Göran Tunström: L’oratorio di Natale

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Una mia recensione del romanzo L’oratorio di Natale, di Göran Tunström, è appena stata pubblicata su Liberi di Scrivere.

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Emma Cline: Le ragazze

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«Era la fine degli anni Sessanta, o l’estate prima della fine, ed era proprio questo che sembrava, un’estate senza fine e senza forma. Haight-Ashbury era popolato di membri della Process Church vestiti di bianco che distribuivano i loro pamphlet color avena, lungo le strade quell’anno il gelsomino sbocciava particolarmente profumato e rigoglioso. Tutti erano in salute, abbronzati e carichi di decorazioni, e chi non lo era lo faceva comunque per scelta: si poteva essere una creatura lunare, con veli di chiffon sopra i paralumi, in piena dieta depurativa a base di kitchari che macchiava tutti i piatti di curcuma. Ma tutto questo avveniva altrove, non a Petaluma, con le sue casette dai fianchi bassi e il vecchio carro coperto dei pionieri parcheggiato stabilmente davanti al ristorante Hi-Ho. E i marciapiedi arrostiti dal sole. Avevo quattordici anni ma sembravo molto più piccola. La gente me lo diceva sempre.» (1)

 

Petaluma, California, 1969.

Evie Boyd ha 14 anni, ma sembra molto più piccola. Trascurata dai genitori separati, troppo impegnati a rifarsi una vita per accorgersi davvero di lei, aspetta che l’estate -l’ultima estate prima di lasciare la città per entrare in un prestigioso collegio- finisca, con la sola compagnia dell’amica Connie. Finché, un giorno, vede passare delle ragazze; tre ragazze che le sembrano “diverse da tutte le altre”, tre “figure tragiche e isolate”, che avanzano attraverso il parco “fluide e incuranti come squali che tagliano l’acqua”(2). Tra loro c’è Suzanne, che ha solo 19 anni, ma  sembra molto più grande di Evie; nel momento stesso in cui le posa gli occhi addosso, Evie si rende conto di essere pronta a tutto pur di starle vicino, pur di essere notata e apprezzata da Suzanne.  Pronta a lasciare la casa materna per trasferirsi nel ranch isolato dove vivono Suzanne e le ragazze, e dove Russell, un carismatico aspirante musicista che si dà arie da santone, fa il bello e il cattivo tempo; ad allontanarsi dall’amica Connie; a fare chilometri e chilometri in autostop; a concedersi a uomini che non ama né desidera; a rubare e mentire. Tutto o quasi, insomma. Finché le cose precipitano, e le altre ragazze si trovano a dare sfogo alla rabbia di Russell…

Presentato come caso editoriale dell’anno, sulla bocca di tutti fin da prima dell’uscita, venduto in 35 paesi e già tradotto in 11 lingue, osannato da Jennifer Egan, Richard Ford e Mark Haddon, Le ragazze è l’opera prima della ventisettenne californiana Emma Cline. Dell’autrice si sa poco (ha 27 anni, non vive più in California, è cresciuta in una famiglia numerosa e benestante ecc.), ma d’altra parte non ce n’è bisogno: a parlare per lei ci pensa il romanzo.

Le ragazze si apre rievocando con una rapida sequenza il primo “incontro” tra Evie e Suzanne, per poi passare alla ricostruzione del fatto di sangue (ricalcato sull’omicidio di Sharon Tate) che chiude la vicenda ambientata nel 1969. Fin qui niente di eccezionale: una prosa niente male, certo (merito anche della splendida traduzione di Martina Testa), ma non c’è da gridare al miracolo, e quasi stupisce che molti recensori, italiani e non, si siano trovati a incensare la precisione stilistica dell’autrice. D’altra parte non è questo il punto di forza del romanzo: se fosse solo per lo stile, Le ragazze rischierebbe di passare inosservato, come la maggior parte dei buoni libri, che difficilmente colgono l’attenzione del grande pubblico. Per fortuna, ad aiutare Le ragazze a farsi strada nell’immaginazione dei lettori di tutto il mondo ci pensano i richiami al caso Manson (3)… Un esempio di marketing ben riuscito, dunque? No. O almeno non solo: al di là del facile appeal della figura di Manson, infatti, il romanzo della Cline è una sorta di riuscitissima riflessione identitaria sull’adolescenza, e se conquista (e credetemi, lo fa) è per la delicata e precisa ricostruzione della dimensione intima dei protagonisti, per la cura delle dinamiche psicologiche in gioco nella vicenda. Perché Le ragazze non è la storia di un brutale omicidio, ma il racconto di un’infatuazione irresistibile, di una sorta di colpo di fulmine, di quelli che capitano solo durante l’adolescenza, quando l’identità è ancora indefinita, e le conseguenze di un incontro del tutto casuale possono rivelarsi terribili. E c’è di più: nel farlo, nel raccontare questa infatuazione, l’autrice si cimenta nel difficile compito di mettere in scena il libero gioco di volontà razionale e caso, sentimento e condizionamenti esterni, e lo fa nel massimo rispetto della singolarità del suo personaggio, senza cedere alle facili approssimazioni deterministiche tipiche di un certo romanzo (pseudo-)psicologico contemporaneo.

Certo, alcune trovate mostrano ancora qualche ingenuità (4), ma nel complesso il romanzo colpisce, e se, come me, vi ci accostate dando per scontato che si tratti del solito caso editoriale costruito a tavolino, be’, quasi sicuramente ne rimarrete sorpresi.

Le ragazze di Emma Cline è proposto ai lettori italiani da Einaudi, nella traduzione di Martina Testa.

 

(1)Emma Cline, Le ragazze, Einaudi, Torino 2016, p. 23, traduzione di Martina Testa.

(2)ivi, pp. 3-4.

