IL PROFESSIONISTA: LE ORIGINI DEL NERO

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L’epopea letteraria del Nero Italiano comincia alla fine degli anni ’80, proprio con la collana Oscar Originals. Portava sugli scaffali un genere nuovo, con qualche pretesa letteraria, a basso prezzo e che richiamava senza troppo nasconderlo la fortunatissima Serie Noire francese. Io c’ero, ci sono ancora. Vorrei raccontarvela come l’ho vissuta e spero mi verrà perdonato un pizzico di soggettività. Intendiamoci, di romanzi polizieschi in Italia se n’erano sempre scritti, da De Angelis a Donati, sino a tempi più recenti. Cito anche nomi illustri. Fruttero e Lucentini, Giovanni Comisso, Felisatti e Pittorru, Ugo Moretti, Renato Olivieri. Si parlava di “gialli”, però, di romanzi del mistero. Il vero e unico nero italiano era stato (scoperto e rivalutato postumo) Giorgio Scerbanenco, capace di superare il meccanismo enigmistico per scendere nelle viscere del paese. Riscoperto e citato come modello ispiratore dagli autori della generazione attuale, ai tempi, era classificato come narratore da rotocalco. Fernando Di Leo ebbe l’intuizione di estrapolarne il succo adattandolo al suo cinema e fondendolo con quello del Milieu francese in una miscela unica, solo successivamente rivalutata. Di fatto il Noir, che è costola del Mystery e ha una vasta declinazione letteraria anglo-francese, in Italia era assente e quasi sconosciuto. In particolare mancava quella prolificità di titoli in libreria o in tascabile che invece ne costituivano il nerbo in Francia. Le Breton, Simonin, Josè Giovanni. Storie di criminali e malavitosi che, fatta salva la differenza di tempi e gusti, si riallacciano alle produzioni dei nostri giorni, oggetto del presente dossier. “Raccontare storie di delinquenti non significa condividerne le azioni” avvertiva Henri Verneuil nei titoli di testa del Clan dei Marsigliesi. Di tutto questo alle soglie degli anni ’90, gli aspiranti autori nostrani poco o nulla sapevano. C’era sì una gran voglia di pubblicare storie “gialle” che, salvo per pochi, sembravano vietate da imperscrutabili ma invalicabili divieti editoriali. “Il giallo”, dicevano “non è un genere popolare italiano”. Così quando ci proposero di scrivere il Nero nessuno si tirò indietro, anche se la differenza tra i due filoni ai più sfuggiva. La collana nasceva già progettualmente con l’aspirazione di arrivare in Tv. Erano stati presi accordi attraverso una agenzia letteraria allora famosa, ma l’operazione non funzionò come previsto. Per la verità, io credo che fossimo in anticipo sui tempi. In libreria sin dall’esordio il riscontro non fu quello auspicato. Per dirla tutta, dei nove titoli pubblicati (più un’antologia che, comunque, ha fatto storia perché raccoglieva 28 autori provenienti anche da Interno Giallo) solo tre furono opzionati. L’uomo esterno di Sergio Altieri, Per il sangue versato del sottoscritto e Caccia alle Mosche di Angelo Longoni. L’uomo esterno (che ebbe nei primi anni ’90 una riscrittura, a mio avviso non troppo riuscita che “pompava” la violenza cercando di attualizzare una storia che, com’era uscita per la prima volta era già molto buona) fu realizzato per Canale 5 sotto forma di sceneggiato in due puntate. La regia era di Francesco Barilli e la sceneggiatura di Dardano Sacchetti. S’intitolava Due vite, un destino con Michael Nouri ed era un prodottino Tv di quegli anni. Altieri era piuttosto contrariato. Il mio romanzo fu poi acquistato e pagato, ma mai realizzato. In effetti di tutti i neri a sfondo malavitoso che ho scritto negli anni, forse perché era il mio primo romanzo, è quello che amo di meno. La ragione riguarda forse lo scarso successo della collana tutta. Troppi paletti dall’editor e dal curatore che, con la preoccupazione del passaggio in Tv, avevano messo una lista di “questo non si può fare, quell’altro nemmeno” che toglievano grinta alle storie. Per una strana combinazione Per il sangue versato uscì in contemporanea con Nero come il cuore di De Cataldo (Interno Giallo) Caccia alle mosche ebbe una realizzazione in un Tv movie che andò direct to video e sicuramente divenne uno spettacolo teatrale visto che Longoni era uomo di palcoscenico e aveva scritto praticamente una sceneggiatura in tal senso. Ripeto: l’idea era in anticipo sui