Il ritorno di Boyka

Scott Adkins nei panni del mitico e granitico Yuri Boyka

Scott Adkins nei panni del mitico e granitico Yuri Boyka

Recentemente Movie Cricket ha intervistato il grande regista d’azione Isaac Florentine: se non sapete chi sia uscite immediatamente da questo blog! ^_^
Scherzi a parte, Florentine è specializzato in piccoli film d’azione con sequenze marziali gustose e, come dire?, d’altri tempi. Il suo gusto infatti ricorda lo stile di Hong Kong anni Ottanta, con sequenze spesso velocizzate ed espressioni buffe dei protagonisti, ma nel tempo Isaac si è molto migliorato e, dopo aver scoperto il talento (purtroppo già evaporato) di Scott Adkins, ha creato quei capolavori marziali senza tempo che sono “Undisputed II” e “Undisputed III”.
Dopo avermi fatto sognare, in quella lontana estate del 2009, nei miei sogni più sfrenati desideravo un “Undisputed IV”: visto che in tutto il mondo questa serie di film è venerata (googlate, se non mi credete), hanno deciso bene di NON continuarla. Visto che Yuri Boyka è entrato nella rosa dei personaggi marziali più amati di tutti i tempi (googlate, se non mi credete), è il caso di NON presentarlo più. Meglio per Adkins dedicarsi a fare l’“attore”…
Intervistando Florentine, invece, a sorpresa esce fuori che c’è un concreto progetto della Millennium Films di portare “Undisputed II”: sarà che né lui né Adkins ne hanno più azzeccata una e quindi hanno capito che devono tornare a fare quello che sanno fare meglio?
Qui di seguito traduco i brevi estratti dell’intervista a Florentine riportata da Movie Cricket.

Isaac Florentine

Isaac Florentine

Movie Cricket: Dopo il cattivo di “Undisputed II” e l’eroe di “Undisputed III”, quale sarà la caratterizzazione di Boyka in “Undisputed IV”?
Isaac Florentine: In Boyka c’è sempre un cambiamento in corso. Il personaggio è profondamente religioso, lo si vede già nella scena che lo presenta in “Undisputed II”. Nel terzo film è mosso quasi principalmente da quei motivi, e di base continueranno a farlo anche nel quarto capitolo…
[…] Io amo molto sia il personaggio che come lo rende Scott. Quando giravamo “Undisputed II” io ero a Los Angeles e Scott venne dall’Inghilterra in visita. Gli feci vedere l’ufficio e c’era lì un produttore che mi diceva «Isaac, mi piace davvero il film» e non aveva riconosciuto Scott! Perché lui, gentiluomo britannico, non assomiglia affatto a Boyka. Così Scott rispose «Sono davvero contento che le piaccia». Il produttore si girò verso di lui e disse: «C’è anche lei nel film?» [ride] Scott dice «Guardi, le do un indizio. Ero sul ring insieme al tizio afroamericano!» E solo allora il produttore capì e non poteva crederci… aveva davvero amato quel personaggio.

MC: Come metti insieme le tue scene di combattimento?
IF: Tu vuoi vedere la tecnica, il combattimento, ed io ho sempre amato l’emozione che sprigionavano Fred Astaire e Gene Kelly quando danzavano. Li vedi muoversi guancia a guancia e puoi vedere la tecnica. Quando vedi un film di Bruce Lee vedi la tecnica, vedi che un calcio è un calcio, una spazzata è una spazzata: vedi la combinazione dei colpi. Quando lavori con persone capaci, che sappiano fare più che semplicemente eseguire delle mosse ma sappiano impegnarsi in lunghe combinazioni, magari il pubblico può non capire la differenza… ma sentono che non ci sono tagli, che è tutto vero. Lo sentono dentro e lo apprezzano.
Non credo nel contatto fisico. Il primo motivo è che stiamo facendo solo un film: nessuno dovrebbe rimanere ferito. Da un punto di vista strettamente “egoistico”, tutto ciò che voglio è la migliore esecuzione da parte degli attori, e quando un attore sa che potrebbe rimanere ferito da un colpo diventa teso, così la sua reazione non risulta efficace in video. Ma se sa che è tutto sicuro, allora sarà rilassato, e se sei completamente rilassato la recitazione sarà ottima e la tempistica perfetta. Poi ci sono punti in cui dici «Okay, qui ci sarà contatto»… ma gli attori sono pronti e diventa parte della loro preparazione. Uno, due, tre riprese ed è fatta. È esattamente come sparare a salve.

