Gregorio Magini: Cometa

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Raffaele e Fabio.
Il primo è un ragazzo di buona famiglia il cui unico obbiettivo è, forse, sopravvivere alla noia (1); il secondo è il classico nerd con il pallino dei fumetti, dei videogame e, più avanti negli anni, della programmazione.
Uno è un orfano, cresciuto negli agi grazie alle dubbie “cure” di un nonno arricchito; l’altro è uno come tutti, figlio di una famiglia di classe media.
Il primo conduce un’esistenza dissipata, passando da una donna all’altra senza particolare emozione né interesse; il secondo vive ritirato in se stesso, è chiuso, schivo, timido; se e quando ha delle relazioni, non è per sua volontà.
Eppure queste due esistenze sono destinate ad incrociarsi, per caso (secondo le regole di un mondo realisticamente privo di qualsivoglia teleologia): insieme, i due ragazzi si dedicheranno alla creazione di un fumoso progetto artistico, e poi alla produzione di “Comeetr”, un nuovo, misterioso social network, e la loro collaborazione finirà per cambiare definitivamente il corso degli eventi.
Definitivamente?
Forse.
O forse no, e magari tutto tornerà ad essere come è sempre stato, almeno per il momento…

In Cometa, di Gregorio Magini, molti temi essenziali del romanzo contemporaneo si agitano (verrebbe quasi da dire a disagio, ma in senso molto positivo) sotto la superficie familiare e rassicurante di una narrazione a più voci; per questo, quanto segue non sarà una vera e propria recensione, ma un invito alla lettura e all’interpretazione.
Cominciamo dalla narrazione: apparentemente si tratta di un bildungsroman a due voci; le due parti, quella di Raffaele e quella di Fabio, tendono però, come in ogni montaggio alternato che si rispetti, ad un punto comune, quello della convergenza o dell’incontro e, più oltre, a quello tratteggiato dall’epilogo: un futuro che è al contempo compimento e smentita del destino di entrambi.
Ed è un’anticipazione fondata su un doppio canone, che sfiora e sfora i limiti del discorso scientifico e umanistico, nel vano (ancora una volta vano) tentativo di superare l’impasse del postmoderno.
In questo senso mi pare che da una parte si possa tranquillamente abbandonare l’etichetta del romanzo di formazione, e che dall’altra si possa parlare, più che di fantascienza (ché il termine ormai, soprattutto in certi ambienti, vale per tutto e per niente) o di ricorso al fantastico, di una forma di realismo allargato ed anticipatore.
Da un lato c’è, dunque, questa proiezione, questa anticipazione di un un futuro svuotato, in cui curiosità e incredulità cadono sotto i colpi dell’insensatezza(2) e forse anche dell’errore(3); dall’altro c’è tutta un’archeologia, che investe, con mossa ironicamente deterministica(4) l’intero arco (quasi trent’anni) di vita dei due personaggi, ricostruendone l’evoluzione storica, politica(5) e culturale dagli anni ’80 fino ad oggi (o a domani?), tra tocchi di modernariato ed effetti nostalgia debitamente depotenziati e disinnescati, visioni tecnologiche, impressioni in prima persona, strizzate d’occhio alle teorie del complotto, e piccole (grandi?) citazioni(6).
C’è poi l’intreccio vero e proprio, fatto di avvenimenti e di fatti piccoli e grandi, intimi, personali o sociali e politici, alti e bassi, accattivanti e noiosi, che rendono il romanzo godibilissimo.
E infine c’è lo stile: l’autore si affida ad una lingua piana e lineare, a dispetto delle (quasi) invisibili modulazioni interne e alle palpabili differenze che distinguono il discorso di un personaggio da quello dell’altro.
Sempre in campo stilistico, sono da segnalare alcune riuscitissime, deliranti (e non necessariamente per motivi “chimici”),  sequenze nelle quali la lingua s’impenna e l’autore, con furiose accelerazioni e accumulazioni (di discendenza celiniana?), getta letteralmente il lettore in un turbinio di impressioni e stimoli (7) che nella loro incontenibile caoticità sono quanto di più vicino a una rivelazione il romanzo abbia da offrire.
D’altra parte, Cometa funziona alla grande, anche senza rivelazioni, o proprio perché non ha niente da rivelare, se non che al momento non ci sono rivelazioni da fare, e questo va detto,  e nel dirlo ci si accolla volentieri anche il rischio di essere presi a ginocchiate da Raffaele….

Il romanzo Cometa, di Gregorio Magini (classe 1980, già fondatore del progetto Scrittura Industriale Collettiva e autore del romanzo La famiglia di pietra, Round Robin 2010) 3), è proposto ai lettori italiani da Neo edizioni.