(3)Ma è bene essere chiari fin da subito: Le ragazze non è una sorta di Aquarius raccontato attraverso i membri della Manson Family…

(4)Si veda in particolare la parte in cui, riportata la narrazione ai giorni nostri, l’autrice traccia i rapporti tra la Evie adulta e i giovani Sarah, Julian e Zav.

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Blogtour “Il rituale del Male”: I traduttori raccontano Grangé

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  • Qualche domanda ad Alessandro Perissinotto.

Benvenuto, e grazie per aver deciso di rispondere alle mie domande. Da quanto tempo traduce e com’è arrivato alla traduzione?
AP: Quella della traduzione non è, per me, un’attività continuativa: ho tradotto qualche opera dal francese, tra cui L’impero dei lupi di Grangé, ma il mio lavoro rimane quello di scrittore e, naturalmente, di professore universitario.

Sono convinto che, tolto l’autore stesso, nessuno conosca lo stile di uno scrittore meglio del suo traduttore. Cosa può dirci dello stile dei romanzi di Grangé? Com’è la voce di Grangé?
AP: È una voce abbastanza neutra: tutto l’impianto stilistico fa in modo che a risaltare sia la voce dei personaggi.

Mi pare che il pubblico italiano abbia sempre una percezione strana della traduzione come pratica, e penso che approfondire la cosa possa migliorare il nostro rapporto di lettori con i testi. Vuole raccontarci qualche aneddoto relativo al suo lavoro sui libri di Grangé?
AP: Mi è capitato di dover adattare alcuni passaggi relativi a questioni italiane che, per il pubblico del nostro Paese, sarebbero stati del tutto incoerenti. Nello stesso momento, il mio traduttore francese stava facendo la stessa operazione con i miei romanzi. E poi, una volta, al Noir in Festival di Courmayeur, sono andato ad incontrarlo nel suo albergo e mi sono presentato a lui come “Il suo traduttore”, mentre un’avvenente ragazza gli diceva di essere la sua traduttrice: si sarebbe scoperto poco dopo che lei era la sua interprete per quella manifestazione (e non la sua traduttrice), ma, neanche a dirlo, l’attenzione di Grangé fu catturata molto di più dall’interprete che da me e dai miei problemi di traduzione del suo libro.

Quanto contano le esperienze giornalistiche di Grangé intorno al mondo nella costruzione dei suoi romanzi, e c’è qualche prassi particolare, qualche procedimento specifico che, come traduttore, ha seguito per conservare l’elemento reale nella sua versione del testo?
AP: Come ho già detto, ho dovuto eliminare alcune incongruenze che, seppure percepibili solo da un pubblico molto limitato, avrebbero minato la “costruzione di realtà”.

Grangé è un autore molto amato e seguito in tutto il mondo; secondo lei, quanto è stato importante il successo delle trasposizioni cinematografiche dei suoi romanzi per la costruzione della sua figura di romanziere?
AP: Lo stile di Grangé è, di per sé, molto spettacolare e le ambientazioni, di solito, sono grandiose: è inevitabile che, nel suo caso, film e romanzi procedano alla pari.

Grazie ancora per aver risposto alle mie domande.

 

 

  • Qualche domanda a Paolo Lucca

Benvenuto, e grazie per aver deciso di rispondere alle mie domande. Da quanto tempo traduce e com’è arrivato alla traduzione?
PL: Lavoro come traduttore da una decina d’anni. Ho cominciato per caso, collaborando con uno studio editoriale a una revisione di un testo già tradotto.

Quali libri di Jean-Cristophe Grangé ha tradotto?
PL: Ho tradotto Lontano, diventato in italiano Il rituale del male, e ora sto traducendo il suo seguito: Congo requiem.

Quando le hanno proposto di tradurre Grangé era già un suo lettore?
PL: Conoscevo Grangé ma senza averne mai letto i libri. Il rituale del male è stato il romanzo con cui l’ho conosciuto davvero come autore.

Qual è la sua impressione su “Il rituale del male”? / Ci racconta “Il rituale del male”?
PL: Nel Rituale del male si alternano atmosfere più vicine alla tradizione francese del polar e tratti invece più marcatamente gore, dove il modello di riferimento è chiaramente il thriller americano. La morte di un cadetto in una base dell’aeronautica militare francese sulla costa bretone è il primo di una serie di delitti sui quali tenterà di far luce il comandante Erwan Morvan. Erwan si renderà ben presto conto che il modus operandi dell’assassino riproduce fin troppo fedelmente quello seguito più di trent’anni prima dall’Uomo Chiodo, un serial killer che suo padre Grégoire – anch’egli poliziotto e agente dei servizi segreti della Repubblica – aveva catturato nel Congo Belga negli anni Settanta. Mentre le indagini proseguono tra impasse giudiziari e false piste, gli indizi raccolti consentiranno a Erwan di cominciare a ricostruire la storia del padre, da sempre reticente sul passato recente della famiglia. Nella detective story che costituisce la trama principale del Rituale del male e che si muove tra la Bretagna, Parigi, Marsiglia, il Belgio, la Svizzera e le ex colonie africane, si inseriscono così i segreti, i non detti, le mezze verità e le menzogne con cui da sempre il padre padrone Grégoire cerca di controllare, condizionare e governare le vite e le scelte dei figli (il poliziotto Erwan, il finanziere cocainomane e buddista Loïc e la ribelle Gaëlle, escort di lusso che sogna una carriera da attrice) e, chissà, della moglie (Maggie, donna a prima vista completamente sottomessa psicologicamente e fisicamente al marito), in una saga famigliare che, come una sorta di microcosmo, diventa specchio dei molti vizi e delle poche virtù della Francia degli ultimi quarant’anni.

