The Raid

Troppe volte ho parlato di “capolavoro”, quindi ora non so come definire “The Raid” (Serbuan maut, 2011) di Gareth Evans: “il più grande film d’azione della storia del cinema” rende ugualmente?
Niente di ciò che avete visto nella vostra vita può prepararvi all’overdose di azione di altissima qualità proveniente dall’Indonesia, e in particolare dai craetori dell’ottimo “Merantau” (di cui ho già parlato tempo fa).

Un palazzo di Jakarta è la sede di un boss spietato e quasi mitico, circondato da decine di criminali al suo ordine. Un gruppo di poliziotti fa irruzione… e il massacro può cominciare!
Un intero film di close combat, tutto in interni strettissimi, con attori e stuntman di una bravura spaventosa, con scene da rimanere senza fiato e con scontri marziali di una durezza che fa male anche solo a guardarla.
Storia di fratelli di sangue e fratelli biologici, di amicizia e tradimento, di giustizia e vendetta. C’è tutto, e tutto cucinato alla perfezione: sembra un romanzo di Stephen Gunn portato su schermo! (Lame comprese ;-)

Il regista gallese Gareth Evans torna a dirigere il campione nazionale di forme di silat Iko Uwais e soprattutto a farlo scontrare con il grande giavanese maestro di silat Yayan Ruhian. Tutti e tre i nomi li abbiamo visti all’opera nel citato “Merantau”, ma qui con una qualità infinitamente superiore.
È davvero difficile descrivere l’enorme quantità di scene d’azione e combattimenti di questo film, la durezza degli scontri al tonfa e alla lama, la stupenda e spaventosa bellezza del close combat in salsa silat… faccio prima a invitarvi a vedere il trailer “banda rossa”: http://www.youtube.com/watch?v=CMmFN4k04JI

La morale è semplice: fate quello che volete ma VEDETEVI questo capolavoro, e dimenticate quelle quattro monachelle di “action heroes” americani :-P

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Nunchaku al cinema 15: Dragon

Riprendo un po’ le redini della rassegna di citazioni filmico-marziali sul nunchaku. Avevamo iniziato gli anni Novanta, e nel 1993 ci imbattiamo in un caso davvero particolare.
The Dragon: la storia di Bruce Lee” (1993) può dire quanto gli pare di essere tratto dalla biografia scritta da Linda Lee, ma resta sempre l’emblema di come gli americani vedano Bruce Lee: uno stereotipo. (I film-biografia di Hong Kong esaltano tutt’altre doti rispetto a quelle mostrate in questo film!)
Parlare dell’eccessiva fiction utilizzata per ritrarre il maestro esula da questo contesto, quindi mi limiterò a sottolineare che Jason Scott Lee era la persona meno adatta sulla faccia della terra ad impersonare il suo omonimo: agli americani basta vedere degli occhi a mandorla per notare somiglianze con Lee, ma Jason non gli assomiglia neanche fra mille anni, sia a livello fisico che marziale. Così abbiamo il Lee più legnoso e impedito di sempre (lui che era un mostro di bravura!) e ad un certo punto è nato un problema…
Lee in ogni film usava, anche solo per pochi secondi, il nunchaku: come farlo imparare a quell’impedito di Jason Scott? (Che è un bravo attore, per carità, ma che marzialmente sta proprio a zero) La soluzione è nella foto qui sotto…

Questa foto è tratta da uno dei trailer del film, quello senza parole (http://www.youtube.com/watch?v=NGXnZJaEFcc) e dimostra che sul set è stata girata almeno una scena con i nunchaku. Siamo alla fine del film, quando – in una sequenza onirica – Lee difende il figlio Brandon dal demone che li sta tormentando. Non riuscendo a sconfiggere a mani nude il bestione, ad un certo punto si accende una luce che illumina dei nunchaku (scena assente sia nel DVD che nel trailer ma che io ricordo benissimo, quindi sarà presente solo nella versione cinematografica).
Jason afferra i nunchaku e dimostra quanto NON sa usarli… Tanto che nel montaggio finale tutta la sequenza viene ridotta un colabrodo!

