I migliori film del 2016

Prendendo in prestito il titolo di un film di J.C. Chandor che non sfigurerebbe in questa classifica, il 2016 al cinema è stato “A Most Violent Year”. Se nel 2015 la coppia, opportunamente sezionata, analizzata, celebrata, criticata in ogni suo possibile sviluppo e componente, era stata protagonista indiscussa al centro del grande schermo, la recente annata cinematografica ha preso le forme degli incubi perturbanti di Refn e Mitchell, delle vendette sanguinose di Ford e Tarantino, delle memorie inconfessabili di Ozon e Larraín, o ancora delle fantasie cannibali di Dumont e della iperviolenza formato fumetto di Mainetti.
Le (poche) parentesi di quiete e leggerezza hanno comunque nascosto il retrogusto amaro della poetica disillusione di Jarmush o del crudele cinismo di Giovannesi. Persino i giochi di bambini della coppia Barras e Sciamma hanno mantenuto intatta la candida ferocia dell’infanzia, mentre il ritrovato Téchiné (pure in coppia con Sciamma) ci ha insegnato che l’amore può essere tanto appassionato, quanto ferino e brutale.

Non resta dunque che scoprire i titoli migliori del turbolento anno appena concluso. Con un occhio sempre attento alle interessanti operazioni di recupero promosse recentemente dalla distribuzione italiana, tra cui vale la pena citare il commovente instant cult “Weekend” di Andrew Haigh e l’intera filmografia dell’estroso enfant prodige Xavier Dolan, campione di melodramma-pop.

1. The Neon Demon di Nicolas Winding Refn (USA/Danimarca/Francia, 2016). Novella Alice nel Paese degli orrori, la giovanissima Jesse, incarnato delicato e occhi pieni di meraviglia, sogna di entrare nel mondo della moda. Ne finisce cannibalizzata, nel senso meno metaforico possibile. Strutturato attraverso una obnubilante giostra di immagini fascinosamente sinistre, seducenti e disturbanti allo stesso tempo, “The Neon Demon” è un inno mortifero e (coscientemente) superficiale alla aleatorietà e alla vacuità della bellezza ideale, in cui Refn mette in scena un catalogo più che mai intimo e privato di feticci, ossessioni e perversioni di perturbante intensità. Rincorrendo una visione di cinema tanto rigorosa quanto personale, l’autore dà corpo a una superficialità consapevole e, anzi, rivendicata, che, grazie alla folgorante fotografia di Natasha Braier, trasforma lo schermo stesso in una superficie lucida e tagliente sulla quale immagini e rimandi si moltiplicano, si rincorrono, si contraddicono e, infine, si fagocitano tra loro. “The Neon Demon” è infatti anche un film di doppiezze, specularità e seconde occorrenze, in cui ogni elemento si ripropone prima in forma di monito onirico e soprannaturale (o forse demoniaco?), poi in tutta la concreta, sgraziata, feroce brutalità del reale. Un’opera ambigua e divisiva, costruita sul crinale instabile dell’eccesso e del cattivo gusto, eppure sorprendentemente solida, lineare e coerente. Un’opera controversa e a suo modo radicale, che non smette di crescere a ogni visione.

2. Animali notturni di Tom Ford (USA, 2016). Susan Morrow, gallerista di successo ma moglie infelice, riceve per posta una copia dell’ultimo romanzo scritto dall’ex marito. Mentre lo legge, immersa nella fredda solitudine del suo appartamento alla moda, ripercorre con la mente nascita, evoluzione e inesorabile naufragio del suo matrimonio. Revenge, vendetta, cita a caratteri cubitali il quadro d’arte contemporanea che campeggia nell’ufficio della protagonista. E la vendetta è il fil rouge che percorre con sottile perfidia “Animali notturni”, costruito con sorprendente efficacia sull’alternanza di tre distinti piani temporali – il presente, il passato, il romanzo – che con il procedere della narrazione entrano in relazione, dialogano, si interrogano e si integrano l’un l’altro, fino a illuminarsi reciprocamente di nuovi, spiazzanti, dolorosi significati. È proprio attraverso questo abilissimo gioco di incastri, rimandi, rinvii e influenze, condotto con precisione tagliente e spietata da Tom Ford, che il film cresce in spessore e interesse con lo sviluppo dell’intreccio. L’autore-stilista mette il suo formalismo rigoroso e talvolta estetizzante al servizio di un thriller tesissimo, brutale e inquietantemente seducente, contraddistinto da una regia di solido impianto e da una scrittura cangiante, che per ferocia distruttiva e carica disturbante trova nel Peckinpah di “Cane di paglia” il suo degno modello.

3. It Follows di David Robert Mitchell (USA, 2014). Una ragazzina bionda dall’aria docile si crogiola sul sedile posteriore di un’automobile: ha appena consumato il suo primo rapporto d’amore col fidanzato e sembra ancora immersa in un personalissimo idillio romantico. All’improvviso però lui la prende con violenza, la lega a una sedia, ancora in mutandine e reggiseno, e la offre in sacrificio a una misteriosa entità che lo perseguita da tempo. Distribuito nelle sale italiane con due anni di ritardo, “It Follows” è la sorpresa dell’anno. Il giovane autore David Robert Mitchell realizza un teen horror indipendente che gioca sagacemente con le convenzioni del genere per mettere in scena, con angosciosa partecipazione, l’orrore del perturbante. In un mondo in cui gli adulti sono assenti o inaffidabili, inabili all’azione o addirittura pericolosi, un gruppo di ragazzini è costretto a salvarsi da sé contro l’oscura minaccia di una maledizione (più che mai metaforica) che si contrae attraverso i rapporti carnali. E se è vero che “chi fa sesso muore”, come ci ha insegnato Wes Craven, qui fare sesso è anche l’unico modo per scampare a un destino altrimenti ineluttabile. Ambientato in un non tempo (i protagonisti sono vestiti con abiti contemporanei, ma non usano cellulari e posseggono vecchi televisori) e in un non luogo (la periferia abbandonata di Detroit, una ghost town di spettrale squallore) che ne enfatizzano la valenza di racconto archetipico, “It Follows” è un incubo a occhi aperti, in cui realtà e paranoia si alternano e sovrappongono senza soluzione di continuità. Diabolicamente avvincente e inquietantemente disturbante, “It Follows” è l’intelligente mise en abyme del panico morale di coheniana memoria.

4. Neruda di Pablo Larraín (Cile/Argentina/Francia/Spaga/USA, 2016). Il nome del poeta cileno troneggia al centro della locandina, ma “Neruda” è qualcosa di molto diverso dal classico biopic. È un noir, un western, un saggio storico, una denuncia politica, un intricato gioco del gatto col topo, una profonda elucubrazione metalinguistica, una fantasticheria romantica e, allo stesso tempo, niente di tutto ciò. Oggetto filmico formidabilmente ricco, complesso e sfuggente, sorretto da una sceneggiatura tanto pirotecnica quanto spiazzante, “Neruda” segna un nuovo tassello nel grande mosaico sulla Storia del Cile che il prodigioso Pablo Larraín sta tracciando, pellicola dopo pellicola, con ammirevole coerenza. Naturalmente Pablo Neruda c’è, uno e trino: marito esuberante, militante indomito e uomo di lettere. Ma Larraín ne demistifica fin da subito la figura, servendosene per investigare, ancora una volta, le perversioni e le storture del potere nel proprio Paese. E per introdurre, attraverso il personaggio del patetico poliziotto Peluchonneau, una riflessione mai banale sul potere poietico dell’arte e sull’utopia della creazione, sia artistica e che politica. Magniloquente, visionaria, debordante, talvolta ostica, (sovrac)carica di idee e di invenzioni, “Neruda” è un’opera sorprendentemente vibrante e coraggiosamente anomala, che conferma il talento cangiante del suo autore.

5. Quando hai 17 anni di André Téchiné (Francia, 2016). Nel liceo di un piccolo villaggio sprofondato tra le montagne francesi si scontrano e si confrontano, ogni giorno, Tom e Damien: istinti animaleschi e sguardo ottenebrante il primo, fisico gracile e modi gentili il secondo, i due ragazzi sembrano legati da un vincolo invincibile e brutale, una forza magnetica irresistibile in cui si fondono attrazione e livore, gentilezza e disprezzo, affetto e rancore. Diretto dal veterano André Téchiné e sceneggiato dalla lanciatissima Céline Sciamma, “Quando hai 17 anni” vive di tutte le incertezze e le contraddizioni tipiche dell’adolescenza: i silenzi rancorosi, gli slanci passionali, le inquietudini, i timori, le aspettative dei protagonisti dettano i ritmi di un racconto di formazione sorprendentemente autentico, che cresce, si arresta, si trasforma, rinasce e prende il volo con l’evolversi dei loro sentimenti più intimi. Téchiné e Sciamma costruiscono infatti una narrazione efficacemente discontinua, che alterna tempi dilatati e slanci impetuosi, valorizzando al meglio il ritratto delicato e vibrante tanto dei protagonisti quanto dei luoghi che abitano. “Quando hai 17 anni” diventa così un bildungsroman di rara sincerità e potenza emotiva e, allo stesso tempo, uno dei più toccanti e gentili racconti sull’amore omosessuale, tutto giocato sul filo sottile di una tensione sottesa e obnubilante.

6. Paterson di Jim Jarmush (USA/Francia/Germania, 2016). L’amaro epilogo de “L’ultimo spettacolo” mostra le mani dell’affranto Sonny stringersi a quelle della sua disincantata amante Ruth in un patto di tacito sostegno, contro il penoso carosello di fallimenti, delusioni e inanità che la vita di provincia offre loro. Paterson e i suoi tanti concittadini che incontra per strada o al lavoro, giovani o anziani, ricchi o indigenti, allegri o malinconici, sembrano essere i degni eredi di Ruth e Sonny. Dimenticati nel mezzo della più profonda e anonima provincia americana, ogni giorno animano il bus e il pub locale con racconti vanagloriosi di frustrazioni sentimentali e aspirazioni artistiche tradite. Si muovono come ombre, comparse di una vita di ambizioni frustrate, nel ricordo consolatorio di sogni di gloria ormai ingialliti in vecchi ritagli di giornale. Paterson è uno di loro, imbrigliato in una routine quieta ma incolore che gli impedisce di dirsi poeta a voce alta. Eppure c’è una sorta di pacatezza gentile nella sua rassegnazione (o forse consapevolezza), che regala un significato nuovo, pieno, genuino alla ripetizione di quei piccoli gesti, apparentemente insignificanti, che scandiscono la sua quotidianità. Cantore delle piccole cose, con “Paterson” Jarmush realizza un piccolo capolavoro di malinconica delicatezza e commovente autenticità sulla solitudine e sul sapore di una vita, forse, mal spesa. Un film che, come recita il turista giapponese in cui s’imbatte il protagonista nella più sconfortante delle mattine, respira poesia.

7. Fiore di Claudio Giovannesi (Italia, 2016). Senza facile pietismo né retorica ridonante, Claudio Giovannesi racconta la vita di un istituto di correzione per minori: si immerge nelle sue stanze spoglie e nei suoi corridoi freddi, fotografa con sguardo lucidamente empatico le tensioni, le tenerezze, le invidie che lo animano, insidia con una macchina da presa di rara sincerità e pudicizia i suoi ospiti inquieti. In questo mondo ai margini, in cui gli ultimi saranno ultimi, la felicità prende le forme di una festa da ballo in una malinconica palestra, di un rossetto nascosto alle guardie o del sogno di un pomeriggio di mare a Rimini: si lotta con le unghie e con i denti per qualche scampolo di serenità, per un attimo di gioiosa spensieratezza che dura quanto una canzonetta tastierata da un ambulante nel bel mezzo di in una stazione affollata. A caricarsi sulle spalle il peso di una narrazione tanto esile e rarefatta quanto crudelmente asciutta è la giovane Daphne Scoccia, corpo esile e occhi profondissimi, capace di dosare con sorprendente maturità d’attrice grazia e aggressività, innocenza e sgradevolezza, modestia e brutalità. La sua è la più grande interpretazione dell’anno.

