Occidente ed Oriente: incontro e scontro…

Su vari social network è in corso un ampio dibattito, anche abbastanza sentito e partecipato, sulla questione del degenerare della “primavera araba” in Egitto o in Siria. Soprattutto, si dibatte assai fortemente sull’inquadramento da dare alla Fratellanza Musulmana nel più generale scenario della situazione politica del Medio Oriente e nei rapporti con l’Occidente. Premesso, che una crisi vicino alla porta di casa nostra o a quella dell’Europa, che è poi la medesima, non sembra essere una prospettiva attraente, peraltro giustamente, ci si interroga sul fatto se sia il caso o meno di ostacolare il movimento in questione o come si possa dialogare con esso in maniera efficace e fattiva, soprattutto in vista di una possibile normalizzazione. Secondo Alcuni sarebbe un errore gravissimo estromettere di nuovo i FM dal ruolo che hanno conquistato dimenticando che la compagine politica è fortemente permeata da estremisti islamici  e, quindi, il futuro dell’area non potrebbe essere, quindi, lasciato nelle mani di figure che siano troppo compromesse nello specifico, richiamando inoltre in tal modo alla necessità di un approccio solidale ed uniforme e coeso dell’Occidente verso l’area. Qualcuno ha anche giustamente riflettuto sul fatto che non si possa lasciare l’area di Suez e del Golfo di Aden, corridoio di transito anche di risorse energetiche, nelle mani di Paesi destabilizzati. Sotto questo punto di vista l’Egitto da Nasser a Mubarak è stata una garanzia per l’Occidente perché comunque l’Egitto, pur dapprima allineato col blocco sovietico, aveva sempre saputo matenere una porta aperta all’altro blocco al punto che nel caso della Prima Guerra del Golfo ebbe a schierarsi addirittura con i promotori di Desert Storm. Ora, invece, sembrerebbe avviato a cadere nella crisi tipica dei governi dei paesi arabi di questo scorcio di secolo: finite le dittature o i governi forti (Assad, Mubarak, Al Khadafì etc.) le masse arrivate al potere non hanno una idea vera di quel che ci sia da fare con risultati o prospettive di risultati assolutamente inquietanti. L’analisi compiuta in molti di questi interventi e discussioni in rete e su social network, risultano spesso assai approfondite e tracciano un quadro interessante del panorama dello scacchiere mediterraneo e medio-orientale, tuttavia, esse riflettono anche l’atteggiamento generale dell’Occidente verso il mondo musulmano che, a mio parere, andrebbe analizzato immedesimandosi in quella che è la cultura araba e l’annessa religione che non sono scindibili. Se pensiamo al mondo arabo tra il 1911 ed il 1948 abbiamo da confrontarci con gli arabi di Feisal che furono inquadrati da Lawrence e portati a Damasco e con quelli di Glubb Pashà che furono alla base della fondazione della Legione Araba che fu la base, a sua volta, della costruzione della forza militare del Regno di Hussein di Giordania. Ma bisogna anche considerare il movimento degli ufficiali egiziani che rovesciò Faruq e che combatté fin dall’inizio i Fratelli Musulmani, così come fecero poi Sadat e Mubarak (che comunque discendevano dal movimento detto!). Al Khadafì, Assad e via dicendo sono altre sfaccettature dello stesso mondo composito che cerca di affermare la necessità di uno stato teocratico anche sotto mentite spoglie di democrazia (ora) e di dittatura (fino a ieri!). Il mondo arabo, per riprendere il pensiero di Feisal, cercava l’affrancazione dalla servitù millenaria e dal rango di potenza e mondo inferiore ed è questa la spinta maggiore che ha sempre avuto il mondo musulmano, all’epoca di Granada e Roncisvalle o Lepanto e Vienna e che aveva portato turchi ottomani ed arabi alla conquista di Costantinopoli! D’altra parte lo stesso Saladino, pur arrivando alla concertazione con i sovrani dell’Occidente, sapeva assai bene che l’unificazione del mondo musulmano si sarebbe sempre dovuta confrontare con la necessità di mantenere una spinta costante verso l’esterno per via della precarietà degli equilibri fra etnie e tribù ostili fra di loro ma coese solo contro gli infedeli. Una cosa simile fu acquisita e sperimentata dallo stesso Lawrence d’Arabia quando si trovò a gestire a Damasco i disaccordi fra le diverse tribù del suo esercito, la qual cosa consentì all’Impero Britannico di gestire il Medio Oriente fino alla creazione dello stato di Israele. Ma questa cosa ancora non viene ben assimilata dall’Occidente, perso nelle sue diatribe e su una difficile coesistenza fra Nato ed UE, per tacer dei dissidi e delle diversità di vedute fra gli Stati membri. Per tornare a noi, il mondo delle risorse energetiche fossili è già in mano al fondamentalismo ma quello che si presenta col volto buono e umanizzato ed occidentalizzato del sovrano, dell’emiro che sembra essere di idee aperte mentre, in realtà, persegue ben altri obiettivi. Il petrolio, e gli emiri e i loro fratelli fondamentalisti lo sanno bene ormai, è uno strumento di pressione che può facilmente determinare l’intervento militare dell’Occidente e quindi occorre seguire strade diverse per avviare una qualche forma di pressione sullo stesso, sovente, presentato come l’Occidente guerrafondaio o, in alcune personificazioni del Paese Guida, grande satana. Suez ed il Golfo di Aden sono già zone a rischio perché altrimenti non vi