Il ritorno di JeeJa Yanin

In attesa che finiscano le riprese di “Tom yum goong 2” e che decida se ricoprirà o meno il ruolo di “Sin-Jin” in un film che più è atteso e meno viene girato, mi sono gustato la fenomenale thailandese JeeJa Yanin in un suo film del 2011, lo stesso anno in cui ha ricoperto un ruolo minore nel film thai-coreano “The Kick”.
Distribuito nei paesi anglofoni con l’orripilante titolo “This Girl is Bad-Ass!!”, “Jukkalan” (จั๊กกะแหล๋น, 2011) deve il suo titolo al personaggio protagonista, la corriera su bici Jukkalan e i matti che la circondano. Nella sana tradizione asiatica, questo film fonde insieme più generi a livelli esagerati: si passa così dalla commedia più ridicolmente scollacciata al melodramma più strappalacrime, dalla violenza estrema al buffonesco, senza un attimo di tregua.

Sin dai primi fotogrammi si capisce che JeeJa, come ogni altro attore-atleta di talento, ha perso il talento. (L’unico motivo per cui Bruce Lee rimane l’attore-atleta più talentuoso sembra essere perché è morto!)
Sono passati solo due anni dal comunque ottimo “Raging Phoenix”, che già comunque era minore rispetto al titanico “Chocolate”. Quello che in “The Kick” si sospettava trova una conferma in questo “Jukkalan”: JeeJa non si sa più muovere e quindi anche solo per fargli girare la testa serve un obbrobbrioso quintale di cavi!
Non si vedevano tante scene finte dai tempi di Jackie Chan, e da molte scene temo purtroppo che JeeJa voglia presentarsi come il nuovo Jackie: già ci ha ampiamente stufato l’originale, figuriamoci una imitatrice!

L’apprezzato (in patria) comico Petchtai Wongkamlao si fa regista e attore protagonista del film, e addirittura chiama il divino Panna Rittikrai a coreografare i combattimenti: com’è possibile che due titanici professionisti del genere riescano a tirar fuori un prodotto così al di sotto della sufficienza? È davvero un mistero.
Dal punto di vista marziale questo film è niente. È una commedia simpatica e qualche risata la strappa, ma vedere JeeJa che vola coi cavi e ricordarla in “Chocolate” fa davvero male al cuore…

Ecco il consueto trailer: https://www.youtube.com/watch?v=dXQO6-K4egA

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Colpi da maestro

Finalmente in DVD italiano questo piccolo gustoso film: “Colpi da maestro” (2012), ma rende decisamente meglio il titolo originale Here Comes the Boom, dal titolo della celeberrima (e trascinante) canzone dei P.O.D. Un film leggero ma che dimostra che a metterci cuore si può girare una pellicola sulle mma (mixed martial arts) senza scadere in luoghi comuni.

Scott Voss (Kevin James) è uno svogliato maestro di scuola che sembra stimare una sola persona al mondo: il suo collega Marty Streb (Henry Winkler), maestro di musica. Quando il programma di musica viene cancellato per mancanza di fondi, Voss decide di provare un’idea pazza: entrare nel circuito delle mma, dove agli alti livelli anche se perdi becchi un sacco di soldi. Con l’aiuto dell’amico Niko (il montagnoso Bas Rutten), Voss comincia a prendere sberle e sganassoni ma anche ad imparare qualcosa, anche al di là delle mma.

Una storia di redenzione e di catarsi, niente di nuovo, ma il tutto girato con gusto e con la giusta dose di umorismo e sentimento. Insomma, un filmetto giusto per 100 minuti ben spesi.
Ovviamente la parte più ghiotta è la parata di vere star delle mixed martial arts che sfilano davanti alla cinepresa, a partire dal campione mondiale Bas Rutten che qui si diverte un mondo a giocare con il proprio personaggio autoparodistico. Dal presentatore sportivo Joe Rogan (apprezzato lottatore di brazilian ju jitsu), al fondatore della Sityodtong Muay Thai Mark DellaGrotte, e tante altre comparsate dai lati opposti del ring.

Da non sottovalutare la parte musicale. (Here Comes the) Boom dei P.O.D. è un brano trascinante, anche quando Winkler la rifà per voce e chitarra!!!
Nel ruolo di una studentessa c’è la promettente Charice, piccola filippina dalla voce sorprendente che ha spopolato nel telefilm Glee. (Malgrado i suoi vent’anni suonati continua a sembrare una ragazzina!)