8. Frantz di François Ozon (Francia/Germania, 2016). La giovane e modesta Anna vive in un villaggio tedesco con i genitori del suo promesso sposo, morto in trincea durante la Grande Guerra. Un giorno si imbatte in un ragazzo dall’aria distinta che piange sulla tomba del suo amato Frantz: è un francese, nasconde un segreto, anzi più d’uno, eppure la ragazza non può fare a meno di rimanerne affascinata. Lo pedina, decide di conoscerlo, lo introduce alla famiglia, lo difende dai pregiudizi odiosi dei suoi concittadini. E per Anna, per un attimo almeno, sembra esserci ancora spazio per il colore in una vita consacrata a un penoso bianco e nero. Dopo il passo falso di “Una nuova amica”, il prolifico François Ozon realizza uno dei suoi film più toccanti e potenti. Con uno stile asciutto e rigorosissimo, quasi morigerato, firma un melodramma teso e dolente, sinceramente commovente e privo di sbavature, che si apre al sentimento autentico ma non cede mai al sentimentalismo bieco. E che, in un’epoca di rigurgiti xenofobi e di populismi putrescenti e meschini, risuona come un accorato inno pacifista contro ogni barriera e integralismo. Una boccata di umanità di lancinante necessità.

9. Room di Lenny Abrahamson (USA/Irlanda/Canada/Regno Unito, 2015). Per cinque anni Joy, poco più di una ragazzina, ha vissuto reclusa in una stanza nel capanno di un maniaco. Per cinque anni Joy ha condiviso una claustrofobica e crudele quotidianità insieme al figlioletto Jack, nato dalle violenze del suo aguzzino. Per cinque anni Joy ha cercato di proteggere Jack trasformando quella prigione in una casa agli occhi ingenui e fiduciosi di quel bambino che non ha mai conosciuto altro. Un giorno, finalmente, i due riescono a scappare fortuitamente: per Joy si tratta di un ritorno alla vita, per Jack di una vera e propria seconda nascita, non meno traumatica della prima. Insieme, saranno chiamati a crescere ed evolversi, sopravvivere a sfide nuove e inimmaginate, confrontarsi col trauma della propria esperienza, testare i limiti non più fisici, bensì psicologici e sociali, del mondo. Diretto con sensibilità e mano sicura da Lenny Abrahamson e scritto con tormentosa partecipazione da Emma Donoghue, “Room” è un duetto di straziante profondità, che colpisce soprattutto per la tenerezza pudica attraverso cui riesce a restituire il racconto di una quotidianità atroce, brutale, insopportabile. Una piccola, gentile, perfetta sinfonia a due voci di genuina commozione che trova in Brie Larson, premio Oscar 2016, e nel piccolo Jacob Tremblay due interpreti di consapevole maturità e toccante autenticità.

10. La grande scommessa di Adam McKay (USA, 2015). Basato sull’omonimo bestseller del giornalista Michael Lewis, “La grande scommessa” segue le incredibili (e vere) vicissitudini di un gruppetto quanto mai eterogeneo di speculatori che, per primi, contro ogni previsione, hanno intuito l’imminente crisi del mercato immobiliare del 2008 e hanno deciso di trarre un profitto da quello che i giornali avrebbero presto definito il peggiore crack finanziario dal 1929. Se fosse stato girato negli anni ’70, lo si sarebbe potuto definire un film d’impegno civile. Ma all’alba del terzo millennio la denuncia prende le forme della più indiavolata delle commedie: grazie a una sceneggiatura ferrea e folgorante, “La grande scommessa” alterna con sorprendente freschezza ed efficacia grande spettacolarità hollywoodiana e inserti mockumentary, gag al limite del demenziale e j’accuse da inchiesta à la Michael Moore, senza mai perdere un colpo per gli oltre 130 minuti di visione. Uno spettacolo di (apparente) frizzante leggerezza, che non rinuncia tuttavia a ritrarre con chirurgica precisione le perversioni di un capitalismo spericolato e putrescente, un sistema corrotto e malato, eppure impossibile da sconfiggere. Grande intrattenimento sulle macerie di una grande tragedia: uno di quei film che solo a Hollywood sanno fare.

E ancora:
11.Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti (Italia, 2015)
12.Carol di Todd Haynes (Regno Unito/USA/Australia, 2015)
13.The Hateful Eight di Quentin Tarantino (USA, 2015)
14.Brooklyn di John Crowley (Regno Unito/Irlanda/Canada, 2015)
15.La mia vita da zucchina di Claude Barras (Svizzera/Francia, 2016)
16.Steve Jobs di Danny Boyle (USA/Regno Unito, 2015)
17.Ma Loute di Bruno Dumont (Francia/Germania, 2016)
18.Julieta di Pedro Almodóvar (Spagna, 2016)
19.Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater (USA, 2016)
20.Il club di Pablo Larraín (Cile, 2015)

In chiusura, una menzione al film più triviale, sguaiato, grossolano e inutilmente irritante dell’anno:

Le sorelle perfette (USA, 2015). Tina Fey e Amy Poehler sono il nobile anello di congiunzione tra Joan Rivers e Amy Schumer, tra Lucille Ball e Mindy Kaling. Cresciute nel solco della tradizione, squisitamente anglosassone, degli stand up comedian, nei tardi anni 90 sono riuscite a entrare nella prestigiosa famiglia del Saturday Night Live. In diretta settimanale dagli studi newyorkesi della NBC Fey e Poheler hanno dato vita a duetti esilaranti, sketch iconici e imitazioni memorabili. Sull’onda del crescente successo hanno investito il loro esuberante talento nel florido mondo della serialità televisiva, scrivendo, producendo, dirigendo e interpretando, a vario titolo, serie di culto come “30 Rock” e “Parks and Recreation”. La consacrazione definitiva è arrivata infine con la conduzione, sempre rigorosamente in tandem, di tre edizioni consecutive dei Golden Globes. Non stupisce dunque che abbiano deciso di capitalizzare questo straordinario appeal anche al cinema. La loro prima impresa congiunta risale al 2008 con “Baby Mama”, una commedia irriverente sulla maternità surrogata e l’eterno dilemma carriera/famiglia. Oggi l’inossidabile duo ci riprova con “Le sorelle perfette”, una sorta di “Old School” al femminile, in cui Fey e Poehler organizzano un teen party per quarantenni, ritrovandosi invischiate in una serie di tristi siparietti a base di droghe allucinogene, doppi sensi sessuali, gag scatologiche e imbarazzanti battute sui “cespugli” di cui dovrebbe occuparsi un aitante giardiniere. L’effetto è grottesco. Tanto che, alla lunga, si finisce per chiedersi se le protagoniste siano affette dalla Sindrome di Peter Pan o da demenza senile. Tra una pomiciata in soffitta e una lotta nel fango, Fey e Poehler, qui anche produttrici, si sottopongono a qualsiasi nefandezza senza colpo ferire. Sembrano quasi divertirsi, ma vedere sprecato così il loro talento cangiante e corrosivo è un supplizio che non si augurerebbe nemmeno allo spettatore più sprovveduto.

Stefano Guerini Rocco

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Justified: un finale perfetto.

Parlando di serie tv io sono convinto del fatto che gli sceneggiatori e i registi made in USA siano tra i migliori sulla piazza. In pochi sanno raccontare storie bene come da quelle parti, ma in pochi sanno scrivere dei brutti finali come accade da quelle parti. Le ragioni non sono chiare e andrebbero ricercate nell’unione di fattori sociali, culturali e produttivi. Al pubblico statunitense, ancora schiacciato dall’idea del self made man e del sogno americano, servono finali per così dire positivi, speranzosi, dove ogni cosa viene spiegata e niente è lasciata all’immaginazione. I produttori e le reti non vogliono correre il rischio di lasciare lo spettatore insoddisfatto al termine di una stagione per evitare che non torni a vedere la produzione successiva. Coi soldi non si scherza e sappiamo quanto i numeri degli ascolti siano importanti in un mercato comandato dalla tv commerciale. Questo sistema già crea una forte divisione alla base e segna grandi differenze di produzione rispetto al cable. Se i canali via cavo hanno un progetto a lunga scadenza e puntano sulla qualità di scrittura, i canali commerciali puntano sulla soddisfazione di ogni puntata e sul drammatismo. Per questo le serie hanno una struttura per cui ogni puntata è indipendente, con una storia che nasce e finisce all’interno dello stesso episodio, ed è legata alle altre semplicemente per i personaggi ricorrenti e perchè sullo sfondo, sottile sottile, c’è un piccolo fil rouge che viene ogni tanto ripescato e affrontato, di solito in non più di 2/3 episodi (su 24) a stagione.
Si creano, a mio avviso, tre tipi di finali, momento critico per eccellenza dove la fantomatica soddisfazione dello spettatore diventa da importantissima a quasi unica ragione di vita degli ultimi episodi. Il primo comunissimo caso è quello che io chiamo con un termine altamente scientifico: finali-di-merda-ma-così-di-merda-che-ti-viene-voglia-di-vomitare-merda. Non so se rendo l’idea. E’ il caso di quasi tutte le produzioni commerciali dove i finali sono di solito dei lunghi videoclip con musica drammatica e ralenti a profusione. Si vuole far piangere, tanto, e allo stesso tempo sorridere di soddisfazione. Non è raro che i personaggi a un certo punto sentano un improvviso forte bisogno di partire, anche quando non ce n’è nessun motivo. Così lo spettatore può in qualche modo salutare il personaggio e continuare a credere che esista. Il grosso, grossissimo problema di questi finali è che tutto succede molto in fretta, la storia non segue la sua naturale evoluzione e si percepiscono delle forzature e dei buchi di sceneggiatura dettata dalla necessità di chiudere ogni filone narrativo. Spesso si ricorre al “5 anni dopo” per coprire l’incapacità di chiudere la storia nel tempo della narrazione in cui viene raccontata. Di questo male soffrono praticamente tutte le produzioni dei canali tv commerciali, anche quelle belle fino alla penultima puntata, ma è anche il caso di alcune produzioni cable che perdono la bussola all’improvviso. Dexter su tutti.
Il secondo tipo di finale è quello diffusissimo a livello cable dove l’ultimo episodio sembra essere quasi un extra per raccontare e mostrare in maniera molto chiara quello che più o meno si era già capito prima, durante la visione della serie. Il termine scientifico con cui mi riferisco a questi finali è: didascalico-eccessivo. Il succo del discorso è che potevamo farne a meno, non sto dicendo che non siano dei bei episodi, ma che semplicemente, pur essendo tutto giusto, senza forzature, senza salti temporali enormi e senza buchi di sceneggiatura, pur essendo perfetti, risultano eccessivi, un di più. Il fatto che siano perfetti e scaturiti normalmente dall’evoluzione della storia è proprio un sintomo che forse non c’era bisogno di mostrare tutto, ma che molte cose si potevano lasciare intuibili dall’intelligenza dello spettatore che tra l’altro avrebbe così la possibiltà di un dialogo aperto sulla serie, di poter dire la propria ed essere coinvolto attivamente anche nel post visione. L’ultimo caso che mi viene in mente è quello di Breaking Bad: un finale perfetto, dove tutto quello che succede è giusto, ma non avevamo nessun bisogno di vedere l’eroe nella sua fine, la storia non si è concentrata sulla vita di Walt, ma sul perchè fa quallo che fa, sul potere, sulla spirale di violenza e sulla rivincita degli sfigati. Anche se il protagonista continua a ripetere e ripetere che “lo fa per la famiglia”, noi lo abbiamo capito che non è così e lo fa perchè gli piace e si sente potente. Non c’è bisogno che lo espliciti e non abbiamo bisogno di vederlo. Già lo sappiamo perchè la serie, bellissima, è riuscita abilmente a raccontarlo nel corso delle stagioni.
Abbiamo poi il terzo tipo, rarissimo, che in poche parole si può definire capolavoro. Sono finali che posso contare sulla punta delle dita e che dicono tutte le cose giuste, nel modo giusto, senza mai apparire pedante, lento o superfluo. Un finale che in qualche modo da un significato nuovo a tutto quello che abbiamo visto o che riprende invece i temi iniziali e li rafforza e ribadisce nonostante tutto quello successo rinfrescando la memoria allo spettatore e ricordandogli di cosa la serie stava parlando, anche se a volte sembrava non farlo.