sarebbero navi militari di ben sei Nazioni diverse che operano senza una cooperazione ben definita nel tentativo di mantenere un accesso libero che, in realtà, potrebbe essere solo uno specchietto per le allodole. Credo che la forma di pressione che sarà attuata di qui alle prossime decadi sarà quella della spinta dei poveri del Sud verso l’Occidente ed è la maniera più facile per far collassare i sistemi occidentali in quanto si immettono forze non democratiche e non laicizzate o laiche in sistemi democratici sostanzialmente laici: una battaglia persa per l’Occidente! La strategia migliore sarebbe la riesumazione della vecchia dottrina NATO della “difesa avanzata e della risposta flessibile” adattata alla specifica circostanza: “se aiuti la gente nella sua terra, crei occupazione e sviluppo e fai business ma smonti anche la manovra musulmana della espansione come strumento di ricatto e pressione dall’interno; occorre stabilire una cooperazione internazionale, quindi della UE, allo scopo di evitare che si abbiano gli effetti negativi della terziarizzazione dell’economia e far sì che venga smontata la diffidenza delle masse verso gli europei e l’Occidente”. D’altra parte è facile spingere la gente verso di noi col miraggio della Coca-Cola e via dicendo, ma pensate se nel mondo araba si riuscisse a riassettare lo squilibrio fra i potenti, ricchissimi, e le masse-strumento, invece, poverissime! I Fratelli Musulmani non potrebbero più contare sullo scontento delle masse per attuare i loro scopi che, in fondo, sono gli stessi sogni pseudo-imperialisti della Sublime Porta e degli emiri di Granada o, ancora, del Saladino senza dimenticare l’idea-sogno di Nasser di una R.A.U. sotto le bandiere dell’Egitto. Indubbiamente è vero che la povertà e l’ignoranza sono la base per la creazione di situazioni sul modello egiziano. E’ anche vero, tuttavia, che l’Islam prevede un suo proprio parametro riguardo alla ignoranza che non è nella stessa accezione che diamo noi al termine (ignoranza della vera “fede” e della legge che ne deriva…). Indubbiamente è altrettanto vero che condannare la Fratellanza significhi lasciarla derivare verso le frange ancora più estreme della jihad ed è altrettanto vero che in Egitto, ad esempio, sia stata sempre combattuta dal ’48 ad oggi e sempre in maniera repressiva. Il problema del dialogo con l’Islam non è problema da poco perché è mancata finora una vera base di discussione e incontro paritetica, soprattutto perché si tratta di due mondi, quello musulmano ed occidentale, che non riescono a dialogare veramente o, comunque, in mnaiera aperta. Lo si può fare col Marocco, con la Giordania ed anche, in funzione di chi governa, con l’Egitto ma altri Paesi restano adiabatici, chiusi dentro l’isolazionismo sciita e intrappolati in un sogno di possibile rivincita sull’Occidente affinché tutto il mondo canti le lodi scritte nel Libro… Non dimentichiamoci infatti che la jihad ha profondissime radici religiose, ben più profonde di qualsivoglia dottrina politico-militare dell’Occidente! Nel 476 d. C. Odoacre invia all’imperatore d’oriente le insegne imperiali d’occidente: lì finisce la storia antica ed inizia il medio evo durante il quale nasce l’Islam, cresce la sua potenza e nonostante le Crociate arriva a minacciare la MittelEuropa con l’assedio di Vienna. Dopo di allora è il declino, già sancito in buona parte a Lepanto, e il prevalere dell’Occidente sull’Oriente Arabo. Anno 2012, scoppia la primavera araba e crollano Egitto e Libia: gli equilibri di teatro e scacchiere sono sconvolti e, soprattutto, si riavvia l’esodo verso l’Occidente. Nel 1990 una politica tesa ad abbattere Saddam Hussein unifica, addirittura, buona parte del Mondo Arabo dietro le bandiere dell’Occidente e su un piano di, sostanziale, parità. Oggi l’Occidente è diviso e non esiste una canale ufficiale coeso di dialogo con il Mondo Arabo in fermento e rivolta ed anche i vecchi metodi siriani, altro grande partner dell’URSS nello scacchiere, sono ormai destituiti di fondamento, se mai lo ebbero, o comunque son divenuti anacronistici poiché la richiesta di base è quella di un riequilibrio dei poteri ed una ridistribuzione della ricchezza. Indubbiamente è vero che la povertà e l’ignoranza sono la base per la creazione di situazioni sul modello egiziano, ma è ancor più vero che le diseguaglianze inaccettabili fra richci e poveri negli stessi Paesi dell’Occidente siano una bomba innescata che minaccia di impedire un qualsiasi dialogo fra Oriente ed Occidente poiché l’Occidente è a rischio di collasso.  Per poter impedire che la primavera araba scoppi in mnaiera rovinosa è necessaria una politica comune dell’Occidente basata sul dialogo e sull’aiuto alla Comboni, ma soprattutto occorre riequilibrare innanzitutto gli squilibri sociali di casa nostra, altrimenti nulla si può fare fuori della porta di casa…
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Ingegnere meccanico, dottore di ricerca in energetica, professore a contratto alla Facoltà di Ingegneria e alla I Facoltà di Architettura "L. Quaroni" dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", si occupa di studi di impatto ambientale, paesaggistici e urbanistici. Si interessa di letteratura, storia, disegno e fotografia.
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