietrafredda, Perdisa, Nero criminale, Eds, Vendetta, Bdedizioni e recentemente Tutti all’inferno, Novecento edizioni). Ovviamente non ero il solo. Stefano Picozzi vinse in quegli anni il Premio Tedeschi con una storia di gangster russi e poliziotti in cerca di redenzione, Metal detector. Ribadisco che il pubblico del Giallo tradizionale ha parametri severi, predilige il classico e questa virata al nero metropolitano, in qualche modo d’azione, non l’ha mai molto apprezzata. Né il tentativo di approdare al cinema o alla tv riesce sempre. Negli anni Paolo Roversi, giovane autore che si proclama seguace di Scerbanenco, passa da una serie di gialli con sfumature ironiche a un grande affresco della mala milanese. Milano Criminale è edito da Rizzoli e viene lanciato con una certa enfasi. Ha avuto un seguito (Solo il tempo di morire) edito da Marsislio. È un buon romanzo, racconta in modo epico la mala milanese ma non riesce ad approdare a media di più ampia diffusione. Sulle ragioni si potrebbe dibattere molto, ma la realtà è che a volte ci vogliono sinergie non sempre realizzabili per portare la nave in alto mare e farla navigare sicura. Di fatto le librerie si riempiono di un curioso mix di Gialli e Neri che a volte non sanno decidersi se seguire la pista più dichiaratamente criminale o ricalcare la formula apparentemente fortunata del Giallo Mediterraneo con il commissario dal volto buono. Senza attardarsi troppo su giudizi e classifiche, mi pare però che siano le storie buone a emergere. A tal riguardo mi piace citare un amico e collega. Romano De Marco, viene dalla scuola di Raul Montanari (ottimo narratore che si definisce post-noir ma, a mio avviso, è un raccontatore di storie ed esce dal genere ancor più di quanto non faccia l’immarcescibile Pinketts che al nero è legato sentimentalmente, ma pubblica storie di feroce surrealismo). Romano, invece, ha perseguito con caparbia la sua vena italiana. Esordisce con Ferro e fuoco nel GM con un personaggio che è in tutto e per tutto Maurizio Merli. Il riscontro, se non per gli appassionati, non è immediato, ma Romano persiste, con piccoli marchi dà seguito alla sua epopea poi matura, affina la scrittura e i temi e arriva in Feltrinelli con due romanzi dichiaratamente neri nell’accezione che stiamo affrontando. Io la troverò e La città della polvere sono storie crude, specchio di realtà criminali e personali ruvide e violente. Soprattutto sono “originali”, nel senso che se è ovvia un’ispirazione suggerita da un attento esame dei successi del momento, non temono di seguire strade proprie dell’autore. Il che è sempre garanzia di qualità. Sembra che con l’arrivo della crisi economica e le indubbie difficoltà del settore editoriale mancanza effettiva di lettori, scarsità di veri fenomeni popolari, scelte basate soprattutto sull’imitazione del successo) ci sia stato un proliferare di autori e piccoli editori che, in qualche modo cavalcano l’onda nel Noir. Ormai sembra veramente che scrivere semplicemente dei “Gialli” sia una pratica disdicevole. Eppure tra i molti autori tanti scrivono ancora dei Mystery, magari adattati ai tempi moderni, ma distanti alle caratteristiche che abbiamo individuato. Carrisi, Casella, Cassani, Crapanzano, persino il trio Besola-Ferrari-Gallone che con Operazione Madonnina (Frilli) fanno centro, ma con un genere che sta tra l’ironico amarcord e il giallo della mala. Non che siano assenti le donne, ma al di fuori della giornalista Silvana La Spina (Lo sbirro femmina, Mondadori) il nero femminile prende altre strade. Vada un esempio di successo per tutte: Cristiana Astori che con la trilogia dei colori (Tutto quel nero, tutto quel rosso e Tutto quel blu, sul Giallo Mondadori) segue più un’ispirazione legata all’Italian Giallo e all’Horror che la Nero Criminale. Questo, invece, è ben svolto da una trilogia di lunghi romanzi editi da Marsilio di Simone Sarasso (Confine di stato, Settanta, e Il paese che amo) che ripercorrono un pezzo della storia d’Italia con una vena fortemente politica, ma capace di rendere gli intrecci tra criminalità e potere. In questa linea, anche se pubblicati da editori piccoli, talvolta difficilmente reperibili in libreria emergono tra tanti che si buttano a imitare colleghi più fortunati, alcuni ottimi narratori. Uno di questi è Ferdinando Pastori, milanese, e fortemente calato nelle atmosferecupe, viziose e ambigue della sua città. Il vizio di Caino è forse il suo miglior romanzo propriamente nero pubblicato nella collana Calibro 9, curata da Paolo Roversi che prometteva benissimo (e in effetti l’antologia Un giorno a Milano fu, almeno nel capoluogo lombardo, un successo reale) ma, in seguito, ha mescolato il Giallo, il Nero, l’Antologia e il romanzo singolo creando, a mio avviso un po’ di confusione nel lettore. Con Rosso bastardo (Edizioni Clandestine) Pastori riporta in scena un personaggio del noir classico, il detective forse un po’ dimenticato in tempi recenti. Lo fa alla sua maniera, con una scrittura in seconda persona che può confondere il lettore, ma solo sinché non ci sia abitua. il suo investigatore, Fabio Paleari (protagonista già di altri precedenti romanzi) è sicuramente un abitante di quelle metropoli nere, in bilico tra violenza e vizio, in cui, a volte neanche nell’eroe, c’è un senso morale. Concludo questa forzatamente breve carrellata di autori “neri” con un altro autore degno di nota, per qualità d’intrecci e scrittura. Pierluigi Porazzi nella trilogia pubblicata da Marsilio (L’ombra del falco, Neanche il tempo di sognare, Azarel) riesce dove altri hanno fallito. Mescolare il nero criminale fatto di corruzione, violenza e malavita con l’indagine su un serial killer, regalandoci un ritratto inedito e inquietante della sua Udine che ci piacerebbe vedere anche sullo schermo.