MC: Ci sono altre leggende marziali con cui ti piacerebbe lavorare?
IF: Mi piacerebbe lavorare con Donnie Yen. Ho adorato girare con Dolph Lundgren e Van Damme e mi piacerebbe anche lavorare con Jason Statham… e naturalmente il più grande sogno sarebbe girare con Bruce Lee, una persona che è stata la più grande ispirazione non solo per me ma per la mia intera generazione. Per me è stato più di un’icona: c’era lui… e poi c’erano gli altri. Ricordo la prima volta che vidi Dalla Cina con furore, nel 1972: non era il primo film marziale che vedevo, c’era stato Cinque dita di violenza che però non mi era piaciuto. Non mi era piaciuta la tecnica, era troppo violento, né mi piacevano i salti volanti. Arrivò poi Dalla Cina con furore e ricordo che me lo raccomandò il mio maestro. Lo andai a vedere e tornando a casa… mi sembrava di camminare fra le nuvole: per la prima volta sapevo cosa volevo fare. Volevo allenarmi duramente nelle arti marziali e magari fare film… Divenne tutto più chiaro quando vidi I 3 dell’Operazione Drago, ma intanto era la scintilla.

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Green Street 3 (2013) Tifo marziale

Green Street 3 Never Back Down (4)Nel 2005 il film “Hooligans” (Green Street Hooligans, in Italia distribuito dalla Eagle Pictures) ha dato il via ad uno strano filone: quello del Green Street.
Chi frequenta questo blog ben conosce il fenomeno de Pight Fight, prolifico filone in cui il protagonista è costretto a combattere in incontri clandestini senza regole. Be’, questo Green Street è qualcosa di simile: parliamo sempre di combattimenti clandestini, c’è sempre la vendetta di mezzo e le regole sono sempre assenti… ma stavola non lo si fa per soldi, bensì per tifoseria!
Gli Hooligans di Londra non si affrontano più negli stadi… lo fanno in incontri clandestini per strada!

Mentre nel 2009 “Green Street Hooligans 2” (inedito in Italia) faceva fondere la storia con il classico “pugni in gabbia” (cioè il genere prison movie contaminato con le arti marziali), nel 2013 si torna nelle strade ma stavolta con qualcosa in più. Se bisogna combattere, è il caso di trovare un buon maestro che ce lo insegni bene: “Green Street 3: Never Back Down” mette in campo un pezzo da novanta facendo entrare in campo Scott Adkins.

Mentre si distrugge la carriera in giro per il mondo, facendo sì che tutta la fama conquistata con il ruolo di Yurj Boyka in Undisputed si dissolva, Adkins torna nella sua città natale per interpretare Danny, proprietario di una palestra che non vuole sottostare alle solite angherie del boss locale. Quando perde il fratello durante uno scontro del Green Street, decide non solo di partecipare lui al prossimo “campionato” ma di allenare altri ragazzi perché non siano massacrati.

Film piatto e lineare, scontatissimo dall’inizio alla fine, le uniche scene divertenti sono quelle degli allenamenti: quasi un bignami del cinema sportivo.
Ovviamente Adkins non può lanciarsi nelle sue tecniche acrobatiche, non avrebbe senso nei bassifondi londinesi, ma qualche sua tecnica celebre riesce comunque a piazzarla.
Da vedere con un occhio solo…

L.