Sono convinto che, tolto l’autore stesso, nessuno conosca lo stile di uno scrittore meglio del suo traduttore.  Cosa può dirci sullo stile dei romanzi di Grangé? Com’è la voce di Grangé?
PL: Grangé dimostra indubbiamente molto mestiere quando si tratta di gestire la tensione; sa accelerare e rallentare il ritmo della narrazione, riuscendo quasi sempre a mantenere alta la suspense; anche gli inserti più didascalici necessari, nel caso del Rituale del male, per orientarsi tra i risvolti finanziari, medici e politici della trama raramente appesantiscono la lettura.

Mi pare che il pubblico italiano abbia sempre una percezione strana della traduzione come pratica, e penso che approfondire la cosa possa migliorare il nostro rapporto di lettori con i testi. Vuole raccontarci qualche aneddoto relativo al suo lavoro sui libri di Grangé?
PL: Tradurre è un lavoro che prima di tutto richiede concentrazione e tempo. Distrarsi, soprattutto quando la scadenza è vicina, significa non chiudere la giornata con il numero di pagine preventivato e ritrovarsi indietro sulla tabella di marcia. Per questo, in particolare quando si approssima la data della consegna, non è infrequente avere giornate in cui si traduce per dieci/dodici ore e anche alla fine della tappa quotidiana si è ancora talmente «dentro» al testo che staccare e pensare ad altro può essere difficile. Non è detto però che questo sia sempre funzionale all’economia della traduzione stessa: mentre traducevo Il rituale del male vivevo a Parigi, a pochi minuti a piedi da alcuni dei luoghi descritti nel libro. Ma ero talmente concentrato sul testo che soltanto in fase di rilettura ho realizzato che, per togliermi quei dubbi che avevano rallentato la mia traduzione e che avevo cercato di risolvere con Google Street View, mi sarebbe bastato uscire dalla porta di casa per avere dal vivo la risposta che cercavo letteralmente in meno di dieci minuti.

Quanto contano le esperienze giornalistiche di Grangé intorno al mondo nella costruzione dei suoi romanzi, e c’è qualche prassi particolare, qualche procedimento specifico che, come traduttore, ha seguito per conservare l’elemento reale nella sua versione del testo?
PL: Avere un passato da reporter è indubbiamente un punto a favore di Grangé. Le esperienze vissute da giornalista gli consentono di scrivere avendo già a disposizione tutto un serbatoio di informazioni cui attingere per dare più vita e colore alle proprie storie. Per quanto mi riguarda, soprattutto una volta terminata la traduzione e prima di cominciare la fase di rilettura, cerco di raccogliere una piccola bibliografia – articoli, documentari o altro materiale – online od offline, che mi permetta di acquisire informazioni più precise su alcuni elementi trattati nel libro e di intervenire sul testo già tradotto se dovessi accorgermi di qualche imprecisione.

Grangé è un autore molto amato e seguito in tutto il mondo; secondo lei, quanto è stato importante il successo delle trasposizioni cinematografiche dei suoi romanzi, per la costruzione della sua figura di romanziere?
Pur non avendo visto nessuno dei film tratti dai suoi romanzi, penso di poter dire che l’adattamento cinematografico sia stato determinante perché una fetta più ampia di pubblico potesse conoscere Grangé come romanziere. Sarebbe interessante domandarsi anche quanto la possibilità che i suoi romanzi fossero adottato per il cinema abbia influito sulle scelte stilistiche e narrative di Grangé. Trovo per esempio il Rituale del male un libro molto cinematografico, come se l’autore avesse immaginato alcuni tratti dei suoi personaggi o costruito certe scene pensandole riprodotto sul grande schermo.

Grazie mille per aver risposto alle mie domande.

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Blogtour “Il rituale del Male”

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Con colpevole ritardo (complice anche un recente malfunzionamento della piattaforma hotmag, che ospita questo blog), vi annuncio che, su invito di Giulietta Iannone, inarrestabile caporedattrice del sito Liberi Di Scrivere,  NonSoloNoir parteciperà al blogtour dedicato al romanzo “Il rituale del Male”, di Jean-Cristophe Grangé.
Ho riflettuto a lungo sul mio contributo e, un po’ per curiosità mia, e un po’ per dare voce a chi di solito non ne ha, ho deciso di chiedere ai traduttori di Grangé di raccontarci la loro esperienza; purtroppo, per problemi indipendenti dalla mia e dalla loro volontà, non tutti hanno potuto partecipare. Ho comunque avuto risposte positive da Alessandro Perissinotto (scrittore e docente universitario, ma anche traduttore de L’impero dei lupi di Grangé), e dal traduttore Paolo Lucca, responsabile della traduzione di questo Il rituale del male. Più tardi pubblicherò le loro risposte: per ora vi lascio con il calendario del blogtour, ahimè, ormai quasi concluso…

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Michael Chabon: Wonder Boys


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“Ero salito in camera del Signor Vetch e l’avevo trovato con un forellino bordato di nero sulla tempia sinistra, seduto sulla sua sedia di legno ricurvo che ancora dondolava lentamente. Nonostante la sua inclinazione per i coaguli di sangue letterario e a differenza di mio padre che, secondo quanto mi era parso di capire, a suo tempo aveva messo tutto sottosopra, Albert Vetch, se n’era andato lasciandosi alle spalle un ordine perfetto e una minima quantità di sangue. Se dico che Albert Vetch è stato il primo vero scrittore che abbia conosciuto, non è perché fosse riuscito, per un po’ di tempo, a vendere ai giornali quello che scriveva, ma perché, per primo, aveva avuto il male della mezzanotte, la sedia a dondolo, la bottiglia di bourbon accanto e l’occhio fisso, lucido d’insonnia, anche durante il giorno. È stato, in ogni caso, a ripensarci, il primo scrittore, vero o presunto, che io abbia incontrato sul mio cammino, in una vita che, nel suo insieme, ha avuto forse un eccesso di esponente di quella agra e mutevole razza. Ed è una sorta di modello che, ancora oggi, da scrittore, porto con me. Spero di non essermelo inventato.” (1)

