Black Mirror: lo specchio nero dei media

“Se la tecnologia è una droga – e viene esperita come una droga – allora, quali, precisamente, sono gli effetti collaterali? In questo spazio – tra piacere e malessere – è dove Black Mirror, la mia nuova serie, è ambientata. Lo specchio nero del titolo è quello che troviamo su ogni muro, ogni tavolo, su ogni palmo di ogni mano: il freddo, scintillante schermo di una tv, di un monitor, di uno smartphone”. A parlare è Charlie Brooker che qualcuno si ricorderà dallo splendido Deat Set di qualche tempo fa. Ora è tornato, anche grazie alla BBC che produce fiction che hanno il coraggio di osare e non si fermano ai soliti medici, santi e poliziotti. Un esempio è proprio Black Mirror che sa davvero osare e ha creato uno dei prodotti più interessanti degli ultimi tempi. Black Mirror è composto di tre episodi che sono tre piccoli film, compleatamente indipendenti, ambientati in universi diversi con cast diverso e niente in comune, se non l’intento dichiarato di mostrarci il lato oscuro dei media. Interessante soprattutto perchè critica proprio quel mezzo che ne rende possibile l’esistenza. Una consapevolezza mica da poco…

Il primo episodio, e secondo me il più bello, intitolato The National Anthem mette in scena il rapimento della principessa adorata da tutti e la conseguente richiesta di riscatto molto particolare. Molto particolare per vari motivi (che non svelo qui per evitare spoiler), ma soprattutto perchè dovrà avvenire in diretta tv e perchè riguarda il primo monistro, personaggio pubblico. Noi seguiremo i vari tentativi del primo ministro e del suo staff, che è stato colto un po’ impreparato, per evitare di dover esaudire le richieste dei rapitori, ma il tempo stringe e la dead line si avvicina. Assistiamo quindi ad una storia dove il vero protagonista è internet. Vediamo come il potere della rete è forte e incontrollabile, contro invece alla stampa tradizionale che ha delle regole da rispettare. Vediamo come la rete può essere veicolo di informazioni, ma anche strumentalizzata per portare la massa dove si vuole. E quando le informazioni non posso essere controllate, allora la massa diventa il vero padrone e lascia senza scelta chi deve sottostare al suo giudizio. Concetto se vogliamo un po’ “vecchio” ma qui realizzato all’estremo che porta noi spettatori ad interrogarci fino a che punto siamo schiavi della tecnologia. Perchè schiavi, siamo schiavi. Nessuno escluso. Ma quello che The National Anthem ci dice e che siamo talmente schiavi che non possiamo distogliere lo sguardo dallo schermo nemmeno quando lo spettaccolo è oltre la decenza. Il desiderio di guardare le umiliazioni degli altri è troppo forte. E allora sono d’accordo con la chiusa dell’episodio: lo spettacolo tv e la leva che ha sugli spettatori sono un’opera d’arte, un’opera d’arte del nuovo secolo, che lascia i luoghi deputati e si allarga su tutti gli schermi del mondo. E in più tutto questo ci viene raccontato attraverso un’altra opera d’arte: questo primo episodio di Black Mirror. Una potenza di narrazione che raramente si vede in tv. Grazie BBC.

Il secondo episodio intitolato 15 Milion Merits alza il sipario su un mondo altro. Tutto avviene dentro una prigione immaginaria dove i detenuti sono costretti a pedalare su delle cyclette e più pedalano più crediti guadagnano. Crediti che possono spendere come meglio credono in cibo, vestiti per degli avatar, per compare cose o per accedere ai provini del talent show. Anche qui, siamo di fronte ad una agghiacciante sintesi della nostra vita. Esasperata certo, ma nell’esasperazione riusciamo a ritrovare così tanti rimandi alla nostra quotidianità che non possiamo non rimanere colpiti/scioccati da questa realtà. Realtà in cui tutti sono schiavi del sistema media e costretti a consumare quello che in realtà non vogliono. 15 Milion Merits, in questa cornice, mette in scena una dramma d’amore perchè in tutto questo c’è ancora spazio per l’amore e per i sogni. E per amore lui regala a lei l’accesso ai provini per x-factor, per far si che lei possa realizzare il suo sogno: cantare una canzone davanti ad un pubblico. Ma nulla va come te l’aspetti, o meglio, forse tutto va purtroppo come te lo aspetti. I media sono potentissimi e sanno portarti esattamente dove vogliono e in più ti convincono che quello è proprio quello che volevi. Succede a lei, e succede a lui. E’ un mondo senza speranza, senza possibilità di uscirne. E noi che siamo gli spettatori a casa di nuovo ci troviamo di fronte ad una storia dove il nostro ruolo viene messo in crisi, perchè di nuovo abbiamo avuto modo di domandarci se davvero volevamo vedere la ragazza cantare o se invece preferivamo vederle le tette in uno spot porno. Risposta non così facile e scontata se abbandoniamo una correttezza politica forzata e riflettiamo su quello che davvero vogliamo… Angosciante? Davvero molto. E questo 15 Milion Merits è un altro piccolo gioiello di psicologia/sociologia.

Terzo ed ultimo episodio The Entire History of You, racconta di un mondo in cui i ricordi non hanno più importanza, o meglio ne hanno tantissima, ma con significato diverso: tutta la nostra vita viene infatti registrata e basta un piccolo telecomando per recuperare le immagini e proiettarle su un qualunque dispositivo. Qui il discorso è ampio. In questo episodio l’uomo viene svuotato di tutte le sue capacità di interpretazione e di emozionalità. Ogni cosa può essere vista e rivista, analizzata scientificamente fino alla nausea e ogni piccolo errore non può essere dimenticato perdonato. Non esiste quel famoso diritto all’oblio di cui molto si parla nell’epoca di internet. E ci si domanda cosa è meglio o peggio. La verità che distrugge le vite o le menzogne che magari però ci permettono di vivere meglio? Io forse sono per la verità. Ma non ne sono così sicuro anche perchè di fronte ad una storia come questa le proprie covinzioni un po’ cedono. Quel che è certo è che la mente colleziona i ricordi in un modo specifico che ci fa diventare quello che siamo e sotituirla con un hard disk non può che creare brutte conseguenze.

Con Black Mirror siamo di fronte ad una serie ben realizzata sotto ogni punto di vista, regia, scrittura, fotografia, recitazione, musiche. E’ politicamente scorretta, è romantica e commevente tanto quando sgradevole e violenta. E’ una piccola opera d’arte che noi italiani ci possiamo solo sognare e ci godiamo le creazioni d’oltremanica. Creazioni meravigliose.

Michele Comba


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Ingranaggi perfetti della metanarrazione: Hugo Cabret

Era grande la curiosità che accompagnava l’uscita del nuovo Scorsese. É stato scritto un po’ di tutto e pubblico e critica si sono spaccati fra la frangia ”capolavoro” e quella ”neanche-sembra-Scorsese”. Personalmente dico che hanno ragione, e torto, entrambe le fazioni. Contorto, eh?

Hugo Cabret è un film che può essere visto con tanti occhi differenti, scegliendo di immergersi a diverse profondità. In superficie è una godibilissima fiaba che racconta di un orfanello che, attraverso mille peripezie, ritrova il calore di una famiglia. Un po’ più sotto è invece un racconto edificante, morale, da cui trarre molti insegnamenti. Ma se ci si spinge negli abissi, se si hanno i mezzi per farlo, è Cinema. Essenziale, innamorato (di sé).

Hugo, dopo la morte del padre, vive in clandestinità alla stazione di Parigi, barcamenandosi fra piccoli furtarelli e la pressante volontà di riparare un misterioso automa steampunk, unica eredità paterna. Viene in contatto con un giocattolaio, Papà George, la cui figura dapprima apertamente Scroogeriana si schiude lungo il corso della vicenda, diventandone il fulcro e rivelando una verità affascinante che, ancora una volta, avanza l’annosa questione che vede contrapporsi realtà e fantasia, sogno e veglia.

Tre diversi livelli di lettura, dunque; tanto perfetti da sembrare studiati a tavolino. Il primo (e, forse, anche l’ultimo) è proprio quello limpidamente narrativo, probabilmente dedicato agli spettatori più piccini: Hugo è una bella storia, avventurosa, misteriosa quanto basta, colorata, ironica e con tanto di lieto fine. Ai bambini (e al classico fanciullino che, si spera, alberga ancora in qualcuno di noi grandicelli) non può non piacere. Hugo è il personaggio perfetto in cui rivedersi: coraggioso e arguto, un mini-detective di cui le bimbe si innamoreranno e che i bimbi desidereranno essere.

