PERCHÉ SCRIVO

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Da tempo desidero dare voce a quel che scrittori e maestri raccontano di sé, a quelle parole non troppo velate e decise a manifestare un’idea alle spalle di ogni scrittura. Senza categorie di generi e pubblico. È questo il caso di Orhan Pamuk, autore turco e premio Nobel nel 2006, voce di una Turchia che ricompare in fattezze poetiche e stralci di storia. La sua è una valigia pesante, regge il carico di una riscoperta, il bagaglio colmo di libri del padre e il silenzio imposto dai governi alle sue pesanti dichiarazioni intorno al genocidio armeno del 1915. Quando mi trovo a fare il suo nome, mi capita che sia più celebre per il premio che non per quanto ha detto: ancora una volta la parola arranca sulle scene, e la predilezione passa all’ufficialità di un palcoscenico mondiale a bocca aperta solo per la settimana preposta all’esaltazione.

Pamuk non è però quel genere di uomo e scrittore che lesina verità, sa essere duro, persino indisponente e scortese se un’opinione intorno a quel che nella sua vita detta senso si presenta a un tratto fuorviato o rimosso. Una volta sfrondato il suo enciclopedismo naturale, si illuminano un ritratto e un manifesto in sintonia con il rumore dei drammaturghi che continuano a remare contro. Rivivere Istanbul in ogni respiro di pagina, rende Pamuk un personaggio da atto unico, dove il tempo detta traguardi e lo spazio angoli semibui in cui fissare gli occhi ben oltre la sopravvivenza.

«Come sapete la domanda che più spesso viene posta a noi scrittori, la domanda preferita è: perché scrive? Io scrivo perché sento il bisogno innato di scrivere! Scrivo perché non posso fare un lavoro normale, come gli altri. Scrivo perché voglio leggere libri come quelli che scrivo. Scrivo perché ce l’ho con voi, con tutti.  Scrivo perché mi piace stare seduto in una stanza a scrivere tutto il giorno. Scrivo perché posso sopportare la realtà soltanto trasformandola. Scrivo perché tutto il mondo conosca il genere di vita che abbiamo vissuto, che viviamo io, gli altri, tutti noi a Istanbul, in Turchia. Scrivo perché amo l’odore della carta, della penna e dell’inchiostro. Scrivo perché credo nella letteratura, nell’arte del romanzo, più di quanto io creda in qualunque altra cosa. Scrivo per abitudine, per passione. Scrivo perché ho paura di essere dimenticato. Scrivo perché apprezzo la fama e l’interesse che ne derivano. Scrivo per star solo. Forse scrivo perché spero di capire il motivo per cui ce l’ho così con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace essere letto. Scrivo perché una volta che ho iniziato un romanzo, un saggio, una pagina, voglio finirli. Scrivo perché tutti se lo aspettano da me. Scrivo perché come un bambino credo nell’immortalità delle biblioteche e nella posizione che i miei libri occupano sugli scaffali. Scrivo perché la vita, il mondo, tutto è incredibilmente bello e sorprendente. Scrivo perché è esaltante trasformare in parole tutte le bellezze e ricchezze della vita. Scrivo non per raccontare una storia, ma per costruirla. Scrivo per sfuggire alla sensazione di essere diretto in un luogo che, come in un sogno, non riesco a raggiungere. Scrivo perché non sono mai riuscito a essere felice. Scrivo per essere felice.»

Orhan Pamuk, da La valigia di mio padre

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