Il blog cambia casa!

Un saluto a tutti coloro che mi hanno seguito in questi anni di permanenza sulla piattaforma Hotmag. Da gennaio 2014 il blog è ospitato su piattaforma wordpress all’indirizzo: https://scritturebarbariche.wordpress.com.

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Barbara

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Vampires vs Amazon: intervista a Lucio Parrillo

Vampires vs AmazonsLucio Parrillo dipinge come facevano i pittori di un tempo, si sporca le mani con i colori a olio e vive la creazione come fosse un atto sacro per il quale studia da tutta la vita, dal momento in cui è riuscito a impugnare la matita e ha iniziato a disegnare.
Conosciuto in Italia e all’estero, dapprima come copertinista per la Marvel e Vampirella, ora sta lavorando per imporsi come artista completo e il suo percorso artistico non è stato facile. Dagli esordi a oggi, dalle visioni che lo tormentano, sfociando in creazioni di prepotente bellezza, alle sue idee anticonformiste sui media, fino alla sua provocazione nei confronti della pittura digitale: oggi ho il piacere di proporvi un’intervista che di certo non può lasciare indifferenti. Ecco a voi, Lucio Parrillo.

Ciao Lucio e bentornato su Scritture barbariche. Oggi parliamo della tua ultima opera Vampires vs Amazon. Com’è nata l’idea del volume?
Ciao Barbara, l’idea di questo artbook è nata chiacchierando con Fulvio Gatti della Pavesio. Con loro avevo già realizzato un primo artbook qualche anno fa, che andò alla grande. L’edizione andò subito esaurita durante il Lucca comics in cui fu presentato. Subito dopo uscì la ristampa e ancora adesso ha un discreto successo. A quei tempi, si parlava già di fare un secondo artbook. Quest’ultimo racchiude tutte le migliori cover e illustrazioni edite e inedite degli ultimi tre anni. Si tratta dei lavori di un periodo più “maturo” e devo dire che ne vado abbastanza fiero. In questi ultimi anni ho studiato molto per migliorarmi tecnicamente. Penso che osservando le tavole si possa vedere il cambiamento graduale che mi ha portato verso una nuova ricerca  stilistica e tecnica. Sto un po’ abbandonando lo stile “comics” che mi ha marchiato per tutti questi anni per avvicinarmi di più a quella che era la pittura di un tempo, di cui sono un grande estimatore. Il tutto mescolato alle tecniche moderne e a ciò offre la nostra epoca.

Red Sonja 79 sketch color stripesVuoi spiegarci meglio il tuo cambiamento stilistico?
Sono un grande appassionato e studioso dell’ arte del passato da Michelangelo, Caravaggio ai pittori dell’ 800, fino ai grandi contemporanei. Avrei sempre voluto dedicare più tempo ai mie lavori, ma in passato, i tempi stretti delle case editrici mi hanno costretto a produrre materiale velocemente, senza il tempo di studiare per bene le composizioni, le luci e le ombre. Sono stato costretto a entrare in quel sistema infernale che al giorno d’oggi ci fa correre come “criceti” su una ruota, dentro la nostra piccola gabbietta, dimenticandoci che siamo nati per essere liberi di vivere ed esprimere le nostre emozioni, liberi di goderci questa vita con cose semplici ma che ci diano energie positive per andare avanti giorno dopo giorno, con serenità. Questa società, comandata da pochi ricchi milionari che tengono le redini del sistema bancario, ci ha ormai schiavizzati e senza rendercene conto ci troviamo a correre come criceti impazziti su questa ruota per anni, e quando ci fermiamo per voltarci indietro, ci rendiamo conto che non siamo andati da nessuna parte, ma soprattutto che siamo chiusi in gabbia. Negli scorsi anni, ho sempre lavorato di getto, senza potermi fermare a riflettere a causa di tempi di lavorazione e consegna troppo serrati. Penso che tutto questo mi abbia penalizzato. Riguardo i miei lavori passati sono assolutamente scontento. Ho quindi deciso di riprendermi i tempi e gli spazi necessari per studiare, ricercare e concentrarmi di più sulla progettazione delle tavole oltre che sulla ricerca di pose, luci, ombre, magari utilizzando tecniche lente ma più d’impatto e resistenti nei secoli, come i colori a olio.

Fauno da AuroraCosa ne pensi delle tecniche digitali?
Internet sta accorciando le distanze con il resto del mondo. Ogni giorno, da ogni parte del globo, escono artisti bravissimi  e tanti altri artisti che sembrano bravissimi, ma in realtà sono soltanto “fotografi bravi a ritoccare le foto” e a volte nemmeno quello, nel senso che le foto non le fanno loro ma le trovano online… e si fanno chiamare “illustratori”.
Dai blog ai social network proliferano come funghi e devo ammettere che questa cosa mi ha fatto venire un po’ a noia l’illustrazione digitale e certi comics.
Parlo di questo, con il massimo rispetto per i professionisti che creano prodotti notevoli per cinema e video games, come i Matte Painting per il Cinema, dove e’ necessario usare foto di sfondi e ritoccarle cambiando scenari e facendoli diventare fantastici utilizzando photoshop o vari programmi 3D. Ma ultimamente c’è troppa gente che si propone alle case editrici come “illustratore” o “fumettista” utilizzando fotoritocco digitale. Per quanto mi sforzi di accettare questa cosa, nel rispetto di ogni artista che è libero di esprimersi come gli pare, devo dire che è deludente vedere come artdirector di grosse case editrici non riescano a riconoscere la bravura di un professionista del settore, rispetto a una foto ritoccata a pc da un ragazzetto appena uscito da scuola.
Ho deciso quindi di tornare alla mia vera passione che e’ la pittura tradizionale, quelle tecniche che ho imparato a 20 anni: acrilico su tela, matite e olio. Ho riscoperto la bellezza di un disegno a matita su carta, il piacere di avere un dipinto originale incorniciato al muro, fare un mostra di dipinti a olio reali, dove puoi vedere le pennellate, i tratti della matita, le croste del colore e la grana della tela. Mi sono stancato di vedere stampe di foto ritoccate in photoshop, collage di oggetti e paesaggi messi insieme con programmi di foto-ritocco esposte in mostre importanti di artisti stranieri pagati per venire in Italia a mostrare delle stampe! Abbiamo maestri dell’arte italiana che fanno tremare le gambe a tutto il mondo e quasi sono stati dimenticati. Maestri come E.Serpieri, T.Liberatore, Manara, Sicomoro, R. Mannelli, R.Casaro. Si tratta di artisti che negli anni passati, dagli anni 70 circa a oggi, armati di matita e pennelli, hanno rappresentato l’arte italiana nel mondo e che oggi vengono quasi dimenticati e messi da parte dagli editori e dalle gallerie per via di giovanissimi “fotografi che ritoccano due foto a computer e fanno gli illustratori”. Ragazzi, massimo rispetto per i maestri che ci hanno insegnato le tecniche e riempito la mente e gli occhi di opere d’arte quando eravamo dei pischelli. Sarebbe ora di aprire le gallerie e i musei all’arte moderna, quella vera, fatta da artisti che studiano tutta una vita per migliorarsi e diventare sempre più bravi, gli eredi della tradizione pittorica del passato italiano, quelli che davvero meritano di riappropriarsi dei loro spazi!

Warlord-of-mars-35-copia-3E i grandi artisti del presente?
Anche oggi ci sono grandi artisti, capaci di creare mondi straordinari e figure fantastiche con le tecniche che i maestri del 600 ci hanno tramandato. Credo che meriterebbero più spazio nelle gallerie d’arte, nei musei, alle mostre e nelle conventions importanti d’Italia.
Ci sono anche bravissimi artisti e colleghi, che fanno capolavori al computer. Magari, per ragioni di tempo, usano il digitale anziché i pennelli, ma sono artisti che vengono da un background tradizionale, capaci di fare capolavori con ogni mezzo, dalla matita ai pennelli e quindi anche col digitale. Io stesso, per ragioni di tempo, spesso rifinisco i miei lavori a computer costretto dalle tempistiche assurde delle aziende che credono di avere a che fare con un “plotter” e non con un essere umano di carne e ossa.
Credo che se venisse un black out mondiale, e si fottessero i computer per dieci anni in tutto il mondo, rimarremmo forse una manciata di Artisti capaci di disegnare e dipingere senza i mezzi tecnologici.