Il secondo livello si rivolge ad un target lievemente più maturo, a coloro che hanno sviluppato già la capacità non solo di farsi coinvolgere da una bella avventura ma da essa trarre individualmente anche qualche messaggio subliminale (la… ‘morale della favola’?). E Hugo, attraverso le peripezie dei suoi protagonisti ci può insegnare, ricordare, suggerire tante cose: che l’uomo è un ingranaggio perfetto all’interno di un meccanismo chiamato Mondo, in cui tutti servono a qualcosa e hanno il loro posto; che il passato a volte è doloroso e che purtroppo non possiamo modificarlo, ma possiamo impegnarci a fondo per migliorare il nostro presente e, di conseguenza, il nostro futuro; che, per quanto dura sia la realtà di tutti i giorni, la fantasia offre sempre una valvola di sfogo di primaria importanza e che mai e poi mai bisogna abbandonare i propri sogni per strada, come stracci. E via dicendo. Quindi, se la pelle di Hugo è narrazione pura, raffinata e precisa, i suoi muscoli sono composti dall’accoppiata narrazione+riflessione, senza per forza scadere nel moralistico (a patto di non essere i peggiori cinici al mondo e per una volta abbandonarsi lascivamente ad una sana ninnananna).

Ma è con il terzo livello che giungiamo al cuore pulsante del film: impercettibile ai più piccoli, superficiale ai meno cinefili ma essenza e anima che scatena tempeste emozionali in chi, come Scorsese, del Cinema è perdutamente innamorato.

Hugo è sì una fiaba, è sì un racconto morale ma è soprattutto un omaggio folle e appassionato alla settima arte ed alla sua funzione eletta: l’intrattenimento (e qui potrebbero partire dibattiti e scazzi). Non a caso Méliès è il punto di riferimento e il perno attorno cui gravita una costellazione di rimandi e citazioni metacinematografiche, in un’orbita fantastica pregna di classicismo e al contempo innovazione.

Dunque, il terzo livello potrebbe sembrare snob, insopportabilmente didattico e dedicato in esclusiva a chi il cinema lo studia e lo conosce. Macché. Scorsese riversa completamente l’infatuazione assoluta per il proprio mestiere in ogni singola immagine, in ogni stacco di montaggio, in ogni battuta; cosicché anche chi cinefilo non è non può far altro che ammirare, con gli occhioni spalancati, le magnifiche scenette del Voyage dans la lune e magari spaventarsi un tantino vedendo arrivarsi addosso il treno dei fratelli Lumiére.

Fare innamorare di una storia. È questa la missione che Scorsese si è dato, nel realizzare Hugo. Far innamorare lo spettatore di una storia, che è in simultanea la storia dell’orfanello e la storia del cinema, ma non solo; è un corpo che fluttua in quell’intero universo sconfinato che è il regno della fantasia (bella chiusura, eh?).

I bambini lo adoreranno. I ”giovani adulti” storceranno un po’ il naso, o lo liquideranno con poche parole. I criticoni non apprezzeranno. I cinefili imperterriti faranno a gara per individuare quante e quali citazioni sono presenti. Ma, a chi riesce ad unire i tre livelli di visione, a chi il cinema procura ancora emozionanti brividi, allo Spettatore (che è un po’ bambino e un po’ adulto, un po’ criticone e un po’ cinefilo) Hugo parrà un capolavoro.

Io sono il peggior cinico al mondo; e, a me, lo è parso.

E vabè, non ci sono italoamericani mangiaspaghetti, mafiosi pronti a fottersi l’un l’altro, poliziotti corrotti o tassisti psicotici, in Hugo Cabret. Ma c’è tutto Scorsese. E mica è poco.

Nota personale: del 3D, come sempre, si poteva fare a meno.

Matteo Pennacchia

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Un western nel 2012? Facile: Justified stagione 3

Comincia con una scoppiettante doppietta la nuova stagione di Justfied. Una doppietta perchè i primi due episodi sono entrambi delle premiere. C’è talmente tanta carne al fuoco che quest’anno un episodio solo non sarebbe stato sufficiente. Allora ne hanno fatti due, cosa insolita e bellissima. Ma perfettamente riuscita perchè Justified tutta è insolita e bellissima. Era dai tempi di Deadwood che non vedevo un western così bello e il fatto di essere un western ambientato nel 2012 non lo rende meno bello, anzi..

Comunque in questa apertura ritroviamo tutto e tutti. C’è giusto il tempo di chiudere quelle poche storie rimaste aperte e subito rientriamo nell’atmosfera del sud degli Stati Uniti. Un sud non geografico, ma estetico. Ritroviamo quindi il nostro Marshall Raylan, ma lo ritroviamo stanco e ferito. Ferito fisicamente da un colpo di pistola quasi letale e ferito anche dentro, perchè per la prima volta è stanco e preoccupato dall’azione, quella pericolosa. Ora ha responsabilità più grandi di lui e forse riceve un colpo di pistola lo preoccupa molto più di prima. Peccato però che tutti intorno a lui se ne fregano e volente o nolente Raylan viene inghiottito in situazioni in cui non vorrebbe finire. La prima, bellissima, e col sempre calmo e pacato, ma inquietante, Boyd. Una bella scazzottata con tanto di vetri rotti e tavoli ribaltati così che Boyd possa finire in prigione e trovare la vendetta che cerca: uccidere Dickie Bennet. Ma invece no. Nel secondo episodio scopriamo che non vuole ucciderlo, ma scoprire dove sono i soldi di sua madre. E qui si apre una prima enorme storyline.

C’è lo spazio anche per presentare il supercattivo di turno: un uomo della mafia di Detroit di nome Robert Quarles. Sembra che la mafia abbia degli interessi dalle parti del Kentucky e il suo uomo è li per curali. Come presentazione? Un paio di cadeveri. Ovviamente i nostri Marshall dovranno indagare su questi cadaveri e senza ombra di dubbio Raylan e Quarles si scontreranno più volte. Altra Storyline. Può bastare? No..

Infatti Boyd scopre dove sono i soldi di Mags. Non sono sottoterra, non sono nascosti, ma sono affidati ad una persona: tale Ellstine Limehouse. E la sua presentazione è uno dei più alti di questo one-two di partenza. Ci viene presentato enorme e nero mentre con tutta la calma del mondo filosofeggia e fa scegliere al malcapitato di turno quale punizione gli deve infliggere, il tutto mentre fa a pezzi un maiale. Come dire.. pittoresco. Dopo una presentazione così mi aspetto solo grandi cose da questo triangolo Boyd-Raylan-Limehouse.

Quindi due cattivoni, più la love story. Sembra abbastanza. E invece no. Gli sceneggiatori calano la carta da novanta e buttano dentro una delle attrici più sexy di tutta Hollywood: Carla Cugino nei panni di Karen Goodall. Tra Karen e Raylan c’è sicuramente stata una storia, in più lei è una marshall di quelle toste ed è anche una bomba sexy.. per cui forse la storia tra Raylan e Winona non andrà avanti così tranquilla come si potrebbe immaginare.

Le storie sono tante, ma come al solito ci vengono raccontate molto bene, dosando i momenti orizzontali alle storyline verticali in modo che il ritmo non scenda mai troppo e immergendoci di nuovo in quell’atmosfera da: non succede niente, ma sotto sotto sta succedendo di tutto. Un po’ il silenzio del mare. Justified si riconferma serie di primissimo livello, dove c’è tanto da dire e viene raccontato bene. Più di così..

Michele Comba

 

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The Help: bianco e nero a colori

Quando nel 2009 la scrittrice Kathryn Stockett ha deciso di dare alle stampe il suo primo romanzo, “The Help”, ha bussato alla porta di 60 case editrici prima di vederlo pubblicato. In poco più di due anni, il libro ha raggiunto il traguardo delle 100 settimane di presenza stabile nella lista dei best sellers del New York Times. Come l’opera da cui è tratta, anche la pellicola omonima ha incontrato favori oltre ogni più rosea previsione. Distribuita ad agosto negli USA, ha raggranellato oltre 200 milioni di dollari, superando ogni record di tenuta in testa alle classifiche. Ed ora si appresta ad essere protagonista dell’imminente stagione di premi. Non male per un film che doveva essere un chick flick estivo con un cast di attrici emergenti e la regia di uno sconosciuto.