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UN PROFESSIONISTA DI NOME NESSUNO

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Esistono situazioni dalle quale sembra non ci sia possibilità di uscita. La paginazione di alcune collane che non ti consente di scrivere storie più lunghe di quanto vorresti. E poi quelli che ti accusano di essere un autore di “letteratura da stazione” di romanzetti tutto sesso e azione che non hanno la caratura del ”vero spionaggio d’autore”. Che poi andrebbe bene ugualmente perché in ventun anni più di 60 romanzi tra serie regolare, inediti, ristampe e fuori serie non è una cosa che tutti possano permettersi. Però stavolta avevo voglia di scrivere una storia con i tempi e i modi del romanzo più strutturato. Concedendomi un po’ di tempo per il tradecraft delle spie oltre che l’azione. E così è nata questa storia che richiama ORA ZERO e SOLE DI FUOCO e che orgogliosamente posso dire non ha niente da invidiare a certi romanzoni spy pubblicati in lingua anglosassone che da noi non arrivano perché troppo lunghi o se lo fanno hanno dei prezzi esorbitanti. Invece no, il prezzo è ragionevole per una vicenda di quasi quattrocento pagine.ma veniamo alla storia. Ancora una volta volevo avvicinarmi alla cronaca pur mantenendo il ritmo e il piacere di raccontare fiction. È azzardato tracciare un filo rosso tra un’organizzazione che negli anni ’70 riempì l’Europa e gli USA di eroina turca e poi venne apparentemente smantellata senza che il suo vero capo fosse mai scoperto e certe manovre che partono proprio del nostro paese per finanziare il terrorismo islamista, non per convinzione ma per pura convenienza? Una unità al di fuori delle regole con uomini e donne preparati ad agire anche senza rispettare nessuna regola pur di fermare un inafferrabile criminale che cela la sua identità dietro l’integerrima facciata di un uomo d’affari di successo. Poi accade qualcosa. Gli agenti cominciano a morire. Colpiti a tradimento in operazioni trappola, persino attirati in tortuosi vicoli che finiscono in un ultimo appuntamento con uno spietato assassino tirato fuori da un carcere che non dovrebbe esistere. E così viene incaricato un uomo di prendere le redini della squadra rimasta senza capo. Un mercenario. Un veterano delle operazioni speciali. Un uomo che, per convenzione viene chiamato Nessuno. Ma chi è veramente Nessuno? Potete pensarla come volete. Ma guardate bene la immagine di copertina, gli oggetti che vi sono rappresentati. Raccolgono già tutta una mitologia. E il ritmo, la violenza e tutti quegli elementi che avete amato emergono dalla vicenda che dal confine tra Siria e Turchia ci porta a Genova, a Salisburgo, a Barcellona e in altre località dove si svolge una partita senza esclusione di colpi, tra politica e criminalità. L’Africa, ma anche Montecarlo, sino l Montenegro. E Nessuno è lì, con la sua squadra di uomini e di donne, appassionate e selvagge. Perché i nemici sono implacabili e camminano per le strade di Milano e Roma quanto nei deserti africani e le isole del Mediterraneo. Una lunga avventura che spero vi piacerà seguite le presentazioni od ordinatela su IBS o Amazon

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SETTE PISTOLE PER IL PROFESSIONISTA- BACKSTAGE

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L’idea di Sette Pistole nasce dalla volontà di fondere più filoni presenti nella produzione del Professionista. Da una parte il combat che è, innegabilmente, la nuova frontiera della Spy story. Non lo dico solo io. Al cinema la spettacolarità impone ormai una commistione tra i vecchi schemi d’azione del cinema di spionaggio con le nuove tecniche e attrezzature in dotazione alle truppe speciali. Nei romanzi non solo Chris Ryan e Andy McNab hanno inserito ormai stabilmente certe procedure in uso presso i militari nei loro romanzi ma anche gli eredi di Tom Clancy, quali Greaney e Blackwood che sono ottimi tessitori di trame, quando le pistole cominciano a cantare trovano soluzioni specifiche. Bisogna pensare anche un po’ al pubblico giovane che approccia l’argomento da videogames come Medal od Honor. D’accordo a questo pubblico l’intreccio importa poco, ma proponendogli dei piatti forti dove possa ritrovare le emozioni della consolle, magari può spingerlo a provare interesse anche per il classico Spycraft che è alla base di ogni buon romanzo di spionaggio. Perciò mi è venuta l’idea di creare una missione complessa ma di partire a metà dell’azione (come già è avvenuto altre volte) con un’operazione di commando, un’infiltrazione in un vecchio castello romeno che poi è una base del gruppo 666. Come ci sono arrivati Chance, Antonia e gli altri cinque mercenari che compongono questo mucchio selvaggio di super soldati. Al momento non importa. L’atmosfera sinistra del luogo, le difficoltà dell’infiltrazione subacquea e poi la battaglia nelle viscere del castello occupano tutta l’attenzione del lettore. Poi, quando la polvere si deposita e la prima battaglia è finita (l’assalto alla roccaforte è invece il culmine di molte missioni classiche), emergono gli indizi, le minacce. Si ricostruisce così una fitta trama spionistica che parte in Egitto, con l’Isis ma anche i servizi russi, approfondisce la situazione della mafia del Sahel e poi si snoda in Spana, in Ungheria e infine a Mosca, dove si svolge il duello più prettamente spionistico contro i servizi russi e il gruppo 666. Mi piaceva anche l’idea del gruppo di duri, le cui caratterizzazioni, vi ricorderanno senza dubbio qualcosa, che, ultimata quella che sembra la missione cominciano a morire. Come vedrete Sette pistole è un episodio a sé, chiuso, anche se nel finale lascia aperta una porta per la prossima avventura, che è già scritta e consegnata e mi auguro potrete leggere entro breve. Come al solito ce l’ho messa tutta per accontentare i gusti di tutti con una vicenda che mi auguro divertente per voi quanto lo è stato immaginarla e scriverla per me.