Chiudo con il simpatico trailer: https://www.youtube.com/watch?v=M4L6ruTF5qE

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Un piccolo martial noir

Arriva in DVD italiano un curioso piccolo film: quello che teoricamente si potrebbe definire “martial noir”. The Girl from the Naked Eye (2012) è oggettivamente un prodotto quasi amatoriale, a budget bassissimo e molto grezzo; il pessimo doppiaggio italiano non aiuta, ma chi frequenta gli Z-movie è abituato alla “faccia oscura” del tanto blasonato doppiaggio nostrano.
Nato a Shanghai ma cresciuto nel Queens di New York, David Ren porta nei suoi film tanto la fusione culturale quanto lo spaesamento e lo sdoppiamento dei valori. Dopo Shanghai Kiss (2007) decide di omaggiare apertamente il più classico del pulp americano, immaginando che The Girl from the Naked Eye sia il titolo di un romanzetto del fantomatico autore Henry Mu (in realtà è il nome del produttore del film!), facente parte della collana “Dark Mystery Magazine”: la copertina di questo immaginario romanzo apre e chiude le vicende del film.
La deliziosità delle premesse non corrisponde purtroppo alla qualità del film: tanto cuore, sicuramente, tanta passione, è evidente, ma davvero pochi mezzi e troppa ruvidezza.

Jake fa l’autista per un boss di Los Angeles, proprietario del nightclub “The Naked Eye”. Fra i suoi compiti c’è anche il trasporto delle prostitute in giro per clienti, e il film si apre con la morte di una di queste: Sandy. Jake amava la giovane Sandy, e alternando presente e passato scopriamo non solo la storia fra Sandy e Jake ma la vendetta di quest’ultimo, che scende nell’inferno della vita criminale notturna della città per affrontare i suoi demoni privati.
Una storia classica, quasi puntuale, da pulp fino in fondo. Il film scorre normale, anche se delude la davvero scarsa qualità delle immagini, ma ad un certo punto succede qualcosa: da classico noir diventa… martial noir!

Jason Yee non sarà gran che come attore, ma per essere un vero campione del ring sa muoversi abbastanza bene su schermo. Nato a Boston da genitori cinesi, nel 1991 è il primo americano ad aggiudicarsi una medaglia al World Wu Shu Free-Fighint Championship; nel 1994 vince il primo campionato americano di San-Shou Kick-Boxing, nella categoria dei pesi super-medi. Alla “veneranda” età di 37 anni esordisce al cinema scrivendo, dirigendo e interpretando Dark Warrior (2007), dove vuole anche quel Cung Le che ha avuto modo di affrontare sul ring.
Entrati nei 3/4 del film – cioè nel classico going berserk, nella furia del protagonista che pareggia tutti i conti – ci si trova davanti quasi un altro film: non più un omaggio al pulp o al noir, ma allo stile marziale sporco di alcune ottime produzioni asiatiche.

In una scena che considero epica e assolutamente memorabile, Yee si lancia all’assalto di alcuni sgherri e guardie private in una scena che strizza troppo l’occhio al “combattimento al martello” di Oldboy per essere un caso. La telecamera (perché dubito che sia stata usata una vera cinepresa!) al massimo scorre parallela ad una parete, davanti alla quale – in qualcosa di molto simile ad un piano sequenza – Yee combatte con le controfigure in sequenze di marzialità sporca e ruvida, che cerca cioè di mostrare qualcosa di simile ad un vero street-fighting. Una gioia per gli occhi, soprattutto in un film dove assolutamente non ce lo si aspettava. Quella sequenza da sola vale tutto il film!

In due punti, assolutamente a sorpresa, sbuca fuori il titanico Lateef Crowder: il più grande esponente della capoeira cinematografica mai visto! Domanda: perché un lottatore così stupefacente nella sua bravura e così perfetto per lo schermo viene chiamato solo ed esclusivamente in ruoli di pochi secondi… e sempre a prenderci la sveglia? Il povero capoeirista di San José non ha fatto mai se non particine stupide: pure il suo ruolo di Eddy Gordo in Tekken, che gli cadeva addosso con una perfezione divina, è ridicolo e fastidioso. Boh, magari è a lui che non va…

The Girl from the Naked Eye è un piccolo film dimenticabile, ma ha delle piccole particolarità che lo rendono comunque una visione non malvagia.

Ecco il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=qE6kwDiwwbY

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Recoil

Steve Austin fa tris con un’altra collaborazione “illustre”: con l’immarcescibile Danny Trejo dà vita a “Recoil” (2011), di cui la locandina è molto più bella del film ^_^
Il film è esattamente quello che sembra: un’occasione per omaccioni muscolosi di fare cose cattive in nome della vendetta.

Ryan Varrett (Austin) arriva in città su una macchina “da sooogno” (col tono di Crozza quando imita Briatore) in cerca di vendetta, con un giacchetto di pelle “da sooogno”, muscoli “da sooogno” e incontra una donnina “da sooogno”. Non è la parata della banalità, ma un filmetto ruvido ma alla fin fine godibile: la scontatissima storia di vendetta contro una gang di motociclisti è solo una scusa per vedere Austin che smonta la gente del paese e di Trejo e fa vibrare i suoi super-baffoni!