D-Belzeba-color-copia-TExtureVampire, donne guerriere ma anche mostri e creature che sembrano partorite da sogni neri. Quali sono state le tue fonti di ispirazione?
Le fonti di ispirazione artistiche rimangono i pittori del passato, da Caravaggio con i suoi soggetti aggressivi, reali, sporchi e violenti a Ribera e Hayez. E ancora, alcuni pittori dell’ 800 come Solomon, Ciseri, Ussi, fino agli artisti contemporanei come il mitico Frank Frazetta, Boris Vallejo. Sicuramente, tutto ciò è mescolato ad esperienze di vita vissuta, traumi infantili, incubi, esperienze che mi hanno segnato psicologicamente e che sono nascoste nel mio subconscio, in agguato. La notte saltano fuori strillando e graffiando il mio cervello fino a farmi svegliare in piena notte costringendomi ad alzarmi dal letto per disegnare bozzetti con idee malate e folli, come battaglie tra demoni ed angeli, alieni, crocifissi sanguinanti, madonne incinta, demoni col petto squarciato, angeli neri, e creature malvagie che si scontrano con creature di luce.

Jacula-text_lucio-parrilloCarne e sangue, luci e ombre, sensualità e orrore. Anche questa volta traspare un immaginario moderno ma al tempo stesso un profondo legame con la tradizione e l’arte della pittura. Come riesci a far coesistere questi due immaginari creando un universo personale così armonico?
In realtà non è molto armonico per me. Diciamo che è un vero caos. Ho il cervello come un vulcano in eruzione, ma per ragioni lavorative devo contenere l’esplosione e cercare di accontentare gli editor piuttosto che dare sfogo alla mia rabbia, alle mie follie creative ai miei mostri immaginari che spingono per uscire dalla mia testa. Sto cercando di ritagliarmi degli spazi al di là del lavoro editoriale per fare mostre dei miei dipinti a olio. Mi ha davvero stancato essere considerato “quello che lavora per la Marvel”. Sono un artista a 360 gradi, non sono un fumettaro, non sono soltanto quello che ha fatto Hulk. Sono un artista che dipinge, disegna, fa illustrazioni, fa quadri a olio, fa fumetti se ne ha voglia, fa copertine, fa sculture, fa graffiti sui muri delle città e sotto i cavalcavia. Sono un artista che dipinge per le gallerie d’arte con un proprio stile e una propria personalità. Purtroppo, mi capita troppo spesso di vedere che la gente non segue un artista per le sue vere capacità tecniche o per la sua bravura, ma soltanto per quello che fa. Fai batman? Sei un grande! Hai fatto Spiderman? Sei un Dio. Fai una gnocca col culo sodo? Sei un Maestro! Spesso vedo artisti che si credono di essere degli dei in terra solo perché hanno i fans alle fiere che li seguono e li osannano, ma non hanno capito che se invece di “batman” o “spiderman” avessero fatto dei quadri di paesaggi, con la stessa tecnica e la stessa bravura, non se li cagherebbe nessuno. Quegli stessi fans o collezionisti non spenderebbero un centesimo per un paesaggio, forse qualche turista per strada!
Quando sarò morto, non voglio essere ricordato per quello che faceva i fumetti di Hulk, ma per le mie capacità tecniche di artista che si è fatto un culo per tutta la vita, studiando ogni giorno da quando ero ragazzino fino alla fine, giorno e notte, senza sosta, per migliorarmi e superare me stesso tecnicamente.

Fauno pensanteParli spesso di libertà individuale. Cosa nei pensi dei media, della televisione in particolare?
Mi rifiuto di guardare la tv, sono circa sei anni che l’ho buttata nella spazzatura, mi sono voluto disintossicare. Penso che al giorno d’oggi siamo bombardati da messaggi da parte dei media, specie dalla tv, molto negativi che ci portano senza accorgerci a influenzarci l’un l’altro con energie negative. Oltretutto il nostro mondo è pieno di cose bellissime di cui parlare, su cui fare “talk show”, ci sono tanti argomenti meravigliosi di cui la tv si potrebbe interessare, ma le uniche cose che riempiono questi canali sono programmi idioti che tendono a spegnere il cervello. Mi chiedo se è la tv che ha rovinato le persone, o se sono le persone ad aver rovinato la tv. Vedo idioti che credono di essere cantanti e ballerini/e o attori, che influenzati dalla tv crescono con la massima aspirazione di diventare come uno di “Amici” di Maria De Filippi.Vedo brave ragazze trasformate in automi programmati per spegnere il cervello, che anziché pensare a costruirsi un futuro e progettare seriamente la propria vita, si comportano a 35 anni ancora come ragazzine idiote. Le uniche loro aspettative sono di diventare “star” della tv o del cinema o del teatro. E siccome non ci riescono perché non sono delle “Etoile” della danza, come solo pochi al mondo, ripiegano sul fare le “fotomodelle della domenica” mostrando tette e culi su fb, distruggendo la propria vita privata e sentimentale per degli applausi su un palcoscenico di provincia, da un pubblico di sconosciuti che non capiscono un cazzo di danza, ma battono le mani alle tue chiappe al vento, che ti “osannano” per una sera e che dopo pochi mesi nemmeno si ricorderanno il tuo nome. Queste stesse donne vogliono essere mamme per l’istinto di maternità, ma allo stesso tempo vorrebbero essere star del cinema o della tv. E un giorno parlano di figli e il giorno dopo le trovi nei locali a ubriacarsi con qualche attore semi-famoso per avere una parte in uno spettacolo. E credono che questa sia arte. L’ arte è ben altro, ma ormai non ne parla più nessuno. La gente non distingue Caravaggio da Picasso, Mozart da Fabri Fibra. Pensano che Dio sia come un politico che chiede voti (preghiere) e più voti gli mandi e più ti fa la grazia. E se lo fai tramite la Madonna allora ottieni una grazia più grande perché dicendo cinquanta rosari ti raccomanda Lei in persona con suo figlio. Lei è la madre di Dio, Dio è nostro padre, quindi Lei… è tua nonna!? Ricapitolando: io devo andare a pregare in ginocchio mia nonna per chiedere un favore a mio padre che è troppo impegnato a farsi i cavoli suoi da non vedere un figlio che sta morendo!? Ma che religione è? Un dio che fa il tifo per i cattolici, o per i musulmani e ti istiga a massacrare chi non la pensa come te, o a discriminare chi non è etero come te, però Lui ci ama tutti!
Red Sonja 78 colorSarebbe bello se TUTTI NOI alzassimo il culo dalla quella cazzo di poltrona davanti alla tv e andassimo ad aiutare chi sta male e chi non ha nemmeno di che mangiare, sia in casa nostra che negli altri paesi, anziché dire cinquanta rosari a casa sperando che ci vada il Padreterno. Mi guardo intorno, e spero ci sia un altro universo, un altro pianeta, che Dio sia diverso da come ce lo hanno descritto gli uomini per i secoli. Quando non sarò più su questo pianeta, e spero presto, mi auguro di incontrare il vero Architetto/Artista dell’universo e che mi abbia riservato un pianeta dove possa stare tranquillo a dipingere e fare Surf senza che nessuno rompa i coglioni.

Quando disegni, ascolti musica? Vuoi suggerire ai lettori tre brani da ascoltare mentre sfogliano Vampires vs Amazon?
Quando disegno e dipingo ascolto sempre musica. A seconda delle giornate e dai soggetti cambio genere. Passo dai Metallica, Pantera, Amon Amarth, fino ai Red Hot chili peppers, POD, Sex Pistols, Ramones.