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PROFSTORY 14 DUE AVVENTURE DA LEGGENDA

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Con grinta e passione il Professionista si presenta all’appuntamento autunnale con due storie da collezione. Per più di un motivo. Prima di tutto parliamo di Tramonto d’oppio che, conclude temporaneamente la lotta con i Lupi Mannari e in particolare con Lucifer, l’assassino incaricato da herr Oberst di uccidere Paals e Chance in Raid a Panama. Come sapete gli inediti richiedono una paginazione inferiore di un episodio completo ma questa storia doveva essere più lunga. L’idea mi sembrava degna di un approfondimento. Così nell’ultimo episodio Chance riusciva a scagionarsi dall’accusa di aver ucciso il suo amico e assicurava alla giustizia Lucifer, rinunciando alla vendetta. E si sa che certi errori si pagano cari. Lucifer fugge… Non vorrei anticiparvi altro se non che per questa seconda parte della vicenda ho scelto un’ambientazione che mi è cara. Il Triangolo d’Oro tra Thailandia, Myanmar e Laos è stato teatro di alcuni dei miei romanzi più fortunati, con lo sfondo della lotta al traffico di eroina. Ma nel 2001, anno in cui è ambientata questa storia il generale Khun Sa aveva già barattato la sua libertà con la rinuncia al dominio sulle coltivazioni di papavero. La situazione stava cambiando e, di lì a pochi anni, le coltivazioni di papavero sarebbero state riconvertite in agricoltura tradizionale. In seguito la regione impervia, controllata da gruppi etnici ribelli a tutti i governi, favorirà il sorgere delle fabbriche di metanfetamina yabaa cinesi, ma in quel periodo era verosimile che i Lupi Mannari stessero cercando di contrastare il processo inserendosi sulla scena. Una giungla impenetrabile nella quale ricostruire un nuovo Reich. Ipotesi fantasiosa ma spettacolare. Mancava qualcosa? Sì, certo una figura femminile capace di polarizzare l’attenzione del lettore. E allora perché non inserire nelal storia un altro mio personaggio fortunato. Amanda Farris che per molti che mi seguono è la “Signora” dell’agenzia Hot Dreams della serie di ebook editi da Delos Dream Force. Quasi la controfigura della sexy star Lisa Ann e qui vista prima di iniziare l’attività di produttrice di film porno. Vedova di un ufficiale del SAS, la nostra Lisa si trova perfettamente inserita in questo scenario, incaricata dalla FAO di riconvertire le colture di papavero. Ma davvero è così limpida? Eppure alcune prove la legano a Lucifer che, fuggito di prigione, prepara la vendetta. Così nasce una bella avventura esotica che mi ha permesso di far incontrare Chance con una delle donne più affascinanti nate dalla mia immaginazione.
Operazione Salmandra è un romanzo che val la pena rileggere per più di un motivo. Lo scrissi nel luglio del 2001 al ritorno di una delle mie solite puntate a Parigi. I tempi stringevano e ricordo che, mentre aspettavo il TGV sulle banchine della Gare de Lyon, cominciai a strutturare la vicenda. In realtà ero rimasto abbastanza impressionato da alcune frasi dette qualche giorno prima da un amico franco-algerino dell’ambiente della Kickboxing, incontrato per seguire la mia passione marziale. Lui non era al corrente di nulla ma avvertiva qualcosa nell’aria. “Prima o poi succederà qualcosa di terribile tra il mondo islamico e quello occidentale”. Quasi una profezia. In realtà i segnali c’erano tutti. Bush, da quando era salito alla Casa Bianca, sembrava ascoltare un po’ troppo le lobby repubblicane che volevano petrolio e armi, poche settimane dopo Sha Massud, capo dell’alleanza del Nord, e alleato USA contro i Talebani che spalleggiavano Osama Bin Laden sarebbe stato ucciso in un agguato, come per far piazza pulita dell’opposizione. Inoltre, a parte le deturpazioni dei talebani stessi contro i siti archeologici buddhisti in Afghanistan (un segno di intolleranza che si può assimilare allo scempio dei tagliagole dell’ISIS contro i siti archeologici di Palmyra), alcune riviste geopolitiche internazionali riportavano, seppure sottotono, che si era registrato un picco di comunicazioni criptate tra i contatti di al-Qaeda in Medioriente. Di tutto ciò la CIA sembrava non preoccuparsi. Così, mentre bevevo un caffè di fronte alle eleganti banchine di Parigi provai a immaginare quello che poteva essere l’attentato definitivo all’Occidente. E di colpo vidi le banchine distrutte, il sangue, i morti, udii le urla mentre sventolavano manifestini verdi con scritte inneggianti alla jihad. Una visione da cui nacque l’idea che porterà Chance sino all’Afghanistan in una missione di vendetta. Ma tutto ciò s’inseriva in un’altra storia che avevo in mente da tempo. Una vicenda di crudeltà e vendetta anche quella che portava lontano dalla pista islamica. Dall’insieme di queste due storie uscì un’avventura che ancora oggi ritengo valida come plot in sé. Il senso era chiaro. La vendetta di per se stessa porta solo a un’altra vendetta e poi a un’altra e un’altra ancora. Resta da chiedersi se, come De Villiers, io non abbia avuto una intuizione anticipatrice del futuro. Inutile chiedersi se davvero avevo informazioni riservate. La risposta è no. Ma la verità è ancora più raggelante. Tutto era sotto i miei occhi. La mia fantasia allacciò dei ponti senza neanche che me ne accorgessi. Ovviamente la realtà fu ancora più terrificante. L’assalto alle Torri Gemelle ha del fantascientifico, una cosa che, se raccontata in un romanzo, poteva essere troppo fantastica. Coincidenze? O forse qualcuno presumeva che ci sarebbe stato un atto di terrorismo, sicuramente non così eclatante, e ha lasciato fare per provocare una reazione determinata dall’avidità e giustificata dalla vendetta? È un dubbio che ebbi allora e che mi rode ancora oggi. Non pretendo di fare geopolitica con i miei romanzi, ma a volte traspare il mio pensiero. Chance, in quegli anni non si trovò volutamente coinvolto nel conflitto in Afghanistan e in Iran. Tutto era troppo fresco, troppo vicino per poter essere trattato con obiettività. Adesso che il tempo è passato e molte cose le abbiamo scoperte, ho la possibilità con gli inediti del Prof inseriti nelle ristampe di aggiungere qualcosa. In uno dei prossimi volumi ne avrete un assaggio, assieme all’idea che Chance si fece di tutta la questione concordando con il suo autore.