Nel ruolo di Darcy troviamo la canadese Serinda Swan, che gli spettatori del telefilm “Breakout Kings – I signori della fuga” ben conoscono: un bel visino, occhiucci ammiccanti ma per il resto poco o niente. In realtà da questo ruolo non è che le si richiedesse molto di più…

Attenzione, però, perché ad un certo punto sbuca fuori una guest star inaspettata e graditissima: come spaccaossa della gang dei motociclisti arriva Keith Jardine, il granitico mma-fighter dal lungo pizzetto biondo!
Avendo davanti una montagna umana come Austin, il bravo Jardine non può lanciarsi nelle belle tecniche di cui è capace – e di cui ha dato prova nell’ottimo “Unrivaled” (2010), di cui si è già parlato in questo blog – quindi deve abbassare i toni e il risultato delude. Sarebbe come Schwarzenegger che sfida un avversario a scacchi: non convince proprio!
Lo scontro Austin-Jardine si preannuncia epico ma si risolve in una nebbia umidiccia: peccato, davvero peccato.

In conclusione, non un film memorabile ma una visione divertente per gli amanti delle mazzate (sia nel senso marziale, sia nel senso di cinema trash! ^_^)
Ecco il consueto trailer: https://www.youtube.com/watch?v=Q2AgSvzMiz4

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The Package

Torna una collaborazione fra l’ex wrestler texano Steve Austin: dopo quella con il sonnacchioso Steven Seagal (in quel “Maximum Conviction” trattato un paio di giorni fa) eccone una con un sempre più sorprendente Dolph Lundgren, che sta conoscendo una seconda giovinezza professionale.
L’apprezzato stuntman britannico Jesse V. Johnson non è nuovo al mondo della regia: potremmo citare “Alien Agent” con Mark Dacascos o “The Last Sentinel” con Don “The Dragon” Wilson, tanto per dimostrare l’affetto di Johnson verso gli eroi marziali d’altri tempi. Ma vogliamo ricordare Johnson per lo stupendo “Pit Figher”, che ha scritto e diretto: un piccolo capolavoro di cui bisognerà parlarne di più, in futuro.

La trama è a metà fra il fumoso e il banale. Austin riscuote i debiti per un boss e gli viene assegnato il compito di consegnare un misterioso pacco (il package del titolo) ad un brutto ceffo noto solo come The German: è ovviamente Lundgren, la cui nazionalità svedese continua ad essere ignota agli sceneggiatori…
Qualcuno tradisce, qualcuno spara, qualcuno muore, e via dicendo. Sinceramente non un film che si lasci ricordare, se non che la coppia Austin-Lundgren è molto più godibile.
Il buon Dolph è rinato da alcuni anni, quando ha preso in mano la propria immagine e gira con evidentemente divertimento: i suoi prodotti sono gli stessi filmacci low budget di tutti gli altri action heroes in pensione, ma ci si diverte molto di più. Qui supera di molto Austin, che comunque per essere un ex atleta passato al cinema non se la cava male.

Degni di nota invece sono due ottimi atleti in ruoli minori.
Si parte con l’ottimo Darren Shahlavi, britannico che ha studiato alla somma scuola di Hong Kong. Purtroppo deve scontrarsi con Austin, quindi viene tarpato al massimo e fa solo figuracce su figuracce.
Se la cava un po’ meglio il grande Jerry Trimble, che con Johnson ha lavorato in “The Butcher” (uscito anche in Italia) e che i fan ricorderanno formidabile interprete di alcuni buoni film marziali anni Novanta. (Se “Giustizia a mani nude” non vi dice niente, pensate a “Terminator Woman” di Michel Qissi, dove dà grande spettacolo di sé.) Ovviamente non è più il Trimble di una volta, ma almeno nel suo scontro con Austin se la cava con un minimo di dignità, riuscendo a dimostrare di sapersi ancora muovere bene.

Ecco il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=CCx5eJ6gNoU

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Maximum Conviction

La presenza di Steven Seagal nelle videoteche e TV italiane è così alta da rischiare la sovraesposizione, quindi suona strano dire quanto segue: era da tanto che un film di Seagal non arrivava in Italia!
Lo so, sembra strano, ma in effetti dopo “Born to Raise Hell” – e parliamo del 2010! – Seagal si è imbarcato nel serial televisivo “True Justice” e si è defilato dal cinema. (Se filmetti girati in video a bassissimi costi possiamo ancora definirli “cinema”!) Ora pare aver aperto una parentesi dagli impegni della TV e si è misurato con un granitico ex lottatore passato dal ring al set: Steve Austin.
Stiamo parlando di “Maximum Conviction” (2012) che trovate a noleggio in videoteca e in vendita dal prossimo 6 marzo. Il regista è il misterioso Keoni Waxman, che ha lavorato più volte in passato con Seagal, e che ha diretto anche Austin.