L’immagine in alto, quella che apre il pezzo, e questa qui sopra sono presenti nel film, e sono le uniche due sequenze (di pochi decimi di secondo l’una, tanto che è stata un’ammazzata riuscire a catturarle!): quella al centro è assente dalla versione in DVD del film (e sì che è una Collector’s Edition che all’epoca costò 50 mila lire!)

Morale della favola. Mentre nel film Jason difende il figlio, all’improvviso escono fuori (non si sa da dove) dei nunchaku. Vengono mostrati per un nano-secondo (terza foto), agitati con incredibile dabbenaggine per colpire il demone (scena molto frammentata per non far capire quanto fosse fatta male) e alla fine usati per strozzare il demone (prima foto). Altre scene sono state girate ma in seguito sono state tutte tagliate.
Domanda: valeva la pena fare ’sta porcata? Possibile che a Jason non si è riusciti ad insegnare un paio di colpi di nunchaku, come si insegnano ai ragazzini alla seconda lezione di karate? Era così difficile?
Non lo sapremo mai…

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Yakuza Weapon

Dopo un po’ di assenza torno con una vera chicca: “Yakuza Weapon” (2011), delirante ma geniale versione filmica del manga “Gokudô heiki” (1996) di Ken Ishikawa.
Non ho letto il manga ma il film è godibilissimo di per sé e il fatto che sia prodotto dalla Sushi Typhoon (quella del capolavoro “The Machinegun Girl”) è simbolo di qualità.

Nel futuro il Giappone sarà in mano ai clan yakuza (e c’è bisogno di aspettare il futuro?), e quando un potente capo-clan viene ucciso a tradimento il figlio – esiliato perché troppo schizzato – torna in patria e mette a ferro e fuoco la città finché non esce fuori chi gli ha ucciso il padre. In realtà non sa che il Governo punta su di lui per un attacco mortale al cuore della yakuza.

Al di là della trama, “Yakuza Weapon” è un film da gustarsi con divertimento e voglia di lasciarsi stupire. Non c’è il gore esagerato e caciarone di alcune produzioni, e al suo posto troviamo a sorpresa un bel po’ di marzialità.
Tak Sakaguchi – che ha esordito con Versus e poi si è fatto notare in altre produzioni, come Azumi e Shinobi – dà veramente spettacolo e si lancia in sequenze marziali davvero gustose. (Ricordo che il gongfupian è un genere poco sviluppato in Giappone, dove si è sempre preferito mostrare combattimenti con armi che a mani nude: il titanico Sonny Chiba è una delle rarissime eccezioni.)

Ad un certo punto il film prende una piega davvero inaspettata: un incredibile piano sequenza marziale.
Ricordo che questa tecnica è stata resa celebre da autori come Brian De Palma e in passato da Alfred Hitchcock – si millanta che il suo “Nodo alla gola” (1948) sia un unico piano sequenza, invece i tagli sono più che evidenti. Girare una scena con un solo ciak è difficilissimo per degli attori “normali”: figuriamoci per degli attori marziali!
Se in Occidente la tecnica si è abbandonata perché troppo impegnativa – uno dei rari esempi moderni è la spettacolare sequenza all’interno del film britannico “I figli degli uomini”, ma in realtà è tutta un gioco al computer: l’effetto è quello di un piano sequenza ma non è girata in un unico ciak – in Oriente stiamo assistendo a grandi fuoci d’artificio.

Nel 2005 il geniale Prachya Pinkaew tira fuori un combattimento serrato e difficilissimo all’interno di “The Protector – La legge del muay thai”, in cui in quasi un mese di prove e riprese tagliate, il povero Tony Jaa si fa un mazzo per combattere una frotta di nemici in un unico ciak.
Con questo “Yakuza Weapon” i registi Yudai Yamaguchi e lo stesso Tak Sakaguchi in soli 12 giorni di riprese in totale riescono a tirare fuori un piano sequenza stupendo, un’unica scena di combattimento (senza tagli evidenti) della durata di 5 minuti. Sembrano pochi, a leggerli qui, ma quello che Tak fa in video è davvero incredibile!