(1)Come Vaneigem, Raffaele rifiuta di scambiare la “garanzia di non morire di fame con il rischio di morire di noia”, o almeno così pare. In ottica post-situazionista pare poi di poter leggere i suoi “3 comandamenti dell’ebrezza”: “I) Non lavorare. II) Non aspettare. III) Non invecchiare”. ( Magini, G., Cometa, Neo Edizioni, Castel di Sangro 2018, p. 30)
(2) La fine della storia (tema classico del postmoderno che pare emergere anche in un dialogo tra Fabio e Carla, una delle molte donne che attraversano questo romanzo; Cfr. Ivi, p. 226) significa anche il blocco di ogni possibilità di porsi in maniera significativa, di produrre o di trovare un sifnigicato;  qui, invece, sia Fabio che Raffaele, a dispetto del loro cinismo, sembrano alla disperata ricerca di un senso, costantemente a caccia di una rivelazione che è sempre fuori portata, sempre lontana dal darsi. Ed è una ricerca alla quale ognuno si accosta a modo suo (Fabio attraverso la ricerca del codice pulito, incorrotto e forse incorruttibile; Raffaele attraverso il sesso occasionale, le droghe ecc.). “Se a qualcuno fosse saltato in testa di chieder loro qual era l’insegnamento riservatogli dalla vita”, si legge poi, “Raffaele avrebbe risposto che tutti i guai non avevano scalfito d’un millimetro la sua fame di fica, dunque non aveva imparato niente, mentre Fabio avrebbe borbottato: è la vita che non impara, dopodiché si sarebbe chiuso nel silenzio. Quindi la morale è che non c’è nessuna morale? Avrebbe potuto insistere quel qualcuno. A quel punto ci sarebbe stata una reazione forte, Fabio l’avrebbe tenuto fermo e Raffaele l’avrebbe preso a ginocchiate nella pancia.” (Ivi, p. 234)
(3) “Molti si illusero che la somma di tutte le costellazioni componesse la figura serena”… (Ivi, p. 234)
(4)L’autore regala infatti al lettore, attraverso i falsi ricordi dei due personaggi bambini, non tanto una giustificazione, quanto un’anticipazione simbolica dei caratteri dei due adulti.
(5)Doveroso citare, qui, la ricostruzione degli eventi del G8 di Genova, essenziali sia nello sviluppo dell’ormai presente futuro del contesto, che per la formazione del Raffaele “adulto”.
(6) Per qualche ragione, alcuni passi del libro richiamano alla mente Challenger di Lopez (Lopez, G., Challenger, Eris Edizioni, Torino 2017, traduzione di Francesca Bianchi, Illustrazioni di Sonny Partipilo) e Nel Mondo a venire di Lerner ( Lerner, B., Nel mondo a venire, Sellerio, Palermo 2016, traduzione di Martina Testa) e, in un certo senso, anche il discutissimo Realismo capitalista di Fisher (Fisher, M., Realismo capitalista). Ma, certo, nell’economia generale del testo, anche ULTIMA IV, Commander Keen e The secret of Monkey island hanno la loro importanza.
(7) Cfr., per esempio. pp. 74-78 o197-203, sequenze, queste, in cui l’autore dimostra tutta la sua bravura, la sua capacità stilistica.

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Enrico Palandri: Boccalone

 

Tutte le sere esco dalla mia piccola casa in centro; fisco qualche arietta allegra alla bella luna di maggio e seguo con gli occhi quello che mi accade intorno; una passeggiata serena, tra i vicoli e le piazzette, fino a tardi senza incontrare nessuno, oppure fermandomi spesso a parlare con tutti;
le giornate passano, e io so di poter bighellonare.
Così, per molte ore sono assieme ai miei amici, altre sono solo, sto sempre piuttosto bene.
Adesso è gennaio, va molto peggio, e parlare di maggio, il bel maggio odoroso, mi fa piacere.
Anna ha una salopette bianca e una giacca rossa, non sempre naturalmente, solo ogni tanto.
(Enrico Palandri, Boccalone – storia vera piena di bugie, Bompiani, Milano 2011 p.7)

Bologna, 1977. Enrico (1), detto boccalone, ama anna. E anna? Be’, anna è fidanzata. O forse non lo è più. E magari resta a dormire da lui, da enrico. E forse si trasferisce proprio, anche se è giovane, non ha ancora finito le superiori. Magari, però, ogni tanto prende un treno e va a Roma a trovare un certo giocatore di basket. Mentre enrico, roso dalla gelosia, si dispera e si strugge.
Intanto, sullo sfondo della cittadella universitaria di Bologna, il movimento del ’77 pare essere agli sgoccioli, qualcuno già medita la fuga verso oriente, qualcun altro prepara l’uscita di un libro di una certa rilevanza politica…
Ma poi le stagioni passano, e il tempo è destinato a dissolversi in un turbine di incontri e di relazioni, di piccoli incidenti e di banale quotidianità – un vortice nel quale personale e politico, idealmente inseparabili, si intrecciano e poi fatalmente si districano.