Al di là dell’altezza, i due protagonisti non hanno davvero niente in comune: e forse qui sta la bellezza di questa strana unione.
Steven Austin, è noto, nasce sui campi di football del Texas ed è diventato una stella muscolare del wrestling. Seagal non è mai stato muscolare neanche quando aveva ancora un fisico riconoscibile, è sempre stato rigido oltre ogni immaginazione e viene dalle arti marziali “vere”, che con il wrestling hanno davvero poco a che vedere. (Ci sarebbe da discuterne per anni, ma non è questa la sede adatta.) Ultima differenza: Austin ha ancora un discreto controllo dei muscoli facciali, cosa che Seagal ha perso da molti anni.
Proprio per questo l’abbinamento fa un bell’effetto: è come King Kong contro Godzilla… e non sono due nomi sparati a caso :-D

La trama è semplice: Seagal e Austin rimangono chiusi dentro un penitenziario dove tutti voglio ammazzarli, per vari motivi. Serve altro?
Tacendo di imbarazzanti ruoli femminili e comparsate di gente inutile, è da lodare l’apparizione del grande Michael Parè nel ruolo del villain di turno. Era un nome che negli anni Ottanta si faceva notare, ma poi forse non ha avuto le stesse opportunità di altri, non sempre migliori di lui.
Inutile parlare della performance di Seagal: se lo conoscete, sapete già cosa farà mezz’ora prima che lo farà. Voglio solo fare una domanda: se voi aveste davanti a un nemico ed aveste in mano un bastone, cosa fareste? Io proverei a dare una bastonata, cioè a calare il bastone dall’alto in basso: Seagal parerebbe lo stesso, è ovvio, ma almeno non avrei fatto una brutta figura. Invece il cattivo di turno, preso in mano un bastone, colpisce… di punta! Ma che colpo è? Non serve essere maestri di Aikido per parare un colpo così idiota!
Steve Austin purtroppo delude: probabilmente gli è stato detto di non far sfigurare Seagal, quindi non può mostrarsi vivo sullo schermo, che poi la gente si accorgerebbe che Seagal non lo è. Così dimenticatevi sequenze d’azione come in “Tactical Force” o “Hunt to Kill” (che già lì non è che fossero tutte scintille), e preparatevi ad un Austin addormentato.

Ma la sorpresona arriva ad esattamente 10 minuti dalla fine, quando esce fuori dal cast Bren Foster (che non s’è mica capito dove sia stato per tutto il film!) e il discorso cambia.
Britannico di origini cipriote, Foster è un campione di Tae Kwon Do dal talento che spettina, e colto al volo un momento in cui i due giganti sonnecchianti erano distratti, si butta in scena e dà vita ai migliori 30 secondi marziali di tutto l’anno! Una sequenza brevissima e totalmente inutile, ma vedere Foster calciare alla velocità della luce è uno spettacolo che vi ripaga di tutte le buffonate viste fino a quel momento. Da sola, quella scena vale tutto il film!
Ecco un tributo video a Foster trovato in rete: https://www.youtube.com/watch?v=H7oQVY8zrN8

Chiudo con il consueto trailer: https://www.youtube.com/watch?v=yVNSB764KPA

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Universal Soldier fa 20 anni

Era il 29 gennaio del 1993 quando attraversai mezza Roma per raggiungere lo scomodissimo Eurcine: rarissima sala della capitale che proiettava I nuovi eroi (Universal Soldier, 1992). Malgrado nessun giornalista od organo di informazione cinematografica in Italia ne parlasse (con qualche eccezione, ma rarissima), Van Damme era in piena ascesa: dopo il Double Impact dell’agosto precedente, ennesima goduria marziale per tutti gli appassionati del genere in Italia, ben pochi spettatori potevano dire di non conoscerlo.
Iniziò la proiezione e partirono immagini strane, con un elicottero e una prigione: quando apparve sul grande schermo Vasco Rossi, capii che senza motivo stavano proiettando il videoclip de Gli spari sopra: che cacchio c’entrava con van Damme? Boh.
I nuovi eroi era un film con un signor budget (circa 20 milioni di dollari, cifra altissima per l’epoca e per il genere) e come film di fantascienza tutto sommato non è peggio di altre bojate viste in giro. (Per gli odierni standard dei film di fantascienza in video, è un capolavoro senza tempo! Almeno aveva una trama…) Però io non ero lì per la fantascienza: volevo vedere Van Damme combattere. Solo quattro mesi prima l’avevo visto affrontare Bolo Yeung a Hong Kong: ora affrontava Dolph Lundgren… Vai, J.C., facci godere! E invece niente: un solo calcio volante (la classica spazzata volante alla Lionheart) e un paio di calcetti da terra: una tristezza assoluta.
Uscito dal cinema ero combattuto: ero un fan sfegatato e guai chi mi toccava J.C., ma oggettivamente ero delusissimo: avevo fisto un buon film con un solo calcio volante, io invece volevo una cagata PIENA di calci volanti! (Non lo volevo solo io: malgrado l’immane campagna pubblicitaria il film fu un flop al botteghino).

Passano gli anni e passano gli UniSols. DuelTV trasmette i due sequel televisivi della serie, chiamati entrambi Programmati per uccidere. C’è Jeff Wincott, l’indimenticato interprete di stupendi film marziali anni Novanta. Niente, neanche uno schiaffo.