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RACCONTARE IL WEST DA PROFESSIONISTI

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Scrivere del West per uno che è stato bambino negli anni ‘60è un vecchio sogno.
A quei tempi la produzione dedicata ai ragazzi (quella che i genitori consentivano di leggere nei romanzi e nei fumetti e di vedere al cinema e in tv) era nella maggior parte dei casi incentrata sull’epopea della conquista dell’ovest americano. C’erano sì altri generi avventurosi o fantastici ma il West era, a ragione o torto, considerato innocquo dagli educatori, basato su una solida tradizione che garantiva una violenza spettacolare ma non esasperata, poche donne e sempre vestite e una dirittura morale dei protagonisti. Una roba da bambocci, insomma. Nulla di più sbagliato per chi si avventurava tra le pagine dei romanzi e dei fumetti, per chi guardava i film anche molto prima che arrivassero Leone e Peckinpah. Ma erano cose che i genitori non riuscivano a cogliere. C’era invece un senso di libertà, di rivolta, un anelito alla vita selvaggia che noi riuscivamo a cogliere e alimentava sogni e fantasie che altri neanche immaginavano. Poi vennero i western moderni, quelli europei e con loro molti romanzi e addirittura qualche fumetto che mostravano una Frontiera più violenta, malinconica, dove c’erano femmine come Raquel Welch e Ursula Andress che di restare vestite proprio non ne volevano sapere, un’epopea di Desperados che sparavano producendo schizzi di sangue al rallentatore. Un West crepuscolare di eroi vecchi, cinici, gente che rifiutava il Sistema. A suo modo era rivoluzionario. Per me che cominciavo a scrivere da dilettante però il West restava un orizzonte lontano. Se non si riusciva a entrare nel mondo delle sceneggiature dei fumetti nostrani, la pubblicazione era quasi impossibile. Ricordo che nei Grandi Western della Longanesi, collana che proponeva classici ma anche romanzi più recenti con la loro buona dose di sesso e violenza, Mario monti che era il curatore pubblicò un suo romanzo “La fulminante comitiva a cavallo” che era un “western italiano” e non un western all’italiana. Una vicenda di briganti borbonici, che mi piacque ma mi fece capire che quel miracolo che aveva aiutato Leone a portare al cinema un genere americano, era quasi impossibile sulla pagina scritta. Non lo sapevo ma c’erano già autori e autrici italiani che pubblicavano western con pseudonimo. A Me, molti anni dopo riuscì di portare a termine questa operazione con lo spionaggio. Lo sapete il Professionista non è stato il mio primo romanzo di spionaggio pubblicato, ma forse la sua fortuna negli anni fu nell’intuizione di firmarlo come Stephen Gunn. E così, nel tempo la passione per il West non mi ha mai abbandonato. Sono diventato un collezionista di fumetti e romanzi, di film soprattutto, ho una vastissima biblioteca di testi storici e magnifici volumi dei grandi illustratori da Remington a Franck McCarthy. Così quasi per scommessa qualche anno fa ho cominciato a scrivere prima dei bravi racconti (Sukyaky Western Django, Gatta Danzante e il generale fantasma raccolti assieme al romanzo breve in Doppio spettacolo, Dbooks.it) poi un serial pubblicato in digitale da Delos Wild West che sta affrontando con successo la terza stagione. Poi è arrivato il volume della Sprea sulla storia del West e alla fine assieme a Michele Tetro la guida al cinema Western per Odoya, volume corposissimo e graficamente prezioso, che sta regalandoci grandi soddisfazioni. E altre novità ci saranno. Scrivere il West è, alla fine, la realizzazione di un sogno. Come per la spy story è necessario amare e conoscere il genere in ogni sua sfaccettatura. La storia e i costumi anche. Ma, soprattutto, rendersi conto che si crea un universo per intrattenere, facendo riferimento alla memoria collettiva del lettore che solo in alcuni casi si cura della minuzia. Il senso dell’epica è un pilastro fondamentale del racconto western. La storia, l’ambiente, armi e suppellettili servono per dare realismo, ma non scriviamo un romanzo storico. Il West, come diceva John Ford, lascia che la Leggenda superi la Storia. È il mondo che sognavamo da bambini e abbiamo coltivato in decine e decine di storie lette e viste. Non importa quanto realistiche.
È la visione che ci ha fatto viaggiare nei deserti, tra le foreste, in fumosi saloon e in verdi praterie. Liberi, lontani dal mondo vero ma, curiosamente consapevoli della nostra realtà, che raccontiamo “in costume”, ambientando storie in un passato favoloso per esprimere sentimenti di oggi, come ha scritto Ivo Milazzo, sceneggiatore di Ken Parker. Il west è davvero un’ultima frontiera, un posto dove uomini e donne sono quello che sono per come si comportano. Dove la giustizia si conquista e la sopravvivenza è garantita solo per chi la merita. È, permettermelo, una grandissima soddisfazione che si arricchisce sempre più con ogni nuova lettura, ogni vecchio film scoperto o magari rivisto per l’ennesima volta. Un piccolo mattone di una grande casa che, a torto, si voleva ormai decrepita e in abbandono. Il West forse non avrà più i fasti di un tempo ma l’epopea continua a vivere. Può far sognare e ha ancora moltissime storie da raccontare, con un occhio al passato e uno verso il futuro.