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The Raid 2 – Berandal (2014)

The Raid 2 (8)Replicare la luccicante bellezza del primo “The Raid: Redemption” (2011) era davvero difficile, e infatti il seppur ottimo Gareth Evans non ci riesce: questo “The Raid 2: Berandal” (2014) è un onesto noir con spettacolari inserti marziali, ma non riesce ad esssere un capolavoro senza tempo come il primo titolo.

Raid2_AIko Uwais

Va sottolineato che “The Raid” è una specie di remake indonesiano dello sfortunato “Dredd” (film orribile ma che vantava comunque un’intrigante sceneggiatura), mentre stavolta Evans vuole fare tutto da solo: montaggio, sceneggiatura e regia. Eh, figlio mio, mica sei Mandrake…
Dialoghi lunghi e noiosi – 150 minuti per questo tipo di film sono improponibili! – fanno di questo sequel un noir banalissimo come ce ne sono mille in giro. Il poliziotto buono che viene infiltrato nel carcere per farsi amico il figlio del boss, che a sua volta vuole fare le scarpe al padre per prendere il potere… e tutta la scontatissima giostra di ciò che ne consegue. La trama non merita altre parole.

Raid2_BIko Uwais contro tutti!

Tutt’altro discorso per le coreografie marziali, curate anche stavolta da Yayan Ruhian, il mitico Mad dog del primo film. Il maestro javanese di pencak silat segue Evans sin dai tempi dei “Merantau” (2009) e anche stavolta compie il miracolo: orchestrare delle stupende coreografie in generale e regalare al jakartense (si dice così?) Iko Uwais un’altra interpretazione marziale memorabile.

Raid2_DYayan Ruhian in un piccolo ruolo

Dal punto di vista dell’action il trio Evans-Uwais-Ruhian è impareggiabile e imbattibile – se fosse ancora attivo il trio thailandese Pinkaew-Jaa-Rittikrai allora sarebbe un altro discorso… – e quindi “The Raid 2” è sicuramente una pellicola godibilissima. Si tratta solo di andare avanti veloci quando si lanciano in stupide chiacchiere…

Raid2_EPer sopperire alla mancanza di uno spunto ottimo e di una storia eccellente, Evans deve dare allo spettatore qualcosa in cambio: così moltiplica la dose di violenza dei combattimenti fino a rendere l’intero film un’orgia di sangue e ossa rotte!
Al contrario dei bacchettoni americani, qui si parla di violenza cattiva, sporca e bastarda: di colpi scorretti, di mosse sporche e tante bastardate come non se ne vedevano da tempo su schermo. La scena della rivolta carceraria, ambientata in un cortile stracolmo di fango, è un olocausto di violenza spietata e infame che lascia davvero stupefatti: fa sentire in colpa gustarsi ’sto film…

Raid2_CSe ad una trama scontatissima aggiungiamo alcune indegne trovate tarantiniane – i nemici da videogioco e la donnina martellatrice sono davvero una caduta di stile che non mi aspettavo – il giudizio sul film in generale cala parecchio, ma se si guardano solo i combattimenti allora ci si rende conto che al giorno d’oggi non esiste niente di anche solo vagamente paragonabile a questo: close combat cattivo e infame per scene marziali per cui dopo… bisogna chiedere l’assoluzione!

Raid2_FIko Uwais contro Cecep Arif Rahman

Assoluto capolavoro il combattimento finale contro l’assassino baffuto, che altro non è se non il maestro Cecep Arif Rahman, anche lui maestro di pencak silat. Uno scontro di titani che esula dal contesto di questo film e si riallaccia direttamente alla grande tradizione di Hong Kong, con il big boss con cui combattere per mezz’ora!

Ecco il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=AZZmUVWVc0c

L.

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Battle of the Damned

Battle of the Damned (5)Nuova prova per il divo meglio conservato degli anni Ottanta: Dolph Lundgren. (Anche nella locandina sembra Harrison Ford!) A dimostrazione che il biondone di Stoccolma ancora gliel’ammolla arriva in DVD (anche in Italia) “Battle of the Damned” (2013).
Il regista e sceneggiatore Christopher Hatton ama i filmacci e i robot: cosa c’è di meglio dunque che fare un filmaccio con robot?