Il fenomeno continua, e subito dopo i due deludenti prodotti televisivi arriva al cinema The Return, quarto film della serie ma il secondo con Van Damme. Una bojata, di sicuro, ma chi è quel titano che suona J.C. come una zampogna? In quel 1999 nasce il mito di Michael Jai White, fenomenale interprete marziale che dopo il solito iter – “non sono un attore di genere, guardatemi: sono un attore completo. Posso interpretare cose che chiunque può interpretare, quindi sono un bravo attore. Ma allora com’è che nessuno mi ingaggia?” – torna al cinema marziale di lusso con il perfetto Blood And Bone e poi con il capolavoro assoluto: Black Dynamite.

Ma intanto gli UniSols continuano e J.C. e Dolph si riuniscono per Regeneration, dal budget insolitamente alto: 10 milioni di dollari, non coperti però dagli incassi magri.
Dolph fa giusto la figura del coglione per un paio di minuti, mentre J.C. a sorpresa si lancia in una lunghissima sequenza di combattimento, con il continuo rischio di rimanerci secco per un bell’infarto. Ma come, si chiede l’appassionato: negli anni Novanta, quando ti reggeva la pompa, non davi manco uno schiaffo perché te la tiravi da attore d’azione, e ora a quasi 50 anni ti lanci in complicate sequenze marziali? Ah, allora dillo che abbandonare le arti marziali è stato il più grande errore della tua vita! Ogni film che vendi oggi, caro J.C., è comprato da gente che ti ricorda coi mutandoni in Kickboxer e Bloodsport, o coi jeans in Lionheart e Double Impact: rinnegare quei film, voltando le spalle allo spirito con cui erano nati, è uno schiaffo in faccia a tutti noi fan.

Passano vent’anni quasi esatti e il 21 gennaio 2013 mi sono visto Universal Soldier – Day of Reckoning. Non c’è il buio della sala cinematografica ma c’è lo stesso spirito: la speranza di vedere tre attori che devono ogni briciola di successo alla loro marzialità impegnati a fare tutto fuorché qualcosa che assomigli alla marzialità.
Il film ha lo stesso alto budget del precedente, circa 10 milioni di dollari, ma sin da subito ci si rende conto che tenta di essere qualcosa di superiore, che cerca di ispirarsi a modelli talmente alti che diventa davvero imbarazzante. (Mi aspettavo da un momento all’altro di vedere la carrozzina sulle scale dal film La corazzata Potëmkin, con J.C. nel ruolo della madre urlante!)
Abbiamo capito che il regista John Hyams ha la smania di dimostare di essere figlio di cotanto padre, ma il caro vecchio Peter è sempre stato un ottimo artigiano: non se l’è mai tirata cercando di fare il virtuoso. Magari Peter, se avesse voluto, forse il virtuoso l’avrebbe anche potuto fare: John lo vuole fare, è evidente, ma è altrettanto evidente che non fa per lui. O se non altro sceglie trame e attori sbagliati: non puoi tirartela da Coppola quando hai un tubero come attore! (E guarda poi la fine che ha fatto Coppola: ne vale la pena?)

Scott Adkins riesce a deludere una volta di più: un attore che poteva essere il miglior interprete marziale vivente, unico e incontrastato in vetta, e invece ha scelto di essere un qualunque attorucolo d’azione da due spicci, come ce ne sono centinaia in giro. (Non ha carattere, non ha espressione, non ha mordente, non ha peculiarità: ma dove vuole andare?) L’ha fatto per soldi? Pensa che non ci sono sbocchi per un attore marziale mentre uno d’azione fa la bella vita? Se la pensa così, Scott sta sbagliando di grosso, e i soli 5 mila dollari guadagnati finora dal film al box office dovrebbero farlo riflettere.

Universal Soldier 6 (contando anche i due film televisivi) è un film noioso e delirante, psichedelico e pretenzioso, e soprattutto solleva la grande domanda: perché J.C. ha la capoccia bianca? Le ipotesi sono due: per non far notare troppo l’uso di controfigura o per mascherare il fatto che ha ormai perso l’uso dei muscoli facciali, mostrando costantemente la stessa identica espressione.
Il film non merita di essere ricordato se non per quei 2 o 3 minuti di going berserk, quando cioè cade la maschera e tutti, dal regista agli attori, ammettono finalmente coi fan: lo sappiamo che state qui solo per vedere calci e pugni, quindi eccovi 3 minuti di calci e pugni. Solo quella sequenza, in cui Adkins alterna mosse alla Van Damme a mosse alla Boyka, vale tutto il film: è l’unica sequenza che si salva. (E il regista può anche sbizzarrirsi con alcuni giochi stilistici per far sembrare il tutto un piano sequenza, che fa tanto Brian De Palma. Ovviamente gli stacchi fra una scena e l’altra sono fin troppo evidenti, ma volendo essere buoni possiamo dire che lo erano anche in Nodo alla gola di Hitchcock, eppure leggenda vuole che sia stato girato tutto in un unico piano sequenza!)

