#LiteMatch – disponibile per il download gratuito l’ebook contenente i racconti dell’evento del 17/05 a Torino

Comunico a tutti i lettori (e non senza una punta di orgoglio, a dispetto del risultato deludente), che Lite Editions (editore digitale con il quale ho avuto modo di collaborare, e del quale da mesi mi ripromettevo di parlarvi su queste pagine) ha messo a disposizione per il download gratuito l’ebook contenente i racconti dei sei partecipanti al LiteMatch tenutosi al Rough di Torino lo scorso 17 maggio. L’ebook, disponibile in formato epub, è scaricabile all’indirizzo http://www.lite-editions.com/ebook.php?id=486.

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James M. Cain: La ragazza dei cocktail

Una mia recensione del romanzo La ragazza dei cocktail di James M. Cain è stata pubblicata su Liberi di Scrivere.

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“Le Radici del Male” di Alda Teodorani in uscita per Mezzotints



Chi mi legge sa che di solito non faccio segnalazioni. Ma in questo caso è diverso. Perché la casa editrice Mezzotints è giovane e mi va di parlarne (magari non la conoscete, così come non la conoscevo io fino a pochi giorni fa), e perché l’uscita di un libro di Alda Teodorani -(anche se si tratta, come in questo caso, di una riedizione), è sempre un evento…

Insomma, eccovi il comunicato stampa dell’editore:

Mezzotints Ebook annuncia l’uscita di Le Radici del Male, di Alda Teodorani, per la collana Ombre

La giovane e dinamica casa editrice romana ha annunciato la pubblicazione, per la collana Ombre diretta da David Riva, di Le Radici del Male, raccolta di tre racconti di Alda Teodorani, con copertina realizzata dall’illustratoreAlan M. Clark.

Le Radici del Male contiene tre lunghi racconti: Giù, nel delirioSpecchi di sangue e Soluzione finale. L’autrice in questa sua opera storica  presenta un viaggio crudele e violento nella psiche umana, tra solitudine e delirio. Le Radici del Male è già  stato pubblicato in edizione cartacea, per Granata Press nel 1993 e Addiction nel 2002.
L’opera è stata ampiamente editata e aggiornata per questa nuova edizione digitale.

Il titolo sarà  disponibile nei formati epub mobi su tutti gli estore della piattaforma Stealth e sul sito di Mezzotints Ebook a partire dal 9 aprile, al prezzo di € 2,99.

Un testo ultra-violento, denso di un sesso esposto e sfrenato, la parola non fa sconti a niente e a nessuno, sputa in faccia le sordide, perverse pieghe che l’uomo cerca di mantenere sotterranee, e tenta di nascondere anche ai propri occhi. Radici che ci serrano nella loro morsa,  s’incuneano sempre più a fondo, anche dentro di noi, nel nostro animo. E ci trascinano giù, nel delirio.

L’autrice: Alda Teodorani ha spaziato tra vari generi letterari tra cui l’horror, il giallo, l’erotico. All’attività  di scrittrice affianca quella di traduttrice. Ha pubblicato racconti in antologie, quotidiani e riviste. Ha esordito pubblicando il racconto Non hai capito in Nero Italiano, 27 racconti metropolitani (Oscar Mondadori). Con Carlo Lucarelli, Loriano Macchiavelli e Marcello Fois ha fondato il Gruppo 13. Insegna scrittura alla Scuola Internazionale di Comics di Roma. Gli altri suoi romanzi: Giù, nel delirio (Granata Press, 1991), Belve (Addictions, 2003), La Signora delle torture (Addictions, 2004), Incubi (Halley Edizioni, 2005), Bloody Rainbow (Hacca, 2006), I sacramenti del male (Il Giallo Mondadori, 2008). Suoi racconti sono pubblicati in diverse antologie da Stampa Alternativa, Einaudi, Giallo Mondadori. Sito web: www.aldateodorani.it

Per ulteriori informazioni si veda la pagina sul sito ufficiale della casa editrice.