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SCRIVERE DA PROFESSIONISTI

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In attesa di partecipare al “panel” che si terrà durante la nona edizione di Grado Giallo – dedicata allo spionaggio – promosso da Segretissimo qualche osservazione sullo stato delle cose non guasta. Il Professionista, pur in una difficile situazione editoriale che si riallaccia non solo a quella economica ma all’ahimè indiscutibile realtà che in Italia poco si legge e poco si leggerà se andiamo avanti così, mantiene le sue posizioni. Non solo ho avuto un ottimo riscontro dei lettori sull’ultimo Oro di Skorpia in collana, ma l’iniziativa della miniserie Controbuio, iniziata proprio su Segretissimo 1631 prosegue su SAS con racconti autoconclusivi ma legati a formare un’unica storia, garantirà agli appassionati praticamente un altro romanzo nel corso dell’autunno mentre già si affacciano alle edicole il Profstory 14 e la nuova avventura rispettivamente a ottobre e novembre. Ma le sorprese non sono finite. Per chi segue anche altre mie produzioni entro la fine dell’anno il Giallo Mondadori ristamperà il mio primo romanzo Per il sangue versato e dovrebbe essere in programmazione anche un racconto di Bas Salieri. Non solo tra saggie racconti (anche in ebook) la mia avventura nel West sta procedendo con soddisfazioni insperate e mi sono deciso a riprendere a scrivere Dream Force, cosa che non facevo da un anno, confortato dalle vendite e stimolato dal Direttore. Sto scrivendo una storia lunga, quasi un romanzo che spero troverete gradita. A proposito. Nel Profstory 14 (di cui vi parlerò specificamente nell’abituale dietro le quinte) l’episodio inedito prevede l’incontro (avvenuto all’inizio degli anni 2000) tra Chance e Amanda Farris. Vedremo se il Prof riuscirà dove Rock e gli altri agenti della Hot Dreams finora hanno fallito.
Detto questo, qualche parola sul lavoro che non riguarda solo il Professionista (ehi, ma ci saranno anche altre sorprese che vi verranno svelate al momento opportuno), ma l’insieme della mia attività. Come dicevamo il momento non è dei più felici e, a volte, la tentazione di lasciarsi abbattere dalle avversità o dal senso di sfiducia c’è. Però io ritengo che essere narratori professionisti significhi anche superare questi momenti, trovare dei nuovi stimoli anche se non si è immediatamente gratificati dai risultati o dai guadagni. Se uno non ha questa capacità, ha sbagliato mestiere. Il narratore, di questi tempi, senza particolari spinte o appoggi, è un lavoro d’avventura. Letteralmente. E non intendo sparatorie e scazzottate. Ma quei piccoli problemi che vanno dal ritardo in un contratto o in un pagamento, al mancato invito a un festival cui ci si credeva legati da sempre o un banale guasto del computer. Tutto questo, anche il caso di amici e colleghi che nei momenti di difficoltà si fanno prendere un po’ dal malanimo se non dall’invidia e quasi fingono di non conoscerti (succede, succede…) fa parte della vita. Per riprendere una metafora che ho più volte citato. Non si pratica uno sport da combattimento senza prendere pugni. Bisogna, come ha scritto Sam Sheridan in un bellissimo saggio pubblicato qualche anno fa da Piemme.” Imparare a combattere feriti”. Intanto in questi giorni ho incassato la conferma dei Prof del prossimo anno e anche delle ristampe. Per me che sono notoriamente un pessimista8eh sì..) mi pare buono. Forse, dipende dal fatto che continuo a pensare a divertirmi con questo lavoro. Ora giusto per soddisfare la curiosità di quelli che me lo chiedono spesso, vorrei parlarvi delle differenze che contraddistinguono i vari racconti del Professionista. Romanzi, romanzi brevi, racconti, miniserie. Chi mi segue sa che mi piacerebbe scrivere storie anche molto lunghe8 per esempio nelal produzione Dbooks romanzi come La Tigre dagli occhi di Giada e le brigate del Tigre lo sono superando ampiamente le 300 pagine). Non sempre è possibile. Segretissimo ha una paginazione che non dovrebbe superare le 250 pagine anche se a volte si può tirare un po’ di più. A voltemi capita di avere vicende che richiedono uno svolgimento più lungo. Le divido allora in vari romanzi che trovano una loro conclusione ogni volta ma che lasciano dei fili in sospeso. È il caso delle avventure alle quali partecipa Skorpia, nell’isola di Garudan che, pur essendo autoconclusivi hanno un fil rouge che rimanda a prossime puntate da realizzarsi più avanti nel tempo. Nel caso degli inediti del Profstory, esigenze editoriali impongono che, per ristampare a un prezzo accettabile i romanzi originali, i romanzi nuovi che si inseriscono nella continuity dell’epoca dei primi romanzi non possano superare le 120 pagine. Ci sono stati casi come Anaconda in cui la vicenda era concepita dall’inizio per essere un romanzo breve. Tempi e avvenimenti son ostati calcolati appositamente per quel formato. Nel caso della lotta contro il colonnello Silva la storia era complessa e si articolava su tre episodi (Guerriglia a Capoverde, Operazione tempesta e caccia spietata. Un totale di 360 pagine. Il personaggio, del resto lo meritava. Ho così scandito la vicenda in tre episodi, ciascuno dei quali arrivava alla conclusione sua ma che, se volete potrete rileggere come un’unica avventura. Logicamente non è detto che queste storie si svolgano sempre una in fila all’altra, perciò ho concepito una linea narrativa che a volte le aggancia una dopo l’altra e, in altri casi, permette l’inserimento di romanzi della prima serie. Quando ho ideato il personaggio di Lucifer e l’intrigo seguito alla condanna del Prof e del suo amico, l’Ammiraglio Paals, invece ho pensato quasi a un romanzo unico. Per le suddette necessità, l’ho diviso in due racconti che hanno anche diverse ambientazioni (la varietà delle location, assieme al ritmo e alla fruibilità della narrazione sono tra gli elementi più importanti) che entrano sì in due volumi differenti ma conservano una continuità. In uno dei prossimi Profstory vedrete un racconto che solo oggi mi sento di scrivere con piena conoscenza della materia. Si tratta del coinvolgimento del Prof nella guerra seguita all’11 Settembre. Una missione a Bassora che anticipa l’invasione dell’Irak sulla quale nel romanzo ristampato nello stesso volume il Prof si dimostrerà piuttosto contrario. E scoprirete il perché. Allo stesso modo per Controbuio l’idea è stata proprio quella della miniserie, che ho ideato tenendo presente lo show tv Strike Back, composto da cinque episodi di cinquanta pagine che sono già un bel numero e permettono di articolare bene un racconto. Un po’ come è stato l’anno passato per la ‘novella’ sempre di 50 pagine ma autoconclusiva Doppio tiro a Samarcanda che era un’avventura studiata per essere sciolta da ogni continuity e autoconclusiva. Come faccio? Mi chiedono molti. Be’, c’è una forte componente di passione che mi spinge a elaborare, a fantasticare continuamente, in diversi formati per tener viva la serie. E, vi assicuro, che è uno stimolo che si ripercuote positivamente su tutto quello che faccio. Per stasera è tutto, ragazzi. Appuntamento in edicola!

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SEMPRE CON GRINTA, PAROLA DEL PROFESSIONISTA!