Ehi, un momento: e Dolph Lundgren?
Van Damme è geloso del fatto che Dolph sta conoscendo una seconda giovinezza e che nei filmacci da due soldi – l’unico genere che oggi possano permettersi i divi d’azione del passato – riesce molto meglio di lui. Quindi? Quindi esattamente come in Regeneration Dolph appare circa 5 minuti in scena e fa la conuesta parte del coglione: lo fanno addirittura lottare con un machete, arma mai imbracciata e totalmente sconosciuta all’attore. Il risultato è la scena più penosa e indegna di tutta la filmografia lundgreniana.

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Cyborg Director’s Cut

L’8 ottobre 1988 la casa di produzione Cannon prende il regista Albert Pyun per la collottola e lo caccia a pedate dalla sala di montaggio: se lo finiscono di montare da soli quel guazzabuglio informe che il regista continua a chiamare “Slinger” ma che in seguito sarà noto come “Cyborg”. Il 5 ottobre 2012 dal blog Malastrana VHS Andrea K. Lanza mi porta a conoscenza del fatto che Pyun ha finalmente tirato fuori il suo film, o almeno la copia a bassa risoluzione di ciò che lui stava preparando.
Per informazioni tecniche e quant’altro rimando al blog in questione (http://malastranavhs.wordpress.com/2012/10/05/cyborg-la-versione-mai-vista-nel-mondo/): io mi limito solo a considerazioni personali una volta visto il fatidico Director’s Cut di Pyun.

Capire con quale spirito noi fan malati di Van Damme vedemmo Cyborg all’epoca è difficile. Oggi puoi nominare l’attore belga e tutti ti capiscono: nei primissimi anni Novanta non solo nessuno sapeva chi diavolo fosse, ma il cinema marziale era considerato peggio dei porno e chi lo vedeva era un pervertito. Di tutt’altra opinione era il mondo dell’home video. Non parlo della barbarie immonda dei Blockbuster, mostri orripilanti che hanno distrutto il mercato dei film: parlo di un periodo precedente in cui ogni quartiere aveva dieci videoteche, di cui almeno una prendeva TUTTE le uscite in home video! (Non solo l’Harry Potter o il Signore degli Anelli di turno, ma anche le peggiori bojate, che poi erano quelle che vendevano di più!)
Era un periodo in cui ti toccava fare le poste alle videoteche, per cercare di beccare il cliente che riportava il film e prendertelo tu. In questo mondo, l’uscita di “Senza esclusione di Colpi!” e “Kickboxer” era stata salutata con un successo travolgente. Nessuna rivista li ha mai nominati, nessun critico italiano sapeva della loro esistenza per ancora molti anni, ma la gente faceva a botte in videoteca per affittarsene una copia. Nell’aria c’erano capolavori come “Lionheart” e “Double Impact” e tutti i fan – di nascosto – smaniavano. In questo ambiente un giorno uscì a sorpresa “Cyborg“: un film che nessuno conosceva ma non importava. C’era Van Damme e tanto bastava.

Andavi a casa tutto eccitato, infilavi la tua copia nel videoregistratore e ti preparavi a vedere Van Damme volare. Ok, pensavi, ho già preso una fregatura con “Kickboxers” e non potrà essere peggio di quella minchiata di “Aquila Nera“: tutti film apparsi in Italia solo perché J.C. imperversava in ogni videoteca. Comincia il film e avevi già capito: è una minchiata peggiore di tutte le altre…

Cyborg” è un film sbagliato sotto tanti punti di vista: è un progetto abortito, è vero, ma non è solo questo il problema. Gli attori sono tutti sbagliati, le location sono sbagliate, gli stunt fatti malissimo, la storia è ridicola e il regista ha dimostrato di essere un pazzo. Ma attenzione: tutto questo non avrebbe la benché minima importanza se avessero permesso a Van Damme di volare, che è stato l’unico motivo per cui ha riscosso successo planetario fra il 1990 e il 1993 (data in cui è morto fisicamente, diventando attore d’azione).
Invece la Cannon, proprio la grande Cannon, ha sbagliato tutto perché non ha capito chi era Van Damme e cosa poteva fare su schermo. Farlo camminare e farlo recitare è il più grande errore che un regista possa fare…

E arriviamo al regista. Cos’ha tanto da lamentarsi Albert Pyun? Perché lo hanno estromesso dal montaggio e gli hanno impedito di presentare l’immane sporcizia che stava preparando?
Le due versioni del film – quella che Pyun stava preparando e quella distribuita in seguito – sono identiche al 95%: quel 5% differente fa talmente ribrezzo che Pyun deve ringraziare non sia mai stato visto prima!
Ora mi chiedo: Pyun non è l’ultimo arrivato, è un regista che stimo perché ha una visione cinematografica geniale applicata a minchiate di serie Z. A fare un filmaccio sono bravi tutti, anche registi da Oscar, ma farlo in maniera orgogliosamente brutta è roba da pochi eletti. Studiare una bella inquadratura di una brutta scena è un pregio che Pyun ha sempre avuto: perché allora nel suo montaggio il film diventa mooooolto più brutto di quello ufficiale?