In Boccalone, romanzo d’esordio pubblicato dal ventitreenne Palandri nel 1979, il naufragio di una relazione si fa metafora del tramonto di una stagione politica, o forse (ma in fondo è lo stesso), la fine di una stagione politica a fare da controcanto alla tormentata relazione tra anna ed enrico).
Recuperando il modello del romanzo di formazione, Palandri si affida alla voce del protagonista, che, tra sintassi sciolta, nessi logici allentati, ripetizioni, analessi e prolessi, andate e ritorni, esuberanza e ripensamenti, si rivela perfetta per rendere i tumulti interiori di un ventenne alle prese con una storia d’amore difficile.
D’altronde lui, enrico, è un boccalone, uno che non si controlla, e ha una bocca che “perde come un rubinetto che cola”…
In primo piano, dunque, c’è la dimensione intima del protagonista, ma è un aspetto che non risolve l’intero romanzo: al contrario, importantissimo risulta, nell’economia generale del racconto, il tentativo di registrare una realtà collettiva (2), strada già percorsa da Tondelli in Altri libertini.
Ma, se Tondelli riesce pienamente(3), e il soggetto del suo testo è indiscutibilmente un “noi”, il romanzo di Palandri è il prodotto di un fallimento/tradimento. E su questo recesso verso l’individualità, verso la sfera del personale, l’autore (e con lui il narratore intradiegetico) si interroga, e probabilmente è proprio questo stare in bilico tra il singolare e il collettivo, l’aspetto caratteristico di Boccalone, che è “storia vera”, perché basata su fatti e impressioni di boccalone-enrico, ma “piena di bugie”, perché in fondo tutti i personaggi ritratti nel romanzo, personaggi che non hanno facoltà di parlare se non per bocca (o per mano) di enrico, hanno sicuramente un’altra versione dei fatti, la cui mancanza intacca la veridicità del libro.
E il racconto è dunque tormentato tra il tentativo di registrare la realtà dura e pura (4), l’impossibilità di superare la percezione per arrivare al fatto, e il vago senso di colpa per aver abdicato al compito di raccontare una realtà collettiva, ritornando alla cara, classica (5) narrazione del singolo, per di più in prima persona.
A fare da corredo, c’è poi tutto il campionario delle citazioni e dei riferimenti del giovane aspirante scrittore, da Rimbaud a Woody Allen, passando per Majakowskij e Bob Dylan.
Ci sono, innegabilmente, le avanguardie artistiche, qui recuperate e riutilizzate livello formale, in una maniera un po’ vecchiotta – per esempio nella sovversione delle regole ortografiche e tipografiche – che è facile associare allo stile “sovversivo” della pubblicistica del settantasette. In questa scelta, più che comprensibile(6), si trova, mi pare, l’unico aspetto un po’ datato di un libro che per il resto, a quasi quarant’anni dalla pubblicazione, si legge ancora con grande interesse e forse un po’ di nostalgia: la nostalgia per un periodo storico che sembra sempre più lontano. Un periodo in cui l’idea romantica di far coincidere vita ed arte era ancora diffusa, e la riflessione teorica applicata alla politica, alla produzione artistica, alle relazioni, alla vita, non era appannaggio esclusivo degli addetti ai lavori, ma era sentita come un diritto (e forse come un dovere), se non da tutti, almeno da molti.

Boccalone, di Enrico Palandri, è proposto ai lettori italiani da Bompiani.

(1) Anzi, enrico, come scrive l’autore in spregio alle maiuscole, e così farò io, da qui in avanti.
(2)Idea che risponde e nel contempo tradisce il progetto, accennato nel libro, di pubblicare un volume collettaneo, Il vestito policarpico, che nelle intenzioni avrebbe raccogliere materiale non pubblicato nel famoso Bologna, marzo 1977…Fatti Nostri…(Bertani, Bologna 1977), documento essenziale per capire il movimento del ’77, curato, tra gli altri, dallo stesso Palandri.
(3)Anche se, ovviamente, attraverso un artificio: i dubbi espressi da Palandri, ammesso che si voglia “resgistrare” la realtà, e non già ricostruirla, colpiscono, retrospettivamente, anche il libro di Tondelli.
(4)Tentativo al quale l’autore si dedica abbracciando totalmente l’individualità, come testimonia il ricorso al discorso indiretto libero.
(5)“Borghese”, si sarebbe forse detto all’epoca?
(6) È vero, il ricorso a certe scelte d’avanguardia ha perso il suo valore sperimentale – ma qui, come in altri testi del ’77, non si tratta di una semplice imitazione, quanto di un’estesa citazione che vuole rivelare un’affinità ideale con lo spirito delle avanguardie…

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Jennifer Egan: Manhattan Beach.