Questi finali sono davvero pochi e tutto questo sproloquio serve per arrivare a parlare di Justified e del suo finale meraviglioso. L’appartenenza al secondo o al terzo gruppo è una valutazione assolutamente personale e per me Justified entra di diritto nel terzo gruppo. Io ritengo che non poteva chiudersi meglio una serie che ho seguito appassionatamente dall’inizio alla fine. Tutta questa ultima stagione, tornata in carreggiata dopo la quinta brutta e strana, è da subito partita carica di sangue, di tensione pronta a esplodere in una strage. Io stesso avevo presagito un brutto finale per Boyd e più passavano gli episodi, più facevo fatica a trovare un modo per vederlo sopravvivere. E nel momento in cui la serie si prepara al gran finale, con una spietata caccia all’uomo in piena corsa, il nuovo villain messo con le spalle al muro e quindi pronto a tutto, il suo scagnozzo pazzo come pochi e assetato di sangue a partire dal minuto zero della sua apparizione, e non da ultimo la striscia di morti seminati lungo la strada, ecco in questa situazione io mi aspettavo solo IL botto, lo scontro tra Boyd e Raylan da cui nessuno sarebbe uscito vincitore. Ad inizio stagione oltre a profetizzare la morte di Boyd avevo dato per certa la non morte di Raylan. Ora invece non ho più convinzioni, comincio a pensare che la povera contea di Harlan rimarrà disabitata e nessuno sopravviverà. Ma quello che succede dal “Goddamn Raylan, your timing sucks!” urlato da Boyd stravolge ogni mia previsione e in pochi istanti ripercorre tutta la stagione facendoci ricordare di cosa davvero parlava. Non parlava di crimine, criminali e legge, non era un giallo dall’ambientazione atipica. In perfetto stile noir Justified è stata una lunga riflessione sulla società, sull’amicizia, sull’importanza del passato e sulla crescita. La serie ci ha voluto raccontare di Raylan, Boyd ed Ava, e della loro scelta di che tipo di uomo\donna essere.
La situazione che si viene a creare nel capanno dei Bennett richiama una situazione simile che si è svolta nella prima stagione a casa di Boyd. Quella volta era finita con Boyd in ospedale, stavolta invece lo stesso Boyd non ha intenzione di facilitare la vita a Raylan. Lui non sparerà, e lascia Raylan a fare quello che deve fare senza aiuto. Il motivo per cui Raylan non spara, non è semplicemente perchè non estrae per primo, è molto di più e ha a che fare con il carbone. L’attenzione su chi sarebbe vissuto e chi sarebbe morto si trasforma in voglia di scoprire come tutti avrebbero vissuto e il quattro anni dopo ce lo spiega. All’apparizione della scritta ho temuto per il peggio, ma gli ultimi minuti di puntata sono uno spettacolo per gli amanti dei dialoghi che da subito hanno caratterizzato la serie. Certo non siamo di fronte all’assenza di “errori” e pedanterie, non c’era nessun bisogno di mettere la camicetta chiusa sul collo al bambino, capiamo benissimo che è figlio di Boyd anche senza questi facili espedienti, ma c’è un momento di rara bellezza, un veloce scambio di battute tra questi due ex-avversari ormai sereni di essere dove sono. Certo si sono azzuffatti, hanno ucciso, ma alla fine sono due tizi di Harlan, fanno parte di Harlan e Harlan fa parte di loro. Questo legame non potrà mai essere spezzato e anche se hanno voluto ammazzarsi si sono sempre trattati con rispetto al punto che se Boyd avesse fatto un paio di scelte diverse ora li vedremmo a bersi un bourbon insieme.
In questo finale ai personaggi viene permesso di essere quello che sono per davvero, per certi versi anche migliorati in quanto esseri umani e questo dovrebbe essere un giusto finale per tutte le serie che hanno a cuore i propri personaggi. I tre protagonisti sono messi nella condizione di poter vivere per sempre e potremo immaginare i loro discorsi per sempre. Alla fine della visione, mi rendo conto che non poteva esserci altra chiusura: non era il finale che volevo, ma è il finale che ancora non sapevo di volere. Ah perchè poi anche ai fan del sangue non mancherà il divertimento con un duello classicissimo in stile western d’altri tempi.
Ogni volta che una serie finisce un po’ sono triste. Ma anziché desiderare altri episodi, impegnerò il mio tempo a convincere quante più persone possibili a guardare questo capolavoro che è Justified. In modo che anche loro possano innamorarsi di Ava, Raylan e Boyd, e magari anche del whiskey.

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Pronti, partenza, via. Il finale di Justified comincia ora

Il personaggio più cazzuto della tv, Raylan Givens, è da poco ritornato in onda. Meno male, perchè già ne sentivamo la mancanza. Nel tempo della finzione riprendiamo i nostri eroi poco tempo dopo il finale della quinta serie, ma in realtà sembra che sia passata un’eternità: tutti sono stanchi, affaticati, e i tratti dei volti ci danno dei personaggi che sembrano all’ultima spiaggia, pronti a fare un passo decisivo verso quella che sembra essere l’ultima mossa. L’ultimo gesto eclatante da cui di solito ne esci vincitore o ne esci con i piedi davanti. E’ passato tanto tempo dall’inizio, ma ora il cerchio si sta chiudendo. Dopo aver girato tra Florida, Canada, Detroit, e Messico rincorrendo ogni villain possibile si ritorna dove tutto è partito da Raylan, Boyd e la contea di Harlan, con le rapine in banca e gli inseguimenti. Ora, a distanza di sei anni, però tutto ci sembra più intimo. Ma oltre che più intimo tutto ci sembra anche più nero, più noir. Al di là della fatica che traspare dai volti dei protagonisti, ritroviamo una contea dove la crisi sta attanagliando ogni cosa, dove non sembra esserci nessuna speranza verso il futuro. Ritroviamo poi un Raylan che ha sempre interpretato a modo suo l’applicazione della legge, ma che oggi dichiara apertamente il suo intento di andare oltre le regole, perchè a seguire i manuali si va troppo lentamente e i cattivi scappano via prima. Il tutto poi è accompagnato da una fotografia molto contrastata che intervalla esterni gialli e polverosi del caldo sudista a interni scuri dove la luce di taglio proietta dure ombre sui volti di Boyd e Ava.

Sarà quindi Boyd vs Raylan ovvero quello di cui la serie ha sempre voluto parlare ma che per ragioni televisive e produttive ha sempre dovuto congelare e rimandare il più possibile. Ora il momento è giunto, e se FX non avesse obbligato Yost a fare 6 stagioni, sono sicuro che la quinta serie sarebbe stata skippata totalmente. Certo non ci ha mai annoiato e ci ha regalato personaggi magnifici, ma era decisamente off topic. Questo episodio si prende quindi il tempo necessario per riportare l’attenzione dello spettatore sul Kentucky e crea la tensione che annuncia lo scontro finale. A noi non rimane che vedere chi morirà e penso proprio che sarà Boyd. Non abbiamo mai visto Raylan lottare per la sua vita e tutti i dilemmi che gli sono capitati riguardavano soprattutto questioni su che tipo di uomo voleva essere. Anche adesso il suo dubbio è se andare in florida da Wynona (bella come non mai) oppure no. Gli sceneggiatori ci hanno provato e hanno imbastito un dilogo su proiettili e fortuna dove Art dice a Raylan che la fortuna può sempre girare e in un attimo sei morto. Ci hanno provato, ma non mi hanno convinto. Non credo che siamo di fronte a una situazione alla Breaking Bad o alla Tony Soprano, per cui vedo per Boyd grossi guai in vista.

Nel frattempo, prima dello scontro finale ne vedremo delle belle. Gli elementi nuovi e interessanti sono tanti, dal nuovo personaggio di Sam Elliot alla Ava spia e al Boyd violento chiuso in un angolo. Dal ritorno alle rapine in banca, alla voglia di tutti di andarsene. E un ruolo importante dovranno avere anche le figure paterne e gli antenati, quindi il passato della contea, perchè il regista Michael Dinner si sofferma molto su una vecchia foto del nonno di Boyd prima di una giornata di lavoro alla miniera. Ad inizio puntata la vediamo come focus delle riflessioni e dei pensieri mattutini di Boyd e poi la vediamo come perno del discorso sui tempi che furono, sul passato florido e la possibilità dei propri avi di vedere un futuro brillante pur vivendo un presente di merda. Poi la foto viene ricoperta dal cervello di Dewey e la nostra impressione e che oggi, il presente sia di merda come una volta, solo che qui è pure ricoperto di sangue e non si intravedono speranze per il futuro.

In un quadro così lugubre, la serie continua a costruirsi sui propri punti fondanti e Raylan è sempre il solito coi suoi dialoghi brillanti e il suo cappello. Lo sentiamo infatti fare la lezioncina ad un poliziotto messicano riguardo la superiorità del bourbon o rispedire al mittente un possibile acquirente del terreno appartenuto al padre. Acquirente che, ci scommetto, rivedremo a breve e sarà sicuramente molto più di un semplice acquirente.

Arrivati alla sesta stagione Justified si conferma ancora come una delle migliori serie televisive di sempre perchè anche se può mancare di creatività e originalità rimane comunque al top grazie a personaggi indimenticabili e dialoghi sopraffini scritti nel rispetto totale dell’opera di Elmore Leonard. Justified vive del proprio mojo e sullo schermo porta una poesia della vita di campagna, seppur disperata e sporca. Niente come Justified è in grado di accompagnare lo spettatore dentro il vero grande protagonista della serie: il Kentucky e la Harlan County, oggi più noir che mai.

Michele Comba

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Golden Globe 2015: sorprese, conferme e sgambetti… in attesa degli Oscar

I Golden Globe, scontato dirlo, sono la vera anticamera degli Oscar. Prima che l’Academy pubblichi le sue nomination (attese, attesissime per giovedì 15 gennaio) e decreti i suoi vincitori (22 febbraio), proviamo a capire se i premi conferiti domenica sera dalla Hollywood Foreign Press Association hanno sparigliato le carte nella corsa all’ambita statuetta.