Mississipi, 1962. Conclusi gli studi, la giovane Skeeter torna nella ridente cittadina di Jackson: grandi ville padronali, aiuole ben curate, smisurati campi di mais, profumo di pane e pollo fritto e uno strisciante sentimento di razzismo. Nelle case delle buone signore di Jackson, donne nere aiutano nelle faccende domestiche, tra stoviglie da lucidare, banchetti da imbandire e bambini da crescere. Nel frattempo le padrone wasp escogitano un nuovo regolamento per impedire loro di usare i bagni “bianchi”: prove di discriminazione razziale secondo il motto “uguali ma separati” che anima la battaglia di Hilly Hoolbrook, la più ottusa e spietata tra le amiche della protagonista.

In questo contesto di garbate ipocrisie e smaccata intolleranza, l’anticonformista Skeeter si avvicina all’enigmatica Aibileen, domestica di colore. Dall’incontro tra le due donne, cui presto si aggiunge anche Minny, cuoca nera di prorompente simpatia, nascerà una raccolta di racconti, intitolata “The Help” appunto, che rivoluzionerà la vita delle tre donne: prove di emancipazione femminile nell’America del profondo Sud razzista.

Il Mississipi bruciava in un vecchio film di Alan Parker. Oggi, la segregazione razziale formato Disney (produttore insieme alla DreamWorks di Spielberg) è una favola per signorine: poca tensione sociale, il Ku Klux Klan nominato malamente, qualche stralcio di notiziario nazionale (Martin Luther King, i funerali di Kennedy) inserito più per colore che per scrupolo storico. Non stupisce dunque che il film, come e più del romanzo, abbia scatenato le ire dell’Association of Black Women Historians e di quanti hanno lamentato un’eccessiva leggerezza nell’esposizione di temi storici di tale portata e ancora di bruciante attualità.

Ma appare evidente che “The Help”, almeno nelle intenzioni del regista-sceneggiatore Tate Taylor, non è un film sulla battaglia per i diritti civili dei neri nell’America di Rosa Parks: è semmai un apologo rassicurante sul valore della sorellanza, una fiaba sognante sull’emancipazione femminile prima dell’esplosione della contestazione, del femminismo e dei moti sessantottini. In fondo – questa la tesi del film – ognuna delle protagoniste, bianca o nera, è schiava delle aspettative e degli obblighi che la società, arcaica, immutabile e maschilista, impone loro.

Il risultato è un convincente e patinato women’s film, sorretto da uno script più che solido, una confezione impeccabile (costumi, ambienti, colonna sonora e fotografia pop, satura di colori, di Stephen Goldblatt) e soprattutto un cast in stato di grazia. Taylor, fortemente voluto dalla Stockett a capo del progetto, imbastisce una sceneggiatura ineccepibile, condita con dialoghi brillanti, dosando sapientemente risate, retorica e lacrime. La regia è tutta al servizio delle splendidi interpreti, in gara di bravura tra scoppiettanti duetti e monologhi di prezioso (non lezioso) virtuosismo: dalla nonnina svanita di Sissy Spacek alla frivola vamp di Jessica Chastain, dall’isterica moglie modello di Bryce Dallas Howard alla petulante madre di Allison Janney, fino alla protagonista Emma Stone, caparbia e orgogliosa. Menzione d’onore per le due “nere”: se Octavia Spencer è un irresistibile vulcano di risolutezza ed energia, Viola Davis ci restituisce il ritratto sfaccettato di una donna sofferente e offesa, con gli occhi gonfi di lacrime e le gambe stanche, eppure combattiva, tenace, capace di affetto sincero. Come ha già scritto David Edelstein sulle pagine del New York Magazine, il film le appartiene.

Stefano Guerini Rocco

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Golden Globe 2012: i pre-oscar con premi inspiegabili

Domenica notte, come molti sapranno, sono andati in onda i Golden Globe. Ricordiamolo che è sempre meglio: i Golden Globe sono dei premi assegnati dalla stampa straniera presente ad Hollywood ai migliori del 2011.  Particolarità è che vengono premiati sia il cinema che la televisione. Del cinema qui e ora non ce ne occupiamo, magari sarà il nostro buon Stefano Guerini Rocco a fornirci un bilncio dei premi. Ora vediamo cosa è successo in televisione.

Cominciamo con il premio alla miglior serie televisiva drammatica erano candidate tra le tante Games of Thrones, Boss, Boardwalk Empire, American Horror Story e Homeland. A parte Homeland tutte delle belle serie tv, e le prime tre sono dei veri capolavori ed era quindi scontato che ci fosse una lotta tra queste tre. E invece ha vinto Homeland. E chi cazzo sa perchè. Probabilmente c’è qualcuno che deve aver scambiato favori sessuali in cambio di voti perchè veramente non può esserci altra spiegazione.

Stesso discorso per quanto riguarda la miglior attrice in una serie drammatica. Di nuovo tra le candidate c’era Claire Danes di Homeland, e ha vinto. Di nuovo non capisco assolutamente perchè. Forse è proprio lei che è scesa in campo e ha sparpagliato in giro per i tavoli fellatio di ottima fattura. E’ anche vero però che guardando alle altre candidate, la concorrenza non è che fosse tutta questa gran cosa, ma in ogni caso tutte le altre quattro sono meglio. Lei ha una sola faccia dall’inizio alla fine di questa serie tv orribile che ho interrotto a metà. Giusto per far capire quanto mi piace…

Note positive invece per quanto riguarda il miglior attore in una serie drammatica. Qui è stata davvero una bella lotta perchè c’erano Steve Buscemi per Boardwalk Empire, Bryan Cranston per Breaking Bad, Kelsey Grammer per Boss e poi Jeremy Irons e Damien Lewis che erano un po’ degli outsider. Secondo me la lotta era tra i primi tre e infatti ha vinto uno dei tre: ha vinto Kelsey Grammer che effettivamente se lo merita tutto, anche se Bryan Cranston è davvero il numero uno, però ne ha già vinti tanti e mi sembra giusto premiare una nuova serie tv (Boss, bellissima) in onda su un nuovo canale che cerca di sgomitare tra i grandi colossi. Si va a premiare anche un attore che si è davvero messo in gioco, cambiando radicalmente il tipo di personaggio a cui eravamo abituati, per cui insomma, un premio davvero ben meritato.

Tra le migliori serie tv commedia ovviamente c’è il solito Glee, che ogni volta che ci penso mi viene voglia di vomitare. Glee, questo suono così fastidioso e che comprime la gola, potremme tranquillamente essere il suono che fa il mio stomaco quando è in preda a furiosi conati di vomito (per far capire quanto io apprezzi questa serie). Ciononostante continua ad essere candidato tutti gli anni, però per fortuna quest’anno non ha vinto. Ha vinto Modern Family che sta sbancando qualsiasi tipo di premio, e qua si ripete. Io quindi me la segno in lista perchè dev’essere un prodotto valido, appena avrò tempo uno sguardo glielo darò.

Miglior attrice in una serie commedia tra le tante candidate l’ha spuntata Laura Dern con Enlightened. Questa nuova serie tv della HBO in cui si racconta di una donna di mezza età che ha una crisi mistica e nervosa, va in un centro di recupero e quando torna alla vita normale, è un po’ una fricchettona che cerca di inserisi nel mondo delle aziende americane. Da questo contrasto nasce tutto il comico, Laura Dern è effettivamente molto molto brava, per cui anche questo mi sembra un premio meritato. Mi spiace un po’ per Tina Fey di 30 Rock che non ha vinto. E’ molto brava però sono sei anni che propone lo stesso personaggio, per cui mi sembra giusto premiare le novità e gli azzardi.

Miglior attore in una serie commedia ha vinto Matt LeBlanc con Episodes e su questo sono completamente d’accordo, soprattutto perchè gli altri candidati sono molto bravi: c’era per esempio Alec Baldwin per 30 Rock, David Duchovny per Californication che grazie anche basta visto che è una delle serie tv più brutte che ci siano in giro, Johnny Galecki per Big Ben Theory che è un po’ di moda e sta perdendo un po’ del suo lustro e poi Thomas Jane di Hung. Vince Matt LeBlanc e sono molto contento perchè la serie tv è da tanto che è andata in onda e avevo paura che si perdesse un po’ nei meandri dei ricordi e del tempo che fu, perchè in realtà è veramente molto molto bella: sono sei episodi in cui si racconta la vita di due sceneggiatori inglesi che si ritrovano catapultati a lavorare ad Hollywood e devono appunto scrivere una serie tv con Matt LeBlanc come protagonista. E’ una piccola chicca.