Pittsburgh, anni ’90.
Da sette anni, Grady Tripp, romanziere e professore universitario, già vincitore del premio PEN con il suo romanzo Il mondo di sotto, non pubblica una pagina. E ormai pare chiaro per tutti: Tripp non finirà il suo nuovo romanzo, Wonder Boys. Lo sa la moglie Emily; lo sa la sua amante, il rettore Sara Gaskell. Lo sanno Hannah Green e Jamess Leer, unici studenti di Tripp ad avere un po’ di talento. E lo sa Terry Crabtree, ex compagno di studi, editor e amico di una vita, che sul successo di Wonder Boys rischia di giocarsi la carriera alla Bartizan. Eppure nessuno di loro immagina quanto possa essere incasinata la vita di Tripp: non finché il WordFest, annuale festival letterario organizzato dall’università, li raduna tutti nello stesso campus. Allora, tra involontarie uccisioni di animali domestici, furti moralmente (quasi) giustificabili, abusi di alcol, medicine e stupefacenti, incontri fugaci e vecchie relazioni che crollano, risse e scontri, vani tentativi di fuga e inaspettate rivelazioni, la verità sarà finalmente sotto gli occhi di tutti, e Tripp si troverà costretto a dare una svolta alla sua vita…

Dopo anni di inspiegabile assenza dalle librerie torna disponibile Wonder Boys, secondo romanzo di Chabon, e opera che occupa un posto centrale nella sua produzione. Lo spunto è o dovrebbe essere (2) noto: nei cinque anni seguiti alla pubblicazione dell’acclamata opere prima I misteri di Pittsburgh (3), Chabon ha lavorato alla stesura di Fountain City, romanzo arrivato alla folle mole di 1500 pagine, ma destinato a non vedere mai la luce. Da questa sua esperienza, riplasmata attraverso i ricordi della figura di Chuck Kinder (4), nascono il personaggio di Tripp e il suo tormento, il “male della mezza notte” una sorta di maledizione dello scrittore che il personaggio crede di aver scoperto già da bambino osservando Albert Vetch, un vecchio autore di pulp morto nell’alberghetto di proprietà di sua nonna.

In Wonder Boys si ritrovano le molte tematiche identitarie care a Chabon (5), qui giocate in una dimensione tutta metanarrativa(6); se però non siete amanti del genere, se vi annoiano le storie che parlano di scrittura e siete pronti a saltare a piè pari questo romanzo, be’, tenete presente che Chabon è ed è sempre stato un sostenitore delle trame; che ha coltivato la letteratura di genere (un po’ di tutti i generi) e che spesso nei suoi lavori si serve di tecniche ed espedienti tratti proprio dalla letteratura di genere; che ogni suo romanzo è costruito intorno a un pazzesco proliferare di spunti, storie e racconti dai quali, probabilmente, un autore meno generoso di lui avrebbe tratto non uno, ma dieci romanzi.
E poi c’è lo stile di Chabon, elaborato ma godibile, popolare ma raffinato, che già di per sé merita un tentativo…

Wonder Boys, di Michael Chabon è proposto ai lettori italiani da Rizzoli, nella collana Bur contemporanea.

(1) Chabon, M., Wonder Boys, Rizzoli, Milano 2016, p. 11. Traduzione di Luciana e Margherita Crepax.
(2)Malgrado tutto, ritengo che Chabon non abbia avuto, in Italia, tutte le dovute attenzioni.
(3)Anche questo recentemente riproposto in da Rizzoli.
(4)Amico di Carver, ed ex insegnante di scrittura di Chabon, il leggendario Chuck Kinder è l’autore del famoso -e ormai introvabile- Lune di miele, istruzioni per l’uso, arrivato, nei circa 20 anni di lavorazione, a circa 3000 pagine, ma poi ridotto a poco meno di 400 e finalmente pubblicato nel 2001.
(5)Dall’autoironico rapporto di amore-odio con la religione ebraica all’identità sessuale, dalle difficoltà a conformarsi con il proprio ruolo all’intero della società (nel senso junghiano della persona come maschera sociale) ai rapporti generazionali, e così via fino ai molti, bonari, tentativi di sottrarsi alle proprie responsabilità (tematica mai così forte come in Wonder Boys, verrebbe da dire, per motivi che i lettori capiranno senza bisogno di spiegazioni) posti in atto dai personaggi.
(6)D’altra parte lo stesso succede nel più recente Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay.

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Antonio Moresco: L’addio

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Perché i bambini morti cantano? Interrogato da un misterioso individuo che si fa chiamare Lazlo, D’Arco, uno sbirro morto “in forza da tre anni presso la centrale di polizia della città dei morti”(1), si mette a indagare.  Nella sua inchiesta(2) sarà affiancato da un bambino muto ma in grado di vedere e pronto a mostrare; un bambino ferito ma non fragile, e anzi implacabile nella sua anacronistica ricerca di verità e giustizia. Ma per risolvere il caso, e gettare sugli eventi quel tanto di luce che la città dei morti può sopportare, la determinazione non basta, e i due dovranno ripercorrere insieme le tappe della loro vita e della loro morte…