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«La flottiglia di corazzate lungo il fiume Hudson si disperse mentre il Pacemaker sfrecciava verso nord. Era la stessa tratta dei viaggi che Anna aveva fatto con la madre e Lydia da Minneapolis, ma non ricordava che quei treni andassero così veloci. Il Pacemaker ruggiva agli incroci, i panni stesi che svolazzavano sulla sua scia come storni spaventati. I soldati si aggiravano per i corridoi giocando a carte e lanciando le sigarette dai finestrini. La velocità del treno stimolò in Anna un formicolio di aspettative. Guardava dal finestrino: le città guizzavano imponenti in successione per poi ripiegarsi nell’evanescenza. I treni che andavano nella direzione opposta passavano a tutta birra.»
(Jennifer Egan, Mahnattan Beach, Mondadori, Milano 2018, p. 496. Traduzione di Giovanna Granato).

New York, anni ’40.
Da quando gli uomini sono partiti per la guerra, la manodopera femminile ha trovato largo impiego nell’industria bellica. E forse per contribuire allo sforzo bellico, o forse per aiutare sua madre, la giovane Anna Kerrigan ha lasciato il college e ha trovato lavoro nel reparto misurazioni di un cantiere navale. Ma il lavoro le sembra inutile, e nessuno sa spiegarle cosa siano le parti meccaniche che misura tutto il giorno, e in quale modo possano decidere la sorte degli alleati. D’altronde, la ragazza deve darsi da fare, perché, da quando il padre è misteriosamente scomparso, a lei, a sua madre e alla sorellina Lydia non resta, per tirare avanti, che lo sporadico aiuto della zia Brianne.
Poi, un giorno, mentre cammina sui moli in un momento di pausa, Anna vede delle strane manovre su una piattaforma. Laggiù, le dicono, si addestrano i palombari. Nel momento stesso in cui li vede sfiorare la superficie dell’acqua, chiusi nel loro improbabile scafandro, decide che diventerà un palombaro: sì, lei diventerà la prima donna palombaro della storia.
In questo clima di ritrovata libertà e di progressiva emancipazione, Anna si troverà a frequentare i locali notturni di New York. Qui, quasi per caso, incontrerà Dexter Styles, un uomo – forse l’unico uomo- in grado di aiutarla a far luce sulla misteriosa scomparsa di suo padre.

A sette anni da Il tempo è un bastardo(1), premiato nel 2011 con un prestigioso (e meritatissimo) premio Pulitzer per la narrativa, Jennifer Egan torna in libreria con Manhattan Beach.
In questo nuovo lavoro, un corposo, ma velocissimo romanzo storico, l’autrice riesce a innestare una serie di temi di grande importanza (2) sul tronco di una narrazione classica, costruendo un racconto newyorchese fino al midollo, che occhieggia qui al bildungsroman, lì alla storia di gangster e ancora al romanzo d’avventura ecc.
Lo stile della Egan è sempre lì, perfetto, complice la bella traduzione di Giovanna Granato; i personaggi sono ben costruiti e la trama, che pure, per stare in piedi, richiede qualche stratagemma da romanzo d’appendice, convince pienamente(3), anche grazie alle ambientazioni ricostruite con maniacale cura per il dettaglio (4).
L’effetto è un classico rivisitato, un romanzo storico dell’era di instagram, una sorta di riuscitissimo ibrido tra Fronte del Porto Bomb Girls.
Certo, per chi segue Jennifer Egan da Il tempo è un bastardo (e per chi magari la segue proprio per la sua capacità di mettersi in ascolto del presente tentando di anticipare il futuro) una punta di preoccupazione resta, perché, a guardarla oggi, pare che l’autrice abbia perso parte della sua freschezza, della sua originalità e della voglia di sperimentare(5); sia detto, questo, senza nulla togliere a Manhattan Beach, piccolo gioiello mid-brow che regala grandi soddisfazioni al lettore, e che è sicuramente destinato a conquistare un pubblico più ampio di quello di Il tempo è un bastrardo.

Manhattan Beach di Jennifer Egan è proposto ai lettori italiani da Mondadori nella traduzione di Giovanna Granato.

(1)Se a noi italiani l’attesa è parsa più breve è perché solo dopo l’uscita di Il tempo è un bastardo sono stati tradotti in italiano i precedenti Guardami e La fortezza (Minimum Fax, Roma 2012 e 2014, traduzioni di Matteo Colombo e Martina Testa), per non parlare della tweet novel La scatola nera, proposta prima online e poi in cartaceo, sempre da Minimum Fax.
(2 ) Accanto all’emancipazione femminile sono da segnalare, almeno, i temi dell’amicizia, dei rapporti familiari, della disabilità ecc. Temi complessi spesso appena abbozzati (e magari lasciati irrisolti) ma mai banalmente liquidati per accaparrarsi le simpatie del pubblico.
(3)Anche se a volte la meccanica da romanzo d’avventura impone qualche spostamento ai limiti della verosimiglianza, che tocca i personaggi (penso in particolare a Dexter Styles e a Ed Kerrigan) oltre alla trama. Ma a questo punto del racconto si presume che il lettore sia talmente avvinto da aver momentaneamente sospeso l’incredulità, e in effetti in buona misura è così.
(4) La stesura di questo romanzo ha richiesto all’autrice quasi 10 anni di ricerche, e non c’è da stupirsene, vista la cura messa nella ricostruzione di costumi, abitudini, passioni, ambienti…
(5) Anche se, nel corso della presentazione del romanzo tenutasi al Circolo dei Lettori di Torino, l’autrice ha tranquillizzato i suoi fan: a quanto pare le ricerche preparatorie per Manhattan Beach erano in corso ben prima della stesura di Il tempo è un bastardo, e in futuro pare che la Egan riprenderà la via della sperimentazione.