Passando a miglior miniserie o film per la televisione vince Downtown Abbey. Anche qui non c’erano dubbi. Ha stravinto ovunque, e riceve un’enorme quantità di critiche positive un po’ dappertutto ed riuscita a battere anche Mildred Pierce che è stata un po’ la rivelazione della scorsa stagione televisiva, per quanto riguarda le miniserie. Anche questa è da inserire nella lista dei to do. E’ in costume, per cui devo ammettere che io ho un po’ di difficoltà, ma mi sfrozerò, perchè probabilmente ne vale la pena.

Miglior attrice in una miniserie o film per la televisione vince invece Kate Winslet. Anche qui niente da dire, lei è proprio brava, è stata inserita in questa miniserie bellissima (Mildred Pierce) ed è un premio molto meritato. Ultimamente ne sta vincendo davvero tanti, però devo ammettere che se li merita tutti quanti.

Il miglior attore in una miniserie o film per la televisione finalmente lo vince Idris Elba per Luther. Serie tv british con questo investigatore molto particolare. Ne avevo parlato tempo fa perchè è una delle mie serie tv crime preferite e Idris Elba oltre ad essere un bravissimo attore, è pure un figo della madonna ed era sempre stato candidato qui come agli Emmy senza mai vincere nulla. Ora finalmente gli viene riconosciuto quel che è giusto e si porta a casa un premio meritatissimo.

Come miglior attrice non protagonista vince Jessica Lange di American Horror Story. Questa serie l’ho vista poco e la conosco poco. Me ne parlano molto bene, per cui il mio giudizio è da prendere un po’ con le pinze. Certo è che tra Kelly Macdonald per boardwalk Empire o Evan Rachel Wood per Mildred Pierce era una bella lotta e la spunta lei. Non posso effettivamente dare un giudizio, le faccio i complimenti e un po’ alla volta controllerò.

Miglior attore non protagonista lo vince Peter Dinklage per Game of Thrones. Ecco, finalmente un premio a Game of Thrones perchè è una delle serie  più belle del palinsesto di questi ultimi anni. Ha fatto una sola stagione e tra pochissimo inizierà la seconda e ha un cast incredibile, per cui giustissimo premio.

Tirando le fila, a parte questa sorpresa di Homeland, e la mancaza di Breaking Bad, che sono due cose che proprio non riesco a spiegarmi, per il resto quest’anno i premi sono stati abbastanza giusti. Segniamoci sul taccuino di guardare Modern Family e magari anche Downtown Abbey.

Michele Comba

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Boss: una grandissima serie per un canale in ascesa

Eliminiamo subito due dubbi: il primo è che Boss tratta di un argomento assolutamente banale; mentre il secondo è che Boss è stato uno dei gioielli della stagione televisiva.

L’argomento sono le magagne politiche, lo sporco che si cela dietro una maschera all’apparenza pulita e rispettosa. Come detto, niente di originale. Da sempre la politica interessa cinema e tv e da sempre i politici ci sono stati descritti come cattivi, manipastati, manipolatori.. sicuramente dietro c’è una scelta produttiva riguardo l’interesse. Mi spiego: una serie o film che racconta di un politico buono non attrae spettatori. Una serie o film che tratta di politici corrotti invece sì. C’è una sorta di attrazione/interesse verso il male, ma soprattutto da sempre il pubblico/la gente crede e teme le dietrologie e i tranelli politici. Materiale fertile, per un pubblico fertile.

Ma cosa fa di Boss un piccolo capolavoro? Piccolo perchè dura appena otto episodi, e capolavoro perchè la sapienza di linguaggio filmico, la dosatura del ritmo, le soluzioni estetiche/descrittive, la scrittura di una trama a incastri complicatissima e soprattutto le interpretazioni sono ai massimi livelli. Il granello di sabbia piccolo, ma determinate che trasforma una serie banale in questa bellissima opera è la malattia del protagonista Tom Kane, sindaco di Chicago. Un nome che è tutto un programma: Tom ricorda quel Tony Soprano che vive fresco nella nostra memoria, e Kane è uno dei personaggi più famosi della storia del cinema. Quel Kane di Citizen Kane che ha segnato uno dei momenti di svolta della storia del cinema. Dicevamo della malattia, perchè la malattia è quel qualcosa che ci fa cambiare prospettiva su tutta la serie perchè noi vediamo un uomo di potere che lotta streanuamente per rafforzare la propria immagine pubblica, per nascondere la propria debolezza fisica. Un uomo abituato al potere e ad avere tutto sotto controllo, non può tenere sotto controllo una malattia degenerativa e incurabile, quindi si rifugia in quello che può controllare con più violenza e spietatezza di prima, alimentate da una frustrazione per l’incapacità di combattere un male che ti divora da dentro. E’ ovvio che questa specie di forbice che si crea non può che peggiorare: più la malttia avanza, più il sindaco Kane sarà spietato e bisognoso di sicurezza. Un divario tra dimensione pubblica e dimensione privata che non può che aumentare di puntata in puntata.

Bandito ogni sentimentalismo, ciò che resta è la pura forza di autoconservazione dell’individuo. Termini come moralità, etica, politica non sono presenti, e se la politica è un gioco sporco Boss non ha paura di sporcarsi le mani. La cura con cui ci descrive il meccanismo della macchina istituzionale è perfetto. Nessun giudizio, nessuna retorica. E’ così che vanno le cose. E allora i politici diventano marionette nelle mani del suo staff, le conferenze stampa diventato un luogo in cui il politico fa la sua parte e dice esattamente quello che vuole, la tv diventa uno strumento politico e la stampa in toto viene ridotta a semplice organo di un’informazione controllata. Tutto è strumentalizzato. Alla fine Kane vince, ma è una vittoria amara perchè ha dovuto sacrificare tutto e tutti, compreso il suo io privato, quello malato. Perchè oltre ai suoi collaboratori, una messa alla prova (fallita) e l’altro giustiziato perchè portatore di una verità (e di un buon senso) che Kane non riesce ad accettare e allora bisogna cancellarlo con tutta la forza possibile, per non vacillare. Oltra anche alla moglie, ricattata e costretta dopo aver scoperto tutti i suoi tentativi di tradimento, oltre a questi Kane perde anche la figlia, e la sacrifica consapevolmente. Una perdita violenta per noi spettatori, per come ci viene descritta. E una perdita grave per Kane perchè perdendo la figlia perde anche quel canale per avere le medicine “off the records” e di conseguenza perde contro la malattia. Una malattia che è simbolo del decadimento del personaggio, che non a caso ci viene presentato nel finale di stagione a casa, per terra, in preda alle convulsioni.

Boss non è una serie facile. Niente cliffhanger a fine puntata o trovate ad effetto. Il ritmo è cadenzato ed estremamente cupo. A istanti di grande tensione si alternano momenti di riflessione, con la regia che ci porta vicinissimo ai volti, spesso proprio sui dettagli. Questo è un po’ il segno stilistico cha aveva dato Gus Van Sant alla prima puntata: primi piani e dettagli sottilineati da una colonna sonora che in altre parti è praticamente assente. Interviene infatti solo per sottolineare le parti più emotive, quelle in cui il racconto si ferma per descriverci il paesaggio interiore dei personaggi. Per il resto il commento sonoro si trasforma un’estremizzazione di suoni diegetici: il rumore del traffico, i passi di qualcuno, il respiro di un personaggio. Boss è l’ennesima prova che i telefilm come li conoscevamo un tempo, non esistono più. Le regole della serialità televisiva sono cambiate. Oggi la serie utilizza un linguaggio sofisticato. E in tutto questo gli Emmy si avvicinano, e qui abbiamo una miglior serie drammatica e miglior attore in una serie drammatica.

