Gianni Mattencini: I segreti degli altri

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Lontano, barche più grandi solcavano l’acqua col brontolio soffocato dei diesel. Ecco finalmente l’acqua scura del porto frammista alle chiazze iridescenti del petrolio, agli avanzi marci del pesce di scarto, ai residui di cassette di legno, a brandelli di sughero, a mezzi limoni spremuti, a un’altra quantità di melma galleggiante. Un mare dall’odore corrotto, pungente, insano. Un odore che a Donato piaceva, che riconosceva come quello del suo porto o d’ogni porto, in verità”(1).

Puglia, 1964. Donato Merari si è appena laureato in giurisprudenza, ed è pronto ad entrare nello studio dello zio, avvocato penalista. Per prendere servizio, però, deve aspettare la fine dell’estate, una di quelle fulgide, interminabili, indolenti estati che solo nel sud Italia… ma l’immobilità, si sa, può diventare pesante, e a poco servono le puntatine al mare col vecchio amico Antonio e i piccoli svaghi che il paese ha da offrire. È così che, per ammazzare il tempo, o forse per una sua innata curiosità(2), Merari si mette a indagare sul passato del giovane Romeo Sitri, personaggio enigmatico che nasconde dietro a un legittimo riserbo le tracce di un lontano fatto di sangue.

“Falso poliziesco” che ha per oggetto l’indagine su un delitto avvenuto quindici anni prima dell’abbrivio, e che porta in filigrana le tracce di una giovanile passione per la magistratura(3) -qui rappresentata dal brillante giudice Annunziata-, il libro di Mattencini è in realtà meglio inquadrabile come romanzo di formazione(4): pur laureato in giurisprudenza, Donato pare infatti non aver mai riflettuto sul valore della privacy; a indagine ultimata, si troverà a ragionare sul prezzo pagato per soddisfare la propria curiosità – un’infrazione della sfera privata di Romeo- e sulle conseguenze che questo genere di infrazioni può avere in una comunità ristretta come quella di un paese(5).
Splendide le ambientazioni tracciate, talvolta, con un gusto da “noir mediterraneo” prima maniera(si veda, per esempio, la citazione d’apertura di questa recensione), e perfetti i personaggi, tutti credibili e ben costruiti, dai protagonisti ai comprimari(6); a convincere, però, più della trama, più dei personaggi, e più ancora dell’ambientazione, è lo stile dell’autore: sì, perché la penna di Mattencini è una penna affilata a una scuola d’altri tempi, o forse solo d’altri luoghi(7) (almeno per noi che viviamo al nord e, per dirla con Paolo Conte, “abbiamo il sole in piazza rare volte e il resto è pioggia che ci bagna”); sia come sia, lo stile di Mattencini riesce ad essere raffinato ma non altisonante, scorrevole e piacevolmente polveroso, alto, ma soprattutto “altro”, irriducibile alle varie scuole e tendenze del romanzo poliziesco italiano contemporaneo, anche perché, paratesti a parte, I segreti degli altri ha molto del roman-roman, e molto poco del poliziesco…

I segreti degli altri di Gianni Mattencini è edito da Giulio Perrone.

(1)Gianni Mattencini, I segreti degli altri, Giulio Perrone, Roma 2016, p. 9.
(2)O forse, come avverte il narratore con movimento che pare più un’auto-giustificazione del protagonista, per una sorta di “sfida alla conoscenza di ciò che gli si era voluto nascondere” (Ivi, p. 99).
(3)Dell’autore ancor prima che del personaggio? Così pare di poter indurre, anche perché, come ci informa il risguardo di quarta, Gianni Mattencini, magistrato da molti anni, pubblico ministero e poi giudice, oggi presiede la Corte d’Assise del Tribunale di Bari.
(4)Eppure, questo è bene chiarirlo fin da subito, quanto a solidità e articolazione della trama investigativa, I segreti degli altri non deluderà neppure i lettori più esigenti.
(5)Così il racconto poliziesco passa, come in ogni romanzo di formazione che si rispetti, in secondo piano rispetto al progresso morale del protagonista.
(6)Si veda, per esempio, la segretaria Mariapasqua, talmente ben evocata da risultare quasi una presenza palpabile.
(7)Il ricorso al dialetto riguarda solo alcuni dialoghi; semmai è l’uso di un certo giro di frase a suggerire un radicamento (anche linguistico) del romanzo sul territorio.