Siamo nel solito futuro cupo con i soliti zombie. Max Gatling (Dolph Lundgren) è a capo di una squadra di uomini superaddestrati e superarmati, specializzati in recuperi in zone calde. Sapete benissimo questo cosa vuol dire: quando in un film appare una squadra di omaccioni armati, significa che sono delle ridicole mammolette che moriranno stupidamente a 5 minuti dall’inizio della storia. E infatti rimane solo Dolph…
Ma perché è entrato nella zona calda piena di zombie? Per salvare la figlia di… bah, tutte chiacchiere ridicole e inutili, con attori giovani che invece di pensare al cinema dovrebbero donare organi. Perché allora vedere ’sto film?

Battle-of-the-DamnedAl bando i falsi moralismi e le ipocrisie: tutto il film è solo una scusa per vedere Lundgren che prende gli zombie a calci in faccia!
Dimostrando una prestanza fisica assolutamente invidiabile – parliamo di un attore classe 1957! – nonché una conoscenza precisa dei propri limiti, Dolph sa come muoversi per far divertire lo spettatore senza farla fuori dal vasetto. Mentre i giovani e prestanti attori che lo circondano non si dimostrano capaci neanche di respirare, lui da solo tiene sulle sue enormi spalle l’intera storia, e il suo sguardo divertito lo rende credibile pure quando si confronta intellettualmente… con un robot!

10-battle-of-the-damnedSì perché nel mondo zombie arrivano dal Giappone frotte di robot che ammazzano tutti. Tutti i morti, ma anche gli umani. Però gli umani no, solo gli zombie. E un po’ di umani. Ma solo i morti… però due mazzate ai vivi gliele si dà con piacere. Ma insomma, ’sti robot da che parte stanno? Il regista e sceneggiatore Hatton è confuso e fino all’ultimo non sa neanche lui che cacchio ci deve fare con questi robot.
Però Dolph che dà le pacche sulle spalle di un robot è uno spettacolo imperdibile!

Battle of the Damned” è ovviamente un filmaccio di serie Z di pretese scarsissime, da vedere unicamente per farsi due risate davanti alle incredibili soluzioni che Dolph tira fuori per sottrarsi all’invasione zombie, oltre che alle sonore pedate che dà al loro sedere non-morto.

Ecco infine il trailer con un po’ di sonore pedate di Dolph: https://www.youtube.com/watch?v=syBP5qT0FHs

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Enemies Closer

Enemies_CloserMa ve lo ricordate Peter Hyams? Sì, quello di “Atmosfera Zero” (1981) con Sean Connery e “2010 l’anno del contatto” (1984) con Roy Scheider, o addirittura quello di “Capricorn One” (1977) con Elliott Gould. E va be’, gli anni Settanta-Ottanta sono passati da un pezzo, i soldi sono finiti e gli attori sono morti o in morte apparente indotta da alcol, droga e narcisismo. Così Peter giustamente si allontana dal mondo cinematografico e tira fuori il naso solo ogni tanto. Però poi alle cene di Natale la discussione cade sempre là: «John, figlio mio, perché continui a girare quelle ridicole bojate con Van Damme? Non ti è bastato che quel belga mi abbia rovinato la carriera con “Timecop” e “A rischio della vita”?» «Ma babbo, è il fantasma di un idolo marziale, e poi a cinquant’anni ha deciso che è il momento di combattere in video: quello cioè che ha rifiutato di fare sin dagli anni Novanta, quando ancora era vivo. Non merita di essere protagonisti di filmacci da due soldi?»
Peter è convinto e decide di contravvenire alla grande regola aurea («Al secondo film che fai con Van Damme, sei fottuto»). Sheldon Lettich, Ringo Lam, Tsui Hark, tutti sono crollati al secondo film: si è salvato solo John Woo che infatti ne ha fatto uno solo. Peter ne ha fatti due con J.C. e dopo è scomparso: è il tempo di farne un terzo!