Michele Comba

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Misfits. Tra alti e bassi di una terza stagione

Poco prima di Natale si è chiusa la terza stagione di Misfits. Serie evento tutta british, è riuscita a scavalcare i confini nazionali e diventre un successo anche in Italia, e questo secondo me la dice lunga. Fatto sta che questa terza stagione si annunciava davvero molto problematica perchè, il suo attore simbolo, quel Robert Sheenan che ha dato vita al personaggio di Nathan, non ci sarebbe stato. E infatti non c’è stato.. un piccolo webisode ambientato a Las Vegas ci racconta la sua fine e ci fa anche vedere per 10 secondi e con una battuta di quattro parole: I’m the new guy, il personaggio deputato a prenderne il posto.

Due problemi. Problema uno è che perdere Nathan è un colpo di grazia clamoroso, perchè se la prima stagione aveva una scrittura molto forte alle spalle, la seconda già lasciava ampio spazio alle singole personalità e quella di Nathan, che pur diventando una semplice macchietta comica poco utile alla trama orizzontale, era in ogni caso di gran lunga la più forte, tanto che spesso veniva proprio ad incarnare la serie e il suo spirito. Che è sì una serie di fantascienza e di supereroi, ma con quel non so che che la distingue da tutto e tutti. E quel non so che è proprio Nathan, con la sua ironia cinica e dissacrante, che ci fa ridere e star male allo stesso tempo e che ha caratterizzato tutto l’andamento narrativo della stagione, indirizzato alla provocazione nostra (spettatori) e loro (gli altri personaggi). Problema due è che se perdi questo personaggio, che era così perfetto, quello che devi fare è: o non lo sotituisci, o lo sotituisci con un personaggio radicalmente diverso. Perchè provare a vincere un confronto è impossibile. Invece qui hanno messo un altro personaggio molto, troppo simile, a fare anche lui da espediente comico e l’unica differenza tra Rudy (il nuovo) e Nathan (il vecchio) è che tutte le volgarità di Nathan erano volontarie, intese a provocare i suoi uditori (sia reali che della finzione), mentre Rudy sembra più sincero, sembra proprio che senza oscenità e imprecazioni non sappia esprimersi. Jospeh Gilgun che interpreta Rudy e veramente favoloso, ma la differenza tra i due è sì sottile, ma non abbastanza evidente da non pensare ad un confronto col passato recentissimo e ancora vivido nelle nostre memorie.

Rudy insomma, poverino, lo vedevo come un grosso buco/fallimento della serie. L’altro grande problema che ho riscontrato in pochi minuti della stagione è il caos di scrittura.. Non esiste più una logica interna, non esiste una trama orizzontale e si perde completamente la caratteristica peculiare che ha decretato il successo della serie e cioè quel contrasto tra superpoteri inutili, ragazzi con più problemi che vita e la parodia dei teen drama supereroistici (Heros è chiaramente citato in almeno due occasioni). Ma procediamo con ordine. Tutto ovviamente comincia con la descrizione dei nuovi superpoteri:

Simon ora può viaggiare nel tempo e come obiettivo ha quello diventre il supereroe mascherato della seconda stagione e lentamente scompare dalla serie. Sembra ritornare il ragazzo della prima stagione, ma se là era funzionale al personaggio e alla narrzione qui sembra semplicemente un personaggio inutile e buono solo a fare le facce.

Alisha può vedere con gli occhi delle altre persone. Forsa abituati ad una Alisha con poteri inutili, non si fa nulla per salvarla e pur avendo un potere dalle buone potenzialità, rimane quel personaggio laterale delle altre stagioni, senza però la connotazione sessuale. Ragazza sdolcinata di un tipo inutile.. inutile anche lei.

Il vero potere inutile a questo giro tocca a Curtis: può trasformarsi in una donna che gli assomiglia parecchio. Scompare il gruppo e l’unione dei personaggi e anche Curtis non sopravvive. Le descrizioni di un uomo che scopre l’universo femmile sono slegate da tutto e si concludono con un penoso nonché imbarazzante tentativo di farcelo/a vedere incinta di sé stesso. E poi tutto finisce. Bah.

Kelly diventa un ingeniere aerospaziale. Capisce tutto di circuiti ed elettronica, ma è un potere che non userà quasi mai. Rimane anche lei la macchietta volgare a zarra che piace molto e il suo ruolo funziona solo nella relazione con Seth (il ragazzo che spaccia poteri), simpatica e ben gestita. Occasione mancata invece quando dopo uno scambio di corpi ha la possibilità di interpretare col suo corpo un altro personaggio. Nulla cambia. E’ sempre Kelly, ma senza parolacce. Si poteva fare di più.

Ultimo è appunto il nuovo Rudy, il cui potere è, in breve, separarsi dalla propria coscienza. Letteralmente. Crea dalla pancia un doppione identico ma dal carattere più sensibile. Da questo duo scaturisce tutto il comic relief della serie e questo sembra essere pressapoco tutto l’apporto di Rudy alla serie.

Personaggi che non portano più nulla all’evolversi della storia a tal punto che ci chiediamo come possa procedere la narrazione. Semplicemente non c’è.. non esiste più una trama orizzontale a cui i personaggi portano la propria parte arricchendola. Ogni episodio è uno stand-alone e la situazione si evolve di volta in volta in modo diverso. Se fin’ora avevamo supereroi senza epica, senza grandi minacce o grandi piani, ma ragazzi con superpoteri che risolvono i problemi, ma forse di più li creano (con tutti i risvolti comici del caso) ora invece si prendono sul serio, parlano di supereroi, di superpoteri e falliscono clamorosamente. Il naturale cazzeggio dei protagonisti finisce in secondo piano relegato in piccole parentesi, sorta di siparietti a se stanti e le storie “serie” oltretutto peccano di originalità.

Paradossalmete è però proprio quando la sparano veramente grossa, che la serie tocca le sue più alte vette. Classicone classicissimo il “non si modifica il passato” viene qui riproposto con i nazisti che sopravvivono a un tentato omicidio di Hitler da parte di un ebreo venuto dal futuro e diventano fortissimi grazie alla tecnologia. Si crea così un altro presente dove i nazi comandano il mondo. Si è talmente esagerato che non si parla più di massimi sistemi, ma tutto diventa una scusa per giocare con i classicismi e creare un episodio ancora più stand-alone, ma che funziona benissimo per ritmo, scrittura, comicità e tensione. Senza preoccuparsi di dare risposte o fare domade esistenziali, siamo ritornati alla semplice e stupenda volontà di raccontare una storia. E viene benissimo, a patto però che anche lo spettatore non vada a cercare il pelo nell’uovo. A me non interessa stare lì a fare il pignolo su eventuali scivoloni della forbice temporale e rotture del causa-effetto. Mi godo un storia d’intrattenimento, che regala anche qualche chicca che solo una serie come Misfits avrebbe potuto sfornare, con tanto di citazione a Inglorious Baterds.

Altra sparata enorme e fantastica è la puntata sugli zombie. Nati da un tentativo fallito di rportare in vita l’ex ragazza di Seth, dilagano questi mostri stile 28 giorni dopo assetati di sangue che per primi attaccano e zombificano un gruppo di cheerleader. Geniale parodia del Save the cheerleader, save the world, questo è un altro episodio perfettamente riuscito e dove Rudy è un autentico mattatore comico. E poi io adoro gli zombie…

Quindi insomma, tra nemici ridicoli, personaggi sviluppati a caso ed episodi slegati, la serie lascia davvero un po’ a desiderare. Ma è quando non si prende sul serio che ritorna ai vecchi fasti, e in questa situazione, il personaggio di Rudy è il più riuscito. E’ divertente, intrpretato benissimo e da quel tocca di leggerezza che avevo paura fosse smarrito. Se partivo prevenuto, alla fine, mi son dovuto ricredere. Viva Rudy!

Il finale di stagione lascia aperto a possibili risvolti. O un plot twsit e azzeramento con ripartenza, oppure personaggi nuovi accanto a Curtis e Kelly (Alisha e Simon non ci saranno), o magari, un ritorno al passato col punto di vista di Simon supereroe.. questo sacrificherebbe Rudy e sarebbe un peccato, e inoltre implica un ritorno di Sheenan difficile da prevedere anche se i soldi, sono sempre soldi e col giusto prezzo……….

Tirando le somme forse è un po’ poco per dare giudizio favorevole, però per ora mi basta anche accontentarmi di due episodi belli, e di un personaggio che fa ridere. Questo è Misfits oggi. Prendere o lasciare. Al momento ci sto, domani non saprei.