Miglior film di genere drama
Boyhood
Foxcatcher
La teoria del tutto
The Imitation Game
Selma
Un riconoscimento doveroso al più grande film dell’anno, progetto titanico girato in dodici anni consecutivi con gli stessi attori e la stessa troupe. Richard Linklater e la sua famiglia (è il caso di dirlo) di collaboratori raccolgono i frutti di quest’impresa memorabile: “Boyhood” trionfa ai Globe e si candida direttamente come vincitore assoluto alla notte degli Oscar. I suoi contender, infatti, escono piuttosto malconci da queste premiazioni: basti dire che “Foxcatcher”, “The Imitation Game” e “Selma” sono rimasti a digiuno di premi “di peso”. Insidie maggiori potrebbero arrivare dal fronte commedie, dato che “Grand Budapest Hotel” e soprattutto “Birdman” hanno avuto grandi soddisfazioni dai verdetti della HFPA. Ma è assai raro che un film comico riesca a tagliare il traguardo più ambito agli Oscar.

Miglior film di genere musical o comedy
Birdman
Grand Budapest Hotel
Into the Woods
Pride
St. Vincent
Wes Anderson è un autore di culto, ma certo poco amato dalla HFPA: basti dire che, prima di quest’anno, non aveva mai ottenuto nemmeno una nomination. Ancora maggiore, dunque, è stata la sorpresa quando il suo “Grand Budapest Hotel” ha battuto il favorito “Birdman” nella corsa per la miglior commedia. Un riconoscimento prestigioso e inaspettato, che assicura alla pellicola un posto al sole agli imminenti Oscar: ipotizziamo un premio alla sceneggiatura originale? “Birdman” rimane comunque un rivale temibile, mentre gli altri titoli della cinquina sembrano destinati a rimanere a bocca asciutta la notte del 22 febbraio.

eddie redmayneMiglior attore di genere drama
Steve Carell, Foxcatcher
Benedict Cumberbatch, The Imitation Game
Jake Gyllenhaal, Nightcrawler – Lo sciacallo
David Oyelowo, Selma
Eddie Redmayne, La teoria del tutto
Forse la più grande sorpresa della serata. Ci si aspettava un testa a testa tra Steve Carell e Benedict Cumberbatch, ma alla fine a spuntarla è stato il britannico Eddie Redmayne per la sua interpretazione del giovane Stephen Hawking ne “La teoria del tutto”. Un ottimo traguardo per l’attore, al suo primo vero ruolo da protagonista. Assai improbabile però che possa ripetere l’exploit anche agli Oscar: se la dovrà vedere con l’agguerrito Michale Keaton di “Birdman”, che presumibilmente prenderà il posto di David Oyelowo o di Jake Gyllenhaal nella cinquina.

Miglior attrice in film di genere drama
Jennifer Aniston, Cake
Felicity Jones, La teoria del tutto
Julianne Moore, Still Alice
Rosamund Pike, Gone Girl – L’amore bugiardo
Reese Witherspoon, Wild
Appare sempre più evidente che quest’anno l’Academy incoronerà finalmente Julianne Moore first lady del cinema americano, tributando il dovuto omaggio alla sua carriera sofisticata e mai banale. Il Golden Globe appena guadagnato ne è una preziosa conferma. Forse quello della professoressa malata di Alzheimer in “Still Alice” non sarà il suo ruolo più significativo, ma la Moore conferma comunque le sue doti di attrice coraggiosa, intensa, sfaccettata. E la concorrenza, pur rispettabile, non dovrebbe metterla in allarme.

Miglior attore in un film di genere musical o comedy
Ralph Feinnes, Grand Budapest Hotel
Michael Keaton, Birdman
Bill Murray, St. Vincent
Joaqun Phoenix, Vizio di forma
Christoph Waltz, Big Eyes
Che rentrée, Michael Keaton! Campione di blockbuster a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, negli ultimi due lustri si è limitato a prestare la voce a qualche cartoon di successo o a comparire in trascurabili commediole per famiglie. Quest’anno Iñárritu lo ha ripescato dall’oblio per regalargli l’occasione della vita: il ruolo di un ex divo del cinema, ormai bollito, che cerca di reinventarsi. L’arte che imita la vita e viceversa. Il premio ottenuto e la mite concorrenza di Eddie Redmayne, vincitore della categoria musical o comedy, gli dovrebbero garantire l’Oscar come migliore attore.

Miglior attrice in un film di genere musical o comedy
Amy Adams, Big Eyes
Emily Blunt, Into the Woods
Helen Mirren, Amore, cucina e curry
Julianne Moore, Maps to the Stars
Quvenzhané Wallis, Annie – La felicità è contagiosa
BEVERLY HILLS, CA - JANUARY 11:  Actress Amy Adams, winner of Best Actress in a Motion Picture – Musical or Comedy for 'Big Eyes,' poses in the press room during the 72nd Annual Golden Globe Awards at The Beverly Hilton Hotel on January 11, 2015 in Beverly Hills, California.  (Photo by Kevin Winter/Getty Images)Responso decisamente inaspettato. Qualcuno avrebbe sperato in un doppio premio a Julianne Moore, presenza mostruosamente totalizzante in “Maps to the Stars”. Molti davano invece per favorita la spigliata Emily Blunt con il fiabesco musical “Into the Woods”. Invece a portare a casa il premio è stata Amy Adams, attrice di razza, con una delle performance peggiori della sua carriera: nel mediocre “Big Eyes” dà vita a una Margaret Keane piatta, lagnosa e monocorde. Uno spreco, soprattutto se si pensa invece al talento cangiante che aveva dimostrato appena dodici mesi fa in “American Hustle”. Non è da escludere la nomination agli Oscar, in ogni caso.

Miglior attore non protagonista
Robert Duvall, The Judge
Ethan Hawke, Boyhood
Edward Norton, Birdman
Mark Ruffalo, Foxcatcher
J.K. Simmons, Whiplash
Veterano del piccolo e grande schermo, apprezzato caratterista di lungo corso, J.K. Simmons è riuscito finalmente a farsi prendere sul serio grazie alla sua performance in “Whiplash”, inedito in Italia. La notte del 22 febbraio è plausibile che la cinquina per il migliore attore non protagonista rimanga invariata rispetto ai Globe, quindi Simmons potrebbe spuntarla un’altra volta. Attenzione però al camaleontico Mark Ruffalo, che gli sta alle calcagna.

patricia arquetteMiglior attrice non protagonista
Patricia Arquette, Boyhood
Jessica Chastain, A Most Violent Year
Keira Knightley, The Imitation Game
Emma Stone, Birdman
Meryl Streep, Into The Woods
Una mezza sorpresa, graditissima. Sorretta dal consistente pressing pubblicitario messo in atto dagli influenti fratelli Weinstein, la favorita al premio sembrava essere Keira Knightley per “The Imitation Game”. Pur capace di garbo e temperamento, la sua prova però, bisogna ammetterlo, non rimane impressa nella memoria. Al contrario, Patricia Arquette si spende anima e corpo nel ritratto della madre single combattiva e vulnerabile di “Boyhood”. Una complessità e una maturità di interpretazione che anche l’Academy potrebbe riconoscerle, sebbene Knightley e Stone siano comunque ancora in gioco.

Miglior regista
Wes Anderson, Grand Budapest Hotel
Ava DuVernay, Selma
David Fincher, Gone Girl – L’amore bugiardo
Alejandro González Iñárritu, Birdman
Richard Linklater, Boyhood
Riconoscimento d’ufficio: premio alla miglior regia al regista del miglior film. I Globe e soprattutto gli Oscar sono soliti applicare questa regola, salvo rarissime, nobili eccezioni. Con “Boyhood” in pole position per la notte del 22 febbraio, il copione dovrebbe ripetersi senza sorprese né colpi di scena. Certo la pulizia di Fincher e l’estro visionario di Anderson non meritano di passare inosservati.

Miglior sceneggiatura
Wes Anderson, Grand Budapest Hotel
Gillian Flynn, Gone Girl – L’amore bugiardo
Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris, Armando Bo, Birdman
Richard Linklater, Boyhood
Graham Moore, The Imitation Game
Avendo perso il titolo di miglior commedia e di miglior regista, “Birdman” viene risarcito con il premio alla sceneggiatura: niente di grave, solo il consueto gioco di equa redistribuzione dei “pesi”. Spiace un po’ per gli altri contendenti, tutti ugualmente meritevoli ad eccezione dello scolastico Graham Moore. Agli Oscar sarà di nuovo scontro diretto tra Iñárritu e Anderson, mentre Gillian Flynn dovrebbe gareggiare incontrastata nella categoria sceneggiatura non originale, inesistente ai Globe.

leviathanMiglior film straniero
Ida (Polonia)
Force Majeure (Svezia)
Gett: The Trial of Viviane Amsalem (Israel)
Leviathan (Russia)
Tangerine Mandarin (Estonia)
Inserito trionfalmente in quasi tutte le top ten di fine anno delle maggiori testate americane, il polacco “Ida” sembrava non avere contendenti. A sorpresa, il russo “Leviathan” gli ha soffiato il premio al rush finale. In mancanza di un asso pigliatutto come il Sorrentino dello scorso anno, per il 22 febbraio si profila un testa a testa al fulmicotone, con il conturbante “Force Majeure” a giocare il ruolo di terzo incomodo.

Miglior film d’animazione
Big Hero 6
Dragon Trainer 2
Il libro della vita
The Boxtrolls – Le scatole magiche
The Lego Movie
dragon trainer 2Verdetto incredibile e incomprensibile. Baciato da un ottimo successo di botteghino e incensato dalla critica per l’ironia sagace e il ritmo scoppiettante, “The Lego Movie” era destinato alla vittoria. La compagnia poco minacciosa degli altri film in cinquina sembrava confermarlo. Invece la HFPA ha deciso di incoronare il poco riuscito “Dragon Trainer 2”, accolto da recensioni assai fredde e deludente alla prova degli incassi. È difficile immaginare che l’Academy possa commettere lo stesso errore: per gli Oscar, la battaglia è ancora aperta.

Miglior canzone originale
Lana Del Rey, “Big Eyes” (Big Eyes)
John Legend, Common, “Glory” (Selma)
Lenny Kaye, Patti Smith, “Mercy Is” (Noah)
Lorde, “Yellow Flicker Beat” (The Hunger Games: il canto della rivolta – Parte I)
Sia, “Opportunity” (Annie – La felicità è contagiosa)
L’anno scorso fu la volta degli U2. L’anno precedente di Adele. Prima ancora di Madonna, Diane Warren, Bruce Springsteen, Eddie Vedder (senza Pearl Jam), Prince… È tradizione ormai consolidata che il Globe alla miglior canzone vada assegnato a una rock/pop star affermata: quest’anno, infatti, la cinquina era composta esclusivamente da icone musicali. L’onore è toccato a John Legend e a Common. Ma più che al loro pezzo “Glory”, il riconoscimento sembra essere un premio di consolazione al nominatissimo e trascuratissimo “Selma”, che si pensava potesse essere la grande rivelazione dell’anno e ora parte azzoppato per la corsa agli Oscar.

Miglior colonna sonora originale
Alexandre Desplat, The Imitation Game
Johann Johannsson, La teoria del tutto
Trent Reznor, Atticus Ross, Gone Girl – L’amore bugiardo
Antonio Sanchez, Birdman
Hans Zimmer, Interstellar
Johann Johannsson è un professionista di solido mestiere e, per di più, in rapida ascesa. Nessuna sorpresa quindi che le composizioni del romantico “La teoria del tutto” abbiano battuto il lavoro di veterani come Hans Zimmer e Alexandre Desplat. Agli Oscar però potrebbero preferirgli comunque colleghi più affermati (anche commercialmente) come Trent Reznor e Atticus Ross, autori dell’efficace commento musicale di “Gone Girl”.