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Paolo Roversi: L’ira funesta

NOTA PER GLI AMICI TORINESI: Domani, 5 aprile 2013, alle ore 19:00, Margherita Oggero presenterà Paolo Roversi e il suo “L’ira funesta” alla libreria l’ibrida bottega (via Romani 0/A).

Da qualche parte nella Bassa, oggi.
Il “Piccola Russia” (1) è un imprecisato “piccolo borgo rurale, di quelli che sulla carta bisogna mettersi d’impegno per trovare”(2); “uno sputo di paese in mezzo alla campagna, in pianura padana”(3), rallegrato solo dal Poli, il “Bar Polisportiva e Centro Ricreativo Matteo e Igles Beltrami”. Un paesino qualunque della provincia italiana; uno di quei posti in cui la vita scorre lenta e monotona, scandita da ritmi apparentemente immutabili, o almeno immutati da decenni. Ma capita, poi, anche in posti del genere, che un incidente improvviso venga a sconvolgere i mai troppo solidi equilibri: nel caso specifico, l’intempestiva gravidanza della farmacista, e la conseguente chiusura dell’unica farmacia della zona proprio in un giorno in cui “nella Bassa fa un caldo da squagliarsi”. Ed è così che il Gaggina, un armadio di oltre un quintale, decide di non aver “più bisogno delle pasticche”(4), e ritrova improvvisamente l’animo bellicoso troppo a lungo (farmacologicamente) sopito…
La cittadinanza non chiede altro che un bel diversivo: che c’è di meglio, allora, di un energumeno impazzito che malmena due agenti, prende un paio di ostaggi e, armato di katana, si asserraglia in casa resistendo all’assedio delle forze dell’ordine?
Quando, però, il cadavere di un uomo ucciso da uno “squarcio in pancia”(5) -forse una sciabolata- viene rinvenuto in un fosso, la gente fa presto a fare due più due: chi, se non il Gaggina con la sua katana, può aver commesso il fatto? Per fortuna in paese c’è il maresciallo Omar Valdes, che troppo spesso ha visto i colleghi “ostinarsi a trovare prima il colpevole e poi a cercare le prove per incastrarlo”, e ha imparato che “l’indagine non deve, e non può cominciare da un sospetto”(6).
In questo caso, di prove non ce ne sono. E poi quale sarebbe il movente? Che cos’ha a che vedere il trentaduenne Gaggina con la vittima, Giovannino Penna, emigrato a New York trent’anni prima dei fatti e tornato in paese solo da poche ore?

Paolo Roversi, celebrato autore del ciclo di avventure del giornalista-hacker Radeschi, torna in libreria con L’ira funesta, eloquentemente sottotitolato “Il primo caso del maresciallo Valdes”(7). Il romanzo si apre con un’ironica ricostruzione della geografia e dell’atmosfera del paese(8), e rivela presto la sua natura ibrida di giallo-comico “di provincia”, e quindi in un certo senso “tradizionale”, ma anche postmoderno e citazionista(9).
Lo stile, lineare ma raffinato e compiutamente ironico, ben si adatta all’intreccio, “chiassoso”, ma almeno a grandi linee credibile(10).
E la formula è perfetta: Roversi sarà pure lo Scerbanenco post-moderno, ma forse, ancor più di quando racconta Milano, ci piace quando rispolvera il suo gusto quasi guareschiano per le caricature per mettersi a dipingere la sua “Bassa”…

Il romanzo L’ira funesta, di Paolo Roversi, è edito da Rizzoli.