Enemies Closer” (2013) probabilmente ha avuto una genesi diversa di quella (apocrifa!) che ho raccontato, ma reputo più divertente vedere Peter Hyams intento a smerdarsi la carriera con un ridicolo filmaccio amatoriale, girato con due telecamere a mano e un paio di alberi come scenografia. Addirittura Hyams padre si fregia di firmarsi come curatore della fotografia: ho dei filmini delle vacanze girati mille volte meglio!
Perché la famiglia Hyams ha questo desiderio di creare spazzatura con Van Damme? E’ un mistero.

enemies_closer1Malgrado la terrificante e assolutamente immotivata acconciatura di J.C., “Enemies Closer” è a sorpresa un film dalla sceneggiatura discreta, con degli spunti interessanti che sono qualitativamente superiori alla pessima resa in video.
Un aereo pieno di droga cade al largo di un’isola canadese, e un secondo dopo lo spettatore esplode: «Noooo, ma che è, n’altro film alla Cliffhanger? Abbasta!» E invece la cosa buona è che la sceneggiatura “sembra” alla Cliffhanger e invece cambia al volo e sfoggia qualche buona trovata, che in mano a professionisti avrebbe dato qualche ottimo risultato: trattandosi qui purtroppo di una massa di cialtroni ex professionisti, il risultato è davvero sprecato.

Grande sorpresa poi per J.C. cattivo. Negli ultimi tempi ha scoperto che gli riesce meglio che il buono, e qui è ancora più villain di Vilain, il suo cattivo ne “I mercenari 2“. Molto sopra le righe ma ci sta, visto che parliamo di un filmetto amatoriale che in qualsiasi scuola di cinematografia verrebbe bruciato sul posto.
Ci aspettiamo altri grandi ruoli da cattivo per J.C., anche se sappiamo che quando ci si aspetta qualcosa da lui è la volta che si rimane delusi: vent’anni fa gli chiedevo solo di combattere, visto che era un idolo marziale. Che ingenuo che ero…

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Savate nel Far West

Dopo la conclusione del ciclo sugli Spaghetti Marziali, rimaniamo in tema di western marziale con un piccolo film stavolta di marca americana: “Savate” (1995).
Erano gli inizi dei favolosi anni Novanta – così densi di marzialità occidentale a buon mercato! – quando la casa statunitense PM Entertainment Group puntava su un gruppetto di professionisti del mondo marziale, come Don “The Dragon” Wilson (per cui crearono nel 1991 quel gioiello ruvido di “Quadrato di sangue”) e Joseph Merhi, che nel 1992 diresse Lorenzo Lamas in un rimaneggiamento di Nikita come “Nome in codice: Alexa”: titolo che subito i distributori italiani piratarono per il pessimo film “Nome in codice: Nina”.
Sono insomma anni in cui tutto è possibile, nel cinema marziale… anche un western dove invece delle classiche pistole si usino pugni e calci!

Il compositore Kevin Kiner apre la pellicola con la sua stupenda colonna sonora piena di omaggi al cinema western più classico, compresi i “borbottii” alla Morricone. Incontriamo così il protagonista Joseph Charlegrand, ex ufficiale francese negli Stati Uniti del 1865 che sta andando a partecipare ad un torneo di lotta con 500 dollari d’argento in palio e, strada facendo, viene aiutato da un’onesta famigliola di contadini poveri. Inizia la banalissima storia dei soliti poveretti vessati dagli affaristi biechi, ricalcando la classica tradizione del Cavaliere della valle solitaria, finché la cosa si fa interessante quando si scopre che non è per soldi che il nostro Joseph vuole partecipare al torneo, bensì per vendicarsi dell’uomo che gli ha ucciso l’amico.
Con una serie di flashback che ricopiano in maniera curiosa il Cyborg di Albert Pyun – con tanto di scena del pozzo, scopiazzata alla grande! – il film costruisce man mano tanto il presente quanto il passato del personaggio, per spiegare come questi arriva sul ring a combattere a suon di savate contro il big boss Marc Singer (l’indimenticato Mike Donovan dei Visitors!).
In pieno stile Bloodsport – e non a caso fra il pubblico urlante c’è anche Donald Gibb, ormai relegato a semplice comparsa – si alternano sul ring paesano lottatori di tutte le razze: posso capire il kung fu (la comunità cinese era molto sviluppata nel Far West), ma come c’è arrivato laggiù un lottatore di capoeira?