LUCIO_PARRILLO_programma-mostraSo che si sta preparando un grande evento in un luogo dall’atmosfera magica a Firenze. Chi ti segue avrà la possibilità di ammirare le tue opere dal vivo. Vuoi parlarcene?
Certo. Si tratta di una mostra personale in una cornice fantastica: la storica Biblioteca Marucelliana di Firenze in via Cavour 43. La mostra inaugura il 15 dicembre e durerà fino a metà gennaio. Saranno esposte molte mie opere dipinte quasi tutte a olio, e vari bozzetti degli ultimi lavori di questi ultimi 2 anni, tra cui molte tavole originali mai esposte prima di “Aurora Sleeping Beauty” il nuovo libro della Pavesio, che tu conosci bene mi pare 😉
Avremo grandi ospiti per il vernissage, tra cui i cari amici e colleghi Paolo Barbieri e Simone Bianchi, il vice direttore di Lucca comics & games Emanele Vietina, il direttore della Scuola Internazionale di comics e disegnatore della Bonelli Marco Bianchini e vari personaggi illustri che saranno presenti alla conferenza e alla presentazione. Ma sopratutto un’ospite d’eccezione, non solo brava ma anche bella e misteriosa: la scrittrice Barbara Baraldi. La conosci? 😉

LUCIO_PARRILLO_locandina-1-aNella vita di ogni artista ci sono vari momenti importanti. Puoi narrarcene uno in particolare che ha segnato la tua carriera?
Proprio questo mese, un mio dipinto, realizzato un po’ di anni fa per D&D, è stato inserito negli archivi storici della Bibliotecha Marucelliana di Firenze. Rimarrà all’interno del museo in compagnia delle opere di artisti famosi del passato. La Marucelliana conserva infatti opere di Artisti e scrittori di ogni epoca dal 1600 in poi, tra cui il famoso disegno per il crocifisso di Raffaello, il ritratto di Caravaggio che tutti conosciamo, opere di Dürer, Marcantonio Raimondi, Stefano Della Bella e tanti altri.
Sono davvero felice e onorato di avere una mia opera all’interno del museo insieme ad alcuni tra i più grandi artisti del passato. Voglio cogliere l’occasione per ringraziare pubblicamente il direttore della Biblioteca Marucelliana Monica Mariangeli, il dirigente della biblioteca Medicea Laurenziana Dott.Vera Valetutto, il funzionario amministrativo Dott.ssa Donatella de Vincentiis e il funzionario amministrativo Dott.ssa Katia Bach per avermi offerto questa opportunità.

E ora, sei pronto a svelarci i tuoi progetti futuri?
Mmh, non ancora. Ma lo faro’ presto. Hai mai giocato a Risiko? Io sì. Per chi conosce il gioco, diciamo che sto aspettando di avere la giusta carta per fare la “combinazione”. Ho già i carri armati puntati e manca poco per conquistare i miei territori. Una volta conquistato il mio obiettivo, posso anche uscire dal gioco per sempre come un vincitore che ha lasciato un segno indelebile nella storia, insieme ai grandi giocatori del passato.

Lucio ParrilloQual’è il tuo motto nella vita?
Questa estate, mi trovavo all’estero, sull’oceano, solo. Ho trascorso un po’ di mesi di riflessione completamente isolato, per ritrovare me stesso, uscire dalla gabbia di questo sistema, capire delle cose. Non ho fatto altro che dipingere, concentrandomi sul lavoro dalla mattina alla sera. Unico svago era il surf, al tramonto, quando finivo di lavorare.
Il tutto sempre solo, solo a dipingere, solo nell’oceano tra le onde, solo con me stesso proprio come un eremita. Un giorno, dovevo comprare una tavola da Surf nuova, avendo spaccato la mia sulle rocce. Ne trovai una in un mercatino dell’usato e dopo averla comprata mi resi conto di una scritta a penna sulla pancia della tavola: “For whatever we lose (like a you or a me), it’s always ourself we find in the sea.” ― E.E. Cummings
Questa frase era proprio la mia!

Vi ricordo che insieme a Lucio Parrillo stiamo lavorando a un progetto che coinvolge la rivisitazione di una famosa fiaba in chiave gotica-fantasy: Aurora sleeping beauty, che uscirà con Pavesio nel primo trimestre del 2014. Ne avevo parlato qui: http://www.barbarabaraldi.it/the-making-of-aurora-sleeping-beauty.html

La quarta di copertina: «Aurora – Sleeping Beauty racconta, tramite le parole incantatrici di Barbara Baraldi e le stupende illustrazioni di Lucio Parrillo, la storia di una principessa guerriera che non è disposta a rinunciare ai suoi sogni, che combatte contro creature spaventose per riavere il suo amore, degli occhi di un indovino che si nutre delle anime dei viandanti, di porte oltre le quali si nascondono verità scomode, di castelli in grado di spostarsi come le dune del deserto sotto i venti dell’Est, di regni dimenticati popolati di antiche divinità.»

Intanto, è già uscito per Pavesio Il “Making of: Aurora sleeping beauty“, che svela i segreti e mostra il dietro alle quinte e gli step di lavorazione della stessa opera, con illustrazioni originali, bozzetti e stralci del soggetto. Ecco qui la scheda dell’opera sul sito Pavesio.

Avevo già chiacchierato con Lucio Parrillo qui.

Il sito ufficiale di Lucio Parrillo è: www.lucioparrillo.com

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La vita è un campo di battaglia: intervista a Licia Troisi

Licia TroisiChi è Licia Troisi? Chi si nasconde dietro il personaggio pubblico? 
Scrittrice che ha fatto parlare tanto la rete perché si odia o si ama, mamma e astrofisica. Oggi, su Scritture barbariche incontriamo proprio lei, la creatrice del Mondo emerso, autrice da milioni di copie ed esponente di spicco del fantasy italiano: Licia Troisi.

Benvenuta su Scritture barbariche, Licia. Dal tuo esordio nel 2004 a oggi, com’è cambiata Licia Troisi personalmente e professionalmente?
Non so se sono cambiata io, ma di certo è cambiata la mia vita; quando uscì Nihal della Terra del Vento ero una studentessa universitaria che stava lavorando alla tesi e che viveva ancora coi genitori. Oggi sono sposata, ho una figlia e ho il dottorato di ricerca. Su tante cose però credo di essere rimasta più o meno la stessa: continuo a entusiasmarmi facilmente, a vivere con grande intensità le varie esperienze che mi capitano e ad appassionarmi profondamente a tutto quanto è cultura pop.

4566_1081801961985_2564434_nE come pensi si sia evoluto il panorama del fantasy in Italia e all’estero?
Rispetto ai miei esordi, è in parte uscito dal ghetto: oggi quasi in tutte le librerie ci sono sezioni fantasy ben fornite, e molti libri del genere a volte vengono messi direttamente nello scaffale novità. C’è stata una proliferazioni positiva di autori italiani, e questo ha portato ad una grande diversificazione circa il modo in cui il genere viene declinato. Ormai ho smesso di contare il numero di sottogeneri in cui il contenitore fantasy è diviso. Il cammino di affrancamento, comunque, è ancora lungo: presso il grosso pubblico, il fantasy viene ancora percepito come qualcosa “da bambini” o comunque poco serio e con scarsissima dignità.

Appassionata di manga, ma anche studiosa delle costellazioni. Quali sono le tue fonti di ispirazione per creare gli universi fantasy dei tuoi romanzi?
Qualsiasi cosa nella mia vita mi colpisca: può trattarsi di un libro, una canzone, un panorama, un film, un fumetto o un’esperienza di vita. Se ha toccato in me corde profonde, finisce in quel che scrivo. Per altro, quando inizio a scrivere un libro non ho mai completamente chiare tutte le tematiche che sto affrontando e il perché stia trattando di quelle e non di altro: sento solo che quella è la storia che in quel momento ho voglia di raccontare. Quando poi il libro è finito, tutto torna, e riesco a ritrovare tutte le ossessioni che avevo in testa mentre scrivevo e che, per così dire, lavoravano sotto traccia nella mia testa.

i-regni-di-nashira-3-il-sacrificio-troisi-mondadori-280x428Il 29 ottobre è uscito l’ultimo volume della trilogia I regni di Nashira. Come ti senti quando scrivi la parola fine a una saga che ti ha accompagnata e impegnata per anni? Prevale la malinconia o la felicità?
In verità la saga non è ancora finita: Nashira conterà in tutto quattro libri. Comunque, Nashira 3 è stato un po’ il punto fermo nello sviluppo della storia. Dopo un primo libro più che altro di presentazione del mondo e dei personaggi, il secondo tomo e soprattutto questo terzo entrano davvero nel vivo. Ho sentito molto questa storia, l’ho vissuta con estrema passione, come non mi succedeva da quando presi per la prima volta in mano la penna e iniziai a prendere appunti per le Cronache. Arrivata alla conclusione, in realtà avevo voglia di andare avanti, e continuare a scrivere anche il quarto libro. Non l’ho fatto perché so che certe idee vanno fatte decantare perché diano il meglio di sé, e quindi mi sono frenata e dedicata ad un altro progetto, per il bene della saga, soprattutto.