Al di là di un numero improponibile di flashback fulminei, che disturbano la visione e indispettiscono lo spettatore, il più grande e imperdonabile errore di Pyun è l’ignominioso atto di… non mostrare Van Damme che combatte!
Ogni scena di combattimento del film (e sono pochine) è stata o cancellata o moncata o rovinata nel montaggio di Pyun. Il motivo? Non lo so, forse una profonda pazzia del regista…
Se la Cannon – all’epoca l’unica casa al mondo a presentare buoni film di arti marziali – ti affida un attore marziale protagonista, contornato da ottimi artisti marziali come cast, secondo te vuole fare un film intellettualoide basato sui flashback? Credo proprio di no: perché allora rifiutarsi minuziosamente di mostrare quel poco di marzialità che è prevista?
Ti danno Ralph Möller e lo fai morire al buio; ti danno quel capolavoro vivente di Stefanos Miltsakakis e prima lo fai combattere come un coglione e poi lo fai sparire nel nulla; ti danno Vincent Klyn e gli fai fare l’idiota che mette e leva gli occhiali scuri. Ti danno Van Damme… e NON lo fai vedere che combatte… A Pyun, ma va’ a girare un po’ di soap opera che ti fa bene…

Ci sono solo alcuni momenti marziali che vanno salvati da quella schifezza di film:
1) Van Damme nello stagno che tira un calcio alto a spazzata al cattivo, che vola via. Bello, potente, marzialmente scorretto ma di impatto visivo immenso. L’acqua scroscia, la caduta di entrambi esalta la tecnica. La scena al tramonto acquista un colore oro che è stupendo.
- Come la rovina Pyun? La tronca a metà! Ma che, ti pesava la pellicola? In compenso ne aggiunge una assente nel film ufficiale: il classico calcio volante di Van Damme, tirato talmente male e inquadrato talmente peggio che è comprensibile che poi l’abbiamo cancellato!

2) Van Damme che tira un calcio circolare al cattivo in fiamme (il cattivo che dice «I kill slingers»). Non è un calcio d’impatto, ma una spazzata che serve ad allontanare l’incendiato, ed è una tecnica data talmente veloce che J.C. alza la gamba d’appoggio: un calcio volante doppiamente volante. Veloce, dura un nanosecondo, ma vale tutta la scena.
- Come lo rovina Pyun? Usa un’inquadratura in cui NON si vede il calcio…

3) La seconda volta che Klyn si rialza, il combattimento finisce in un macello e Van Damme prende la rincorsa: colpice Klyn con una tecnica assolutamente non chiara, a metà fra la spazzata e il calcio volante, una roba confusa. L’effetto è stupendo, anche se zoppicante, ma essendo la classica tecnica finale dei martial movies, ci piace e rimane nel cuore.
- Come la rovina Pyun? Semplice: Klyn muore una volta sola… Dopo un intero film a cazzeggiare, si prende un coltellino in pancia e muore in un secondo…

Prendete “Ombre rosse“, toglietegli gli indiani, i cowboy e la diligenza. Che rimane? La pazzia di Pyun, ecco cosa rimane.

Ma allora potreste dirmi: «andiamo, Pyun non voleva dirigere immondizia marziale, né la solita robaccia sul mondo postatomico. Ci è stato costretto e infatti dopo ha cambiato genere.»
Magari! Pyun ha continuato a menarcela con la saga di Nemesis, Cyborg Terminator e titoli pazzi vari, robaccia di fanta-azione-postapocalittica con spesso incontri marziali. Ha diretto “Heatseeker“, su un torneo marziale fra uomini-robot, e via dicendo. Tutta roba di infima qualità ma che regala emozioni ai fan: Albert Pyun è un ottimo regista, ma in quel 1988 ha preso una cantonata titanica. La cosa curiosa è che si lamenta!

Per finire, si dice che all’epoca fu Van Damme a cacciare il regista dalla sala di montaggio. In quel 1988 non era ancora uscito in patria “Senza esclusione di colpi!“, quindi J.C. era un nome totalmente ignoto al pubblico. Contava quanto il due di picche, e lo dimostra la sua partecipazione ad “Aquila Nera“, oltre a dirlo nelle varie interviste. Dubito fortemente che avesse il pur minimo peso alla Cannon…

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One in the Chamber

Con “One in the Chamber” (2012) nasce spontanea una domanda: perché un grande attore versatile come Cuba Gooding jr., che da più di vent’anni dimostra di essere in grado di ricoprire con successo ogni tipo di ruolo, all’apice della sua carriera si va ad infilare nell’inferno degli eroi falliti, cioè gli attori anni Ottanta che non sanno fare altro? Perché un attore di così tanti film stupendi si abbassa ad interpretare un banale e scontatissimo action movie della peggior sorta? (Cioè quel tipo di film che appassiona giusto noi fan malati)
Ma forse la questione va rovesciata: “One in the Chamber” forse non è un film di Cuba con ospite Dolph Lungren, ma un film di Lundgren a cui partecipa Cuba…