(1)Questo il soprannome affibbiatogli per ovvie ragioni politiche…
(2)Paolo Roversi, L’ira funesta, Rizzoli, Milano 2013, p. 7.
(3)Ivi, p. 109.
(4)Ivi, p. 11-12.
(5)Ivi, p. 121-122.
(6)Ivi, p. 190.
(7)In effetti, Valdes, le potenzialità per dare il via a una serie di romanzi le ha tutte: è vero, da quando è arrivato al Piccola Russia non fa altro che andare a pesca di pesci siluro, ma ha alle spalle un passato doloroso e misterioso, e poi è un po’ misogino e un po’ donnaiolo, è scorbutico ma idealista, un po’ musone ma di buon cuore… insomma, è un protagonista perfetto.
(8)Affidata anche a certe battute di dialogo un po’ dialettali e un po’ volutamente scorrette, che assolvono una funzione comica e realistica a un tempo.
(9)Le citazioni, che qui sono più cinematografiche che letterarie, spaziano da Kill Bill a Radiofreccia, dai film di Don Camillo al cartone animato di Lupin, da Amarcord (“Voglio una donaaaaaa. Datemi una donaaaaaa.”, si legge a p. 261) all’auto-citazione de L’uomo della pianura (a p. 264 ritornano gli “indiani padani”), per limitarsi alle più evidenti.
(10)Il lettore dà quasi per scontato che si tratti di una miscela di fatti reali così come registrati nelle memorie di paese e fortunate invenzioni narrative.

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Antonella Colonna Vilasi: Storia dei Servizi segreti italiani

È recentemente arrivato in libreria per i tipi di Città del Sole edizioni (Reggio Calabria), Storia dei Servizi segreti italiani – dall’Unità d’Italia alle sfide del XXI secolo, di Antonella Colonna Vilasi, giornalista, presidente del Centro Studi sull’Intelligence, docente universitaria e già autrice, tra gli altri, di Islam tra pace e guerra, Mafie. Origini e sviluppo del fenomeno mafiosoIl terrorismo, Vita romanzata di Luigi Durand de la Penne e Manuale d’intelligence.
Corredato da un’ampia selezione di documenti e materiali(1) interviste inedite ad esperti, studiosi (2) ed Ex direttori dei nostri servizi d’intelligence(3), il testo riesce nel suo intento di offrire un “quadro generale dell’intelligence italiana, del suo sviluppo, dei protagonisti e degli avvenimenti che ne hanno segnato il corso”, con un’“attenzione particolare alla sua origine e alla sua funzione nel contesto internazionale del futuro”(1), fruibile non solo dagli addetti ai lavori, ma anche dai semplici curiosi, grazie a una precisa ricostruzione della storia dei Servizi Segreti italiani dalle origini ai giorni nostri – dall’Unità alla morte di Calipari, passando per la Seconda Guerra Mondiale, Gladio, gli anni ’70 e la strategia della tensione, l’eversione di destra ecc.-; una trattazione specialistica ma leggibile, concisa ma informata, che tratteggia luci e ombre dei Servizi in maniera fattuale ma tutt’altro che ingenua o superficiale.

Storia dei Servizi segreti italiani – dall’Unità d’Italia alle sfide del XXI secolo, di Antonella Colonna Vilasi, è proposto ai lettori italiani da La città del Sole.

(1) Particolarmente interessante, anche per i profani (volenterosi), la sezione relativa alla legislazione italiana in merito d’intelligence. (Antonella Colonna Vilasi, Storia dei Servizi segreti italiani, Città del Sole edizioni, Reggio Calabria 2013, pp. 161-214).
(2)Giuseppe De Lutiis, Carlo Jean, Alfredo Mantica, Marco Minniti, Maria Gabriella Pasqualini e Benito Li Vigni.
(3)Prefetto Sergio Berardino, Generale Antonio Federico Cornacchia, Generale Mario Mori e Generale Maurizio Navarra.
(4)Ivi, p. 9.