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Dan Turèll: Assassinio di marzo

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Era pomeriggio inoltrato. Il momento giusto per un drink o due. Anzi, a guardare in faccia la realtà con coraggio virile, era il momento giusto per un diluvio di drink. Ma Drachmannsvej non era un posto in cui trovare un bar affidabile. Ecco il difetto di queste strade eleganti. In genere sono povere di bar. Sono povere di bar in modo così lampante che, in quanto cittadini e contribuenti, non si può fare a meno di chiedersi cosa diavolo ci stiano a fare i cosiddetti urbanisti. E poi, a dirla tutta, non mancano solo i bar. Per esempio mancano i taxi. In breve manca tutto quello che può darvi conforto in una giornata convulsa”(1).

“Dov’è Eric Liljencrone?”: è questo il misterioso messaggio ricevuto dalla redazione del quotidiano Bladet. Niente di incredibile – non da quando il direttore ha lanciato la campagna “Ditelo al Bladet”, invitando i lettori a riportare le loro notizie al giornale – eppure uno dei cronisti pensa che sia il caso di approfondire, cerca Liljencrone sull’elenco e, non riuscendo a mettersi in contatto con lui, decide di fargli una visitina. Ed è così che, in men che non si dica inciampa in un cadavere e si ritrova coinvolto in una pericolosa indagine legata al mondo dell’arte contemporanea…

Ambientato sul meraviglioso sfondo della Copenaghen dei primi anni Ottanta, Assassinio di marzo è il quinto capitolo di una serie di dodici polizieschi(2) aventi per protagonista l’anonimo reporter freelance del Bladet.
L’autore, Dan Turèll (1946-1993), scrittore, poeta, giornalista e performer è stato definito il Chandler danese; in effetti, i punti di contatto con l’autore del Grande Sonno non mancano e, pur essendo un detective “occasionale”, il reporter di Turèll può tranquillamente essere considerato un discendente di Marlowe, per la voce con cui riporta la sua storia (chiaramente in prima persona e al passato, in ossequio ai moduli classici della “scuola dei duri”) e sulla scorta del suo (romantico) cinismo(3).
Eppure, a leggere questo Assassinio di marzo, più che l’hardboiled americano, viene in mente la rilettura offertane da Léo Malet nei “Nuovi misteri di Parigi”, non tanto per lo stile(4), quanto per certi modi della narrazione e per lo sguardo del narratore: con Burma, infatti, il protagonista della Mord-Serie condivide la tendenza ad esprimersi in maniera metaletteraria (se Malet citava Simenon(5), Turèll evoca, come numi tutelari di un certo romanzo hardboiled “surreale”, Craig Rice e Jonathan Latimer(6)); come Burma, il reporter ha un rapporto di amore-odio con i rappresentati della legge(7); come Burma, infine, il reporter sembra lontanissimo dal facile giustizialismo.
Investigatore per nascita, per curiosità, per caso o per spirito d’avventura(8), il personaggio di Turèll, da vero flaneur è perso (proprio come Burma) nella duplice polarità distacco/empatia, ed è per questo che, oltre ad offrirci dei meravigliosi affreschi ambientali, riesce a metterci sotto gli occhi la realtà del tempo -un tempo straordinariamente vicino- con tutte le sue brutture e contraddizioni, e lo fa senza forzare la mano, con meravigliosa, incontenibile ironia.

Assassinio di marzo, di Dan Turèll, è proposto ai lettori italiani da Iperborea nell’ottima traduzione di Maria Valeria D’Avino.