Un film che vale anche solo per questo piano sequenza ;-)

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Black Samurai

Grazie al Professionista ho scoperto un eroe letterario degli anni Settanta tutto da  gustare, nato dalla penna di Marc Olden. Unico straniero addestrato da un maestro giapponese, dopo sette anni di duro esercizio l’americano Robert Sand diventa il fenomenale agente segreto chiamato Black Samurai. In otto romanzi (fra il 1974 e il 1975) Black Samurai affronterà i cattivi più cattivi, dai russi ai terroristi, dai mafiosi ai santoni, sempre seguendo il Codice del Samurai.
Dalla sesta avventura (“The Warlock”, 1975) di questo eroe inedito in Italia, nasce un film anch’esso inedito: l’assurdamente trash “Black Samurai” (1977) di Al Adamson.

Un supercattivone vestito da Austin Powers finisce nel mirino di Black Samurai dopo avergli rapito la fidanzata, Toki Konuma. (Malgrado il nome giapponese, il personaggio è interpretato dalla cino-portoghese Essie Lin Chia, scoperta da King Hu e “addestrata” alla scuola Shaw Bros. In Italia è nota solo per essere la protagonista de “La sfida degli invincibili campioni”, 1969, al fianco dello spadaccino monco Wang Yu.)
Dicevamo di Janicot (Bill Roy), ridicolo cattivone che è anche uno stregone voodoo. Al suo fianco c’è la perfida Synne (la celebre Marilyn Joi appena tornata dall’harem di Ilsa e pronta a diventare Cleopatra Schwartz per John Landis), nera panterona che a stento riesce a tenere il prosperoso petto nei vestiti! Insieme a nani e ballerine (nel vero senso della parola!) vogliono conquistare il mondo…

I cattivi del film: Salvador Dalí, Austin Powers e l’uomo che vedeva gli stilisti morti!

Mi sembra davvero superfluo specificare che questo film è una tamarrata epocale, girato con quell’approssimazione e assenza di vergogna che hanno contraddistinto il genere blackspoitation.
Si lascia vedere solo perché protagonista assoluto è il grande Jim Kelly, che dopo Enter the Dragon con Bruce Lee cercava di cavalcare l’onda dei film di arti marziali interpretati da attori di colore. (Non erano tanti all’epoca, molti di meno oggi!)
Meglio conosciuto per “Johnny lo Svelto” (Black Belt Jones, 1974), Jim Kelly per gli standard occidentali dell’epoca era un ottimo atleta, ma soprattutto era l’unico occidentale ad intepretare film di arti marziali prodotti negli USA. (Ricordo che soltanto nel 1979 Chuck Norris interpreterà il suo primo film americano, “La polvere degli angeli“/A Force of One, girando il suo primo film americano interamente marziale l’anno successivo, con il mitico “The Octagon”.)
Malgrado sia girato fra Hong Kong ed Haiti, “Black Samurai” è un film americano in un periodo dove qualsiasi tematica marziale è predominio assoluto dell’Asia. Il connubio “agente segreto + arti marziali” era sì debitore di James Bond, così come era prerogativa dell’esercito di eroi letterari che riempivano edicole e librerie statunitensi di quegli anni, ma vedere un vero atleta che al cinema si lanciava in combattimenti prettamente marziali durante una missione classica da agente segreto, era davvero qualcosa di unico.
Anche guardandolo in quest’ottica, però, il film rimane una minchiata da competizione…

Jim Kelly in quegli anni recitava un unico personaggio: Jim Kelly. Smargiasso e mandingo, gaudente e viveur, violento ma giusto. In questo film più che mai imita il Bruce Lee conosciuto in Enter the Dragon, fondendolo con le movenze tipiche di Muhammad Ali.
Black Samurai gioca secondo le sue regole e cucina in salsa tamarra la formula James Bond. Così gira in auto di lusso piene di trucchetti, se serve tira fuori un mini-jet per spostarsi più in fretta, e veste sempre con grande eleganza… Anche se la moda è cambiata parecchio!