tempi. Il lettore delle collane popolari, anche nel tradizionale Giallo Mondadori, da sempre non amava il Nero come storia di malavita. Ma questo già negli anni ’60 e ’70. Quando uscivano le varie collane come I Neri del GM o Maschera Nera con fior di autori stranieri (Stark, Hunter, Pileggi, Raymond) non riuscivano a superare la soglia dei dodici numeri. Però qualcosa si muoveva. Usando un termine che non mi piace, in quel periodo si cominciava a “sdoganare” il Giallo italiano. E in qualche modo sembrava che scrivere Noir, nobilitasse il filone. Ricordo un ingenuo vincitore del Premio Tedeschi che, a una riunione di giallisti (di concioni e associazioni se n’è fatte in maniera carbonara a centinaia), quando gli chiesi cosa stesse scrivendo, mi rispose: “Un Noir metropolitano”, con un vago accenno di alterigia. Mai più sentito nominare. C’erano associazioni di autori a Bologna (Il Gruppo dei 13) e in ogni altra città. Noi, a Milano, eravamo più indipendenti. Parlammo della Scuola dei Duri, proprio perché ci piaceva quel nero criminale che avevamo letto da ragazzi ma non formalizzammo mai la cosa. Davanti a libagioni (abbondantissime!) e sigari ci trovavamo e ancora lo facciamo oggi. Andrea G. Pinketts, Andrea Carlo Cappi, io e Carlo Oliva che ci ha lasciato in eredità una magnifica Storia sociale del Giallo. Ognuno seguiva la sua strada. Mi spingo a dire che eravamo quelli che avevano capito di più la differenza tra Nero e Giallo e la percorrevamo costruendoci ciascuno “una vita a modo suo” giusto per citare il romanzo di Erwin Torres Carlito’s Way che, quello sì, divenne un film. Tale sottobosco di autori più o meno noti fremeva. In quei tempi ricordo che emerse Pino Cacucci che almeno un paio di volte centrò davvero il bersaglio. Puerto Escondido (Interno Giallo) era un nero italiano e internazionale, tragico ma anche venato da una comicità amara. Mediterraneo, vorrei dire, che colpi Salvatores che ne trasse un film di grande successo con Bisio e Abatantuono. Pino poi ha continuato a scrivere per il cinema mentre in libreria si è un po’ perso. Eppure nella sua raccolta d’esordio per un piccolo editore di Ancona Outland Rock c’era un piccolo gioiello noir dal titolo Punti di fuga che era d’ambientazione parigina e sarebbe stato un ottimo film. Lo ripubblicò Mondadori, ma si perse come altre opere di Pino che erano nere sì, ma si allontanavano dalla formula iniziale. In ogni caso nessun rimorso (Longanesi) era la storia della Banda Bonnot e Demasiado Corazòn (Feltrinelli) una vicenda di scarichi tossici in Messico. In seguito ha preferito la via del cinema. Impossibile non citare Carlo Lucarelli che oggi scrive romanzi tout-court ed è noto per le trasmissioni televisive. Qui c’è un po’ un inghippo, perché Indagine non autorizzata vinse il Premio Tedeschi ed era effettivamente un Giallo. Falange armata (il primo romanzo con Coliandro) era sì un nero e fu pubblicato da Metrolibri. Siamo, tuttavia un po’ lontani da quella concezione di nero criminale urbano che attualmente si rispecchia in produzioni cinematografiche e televisive. Negli anni’90 però ci fu un proliferare di autori che si etichettavano come noiristi. Tanti, tantissimi, giovani e “cannibali” (ricordate la famosa antologia Einaudi?). Molti si son persi per strada, altri hanno scelto differenti formule narrative. L’ambito traguardo cine-televisivo, però, sfuggiva a tutti. Negli anni a seguire si verificarono fenomeni diversi tra loro, ma sempre legati alla circolazione di testi thriller italiani e alle relative ambizioni di trasposizione. Se il successo di Faletti non ha avuto riscontro al cinema, ha tuttavia diffuso l’idea che il genere definito “nero”, anche se non nell’accezione di questo dossier, era possibile per gli italiani. L’affermazione in libreria del commissario Montalbano e la successiva fortunatissima serie tv, che con il Nero ha poco a che spartire, ha fatto sì che l’establishment editoriale concepisse il filone “Giallo mediterraneo” fatto di commissari di volta in volta arguti e di buonanima, di intrecci semplici e molto personali nelle motivazioni con l’esaltazione di cucina e vino come contorno. E lì si che le redazioni e gli scaffali delle librerie si sono riempite di bravi funzionari statali un po’ dolceamari, concepiti per tutti. È vero con il