Amata e venerata dai lettori, ma anche criticata violentemente dagli oppositori. Come riesci ad affrontare tutto questo? Leggi le critiche o preferisci ignorarle?
Quando ero giovane e inesperta leggevo tutto e ci rimanevo malissimo, anche perché i pareri positivi mi fanno stare bene per un’ora, sui pareri negativi rimugino all’infinito. Poi, un po’ ho smesso, un po’ ho capito che la rete è un mare magnum in cui si trova davvero di tutto, che andar dietro a ogni parere come fosse oro colato non ha senso e che la cosa più importante, nella scrittura, è lavorare su se stessi, sullo stile, sulle trame, con l’aiuto del proprio editor. Questo non significa che non vada più a leggermi le recensioni in giro: lo faccio, ma le prendo per quel che sono, pareri di lettori dai quali poi è pressoché impossibile tirare fuori un'”opinione media”, o qualcosa del genere.

603990_3929728438367_1394641408_nLe tue copertine sono tutte firmate dall’artista Paolo Barbieri che ha anche dato vita all’immaginario fantasy del Mondo Emerso da te creato con una serie di libri illustrati. Com’è nata questa collaborazione? Che emozione provi vedendo dare un volto ai tuoi personaggi? Sono proprio come li avevi immaginati?
L’incontro con Paolo è stato favorito dalla Mondadori, che lo scelse come illustratore per la copertina di Nihal della Terra del Vento. Fisicamente non ci siamo conosciuti prima dell’anno successivo, alla Fiera di Bologna, per l’uscita del Talismano del Potere. Ho capito fin da subito che c’era un qualche legame, una specie di affinità di fondo, tra quel che scrivevo e quel che disegnava lui; l’ho capito già vedendo la prima versione di Nihal, un’illustrazione un po’ rara da trovare, in cui la protagnista è senza elmo. Probabilmente questo è dovuto al fatto che abbiamo avuto una formazione simile e adesso ci piacciono un po’ le stesse cose. Comunque, non è tanto che Paolo disegna i personaggi come li ho in mente io: è che, pur essendo inequivocabilmente la sua versione dei miei personaggi, dentro hanno comunque qualcosa che mi appartiene. È un mezzo miracolo, che credo sia alla base del successo che le copertine e le illustrazioni hanno sempre avuto presso il pubblico.

Mondo emersoVuoi regalare ai tuoi lettori tre canzoni come colonna sonora che accompagni la lettura del tuo ultimo romanzo Il Sacrificio?
Non saprei, non c’ho mai pensato…ma un po’ di tempo fa ne ho riletto alcune parti, tra cui quelle che ritengo più intense, sentendo la colonna sonora di un anime che ho molto amato, e devo dire che mi ha fatto un effetto piuttosto forte, quindi forse quella è la colonna sonora giusta: si tratta della soundtrack di Kenshin Samurai Vagabondo: Memorie dal Passato, una serie di quattro OAV tratti dal manga omonimo. Tra l’altro li consiglio, sono veramente meravigliosi.

E per finire, qual’è il tuo motto nella vita?
Una frase tratta dal mio manga preferito, Berserk: nella vita, ovunque si vada, ciò che ci attende è sempre un campo di battaglia. Le mie protagoniste sono guerriere perché la vita è una continua lotta, principalmente contro se stessi. È faticoso, ma l’esperienza mi dice che ne vale sempre la pena.

Per saperne di più il sito di Licia Troisi è: http://www.liciatroisi.it/
Le illustrazioni che corredano l’articolo sono di Paolo Barbieri.

 

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Ferite

Per non dimenticareCome saprete, non ho l’abitudine di seguire tv e telegiornali. Non mi piace il modo che hanno di riportare le notizie e il loro attaccamento alle sottane dei partiti, ma questo non vuol dire che non mi tenga informata. E dalla distanza, dalla mia Emilia ancora profondamente ferita dal terremoto, una terra che quasi non riconosco più, sono vicina alle vittime delle inondazioni che hanno colpito la Sardegna. Ho il cuore infranto nell’assistere alla ripetizione di tragedie che si potevano evitare in Italia, andiamo avanti così da decine di anni, senza che le amministrazioni abbiano le risorse, ma nemmeno la volontà, di attuare una politica di prevenzione. Lo dico con cognizione di causa, perché anche da noi, se fosse stato riconosciuto lo stato di sismicità con le dovute tempistiche (si parla di dati noti da almeno trent’anni) avremmo avuto capannoni e case a prova di sisma, avremmo avuto meno vittime e meno tristezza. Lo dico perché anche qui da noi le alluvioni sono causate dal territorio troppo sfruttato, lottizzato, disboscato, cementificato anche inutilmente, magari solo per tirare su due soldi alla vecchia maniera. Sono infinitamente triste per quello che sta succedendo in Sardegna, sono infinitamente stufa di dove vivere in questo stato di continua emergenza, continua campagna elettorale, continuo scarico di responsabilità. Il territorio è un bene di tutti: difendiamo il nostro territorio, difendiamo i nostri alberi, lottiamo per infrastrutture migliori, teniamoci stretta la nostra indignazione per quando tutto questo non sarà più sulle prime pagine dei giornali, perché sarà quello il momento in cui fare davvero qualcosa. Magari non da eroi, ma come individui responsabili.

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Le terre magiche di Midendhil: intervista a Davide Simon Mazzoli

MidendhilI bambini oggi sono sempre più esigenti. Non è facile colpire la loro immaginazione e provocare in loro il senso di meraviglia, quello più puro. Penso che lo scopo del progetto Midendhil, di Davide Simon Mazzoli, sia proprio questo: creare meraviglia, stupore. Ho parlato di progetto e non di romanzo, con cognizione di causa. La missione dell’ultimo custode è il primo capitolo della saga Le terre magiche di Midendhil (Sperling & Kupfer). Si tratta di un ciclo di romanzi fantasy che sarà alla base di un grande parco di divertimenti a Orlando in Florida ma anche, in futuro, di una serie di parchi a tema in Italia. Non basta, perché il progetto si svilupperà in modo multimediale con la creazione di un’app e di un format tv.

L’immaginario fantasy di Midendhil comprende fate e gnomi ma anche zombie, sirene e mostri degni del miglior videogame. Le classiche tematiche adolescenziali, come l’accettazione del sé e l’amore non corrisposto, si uniscono a una grande avventura in un luogo dominato dalla magia. E il fantastico è percorso da uno spiritualismo di fondo, in cui Midendhil diventa il cuore pulsante della terra e il posto da dove nascono le leggende.

davide simon mazzoliMa ora lasciamo la parola all’autore. Ciao Davide e benvenuto su Scritture Barbariche. Com’è stato il salto da un thriller oscuro come Lo specchio del male al romanzo per ragazzi? Con quale dei due generi ti sei trovato più a tuo agio?
Diciamo che scrivere Midendhil è stato un ritorno alle origini: anche se come autore e lettore amo inventare e leggere storie cupe e oscure come Lo specchio del male, non posso fingere che la mia natura creativa non derivi dal mondo della fantasia più pura, dai fantasy e dalle storie di magia. Sono una persona dai gusti piuttosto gotici, neri al punto giusto, ma sono cresciuto con un padre che ama Topolino e che mi ha dato un fratello goffo di nome Drago Prezzemolo. Mi diverte pensare che se ci fosse una linea di confine che delimita la letteratura dark da quella più “luminosa”, io sarei quello scarabocchio confuso che saltella da una parte all’altra, mischiando un po’ tutti i colori.