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Douglas Coupland: Dio odia il Giappone



Tokyo, anni ’90. Hiro Tanaka è il prototipo del post-adolescente sconclusionato e confuso; un mezzo loser; un personaggio tipico di un Giappone che pare una sorta di inferno pop post-apocalittico e in via di ridefinizione. Lavora e non lavora, con le ragazze (almeno quelle che “contano”) è un fallimento completo, non è religioso né crede nella politica, e tutto sommato pare gli manchino gli strumenti culturali per capire la crisi in atto. Sperimenta, insomma, la mancanza di valori tipica dei protagonisti di Generazione X che, ritirati in un deserto postindustriale (con tanto di pericolosi souvenir dell’era atomica), rispondevano alla perdita di senso e alla conseguente incapacità di agire rifugiandosi nel “racconto”. La cesura, lo squilibrio, l’evento traumatico che viene a interrompere la sua eterna routine, è la misteriosa partenza di Naomi (sorella dell’amico Tetsu e ragazza della quale Hiro è non troppo segretamente innamorato), vittima dell’attentato del 1995 alla metropolitana di Tokyo. Paradossalmente, proprio Naomi, che ha perso un polmone per intossicazione da gas sarin, pare essere l’unica in grado di ridisegnarsi; l’unica superstite scampata alla diffusa crisi identitaria (si veda al capitolo “Caro clone”. Falsa-autobiografia nella falsa-autobiografia? Meta-autofiction? Di sicuro il segno tangibile di una spersonalizzazione in atto…) che, in un ampio effetto frattale, coinvolge il protagonista, il Paese (il mondo?) e l’intero romanzo -esilarante falsa-autobiografia di un giapponese incasinatissimo che se ne va in gita in Canada, scritta da un canadese incasinatissimo e geniale che in “gita” in Giappone c’è stato sul serio, e per diversi anni- in un gioco di rimandi che sposta la vicenda, di per se’ piuttosto scarna ma non priva della consueta esuberanza stilistica (si vedano gli inserti illustrati da Michael Howatson, residui della versione originale giapponese, uscita sia su carta che su smartphone), sul solito (e solido) terreno narrativo couplandiano: quello dello spaesamento e del declino, legato non tanto a un tracollo economico e politico, ma al collasso di un intero sistema di valori, una vera e propria apocalisse culturale colta nel momento stesso del suo svolgersi.

Il romanzo Dio odia il Giappone, di Douglas Coupland, è proposto ai lettori italiani da ISBN editore, nella meravigliosa (e unica, perché l’autore ha impedito la traduzione in inglese per non snaturare il linguaggio dell’originale) traduzione di Anna Mioni.

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Aurora Frola: I ricordi non si lavano

Angelica è laureata in lettere e lavora come impiegata in un’azienda non lontana da casa. Ha venticinque anni quando decide di farla finita. È per via dell’ansia, o forse di quell’inspiegabile senso di vuoto. Sale in macchina, se ne va al lago e si imbottisce di pillole. Solo con l’ultimo barlume di coscienza si rende conto di non essere ancora pronta.
Non vuole morire.
Si risveglia in una clinica psichiatrica: ha davanti a se’ una seconda possibilità, e l’arduo compito di rimettere insieme i pezzi di una vita mandata in frantumi. Per farlo, per tornare a vivere, dovrà liberarsi dell’acool, delle benzodiazepine e delle mille altre dipendenze alle quali si è lasciata andare…