L’“elegante” Samurai e la sciabordante Panterona

Il personaggio sa usare tutto l’armamentario del samurai, ma Kelly no: fa due mossette con uno spadino, agita un po’ il nunchaku e spara due colpi con la pistola dei Puffi (ma possibile che un eroe “maschio” debba usare quella pistoletta da ovetto Kinder? Cosa direbbe Freud?). In realtà di armi Kelly non ne sa gran che, e non lo nasconde: per tutto il film usa pugni e calci e tanto gli basta.
Una particolarità. In ogni situazione, Black Samurai tira fuori qualche aggeggio utile dalle mutande: coltelli, fiamme ossidriche, strumenti vari… Insomma, in ogni missione, tutto ciò che gli serve l’agente Sand se lo porta nelle mutande…

Della blackspoitation ha detto tutto quello che c’era da dire il grandissimo Michael Jai White nel suo geniale ed epico “Black Dynamite” (2009): non c’è davvero altro da aggiungere!
Un’ultima curiosità: dopo “Freaks” (1932) di Tod Browning, questo “Black Samurai” ha la più alta concentrazione di nani su pellicola della storia del cinema!

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La katana thailandese

Per commemorare i 124 anni di relazioni diplomatiche fra Thailandia e Giappone, nel 2010 è stato girato un film sicuramente agiografico, sicuramente propagandistico se non proprio moralistico, ma di innegabile fascino: Yamada: the Samurai of Ayothaya, conosciuto anche con il semplice Samurai Ayothaya.
Un regista esordiente guida uno stuolo di attori esordienti in un vero e proprio volantino della Pro Loco thailandese, ma comunque una sontuosa ricostruzione storica assolutamente da gustare.
La scelta del titolo di questo post si rifà all’Arpa Birmana, celebre film dove il Giappone cercava di sgravarsi la coscienza fondendosi con la cultura birmana: qui invece viene esaltata la fusione culturale fra Giappone e Thailandia.

Siamo negli ultimi anni del 1500 nel Regno di Ayothaya (o Ayutthaya), fra i più tolleranti di tutta l’Asia tanto da accogliere (fuori le mura della capitale) comunità stabili di popoli provenienti da ogni parte del mondo. Il Re Naresuan ha appena concluso con successo la Yuddhahatthi, la guerra con gli elefanti, e teoricamente il Paese è in pace con i suoi alleati stranieri. Ma un gruppo di giapponesi ribelli ordisce nell’ombra: semina morte e violenza fra la popolazione mascherandosi da uomini di Hongsawadee, cioè nemici di Ayothaya. Un samurai scopre questo tradimento ma prima che possa parlare viene aggredito dai rivoltosi: viene salvato dagli autoctoni e portato a Pitsanuloke Song Kwae.
In questa città si stanno svolgendo gare di combattimento per scegliere guerrieri che diventeranno Tanai Luek, le fenomenali guardie del corpo del Re. Qui gli stranieri sono tollerati, ma quello strano “faccia bianca” curato e addestrato dal monaco della città sembra “troppo” straniero.

Yamada Nagamasa, questo il nome del samurai, scopre sentimenti di amicizia fra il fiero popolo di Ayothaya che non credeva possibili. Vuole imparare la loro fenomenale arte marziale, ma gli viene dato un consiglio migliore: dovrebbe creare una fusione con quella giappponese.
Fra scontri sanguinari, intrighi, passioni ed amicizie, Yamanda sposerà a tal punto la filosofia della fusione da fondere personalmente una spada giapponese… con impugnatura thailandese! Un forte simbolo della fusione delle due culture.
«Questa terra non è dove sono nato – ha lasciato detto il vero Yamada Nagamasa sul letto di morte, ormai amato governatore del Nakornsrithammarat, – ma è dove giacerà la mia anima».