Qui potete trovare i commenti ai premi televisivi.

Stefano Guerini Rocco

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Parliamo di TV: Golden Globe 2015

Golden-Globe-2015Come ironicamente fanno notare Tina Fey e Amy Phoeler, due star della tv, quando ai Golden Globe si deve parlare di tv.. ops! E’ finito il tempo… qui su p&p invece di televisione parliamo assai! Uno dei pochi se non l’unico evento degno di interesse durante i playoff di NFL e che possa distogliere un poco la mia attenzione dalla palla ovale sono proprio Globe. Quest’anno la “guerra” tra i nominati era serrata con qualche escluso illustre e qualche nomination in categorie che non capisco.. le regole sono regole e le dobbiamo rispettare, non ci resta quindi che commentare i premi.

Miglior attrice in una serie tv di genere drama
Julianna Margulies, The Good Wife
Robin Wright, House of Cards
Viola Davis, How To Get Away With Murder
Ruth Wilson, The Affair
Claire Danes, Homeland
D’accordo che più d’accoro non posso essere! Temevo che Claire Danes potesse vincere di nuovo e il solo pensiero mi faceva tremare. La difficoltà del ruolo di Ruth Wilson è incredibile. Mamma che ha perso il figlio e non ama più il marito con cui però continua a convivere perchè non riesce a lasciarlo, poi innamorata di un uomo sposato e distrutta dai sensi di colpa. Così tanta carne al fuoco che chiunque sarebbe stata sopraffatta e invece lei no. Ruth Wilson riesce a equilibrare tutti questi pesi del proprio personaggio senza mai esagerare e regalandoci un personaggio assolutamente credibile. E come cambia da “ragazzina” spauriti ai tempi della tresca a “donna” sicura di sè al tempo dell’indagine! In tutto questo poi continua ad essere tremendamente sexy. Nessun premio è più meritato di questo. Brava, brava, brava.

Miglior serie tv di genere comedy
Girls
Jane the Virgin
Orange is the New Black
Silicon Valley
Transparent
downloadTransparent è una serie tv di rara delicatezza nel panorama televisivo e per quanto io abbia amato Silicon Valley non si può non riconoscere una certa “vecchiezza” a Girls, arrivata già alla quarta stagione, e la superiorità di transparent rispetto alle nostre nomination. D’accordissimo con questo premio mi rimane solo il dubbio che la buona cara hollywood, ipocrita come poche, abbia deciso di dare questo premio per via dei temi trattati. Come spesso accade sono tutti bravi a lodare film, serie tv e prodotti che trattano temi quali l’omosessualità e le questioni di gender, ma nella vita vera, essere gay a Hollywood è impossibile. Mi auguro di tutto cuore che questo meritatissimo premio possa sensibilizzare per davvero attori, produttori e sceneggiatori.

Miglior attrice non protagonista in una serie tv, film tv o miniserie
Allison Janney, Mom
Uzo Aduba, Orange Is The New Black
Kathy Bates, American Horror Story: Freak Show
Michelle Monaghan, True Detective
Joan Frogatt, Downton Abbey
Prima nomination e prima vittoria per Joan Frogatt. Che debutto! Personalmente tifavo per Michelle Monaghan e tutto quello che riguardava True Detective, ma il premio è meritato. Bravò.

Miglior miniserie o film per la tv
True Detective
Fargo
The Normal Heart
Olive Kitteridge
The Missing
download (1)Per quando Fargo sia un prodotto da urlo che ha espanso senza mai annoiare un già meraviglioso film e riuscendo a raccontare tante storie vere messe insieme in maniera artificiosa, ma fondendole così bene da sembra tutto plausibile. Nonostante questo e la bellezza di Fargo, non posso essere d’accordo: http://hotmag.me/pixel/true-detective/, nel complesso, è di un altro livello e per quanto mi riguarda non esiste campetizione con nessuno. il dubbio è capire perchè è stata inserita tra le miniserie. Il fatto di essere antologica significa che gli organizzatori hanno considerato l’inizio e la fine con la sola prima stagione. A mio avviso un errore gravissimo perchè vuol dire aver capito solo in parte il progetto messo in piedi da HBO. Comunque sia, accettando l’appellativo di miniserie, in ogni caso il mio premio sarebbe andato a True Detective, un autentico gioiello.

Miglior attrice in una serie tv di genere comedy
Julia Louis-Dreyfus, Veep
Taylor Schilling, Orange Is The New Black
Lena Dunham, Girls
Gina Rodriguez, Jane the Virgin
Edie Falco, Nurse Jackie
Io amo Julia Louis-Dreyfus e Veep. Facevo il tifo per lei e sono dispiaciuto che non abbia vinto, ma non avendo visto la serie, purtroppo non posso esprimermi. Aspetto i vostri commenti per saperne qualcosa di più.

Miglior attore non protagonista in una serie tv, film tv o miniserie
Matthew Bomer, The Normal Heart
Jon Voight, Ray Donovan
Bill Murray, Olive Kitteridge
Alan Cumming, The Good Wife
Colin Hanks, Fargo
Ho visto The Normal Heart e mi è piaciuto in maniera normale. Non l’ho trovato straodinario o innovativo. Tratta di un tema importante, la diffusione dell’aids nel mondo dei gay, e arriva con colpevole ritardo. Nel film, la performance di Bomer si nota per intensità e drammaticità tanto che il suo è uno dei personaggi che più colpiscono. Non posso però fare a meno di vedere in questo personaggio un grande, grandissimo aiuto da parte della sceneggiatura e della drammaticità in generale del film. Se dovessi valutare solo la performance dell’attore, trovo che sia Bill Murray che Colin Hanks sia stati migliori. Quest’ultimo in particolare. Con ancora in testa le immagini del suo volto legato al personaggio di un serial killer, in Fargo è stato incredibile nel rendere il suo personaggio un po’ stupido, un po’ sempliciotto, sempre bloccato tra la paura di farsi coinvolgere in qualcosa di troppo grande e il senso del dovere, condito dalla voglia di colpire l’amata. Hanks è stato davvero superbo, come tutto il cast di Fargo, e il premio sarebbe dovuto andare a lui.

Miglior attore in una serie tv di categoria comedy
Don Cheadle, House of Lies
Ricky Gervais, Derek
Jeffrey Tambor, Transparent
Louis C.K., Louie
William H. Macy, Shameless
E qui sono di nuovo d’accordo, anche se mi spiace per Ricky Gervais. Don Cheadle non mi ha mai fatto impazzire, Louis CK lo adoro, ma ammetto che più che recitare si presenta sul set e agisce come sè stesso, William H. Macy è trasformato dal trucco e parrucco e alla quinta stagione non è che abbia molto cambiato la sua performance e Ricky Gervais con il suo Derek vive tantissimo della postura e della sceneggiatura. Come per il premio alla serie non si sia fatta una scelta politicamente corretta perchè il premio a Tambor è meritatissimo.

Miglior attore di una serie tv, film tv o miniserie
Matthew McConaughey, True Detective
Billy Bob Thornton, Fargo
Martin Freeman, Fargo
Woody Harrelson, True Detective
Mark Ruffalo, The Normal Heart
Assolutamente d’accordo! Evidentemente la battaglia era tra Fargo e True Detective. Si sta parlando di prove attoriali a livelli altissimi e decretare un vincitore, qualunque sia, è un po’ una rapina per gli altri. Tutti lo meriterebbero, ma Billy Bob in Fargo è stato assolutamente da urlo. La capacità di portare sullo schermo un personaggio completamente privo di sentimenti ed emozioni potrebbe sembrare facile, ma è invece una delle cose più difficili per un attore. Premio meritato, senza nulla togliere agli altri candidati!

Migliore serie tv di genere drama
The Good Wife
Downton Abbey
Game of Thrones
The Affair
House of Cards
10556357_279235948949592_4665915694509128700_nThe Affair è stata una delle poche belle sorprese di questa nuova stagione 2014/2015 e la nomination è meritata. Il premio? Forse un po’ meno. Intendiamoci: qui si parla di serie tv di altissimo livello e tutte, dico tutte, meriterebbero un premio, ma se devo scegliere tra queste il mio premio sarebbe stato per House of Cards. The Affair riesce a raccontare una storia d’amore, di vita e di sofferenza mascherandola da giallo a tinte noir. Tutti gli elementi sono equilibrati e tiene incollato allo schermo senza mai usare colpi di scena. Un prodotto confezionato alla perfezione. Questo premio per me doveva andare a True Detective, ma è in un’altra categoria… e tra i nominati House of Cards è superiore. Ancora alla seconda stagione la serie di Netflix è un pugno nello stomaco costante sia ai complottisti che ai creduloni naive e non perde mai d’intensità grazie anche a un cast di livello stratosferico. Comunque The Affair è molto bella e va vista. Ci non l’ha fatto, lo faccia!

Miglior attore in una serie tv di genere drama
Kevin Spacey, House of Cards
Clive Owen, The Knick
Dominic West, The Affair
James Spader, The Blacklist
Liev Scheiber, Ray Donovan
Ora che Bryan Cranston/Mr. White non c’è più inizia il regno di Kevin Spacey. Cosa si può dire di uno che ogni cosa che tocca trasforma in oro? Il premio è più che meritato. Il suo Frank Underwood è un personaggio di cui si parlerà parecchio e la bravura di Spacey nel rendere questo squalo travestito da pesciolino è incredibile. Un applauso a tutti gli “sconfitti”, ma in questo momento e con questo personaggio Spacey è irraggiungibile. E il suo discorso è di un’umiltà non comune.

Miglior attrice in una serie tv o miniserie
Frances McDormand, Olive Kitteridge
Maggie Gyllenhaal, The Honorable Woman
Jessica Lange, American Horror Story: Freak Show
Frances O’Connor, Missing
Allison Tolman, Fargo
Mannaggia a me, non ho visto la serie e non so dare un giudizio. Maggie è brava sempre e per battere Allison Tolman non può che essere stata bravissima.

In conclusione posso solo notare che a Tina Fey e Amy Phoeler bisognerebbe dare più spazio! Quando ci sono loro si ride di sicuro.. la serata si è svolta tra mille risate, in un clima molto più rilassato rispetto agli Oscar che se la tirano un po’ troppo e tutto è andato come doveva, più o meno. Grande assente True Detective, nessuno premio a una delle migliori serie tv è un po’ un ingiustizia.