Artefici di questo film sono il geniale Isaac Florentine, qui nelle doppie vesti di regista e sceneggiatore ancora giovane e ruvido, pronto a diventare famoso dopo la svolta del Duemila, e un Olivier Gruner in splendida forma. L’attore parigino purtroppo non ha mai avuto grandi possibilità, seppure abbia cominciato a combattere in video proprio quando Van Damme ha smesso di farlo: non è che il francese reciti meglio del belga, sono entrambi cani, ma almeno Gruner ha gli occhi aperti ed è vivo, al contrario del catatonico J.C. (In questo stesso periodo un altro europeo tentò di prendere il posto che Van Damme stava vistosamente lasciando libero: lo svizzero Daniel Bernhardt. Sia Gruner che Berhardt hanno un’eccellente preparazione atletica e forse qualche espressione in più rispetto a J.C., ma la loro carriera marziale non è mai neanche iniziata.)

Olivier Gruner si muove a proprio agio in un film cucitogli addosso per lanciarlo, sebbene senza successo. Schiva le pallottole con le capriole e tira decine di calci: è esattamente quel tipo di cialtroneria che i fan marziali come me adorano! E Florentine lo sa benissimo, visto che quando gli capitò per le mani il rozzo Scott Adkins gli fece fare la stessa identica trafila: un film pacchiano e ridicolo (“Special Forces”) prima di lanciarlo. (Poi Adkins è caduto nel vuoto, lanciato forse con troppa forza, ma questa è un’altra storia).
Chiudo con una curiosità sorprendente. Nel combattimento finale Olivier Gruner affronta il super-cattivo con una pallottola nella gamba… Quasi 15 anni prima, già Florentine creò le basi per il lottatore zoppo Yurj Boyka!!!

Per finire, il consueto trailer: https://www.youtube.com/watch?v=lG2eoqKGHYY

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Spaghetti Marziali 9

(Continua il viaggio nel cinema western contaminato con le arti marziali. Il saggio completo in eBook gratuito lo trovate qui)

In futuro gli asiatici “riscopriranno” il western e nasceranno film come C’era un volta in Cina e in America (Once Upon a Tima in China VI, 1997) con Jet Li o  Pallottole cinesi (Shanghai Noon, 2000) con Jackie Chan, con i loro scontri marziali ambientati nel Far West, ma la parentesi dello spaghetti western si chiude per sempre nel 1975.

Nel gennaio di quest’anno arriva nei cinema Il bianco, il giallo, il nero di Sergio Corbucci, già autore di Tutti per uno… botte per tutti: il cerchio si chiude tornando alle origini, cioè un samurai infilato in un western classico.

Il film mette in campo tutti i simboli del momento: Eli Wallach, decano del cinema western americano, Giuliano Gemma, gloria nazionale, e il giovane Tomas Milian pronto a conquistare la nostra cinematografia. Un americano, un italiano e un cubano per un film che si rifà al western americano contaminato con personaggi giapponesi: un vero fritto misto! Paradossalmente l’autorialità del cast e del regista ben dispone i giornali italiani, che salutano entusiasti il «West italiano con il samurai» (come titola “La Stampa” del 18 gennaio 1975).

Rifacendosi a Silent Stranger e Sole Rosso, anche qui troviamo l’Imperatore giapponese che invia in America un ricco dono (un pony sacro), ma dei criminali attaccano il samurai incaricato del trasporto e lo uccidono. Sta al vice-samurai Sakura (Tomas Milian) recuperare il maltolto, aiutato da due americani, in mille rocambolesche e semi-serie avventure nel Far West.