L’addio, ultimo romanzo di Antonio Moresco, gioca su una doppia distanza: quella dell’autore dalla scena letteraria italiana -nella duplice articolazione del pubblico ingenuo (“ora riverserò tutto quello che avrei detto […] in questo romanzo d’addio. Lo farò con il gesto più inaspettato, attraverso una narrazione che prenderà le mosse da quel tipo di storie poliziesche che vi continuano a rifilare per intrattenervi in attesa della vostra morte e per ripetere e riconfermare un’idea astratta e convenzionale della vita, della morte, di voi stessi e del mondo. Ma qui non troverete le consuete reti di protezione, vi verrà chiesto di più e vi verrà dato di più”(3)) e da certa critica fatta da professionisti del settore- e la distanza del personaggio, o meglio dei personaggi (spesso specchi o doppi l’uno dell’altro), dalla realtà in cui vivono, sia essa legata alla città dei morti o alla città dei vivi. Sì, perché, ne L’addio, le due città coesistono, anche geograficamente, e sono divise solo da un’ampia distesa deserta che ricorda certe nostre periferie industriali, e non solo: tra le due città, vivi e morti si muovono, si incontrano, comunicano…

Il funzionamento della storia sta proprio lì: in questa contrapposizione tra le due città e le due schiere dei vivi e dei morti, che col procedere della narrazione si attenua sempre di più, cosicché quello spostamento che al principio sembra un salto qualitativo dalla vita alla morte, frutto di un evento irreversibile (il trapasso), finisce per manifestarsi come un processo infinito. Ma andiamo con ordine: archiviata una prima parentesi d’ambientazione nella quale Moresco gioca (prevedibilmente ma abilmente) con i cliché del genere poliziesco e del noir, in una sorta di godibile panoramica d’interni, il romanzo mette in scena la seconda distanza cui si è accennato; distanza dei personaggi dall’ambiente, che è poi diretta emanazione della distanza che l’autore sente correre tra sé e il nostro sistema editoriale(4), e lo fa affidandosi a una lunga sequenza (verrebbe quasi da dire una sequela) di truci immagini. E se fin dall’avvio la voce narrante anticipa che nel farlo, nel raccontare questa storia userà un certo garbo (“mettiamo subito le cose in chiaro. Questa è una storia diversa e ve la racconterò in modo diverso. Ve la racconterò come potrò e come vorrò e vi racconterò solo quello che si potrà raccontare. Vi farò vedere solo una piccola parte di tutto l’orrore che ho visto, perché io non voglio inorridire nessuno, non voglio scandalizzare nessuno. Non è per questo che ho combattuto una tale battaglia e non è per questo che ve la sto raccontando”(5)), sposando una certa reticenza che assolve a una funzione stilistica (anti-decorativa) ed etica, non si può certo dire che il romanzo ci risparmi le scene cruente; tutt’altro. Eppure la carne(6), il sangue, persino la lotta sono rese in una sorta di fredda (o, anche qui, “distante”) elencazione che le spoglia di ogni potenziale d’intrattenimento. Ma questo mezzo rifiuto(7) di piegarsi al piacere voyeuristico del pubblico, L’addio lo paga a caro prezzo: sarà forse che le scene d’azione ne risultano depotenziate (8); sarà che per leggere questo romanzo di teodicea che affronta e quasi aggredisce (senza risolvere, né pretendere di farlo) il problema del male e della sua origine da un angolo inedito(9) bisogna accantonare le categorie temporali, il principio di non contraddizione e il rapporto causa-effetto (10); sarà per il malcelato disprezzo dell’autore nei confronti del pubblico, o per tutte le polemiche interne ed esterne al romanzo(11), ma non si può certo dire che L’addio tenga incollati alla pagina; semmai, al pari di certi testi di Ballard -testi che meritano di essere letti ma disturbano, fanno riflettere e incupiscono, talvolta annoiano ma s’impongono- attrae e respinge, come un magnete dalla polarità incerta.

L’addio di Antonio Moresco è proposto ai lettori italiani da Giunti.

(1)Antonio Moresco, L’addio, Giunti, Firenze 2016, p. 11.
(2)In realtà c’è poco da scoprire, anzi, tanto nella città dei vivi quanto in quella dei morti è tutto terribilmente noto, tutto talmente stabilito, usuale e rodato, che pare non ci sia più modo di intervenire, salvo a voler adottare le maniere forti…
(3)Ivi, p. 9.
(4)Tant’è che “l’addio” o i vari addii che punteggiano l’intreccio si trovano a fare eco all’addio dell’autore, che in apertura al testo dichiara la sua intenzione di congedarsi dal bel mondo delle lettere.
(5)Ivi, p. 71
(6)A questo proposito, merita di essere segnalata la sequenza in cui, con mezzi espressionisti e servendosi di un campionario di immagini grottescamente post-umane, Moresco caratterizza la caduta morale attraverso la mut(il)azione fisica, piccolo moralistico (ma d’altronde al relativismo c’è un limite, e qui si parla di pedofilia -anche se, ci pare, in maniera simbolica, come metafora dell’irrimediabile corruzione del reale nella sua globalità) gioiello che impreziosisce il primo incontro tra D’Arco e lo Sparviero (il suo corrispondente nella polizia della città dei vivi).
(7)E’ vero, l’autore non nomina né modelli d’armi né calibri di proiettile ecc. (e non esita a farcelo notare), eppure nella sua asetticità, la descrizione dell’arsenale di D’arco (tanto per fare un esempio) sembra ancora troppo particolareggiata per parlare di un rifiuto completo.
(8)Perché mancano di ritmo e qualità visiva, e perché l’autore volutamente evita tutte le tecniche utili a costruire gli effetti realtà, neanche si corresse il rischio di prendere L’addio per un romanzo realista invece che simbolico come chiaramente è…
(9)Instaurando una circolarità eternamente presente di vita e morte, di prima e dopo.
(10)E purtroppo non sempre il romanzo regge (o forse è il lettore, a non reggere?).
(11)Non ultima quella legata al mancato inserimento nella cinquina dello Strega.