La trama non serve neanche scriverla: parla di killer contro killer nella solita location est-europea e con la solita mafia russa. Tutto già visto un miliardo di volte, tutto noioso, tutto godibile solo per noi fan che – pur parlandone male – siamo sempre lì pronti a goderci sparatorie in disgraziati paesi ex sovietici, ultimo posto al mondo dove il fallito cinema americano riesce ancora a pagare le location. (Fra un po’ ci userà il sistema Ed Wood: girare di nascosto senza pagare nulla!)
Cuba è davvero sprecato e si vede che non sa come muoversi. Lui non è un attore fallito che è costretto a girare filmacci in serie, e la sua espressione sembra dire: «Ma che cacchio ci faccio qui?» Il momento più triste è quando gli fanno tirare un calcio volante: ma che bisogno c’era? Neanche gli eroi marziali combattono più, perché far combattere un attore che non ha mai alzato altro se non un sopracciglio?
La noia dovuta ad un ruolo visto mille volte cambia quando entra in scena il co-protagonista, il killer Wolf. Cioè Dolph Lundgren, che invece in questi filmacci si diverte un mondo a sguazzarci!

Dolph Lundgren ha fatto un percorso diverso dagli altri “mercenari” degli anni Ottanta. Tutti, è vero, dalla fine degli anni Novanta si sono buttati nella produzione schizofrenica di piccoli film da home video, ma ad un certo punto Dolph ha cambiato strada. Dopo aver fatto una prova generale con “Diamond Dogs” (2007), infatti, lo svedesone s’è buttato sia nella regia che nella recitazione sopra le righe.
Mentre gli action heroes anni Ottanta (più l’inbucato Seagal, che non ha mai fatto parte di quella élite essendo arrivato proprio alla fine della golden age) si prendono ancora maledettamente sul serio, Lundgren da “Missionary Man” (2007) ha deciso di non prendersi più troppo sul serio ed anzi sfruttare la fama per divertirsi sul set. Ha smussato il suo “muso duro” e si è lanciato in personaggi talmente sopra le righe… che le righe non si vedono neanche più!
Dal prete che beve tequila e professa il Vangelo a bastonate (“Missionary Man“) al batterista a torso nudo che uccide i cattivi a chitarrate (“Command Performance“). Non fa eccezione il suo ruolo di Wolf in questo “One in the Chamber“: si vede che Lundgren si sta divertendo un mondo a storpiarlo a proprio piacimento!
Distrugge tutto, lancia frasi smargiasse e strizza l’occhio divertito, dando a tutti – cast romeno compreso – una lezione di come si possano girare filmacci ma con stile.

One in the Chamber” ha infine il grande difetto di riportare in video Louis Mandylor – bravissimo kickboxer che però non ha mai trovato la strada giusta – e di non fargli muovere un dito: ma già che è lì, un calcetto faglielo dare, no? No, preferiscono farlo tirare a Cuba, che era dai tempi de “I gladiatori della strada” che non si vedeva impegnato in una scena movimentata!
Insomma, se siete fan sfegatati degli action movie della peggior sorta, questo film potete anche vederlo: altrimenti evitate accuratamente ;-)

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Six Bullets

Provo a tornare attivo tramite smartphone, anche per consigliare a tutti i lettori di Stephen Gunn di tenersi pronti: il nuovo film con Van Damme e’ praticamente un omaggio al Professionista! ^_^

Six Bullets” di Ernie Barbarash e’ il solito action movie moderno: girato nella piu’ totale scarsita’ di mezzi in un paese ex sovietico, con pessimi attori e sceneggiature tutte uguali. Ma stavolta il nostro buon Van Damme ci sorprende con un ruolo identico a Chance Renard dei romanzi di Stefano Di Marino.

Una bionda ragazzetta americana viene rapita in Moldavia per essere destinata alla tratta delle bianche. La famiglia disperata si rivolge ad un ex legionario per recuperarla: ci riuscira’, ma saranno lacrime e sangue. Ad eccezione dei soliti difetti vandammiani (fra cui il non sapersi muovere sullo schermo, dopo cosi’ tanti anni) il pesonaggio e’ sicuramente simile allo standard noir a cui l’attore belga ci ha abituato, ma stavolta tutti gli elementi insieme formano davvero il Professionista di gunniana memoria!

Divertente vedere il giovane Kristopher Van Varenberg, figlio di J.C., fare il figlio anche nella pellicola, malgrado in passate interviste abbia rivelato il desiderio di lavorare dietro la macchina da presa. Alla sua eta’ il padre era gia’ un mito, mentre ora attira parenti ed amici (come il poveto Scott Adkins) in un gorgo di mediocrita’.

“Six Bullet” e’ un piccolo film che forse senza Van Damme sarebbe stato carino, ma e’ anche vero che solo i gtandi nomi ormai lavorano (sebbene non so quanto mai potranno incassare queste piccole produzioni). E’ innegabile che la grande somiglianza del protagonista con Chance Renard dia al tutto un gusto piu’ frizzante: forse va visto solo per questo ;-)

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