Michele Comba

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La top 10 del 2011 al cinema

Fine dell’anno, tempo di bilanci. Mentre il 2012 si avvicina, con il suo carico di palpitanti promesse (Eastwood in testa, almeno in ordine cronologico), passiamo in rassegna quel che ci ha lasciato in eredità il 2011. Il risultato è una personalissima classifica di ciò che di meglio è stato proiettato sui nostri schermi. Farse e tragedie, commedie molto rosa e molto nere, pellicole d’autore e pop corn movies: vale tutto. Il solo vincolo, la data d’uscita nelle sale italiane. E il limite di 10 titoli, naturalmente: assolutamente arbitrario, ma efficacissimo per rendere più intrigante il gioco.

1. The Artist di Michel Hazanavicius (Francia, Belgio – data di uscita: 9 dicembre 2011)

La vera sorpresa dell’anno, un progetto rischioso e ambizioso. Dopo aver incantato Cannes, si appresta ora a diventare il grande protagonista dell’imminente stagione di premi (aspettando gli Oscar, ha già collezionato 6 candidature ai Golden Globes). È la storia di amore e complicità tra un divo del muto e una starlette emergente negli anni dell’introduzione del sonoro al cinema. Ma è soprattutto un romantico omaggio alla Hollywood anni ’20, sincero e vitale quanto il suo protagonista Jean Dujardin (che faccia!). Michel Hazanavicius, fine cinefilo, utilizza una serie di citazioni colte e raffinatissime, dai miti popolari (Rodolfo Valentino e affini) agli autori più stimati (Griffith, Welles, l’espressionismo tedesco). Cinema allo stato puro. Ah, è anche in bianco e nero. E muto!

2. Melancholia di Lars von Trier. (Danimarca, Svezia, Francia, Germania – data di uscita: 21 ottobre 2011)

La fine del mondo come metafora di una depressione: Lars von Trier tradisce se stesso (i voti di castità di Dogma, la proverbiale misoginia) e firma la sua opera più potente e (paradossalmente) pacificata. Trasforma l’ottima Kirsten Dunst nel suo alter ego e le fa crollare addosso il “blu” di Melancholia, che è al tempo stesso uno stato d’animo e un pianeta che sta per distruggere la Terra. Ma la serena accettazione della protagonista e l’unione con i veri affetti (che non coincidono con l’istituzione della famiglia, impietosamente fatta a pezzi nella prima parte), ribaltano il significato del film, con un finale che diventa così catastrofico e liberatorio ad un tempo. Una pellicola densa, ricca, perturbante. Il prologo, sulle note del “Tristan und Isolde” wagneriano, è qualcosa che rimane.

(vai alla recensione di Matteo Pennacchia)

3. Il cigno nero di Darren Aronofsky. (USA – data di uscita: 18 febbraio 2011)

Mélo a tinte fosche, dramma psicologico, thriller dai risvolti gore: con un occhio strizzato a “Eva contro Eva” e l’altro a “Repulsion”, Aronofksy non si è (non ci ha) risparmiato nulla per raccontare lo straziante calvario della sua ballerina Nina verso il baratro della dissociazione psichica. Encomiabile Natalie Portman, in testa ad un gruppo di interpreti femminili puntualissime (Winona Ryder, Barbara Hersey, Mila Kunis), che passa con dignità tra incubi, deliri, allucinazioni sessuofobiche. Il risultato è un film eccessivo, a volte grezzo e banale, ma che sa affascinare proprio per la spregiudicatezza con cui osa spingersi all’estremo, oltre il rischio del ridicolo. Da amare, visceralmente, o da detestare, ragionevolmente.

(vai alla recensione)

4. Corpo celeste di Alice Rohrwacher. (Italia, Svizzera, Francia – data di uscita: 20 maggio 2011)

Unico titolo italiano in classifica, con buona pace di Moretti, Olmi, Crialese e Sorrentino. L’esordio della Rohrwacher, “sorella” d’arte, è film alieno nel panorama nostrano. Così come alieno è lo sguardo della sua protagonista, una ragazzina schiva e idealista cresciuta in Svizzera e trapiantata a Reggio Calabria alle prese con il sacramento della Cresima. Nel confronto con una realtà socialmente e culturalmente degradata, il suo “corpo celeste” diventa metafora viva e materica dei temi portante del film: un vibrante ritratto di adolescente e una profonda riflessione sulla fede. Anomalo e importante.

5. The Tree of Life di Terrence Malick. (USA – data di uscita: 18 maggio 2011)

Probabilmente il film più complesso e controverso dell’anno. Idealmente avanguardistico, irrimediabilmente mainstream, è un’opera una e trina: storia di una famiglia nell’America rurale anni ’50, riflessione sui modelli (concetti? valori?) contrapposti di Grazia e Natura, racconto pirotecnico della creazione del mondo. Alla quinta opera in circa quarant’anni di carriera, Malick fa filosofia filmata e cerca il capolavoro. Ma il linguaggio è spesso ostico, mentre il gusto della metafora e i tempi dilatati non sempre aiutano la narrazione. Resta un’opera imperfetta, che troppo concede alla tentazione del sermone, eppure audace, viva, multiforme, capace di aprire squarci di emozionante lirismo e di estetizzante eleganza. Sprazzi di grande cinema.

6. Tomboy di Céline Sciamma. (Francia – data di uscita: 7 ottobre 2011)

Delicata avventura di un giovane corpo in (tras)formazione. La piccola Laure, capelli a spazzola e pantaloncini malmessi, si finge un maschietto con i nuovi amici del quartiere dove si è appena trasferita. Piccola fiaba di formazione di rara grazia e sincerità, capace di raccontare la scoperta della sessualità con naturalezza e acume. È anche un’efficacissima incursione nel mondo dell’infanzia, di cui indaga, con sguardo sensibile e disincantato, rapporti e dinamiche. Esile e commovente, a volte brutale, mai morboso. Prezioso.

7. Kill Me Please di Olias Barco. (Belgio, Francia – data di uscita: 14 gennaio 2011)

In un paesaggio da libro delle fiabe, il dottor Kruger accoglie eccentrici personaggi in cerca della dolce morte. Ma gli abitanti del vicino villaggio non vedono di buon occhio la “clinica dei suicidi”. Finale folle e grottesco, grondante sangue. Commedia in bianco e nero (anzi, nerissimo) sull’impossibilità di rinchiudere entro logiche di ordine umano un evento trascendentale come la morte. Ha una carica anarchica e irriverente, accentuata dai toni splattar, che spiazza lo spettatore. Iconoclasta, sperimentale, punk. In una parola, coraggioso.

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8. Easy Girl di Will Gluck. (USA – data di uscita: 4 marzo 2011)

Commedia sagace e puntuta, scritta benissimo da un (quasi) esordiente e recitata anche meglio da un cast in stato di grazia. Ha il merito di aver rivelato e imposto la sua protagonista: Emma Stone, tutta ironia, sessappiglio e lentiggini. Un talento sopra la media, che in quest’operetta (con) morale, frizzante e spensierata, ricca di battute fulminanti e con qualche riflessione non banale sull’adolescenza, dà il meglio. Lontano anni luce da drammi neo-romantici e goliardia pecoreccia, è un ottimo antidoto al cinema giovanilistico di oggi.

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9. Carnage di Roman Polanski. (Francia, Germania, Polonia, Spagna – data di uscita: 16 settembre 2011)

Tratto dalla pièce di Yasmina Reza, è un “concerto da camera” spietato e crudele, un inno claustrofobico a quel Dio della Carneficina che gioca a fare a pezzi i falsi valori e le ipocrisie di un gruppo di borghesi piccoli piccoli. Testo corrosivo, regia rigorosa e dinamica e soprattutto un quartetto d’attori di furibonda bravura, abilissimi nel trasformare sorrisi di circostanza in ghigni grotteschi. Un film tagliente, che funziona alla perfezione.

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10. L’amore che resta di Gus Van Sant.  (USA – data di uscita: 7 ottobre 2011)

Storia della tenera amicizia tra un giovane rebel without a cause e una dolcissima malata terminale. Una sorta di brief encounter di commovente pacatezza e, allo stesso tempo, un giocoso canto alla vita. Gus Van Sant si fa poeta delle piccole cose e firma una pellicola toccante e affascinante, modaiola e ruffiana quanto serve, di poco spessore (forse) ma grande carisma. La sceneggiatura, dell’esordiente Jason Lew, è sensibile e di ammirevole misura. Due interpreti sorprendenti e i caldi colori dell’autunno fanno il resto. Non può non piacere.