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Comincia una nuova annata e il Professionista assieme al suo autore torna con grinta e passione. Un anno di più, si potrebbe dire ma che conta l’età. L’entusiasmo, la passione, la varietà di interessi alleviano il trascorrere del tempo e le negatività che, inevitabilmente ci affliggono. Rispetto a un post simile dello scorso anno non si può dire che la situazione economica, soprattutto per quel che riguarda i libri sia molto migliorata. Sul fronte geopolitico poi…. Ma noi siamo ancora qui, con entusiasmo, con la voglia tutte le mattine di alzarsi e raccontare una nuova storia. Il Professionista dopo il ritorno di Skorpia si prepara a un autunno di fuoco con il Profstory 14 di cui parleremo al momento dell’uscita che rappresenta un numero ‘storico’ per motivi diversi, contenuti sia nella ristampa di Operazione Salamandra che nell’inedito Tramonto d’oppio in cui Chance incontrerà un personaggio femminile graditissimo a color che seguono le mie altre produzioni. Ma le soprese non finiscono più. Dopo aver esordito con Piaggia di Sangue nel numero 1631 di Segretissimo la Miniserie Controbuio prosegue con episodi autoconclusivi ma legati da un filo comune su SAS dal numero 19. Sono previsti altri quattro episodi di 50 pagine ciascuno che spero vi appassioneranno e magari convinceranno qualche ‘sassofilo’ a leggere anche il Prof. Ma… poi sono in previsione la terza stagione di Wild West, la presentazione del volume Guida Al Cinema Western che ho curato con Michele tetro, guida illustratissima al cinema che tutti amiamo e che ha già ricevuto lusinghieri riscontri. Poi oltre al rilancio delle Brigate del Tigre e di Doppio spettacolo ci aspetta una novità … spionistica… di cui ancora aspetto a parlarvi. Intanto i prossimi appuntamenti pubblici sono a Milano in Bionda il 18 settembre a Milano e a Grado Giallo il 2 ottobre per una tavola rotonda sulla spy story cui parteciperanno Franco Forte, Andrea Carlo Cappi e Sergio Altieri. Perciò, ragazze e ragazzi, diamoci dentro.

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la calda estate del Professionista

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Il numero 1631 di Segretissimo ha qualcosa di speciale. Non solo segna con una nuova avventura del Professionista che compie così 21 anni di successi con una formula che abbina il classico Spy Tradecraft (l’arte dello spionaggio fatta di pedinamenti, intrighi, agenti doppie e tripli che si affrontano con astuzia e crudeltà in un contesto dove nulla può essere dato per certo) all’azione, all’erotismo e all’esotismo. L’Oro di Skorpia è un episodio autoconclusivo ma che si colloca in quella serie di missioni che Chance affronta nell’isola immaginaria di Garudan, nella quale sono raccolte le ambientazioni esotico orientali che hanno contraddistinto la serie nella sua evoluzione più classica. Quella che strizza l’occhio non solo a Salgari, ma alle storie più esotiche di Sam Durell e Nick Carter, quella dove entra un pizzico della magia del cinema del Kung Fu degli anni ’70. Un omaggio, in chiave moderna e originale al Segretissimo delle origini, quello degli eroi. Dell’astuzia, ma anche dell’azione. Chi di voi ha letto (e sono molti) e apprezzato Chi è Skorpia? Ritroverà personaggi positivi e negativi come Gibson, Linda Hang, Ivan Thrang, Kono Kalawa e, soprattutto, Skorpia, la spietata assassina russa della quale è meglio non fidarsi mai, anche quando si presenta come un’alleata. E, questa volta, ci troveremo in una zona del Garudan che non conoscevamo. Un’enclave dominata dalla Yakuza giapponese, una città del gioco e del vizio dove è protetto un enorme drago d’oro forgiato con 500 kg d’oro che un clan Ninja ha ottenuto al termine di una missione, rievocata nei dettagli, in una Hanoi dei primi anni ’90. Sì, perché quell’oro apparteneva al vecchio KGB che, dopo la caduta del muro cercò di recuperarlo dal un nascondiglio segreto in Vietnam. Molti servizi segreti cercarono di impadronirsene ma l’intreccio divenne più complesso e mortale di quanto lo stesso Chance, allora ancora legionario, avesse immaginato. E ora quell’oro è riemerso, protetto dalla più spietata società segreta giapponese in cima a un casinò. Per ragioni che scoprirete leggendo Skorpia ritiene che sia suo di diritto insieme a una vendetta molto personale. E per portarla a termine stringe un patto con Chance e i suoi abituali alleati e realizzare un “caper” un colpo perfetto, dove tutto è calcolato e, ancora una volta, nessuno conosce sino alla fine ogni dettaglio dell’operazione. Ma non finisce qui. Proprio per dare più ‘succo’ alla vostra estate (mentre è ancora disponibile il PROFSTORY NUMERO13 con due romanzi completi FUOCO SULLA PELLE e RAID A PANAMA), inizia con il racconto lungo PIOGGIA DI FUOCO, la miniserie CONTROBUIO che proseguirà con quattro racconti autoconclusivi ma legati da un unico filo conduttore sulle pagine di SAS di questo autunno. L’idea non è solo quella di far conoscere il Prof ai lettori di SAS che ancora non lo seguono. Si tratta di provare anche una nuova formula narrativa, ispirata a celebri serie televisive come Strike Back, Homeland e, perché no?, 24H. in tutto saranno cinque episodi autoconclusivi che formano una miniserie della lunghezza di un romanzo. Qui cambiamo completamente prospettiva. Una stria di base legatissima all’attualità, alla lotta all’ISIS ma anche ai giochi classici dello spionaggio con doppi e tripli giochi. Si parte dal Medio Oriente: Beirut e l’Armenia, per un giro del mondo alla ricerca di un implacabile terrorista. Per fermare il suo piano Chance e la sua alleata del DGSE francese si sposteranno dalla Turchia al Sud Est asiatico, da Cuba sino a Cipro per finire ad Amburgo nella più classica delle ambientazioni europee. Azione e ritmo come al solito, ma anche molto spionaggio e attualità, in una formula che mi auguro divertirà il lettore fedele e avvicinerà al Prof chi ancora non lo conosce. Pronti per partire per questa nuova grande avventura? In edicola e in ebook, il Professionista continua ad accompagnarvi con l’entusiasmo di sempre.