Michele Comba

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I migliori film del 2014

Il 2014 è stato, cinematograficamente, un anno pieno d’amore. Amori teneri e liberatori. Amori tormentati e sofferti. Amori tossici, amori salvifici, amori non convenzionali. Amori capaci di risolvere crisi e imprevisti. Amori che soffocano e annientano. Amori sterili. Amori obnubilanti. Amori per un estraneo, per la propria metà, per la famiglia, per se stessi. Amori, nonostante tutto:
Ma noi ci amiamo ancora, vero?
Certo. È la cosa che ci riesce meglio.
(Mommy, Xavier Dolan, 2014)

1. Lei di Spike Jonze (USA). In un prossimo futuro, il mite Theodore (Joaquin Phoenix, performance ammaliante) si innamora di Samantha (la sola voce di Scarlett Johannson), sistema operativo di nuovissima generazione in grado di parlare, pensare e interagire come un essere umano. Sulla carta, l’ultima opera del geniale e visionario Spike Jonze avrebbe potuto essere un bizzarro film di fantascienza o un apologo sull’alienazione dell’uomo moderno in un mondo iper-tecnologicizzato. Non è così. Grazie a una scrittura di sorprendente finezza e misura, Jonze evita ogni banalità sociologica e ogni deriva moralistica per tessere la più bella, originale storia d’amore dell’ultimo decennio. Theodore e Samantha infatti imparano a conoscersi, diventano complici, si innamorano follemente e teneramente, si scontrano, diventano estranei, si lasciano, seguendo una parabola comune alla maggior parte delle avventure romantiche. Come quella, ormai giunta al capolinea, tra Theodore e l’adorata ex moglie, il cui ricordo irrompe spesso nelle malinconiche giornate del protagonista. Una presenza incorporea e un’assenza assolutamente fisica, dunque, che si alternano e si sovrappongono fino quasi a confondersi in un’unica emozionante, intensa incursione in quella che, ci ricorda il film, è “la sola forma di follia socialmente consentita”.

2. boyhood2. Boyhood di Richard Linklater (USA). C’è uno spaccato di Storia contemporanea, in questo “Boyhood”: le Torri Gemelle, Bush, la Guerra in Iraq, la gloriosa campagna del “Yes We Can” obamiano del 2008. C’è anche un pezzo della nostra storia quotidiana: i costumi, i consumi, le mode, le auto, le numerosissime canzoni che scandiscono la narrazione. Ci sono soprattutto quattro storie private, ordinarie: quelle di una normale famiglia americana, una tra le tante, i cui componenti crescono, cambiano, ingrassano, si tagliano i capelli, invecchiano. Con la sua celebre trilogia “Before Sunrise/Sunset/Midnight” Richard Linklater aveva già dimostrato di essere abile nel catturare su pellicola delle impressioni di realtà. Con “Boyhood”, progetto titanico, girato in 12 anni consecutivi con gli stessi attori e la stessa troupe, dimostra di saper catturare e mettere in scena delle impressioni di vita: un’impresa non da poco. Basti pensare al pianto disarmante di una madre ormai matura che confessa “pensavo di avere più tempo”. Oppure ancora allo splendido finale in cui il giovane protagonista, divenuto uomo, si affaccia alla vita carico di aspettative, sogni, speranze. Allarga il cuore.

3. le meraviglie3. Le meraviglie di Alice Rohrwacher (Italia, Svizzera, Germania). Dopo l’exploit di “Corpo celeste”, delicata avventura di un giovane corpo in (tras)formazione, la regista Alice Rohrwacher ripercorre la memoria della propria adolescenza per trasfigurarla sullo schermo in una fiaba di magico lirismo. Una fiaba costruita però sulla polvere e il sudore, la fatica del lavoro in campagna e le emozioni sottaciute, le tenerezze e le asperità di un padre amorevole e tirannico allo stesso tempo. Di colpo, inaspettato, irrompe il luccichio grossier e patinato della televisione, con le sue luci colorate e le scenografie di cartapesta, a solleticare i sogni di evasione, trasgressione e libertà della protagonista. Qualcosa si rompe, ineluttabilmente: la realtà fittizia dello spettacolo illumina in una nuova prospettiva quell’universo agreste così insolito e arcaico, rendendolo lontano, estinto, fantasmatico. Un cortocircuito straniante, che l’autrice sa sintetizzare con efficacia in sequenze poetiche di grande suggestione, metafora di un mondo (e un territorio) destinato a scomparire. Di certo, l’estro visivo non manca, ma è la capacità di sondare con profondità e maturità di sguardo gli smottamenti dell’animo umano, fuggendo scorciatoie narrative e tradendo facili aspettative, a rendere il cinema della Rohrwacher così intimo, personale e prezioso.

4. Mommy di Xavier Dolan (Canada). Xavier Dolan ha venticinque anni, cinque regie all’attivo e innumerevoli partecipazioni a Festival internazionali in curriculum. Il suo precedente, imperfetto “Tom à la ferme” (inedito in Italia) era intriso di un tale inquietante fascino da farne una vera folgorazione cinematografica. Quest’ultimo “Mommy” forse non è attraversato dallo stesso fremito, ma è senz’altro il lavoro più maturo di questo giovane veterano della Settima Arte. Maturo, per esempio, nello scompigliare giocosamente le regole di montaggio e di illuminazione (si pensi alla bellissima fotografia iper-satura di André Turpin, che a un certo punto s’inventa addirittura un black-out). Maturo nell’adottare con spregiudicatezza il kitsch quale cifra stilistica d’elezione, tracciando i confini di un’estetica eccessiva, bulimica, debordante. Maturo, soprattutto, nel giocare liberamente con il formato delle immagini: sembra infatti impossibile immaginare “Mommy” senza quello schermo quadrato che incornicia e ingabbia i protagonisti (su tutti, una Anne Dorval mostruosa e irresistibile), per poi allargarsi a concedere un po’ di respiro e di nuovo stringersi intorno a loro, costringendoli (anche fisicamente) nelle loro vite d’inferno. Una scelta brillante e coraggiosa, che fa di Dolan uno dei registi più interessanti dei nostri giorni.

5. alabama monroe5. Alabama Monroe – Una storia d’amore di Felix van Groeningen (Belgio, Paesi Bassi). Premiato a Berlino, ai César francesi, al Tribeca di New York e in pole position agli ultimi Oscar (alla fine la spuntò Sorrentino), “Alabama Monroe” è la più toccante, inattesa, fulminante sorpresa dello scorso anno cinematografico. Un piccolo film belga che mette in scena, al ritmo di bluegrass, la (de)costruzione di un amore: il suonatore di banjo Didier e la tatuatrice scanzonata Elise si conoscono, si piacciono, si amano, mettono al mondo una bambina. Poi la malattia irrompe spietata nelle loro vite: la lotta, la perdita, il lutto, la sfida atroce della vita che continua. Richiamando alla mente la pudica vitalità del delicatissimo “La guerra è dichiarata” e le sonorità country di “Walk the Line”, Felix van Groeningen realizza un melodramma intenso, straziante e mai retorico, che ripercorre la parabola dei suoi protagonisti muovendosi liberamente nel tempo, alternando senza soluzione di continuità le smanie focose dell’innamoramento ai piccoli gesti di una quotidianità svuotata di significato, impossibile da sopportare. “Will the Circle Be Unbroken?” viene chiesto, in musica, sui titoli di testa. La risposta è affidata a un finale intelligentemente aperto, doloroso e lieve allo stesso tempo.

6. frances ha6. Frances Ha di Noah Baumbach (USA). Autore di riferimento del cinema indie, sofisticato e modaiolo, Noah Baumbach aggiunge alla sua filmografia il ritratto di un altro personaggio eccentrico, lunatico e vulnerabile, colto nel mezzo di una crisi spiazzante. Ma a differenza del precedente “Greenberg”, “Frances Ha” evita il rischio di un cinema compiaciuto e autoreferenziale, che si guarda l’ombelico: l’autore eleva Frances a icona/manifesto di una generazione faticosamente alle soglie dell’età adulta, alle prese con un difficile percorso di crescita, tra illusioni perdute, nuove responsabilità e circostanze ostili. Il merito è anche (forse soprattutto) dell’interprete principale (nonché co-sceneggiatrice) Greta Gerwig, attrice di stralunato candore e rara sensibilità. Naïf e anticonformista nel senso più profondo e meno salottiero del termine, Frances è una donna versus, che non ha paura di correre da sola, controcorrente, di inciampare e di sbagliare, se capita. E che quando riesce a trovare il ritmo giusto per smettere di agitarsi vorticosamente su se stessa e progredire realmente, può anche permettersi di affermare, seduta e insolitamente posata: “mi piacciono le cose che sembrano errori”. Dopo tanto caos e confusione, il sospiro liberatorio nella placida tranquillità del suo nuovo appartamento ha il sapore di una conquista. Che sia questo, in definitiva, crescere?

7. nymphomaniac7. Nymphomaniac – Volume I & II di Lars von Trier (Danimarca, Germania, Belgio, Gran Bretagna, Francia). Probabilmente il film più discusso e atteso dell’anno: von Trier, certo non nuovo alle polemiche, ha creato una campagna pubblicitaria ammiccante ed efficacissima attorno a questo suo “prono d’autore”. E in effetti il film, diviso in due capitoli, è senz’altro esplicito e aggressivo, sebbene la versione distribuita in sala sia stata purgata dalle scene più scioccanti (si dice di un brutale aborto a tutto schermo nel Volume II). Ma, nonostante le premesse, il sesso non è affatto l’oggetto d’interesse del controverso regista danese. Al contrario, mano a mano che la visione procede, risulta evidente che esso è solo un mezzo attraverso cui imbastire il ritratto di una giovane donna famelica di vita, alla ricerca di se stessa e del suo ruolo nel mondo. Non a caso il sesso parlato, raccontato nei bellissimi duetti tra la protagonista Joe (Charlotte Gainsbourg, cardine della pellicola) e l’introverso Stiegman, raggiunge vette di fascinazione visiva e potere evocativo che mancano alle scene di sesso esibito, ostentato, manifesto. “Nymphomaniac” rivela così la sua vera natura: il profondo, doloroso romanzo di formazione di una ragazza (poi donna) che usa la propria sessualità come strumento di scoperta ed esperienza.

8. belluscone8. Belluscone – Una storia siciliana di Franco Maresco (Italia). Una provocatoria indagine sulle origini mafiose della fortuna di Berlusconi. Un ritratto grottesco del mondo dei cantanti neomelodici, delle feste rionali e degli amici “ospiti dello Stato”. Un avvincente mystery con il critico Tatti Sanguineti sulle tracce di un film incompiuto e di un regista scomparso. “Belluscone – Una storia siciliana” è tutto questo e altro ancora. Rimasto orfano del sodale Ciprì, perso per i lidi del cinema commerciale, Franco Maresco torna in sala con il suo film più disilluso e donchisciottesco: arriva a teorizzare (anzi, mettere in pratica) l’impossibilità del proprio successo, la patologica distanza umana e intellettuale che lo separa dal mondo di oggi. Infatti, il regista che l’improbabile detective Sanguineti sta cercando è Maresco stesso. Uno spettacolo vivace e puntuto, retto da una sceneggiatura originalissima, ricco di notazioni sagaci e brillanti e, allo stesso tempo, attraversato da una vena di implacabile amarezza che non abbandona lo spettatore nemmeno a visione terminata.

9. maps to the stars9. Maps to the Stars di David Cronenberg (Canada, USA, Germania, Francia). Ambientato in una Hollywood putrescente e depravata, al primo impatto “Maps to the Stars” potrebbe sembrare un pamphlet polemico e grottesco sulla spietata società dello spettacolo e gli abbietti personaggi che la animano. In realtà Cronenberg, coerente alla poetica di una vita, si spinge oltre per affondare le mani nella pieghe della mente e della psicoanalisi. Incesto, frustrazioni, abusi, vessazioni, omicidi… dietro le superfici patinate delle ville hollywoodiane (o dei volti liftati degli attori) si cela un incubo pronto a deflagrare in tutta la sua distruttiva mostruosità. Si pensi ad Havana (una spaventosa Julianne Moore), divetta avvizzita oppressa dal fantasma della celebre madre-matringa defunta, che inscena una terrificante danza macabra alla notizia della morte del figlioletto della sua rivale. Le “stelle” sono rovinosamente cadute, pare dirci l’autore canadese, e la “mappa” che dovrebbe guidarci tra esse è destinata irrimediabilmente a disorientarci, confonderci, distruggerci, demolirci. Un film inquietante e conturbante, forse imperfetto, ma che impone la necessità di una seconda, immediata visione. Non è certo da tutti.