Stefano Guerini Rocco

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Gellar è morto. Ma forse anche Dexter.

E’ finita. Un’altra stagione è passata ed è tempo di bilanci. Avevo accolto la premiere di ottobre con commenti entusiatici e con grandi speranze di rivedere una stagione come le prime: bella, cattiva e cinica. Era interessantissimo vedere come si sarebbe sviluppato tutto il filone religioso perchè se un personaggio come Dexter si avvicina alla fede e a quello che volente o nolente la fede porta con se in termini di comportamento, allora il discorso può essere molto significativo. Ad oggi, dopo 12 episodi posso affermare con certezza che questa serie mi ha fatto un po’ scagazzare. Era partita col botto, ma poi è implosa e si è accartocciata su se stessa, finendo in un mare di banalità e clichè. Sono sempre stato un difensore del nostro serial killer, e anche di fronte ad evidenti difetti ad ogni fine stagione il giudizio era molto positivo perchè Dexter aveva tutto un contorno curato e molto interessante, aveva una scrittura originale e ovviamente un’interpretazione perfetta di Michael C. Hall. Michael C. Hall è purtroppo l’unica cosa che continua a salvarsi e si riconferma sugli stessi livelli delle origini.

Affermazioni pesanti, ma le giustificherò tutte. Prendiamo come esempio l’episodio Get Gellar che rappresenta un po’ la summa di tutti i problemi della stagione ed è l’emblema del decadimento rapidissimo di Dexter. Avevo avuto qua e là qualche sentore del fatto che ci potesse essere qualche parallelismo tra la storia di Dexter/Harrison e quella tra Travis/Gellar. Quindi Gellar è un fantasma e una proiezione dell’immaginazione di Travis e dopo tutti gli indizi sparsi qua e là, di cui alcuni veramente molto chiari, arriva Get Gellar, il nono episodio deputato a svelare questi dubbi. Ma decide che anziché dircelo subito e lavorare poi su Travis e su come cambierà il suo comportamento visto che potrebbe rivelarsi anche per lui una scoperta abbastanza scioccante (il ragazzo è completamente inconsapevole), anziché dircelo subito, l’episodio ci gioca per tutta la sua durata e quando ci siamo, siamo arrivati al culmine, a quello che la linguistica chiama climax, ci ritroviamo di fronte invece ad un anti-climax (questa parola non so se esite) da manuale. Il temporeggiamento è stato talmente lungo che la sorpresa si è svaporata al punto che sorpresa non è davvero più. E rimane solo un plot twist scontato e banale. Era ancora possibile spacciare per più di mezza stagione la visione di una persona morta per un personaggio reale e rivelarci la verità come se fosse un colpo di scena? Decisamente no.

Accantonato il personaggio di Gellar, il supercattivo rimane uno solo: Travis. Il ragazzo (interpretato dal figlio di Tom Hanks) più che avere allucinazioni sembra soffrire di disturbo di personalità multipla e nel momento in cui si accorge che il professore è morto dovrebbe essere una scoperta tosta e avrebbe dovuto rifiutare quella parte di sé come aveva già fatto in precedenza oppure immedesimarsi totalmente col suo vecchio mentore e diventare lui. Anche visivamente per quando riguarda il discorso propriamente filmico. Invece subisce un’evoluzione istantanea e diventa all’improvviso un cattivo cattivone, consapevole di esserlo e deciso nei suoi intenti. Siamo d’accordo che un’analisi produttiva vede questa come forse l’unica pista possibile, prchè va da sé che far redimere Travis avrebbe portato ad una anticipata fine della stagione. Come anche far immedesimare Travis in Gellar avrebbe forse rischiato di essere di non facile comprensione (estetica) e il rischio di risvolti trash sarebbero stati troppo alti. Questo Travis cattivo è forse non la strada giusta, ma la meno peggio nel complesso.. certo è che il passaggio è stato gestito veramente troppo male e in maniera veramente superficiale.

E poi c’è il capitolo Debra. Gioie e dolori di questa stagione. Gioie perchè il suo è uno dei personaggi più riusciti e divertenti. Si è evoluta, ha fatto carriera ma allo stesso tempo è tornata alle origini, con tutte le imprecazioni e le insicurezze del caso. Tutto bene finchè grazie ad una psicologa, Debra affronta le sue emozioni e capisce di essere innamorata di Dexter, suo fratello, che però non è fratello di sangue. E qui sono i dolori: questo incesto che poi incesto non è, lascia un po’ a desiderare. Sembra un po’ una carta che gli sceneggiatori si sono giocati buttandola nel mezzo un po’ così, come viene. Lo spiegava molto bene Matt LeBlanc nella bellissima serie Episodes (sempre Sho): “ci deve essere una storia d’amore, qualcosa a cui gli spettatori possono attaccarsi e guardare il tuo show per un’intera stagione, e l’amore è la carta vincente”. E qui le stagioni da far vedere tra l’altro sono due.. Apro però ad una smentita perchè questa deriva amorosa potrebbe essere un apripista ad una mentalità più aperta da parte di Debra e che magari quando scoprirà chi davvero è suo fratello riuscirà ad accettarlo. D’altronde lei è tenente e potrebbe addirittura coprilo/aiutarlo. L’abbiamo già visto succedere e Dex potrebbe aver voglia di riprovarci.

Per il resto tutti i comprimari proseguono nelle loro storie che si alternano tra trovate comiche divertenti e una vagonata di banalità senza fine. Nel male e nel bene stanno lì e fanno colore. Quello tra tutti più interessante potrebbe essere il geek-aiutantedimasuka che ci hanno spesso mostrato un po’ ossessivo e troppo interessato a Dexter perchè non succeda qualcosa. E’ lui che ha comprato il braccio dell’IceTruckKiller. Che possa addirittura diventare importante nelle prossime stagioni fino ad essere un cattivo?

Detto questo mi resta l’impressione che il meglio ce lo siamo lasciati alle spalle visto che tutto sembra ormai essere spinto a forza nella direzione del colpo di scena e del sensazionalismo forzato, che cade purtroppo nel banale. Tutto il filone religioso & co. si è rivelato essere una scusa per una parentesi trash con affreschi sui muri, cadaveri elaborati come opere d’arte e del misticismo buttato lì. Magari con echi da fine del mondo duemiladodiceschi… E poi la faciloneria di scrittura con situazioni risolte in tre secondi, altre tirate fuori all’improvviso, e decine di banalità sparse in giro. Ad esempio: Travis punta la pistola in faccia a Batista e bum arriva Quinn e salva tutto. Oppure quando la donna kamikaze preme il bottone della fuoriuscita di gas e subito dopo, ma giusto un attimo dopo così che la tensione salga un po’ arriva Dex e salva tutti. E le impossibili scene in cui si cerca di uccidere Dexter. E’ ovvio che non morirà.. la serie porta il suo nome. Sarebbe impensabile e allora tanto vale non farcelo vedere in pericolo di vita con il conseguente salvataggio all’ultimo. Già sapevamo come sarebbe finita. Spreco di tempo e di soldi.

All fine non sono soddisfatto, però c’è da dire che Dexter pur nei suoi momenti più bassi è comunque una bella serie che si può guardare e godere. Forse l’amarezza viene da un confronto coi fasti del passato. Poi per spezzare una lancia verso per questa serie c’è il finalone. Un cliffangher da manuale, anche qui usato con estrema banalità, ma evidentemente interessante: Debra arriva nella chiesa abbandonata dove ha chiesto a Dexter di fare gli ultimi rilievi forensi e scopre una tragica verità: suo fratello è uno spietato assassino che ha trafitto Travis senza pietà. La stagione si chiude su Dex che dice: Oh God!. Parole che non ci saremmo proprio aspettati da lui. Prima o pio sarebbe dovuta arrivare, già lo si era intravisto qua è la quando si parlava del rapporto tra Travis e sua sorella e ora ce l’abbiamo di fronte. Secondo me gli scenari sono varie: O Deb sceglie di coprire Dexter per tutta la prossima stagione, d’altronde è lei il tenente e non ha scoperto il vero Dexter. Ha scoperto Dexter che uccide Travis, un cattivo confermato e lui soltanto. Noi sappiamo di tutti gli altri, lei no. Altra opzione è che potrebbe addirittura alimentarla, vista la fascinazione di Deb per uomini mentalmente disturbati che ci è stata ripetuta varie volte dalla pscicologa, e adesso in più sappiamo che di Dexter Deb è proprio innamorata. O ancora Deb potrebbe decidere di non assecondarlo, ma qui vuol dire che uno dei se ne deve andare. Dexter non può andasene, né morire, né finire in prigione. Andarsene magari sì, un ricomincio da zero in Oregon ma sarebbe uno schock non da poco. Più probabile è che Debra se ne vada. Gli indizi ci sono: Quinn che rischia il trasferimento, Debra che non riesce ad adattarsi al nuovo lavoro e il capo Mathews che protegge politicamente Deb nel dipartimento viene fatto fuori.