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Mario Levrero: Nick Carter si diverte (mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo)

 

Una mia recensione del romanzo Nick Carter si diverte, di Mario Levrero, è appena stata pubblicata su Liberi di Scrivere.

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Arno Saar: Il treno per Tallinn (la prima indagine di Marko Kurismaa)

Copertina“Quando Marko alzò gli occhi dai fogli, il tram stava passando davanti al Viru Hotel, un tempo quartier generale del KGB, oggi quartier generale delle armate di businessmen stranieri che calavano in città alla conquista del mercato estone. […] l’ospedale provinciale si trovava incastrato dietro a un paio di isolati, lungo la Liivalaia, che sembravano non essersi accorti del crollo dell’URSS. Più in là, verso la ferrovia, le superfici a specchio dell’enorme palazzo della Swedbank non lasciavano dubbi circa l’assoluto trionfo del capitalismo, ma lì, in quella specie di gorgo spazio-temporale, regnavano ancora le facciate grigie dei falansteri in cemento, piatte, senza balconi o decorazioni, ostinatamente razionaliste. Regnavano i magazzini austeri, privi di insegne, con le vetrine impolverate a mostrare uno sparuto campionario di abiti o di oggetti non esposti, ma semplicemente messi lì, in attesa di tornare di moda”(1).

Estonia, oggi.
Quando il treno GoRail 810 proveniente da San Pietroburgo arriva alla stazione di Tallinn, Igor Semenov, l’uomo d’affari “corpulento, sulla sessantina”, che giace in fondo al vagone come addormentato, “con gli occhi chiusi e la bocca leggermente aperta”(Ivi, p.9), e una bottiglia di liquore vuota abbandonata sul sedile, è già morto.
A scoprirlo è il controllore del turno di notte, e le indagini scattano subito, perché la morte di un uomo d’affari russo su un treno in corsa tra la Russia e l’Estonia rischia di trasformarsi in un bel vespaio -anche perché l’uomo d’affari in questione risulta essere deceduto per cause tutt’altro che naturali- ma per fortuna la polizia di Tallin può contare sul commissario Kursimaa, che a dispetto di tutti i suoi conti in sospeso con i russi sa come muoversi.
Alle volte, però, il tatto e l’esperienza non bastano, soprattutto se per arrivare in fondo alla faccenda bisogna fare i conti col passato e vedersela con i vecchi dominatori, rimestando tra le pagine più scure della storia del proprio paese.
Chi ha avvelenato Igor Semenov, e perché? E cosa c’entrano le vecchie conoscenze di Kurismaa con la morte di un “innocuo” uomo d’affari russo?

La molla di questo poliziesco scritto da un italiano(2) che strizza l’occhio ai gialli nordici e si firma con un nome estone, ma che sembra aver imparato il mestiere da un belga; di questo romanzo che pare promettere puro intrattenimento -rimandando fin dalla veste grafica ai classici del Giallo Mondadori- ma che poi finisce per regalarci ben di più, pare essere la memoria storica e linguistica: accantonato l’innesco classico, il testo procede infatti attraverso la messa in scena di una serie di opposizioni tra il passato e il presente, il “prima” e il “dopo” la fine dell’Unione Sovietica e la ritrovata indipendenza estone (1991); opposizioni in gioco nell’urbanistica, nell’architettura, nella lingua, e via così fino ai complementi d’arredo e l’oggettistica (le merci esposte nelle vetrine come reperti di ciò che è stato e che forse potrebbe tornare ad essere); contrasti che in buona misura hanno segnato e ancora segnano l’esistenza dei personaggi principali, a partire proprio da Kurismaa(3).

L’idea è tutt’altro che nuova, ma sempre lodevole: servirsi della forma iper-codificata del giallo per raccontare dell’altro, un di più -in questo caso la fine della dominazione sovietica, con tutte le sue brutture, la voglia e la difficoltà di ricostruire un’identità nazionale, la nuova realtà delle vecchie repubbliche sovietiche ecc.- che spesso sfugge alla forma reportage, o che comunque stenta a raggiungere il grande pubblico; ma quello che è interessante, qui, è il modo in cui Saar -che dimostra di conoscere a menadito i cliché del genere poliziesco, e di padroneggiarli con grande maestria, calcando senza incertezze la linea sottile che separa confortante ripetizione, lavoro nei canoni e necessario rinnovamento- riesce a conciliare l’avvio classico, che rimanda al modello “delitto della camera chiusa”, e anzi al sottogenere “antico” del “delitto in treno”, con l’ottica e il portato moderno del poliziesco di svelamento, capace di insinuare dubbi e promuovere un atteggiamento non già complottista, ma giustamente scettico nei confronti delle ricostruzioni di comodo e delle versioni ufficiali.

Si aggiunga a questo il passo simenoniano della narrazione, la bella e solida costruzione della trama, l’eccezionalità delle ambientazioni(4), l’ottima definizione dei personaggi(5), la patina di mistero legata alla pubblicazione dietro pseudonimo (6), e si otterrà un’idea di massima di Il treno per Tallinn, senza dubbio uno dei polizieschi dell’anno.

Il treno per Tallinn, di Arno Saar, è edito da Mondadori.