(1)Dan Turèll, Assassinio di marzo, Iperborea, Milano 2016, p. 47. Traduzione di Maria Valeria D’Avino.
(2)I romanzi sono indipendenti, anche se, affermano gli esperti, il susseguirsi delle avventure mostra, come in ogni “serie” che si rispetti, un’evoluzione del personaggio. I lettori italiani dovranno (almeno per il momento), accontentarsi di questo Assassinio di marzo e di Assassinio di Lunedì, proposto da Iperborea nel 2010 (D. Turèll, Assassinio di Lunedì, Iperborea, Milano 2010. Traduzione di Maria Valeria D’Avino).
(3)Ma, più in generale, l’affinità sembra legata a una comune visione della società; “i poliziotti sono come il medico che ti prescrive un’aspirina quando sei affetto da un tumore al cervello” scriveva Chandler nel Lungo addio (R. Chandler, Il lungo addio, Feltrinelli, Milano 2004, p. 192. Traduzione di Bruno Oddera), e Turèll pare convinto anche lui che il crimine non sia “malattia”, ma “sintomo”, e che la punizione del colpevole non produca un sostanziale miglioramento nel mondo diegetico, così come non la produce nel mondo reale.
(4)Lo stile di Turèll è sì follemente ironico, ma non surreale e strampalato come quello del Malet di Nestor Burma.
(5)Si pensi, per esempio, alla comparsa del libro Una testa in gioco di Simenon, in La notte di Saint-Germain-des-Prés di Malet, e all’uso (o al ri-uso) della trama del primo
all’interno del secondo.
(6)“Che cos’era successo? Che ci faceva tutt’a un tratto Marcus al posto di Mortiz? Cose del genere non succedono. Forse nei gialli americani degli anni Trenta di Craig Rice e Jonathan Latimer, ma non certo in un fresco e sobrio mese di marzo a Copenaghen” (Dan Turèll, Op. cit., p 109).
(7)Il commissario Ehlers nella Mord-Serie come Florimond Faroux nei “Nuovi misteri di Parigi”.
(8)I romanzi della Mord-Serie si aprono sempre con una serie di circostanze fortuite che costringono il reporter a impegnarsi nelle indagini, ma a ben vedere è l’indole stessa del protagonista a “costringerlo”; basti pensare a questo Assassinio di marzo: se il reporter facesse come i suoi colleghi, limitandosi a leggere il messaggio per poi archiviarlo come una delle tante strane comunicazioni dei lettori alla redazione, non ci sarebbe nessuna indagine.

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“Sparizione (Un trittico, parte III)” su Medium

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“Tirare Dritto (un trittico, parte II)” su Medium

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Il mio racconto “La fine di qualcuno (un trittico, parte I)” è su Medium

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Massimo Carlotto: Per tutto l’oro del mondo

oro«L’oro è una malattia e mi era entrata nel sangue. […] Ogni grammo significava ricchezza. Avremmo dovuto paizentare ancora qualche anno, tenendo un profilo basso, cercando di barcamenarci con il maglificio, ma poi ci saremmo trasferiti all’estero e quell’oro ci avrebbe garantito la bella vita. Quella che i piccoli imprenditori tartassati da queste sanguisughe del governo possono solo sognare.
Non mi era mai passato per la testa il pensiero che le cose potessero andare male. Eravamo i migliori, i più furbi, i più prudenti.”
Ci sbagliavamo. Era tutto sbagliato. Nemmeno per tutto l’oro del mondo bisogna mettersi in mezzo a queste faccende perché poi il destino ti punisce.”»(1)

Chiamata a indagare su una rapina in villa finita male per conto di una vedova “inconsolabile” o al soldo di una banda di criminali che non merita aiuto alcuno, la vecchia squadra formata da Marco Buratti, Max la memoria e Beniamino Rossini torna invece in azione in favore di un orfano che merita di sapere la verità. Anche questa volta, per risolvere il caso, districandosi tra fitte menzogne e pericoli mortali, l’Alligatore sarà costretto a muoversi al di fuori della legge, ma lo farà sempre e soltanto secondo le sue regole.

Con Per tutto l’oro del mondo, Massimo Carlotto torna a raccontare in chiave poliziesca la realtà dell’Italia contemporanea, e in particolare del suo nord est, tra riferimenti di cronaca e tensione etica(2), ampie citazioni musicali, sequenze d’azione e modi classici del noir.
La formula è quella nota, quella collaudata dei romanzi del ciclo, applicata qui (come altrove) non senza sorprese (3); lo stile è quello classico di Carlotto, secco, quasi brachilogico; la narrazione è veloce, priva di sbavature; la trama è (come di consueto) ben congegnata e le dinamiche criminali sono (come di consueto) magistralmente ricostruite. Ma forse non è questo ciò che conta: no, la cosa più importante è che ritrovare l’Alligatore, dopo tanto tempo, è un po’ come tornare a casa…

Per tutto l’oro del mondo, di Massimo Carlotto è proposto ai lettori italiani da e/o.