Quali sono stati i riferimenti letterari e cinematografici che ti hanno ispirato nella costruzione del mondo fantasy di Midendhil?
Amo le opere di Tolkien, Lewis, Feist, Gaiman e Rowling: ognuno, a suo modo, ha saputo ispirarmi e indicarmi la via anche nei momenti in cui non la trovavo. Sì, perché la parte più difficile della stesura di un fantasy non è tanto inventare il mondo in cui è ambientato, ma riuscire a rispettarne le regole che tu stesso gli hai dato. Meravigliosamente assurdo, vero? Midendhil è così: io l’ho creato, ma lui ora funziona da solo e io ormai non faccio altro che raccontare ciò che succede quasi fossi uno spettatore. Grande ispirazione l’ho tratta anche dall’universo del cinema: i film di Spielberg, che mi hanno mostrato la leggerezza con la quale si può raccontare una storia profonda e significativa, e di Peter Jackson che, con la sua visione tolkieniana, mi ha insegnato il ritmo.

So che tuo figlio Leonardo si chiama come il protagonista della storia. Si tratta del grande omaggio di un padre nei confronti del figlio?
Sì, la nascita di mio figlio ha cambiato radicalmente il mio modo di vedere e concepire la vita. Midendhil è la sintesi di tutto quello che sono, del mio passato, delle mie passioni, delle sfide che ho perso, ma soprattutto delle battaglie che ho vinto. È stata una lunga e insidiosa scalata che può trovare senso solo se consacrata alla persona che amo di più. Mio figlio Leonardo.

Parchi dei divertimenti e un format tv: vuoi parlarci del progetto crossmediale che coinvolgerà Midendhil?
Midendhil è nato dal mio grande desiderio di dare una scossa al mondo dell’entertainment. Sono stato pioniere in svariati settori (basti pensare a Psyco, delitti per gioco, il mio format investigativo realizzato con Mediaset, oppure Lo specchio del male, il thriller claustrofobico che ho pubblicato con GeMS), ma non ho mai fatto nulla di ambizioso e colossale quanto questo. Midendhil non è nato come romanzo, ma come progetto globale: mentre scrivevo, pensavo agli sviluppi dei parchi, creavo i prodotti di merchandising, i pretesti per la produzione di show televisivi, videogiochi e, ovviamente, il film. È stato un grande sforzo perché spesso, preso dal processo creativo della scrittura, soffrivo per i paletti che mi stavo imponendo, ma al contempo sapevo che ogni mia fatica sarebbe stata ricompensata dal risultato finale. E oggi, dopo anni di studi, mesi di scrittura, di riunioni e telefonate, posso dire che il mio sogno si sta realizzando. Oggi Midendhil, oltre che il primo romanzo della nuova saga della Sperling&Kupfer, è anche un sito multimediale Endemol, partner della WFP (l’agenzia umanitaria della Nazioni Unite) un futuro centro di intrattenimento a Orlando, in Florida, tre mini parchi in Italia, una nuova giostra della ditta Zamperla e… sst, il resto è ancora un segreto…

La tua famiglia si occupa da generazioni della realizzazione di parchi a tema ed effetti speciali. Pensi che nascere in un ambiente così ricco di fantasia sia terreno fertile per allenare la creatività?
Certamente. Sono nato e cresciuto nell’azienda di mio padre: mostri, draghi, mummie e maghi sono sempre stati all’ordine del giorno. Ma c’è da dire che la nascita di Midendhil ha una particolarità tutta sua, che si allontana un po’ da quello che potrebbe essere la mia esperienza personale. Lo so, è strano, ma io Midendhil l’ho sognato nel 2004. Ricordo ancora perfettamente tutto e questo, a volte, mi fa pensare che fosse proprio nel mio destino raccontare di questo mondo. Un mondo che forse esiste davvero.

E per finire: tre canzoni che sceglieresti come colonna sonora per accompagnare il lettore tra le terre di Midendhil.
Riporterei le tre canzoni che ho citato anche nel romanzo: le canzoni che, a mio parere, descrivono pienamente le sensazioni che ho provato nel magico periodo in cui ho vissuto a Midendhil. La prima è Somewhere over the rainbow ma attenzione, non la versione di Israel “IZ” Kamakawiwo’ole, ma l’originale, quella di Judi Garland.
La seconda è Every teardrop is a waterfall dei Coldplay, perché in lei ritrovo la spensieratezza delle estati di quando ero ragazzino: i primi amori e i primi sogni per il futuro. La terza invece è Dream on degli Aerosmith. L’ho scelta perché in questa canzone viene urlato il mio motto di vita: bisogna sempre credere, sognare e non mollare mai. D’accordo, sono controcorrente, ma io amo sostenere che tutto sia a portata di mano di tutti: basta trovare il coraggio, allungare la mano e afferrare i propri sogni; se tu per primo non credi che tutto questo sia possibile, chi mai lo farà?

Voglio ricordare che il romanzo supporta il programma alimentare mondiale (WFP) per sostenere progetti di aiuto nei paesi più poveri del mondo.

Per maggiori informazioni il sito ufficiale di Midendhil é: http://www.midendhil.com/
La copertina del romanzo è firmata Paolo Barbieri.

La prima presentazione ufficiale di Midendhil sarà alla Mondadori Duomo di Milano sabato 16 novembre alle ore 17, dove farò da relatrice all’evento insieme al giornalista Severino Colombo.

 

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Creature simili – il dark a Milano negli anni ottanta

 

Creature simili“Siamo a Milano. La Milano degli anni ottanta che si odia o si ama, adesso come allora, senza vie di mezzo. E loro sono una macchia nera tra gente colorata, intolleranti a conformismi ed etichette, compresa quella con cui finiscono per essere conosciuti: dark.”

Questo libro è un viaggio in un’epoca e in una cultura. Un viaggio attraverso testimonianze di vita vissuta, quasi fiabe nere di un’ Italia che non c’è più. I giovani alternativi di ieri, così diversi e al tempo stesso così simili a quelli di oggi. Sognatori e randagi alla ricerca di un’identità collettiva, arrabbiati ed esteti.

Ho letto Creature simili tutto d’un fiato, con un senso di gratitudine verso chi ha aperto la strada e fondato a Milano le radici di una subcultura che sin dalla più tenera età ho riconosciuto come mia. Vengo da una generazione successiva, è vero, ma mi sento accomunata ai resoconti che ho letto per la mia storia di adolescente timida, che si sentiva diversa dal resto del mondo e in un paesino minuscolo, vestita tutta di nero, veniva additata come strana. Non ho mai frequentato le discoteche commerciali come i miei coetanei, piuttosto rimanevo a casa a leggere un libro. Poi sono approdata alla scena dei centri sociali bolognesi,ma è stato quando per la prima volta mi hanno portata al Condor a Modena, che mi sono sentita a casa.

SIMOLe storie della Milano degli anni ottanta assomigliano a quella della Bologna alternativa che non c’è più. La Bologna dell’Isola e delle occupazioni, la Bologna che mi raccontavano i ragazzi più grandi e di cui ho potuto vedere soltanto la coda, come quella di una stella cometa che ormai è passata, la Bologna che ho rincorso nel mio primo romanzo.

Creature simili (Agenzia X) è un libro da leggere, un libro che mi ha entusiasmata e a tratti commossa. Il rischio era quello di risultare nostalgico mentre si tratta di un’opera lucida che descrive un periodo storico e sociale con pennellate vibranti e il punto di vista di chi vuole davvero far luce su una subcultura che ha tanto da raccontare. Lascio la MANUparola ai due indagatori, Simone Tosoni ed Emanuela Zuccalà.