Romanzo d’esordio della trentenne Aurora Frola,
I ricordi non si lavano è la storia di una caduta(1) e di un disperato tentativo di ritornare alla luce.
Per raccontare questo viaggio di anabasi e catabasi della protagonista, l’autrice si serve di una narrazione in prima persona e al presente, in equilibrio tra lo stream of consciousness e il discorso indiretto libero(2), con tutte le oscillazioni, gli scompensi, gli smottamenti del caso. Il discorso di Angelica non è né neutro, né omogeneo: procede a tratti, accelera, diviene brachilogico, conciso, persino sentenzioso(3) con l’aumento della tensione emotiva(4), per poi farsi più certo mentre la protagonista si schiarisce i pensieri. Così, man mano che la sua sicurezza aumenta, il racconto si costella di espressioni rafforzative -“questa cosa è così. Sì, lo è”- che sembrano voler testimoniare la ritrovata confidenza con il mondo degli oggetti, un tempo fuori controllo.
Nell’universo dolorosamente asettico della clinica, perfetto non-luogo, quasi invisibile se non per i suoi lati negativi e funzionali (contenimento e dunque costrizione), i “normali” rapporti sociali sono svuotati, annullati, ridotti all’insignificanza – accidentali incontri tra “bambole” o “anime” rotte-. Ma la scelta dello sfondo “neutro” non è semplicemente geografica; l’impalpabilità dei luoghi, una vera e propria a-geografia serve a trasformare la parabola della protagonista in una dolente agiografia contemporanea. A dispetto dei sensi di colpa, Angelica si svela agli occhi del lettore come una ragazza innocente torturata, martoriata da un indicibile trauma(5).
E così, tra lo svelamento del passato irrisolto e il contrasto instaurato tra il mondo della clinica e il mondo “di fuori”, il il romanzo finisce per rivelare la crudeltà e la falsità dell’esistenza “normale”, e la posizione della protagonista, da clinica si fa esistenziale. “Prima e dopo tutto. Resto io. Angelica.”, si legge infatti, in una battuta d’arresto che unisce sintassi destrutturata (ristrutturata?) autoposizione del soggetto (in senso postmoderno, e non fichteiano), e principio di individuazione…

Il romanzo I ricordi non si lavano, di Aurora Frola, è edito da Edizioni della Sera.

(Da sinistra verso destra: Fabrizio Fulio-Bragoni, Aurora Frola e l’editore Stefano Giovinazzo. Presentazione di “I ricordi non si lavano” alla Libreria Belgravia)

(1)Non a caso la protagonista si chiama Angelica.
(2)I dialoghi ci sono, ma sono pochi, perché Angelica è “sola”; ed è una solitudine metafisica, la sua, che non l’abbandona neppure quando è in compagnia dei rarissimi compagni di viaggio.
(3)Tutti hanno bisogno di punti fermi, figuriamoci una ragazza lasciata sola a vedersela con e sue dipendenze. Che c’è di meglio, allora, di una serie di ingiustificate (ma quanto mai necessarie) certezze?
(4) L’autrice riesce con successo a instaurare un rapporto di corrispondenza tra tensione emotiva della protagonista e tensione narrativa.
(5)Ma non c’è determinismo, nel romanzo, né banali tentativi di giustificazione, solo comprensione…

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Presentazione “Trappola a Porta Nuova”, di Rocco Ballacchino

I lettori sono invitati alla presentazione di Trappola a Porta Nuova, romanzo di Rocco Ballacchino, che si terrà domani, sabato 16 febbraio a partire dalle 18.00 all’interno della Libreria Belgravia di via Vicoforte 14/d, Torino.

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Roberto Saporito: Un’educazione parigina

Con grande piacere comunico ai lettori l’imminente uscita di Un’educazione parigina, romanzo di Roberto Saporito, per la collana digitale ePop di Perdisa editore. La nuova versione(a) del romanzo, finora inedito ma già al centro di una serie di entusiastiche recensioni, sarà disponibile dall’11 febbraio.

Con l’occasione, ripropongo la mia recensione, già pubblicata su queste pagine lo scorso 5 luglio.