Nero Criminale che rispecchia la parte oscura della società, senza fare sconti, non c’entravano ma sempre chi arrivava alla pubblicazione imitando questo o quello, preferiva definirsi autore noir, sempre con un certo snobismo. Nel frattempo i narratori autenticamente “neri” proseguivano la loro marcia. Massimo Carlotto, nella vita reale vittima di un errore giudiziario che sicuramente ne ha segnato l’ispirazione e la visione narrativa, trova veramente il successo con Arrivederci, amore, ciao si era consolidato con una serie dedicata all’Alligatore, investigatore sui generis un po’ chandleriano, ma è proprio in una trasfigurazione della sua vicenda personale a tinte nerissime che arriva il successo. Già un film (Il Fuggiasco) ne aveva raccontato la storia, ma è con la versione di Michele Soavi che possiamo dare inizio a questa fase di Neo Noir letterario e cinematografico italiano. Il film (forse più apprezzato all’estero che in Italia) è tuttavia visto molto da autori ed editori. Curiosamente in quegli stessi anni avviene una riscoperta del Poliziottesco e, a traino, anche una piena e meritata rivalutazione delle opere di Fernando Di Leo che, lui stesso, non s’inseriva nel filone ma ambiva a creare il suo cinema del Milieu, guardando ai classici francesi. Di Scerbanenco (che negli anni aveva comunque visto la sua opera nera essere rivalutata a pieno) Di Leo aveva colto l’essenziale aggiungendovi figure eroiche, assenti nei romanzi e racconti. Finiscono così, le giovani generazioni di autori “noiristi”, per scoprire un mondo fatto di malavita piccola e grande, legata alla realtà urbana vista con l’occhio del malavitoso che, di sua natura, è cinico, infame e violento. Se qualcosa contribuiscono alla configurazione del genere alcuni sceneggiati di Taodue (Il capo dei Capi, Palermo Squadra antimafia), il cinema è lesto a cogliere questa opportunità. Pochi gli eletti. Nicolò Ammaniti, sempre grazie a Salvatores, con Io non ho paura (Einaudi) non parla esattamente di criminali urbani ma mette in scena quel mondo lì, che non ha nulla a che fare né coi buonismi vari commissari dal volto umano, né tantomeno con le varie serie ispirate a cicli americani su indagini scientifiche. A suo modo è Nero anche il lavoro di Sandrone Dazieri che con il suo Gorilla dalla doppia personalità ricrea in modo originale la figura classica del detective. Arriva al cinema con La cura del Gorilla e una buona scelta di interprete con Claudio Bisio, anche se il riscontro sperato sfugge. Il vero successo viene da Giancarlo De Cataldo che ha il coraggio di mettere in campo la mala vera. La banda della Magliana (di Romanzo criminale, Einaudi) con i suoi anti eroi trucidi, violenti eppure capaci di generare empatia, si trasforma in epica nel film di Placido e ancor più convince nella doppia serie diretta da Stefano Sollima. Tanto da rilanciare il romanzo facendolo diventare un fenomeno. Innegabile che il mezzo televisivo e cinematografico amplino il pubblico e generino una vera e propria scuola di “Nero Criminale Italiano”, con regole sue, uniche anche nel panorama internazionale. Di colpo il nostro paese, da sempre considerato set improbabile per vicende oscure, di violenza anche spettacolare, di caratteri fortissimi in negativo, diventa un panorama nuovo con caratteristiche originali. Non poco giova Gomorra (Mondadori) di Saviano che un vero romanzo non è, ma che, raccogliendo gli articoli sulla situazione della Camorra, contribuisce a ridisegnare un palcoscenico noir, definendo quelli che sono i tratti distintivi di questa narrativa. Se il filone più intimista del nero tradizionale (quello alla Woolrich, a David Goodis e dei grandi film anni ’40; insomma le storie di piccoli crimini sviluppati in ambito familiare tra mogli amanti e mariti dominati da interessi personali) sembra disatteso dagli autori nostrani, la lezione di Gomorra è esemplare. Ci aiuta a riscoprire un’Italia con una malavita a forti tinte, a suo modo “mitica” quanto quella americana. Ovviamente è la drammatizzazione cinematografica e televisiva a rendere racconto nero e non semplicemente reportage le pagine di Gomorra. Ma la scoperta di un genere nuovo al quale, come ho detto, si sommano altre più antiche suggestioni cinematografiche e letterarie legate a Scerbanenco aprono un nuovo “campo