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DOPPIO SPETTACOLO: RACCONTARE IL PULP

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Doppio spettacolo ha qualcosa di speciale. È, prima di ogni altra cosa, un atto d’amore. Per la Narrativa Popolare, scritta e filmata al tempo stesso. Un’immersione in un mondo di fantasie ed emozioni che, erroneamente, si vorrebbero legate a un altro tempo, ad altre formule commerciali. Roba da articoli per fanzine. Io, invece, che di quel ricchissimo serbatoio di avventure e intrecci ho fatto la mia base di partenza per poter scrivere (e con qualche buon riscontro, aggiungo presuntuosamente!), sono ancora convinto che non sia un mondo morto e sepolto dietro la polvere dei ricordi, ficcato in un angolo della memoria, pronto per essere recuperato in occasione di qualche ‘operazione nostalgia’. Questa, di certo, c’è, ed è una componente, come per tutte le passioni, che alimenta il sogno e la fantasia.Cambiano i tempi, le formule editoriali, le mode.
Una bella storia, avvincente, ritmata, comprensibile a tutti, però, resta sempre un piccolo tesoro da conservare con cura.Chi segue il mio lavoro, sui libri, negli articoli, nei saggi e nei corsi di scrittura, sa che ho sposato proprio questa Narrativa Popolare in tutti i suoi generi, passando spesso dall’uno all’altro, con la spavalda sicurezza di potercela fare.Sono sfide che un narratore deve accettare, anche se, al momento, il vento tira verso un’altra direzione.Così nasce l’idea di raccontare due storie di media lunghezza, quelle che si definirebbero ‘novelettes’, del genere che un tempo trovava posto nei cosiddetti pulp, termine che, grazie a un’indovinata intuizione cinematografica, è finito un po’(spesso a sproposito) sulle bocche di tutti.
Un libro d’ispirazione americana?Be’, certo, ammettiamo che gran parte delle nostre fantasie avventurose sono fortemente a stelle e strisce, ma sempre la creatività italiana è riuscita a dare un tocco personale, differente che, in alcuni casi illustri, è diventato famoso nel mondo.
In altri no, ma che importa? Dobbiamo essere fieri della nostra produzione, abbia guadagnato o meno premi internazionali. Da Salgari ai fumetti a larga diffusione, dai fotoromanzi, ai filoni ‘spaghetti’ ne abbiamo provate di tutte. Non solo io. Decine e decine di autori prima di me. Negli anni ’60 e anche dopo. Nei romanzetti firmati con gli pseudonimi, in tanti film coprodotti con Francia e Germania nei quali si andava dalle giungle, alle città spionistiche, dal western alle magioni gotiche.
Però è ineludibile un richiamo al cinema perché, forse non al principio (l’epoca d’oro dei pulp fu a inizio secolo) ma sicuramente dopo gli anni ’60, questo tipo di narrativa, veloce, capace di soddisfare il gusto del pubblico è sempre stata legatissima al cinema.A quello che si trovava anche in Italia ma che fu famoso (e in tantissimi film ‘seri’ viene citato) come quello della 42° Strada. Il cinema Grindhouse che Tarantino e Rodriguez hanno recuperato in maniera così efficace in un’opera che non è arrivata mai (se non in dvd) agli spettatori nella sua versione originale, con quel misto di cialtroneria ed entusiasmo che i signori del marketing non hanno capito e hanno dovuto spezzettare rendendola incomprensibile per il pubblico. Che invece, io credo, avrebbe compreso.
La tradizione del ‘doppio spettacolo’ è stata uno dei capisaldi del cinema indipendente. Pellicole che raramente superavano gli 80 minuti, realizzate al risparmio ma con abilità. Storie che ci piacere recuperare e abbinare a tante raccontate solo sulla carta. Da questo connubio nasce il libro che avete appena acquistato.
Immaginate di avere una serata libera, di quelle estive, quando la moglie è in vacanza e gli amici sono via. Quando fa caldo e le strade sono vuote. E lì, all’angolo di quella via, che magari non è a New York ma nella vostra città, vi si offre con un unico biglietto una sola emozione. Due storie che, per intenzione e combinazione, si sviluppano nel giro di un’ottantina di pagine, corrispondenti ai fatidici ottanta minuti di proiezione. Storie che ti prendono subito, perché tempo da sprecare non ce n’è.E voi, acquistato il biglietto, potete sedervi sulla poltrona con pop-corn e bibita e lasciarvi trasportare in mondi differenti.
Le due storie che ho scelto di raccontarvi appartengono a generi differenti, nei quali non mi ero mai cimentato. Questo non significa che non avessi desiderio di farlo. Erano lì in attesa di trovare l’occasione. Ed è arrivata con questo libro. Hanno entrambe un ritmo cinematografico e, spero, siano raccontate con quella visionarietà che ha sempre stimolato le mie produzioni. Di qui la scelta di numerare le scene facendone dei capitoli, come se fosse una sceneggiatura. Il testo, invece, è prosa, quella a cui vi ho abituato nelle mie altre produzioni. La prosa del Pulp. Essenziale ma non sciatta. Attenta alle descrizioni quando servono, con personaggi che si definiscono per ciò che fanno e dicono. Il resto sta allo spettatore, intuirlo e immaginarlo. Non vi capitava da ragazzi di rivivere con la fantasia film, fumetti e romanzi, cambiandoli, arricchendoli con qualcosa di vostro? A me sempre. Forse l’idea e lo stimolo per cominciare a scrivere, per me, sono nati così.Obscura Legio – bastardi di Roma, per la verità, ha già avuto una fortunata edizione in ebook per un editore che ormai è scomparso. Molti mi avevano chiesto di riprenderla in cartaceo. L’ho riletta cambiando quel poco che dovevo, ma è essenzialmente come l’avevo immaginata la prima volta. Un fantasy del genere Sword & Sorcery con un protagonista forte selvaggio, howardiano direi se non temessi di sollevare polemiche tra i cultori di un celeberrimo personaggio. Invece oso portarlo in un ambito più vicino a noi, mescolandolo con il sangue, il sesso e la sabbia di serie come Spartacus, ma calandolo in una realtà storica precisa, le guerre galliche. Ma, come in ogni vicenda di questo tipo, presto entrano in scena magie e sortilegi dei quali i libri di storia non parlano mai. Le superstizioni erano parte della vita delle popolazioni barbariche e di quelle cosiddette ‘civilizzate’. Quindi Jorgas il gladiatore cartaginese e la sua legione maledetta sin da principio affrontano duelli cruenti e fenomeni che vanno al di là della comprensione. Leggende e avventure, s’intrecciano a volte con crudezza ma sempre con l’entusiasmo di essere raccontate. Avrà un seguito? L’intenzione c’è, e dipenderà anche dal vostro entusiasmo e dalla risposta che darete alla mia sfida.
Agguato a Skeleton Pass, invece, è un’altra cosa. Prima di tutto è un western. Quella che un tempo veniva definita l’epopea di ‘cavalli e polvere’ è una delle mie primissime passioni avventurose. Negli anni ’60 la produzione destinata ai ragazzi era essenzialmente western, nei romanzi, nei film, nei fumetti. E credo che la grammatica narrativa con cui mi sono formato ne sia ampiamente stata influenzata. Anche se, con il passare del tempo, è venuto il western maggiorenne, quello del crepuscolo e anche quello della verità che, come disse John Ford in L’uomo che uccise Liberty Valance, cede sempre di fronte alla leggenda. Scrivere o raccontare il West oggi non è riprodurre un’epoca storica di cui ormai si sa quasi tutto. È affondare a piene mani nel Mito e riproporlo con gli occhi da bambini con cui l’abbiamo conosciuto. Ricordate quell’emblematica scena di Per qualche dollaro in più, con i ragazzini che osservano il confronto tra Eastwood e Van Cleef come fossero a uno spettacolo? Così è stato per me. Il mio western nasce da tutti quei film, dai fumetti, dai romanzi che si trovavano in edicola con la copertina verde e proponevano fotografie in quarta come a sottolineare il legame con il Grande Schermo.
È il mio West, quello del Sud-ovest, delle grandi distese desertiche al confine con il Messico, con la cavalleria e gli apaches. Come nel caso di Obscura Legio ho cercato di documentarmi, di essere fedele nei dettagli per dare verosimiglianza a una storia che, però, è frutto di fantasia, nasce da una visione. Dal progetto di un film che avrei voluto girare e non ho mai avuto né mezzi né opportunità di realizzare.
A dirla tutta anche scriverlo non è stato facile. Malgrado alcuni tentativi giovanili, non ho mai scritto veramente dei western a parte un paio di racconti che accentuavano più l’aspetto weird rispetto a questa storia. Che un po’ è nata per essere un western–horror ma, alla fine, è diventata un western militare con qualche sfumatura inquietante. Sono anni che ci provo. All’inizio dell’estate, magari in un periodo in cui non ho molto da fare, mi metto a scrivere. E poi lascio lì. Ed è sempre la stessa storia con qualche variante. Mi fermo perché mi chiedo se mai potrò pubblicarla, se c’è posto per un racconto western nel panorama editoriale italiano. E invece, con questo progetto, ce l’ho fatta. Sono arrivato alla fine della pista. Con grande soddisfazione, devo dire. Troverete il racconto, per alcuni versi, un po’ differente nel tono dal precedente. Questo perché i modelli sono romanzi e film degli anni Cinquanta nei quali l’idea del westerner era più cavalleresca che nelle storie più moderne. È anche questo un dettaglio di uno spettacolo variegato. Doppio come doppie, spero, saranno le emozioni e gli stimoli che vi trasmetterà. Unico denominatore, il divertimento.
Buona visione, o, forse, buona lettura.
Fate voi.
P.S. Il vero appassionato di cinema d’intrattenimento non lascia mai la sala se non quando le luci si riaccendono e le maschere provvedono a sgomberarla da cartacce e bottigliette lasciate tra i sedili. Sa che, spesso, dopo i titoli di coda qualche sorpresa c’è. Fatelo anche voi. Godetevi il Doppio Spettacolo e poi… be’, scopritelo da voi.