(L’autore Roberto Saporito in una foto di Franco Giaccone) I palazzi un po’ deprimenti della periferia di Parigi mi annunciano che in qualche modo sono arrivato alla fine del mio viaggio. È un quartiere altamente degradato e che un po’ mi spaventa. Transitando davanti ad una vetrina di un negozio di moto vedo la mia immagine riflessa ma non mi riconosco. Freno quel tanto che mi permettono i poco seri freni a bacchetta della bicicletta e torno indietro. Quello che si specchia è un barbone in bicicletta, quello che si specchia è un maleodorante e poco raccomandabile individuo. Quello che non è, è che non sono io, quantomeno non l’io che conoscevo prima di intraprendere questo folle viaggio in bicicletta dal sud della Francia. Il cartello malridotto con su scritto PARIS, con la R centrale quasi del tutto cancellata, mi strappa un sorriso, o comunque un suo esile parente(2). Il “primo io”, proprietario di un sushi bar a Nizza (ereditato da Keiko, una vecchia amante ormai defunta), approda a Parigi con l’idea di aprire un secondo ristorante a Bastille, proprio “dietro alla piazza” (3). Il “secondo io” arriva a Parigi in bicicletta, al termine di un viaggio tanto immotivato quanto folle(4), condotto, forse, all’inseguimento del fantasma di un vecchio amore di gioventù, nella  speranza (inconscia, salvo tardivi sprazzi di autocoscienza) di poter “creare un futuro per cancellare un passato ingombrante e fastidioso da ricordare [...] partendo da un passato [...] piacevole”(5). Il “terzo io” è un ex-terrorista espatriato a Parigi chissà quando e chissà come. Anche se porta ancora sulle spalle gli spettri del terrorismo e i ricordi indelebili di una ragazza impiccatasi anni prima nel carcere di Cuneo, ormai si sente al sicuro in un Marais che lo ha “assorbito” e reso “un po’ invisibile”, come ha fatto con tanti altri “ex-terroristi o presunti tali”(6)… Saporito decide di dare ai tre protagonisti dei suoi romanzi Eccessi di realtà/ Sushi Bar, Carenze di futuro Millenovecentosettantasette/ Fantasmi armati una “seconda possibilità di essere raccontati”(7), mantenendoli anonimi(8) e costringendoli a testimoniare in prima persona e al presente (l’eterno presente di chi vive in un mondo ormai privo di teleologia), una triplice assenza di certezze, di scopi, di fulcro, di storia. Nell’alternanza delle voci che si inseguono e nella varietà dei casi, queste tre non-vicende(9), le storie di questi personaggi alla deriva (in cerca di un senso o forse inconsciamente persi nell’attesa che il passato torni per salvarli o crollar loro addosso) in una Parigi “un po’ da ricchi e un po’ da rifugiati e un po’ da scappati di casa e un po’ alla moda e un po’ decadente e un po’ frutto di una propria elaborazione mitologica”(10), si impongono all’attenzione del lettore come un campionario ristretto ma di valore quasi universale; proprio come succedeva con i racconti della raccolta Generazione di perplessi (11). Se ogni intreccio è selezione, taglio arbitrario all’interno del flusso del reale (autobiografia, reportage ecc.), o di un reale possibile (finzione), qui l’autore, istituendo una sorta di “turni” di narrazione, organizza il prodotto dei suoi tre “tagli” in una trama che illumina e porta allo scoperto proprio l’arbitrarietà della scelta: la composita e irregolare sovversione dell’ordine temporale non risponde a un tentativo di costruzione enigmistica, di creazione di suspence o di effetti sorpresa(12), ma trova la sua unica giustificazione nella decisione autoriale di imporre una regolarità all’alternanza delle voci narranti(13). La prosa di Saporito, apparentemente semplice, è come al solito coltissima, fitta di rimandi inter-testuali autoctoni e alieni che spesso (anzi, verrebbe da dire la maggior parte delle volte), in un ennesimo gioco d’autore, esulano dai testi citati nell’inconsueta bibliografia preposta al testo(14): tracce di Gailly, certo, ma anche spettri di Echenoz, ombre di Djian, vaghi sentori da B. E. Ellis, e forse persino reminiscenze da Arancia Meccanica (quella di Kubrik, e non quella di Burgess) nel taglio cinematografico e nell’accelerazione di una scena di sesso a tre… Se l’originalità di Generazione di Perplessi(15) consisteva nell’imporre al modello post-moderno una brusca sterzata verso l’esistenzialismo volta a riportare in primo piano il “contesto” (in opposizione al personaggio-testo) attraverso la costante frustrazione delle aspettative dei protagonisti, sul finale di Un’educazione parigina, la cosa si ripete in maniera altrettanto brusca, netta e inequivocabile. Ne emerge l’immagine fin troppo chiara e dolente di un “umano” (solidarietà? amicizia? affetto?) che soccombe sotto il peso del potere e della storia, come a sottolineare che auto-scrittura, auto-poiesi o bricolage (inteso in senso identitario), sono strumenti concessi (forse persino “spinti”) dal potere, fruibili all’interno di una “nicchia” (16), utili a distrarre da un “reale” che sarebbe poco definire deficitario, ma per il resto del tutto inadeguati(17)… A questo punto, verrebbe voglia di chiedere all’autore se crede che la scrittura possa ancora svolgere un ruolo positivo, progressivo o addirittura rivoluzionario; se la “denuncia”, rivesta una qualche funzione; se la cultura abbia poi un qualche impatto positivo, o se la figura dello scrittore non si riduca, oggi, a quella di un solitario perso in un’inattuale pratica ascetica; in un impegno individuale che non ha scopo né funzione al di fuori di se’. Ma chissà poi che non ci sia modo di farlo… magari nel corso di una qualche presentazione di questo romanzo che, ci auguriamo, troverà presto un editore.