10. il capitale umano10. Il capitale umano di Paolo Virzì (Italia, Francia). Costruito su una narrazione a capitoli, che ripercorrono la stessa vicenda e lo stesso lasso temporale da diversi punti di vista, “Il capitale umano” dà vita a un mosaico cinico e beffardo sulla deriva etica del Belpaese, un racconto corale di spietata lucidità su una classe (e una generazione) che ha cinicamente “scommesso sulla rovina del nostro Paese” e ha vinto. Virzì non rinuncia a un sorriso di speranza, affidato opportunamente ai personaggi più giovani, ma a prevalere è comunque un senso di amarezza e di crudele sopraffazione. “Il capitale umano” ci consegna così il ritratto di una società in piena decadenza morale e culturale, in cui la rincorsa folle e ostinata al Dio Denaro (protagonista invisibile ma onnipresente) ha irrimediabilmente corrotto e compromesso anche i rapporti umani e le relazioni filiali. Una fotografia di inquietante puntualità sul nostro quotidiano.

E ancora:
11. Due giorni, una notte di Jean-Pierre e Luc Dardenne (Belgio, Francia, Italia)
12. C’era una volta a New York di James Gray (USA)
13. Gone Girl – L’amore bugiardo di David Fincher (USA)
14. Nebraska di Alexander Payne (USA)
15. Grand Budapest Hotel di Wes Anderson (USA, Germania, Gran Bretagna)
16. The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese (USA)
17. Tutto sua madre di Guillaume Gallienne (Francia, Belgio)
18. Sils Maria di Olivier Assayas (Francia, Svizzera, Germania)
19. Father and Son di Hirokazu Koreeda (Giappone)
20. Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmusch (Gran Bretagna, Germania, Francia, Grecia, Cipro)

11. il giovane favolosoDelusione dell’anno: Il giovane favoloso di Mario Martone (Italia). Ha dato buona prova di sé al box office, e questo non può che essere un bel segnale per il panorama cinematografico nostrano. Resta il fatto che quello di Martone è un film vecchio, verbosissimo e senza guizzi visivi, che fallisce la sfida di tradurre in (belle) immagini i versi immortali del poeta di Recanati. L’uso non convenzionale (o almeno così si vorrebbe) del commento musicale e l’inserimento di qualche fugace nudo frontale non bastano per elevarne la statura a vero film d’autore. Certo, si potrebbe dire che Germano è bravissimo, ma suonerebbe come un premio di consolazione.

Stefano Guerini Rocco
Gennaio 2015

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True Detective: un noir d’autore targato HBO

La HBO è in cerca di rinnovamento. Si è infatti appena conclusa la bellissima Treme e sono state annunciate le ultime stagioni di Boardwalk Empire e The Newsroom. Nonostante la superpotenza di Game of Thrones, il canale tv ha bisogno di un nuovo prodotto di punta e con True Detective hanno trovato una nuova luce.

L’apertura delle serie è sulla notte silenziosa di una palude qualunque dove vediamo quello che probabilmente sarà il killer da scovare intento a fare le sue malefatte. Poche immagini, nessuna parola. Subito dopo vediamo l’occhio di una videocamera digitale che aggiusta il fuoco e comincia a registrare. Veniamo introdotti al 2012 di Martin Hart, poliziotto classico e regolare, a cui viene chiesto del suo collega. La risposta è un manifesto: “You don’t pick your parents, and you don’t pick your partner”. Rust Cohle, il partner, è infatti parecchio strano e ci viene presentato in macchina, solo, a fumare, coi suoi capelli corti e la barba rasata. Le immagini dopo sono sempre per Cohle, ma è decisamente un altro: i baffi, la barba incolta e i capelli lunghi, uniti a un’aria da tossicodipendente ci fanno capire che qui siamo di fronte a due linee temporali differenti. Tre per la verità, ma la terza è solo una presenza. La prima è il 1995 quando i due detective, interpretati da Matthew McCounaghey e Woody Harrelson, si imbattono i un omicidio brutale e misterioso che richiama l’occulto. I due sono colleghi da poco tempo e ancora devono imparare a conoscersi e questo caso cade proprio a pennello. La storia però è raccontata dalla seconda linea temporale, il 2012, quando ai due detective viene chiesto di rivivere quell’indagine di 17 anni prima perchè forse, il cattivo arrestato, non era il cattivo giusto. La terza linea temporale è invece quella del 2002. Non la vediamo mai, ma la percepiamo sempre, perchè qualcosa è successo e ha portato i due colleghi a separasi, forse qualcosa di più.

Di strettamente poliziesco in tutta la puntata abbiamo solo il ritrovamento del cadavere e qualche scena alla stazione di polizia dove sembra non succedere niente, mentre le due figure protagoniste sono il motore dell’intera narrazione. Al creatore Nic Pizzolatto, che si era già fatto conoscere con il bellissimo romanzo noir Galveston in cui raccontava la disperazione e la natura degli uomini, interessa l’uomo, che soffre, che si scontra e che vive, e in True Detective ci racconta due mondi umani messi a confronto: il mondo dell’ordine e il mondo del caos. Da una parte infatti abbiamo Martin Hart, il tipo ordinario. Conosce l’ambiente dove vive, e ne rispetta le regole sociali, ama la sua famiglia, le cene a casa e svolge il suo lavoro col rispetto di tutto il commissariato. L’altro, Rust Cohle, è un uomo distrutto da un trauma che lo perseguita. Non capisce e non partecipa al mondo che lo circonda. E’ un realista, ma in termini filosofici è un pessimista, e il suo comportamento autodistruttivo lo conferma.

A prima vista True Detective potrebbe sembrare un giallo coi suoi omicidi e detective, ma si rivela invece un noir di livello. E come in ogni noir l’indagine è ben lontana dall’essere il centro della narrazione. La ricerca del colpevole è solo una scusa per raccontare invece il contorno dei crimini: la società, gli ambienti e le persone. I questo senso il titolo della serie è programmatico e ci dice che assisteremo ad una carrellata di personaggi e tipi. Come lo stesso Hart afferma ci sono varie categorie di poliziotti: c’è il bullo, l’affascinante, la figura paterna, poi l’uomo invaso da una rabbia irreprimibile, e il cervellone. E poi c’è anche il tipo normale (“con un cazzo enorme”). Sembra proprio che in questa prima stagione avremo di fronte un tipo normale e un tipo psicotico, tutt’altro che normale, e il loro rapporto sarà il fulcro della serie che vuole indagare l’uomo in tutte le sue sfaccettature. Si parla infatti di religione, di morale, di consapevolezza, di senso della vita mentre la macchina dei detective si muove per le lande brutte e desolate della Louisiana meridionale. Louisiana che è assolutamente protagonista e si pone come un labirinto silenzioso, popolato di persone che “they don’t even know the outside world exists” e dove i nostri due si muovono lasciando scorrere il paesaggio dal finestrino. Sembra proprio un altro pianeta, come ad avvolgere la storia criminale e umana in un mondo onirico e universale.

Alla bellezza e audacia della scrittura di Pizzolatto si devono poi aggiungere le prestazioni attoriali di altissimo livello. Harrelson è da sempre uno dei miei due attori preferiti e ancora una volta si conferma straordinario, mentre McConaughey sta vivendo una sorta di seconda primavera dopo aver abbandonato le commedie stupide e caciarone. Coi pochi gesti e lo sguardo riesce a raccontare la sofferenza che segna il suo Rust Cohle e firma un’interpretazione intensissima. L’alchimia tra i due poi funziona alla perfezione e di questo bisogna dare atto al regista Cary Fukunaga che alterna vedute di paesaggi desolati a momenti vissuti in spazi ristretti dove i due personaggi posso scatenarsi.

Insomma, un pilot completo e raffinato. Grazie HBO per un’altra perla luminosa.

Michele Comba

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Il capitale umano: il costo della vita

Archiviata la parentesi poetica del delicato e sottovalutato Tutti i santi giorni, Paolo Virzì torna al cinema per raccontarci l’Italia di oggi adattando un romanzo americano di Stephen Amidon.

Il piccolo immobiliarista Dino Ossola e la sua compagna vivono in un paesino della grigia provincia lombarda, di quelli il cui nome finisce immancabilmente con il suffisso –ate. Sognando guadagni facili, copiosi e sicuri, Dino decide di entrare in affari con Giovanni Bernaschi, squalo della finanza, il cui rampollo adolescente coltiva un’amicizia amorosa con la giovane Serena Ossola. Questo ambiguo groviglio di affetti e interessi, soldi e sentimenti, incrinerà gli instabili equilibri dei due nuclei famigliari, fino a quando un tragico e misterioso incidente stradale irromperà con inaspettata irruenza nei destini dei due ragazzi.

Non succede spesso che il cinema italiano, anche quello cosiddetto d’autore, abbandoni i confortevoli lidi di una tradizione consolidata, per lo più comica, e sfidi se stesso sui terreni impervi di generi e temi poco esplorati. In questo senso, Il capitale umano rappresenta una sfida nella filmografia di Virzì, che ha scelto con audacia di accollarsi più di un rischio.

Innanzitutto, il regista livornese, da sempre attento cantore di vizi e virtù del ceto medio e operaio, cambia decisamente bersaglio e affonda il coltello nel ritratto impietoso dell’alta borghesia, classe sociale brutale e degradata, pericolosamente asservita alle regole di un capitalismo bieco e implacabile.

È poi da segnalare la scelta non banale di trasmigrare la vicenda dal Connecticut di Amidon a una desolante Brianza. L’operazione, di per sé ardita, ha scatenato una serie di (inutili) polemiche in seno all’orgoglio leghista (che si siano offesi per la colorita caricatura dell’assessore impegnato nell’elogio di un coro padano?). Ma la trasposizione è talmente puntuale nei toni, negli umori e anche negli stereotipi, da risultare tristemente verosimile: non si potrebbe infatti immaginare ambientazione più efficace di questo profondo Nord grigio e spettrale, in cui i valori morali si confondono e si perdono dietro una fitta coltre di nebbia e gelo. Virzì abbraccia questo paesaggio, a lui inedito, con una regia solida, fredda e priva di sbavature, impreziosita da una fotografia tagliente, che segnala anche una svolta stilistica nel percorso dell’autore.

Lodevole, infine, la scelta di abbandonare (più o meno) l’abituale registro comico per imbastire un thriller teso e livido: certo una bella scommessa per un regista che, grazie alle sue opere brillanti, è stato eletto erede dei grandi Maestri della commedia all’italiana.

Costruito su una narrazione a capitoli, che ripercorrono la stessa vicenda e lo stesso lasso temporale da diversi punti di vista, Il capitale umano dà vita a un mosaico cinico e beffardo sulla deriva etica del Belpaese, un racconto corale di spietata lucidità su una classe (e una generazione) che ha cinicamente “scommesso sulla rovina del nostro Paese” e ha vinto.

Virzì non sempre riesce a tenere fede ai suoi propositi: la ferocia a volte cede il passo all’indulgenza e il tono grottesco viene stemperato nella farsa. La sceneggiatura tuttavia, a firma del regista stesso con Francesco Piccolo e Francesco Bruni, sa mantenere sempre alta la tensione intorno al plot giallo e concede, allo stesso tempo, il giusto spazio per una caratterizzazione affilata e minuta dei protagonisti.