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S. E. Hinton: The Outsiders – i ragazzi della 56a strada

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«Quando sono uscito alla luce forte del sole dal buio del cinema avevo solo due cose in testa: Paul Newman e un passaggio fino a casa. Volevo tanto assomigliare a Paul Newman – lui ha l’aria da duro e io no- ma comunque so di non essere male. Ho i capelli castano chiaro quasi rossi e gli occhi verdegrigio. Vorrei che fossero più grigi, perché odio i tipi con gli occhi verdi, ma devo accontentarmi di quello che ho. Porto i capelli più lunghi degli altri, tagliati cortissimi dietro e lunghi davanti e di lato, ma sono un Greaser e dalle mie parti in genere non si pensa molto a farsi tagliare i capelli. E poi sto meglio con i capelli lunghi.» (1)

La storia la conosciamo un po’ tutti: dopo la perdita dei genitori, morti in un incidente d’auto, il tredicenne Ponyboy vive solo con i fratelli Darrel e Sodapop. I tre, con gli amici Dally, Johnny e Two-Bit formano la banda dei Greasers. Come tutte le bande che si rispettino, i Greasers non sono esattamente un gruppo di educande: insieme bevono, fumano, si cacciano nei guai, si trovano coinvolti in qualche rissa, a mani nude o, quando capita, armati di coltelli, catene, bastoni e bottiglie rotte. La loro etica? Semplice: “quando sei una banda i membri li difendi” (2).  In particolare se si tratta di difenderli dai Socs, i figli violenti dell’alta società del west side.
Ed è proprio in seguito ad uno scontro con i Soci fnito male,  che Ponyboy e Johnny si trovano costretti a lasciare la città.
La rissa e le sue tragiche, imprevedibili, conseguenze porteranno i due a interrogarsi sui motivi e sul senso dei loro scontri con i rivali.

Scritto nel lontano 1964 dall’allora sedicenne S.E.Hinton e pubblicato pochi anni dopo, nel 1967, The Outsiders, forse più noto, da noi, nella versione cinematografica firmata da Coppola, è, nel mondo anglosassone uno dei romanzi di formazione più amati dai ragazzi. Le ragioni sono molte, e ancora valide, anche a rileggerlo oggi, da adulti e a cinquant’anni dalla pubblicazione.
Innanzitutto la lingua: lo stile della Hinton è piano e diretto, il genere di voce che sembra facile facile finché uno non si mette lì a scrivere e si rende conto che c’è tutto un mondo da limare, una serie di sviste da cancellare, un universo di riferimenti che rischiano di rendere inverosimile il racconto. E in questo l’autrice si dimostra sia dotata che fortunata: sarà forse che all’epoca della scrittura aveva sedici anni, e che quindi per cogliere le sfumature della voce narrante non aveva che da appuntarsi i modi e le espressioni in uso nel suo liceo, o sarà puro e semplice talento, ma il tono del racconto convince e come.
C’è poi il tema: una storia plausibile e ben costruita. Una storia attuale, “realistica”, forse la prima storia realistica pensata e scritta espressamente per un pubblico di teenagers fino ad allora nutrito a trite favolette. E, se anche The outsiders non è del tutto privo di un certo intento moralistico-didascalico, la partecipazione dell’autrice e l’empatia dimostrata nei confronti dei suoi personaggi sono talmente lampanti da mettere tutto in secondo piano.
Ci sarebbe da discutere sulla visione della differenza sociale(3) fra bande offerta dall’autrice, ma questo piccolo, fortunato, capolavoro della letteratura per l’adolescenza uscito dalla penna di una sedicenne (4), riesce quasi a mettere in comunicazione Il giovane Holden Gioventù Bruciata e forse non è lecito chiedere di più.

The Outsiders, di S. E. Hinton è stato riproposto ai lettori italiani da Rizzoli nell’ottima (e necessaria) nuova traduzione di Beatrice Masini.