(a)Nella versione di prossima pubblicazione, le tre voci narranti (e i tre intrecci) dell’inedito sono stati ridotti a due.

(1)Nota: Come si recensisce un romanzo inedito? In questo caso la cosa è molto semplice: né più né meno come uno edito; senza concessioni né considerazione per il fatto che il testo in questione non sia stato editato ma solo auto-editato (il che, quando si ha a che fare con Un’educazione parigina, non è un problema: Saporito è un professionista, e si vede) e che non abbia superato i meccanismi di selezione attraverso i quali le opere generalmente accedono al mercato editoriale…
(2)Roberto Saporito, Un’educazione parigina (o qualcosa del genere), inedito, 2012, p.21. (3)Ivi, p. 11.
(4)“Quello che devo fare a questo punto è trovare un nuovo motivo, un senso al mio andare in bicicletta a Parigi” si legge a p. 14, e, man mano che le pagine scorrono, il viaggio del “secondo io” si manifesta come una via di mezzo tra una deriva surrealista e il perdersi -psicologico E geografico- di Victoire, protagonista di Un Année di Echenoz.
(5)Ivi, p. 22.
(6)Ivi, p. 15.
(7)Ivi, p. 8
(8)Come si addice a tre sconosciuti che, pur arrivando quasi a sfiorarsi, si muovono senza convergere sullo sfondo indifferente di una grande città…
(9)La mancanza di quello “sviluppo” generalmente connesso alla nozione di trama rende problematica l’applicazione del termine a questi tre romanzi nel romanzo…
(10) Ivi, p.16
(11) Roberto Saporito, Generazione di perplessi, Edizioni della Sera, Roma 2011.
(12)Nella deprimente quasi-inutilità di ogni avvenimento, lo sfiorarsi dei personaggi produce un tiepido effetto sorpresa che lascia (volutamente) indifferenti.
(13)Il contrasto tra la vanità delle azioni dei tre personaggi (innominati e pertanto quasi impersonali) e la radicalità della scelta autoriale (si realizza, qui, una sorta di coincidenza tra “autoriale” e “autoritario”) sembra forzare la convivenza di un piano più strettamente esistenziale (e anzi esistenzialista) con uno livello metanarrativo e “demistificante”: da un lato c’è la volontà di raccontare una serie (anzi tre serie) di scelte prese o non prese, di azioni spesso poco più che incidentali, favorite o osteggiate dal caso o persino dalla struttura politica e sociale; dall’altro la chiara coscienza che ogni racconto è pur sempre una finzione, tanto ben testimoniata dall’eccessiva, anti-naturale e anti-cronologica aritmetica dell’alternanza, “espediente” (sia preso il termine in maniera molto lata) narrativo che ha un ché di nouvelle vague. Sembra di rivedere gli anti-illusori stacchi sporchi di Godard, o gli sguardi dritti in macchina (quelle occhiate dirette con le quali gli attori svelavano l’esistenza di un pubblico) inseriti in barba alle regole del découpage classico…
(14)Consigli di lettura, Ivi, p.7
(15) Come nella già citata raccolta, anche qui, in questa ennesima, riuscitissima, incursione tra le paure, le ansie e le miserie di una “generazione di perplessi” che, vivendo nell’era post-moderna ha assunto, suo malgrado, una posizione anti-storica e sovra-temporale, caricando del peso dell’eternità tutti i suoi drammi, non mancano le sarcastiche strizzate d’occhio, intratestuali (si veda il caso dello scrittore Tommaso Ferro, costretto a fingersi gay per trovare il successo) ed extratestuali, allo stato dell’editoria nazionale: Un’educazione parigina è stato proposto a molti recensori con l’idea “un po’ post-moderna” -così argomentava l’autore nella mail d’accompagnamento delle bozze- di far recensire un romanzo inedito. Non so che effetto abbia fatto la proposta agli altri recensori, ma, per quanto mi riguarda, dato che permetteva di ribadire che chi si occupa di letteratura sul web -in particolare chi scrive recensioni- non è un pubblicitario non retribuito, o ancora peggio un “pappagallo” -si veda Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, Minimum Fax, Roma 2011, traduzione di Matteo Colombo-, e allo stesso tempo di riaffermare che la buona letteratura spesso sfugge (a)i canali dell’editoria tradizionale, a rischio di rimanere inedita, l’ho accolta come un vero e proprio invito a nozze…
(16)Che, come Marx insegna, si sottrae al sistema capitalista, ma gli resta funzionale
(17)Come a dire che, a dispetto di ogni sforzo, limitandosi a “riscrivere” il testo (se stesso), il soggetto non può modificare il contesto, né sottrarsi alla sua soverchiante pressione.