di gioco” per la scrittura. È quello che, succintamente, riassumo della mia esperienza. Negli anni avevo voluto raccontare l’avventura, i mondi esotici, scegliendo, per volontà e necessità, la formula del romanzo popolare. Mi piace un po’ pensare che ci sia un’analogia nel cinema artigianale degli anni ’60 e ’70. Di fatto la mia serie più fortunata, Il Professionista, esce da 21 anni su Segretissimo. Più di cinquanta episodi, best seller (nella collana! Badate bene…) firmati con uno pseudonimo, Stephen Gunn, perché forse il lettore del filone avrebbe rifiutato un nome italiano. Di colpo scoprii che potevo raccontare storie italiane milanesi altrettanto avvincenti. Gangland nel 2007(ma fu scritto nel 2005) fu un colpo azzardato. Il Professionista, mercenario, lui stesso a volte delinquente, si sposta in una Milano nera che ribattezzo Gangland. Poca spy, anche se ne conservavo i ritmi, e molti rimandi proprio a questo Nero Criminale Italiano. Un azzardo premiato, tanto che i lettori della collana ne chiesero un seguito. Gangland Blues, uscito nel 2011, è un ritratto della malavita milanese come io la vedevo e conoscevo. Fu campione di vendita (sempre nella collana) in quell’anno. E a questo si collega la trilogia di Montecristo (pubblicata sul GM presenta) che è la storia di un colpo di stato italiano. Il riscontro, devo dirlo, è soprattutto tra i lettori che mi seguono sulla collana da un po’ di anni ma dimostra che i temi e l’ambientazione nostrana, condita con dosi di sesso e violenza che inorridivano gli editor sostenitori del Giallo mediterraneo, funzionava. Mi sarebbe piaciuta una trasposizione cine-televisiva? Sarei un ipocrita a dire di no. Così non è andata, ma ho continuato questa mia visione del nero anche fuori collana (Pietrafredda, Perdisa, Nero criminale, Eds, Vendetta, Bdedizioni e recentemente Tutti all’inferno, Novecento edizioni). Ovviamente non ero il solo. Stefano Picozzi vinse in quegli anni il Premio Tedeschi con una storia di gangster russi e poliziotti in cerca di redenzione, Metal detector. Ribadisco che il pubblico del Giallo tradizionale ha parametri severi, predilige il classico e questa virata al nero metropolitano, in qualche modo d’azione, non l’ha mai molto apprezzata. Né il tentativo di approdare al cinema o alla tv riesce sempre. Negli anni Paolo Roversi, giovane autore che si proclama seguace di Scerbanenco, passa da una serie di gialli con sfumature ironiche a un grande affresco della mala milanese. Milano Criminale è edito da Rizzoli e viene lanciato con una certa enfasi. Ha avuto un seguito (Solo il tempo di morire) edito da Marsislio. È un buon romanzo, racconta in modo epico la mala milanese ma non riesce ad approdare a media di più ampia diffusione. Sulle ragioni si potrebbe dibattere molto, ma la realtà è che a volte ci vogliono sinergie non sempre realizzabili per portare la nave in alto mare e farla navigare sicura. Di fatto le librerie si riempiono di un curioso mix di Gialli e Neri che a volte non sanno decidersi se seguire la pista più dichiaratamente criminale o ricalcare la formula apparentemente fortunata del Giallo Mediterraneo con il commissario dal volto buono. Senza attardarsi troppo su giudizi e classifiche, mi pare però che siano le storie buone a emergere. A tal riguardo mi piace citare un amico e collega. Romano De Marco, viene dalla scuola di Raul Montanari (ottimo narratore che si definisce post-noir ma, a mio avviso, è un raccontatore di storie ed esce dal genere ancor più di quanto non faccia l’immarcescibile Pinketts che al nero è legato sentimentalmente, ma pubblica storie di feroce surrealismo). Romano, invece, ha perseguito con caparbia la sua vena italiana. Esordisce con Ferro e fuoco nel GM con un personaggio che è in tutto e per tutto Maurizio Merli. Il riscontro, se non per gli appassionati, non è immediato, ma Romano persiste, con piccoli marchi dà seguito alla sua epopea poi matura, affina la scrittura e i temi e arriva in Feltrinelli con due romanzi dichiaratamente neri nell’accezione che stiamo affrontando. Io la troverò e La città della polvere sono storie crude, specchio di realtà criminali e personali ruvide e violente. Soprattutto sono “originali”, nel senso che se è ovvia un’ispirazione suggerita da un attento esame dei successi del momento, non