 

(1) S. E. Hinton, The Outsiders – i ragazzi della 56a strada, Rizzoli, Milano 2017, p. 7. Traduzione di Beatrice Masini.
(2)Ivi, pp. 37-38.
(3)Se i Socs, o Socials sono ricchi e di buona famiglia, i Greasers sono poveri, circostanza che l’autrice risolve evocando un generico malessere adolescenziale che accomunerebbe (in questo caso il condizionale è d’obbligo) i membri dei due schieramenti…

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Merritt Tierce: Carne Viva

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«Li conobbi tutti e quattro una volta che facemmo un catering per un evento esterno al ristorante, l’inaugurazione del loro centro di chirurgia mini-invasiva della colonna vertebrale. Quello che mi piaceva, Cornelius, fu l’unico con cui non andai a letto, e l’unico che mi chiese di uscire. Era laureato a Yale, quindi perché chiedeva di uscire a una cameriera? Non lo so.» (Merritt Tierce, Carne Viva, Sur, Roma 2015, p. 3. Traduzione di Martina Testa)

La discesa agli inferi di Marie, ragazza madre e cameriera di Dallas che, nel vano tentativo di tacitare un inspiegabile senso di colpa, segue un percorso di degradazione (più o meno) volontaria, concedendosi sesso occasionale, abusi di droga e alcool e momenti di autolesionismo ai limiti dell’auto-menomazione: questo, in buona sostanza, il contenuto di Carne Viva, romanzo d’esordio dell’americana Merritt Tierce.
Sulla carta, il romanzo potrebbe sembrare cosa da poco: la presenza di una certa (inspiegabile) bellezza nella miseria è fatto ben noto ai frequentatori della letteratura americana, e né il racconto di questa miseria, né la descrizione lucidissima delle dinamiche di vita e di lavoro dei camerieri all’interno della grande ristorazione bastano a giustificare del tutto la lettura; ma Merritt Tierce non è l’ultima tra i tanti facili falsi-maledetti; non è uno dei tanti imitatori di Bukowski, di Selby Jr. o di chissà chi: no, la prosa della Tierce ha una sua elegante essenzialità. Il fraseggio e lo stile sembrano tanto migliori, tanto più alti e brillanti quanto più gli eventi riportati appaiono bassi e orribili(1).
Non ci sono false speranze né redenzione “di comodo”, in Carne Viva, solo una ragazza, una donna, una madre, che si racconta in maniera precisa, diretta, implacabile, rivolgendosi qui al lettore, lì a sua figlia, ma il più delle volte a se stessa, nel tentativo di conferire un senso a un’esistenza altrimenti insensata, tutta avvitata intorno all’evento-incidente iniziale del concepimento, una sorta di peccato originale del quale, prevedibilmente, è impossibile liberarsi.
Ma c’è, in Carne Viva, una genuinità che è tutta stilistica, una particolare verità che non ha niente a che vedere con il contenuto romanzo e con il rapporto tra autore e personaggio, tra racconto e vita. C’è qualcosa di vero, insomma, nello stile di Merritt Tierce, e questo sì, giustifica la lettura. E giustificherebbe dieci, cento mille riletture(3), se solo si potesse trarne un qualche insegnamento legato alla scrittura. E non importa se e quanto il contenuto del romanzo sia vero oppure no.

Carne Viva di Merritt Tierce è proposto ai lettori italiani da Sur, nell’ottima traduzione di Martina Testa.

(1)Effetto, questo, magistralmente replicato nell’efficacissima traduzione di Martina Testa.
(2) Anche se la Tierce, attivista per la difesa dei diritti delle donne, sembra convinta che uno (forse il maggiore) dei suoi meriti sia di aver scardinato alcuni cliché di genere, lavorando sui limiti di accettabilità di un romanzo scritto da una scrittrice…

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Mariano Azuela: Quelli di Sotto

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“Allo champagne spumeggiante le cui bollcine riflettono la luce dei candelabri, Demetrio Macìas preferisce la limpida tequila di Jalisco.
Uomini sporchi di terra e di fuomo e grondanti sudore, con barbe arruffate e scarmigliati, coperti di stracci sudici, sono riuniti intorno ai tavoli di una trattoria.
‘Io ho ammazzato due colonnelli’, esclama con voce dura e gutturale un tipo grasso e basso, con il sombrero bordato, un giaccone di camoscio e un fazzoletto di seta viola al collo.” (1)

“Quadri e scene dalla rivoluzione in corso”: questo il primo sottotitolo di Quelli di Sotto, romanzo d’esordio di Mariano Azuela, originariamente pubblicato a puntate su El Paso del Norte (1915), e poi riproposto nel 1925, nel supplemento domenicale di El universal Ilustrado.
Non dovrebbe servire molto altro ad attrarre i lettori attenti. Ma in Italia, si sa, i lettori attenti sono pochi, quindi meglio spendere due parole.