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NonSoloNoir saluta Jakob Arjouni

Si è spento lo scorso 17 gennaio, dopo lunga lotta con il cancro al pancreas, il quarantottenne Jakob Arjouni. Autore di poco più di una manciata di riuscitissimi romanzi, alcuni dei quali ancora inediti in Italia, Arjouni, tedesco di origine turca, ha esordito ancora ventenne con Happy Birthday, Turco!(1), prima avventura della serie dedicata all’investigatore Kemal Kayankaya(2) e primo esempio di etno-noir europeo.
Al primo romanzo hanno fatto seguito, tra gli altri, Magic Hofman, Carta straccia, Un amico, Kismet-Destino, Idioti e Troppa birra, detective Kaynkaya!.
Nel 2012, Arjouni è tornato in libreria con Eddy il santo(3) -storia di Eddy Stein, musicista e truffatore di Kreuzberg, che, quasi incolpevolmente, si ritrova responsabile della morte dell’odiatissimo imprenditore König-, commedia nera da tempi di crisi che si tinge inaspettatamente di rosa; un “delitto e castigo” contemporaneo, sgangherato e quasi onirico, pungente ma mai violento; un’ennesima, riuscitissima, tragicommedia.

Ora non ci resta che aspettare l’uscita di Bruder Kemal, nuova avventura di Kayankaya (4), con la triste consapevolezza di essere in procinto di leggere l’ultima opera di un narratore geniale, scomparso troppo presto.

 

(1)Su queste pagine ve ne avevamo parlato anni fa, in occasione dell’uscita dell’edizione tascabile: http://hotmag.me/nonsolonoir/2009/06/17/l-jakob-arjouni-happy-birthday-turco/

(2)Tutte edite in Italia da Marcos y Marcos.

(3) Jakob Arjouni, Eddy il Santo, Marcos y Marcos, Milano 2012. Traduzione di Gina Maneri.

(4) Di prossima pubblicazione per Marcos y Marcos.

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