Come vi siete approcciati alla stesura di un’opera così complessa e articolata? Vorrei sapere i retroscena di questo vostro viaggio nel dark e come hanno reagito i protagonisti della scena degli anni ’80 quando li avete contattati per le interviste. In linea di massima, sono stati sospettosi o entusiasti nel regalare le loro testimonianze?
Dunque: il libro ha avuto una gestazione piuttosto lunga e travagliata, soprattutto per i nostri mille impegni. L’idea è nata quasi tre anni fa, quando al Mono Davide Rossi e i suoi soci hanno organizzato una mostra fotografica sul dark negli anni Ottanta: mi era piaciuta tantissimo, e avevo proposto a Davide di farne un libro. Abbiamo anche iniziato a lavorarci insieme, ma poi gli impegni legati alla gestione del bar ci hanno imposto un cambio di squadra: Davide è diventato uno dei nostri intervistati ed è subentrata Emanuela Zuccalà che, oltre a essere da sempre una mia amica, è una giornalista molto brava. Lei si occupa soprattutto di storie di donne (il suo ultimo libro parla di donne e ‘ndrangheta), ma la sapevo interessata a questi temi. Così, siamo andati avanti con le interviste e quando, intorno al Febbraio scorso, abbiamo trovato tutti e due una finestra di tempo libero nelle nostre agende, abbiamo spinto tantissimo con la scrittura, riuscendo a chiudere per Settembre. Ed eccoci qua. Devo dire che avendo fatto tanto lavoro prima, la stesura è andata molto liscia: io ed Emanuela siamo riusciti a trovare un approccio comune molto in fretta. Ogni capitolo è stato discusso a fondo e rivisto insieme diverse volte, quindi si tratta veramente di un libro scritto in comune. Il problema semmai è stato tagliare: il prodotto finale è già bello corposo, sulle 320 pagine, ma la prima versione che abbiamo mandato all’editore, Agenzia X, era di oltre 450! Sono svenuti.
Per quanto riguarda le interviste, sono fondamentali per il libro. L’idea era lasciare il più possibile la parola a chi in quegli anni c’era e ha vissuti questa esperienza. Abbiamo intervistato 24 persone, scegliendole in modo da avere la più ampia visione possibile nel dark degli anni ’80: dj, artisti, organizzatori culturali, ma anche gente comune. C’è anche qualcuno che in seguito sarebbe diventato famoso in campo musicale, come Garbo e Andi dei Bluvertigo. Le interviste non sono però pubblicate integralmente: le abbiamo smontate e rimontate per temi, intrecciando in ciascun capitolo le voci di tutti. Volevamo che ciascun tema emergesse da un coro di voci differenti, anche se alla fine ci si affeziona ai diversi “personaggi”, che in fondo raccontano di sé e della propria vita. Proprio per questo le interviste sono state molto intense: è stata anche l’occasione per conoscere a fondo qualcuno con cui avevamo solo una frequentazione superficiale. La cosa veramente difficile è stato però “riportare la gente indietro nel tempo”: far loro recuperare la prospettiva di venticinque anni fa, quando erano adolescenti. È una cosa delicata e faticosa, che avviene lentamente. Per questo le interviste sono state in realtà molto libere – e molto lunghe, anche 3 o 4 ore l’una. Ma alla fine, direi che la cosa ha funzionato.

2 - Medium HardIl dark a Milano ha visto disgregarsi tanti dei suoi punti di riferimento, dal Virus all’Helter Skelter, all’Hysterika tanto per citarne alcuni. Nel frattempo, sono sorti nuovi pilastri?
Non è rimasto moltissimo, in realtà: oggi ci sono alcuni locali di riferimento, come lo Shelter di Colturano, dove il 15 Novembre faremo la presentazione del libro per il circuito dark (quella un po’ più istituzionale, per i giornalisti ma anche per chi non fa propriamente parte del giro, la faremo invece al Mono il 5 di Dicembre). Ma la cosa che è cambiata di più è che, a partire direi dalla metà degli anni ’90 il dark si è chiuso nei locali, mentre negli anni ’80 era fondamentale “punteggiare di nero” la città: scegliersi i propri luoghi nello spazio pubblico, dove trovarsi e radunarsi. E anche dare un po’ fastidio e shockare “visivamente”.

Tra le storie di vita e testimonianze che avete raccolto c’è qualcosa che vi ha colpito particolarmente?
Impossibile scegliere: alla fine, i nostri intervistati siamo arrivati ad amarli tutti. Certo: ogni voce ha le sue specificità. C’è chi è più attento agli aspetti politici dell’esperienza e chi a quelli più intimisti, chi ha un modo di raccontare più frizzante e divertente e chi invece è più riflessivo, ma queste differenze alla fine fanno, almeno secondo noi, la forza del libro.

Giovani con la voglia di vivere una rivoluzione culturale, alla ricerca di un’identità collettiva nonostante parlassero di quel “no future” che tanto era contestato dal movimento punk. Chi erano i dark, ieri?
Li hai descritti benissimo: una serie di persone – di ragazze e ragazzi – che per mille motivi diversi non volevano o non riuscivano a omologarsi al nuovo corso degli anni ’80, che proponeva il divertimento spensierato e individualistico come stile di vita, il successo personale a ogni costo come suo obiettivo, e contemporaneamente reprimeva duramente le forme di espressione – e di vita – non allineate e alternative.

E chi sono oggi le creature simili?
Molto difficile da dire: ci vorrebbe un altro libro! Sicuramente si tratta di un mondo molto diversificato al suo interno, per altro anche per età: molti dei nostri intervistati frequentano ancora il giro, insieme a molti altri di altre generazioni. Quello che è sicuro, è che quello che scriviamo vale solo per gli anni ’80. Quel ciclo si è concluso: oggi il dark è diventato qualcosa di diverso sotto molti punti di vista. Non dico peggiore, migliore o meno interessante, ma sicuramente diverso. Le radici però sono quelle, e proprio per questo ci premeva raccontarle a chi non c’era.

ambraadattataNegli anni ’80 i dark facevano una sorta di rivoluzione estetica. Scuotevano gli occhi dei benpensanti, colpivano duro con il loro aspetto e a volte rischiavano il posto di lavoro per non tagliarsi i capelli o non rinunciare al total black. Oggi che, in città, tutti ormai sembrano abituati a tutto, ha ancora senso questo discorso? O più che altro l’estetica dimostra un senso di appartenenza? Ancora, oggi può capitare che il dark venga inseguito per moda e che i giovanissimi abbigliati di nero non sappiano neppure chi sono i Joy Division. Cosa ne pensate di questo stacco generazionale?
Non siamo nostalgici di un periodo che, come è ovvio, si è concluso. La nostalgia, il più delle volte, è mortifera. Ed è praticamente impossibile oggi segnalare vistosamente la propria differenza a partire dall’estetica, che viene immediatamente fagocitata o rischia di debordare nel cosplaying. Quello che segnali è però sicuramente vero: per questo diciamo che oggi il dark è diventato altro. L’impressione che ho io è che convivano modi di viverlo molto diversi tra loro: ma questo avveniva anche negli anni ’80, con una componente più modaiola, un’altra più convinta, e un’altra ancora fortemente politicizzata. Un altro esempio che ci invita alla cautela nel formulare giudizi: è vero che oggi il senso di appartenenza alla subcultura è più temporaneo e parziale, ma è anche vero che questo vale per ogni tipo di appartenenza, non solo per quella subculturale. In sostanza, per dirti di più, queste nuove generazioni le dovremmo intervistare: ma questo è, veramente, un altro libro. Uno dei motivi che ci ha spinto a scrivere Creature Simili (oltre a capire noi stessi il senso di quell’esperienza, che era anche la nostra) è stato proprio la voglia di raccontare, a chi delle “nuove leve” fosse interessato, da dove viene e 1395162_10152343700716917_1205597772_ncome è arrivato fin qui.

La copertina e le illustrazioni che corredano l’articolo sono della talentuosa Ambra Garlaschelli (www.ambragarlaschelli.com)

La prima presentazione di Creature simili sarà allo Shelter di Colturano, il 15 novembre.

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L’apocalisse: intervista a Paolo Barbieri

L'ApocalisseSe apocalisse significa togliere il velo, rivelazione, l’Apocalisse di Paolo Barbieri è una vera e propria rivelazione di colori, forme e suggestioni. Come se non bastasse, il volume è impreziosito dall’introduzione di Luca Enoch, uno dei più raffinati autori del fumetto italiano.
Paolo Barbieri è stato capace di dare un corpo e un volto ai personaggi, meravigliosi e terrificanti, che popolano il più immaginifico tra i libri della Bibbia, ovvero il Libro della Rivelazione di Giovanni. E il risultato è sorprendente.

L’immaginario fantastico si mescola a suggestioni horror, la tradizione prende accarezza la modernità, al punto che certe immagini hanno la forza di un dipinto a olio, mentre altre potrebbero benissimo essere scelte come copertine per un disco degli Slayer.