Ambientato “a cavallo” della rivoluzione, e ad essa contemporaneo – scritto, anzi, letteralmente nelle pause tra un marcia e un’altra e tra uno scontro e un altro, nei rari (o così viene da pensare) momenti di riposo – Quelli di sotto è un romanzo che segue le avventure rivoluzionarie di Demetrio Macías procedendo per scene e quadri, attraverso una narrazione che, pur assumendo toni qui comici, lì epici e talvolta persino tragici, mantiene una chiara impronta realista. Merito del materiale narrativo,  acquisito “in presa diretta”, ma poi rielaborato da uno scrittore di grande talento.
Il risultato è una narrazione rapidissima, inattesa e coinvolgente, che, pur con tutte le differenze di tono e di stile, talvolta richiama alla mente L’armata a Cavallo di Babel. Romanzo sulla rivoluzione e della rivoluzione, opera di un testimone diretto dallo sguardo ironico ma impietoso, attento ed equilibrato,  Quelli di sotto è un piccolo classico semplicemente imperdibile.

Quelli di sotto di Mariano Azuela è edito in Italia da Sur per la cura di Raul Schenardi.

(1)Mariano Azuela, Quelli di sotto, Sur, Roma 2017, p. 97. Traduzione di Raul Schenardi.

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Richard Price: Balene Bianche

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Graves, Pavlicek, Sherda, Assaf-Doyle e Brown; un tempo erano i Wild Geese, un gruppo di sbirri in grado di tenere sotto controllo l’east Bronx. Ma erano gli anni ’90; ormai qualcuno di loro ha cambiato strada, qualcun altro aspetta di andarsene in pensione, e i restanti… be’, il tempo li ha segnati. Il tempo, e gli incontri. Su tutti, quelli con le loro personali “balene bianche”, le prede inafferrabili, quelle in grado di dare o di togliere il senso a un’intera carriera. Criminali che hanno commesso delitti orribili e che, per qualche motivo, sono riusciti a farla franca.
Quando il cadavere dissanguato di Jeffrey Bannion, “balena bianca” che ha rovinato la vita e la carriera di Pavlicek, viene ritrovato alla Penn Station, Billy Graves -che in quel momento è di turno- è certo che i suoi ex colleghi accoglieranno la cosa con una certa soddisfazione; ma poi la lista delle “balene bianche” trovate morte si allunga in maniera sospetta, e a Graves non resta altra scelta che fare i conti con il passato: il suo, e quello dei Wild Geese…

Quanto può valere una frase? In linea puramente teorica sarei portato a dire “molto”. A dire “tutto”, o meglio “abbastanza”, e cioè abbastanza per riscattare un intero testo. Ma sono davvero sicuro che sia così? Be’, purtroppo il passaggio dalla teoria alla pratica non è così scontato. Ma andiamo con ordine: Richard Price, newyorchese(1) classe 1941, è uno di quegli scrittori di calibro che, per qualche motivo, in Italia non attecchiscono, o almeno non come dovrebbero. Dopo l’esordio nel lontano 1974 con il meraviglioso The Wanderers(2), romanzo di formazione all’americana ambientato nel Bronx degli anni ’60, scrive per il cinema e per la televisione(3); nel ’92 pubblica Clockers, il romanzo sulla piaga del crack trasposto poi per il cinema da Spike Lee. Seguono vari anni di silenzio; poi, nel 2008 esce La vita facile (Lush Life), commercializzato come noir, ma in realtà uno spaccato della miseria esistenziale dell’ultimo ventennio, quasi un anti-manifesto della vita contemporanea, ambientato in un Lower East Side che, pur con tutte le sue peculiarità, si trova a rappresentare l’interno mondo occidentale in un’epoca di incontestabile declino.
Ed è proprio in seguito all’uscita di La vita facile che in Italia comincia la ripubblicazione dei suoi romanzi; ma Price non è particolarmente prolifico, e il pubblico fa in fretta a dimenticarsi di lui, della sua capacità di tratteggiare personaggi psicologicamente credibili e lontanissimi dalle convenzioni non solo del romanzo di genere, ma del romanzo contemporaneo tout court; ci si dimentica della sua bravura nella scrittura di dialoghi ecc. Ed ecco che, nel 2016, Price torna in libreria con Balene Bianche, un poliziesco accompagnato dagli strilli entusiastici di Stephen King, Michael Chabon, Michael Connely e Joyce Carol Oates.

Ora, da lettori avvisati, e da appassionati di Price, non si può non accogliere la cosa con grande interesse(4); ed è con grandi aspettative che ci si dedica a Balene Bianche. Ma i tempi di Lush Life sembrano lontanissimi, e la cosa balza all’occhio: i personaggi, pur tracciati con maestria, non si discostano più di tanto dai cliché del genere; la trama, chiaramente ben congegnata (fin troppo), risulta banalotta, e nel testo si sente orribilmente la mancanza delle descrizioni, quelle meravigliose descrizioni a cavallo tra ambiente e costume(5) che caratterizzavano le opere maggiori di Price. E il tutto a dispetto dell’ottima traduzione di Luca Briasco.
Una penna spuntata, dunque? Sì e no: nonostante tutto, qualche breve passaggio, sul finale, lascia intuire che la magia del buon vecchio Price non è del tutto sparita; ma una frase, un’unica frase, per quanto rivelatrice, in questo caso non basta. E tutto sommato Balene Bianche è un romanzo non male, ma niente di più. Un solido, prevedibilmente imprevedibile poliziesco in stile anni ’90.
Accettabile.
Ma da Price ci si aspetta ben altro.