Fra sviolinate di musica e lacrime virili, “Samurai of Ayothaya” scade forse un po’ troppo nel propagandismo e nel moralismo di partito. Però è una stupenda ricostruzione storica di luoghi magici ed una sorprendente fusione di due culture apparentemente inconciliabili: il momento più alto è quando Yamada imbraccia la katana nella guardia bassa del muay thai… Due mondi che si fondono.
Atleti eccezionali per scene di combattimento da ricordare: insomma, accattatevi ’sto film che vale sicuramente la pena ;-)

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Nunchaku al cinema 14: Cauchemar blanc

Quando nel 1995 il film “L’odio” (La haine) conquistò il mondo e segnò un’epoca – canzoni, film e libri lo citano ancora nei modi più disparati – tutti capirono che quel giovane regista, Mathieu Kassovitz, era uno maledettamente in gamba. Come però tutti i registi in gamba, appena arrivano i soldi il talento finisce nello scarico, ma questa è un’altra storia.
Il più grande canale cinefilo della storia italiana, Tele+1, all’epoca mise mano agli archivi e tirò fuori il precedente film di Kassovitz – il delizioso “Meticcio” (Métisse, 1993) – e i cortometraggi del regista, che erano piccoli capolavori.

Prima di “Assassins” (1992) – geniale cortometraggio che lo stesso Kassovitz farà diventare il noiosissimo film “Assassin(s)” (1997) quando già s’era capito che il regista non aveva più nulla da dire – c’era il corto “Cauchemar blanc” (1991), un “incubo bianco” tanto cattivo e politicamente scorretto quanto irresistibile.
Una terribile banda dei bassifondi parigini gira di notte andando a picchiare gli estracomunitari. Quando incontrano un vecchio di colore che se ne va in bici, decidono che la preda è troppo ghiotta per lasciarsela scappare: accerchiano il malcapitato e danno fondo al loro repertorio. Peccato però che i tre teppisti siano in realtà degli idioti: non solo non valgono nulla come “picchiatori”, ma un’incredibile sequenza di sfortune farà sì che il vecchietto sarà l’unico ad uscire sano dalla storia!

Uno di questi teppisti – il giovane e già bravissimo Yvan Attal – per spaventare il vecchietto tira fuori un nunchaku. Però la catena è spezzata, quindi mentre gli altri due teppisti minacciano il malcapitato deve mettersi lì a rifare il legame delle due stecche!
Finita l’operazione, si lancia in un po’ di svirgolii con il nunchaku – dimostrando che l’attore conosce l’arma e non è solo fiction – ma mentre è intento a dar prova della propria bravura… si accorge che una delle stecche del nunchaku è sparita. Dov’è finita? Semplice: sulla capoccia di un suo compagno teppista, stendendolo di netto! :-D

L’immagine che vedete in alto è presa dalla mia copia del cortometraggio, salvata dopo vent’anni dalla registrazione dell’epoca in VHS. Purtroppo trovare oggi sottotitoli italiani non è facile, comunque qui trovate il corto per intero: http://www.youtube.com/watch?v=Dc1z4FnYuZQ
A 10:00 comincia la scena del nunchaku ;-)

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Marrese Crump, una promessa cine-marziale

Dietro consiglio del Professionista mi sono visto “Wrong Side of Town” (2010). Ero stato ben informato che trattavasi di tamarrata incredibile, ma ero troppo curioso di vedere in azione filmica alcune glorie del wrestling come Rob Van Dam e Dave Bautista (quest’ultimo in attesa di vederlo in The Scorpion King 3).
La tamarrata è davvero epocale e i due wrestler talmente pompati che sembra non riescano nemmeno a respirare. Però verso il finale esce fuori una gradita sorpresa…

Nel big fight finale Bautista affronta – in uno stupendo match di kali – uno snello lottatore di colore che sembra incredibilmente più in gamba del wrestler: si tratta di Marrese Crump, che è anche coreografo dei combattimenti del film. (È alla sua seconda prova, dopo “G.I. Joe: la nascita dei Cobra”.)
Crump studia arti marziali da sempre, e andando in cerca di nuovi stili e filosofie da acquisire, è capitato in Thailandia dove ha incontrato Panna Rittikrai. (C’è bisogno di ricordare che è uno dei coreografi-atleti migliori della storia?) Il rapporto fra i due va così bene che Rittikrai accetta Crump come allievo: il suo unico allievo americano!