(1)Arno Saar, Il treno per Tallinn, Mondadori, Milano 2016, pp. 21 sgg.
(2)Come ci avvisa (chissà perché) l’editore, dietro lo pseudonimo di Arno Saar si nasconde un importante scrittore italiano.
(3)Nato da un professore dell’università di Tartu (quella della mitica scuola di semiotica di Jurij Lotman) finito in disgrazia, ed ex promettente sciatore, Kurismaa è un po’ figlio ribelle e un po’ vittima predestinata della dominazione sovietica.
(4)Apparentemente curatissime (o almeno così mi pare di poter dire – purtroppo non conosco l’estonia) e rese qua e là con tocchi di felice lirismo che spezza la ricercata linearità dello stile.
(5)A partire dal protagonista, al quale l’autore si è dedicato con tutta la cura di chi ha intenzione di dare il via a una serie di romanzi e sa come programmare la cosa (il personaggio pare già perfettamente caratterizzato con i suoi gusti, le sue inclinazioni, il suo passato, le sue idiosincrasie…); d’altra parte, come avvisa il sottotitolo Il treno per Tallinn è solo la prima inchiesta di Kurismaa…
(6)Chi sarà mai questo Saar? Dal testo pare di poter dedurre che abbia una certa confidenza con l’Estonia, e che questo romanzo non sia semplicemente frutto di un’accorta documentazione; che sia un amante dello sci di fondo; che sia un assiduo frequentatore del poliziesco in generale e di Simenon in particolare; che per qualche motivo gli sia (recentemente?!?) capitato di risvegliarsi in ospedale; che abbia superato la quarantina.

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Gianni Mattencini: I segreti degli altri

Layout 1
Lontano, barche più grandi solcavano l’acqua col brontolio soffocato dei diesel. Ecco finalmente l’acqua scura del porto frammista alle chiazze iridescenti del petrolio, agli avanzi marci del pesce di scarto, ai residui di cassette di legno, a brandelli di sughero, a mezzi limoni spremuti, a un’altra quantità di melma galleggiante. Un mare dall’odore corrotto, pungente, insano. Un odore che a Donato piaceva, che riconosceva come quello del suo porto o d’ogni porto, in verità”(1).

Puglia, 1964. Donato Merari si è appena laureato in giurisprudenza, ed è pronto ad entrare nello studio dello zio, avvocato penalista. Per prendere servizio, però, deve aspettare la fine dell’estate, una di quelle fulgide, interminabili, indolenti estati che solo nel sud Italia… ma l’immobilità, si sa, può diventare pesante, e a poco servono le puntatine al mare col vecchio amico Antonio e i piccoli svaghi che il paese ha da offrire. È così che, per ammazzare il tempo, o forse per una sua innata curiosità(2), Merari si mette a indagare sul passato del giovane Romeo Sitri, personaggio enigmatico che nasconde dietro a un legittimo riserbo le tracce di un lontano fatto di sangue.

“Falso poliziesco” che ha per oggetto l’indagine su un delitto avvenuto quindici anni prima dell’abbrivio, e che porta in filigrana le tracce di una giovanile passione per la magistratura(3) -qui rappresentata dal brillante giudice Annunziata-, il libro di Mattencini è in realtà meglio inquadrabile come romanzo di formazione(4): pur laureato in giurisprudenza, Donato pare infatti non aver mai riflettuto sul valore della privacy; a indagine ultimata, si troverà a ragionare sul prezzo pagato per soddisfare la propria curiosità – un’infrazione della sfera privata di Romeo- e sulle conseguenze che questo genere di infrazioni può avere in una comunità ristretta come quella di un paese(5).
Splendide le ambientazioni tracciate, talvolta, con un gusto da “noir mediterraneo” prima maniera(si veda, per esempio, la citazione d’apertura di questa recensione), e perfetti i personaggi, tutti credibili e ben costruiti, dai protagonisti ai comprimari(6); a convincere, però, più della trama, più dei personaggi, e più ancora dell’ambientazione, è lo stile dell’autore: sì, perché la penna di Mattencini è una penna affilata a una scuola d’altri tempi, o forse solo d’altri luoghi(7) (almeno per noi che viviamo al nord e, per dirla con Paolo Conte, “abbiamo il sole in piazza rare volte e il resto è pioggia che ci bagna”); sia come sia, lo stile di Mattencini riesce ad essere raffinato ma non altisonante, scorrevole e piacevolmente polveroso, alto, ma soprattutto “altro”, irriducibile alle varie scuole e tendenze del romanzo poliziesco italiano contemporaneo, anche perché, paratesti a parte, I segreti degli altri ha molto del roman-roman, e molto poco del poliziesco…

I segreti degli altri di Gianni Mattencini è edito da Giulio Perrone.

(1)Gianni Mattencini, I segreti degli altri, Giulio Perrone, Roma 2016, p. 9.
(2)O forse, come avverte il narratore con movimento che pare più un’auto-giustificazione del protagonista, per una sorta di “sfida alla conoscenza di ciò che gli si era voluto nascondere” (Ivi, p. 99).
(3)Dell’autore ancor prima che del personaggio? Così pare di poter indurre, anche perché, come ci informa il risguardo di quarta, Gianni Mattencini, magistrato da molti anni, pubblico ministero e poi giudice, oggi presiede la Corte d’Assise del Tribunale di Bari.
(4)Eppure, questo è bene chiarirlo fin da subito, quanto a solidità e articolazione della trama investigativa, I segreti degli altri non deluderà neppure i lettori più esigenti.
(5)Così il racconto poliziesco passa, come in ogni romanzo di formazione che si rispetti, in secondo piano rispetto al progresso morale del protagonista.
(6)Si veda, per esempio, la segretaria Mariapasqua, talmente ben evocata da risultare quasi una presenza palpabile.
(7)Il ricorso al dialetto riguarda solo alcuni dialoghi; semmai è l’uso di un certo giro di frase a suggerire un radicamento (anche linguistico) del romanzo sul territorio.