Gli indizi sbriciolati qua e là portano un po’ in tutte le direzioni (per esmpio Quinn si appella ad una improbabile, ma possibile, malattia per evitare il trasferimento). Ogni cosa detta viene smentita, poi ribadita. Insomma il potenziale è tanto e non vedo l’ora di sapere come andrà avanti, proprio perchè Dexter alla fine è comunque un prodotto degno di nota. Ha avuto una parentesi difficile, difficilissima in questa stagione, ma spero che si rialzi. Il potenziale c’è, non spechiamolo.

Michele Comba

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Il cinema è in tv: Boardwalk Empire ce lo insegna.

E’ iniziato il momento clou dei finali di stagioni.. Abbiamo salutato Hung, Bored to Death e tante altre e tra i finali spicca quello di Boardwalk Empire. Qui siamo di fronte a qualcosa di stupendo. Ma non solo nel finale, in tutta questa seconda stagione. Boardwalk Empire ha confermato di essere una partita a scacchi, dove tutto e tutti contano. Personaggi fantastici raccontati con le azioni più che con i dialoghi e le descrizioni. Ma sono azioni che parlano, e in questa seconda stagione ci hanno parlato moltissimo di colpa e di redenzione. Di Pentimento e di espiazione. Ovvio. Si parla di gangster e se non commettono peccati loro… ma il discorso è più ampio o meglio più sottile. Perchè Boardwalk Empire mette in scena dei personaggi umani oltre al loro essere cattivoni con la rivoltella, e coinvolge nella sfera di peccati e crimini anche chi gangster proprio non è. Le ipocrisie vengono a galla, a partire da quella tra bambini e adulti perchè gli adulti continuano a dire ai bambini che devono comportarsi bene, che devono essere buoni e generosi, ma di tutti questi adulti che parlano bene, non ce n’è neanche uno che razzoli altrettanto bene. E noi lo sappiamo eccome.

Nucky è il mastro burattinaio. Coi dollari compra e mette a tacere tormenti e rimorsi di coscienza, e se i rimorsi sono grandi basta aumentare la cifra. Se nella prima stagione sembrava un po’ un gangster a metà, quasi che si sentisse un po’ fuoriluogo rispetto al ruolo che interpretava, in questa seconda stagione in questa seconda stagione viene fuori il bastardo che è davvero. E’ un uomo di potere, intelligente e stratega più di tutti e messo alla sbarra sa quando è il momento di smettere di lottare e di fare un passo indietro. E sa come far credere a tutti che si stia ritirando per davvero. Invece si ricarica e si prepara alla prossima mossa. Più forte e spietata che mai.

E sa anche quando e come chiedere aiuto. Così fa con Margaret, la manipola e la porte dove vuole lui. La usa per salvarsi definitivamente dal processo e apparentemente da tutto. Solo apparentemente però. Perchè se Nucky crede di averla vinta su Margaret, in realtà sembra più il contrario. Lei sa perfettamente chi ha sposato e decide lucidamente di approfittarne, sferrandogli il colpo più duro, il tradimento più inatteso. Lo tocca sui soldi. Nucky non conosce Margaret come noi. L’abbiamo vista crescere e cambiare, diventare fredda e calcolatrice. Abbiamo capito che questa immagine di donna pia e timorata è appunto semplicemente un’immagine, una maschera accuratamente costruita per il bisogno suo e dei sui figli. Tra tutti i personaggi la sua è l’evoluzione più grande e quella più bella.

Oltre alla coppia c’è però il terzo polo e il paragone tra Jimmy e Nucky è impietoso. Jimmy è un ragazzo che si è ritrovato all’improvviso ai vertici di un’organizzazione costretta a cambiare, ma che vuole continuità. Jimmy ha quindi bisogno di legittimare in fretta e con decisione il suo ruolo di leader. Deve dare in fretta risposte a chi intorno lui fa domande e avanza richieste a gran voce. Si sbatte a destra e a sinistra e la sua tattica da pugno duro sembra proprio funzionare fino a che però tutto non crolla e Jimmy è costretto ad alzare bandiera bianca e a piegarsi al suo ex mentore, che aveva tradito e cercato di uccidere. Nucky, il gran bastardo maledetto, è furbo e subito se ne approfitta, sfrutta immediatamente questa apparentemente riconciliazione. Jimmy ne esce a pezzi, rassegnato e il perchè lo scopriremo nei bellissimi istanti finali di stagione e ce lo dirà lui stesso, in una specie di confessione: lui è morto in trincea, e nessuno se ne accorto. Forse solo Angela, la sua bellissima moglie, ma lei di certo non può raccontarcelo.

Nucky e Jimmy sono due personaggi stupendi interpretati da due attori favolosi. Hanno giocato al gatto e al topo per tutta la stagione. Questo rapporto conflittuale tra padre e figlio con risentimenti e rabbia, ma anche rispetto e affetto che sotto sotto non si scorda mai. Noi ci siamo finiti nel mezzo, stando prima da una parte, poi dall’altra, poi di nuovo di là e ancora indietro, incapaci di schierarci davvero perchè ogni volta scoprivamo qualcosa dei due che ci allontava o avvicinava a seconda dei casi. Abbiamo capito che Boardwalk Empire non va guardata, ma va vista con attenzione perchè se vuoi davvero capire qualcosa su Nucky devi seguire tutto con grande attenzione. Ogni dettaglio e ogni sfumatura. Tutto fa la differenza. E in ogni caso alla fine sarai colpito, distrutto, fregato perchè Boardwalk Empire è scritta da Dio. Semplicemente da Dio. Il finale ti impala al divano perchè i conti li stiamo facendo su una pila di cadaveri e ci rimaniamo male. Malissimo. Un finale agghiacciante, molto coraggioso eppure perfettamente coerente.

Si chiude quindi per nove mesi una serie capolavoro, molto più ritmata rispetto alla prima anche se ovvio il ritmo non è proprio un punto di forza. O forse sì. Nel suo non esserci, o meglio nell’essere lento, lentissimo. In ogni caso non sono mancati discorsi filosofici, fede, pentimento e colpa, e soprattutto sparatorie nei boschi, sgozzamenti, scalpi, alcool, sesso e tette. E’ una seconda stagione di più, più grande. Ha oltrepassato la sola Atlantic City come era successo con la Baltimora di The Wire riuscendo a mantenere una capacità di raccontare i personaggi e una qualità filmica che non può non ricordare i Soprano e appunto The Wire. Fari nella notte. Capisaldi. Monumenti. Come quelle vecchie serie, Bordwalk Empire riesce a costruire un’atmosfera e una tensione che ti porta verso qualcosa, capisci che sta succendo qualcosa e la storia ti abbraccia da dietro e ti porta verso quel qualcosa. Esempio perfetto della grande narrativa americana che è a mio avviso unica nel mondo. Almeno per quanto riguarda la televisione.

Una chiusura quindi pienamente soddisfacente con non poche aperture verso una terza allettante stagione: scopriremo come procederà il matrimonio/duello, abbiamo Richard rimasto da solo che probabilmente avrà un ruolo nella vita di Tommy. Poi c’è Nelson Van Alden, sempre rimasto sullo sfondo e ora in fuga nel Midwest di Al Capone, e c’è il traffico d’eroina, che più volte è stato accennato come a una nuova possibilità d’investimento e ora si concretizza.

Per cui di carne al fuoco ce n’è parecchia anche per i prossimi anni. Per quest’anno purtroppo è finita. Tornerà l’anno prossimo e sarà molto probabilmente un’altra bomba per cui invochiamo e aspettiamo il prossimo settembre/ottobre.

Hasta luego Atlantic City.

Michele Comba

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