(1)Massimo Carlotto, Per tutto l’oro del mondo, E/o Roma, 2015, p32.
(2)Qui il problema dei furti in villa apre uno squarcio su certa retorica politica e chiama alla riflessione sul “diritto” (sempre più spacciato per “dovere civico”) all’autodifesa, vero e proprio cavallo di battaglia di chi cerca di costruire il consenso parlando alla “pancia” del paese.
(3)Soprattutto se vi siete persi il recentissimo La banda degli amanti.

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Il mio racconto “Finisce Male” è su Medium

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Il mio racconto “Finisce male”, primo classificato al Premio Marello 2015 è ora leggibile su Medium.

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Jules Janin: L’asino morto

mortoSullo sfondo lirico e infernale di un macello, un uomo riconosce, in un asino dilaniato da un gruppo di mastini, il vecchio Charlot, fedele compagno della giovane contadina Henriette. Si apre così una sequenza di ricordi che riprende la vicenda dal primo incontro del narratore con i due (breve incidente nel corso del quale il protagonista resta ugualmente colpito da “le grazie del primo, energico, pimpante, ardito, leggero… e la bellezza della seconda, vitale, impertinente, avventata, delicata: quelle belle orecchie che puntavano in cielo, quel sorriso vivace che sfidava la disgrazia, quel trottare così elegante e dolce, quella corsa così svelta e animata”, tanto da definirsi “pazzo dell’uno e dell’altra”(1)) per ripercorrere la strada che dalle campagne francesi conduce una giovane contadina al patibolo e il suo asino al macello.

Nei brevi spezzoni che compongono il romanzo -una trentina di quadri più o meno indipendenti, un piccolo tour degli orrori che disegna la progressiva corruzione dell’animo di Henriette- Janin si appropria della forma allora in voga del roman-charogne(2) per sovvertirla, o meglio per minarla dall’interno attraverso l’estremizzazione(3) sistematica dei temi. L’effetto è indiscutibilmente parodistico, ma L‘asino morto è ben più di una semplice parodia: tenendo fede al progetto di “scorticare” la natura affinché “privata della sua florida pelle candida e rivestita del dolce incarnato e del velluto colorato della pesca, la si possa vedere con i suoi vasi sanguigni intrecciati, con il suo sangue che circola, arterie che si incrociano di continuo… affinché si possa udire il cuore pulsare sordo nel petto”…(4), l’autore dimostra, sì, un intento realistico, ma anche un vero e proprio gusto per l’oscuro, per il decadente, e anzi per ciò che è caduco; per il particolare macabro; per il macello come luogo (letterario) deputato alla ricerca della “verità come alternativa, la verità messa a nudo”(5).
E così il romanzo -lontanissimo dalle esaltazioni bucoliche del primo romanticismo e altrettanto lontano dalla cupa serietà dei “veri” frenetici- si impone come parodia e ottima introduzione, requiem e punto tra i più alti di una produzione, quella del romanticismo frenetico francese, poco nota al grande pubblico, ma importantissima per le sue influenze sulla letteratura posteriore, da Baudelaire al surrealismo.

L’asino morto, di Jules Janin, del tutto inedito fino a fine 2015(?!?), è proposto ai lettori italiani da edizioni della Sera, nell’informata (6) ma scorrevole traduzione di Giorgio Leonardi.
(1)Jules Janin, L’asino morto, Edizioni della Sera, Roma 2015, p. 39. Traduzione e cura di Giorgio Leonardi.
(2)Per i chiarimenti si rimanda all’ottima introduzione di Leonardi (Ivi, pp.5-18)
(3)A proposito di eccessi cfr., per esempio, l’ironico “coraggio, allora, se il bordeaux ormai non riesce più a ubriacarvi, trangugiate pure un bel bicchiere d’acquavite”, di p.29, quasi una dichiarazione di poetica a fior di penna.
(4)Ivi, p. p.42.
(5)Ibidem.
(6)Verrebbe da dire erudita, se il termine non portasse con se un sospetto di esattezza e quasi di muffa, come a detrimento della leggibilità e della godibilità del testo.