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Dan Turèll: Assassinio di marzo

Turèll
Era pomeriggio inoltrato. Il momento giusto per un drink o due. Anzi, a guardare in faccia la realtà con coraggio virile, era il momento giusto per un diluvio di drink. Ma Drachmannsvej non era un posto in cui trovare un bar affidabile. Ecco il difetto di queste strade eleganti. In genere sono povere di bar. Sono povere di bar in modo così lampante che, in quanto cittadini e contribuenti, non si può fare a meno di chiedersi cosa diavolo ci stiano a fare i cosiddetti urbanisti. E poi, a dirla tutta, non mancano solo i bar. Per esempio mancano i taxi. In breve manca tutto quello che può darvi conforto in una giornata convulsa”(1).

“Dov’è Eric Liljencrone?”: è questo il misterioso messaggio ricevuto dalla redazione del quotidiano Bladet. Niente di incredibile – non da quando il direttore ha lanciato la campagna “Ditelo al Bladet”, invitando i lettori a riportare le loro notizie al giornale – eppure uno dei cronisti pensa che sia il caso di approfondire, cerca Liljencrone sull’elenco e, non riuscendo a mettersi in contatto con lui, decide di fargli una visitina. Ed è così che, in men che non si dica inciampa in un cadavere e si ritrova coinvolto in una pericolosa indagine legata al mondo dell’arte contemporanea…

Ambientato sul meraviglioso sfondo della Copenaghen dei primi anni Ottanta, Assassinio di marzo è il quinto capitolo di una serie di dodici polizieschi(2) aventi per protagonista l’anonimo reporter freelance del Bladet.
L’autore, Dan Turèll (1946-1993), scrittore, poeta, giornalista e performer è stato definito il Chandler danese; in effetti, i punti di contatto con l’autore del Grande Sonno non mancano e, pur essendo un detective “occasionale”, il reporter di Turèll può tranquillamente essere considerato un discendente di Marlowe, per la voce con cui riporta la sua storia (chiaramente in prima persona e al passato, in ossequio ai moduli classici della “scuola dei duri”) e sulla scorta del suo (romantico) cinismo(3).
Eppure, a leggere questo Assassinio di marzo, più che l’hardboiled americano, viene in mente la rilettura offertane da Léo Malet nei “Nuovi misteri di Parigi”, non tanto per lo stile(4), quanto per certi modi della narrazione e per lo sguardo del narratore: con Burma, infatti, il protagonista della Mord-Serie condivide la tendenza ad esprimersi in maniera metaletteraria (se Malet citava Simenon(5), Turèll evoca, come numi tutelari di un certo romanzo hardboiled “surreale”, Craig Rice e Jonathan Latimer(6)); come Burma, il reporter ha un rapporto di amore-odio con i rappresentati della legge(7); come Burma, infine, il reporter sembra lontanissimo dal facile giustizialismo.
Investigatore per nascita, per curiosità, per caso o per spirito d’avventura(8), il personaggio di Turèll, da vero flaneur è perso (proprio come Burma) nella duplice polarità distacco/empatia, ed è per questo che, oltre ad offrirci dei meravigliosi affreschi ambientali, riesce a metterci sotto gli occhi la realtà del tempo -un tempo straordinariamente vicino- con tutte le sue brutture e contraddizioni, e lo fa senza forzare la mano, con meravigliosa, incontenibile ironia.

Assassinio di marzo, di Dan Turèll, è proposto ai lettori italiani da Iperborea nell’ottima traduzione di Maria Valeria D’Avino.

(1)Dan Turèll, Assassinio di marzo, Iperborea, Milano 2016, p. 47. Traduzione di Maria Valeria D’Avino.
(2)I romanzi sono indipendenti, anche se, affermano gli esperti, il susseguirsi delle avventure mostra, come in ogni “serie” che si rispetti, un’evoluzione del personaggio. I lettori italiani dovranno (almeno per il momento), accontentarsi di questo Assassinio di marzo e di Assassinio di Lunedì, proposto da Iperborea nel 2010 (D. Turèll, Assassinio di Lunedì, Iperborea, Milano 2010. Traduzione di Maria Valeria D’Avino).
(3)Ma, più in generale, l’affinità sembra legata a una comune visione della società; “i poliziotti sono come il medico che ti prescrive un’aspirina quando sei affetto da un tumore al cervello” scriveva Chandler nel Lungo addio (R. Chandler, Il lungo addio, Feltrinelli, Milano 2004, p. 192. Traduzione di Bruno Oddera), e Turèll pare convinto anche lui che il crimine non sia “malattia”, ma “sintomo”, e che la punizione del colpevole non produca un sostanziale miglioramento nel mondo diegetico, così come non la produce nel mondo reale.
(4)Lo stile di Turèll è sì follemente ironico, ma non surreale e strampalato come quello del Malet di Nestor Burma.
(5)Si pensi, per esempio, alla comparsa del libro Una testa in gioco di Simenon, in La notte di Saint-Germain-des-Prés di Malet, e all’uso (o al ri-uso) della trama del primo
all’interno del secondo.
(6)“Che cos’era successo? Che ci faceva tutt’a un tratto Marcus al posto di Mortiz? Cose del genere non succedono. Forse nei gialli americani degli anni Trenta di Craig Rice e Jonathan Latimer, ma non certo in un fresco e sobrio mese di marzo a Copenaghen” (Dan Turèll, Op. cit., p 109).
(7)Il commissario Ehlers nella Mord-Serie come Florimond Faroux nei “Nuovi misteri di Parigi”.
(8)I romanzi della Mord-Serie si aprono sempre con una serie di circostanze fortuite che costringono il reporter a impegnarsi nelle indagini, ma a ben vedere è l’indole stessa del protagonista a “costringerlo”; basti pensare a questo Assassinio di marzo: se il reporter facesse come i suoi colleghi, limitandosi a leggere il messaggio per poi archiviarlo come una delle tante strane comunicazioni dei lettori alla redazione, non ci sarebbe nessuna indagine.

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