Personaggi tutti fortemente tipizzati, cui un’affiatata compagine di interpreti eccellenti dona complessità e umanissimo spessore. C’è lo spregiudicato finanziere di Fabrizio Gifuni, spietato e distaccato ma anche, a modo suo, eticamente corretto. C’è sua moglie Carla, donna vanesia e vulnerabile, irrimediabilmente complice di un mondo che la nausea, “dilettante” allo sbaraglio cui Valeria Bruni Tedeschi (presenza luminosa) conferisce una dolente spensieratezza. Ci sono il professorino frustrato di Luigi Lo Cascio e la psicologa ingenuamente cieca di Valeria Golino. C’è soprattutto il Dino Ossola di Fabrizio Bentivoglio, parvenu ridicolo e volgare, pagliaccio triste, figlio del ventennio berlusconiano, la cui maschera di apparente umanità e simpatia (o italianità?) nasconde una natura gretta, avida e meschina.

Virzì non rinuncia a un sorriso di speranza, affidato opportunamente ai personaggi più giovani, ma a prevalere è comunque un senso di amarezza e di crudele sopraffazione. Il capitale umano ci consegna il ritratto di una società in piena decadenza morale e culturale, in cui la rincorsa folle e ostinata al Dio Denaro (protagonista invisibile ma onnipresente) ha irrimediabilmente corrotto e compromesso anche i rapporti umani e le relazioni filiali. Una fotografia di inquietante puntualità sul nostro quotidiano. Un tentativo coraggioso di raccontare davvero, e finalmente, il presente.

Stefano Guerini Rocco

 

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Si apre il sipario sul Kentucky: Justified season 5

Si dice che tutte le strade portano a Roma, ma ogni tanto tutte le strade portano in Kentucky, soprattutto se di mezzo c’è Raylan Givens. E’ appena iniziata la quinta stagione di Justified e subito ci ritroviamo con i personaggi e le situazioni di questo western moderno.

L’episodio si sposta in Florida, ma è sempre Kentucky-centrico perchè la trasferta è rapida e serve per introdurre i nuovi villain: la famiglia Crowe. Di questa famiglia conosciamo già Dewey e non a caso lo incontriamo da subito, come a dire “ehi, spettatori, guardate che questo qui sarà importante”. Anziché ritrovarlo immischiato come al solito in faccende più o meno legali e più o meno strampalate, lo vediamo in giro per le sale giudiziarie. Dewey ha infatti intentato causa contro Raylan e lo stato per la storia del rene (andate a rivedervi l’episodio Thick as a mud) e vince un bel gruzzoletto: 300.000 dollari. Mica male. Dewey però ha molti cugini, i cui nomi iniziano tutti con la D, che vivono in Florida e, come lo stesso Dewey afferma, i Crowe della Florida non portano niente di buono.

A Justified piacciono molto le famiglie e dopo i Crowder e i Bennet, scopriamo ora una nuova famiglia come dire, particolare. I Crowe, nei romanzi di Ellmore Leonard, sono molto presenti e prima o poi sarebbero dovuti arrivare anche nella serie, e come altre famiglie sono un mix di menti criminali, menti semplici e menti stupide, tutte unite dal fatto di essere il prodotto di scelte discutibili, se non sbagliate, ma sempre convinti di quello che fanno. I Crowe non fanno eccezione e in poche battute questo episodio ci descrive un nuovo clan formato da un mix di intelligenza, stupidità e bellezza femminile che fa tanto famme fatale.

La stessa intelligenza e stupidità è il mix che caratterizza sempre di più Boyd, arrivato oramai al ruolo di coprotagonista. Senza le sue frasi e il suo modo di parlare Justified non sarebbe la stessa cosa. L’intelligenza di Boyd la conosciamo, è una mente criminale raffinata, capace di escogitare piani strampalati ma che poi realizza davvero come una specie di Lupin, perchè è talmente convinto che siano quelli buoni, che poi buoni lo diventano per davvero. Ma ora facciamo l’incontro anche con la sua stupidità che si traduce in impulsività. Ragione vs sentimento. Quando si tratta di Ava, Boyd non ragiona molto bene e il suo piano per salvarla si rivela invece inapplicabile, e allora improvvisa, cosa che lo porta ad affrontare Paxton, il milionario ricattato tempo fa, che però non ha intenzione di aiutarlo se non dopo averlo umiliato. Boyd sembra starci, ma poi esplode l’impulsività ed estrae la pistola con la quale maciulla la faccia del suo interlocutore. Una delle scene più belle della puntata si trasforma in un casino non da poco da gestire per Boyd. Questo nuovo omicidio ha inoltre una testimone, la nuova compagna di Paxton, Mara, moglie comprata su internet e spedita dalla Moldavia, che introduce un nuovo interessantissimo personaggio che da subito tiene in pugno Boyd. Il tutto mentre la fornitura di droga in arrivo da Detroit si interrompe e il sodalizio con Duffy, fragilissimo, deve trovare altre fonti di rifornimento.

Di famiglia si parla anche con Raylan. La sua attualmente è lontana, ma è proprio in quella Florida da dove i Crowe hanno deciso di spostarsi e forse proprio al sicuro non è. Di sicuro c’è solo che Raylan ha delle difficoltà ad essere padre e per ora ci riesce solo su skype.

Justified torna alla grande con tutte le sue bellezze e sfumature. La capacità di questa serie di riflettere sul mondo che circonda i personaggi e renderli figli di quella situazione è sopraffina: in poche immagini siamo di nuovo immersi in un’atmosfera squallida e romantica al tempo stesso dove azione e dialoghi straordinari ci raccontano personaggi e un mondo unici. Un mix di noir, western e crime con Timothy Olyphant e Walton Goggins che continuano a regalare interpretazioni straordinarie. Nonostante tutto Justified rimane lontana dai premi che contano e la cosa è sempre più inspiegabile. Graham Yost continua a sfornare puntate su puntate senza che la critica si renda davvero conto della bellezza e complessità di questa serie. Forse è molto settoriale e di genere, un po’ violenta e un po’ maschilista, ma personaggi tratteggiati così bene, così carismatici e ambientazioni così genuine non si vedono molto spesso. E’, e rimane una delle mie serie preferite, e questo primo episodio della quinta stagione non fa che ben sperare per le puntate che arrivano.

L’uomo col cappello è tornato.

Michele Comba

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Sherlock, un ritorno dall’aldilà

Il ritorno di Sherlock, una delle serie di più grande successo, era a dir poco atteso. Il finale della seconda stagione si chiudeva con la presunta morte dell’investigatore e la domanda che ha serpeggiato in questi due lunghi anni di attesa era: “come ha fatto a sopravvivere?”. Dare risposta a questa domanda era la più grande difficoltà per Mark Gatiss e Steven Moffat, gli autori, che per smarcarsi dalla difficoltà se non dall’impossibilità di soddisfare tutti, decidono semplicemente di non dare una risposta chiara, ma in un complicato intreccio con la realtà decidono di cavalcare le supposizioni strampalate dei fan club. Hashtag e fun club di ogni tipo vengono citati e rappresentati direttamente con i loro due anni di attesa fatti di speculazioni e ipotesi strampalate: si passa dalla complicatissima sostituzione di cadavere alla possibilità omoerotica che lega Holmes a Moriarty. In questo fornire tante diverse spiegazioni si trova la brillantissima trovata degli autori, rispondere con tante opzioni tutte un po’ vere e tutte un po’ false ci lascia nell’incertezza, ma ci porta a pensare che a conti fatti Holmes è di nuovo qui e “il come” forse non è così importante, è importante quello che succederà d’ora in poi.

Preso atto del ritorno di Holmes la puntata di concentra quindi sul come dire a Watson e agli altri che il detective, contrariamente a quanto si pensava, non è morto. L’incontro con l’amico John è stupendo. Sul volto di Martin Freeman vediamo il personaggio di Watson combattuto tra la gioia di aver ritrovato un caro amico perduto e la rabbia di essere stato per l’ennesima volta maltrattato e preso in giro. La performance di Freeman è da applausi con un Watson misurato e spontaneo che insieme a Benedict Cumberbatch ricrea una delle coppie di attori/personaggi più in sintonia della tv e non solo, e rispolverano battute divertenti a ammiccanti. Chapeau.

Archiviato quindi il ritorno di Sherlock nei confronti del pubblico e a questo punto anche nei confronti degli altri personaggi, bisogna gestire il ritorno di Sherlock nei confronti di sé stesso. Il detective infatti, dopo aver passato due anni in giro per il mondo a smantellare la rete di Moriarty risolvendo casi più o meno piccoli, torna a Londra ed è convinto di essere quello di sempre e che intorno a lui tutto sia come sempre. Ma non è così per niente, Watson non ha intenzione di perdonarlo, o per lo meno non così facilmente, e Sherlock stesso si mostra allo spettatore un po’ diverso. Innanzi tutto Holmes mostra una gran voglia di fare una “gara di deduzioni” con il fratello e per diverse volte si rivolge a Molly chiamandola con il nome di John. Queste piccole cose ci rivelano un personaggio che ha sofferto la solitudine e ha scoperto un lato di sé che non pensavamo avesse. Ora torna a Londra un po’ più umano. Ecco perchè non sente più il bisogno di dichiarare le sue analisi delle persone che incontra, ma si limita a farle nella mente, come nel caso della fidanzata di John, o non farle proprio, come accade quando incontro il fidanzato di Molly. Il lato un po’ più umano si rivela anche nell’attenzione che dedica a Molly stessa: consapevole che può farle del male, dato l’infatuamento di lei, Sherlock prende tutta una serie di accorgimenti nei suoi confronti e si rende conto delle difficoltà di lei. Si rende conto quando sta per ferirla e non lo fa più. A vederla così, questa puntata sembra quasi un’analisi psicologica di Holmes e degli altri e infatti lo diventa per davvero quando ritroviamo il perfido Sherlock che gioca l’ennesimo inganno a Watson. Messo di fronte all’imminente morte Watson riesce a lasciarsi andare, confessarsi ed aprirsi totalmente, così da perdonare Holmes per le sue malefatte e ricominciare da capo, libero da ogni peso. Inutile dire quanto subito si arrabbi di nuovo non appena scoperto dell’ennesimo inganno nei suoi confronti.

Piccola pecca dell’episodio è forse la poca attenzione data alle nuove indagini e alla risoluzione del nuovo mistero. Con soli tre episodi previsti per questa terza stagione ci si aspettava più crimine, più deduzioni, più indizi, però è vero che la re-introduzione di tutti i personaggi dopo due anni di attesa e una presunta morte deve per forza di cosa portare via tempo, altrimenti tutto risulta forzato e finto. Lo smantellamento dell’attentato al parlamento inglese rimane schiacciato da tutto il resto e non poteva essere altrimenti perchè ogni cosa ha bisogno del suo tempo. Vengono lanciati qui e là degli indizi che ci fanno prevedere quello che sarà, ma per ora ci godiamo un episodio un po’ particolare e perfetto, dove il gioco di rimandi con la realtà è continuo. Oltre a riprendere le vere supposizioni su come Holmes abbia fatto a sopravvivere, i genitori di Holmes sono interpretate dai veri genitori di Cumberbatch e la fidanzata/futura sposa di Watson è interpretata da Amanda Abbigton, la vera moglie di Martin Freeman. Un continuo rimando alla realtà che ci svela quale fosse il vero obiettivo della puntata: riallacciare i rapporti col pubblico. E allora obiettivo pienamente riuscito.

Michele Comba

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