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Roberto Saporito: Come un film francese

“Quando arriva Carlotta sono ancora sulla terrazza davanti al piccolo computer inutilmente scarico, pezzo di plastica bianco senza vita, col crepuscolo che si avvicina smorzando i toni di luce e il colore del mare e della vegetazione, ma incendiando di rosso una lunga striscia di cielo tra due masse di nuvole compatte e pesanti come muri.
-Scrivi!- dice tutta allegra Carlotta e aggiunge con compiaciuta enfasi: – E’ magnifico.” (1)
2008. Un anonimo scrittore quarantenne con un pugno di romanzi alle spalle e un paio di premi letterari all’attivo sembra arrivato al capolinea: ormai da anni non riesce a scrivere una riga. Fortunatamente, le lezioni di scrittura creativa(2) che tiene all’università e il rapporto con la ventunenne Carlotta(3) lo aiutano ad ammazzare il tempo. Sì, perché se non fosse per il lavoro, e per Carlotta – Carlotta che lo ama “fisicamente, sessualmente, appassionatamente”(4), Carlotta che ha deciso di curarlo dal blocco dello scrittore(5), e che in cambio chiede solo di poterlo esibire in società, chissà…
Ed è proprio per merito di Carlotta che, nel corso di una noiosissima festa in Costa Azzurra, il professore incontra Lea, una diciassettenne ribelle destinata a far precipitare gli eventi.

“Uno scrittore fallito, una ragazzina, la tomba di Morrison”. Così recita la copertina, e in effetti tanto basta per riassumere i tre atti del romanzo di Roberto Saporito: la prima parte è tutta dedicata allo scrittore fallito, sorta di personaggio ricorrente(6), qui diventato professore. Un personaggio inattuale (e in una certa misura fuori posto nel panorama editoriale italiano(7)), che pare abbia deciso di abbandonare la scrittura per “spassarsela” fin che può, e dedicarsi alla sola lettura(8). C’è poi la ragazzina, Lea, una diciassettenne fuori controllo, che finita la scuola lascia la città (o forse dovremmo che si dà alla fuga?) a bordo di un vecchio maggiolino guidato dall’amica Martina. E poi c’è l’epilogo, che potrebbe svolgersi proprio sulla tomba di Morrison al Père-Lachaise.

Cosa ci sia del “film francese”, in questo romanzo, è facile a cogliersi ma difficile a dirsi: forse un’atmosfera, quasi una patina di malinconia che soffonde le pagine – tutte, anche le più “allegre”- e che sembra preludere al finale, già scritto nel mal de vivre da cui i personaggi di Saporito sono affetti(9).

Il fraseggio è, come di consueto, rapido, quasi scarno; la narrazione, affidata ai due punti di vista del Professore e di Lea(10), è stringata, priva di dettagli superflui, limata all’osso: scelta rischiosa, ma l’autore non è l’ultimo arrivato, e ha imparato dagli amati minimalisti americani a mantenersi perfettamente in equilibrio tra noia e poesia, tra banalità e grazia. E, benché il romanzo sfori appena le 130 pagine, dentro c’è tutto Roberto Saporito, con il suo stile, i suoi snodi e le sue tematiche; con i suoi oggetti di culto, i suoi tic e le sue manie, elegantemente trasformate in marchi di fabbrica; tutto: dai tentativi di fuga al senso di frustrazione di chi resta (o di chi non è ancora partito); dalla scrittura come unica alternativa eticamente ed esteticamente accettabile (anche se, qui, non più praticabile) alla vita “normale”, borghese, al rapporto di amore-odio con il lusso(11); dal ricorso alla musica per caratterizzare situazioni e personaggi, alle citazioni in apertura, e così via fino agli elementi feticcio quali il Maggiolino VW e l’immancabile “puntatina” (se così si può dire, in questo caso) a Parigi. Tutto questo in un testo velocissimo, essenziale, ulteriormente movimentato da rapide (e spesso inattese) impennate, e impreziosito da molti consigli di  lettura (anzi, qui veri e propri inviti alla lettura) trasmessi per bocca di uno dei protagonisti.
E il romanzo, come di consueto, funziona alla meraviglia.

Come un film francese di Roberto Saporito è edito da Del Vecchio.