È quindi il caso di chiudere con la frase che il personaggio interpretato da Milian pronuncia nel momento di tentare il seppuku, il suicidio rituale giapponese: «Qui finisce l’avventura del samurai Sakura».

FINE

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Spaghetti Marziali 8

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In autunno, mentre un altro specialista del western italiano come Gianfranco Paolini infila il nome di Chan Lee nella produzione italo-tedesca Questa volta ti faccio ricco! (con elementi marziali ma non western), Carlo Ponti affida al celebre Antonio Margheriti il collaudato Lo Lieh per un western marzial-comico che però cerca di essere più sofisticato: Là dove non batte il sole, che arriva sugli schermi italiani nel gennaio dell’anno successivo. Sicuramente avrà dato una bella spinta l’arrivo nei cinema italiani, nel luglio 1974, di Kung Fu: il vendicatore solitario, l’episodio pilota della serie TV western marziale con David Carradine.

Seguendo l’esempio della Warner americana, che l’anno prima si è gemellata con la Golden Harvest per il citato Operazione Drago, la casa italiana Champions Films sceglie la Shaw Bros per dare vita ad una coppia davvero inedita, formata dal decano del western Lee Van Cleef e da Lo Lieh, il più noto attore marziale in Italia prim’ancora di Bruce Lee, per una pellicola davvero particolare, sebbene pencolante. «Prima di calare la saracinesca dichiarando fallimento, gli imprenditori del cinema d’infima categoria ci tormentano con gli scampoli»: così “l’Unità” del 22 febbraio 1975 saluta il film, «festival del ridicolo e dell’incongruo».

Malgrado la critica storca il naso, il lavoro di Margheriti viene distribuito nei cinema statunitensi – con il titolo The Stranger and the Gunfighter – dalla Columbia Pictures: non molti altri prodotti italiani, magari più stimati dalla critica, possono vantare lo stesso trattamento. La pellicola è girata anche nella storica location spagnola dell’Almería (in Andalucía), che ha conosciuto produzioni molto più importanti come Il buono, il brutto, il cattivo (1966) e C’era una volta il West (1968), giusto per citare solo due dei molti grandi film girati nella zona.

Uccidendo per errore il ricco Wang mentre lo sta rapinando, il furfante Dakota (Lee Van Cleef) lega il proprio destino a quello di Ho (Lo Lieh), giovane nipote di Wang arrivato fresco fresco nel West per riscuotere l’eredità. Il cinese salva Dakota dall’impiccagione e lo aiuta a fuggire: è costretto a farlo perché il furfante sa come fare a recuperare il malloppo che Wang ha nascosto. Il vecchio cinese, infatti, ha scritto le indicazioni delle sue ricchezze sulle natiche delle donne che ha amato: Dakota e Ho hanno quindi il curioso compito di farle denudare e… prendere appunti!

Una curiosità. Appena arrivato nel paesino dello zio, Ho scopre che davanti all’entrata del saloon campeggia un cartello in cui si specifica che è vietato l’ingresso ai cinesi e ai cani non accompagnati: una chiara citazione del recente Dalla Cina con furore.

(alla prossima puntata)

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Spaghetti Marziali 7

(Continua il viaggio nel cinema western contaminato con le arti marziali. Il saggio completo in eBook gratuito lo trovate qui)

Come se non bastasse la commistione fra western e gongfupian, i successi dei film con Bud Spencer e Terence Hill ma anche il personaggio di Provvidenza di Tomas Milian parlano chiaro: anche il western comico piace agli spettatori.

Così nel grande gioco degli spaghetti western si lancia anche un ben noto professionista del western nostrano come Bruno Corbucci: prende uno sconosciuto attore cinese, gli affibbia il nome di Chen Lee (quello di Shanghai Joe) e lo getta nel calderone del film Tutti per uno… botte per tutti. Corbucci vuole tentare il colpo grosso: un western marzial-comico. Dopo aver conquistato dall’ottobre del 1973 le sale della Capitale con una «esplosione di risate» (come recita la locandina dell’epoca), nel gennaio 1974 il film debutta nel nord Italia con una “poesia” come lancio: «Pugni pupe e karatè / Noi del West siamo i re / Siamo i re della “scalogna” / Chi ci tocca cerca rogna!».