Mentre con Rittikrai stanno per fare uscire un libro sulle arti marziali, Crump sta lavorando ad ottimi progetti. È stuntman nell’imminente “The Man with the Iron Fists” (2012), l’epopea cinese con Russell Crowe protagonista! (Il fatto che sia sceneggiato da Eli “Hostel” Roth è un pessimo segnale, ma è diretto e co-sceneggiato da RZA, il rapper fondatore dei Wu-Tang Clan da sempre grande appassionato di cinema marziale.)
Ma il progetto più promettente di Crump è “The Protector 2” (2012), dove al fianco di Tony Jaa reciterà diretto da quel genio assoluto che è Prachya Pinkaew: speriamo bene, visto che nel cast promettono di esserci tutti i più grandi divi marziali della Thailandia!

Per chiudere con “Wrong Side of Town”, ecco il combattimento fra Dave Bautista e Marrese Crump: http://www.youtube.com/watch?v=JCTR8W9mL68

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Nunchaku al cinema 13: Stephen Chow

È il momento di sbarcare nei favolosi anni Novanta: eventuali altre “nunchakate” precedenti saranno semmai riprese in seguito.
Stephen Chow è un geniale esponente della commedia cinese, sia quella slaptick che quella romantica: in tutto l’Occidente è conosciuto e apprezzato, tranne ovviamente in Italia dove viene ridicolizzato con doppiaggi sfinterici. (Che rivelano la mediocre e fecale qualità della direzione italiana del doppiaggio, tanto erroneamente osannata da chi non ha mai visto un film in lingua originale.)
Nel suo sterminato e sconfinato curriculum c’è una serie di film che agli inizi degli anni Novanta sfruttano l’incredibile successo ottenuto da Chow Yun-fat con “God of Gamblers” (1989). Ad Hong Kong venerano due cose: il gioco d’azzardo e Chow Yun-fat. Un film che li unisca insieme non può che diventare un cult. Stephen Chow dal 1991 comincia a parodiare il personaggio del “dio dei giocatori d’azzardo” in alcuni film (che in un caso vedranno addirittura la comparsata di Yun-fat in persona).

Quello che qui interessa è “God of Gamblers II” (Dou hap, 1991), divertentissima parodia del film con Yun-fat con uno strepitoso Andy Lau come co-protagonista. Fra scene esilaranti e ridicole, divertenti e paradossali, rimane celebre quella in cui Chow esce dal gabinetto e, per affrontare degli scagnozzi, ha legato insieme due sturalavandini… a mo’ di nunchaku!
La sequenza è geniale in quanto Chow sa veramente usare i nunchaku, e anche se sono due sturalavandini crea una coreografia ottima, che supera di gran lunga la schiera di attori che – digiuni dell’arma – hanno fatto parecchie figuracce in video.
Qualche scena della sequenza in questione la trovate in questo trailer: http://www.youtube.com/watch?v=olYMgoc6DTE

Prima di lasciare Stephen Chow, dobbiamo citare un suo film del 1992, “King of Beggars” (Mo jong yuen So Hat-Yi) in cui compare, velocemente, una bella nunchakata, di cui si può trovare una scena nel trailer: http://www.youtube.com/watch?v=Qi4Whq2yXJ4

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Rush Hour – Due mine copianti