(1) Roberto Saporito, Come un film francese, Del Vecchio, Bracciano 2015, p. 29.
(2)“Sono un professore. Suona strano, un professore, io. Che poi per l’esattezza non sono solo un professore, ma niente meno che un docente universitario: e questa sì che suona come una cosa strana, al limite dell’inaudito. Anche perché quello che insegno io, fino a un attimo fa, in Italia non esisteva neanche: insegno scrittura creativa.” Così, con ironia, falsa modestia e un pizzico di autocompiacimento si presenta uno dei protagonisti di questa storia.
(3) la più “affezionata” tra le diciotto studentesse che lo fanno sentire “amato, quasi idolatrato” (Ivi, p. 23).
(4)Ibid.
(5)”Carlotta vuole salvarmi, vuole che io mi rimetta a scrivere…” (Ivi, p. 27).
(6)Se il protagonista precedente romanzo, Il caso editoriale dell’anno, era uno scrittore di successo, c’è da dire che, avendo raggiunto il successo attraverso la sua opera peggiore, ed essendo anche lui giunto ad una crisi creativa, era fallito né più né meno del professore di Come un film francese.
(7)Anche se il professore del romanzo di Saporito non naviga certo nell’oro, anzi, come Hank Moody (ma fatte le dovute proporzioni: Moody guida una Porsche, mentre il nostro deve accontentarsi di una Honda Civic) se ne va in giro con una vecchia automobile scassata, e se fa la bella vita è soprattutto grazie alle attenzioni di Carlotta.
(8) “…la verità è che io sto meglio da quando non scrivo più. Molto meglio.” (Ivi, p. 27)
(9) E non solo quelli di Come un film francese; basti pensare a lavori quali Carenze di futuro o Generazione di perplessi...
(10)Il romanzo è suddiviso in tre parti tutte narrate in prima persona e al presente; se la prima e la seconda parte sono affidate rispettivamente alle voci del Professore e di Lea, la terza è costruita attraverso un’alternanza dei due punti di vista, in una sorta di montaggio alternato che già allude al ricongiungimento finale – soluzione tutt’altro che inedita, e già ampiamente provata dall’autore (per esempio in Un’educazione parigina) che trova però, nell’essenzialità di questo nuovo romanzo, la sua migliore realizzazione.
(11)Un rapporto à la Fitzgerald, verrebbe da dire, ma filtrato attraverso McInerney.

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“Finzione Infinita” di Silvio Valpreda a Borgaro

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Nell’eterno presente bellico di fine XXI secolo, segnato dalla minaccia continua dell’invasione aliena, la privatizzazione degli eserciti è ormai cosa fatta(1), e il riconoscimento della diversità tra i sessi ha portato a nuove (vecchie), subdole forme di segregazione. Per di più, sembra che tutto sia diventato finzione, dal gusto al sesso, dalla libertà di viaggiare al concetto stesso di tempo libero(2); pare che l’unica cosa in grado di emozionare sia la finale dell’ennesimo talent show culinario.
Su questo sfondo tutt’altro che idilliaco, Alexander, ex militare e alcolista, da anni tira avanti con piccole truffe ai danni degli ex commilitoni; l’incontro con Lena, sorella di un vecchio compagno d’armi, turberà però il suo equilibrio…

Con stile velocissimo e narrazione in terza persona che tradisce un (comprensibile) distacco dai suoi protagonisti(3), Silvio Valpreda costruisce, tra spunti reali e impalpabili eco letterarie mitteleuropee(4), rimandi alla letteratura russa(5) e riflessioni tristemente attuali, un romanzo distopico conforme alla lezione dei maestri (primo su tutti, ovviamente, l’Orwell di 1984), ma adatto ai nostri tempi. Volete sapere come e perché? Venite a incontrare l’autore questa sera alle 21.00 nella Sala Consiliare di Borgaro T.se (piazza V. Veneto 12).

Il romanzo Finzione Infinita, di Silvio Valpreda, ottimamente illustrato da Marco Martz, è edito da Eris edizioni.

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(1)La difesa dell’“umanità” è affidata a società private, le maggiori delle quali sono la “Fidelity Bread” e la “Enduring Peace”.
(2) I cibi precotti piacciono più di quelli preparati al momento, le indicazioni stradali hanno sostituito la geografia, il legame tra sesso e pubblicità è sotto gli occhi di tutti, le “isole resort” permettono di godersi le meraviglie naturali del mondo nel giro di una settimana, e in condizioni assolutamente controllate.
(3)Tutti immancabilmente idioti o deprecabili.
(4)L’avvio richiama alla mente, più per clima che per trama, il disfacimento asburgico che fa da sfondo a Lo Stendardo di Alexander Lernet-Holenia.
(5)Più che da 1984, assicura l’autore, Finzione Infinita prende le mosse da riflessioni suscitate dalla lettura de Le Anime Morte di Gogol.

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