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IL PROFESSIONISTA SPTORY 13:ESTATE DI FUOCO

8 giugno2016 per il blog

Arriva in un giugno piovoso e quasi tropicale, il Profstory numero 13 che è sicuramente un traguardo per una collana nata in un momento non troppo favorevole all’editoria tutta. Ma queste sono riflessioni che abbiamo già fatto in altre occasioni. Parliamo dei Romanzi. Fuoco sulla pelle fu pubblicato all’inizio del 2001. Ero reduce da alcuni viaggi che mi avevano ispirato quanto un fatto di cronaca avvenuto durante quell’estate. Una di quelle vicende che colpiscono l’immaginazione di chi scrive spy story. Il sottomarino Kursk russo si era inabissato nel Mare di Barents, aprendo una serie di perplessità su eventuali fughe di materiale radioattivo e le consuete dispute sul recupero legate all’assoluto divieto dei russi di accettare ingerenze occidentali. Lo mescolai così con una vicenda che in parte riproponeva tematiche della Guerra Fredda, facendo ricorso a uno dei miei primi viaggi a Praga, fotografata d’inverno, a metà tra l’era nuova (dopotutto erano trascorsi dieci anni dalla caduta del Muro) e quella vecchia. La Città d’oro. Ma prima ci voleva un inizio spettacolare. Venezia, sempre d’inverno, con un ballo in maschera e il ritorno di un personaggio che avevamo visto in Leredità Cargese, quell’Elena Marconero che, trafficante d’armi, aveva la sua base a Cortina. Rileggendolo tutta la sequenza iniziale che finisce con un combattimento di MMA su una teleferica ancora mi piace, quanto le peripezie fuori e dentro i confini della Repubblica Ceca. Per la cronaca e quelli che amano riconoscerei personaggi nel cast delle mie storie, la micidiale sniper nemica era Carmen Electra, allora coniglietta di Playboy e protagonista di alcune piccole parti cinematografiche. Claudia Koll era Elena Marconero mentre Ekaterina riproduceva la figura di una signorina che lavorava in un club di Praga che conobbi ai tempi. Poi l’azione si spostava nell’India del Sud che avevo appena visitato, in particolare a Mumbay che allora chiamavano ancora Bombay con qualche riferimento al cinema di Bollywood così colorato e affascinante. A voi riconoscere il celebre attore inglese che presta il viso al personaggio del produttore… non è così difficile. L’inedito invece richiedeva una scossa per il pubblico. Da qui l’introduzione di un diabolico killer agli ordini dei Lupi Mannari con un piano complesso e micidiale. L’ammiraglio Paals ci lascia, come alcuni comprimari hanno già fatto, e Chance viene accusato nientemeno del suo omicidio. L’indagine ci porta nel nord Europa, da Amsterdam alla Normandia ma, infine si sposta a Panama, abbacinante nei suoi colori, in una giungla che ricorda quella di Fitzcarraldo e alcune figure che spero piaceranno al lettore. La vedova Villalobos è, senza troppo mascherarlo Monica Bellucci come la vediamo in Spectre e poi c’è il Santo che nulla ha a che fare con il personaggio di Roger Moore, ma richiama una leggenda della Lucha Libre mesoamericana, eroe di film e fumetti del gusto popolare di quelle regioni. Un ottimo avversario per il Professionista. Ma questo è solo un inizio di estate in cui ritroveremo il Prof in un romanzo inedito a luglio e in una miniserie a puntate(Lunghe) che ci accompagnerà per l’autunno.

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