La regola aurea hollywoodiana che Bruce Lee scoprì negli anni Sessanta è sempre stata attiva: un cinese non può essere protagonista di un film. (Già se è sino-americano se ne può discutere, ma se nato addirittura in Asia se lo può proprio scordare!) Se già era ridicola e razzista all’epoca, figuriamoci quanto lo è oggi – quando i cinesi sono gli unici al mondo ad avere ancora dei soldi! Ma Hollywood va per la sua strada e ha le sue regole.
Bruce Lee provò a vincerle e non ci riuscì; Jackie Chan ci provò due volte negli anni Ottanta e alla fine riuscì a sconfiggere il gigante negli anni Novanta: con “Terremoto nel Bronx” riuscì a conquistare gli USA. Mentre continuava a girare ottimi film in patria, Chan voleva assolutamente sfruttare questo successo ottenuto per fare quello che nessun attore di Hong Kong era mai riuscito a fare: girare un film da protagonista prodotto esclusivamente dagli Stati Uniti. Insomma, un viaggetto in serie A.
La regola aurea, però, è inflessibile: puoi essere tutti i Jackie Chan che vuoi, puoi essere Muhammad “ti-spacco-il-culo” Bruce Lee (come dicono in The Snatch) ma un film in solitaria te lo scordi!
Qualche produttore di buona memoria, però, ebbe l’idea giusta. Mentre negli anni Ottanta Jackie cercava di sfondare negli USA dimostrando che non era il “coglione cin-cio-lìn” che gli americani (ed europei) sono convinti che ogni cinese sia, aveva fatto un film: “The Protector”. Già all’epoca, per distribuirlo negli USA, fu tassativo l’inserimento del ridicolo co-protagonista: Danny Ajello (bravissimo attore, peraltro). Il motivo della sua inutile presenza era ovvio: un cinese non può essere protagonista… a meno che non si accompagni con un’altra minoranza, in questo caso un italoamericano.
Idea: e se ricicliamo quel film e lo chiamiamo “Rush Hour” (1998)?…

Due mine vaganti” (orripilante titolo italiano) non è il remake del film dell’85, ma comunque lo scopiazza alla grade, sebbene migliorandolo. Chan è sempre un poliziotto fra due Paesi che fa capriole in ogni dove e combatte nel più puro Chan-style. Il suo compagno è un beota e il cattivo è cattivo, combattimento finale, due sganassoni e fine film. In realtà, la trama è identica a qualsiasi altro film del genere…
Di sicuro lo sfavillante ed ottimamente diretto “Rush Hour” è mille molte superiore al grezzo, rozzo e spesso zoppicante “The Protector”, ma il succo è quello: per il primo film tutto occidentale di Chan-Super-Star, ci si aspettava un pochino di più.

Però quel produttore dalla memoria lunga si è fatto questa domanda: possiamo, alle soglie del 2000, tirare ancora in ballo lo stereotipo dell’italoamericano tutto pizza e mammà? Aspetta, aspetta, ma l’altra sera in televisione ho visto “Scuola di polizia III: tutto da rifare” (1986). C’è quell’attore di colore che fa tutti quei versi e versacci, Michael Winslow, che a un certo punto si unisce a Brian Tochi – quello della Rivincia dei Nerds, quell’attore di Los Angeles che una volta è giapponese, una volta cinese, una volta coreano, ma che comunque ha innegabilmente gli occhi a mandorla – e i due cominciano a lottare spalla a spalla in una ridicola imitazione di kung fu. Eureka: un cinese e un nero che combattono il crimine!
La scena citata di “Scuola di polizia” la ritrovate inserita nel finale di “Rush Hour”…

Giusto per curiosità, la scena della sauna di “The Protector” è ripresa nel secondo Rush Hour, “Colpo grosso al Drago Rosso”: riusciranno ’st’americani a inventare una qualsiasi cosa al cinema? Ovviamente no: meglio copiare, che si va sul sicuro…
Con quest’ultima nota polemica, vi lascio con un po’ di trailer:
The Protector (versione per il mercato asiatico): http://www.youtube.com/watch?v=dmjPa9YCr-Y
Rush Hour: http://www.youtube.com/watch?v=jPULDr0cn6A

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More Chiba!