1378856_10200740230644843_1218057904_nLe illustrazioni in bianco e nero prendono per mano il lettore, ma sono quelle a colori che più mi hanno coinvolta e sconvolta. Il colore della fine del mondo, il rosso dei fiumi trasformati in sangue, il verde del destriero cavalcato da Morte, unico cavaliere dell’Apocalisse di cui appare il nome nel testo biblico e ancora i toni del porpora e scarlatto che vestono Babilonia, femmina infernale e madre degli abomini.
Nelle mani di Paolo Barbieri, la forza della distruzione della fine del mondo diventa forza creatrice. Ma non voglio dilungarmi oltre. Con piacere lascio la parola all’artista in questa intervista che ci condurrà sulla soglia del Giudizio universale.

199587_3744508527985_368537154_nDall’Olimpo di Favole degli dei, hai dato vita a L’Inferno di Dante per approdare ora a L’apocalisse. Tutto questo fa parte di un piano diabolico
Direi di no (e anche se fosse non te lo direi, altrimenti diventerebbe meno diabolico e perderebbe tutta la sua efficacia!).

Pensi che percorso lavorativo e intimo si mescolino contaminandosi, quando vai a creare universi di questa portata?
Si, questo succede sempre. Quello che io disegno è frutto delle mie esperienze lavorative e di vita: è inevitabile che i due “universi” si fondano in un’unica visione. Come ho spesso detto, io immagino che ogni mia singola illustrazione sia un fermo immagine di un vero e proprio film. Quando realizzo un intero libro illustrato questo effetto aumenta esponenzialmente, portandomi a immergermi completamente nel mondo che sto disegnando. Nei miei racconti visivi, cerco di raccontare storie attraverso la comunicazione di atmosfere e sensazioni personali che passano attraverso forme e colori, trasformando ed evolvendo tutto quello che ho imparato fino a quel momento, sfruttando anche migliorie o novità che si sviluppano casualmente durante il mio processo creativo. Evoluzione+caso+racconto: questa è la strada che continuo a seguire.

422913_3727147693975_986245376_nSuggestioni horror e immaginario fantastico. Come hai conciliato questi due linguaggi?
Parlando dell’Inferno di Dante, e ora dell’Apocalisse, mi lascio semplicemente trasportare dal racconto. La trasposizione in disegni che ne consegue è semplicemente frutto del mio istinto che si fonde con tutto il mio immaginario fantastico. Prima di tutto io sono un grande appassionato di tutto ciò che racconta realtà di fantasia, dai film, ai libri ai cartoni animati. Mi piace spesso il modo con cui i grandi registi del fantastico riescono a farti sentire in una favola anche quando raccontano una storia comune. Io, con i miei disegni, cerco di fare questo: non è solo la rappresentazione di creature e mondi immaginari che caratterizza quello che sono, ma le sensazioni che voglio comunicare attraverso una sottile linea interiore che collega proprio il mondo reale alla trasformazione di questo in una terra “speciale”. Con il mio processo creativo mi piace e mi diverte fare questo, e con l’Apocalisse ho cercato di andare oltre all’immaginario horror affrontato nell’Inferno, sconfinando in un territorio in cui le mie illustrazioni si sono plasmate all’arte surrealistica, in una fine del mondo ricca di colori e simbolismi.

1006297_10200796195563931_1023663739_nSei molto attivo su internet e hai numerosissimi fan, ma come tutti i personaggi pubblici devi fare i conti anche con i detrattori. Come ti rapporti con le critiche? Qual’è stato il miglior complimento ricevuto da un fan?
Faccio un esempio parlando di calcio: quando la nazionale perde una partita, gli italiani si trasformano in un popolo di allenatori. Tutti ne sanno più dei professionisti del pallone e spesso gli insulti si sprecano. Ecco, in un certo senso è quello che a volte succede: noto spesso una mancanza di rispetto miscelata ad una buona dose di maleducazione in cui ci sono sempre persone che trasformano il proprio “verbo” in verità incontrovertibile. Sottolineo che un disegno o un libro può piacere o non piacere, e questo non rappresenta un problema per me. Quello che infastidisce è realmente l’atteggiamento pretenzioso di critiche a cui seguono spesso insulti o frecciatine. D’accordo, questo fa parte di internet, ma un conto è la democrazia del web, altra cosa è la libertà di screditare chiunque non vada a genio al proprio ego. La cosa strana, o forse in fondo non troppo, è la “doppia facciata” di persone o futuri artisti che si sperticano in complimenti di facciata ma poi tirano la classica coltellata alle spalle. Insomma, tutt’altro che un mondo noioso! Ma in fondo, non è meglio dire semplicemente “non mi piace”?
Per quanto riguarda i complimenti ne ricevo molto spesso, e questo ovviamente mi fa molto piacere. Scegliere tra i migliori non è facile, ma la cosa più bella è sapere che ciò che faccio ispira o suscita emozione, e questo è elettrizzante!

E ora puoi regalarci una colonna sonora da ascoltare mentre ci si addentra nella tua Apocalisse?

Atto 1 -FUOCO- Atrocity: Sound of Silence
http://www.youtube.com/watch?v=nNT7t1Dvwxc

Atto 2 -DISTRUZIONE- Judas Priest: Judas Rising
http://www.youtube.com/watch?v=4jazmdoxlpY

Atto 3 -DESOLAZIONE- Dead Can Dance: The Host of Seraphim http://www.youtube.com/watch?v=vtQpM6MTugE

Atto 4 -RINASCITA- Steven Price/ Gravity soundtrack: Shenzou
http://www.youtube.com/watch?v=fLNXBVeuJ-g

Per vedere il booktrailer de L’apocalissehttp://www.youtube.com/watch?v=6lYMm-RnWRc

6446_10200838505021641_1272962727_nPer saperne di più il sito dell’autore è: http://www.paolobarbieriart.com/

Vi ricordo che potrete incontrare Paolo Barbieri al prossimo Lucca Comics & Games. Volete sapere dove? Basta cliccare qui.

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I delitti delle sette virtù, intervista a Matteo Di Giulio

delitti-7-virtu“Nella Firenze dei Medici, qualcuno uccide in nome delle sette virtù. Solo un ragazzo può fermarlo. A quale virtù dovrà fare appello?” Questo interrogativo ci catapulta nel mondo de I Delitti delle sette virtù (Sperling & Kupfer), l’ultimo romanzo di Matteo Di Giulio.

Mi piace definirlo un romanzo moderno in quanto ha un ritmo incalzante e i colpi di scena ben calibrati ribaltano continuamente la prospettiva, costruito su una base storica credibile. Ma ora preferisco lasciare la parola all’autore che ci farà da guida per avventurarci nella sua Firenze di sangue e fuoco.

Benvenuto Matteo. Non è facile cimentarsi nella stesura di un thriller storico. Come ti sei preparato a questa nuova sfida?
Tornando sui banchi di scuola, o meglio della biblioteca, e studiando. Oltre a rivangare un’epoca che conoscevo poco, a cavallo tra Medioevo e Rinascimento – il mio romanzo è ambientato nel 1494 a Firenze -, ho dovuto scoprire, come un esploratore, una città che per me, che sono di Milano, presentava molte insidie. E’ stato un bel viaggio, istruttivo ma soprattutto affascinante.

foto di Tommaso pellegrinoPerché hai scelto di ambientare la vicenda nella Firenze dei Medici?
Tutto è nato da un personaggio che mi ha colpito. Un personaggio chiaroscurale, controverso, uno di quei personaggi in grado di appassionare i lettori, e gli scrittori, perché offre mille possibilità. Questo personaggio è Girolamo Savonarola. Scavando nella sua vita, mi sono imbattuto in una zona d’ombra, il progetto per la costruzione di un grande convento che non fu mai completato, e da lì ho colmato le lacune delle fonti con la fantasia, intrecciando le vicende reali con quelle del mio protagonista, uno straniero dal passato misterioso che arriva a Firenze e si trova coinvolto in una scia di brutali delitti.