«L’arido Far West parodistico nato sui colli laziali spera di rinnovare i propri moduli narrativi facendo il verso ad altri filoni commerciali altrettanto decaduti: dopo il western erotico-medievale, è ora la volta del binomio western-kung fu» questo il giudizio de “l’Unità” (20 ottobre 1973). «Chi alla fine risulta più malconcio è proprio lo spettatore, annientato dall’inesorabile susseguirsi di gag davvero patetiche».

Distribuito all’estero come The Three Musketeers of the West e costretto a subire la concorrenza di mostri sacri come il Bruce Lee de I 3 dell’Operazione Drago, il film rimane molti mesi nelle sale italiane, dimostrando che infinite scene di scazzottate da saloon e “mosse” alla kung fu – inserite in un film per il resto delirante – danno i loro frutti. E dimostrando, se mai ce ne fosse bisogno, che il 1974 è un anno ad alto tasso di marzialità.

(alla prossima puntata)

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Spaghetti Marziali 6

(Continua il viaggio nel cinema western contaminato con le arti marziali. Il saggio completo in eBook gratuito lo trovate qui)

Tornando a quel 1973 in cui Lo Lieh imperversa nel nostro Paese, alcuni produttori italiani vogliono lanciarsi in prodotti cinesi ma senza spendere le stesse cifre dei citati Albertini e Caiano: si rivolgono così alla casa di Hong Kong Yangtze Film per poter trovare un prodotto economico a cui partecipare. Nasce l’incredibile pellicola Kung Fu nel pazzo West, ribattezzata in fretta … Altrimenti vi ammucchiamo dopo il successo di Altrimenti ci arrabbiamo con Spencer e Hill. «Un film sul kung-fu all’italiana, con venature di western casereccio» anticipa “l’Unità” il 28 luglio del ’73.

Diretto dal prolifico Jeo Ban Jee ed uscito in home video anche con il titolo I fratelli del kung fu, il film è un classico gongfupian di Hong Kong con attori neanche malvagi, come il bravo Jason Pai Pao o il caratterista William Berger, molto noto agli italiani del tempo. Si narrano le deliranti e sconclusionate vicende di due fratelli innamorati della stessa donna, Treccia di Fuoco, e di come lottano per il possesso di una scuola di kung fu lasciata loro in eredità dallo zio morto nell’America del West. Ma è difficile per lo spettatore seguire la trama quando sente i nomi di alcuni protagonisti: Ti-Spez, Ti-Romp, Men Fin Che Puoi…

Malgrado il pessimo doppiaggio e la dabbenaggine delle riprese, le pellicola ha comunque una buona distribuzione, portato in Francia come 2 chinois dans l’ouest e Winchester, kung-fu et karatè, e nei paesi di lingua inglese come Kung Fu Brothers in the Wild West.

Una curiosità. Franco Grattarola, che ha trattato il film in un suo articolo su “Cine70” n. 5 (2004), dice che gli esterni sono girati nella campagna intorno a Formello. Invece una notizia Ansa del luglio 1973 racconta un po’ stupita che «I cinesi del “kung-fu” sono approdati a Roma. Hanno deciso di girare nel nostro paese alcuni film del filone di Hong Kong con salti, capriole e manate micidiali come colpi d’ascia. […] Jeo Ban Jee sta girando in questi giorni negli stabilimenti “Elios-Film” di Roma Kung-Fu Brothers in the Wild West». Il quotidiano “La Stampa” del 28 luglio annota che «da Hong Kong è giunta [a Roma] una troupe di muscolosissimi cinesi, specialisti in kung-fu (sottospecie di karatè) con un regista, Jeo Ban Jee, che del kung-fu è il futile inventore.» L’incredibile imprecisione di queste parole fa capire quanto poco la stampa italiana consideri il fenomeno.

(alla prossima puntata)

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