Alcuni anni fa è nata la moda di attribuire doti umoristicamente assurde a Chuck Norris: le stesse potrebbero essere attribuite a Sonny Chiba… e non sarebbero assurde!
Una visione di “The Executioner” (Chokugeki! Jigoku-ken, 1974) mi spinge a dedicare un sentito omaggio all’attore marziale fra i più inediti in Italia (certo che i distributori dopo “Kill Bill” qualche titolo potevano pure cacciarlo fuori!), ma che in tutto il mondo è il simbolo della più sfrenata e pacchiana esagerazione marziale.
Sonny picchia la gente in maniera tanto ridicola che le vittime muoiono per la vergogna. Dà pugni talmente violenti che gli si macchiano le nocche di sangue… non il suo sangue, ma della vittima! Non pago della tecnica della Nocca d’Acciaio, è noto nel mondo per la sua Presa che Stritola: quando afferra qualcosa, lui strappa via tutto… che siano genitali, che siano occhi o che sia una costola, non ha davvero alcuna importanza! (Ecco qui sotto una foto con una costola di un nemico appena abbattuto…)

Sonny è un pazzo e questo è universalmente noto. Il suo personaggio deve essere esagerato in ogni maniera e senza alcuna vergogna né timore: il buon gusto e lo stile sono ignoti al grande Chiba!
Così va in giro vestito neanche fosse Tony Manero in versione discount, sfoggiando completini che avrebbero fatto arrossire anche uno dei Village People. Ricordo che negli anni Ottanta chi aveva il fisico ogni tanto indossava delle incredibili canottiere a rete, cioè trasparenti, ma Sonny ardisce e va dove nessun uomo (di buon gusto) è mai stato prima: nel combattimento finale si mette a torso nudo… con mezza canottiera di rete!

A guardarla così, sembra una tamarrata degna di Hong Kong (i cui ninja combattevano con le giacche a vento), e invece sbagliate: mai sottovalutare Sonny, che è in grado di uccidervi con la sola imposizione dello sguardo. Quando la forza bruta delle Nocche d’Acciaio non basta più, Chiba si sfila la mezza canotta, la arrotola… e ne fa un nunchaku!

In una delle più incredibili scene della storia dell’umanità, il buon Sonny fa roteare un nunchaku-canotta mentre fa facce buffe talmente a raffica da superare in velocità i nunchaku stessi! Vedere per credere…

The Executioner” è un film in continua corsa per mantenersi a buona distanza dal buon gusto, e non rallenta mai.
Mentre i suoi nemici aspettano ordinatamente il turno di essere massacrati (e a volte, poverelli, devono stare lì in posa per decine di minuti!), Sonny diligentemente si lancia nelle tecniche più incredibili e variopinte per ucciderli senza pietà (per il buon gusto). Mentre minaccia i nemici col verso della gallina, facendo le boccacce e mostrando le ascelle, quando è il momento di agire sferra sempre la tecnica più incredibile, ma è solo per stordire l’avversario: la morte arriverà sotto forma di Manata in Faccia, tecnica in cui Sonny è provetto. (Ci sono varianti, come quando agita un sai davanti al nemico ma poi lo uccide con una manata sul petto.)

Qualcuno (purtroppo non ricordo chi) disse che Bruce Lee nei suoi film imitava lo stile di Sonny Chiba. Non ho visto i film di Sonny pre-Bruce, quindi sospendo il giudizio, comunque in “The Executioner”, molto più che in altri titoli, Sonny va il verso pesantemente a Lee imitandone movenze, posizioni e addirittura versi. (A meno che ovviamente non sia stato sin dall’inizio lo stile di Sonny, ripreso da Lee). Idem per l’altro grande interprete del film, un giovane ma già grintoso Yasuaki Kurata nel ruolo di un insegnante di karate: in realtà Kurata – che in seguito è divenuto fenomenale attore marziale del cinema di Hong Kong, sebbene sia giapponese – ricalca ancora più pesantemente Bruce, con tanto di acconciatura!

Domanda: perché nel film Sonny si veste da ninja con la coppola? Risposta: perché Sonny può!
Ecco infine il geniale trailer: preparatevi all’esagerazione più sfrenata! http://www.youtube.com/watch?v=dwWs6yL5mIM

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