Quali sono state le tue fonti di ispirazione?
Più che fonte d’ispirazione, uno stimolo alla sfida: Cuore di ferro di Alfredo Colitto, per il modo con cui ha saputo rendere immediata una storia complicata e dettagliata. Proprio parlando con Alfredo, diversi anni fa, quando stava per uscire il suo romanzo, gli avevo chiesto come fosse stato, per lui il passaggio dal genere noir metropolitano allo storico. Lui mi rispose che si era divertito moltissimo; e lo stesso è accaduto a me. Senza quella spinta inconscia, forse, mi sarei lasciato bloccare dai mille dubbi che attanagliano uno scrittore quando, cercando la propria strada, decide di cambiare direzione in maniera così netta.

Tre canzoni che sceglieresti come colonna sonora per I delitti delle sette virtù.
Per l’apertura: “Gli errori e di fronte a noi il nulla” dei The Death of Anna Karina. Una canzone che trasuda sofferenza, per una storia come la mia, cupa e senza speranza. Per le scene d’azione: “Razor” degli Unbroken. Selvaggia come un combattimento, cadenzata come una battaglia. Per la chiusura: “Will You Smile Again for Me” degli …And You Will Know Us by the Trail of the Dead. Una canzone che ha, nella mia testa, dei suoni drammatici perfetti (e che è stata usata anche in una delle mie serie tv preferite: The Shield).

Per saperne di più il sito ufficiale di Matteo Di Giulio è: http://www.matteodigiulio.com/

Foto di Tommaso Pellegrino

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Dragonero: quando il fantasy incontra il fumetto popolare

C’è una interessante novità in arrivo nel panorama del fumetto italiano. Per la prima volta Sergio Bonelli Editore, editore di Tex e Dylan Dog, scommette sul fantasy epico di ispirazione medievale con Dragonero, serie mensile ideata e sceneggiata da Luca Enoch, già autore di Lilith – un personaggio che personalmente amo moltissimo – e da Stefano Vietti, uno degli sceneggiatori più prolifici di Nathan Never.

«Il fantasy, negli ultimi anni, è passato dall’essere un genere di nicchia, condiviso da pochi e fedeli appassionati, a diventare centro di un vasto interesse popolare, con successi globali sia dal punto di vista editoriale che cinematografico e televisivo» scrive Davide Bonelli nell’introduzione al primo albo, in edicola dall’11 giugno. Non potrei essere più d’accordo con questa affermazione: ne è prova anche la decisione di Rai 4 di trasmettere le prime puntate di Game of thrones in prima serata, nonostante le tematiche forti e il crudo realismo della serie che ha magnificamente adattato per la tv le Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin.

Dragonero, Sergio Bonelli Editore

Per chi se lo stesse chiedendo, chiarisco subito che qui non si tratta di “Tex e il Signore degli anelli”. Non amo particolarmente la caratterizzazione “mascellosa” del protagonista, ma devo ammettere che non è sovrapponibile a nessuno degli altri eroi della casa editrice, anche se ho intravisto analogie con Nathan Never e l’indimenticabile Ken Parker. Ian Aranill è detto Dragonero per aver sconfitto un potente drago da cui ha ereditato dei poteri che si svilupperanno nel corso del tempo. Ho avuto la fortuna di leggere il numero 1 in anteprima e – vi assicuro – è un vero pageturner pieno di azione, dialoghi incalzanti e gradevoli citazioni di manga, letteratura e cinema del fantastico. Impossibile non pensare alle analogie tra l’Altofuoco di Game of thrones e il fango Pirico, o alla principessa Mononoke quando fa la sua apparizione un’elfa Oscura in sella a una gigantesca belva dal manto bianco.

Pur coinvolgendo le classiche razze del fantasy tolkeniano (elfi, orchi e draghi in primis), Dragonero ha una forte personalità e una mitologia che fin dalle prime tavole amalgama suggestioni orientali con l’immaginario gotico mitteleuropeo, da cui emerge la sinistra figura dell’alchimista, sconfinando persino nello steampunk, come suggeriscono alcuni accessori in dotazione ai protagonisti. Luca Enoch e Stefano Vietti imprimono un tratteggio elegante ed eroico ai personaggi femminili, tra le quali spiccano l’elfa Sera  – le cui percezioni la rendono una sorta di medium  – e la seducente e pericolosa Xara. Affascinante la caratterizzazione della spada leggendaria di Ian, la Tagliatrice crudele, una Excalibur pulsante di energia oscura, lavata nel sangue di un drago.

Ottimo il lavoro di Giuseppe Matteoni, copertinista della serie e disegnatore del primo volume della saga, nonché del romanzo a fumetti con cui il personaggio di Dragonero ha esordito nel 2007 nella collana Romanzi a fumetti. Il suo segno pulito e l’attenzione ai particolari, anche nei fondali, rendono vivo e pulsante il regno di Erondar, le sue capitali e le sue foreste.

Da quello che ho letto nell’introduzione, Dragonero sarà un progetto cross-mediale, con un gioco di ruolo in uscita a novembre, un blog e la mappa digitale scaricabile dall’AppStore. Sono una divoratrice di fumetti e di albi “bonelliani”, mi aspetto tanto da questa serie e continuerò a seguirla. In conclusione… che dire? Che il sangue di drago sia con voi!

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L’Inferno distopico di Francesco Gungui

Oggi voglio parlarvi di Inferno (Fabbri editore) di Francesco Gungui, scrittore per ragazzi ma anche editor della fortunata saga Multiversum, firmata Leonardo Patrignani.
Se dovessi definire il suo Inferno in poche parole scriverei: una storia di amore e coraggio. Sì, perché ce ne vuole tanto per andare spontaneamente “all’Inferno”, affrontare fiumi di lava, piogge di fuoco e creature mostruose per tentare di salvare la ragazza amata. E’ quello che fa Alec, il giovane protagonista di questo primo volume di quella che diventerà la trilogia Canti delle terre divise.

Con la scrittura asciutta e incalzante che lo contraddistingue, Francesco Gungui racconta una storia fantastica che al tempo stesso è a tutti gli effetti un racconto di formazione. Riuscirà Alec a trovare la sua Maj, imprigionata tra i dannati a causa di una falsa accusa, e scappare con lei dalla prigione di massima sicurezza più temuta del prossimo futuro?
Lo scoprirete solo leggendo. Ma intanto ho incontrato per voi l’autore  per una chiacchierata diabolicamente interessante.

1- Inferno, un titolo che accende subito un forte immaginario legato all’universo dantesco, ai gironi, ai lamenti dei dannati. Vuoi parlarci del tuo di inferno?
Inferno è la storia di un ragazzo, Alec, che si fa mandare all’Inferno per salvare la ragazza che ama, Maj. Una copia esatta dell’Inferno dantesco è stata costruita all’interno di un vulcano e Alec deve così attraversare i cerchi, sopravvivere alle macchine diaboliche che riproducono le punizioni del contrappasso, sfuggire dai cerberi e dalle arpie, ricreate attraverso l’ingegneria genetica. Siamo in un futuro prossimo nel quale l’Europa è diventata un’unica grande metropoli. A Europa le immagini dell’Inferno, filmate da migliaia di telecamere, vengono proiettate all’interno delle cattedrali trasformate in grandi cinema. Questa è più o meno l’idea folle che ho avuto…

2- Definirei il tuo ultimo lavoro, una storia d’amore e di coraggio. Tu come lo definiresti?
E’ sicuramente una storia d’amore, estrema. Sfidare l’Inferno per amore significa sfidare la morte stessa. Ed è vero, è una storia di coraggio, ce ne vuole per andare fino in fondo all’Inferno. Ma se parliamo di generi, mi piace rifiutare ogni etichetta fantasy e dire che il mio è un romanzo realistico che parla di fatti non ancora accaduti.

3- I tuo lavoro di editor influenza la tua scrittura?
Quando scrivo perdo i miei superpoteri da editor… Devo rimanere dentro la storia per viverla emotivamente. L’editor invece deve osservare la storia da una certa distanza. Sandrone Dazieri, il mio editor, è stata la mia guida, il mio Virgilio.

4- Qual è la tua visione del fantastico italiano?
Una giungla dove si possono trovare tesori, perle rare e mostri. Ci sono tante belle voci, talenti veri, o voci nuove che stanno maturando e hanno una storia vera da raccontare. Piuttosto che fare qualche nome mi taglio la lingua 🙂

 

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