temono di seguire strade proprie dell’autore. Il che è sempre garanzia di qualità. Sembra che con l’arrivo della crisi economica e le indubbie difficoltà del settore editoriale mancanza effettiva di lettori, scarsità di veri fenomeni popolari, scelte basate soprattutto sull’imitazione del successo) ci sia stato un proliferare di autori e piccoli editori che, in qualche modo cavalcano l’onda nel Noir. Ormai sembra veramente che scrivere semplicemente dei “Gialli” sia una pratica disdicevole. Eppure tra i molti autori tanti scrivono ancora dei Mystery, magari adattati ai tempi moderni, ma distanti alle caratteristiche che abbiamo individuato. Carrisi, Casella, Cassani, Crapanzano, persino il trio Besola-Ferrari-Gallone che con Operazione Madonnina (Frilli) fanno centro, ma con un genere che sta tra l’ironico amarcord e il giallo della mala. Non che siano assenti le donne, ma al di fuori della giornalista Silvana La Spina (Lo sbirro femmina, Mondadori) il nero femminile prende altre strade. Vada un esempio di successo per tutte: Cristiana Astori che con la trilogia dei colori (Tutto quel nero, tutto quel rosso e Tutto quel blu, sul Giallo Mondadori) segue più un’ispirazione legata all’Italian Giallo e all’Horror che la Nero Criminale. Questo, invece, è ben svolto da una trilogia di lunghi romanzi editi da Marsilio di Simone Sarasso (Confine di stato, Settanta, e Il paese che amo) che ripercorrono un pezzo della storia d’Italia con una vena fortemente politica, ma capace di rendere gli intrecci tra criminalità e potere. In questa linea, anche se pubblicati da editori piccoli, talvolta difficilmente reperibili in libreria emergono tra tanti che si buttano a imitare colleghi più fortunati, alcuni ottimi narratori. Uno di questi è Ferdinando Pastori, milanese, e fortemente calato nelle atmosferecupe, viziose e ambigue della sua città. Il vizio di Caino è forse il suo miglior romanzo propriamente nero pubblicato nella collana Calibro 9, curata da Paolo Roversi che prometteva benissimo (e in effetti l’antologia Un giorno a Milano fu, almeno nel capoluogo lombardo, un successo reale) ma, in seguito, ha mescolato il Giallo, il Nero, l’Antologia e il romanzo singolo creando, a mio avviso un po’ di confusione nel lettore. Con Rosso bastardo (Edizioni Clandestine) Pastori riporta in scena un personaggio del noir classico, il detective forse un po’ dimenticato in tempi recenti. Lo fa alla sua maniera, con una scrittura in seconda persona che può confondere il lettore, ma solo sinché non ci sia abitua. il suo investigatore, Fabio Paleari (protagonista già di altri precedenti romanzi) è sicuramente un abitante di quelle metropoli nere, in bilico tra violenza e vizio, in cui, a volte neanche nell’eroe, c’è un senso morale. Concludo questa forzatamente breve carrellata di autori “neri” con un altro autore degno di nota, per qualità d’intrecci e scrittura. Pierluigi Porazzi nella trilogia pubblicata da Marsilio (L’ombra del falco, Neanche il tempo di sognare, Azarel) riesce dove altri hanno fallito. Mescolare il nero criminale fatto di corruzione, violenza e malavita con l’indagine su un serial killer, regalandoci un ritratto inedito e inquietante della sua Udine che ci piacerebbe vedere anche sullo schermo.

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8 Responses to IL PROFESSIONISTA: LE ORIGINI DEL NERO

  1. Fabio Lotti says:

    Letto con molto piacere, così come leggerò con molta curiosità “I tre volti del noir”…

    • ilprofessionista says:

      grazie Fabio, spero che il romanzo ti piacerà. rileggendolo ho provato un po’di nostalgia per quei mei primi passi nel genere

  2. Fabio Lotti says:

    Inizierò a leggerlo domani ma, con i nipotini intorno, mi ci vorrà qualche giorno (ho fatto anche la rima).

  3. Action cas says:

    Grazie a te ho questo romanzo in versione originale, che ho apprezzato molto, e che trovo comunque ben scritto, nonostante gli anni in cui lo hai scritto.

  4. Fabio Lotti says:

    Letto e recensito. Se devo essere sincero l'”ottimo” con le stellette l’ho dato soprattutto per il racconto. A mio parere ci si poteva sfornare un bel libro.

  5. Fabio Lotti says:

    Non vorrei essere frainteso. Il racconto mi è piaciuto più del libro. Tutto qui.

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