Balene Bianche, di Richard Price è proposto ai lettori italiani da Neri Pozza, nell’ottima traduzione di Luca Briasco.

(1)Anzi, nato nel Bronx, come specifica lui, non senza orgoglio.
(2)Prima edizione italiana Feltrinelli 1977, con il titolo Gioco Violento, traduzione di Pier Francesco Paolini, poi riproposto da Giano come I wanderers, nuova traduzione a cura di Stefano Bortolussi.
(3)Da segnalare le collaborazioni con Scorsese e Spike Lee, e, in tempi più recenti, il lavoro come sceneggiatore di The Wire.
(4)Anche se, qualche sospetto, gli strilli troppo entusiastici lo destano…
(5)Come dimenticare -tanto per fare l’esempio più ovvio- il miracolo della madonnina apparsa sulla porta del frigorifero del drugstore e gli splendidi passaggi de La vita facile dedicati all’improvvisata processione dei curiosi in adorazione?

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Göran Tunström: L’oratorio di Natale

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Una mia recensione del romanzo L’oratorio di Natale, di Göran Tunström, è appena stata pubblicata su Liberi di Scrivere.

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Emma Cline: Le ragazze

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«Era la fine degli anni Sessanta, o l’estate prima della fine, ed era proprio questo che sembrava, un’estate senza fine e senza forma. Haight-Ashbury era popolato di membri della Process Church vestiti di bianco che distribuivano i loro pamphlet color avena, lungo le strade quell’anno il gelsomino sbocciava particolarmente profumato e rigoglioso. Tutti erano in salute, abbronzati e carichi di decorazioni, e chi non lo era lo faceva comunque per scelta: si poteva essere una creatura lunare, con veli di chiffon sopra i paralumi, in piena dieta depurativa a base di kitchari che macchiava tutti i piatti di curcuma. Ma tutto questo avveniva altrove, non a Petaluma, con le sue casette dai fianchi bassi e il vecchio carro coperto dei pionieri parcheggiato stabilmente davanti al ristorante Hi-Ho. E i marciapiedi arrostiti dal sole. Avevo quattordici anni ma sembravo molto più piccola. La gente me lo diceva sempre.» (1)

 

Petaluma, California, 1969.

Evie Boyd ha 14 anni, ma sembra molto più piccola. Trascurata dai genitori separati, troppo impegnati a rifarsi una vita per accorgersi davvero di lei, aspetta che l’estate -l’ultima estate prima di lasciare la città per entrare in un prestigioso collegio- finisca, con la sola compagnia dell’amica Connie. Finché, un giorno, vede passare delle ragazze; tre ragazze che le sembrano “diverse da tutte le altre”, tre “figure tragiche e isolate”, che avanzano attraverso il parco “fluide e incuranti come squali che tagliano l’acqua”(2). Tra loro c’è Suzanne, che ha solo 19 anni, ma  sembra molto più grande di Evie; nel momento stesso in cui le posa gli occhi addosso, Evie si rende conto di essere pronta a tutto pur di starle vicino, pur di essere notata e apprezzata da Suzanne.  Pronta a lasciare la casa materna per trasferirsi nel ranch isolato dove vivono Suzanne e le ragazze, e dove Russell, un carismatico aspirante musicista che si dà arie da santone, fa il bello e il cattivo tempo; ad allontanarsi dall’amica Connie; a fare chilometri e chilometri in autostop; a concedersi a uomini che non ama né desidera; a rubare e mentire. Tutto o quasi, insomma. Finché le cose precipitano, e le altre ragazze si trovano a dare sfogo alla rabbia di Russell…

Presentato come caso editoriale dell’anno, sulla bocca di tutti fin da prima dell’uscita, venduto in 35 paesi e già tradotto in 11 lingue, osannato da Jennifer Egan, Richard Ford e Mark Haddon, Le ragazze è l’opera prima della ventisettenne californiana Emma Cline. Dell’autrice si sa poco (ha 27 anni, non vive più in California, è cresciuta in una famiglia numerosa e benestante ecc.), ma d’altra parte non ce n’è bisogno: a parlare per lei ci pensa il romanzo.

Le ragazze si apre rievocando con una rapida sequenza il primo “incontro” tra Evie e Suzanne, per poi passare alla ricostruzione del fatto di sangue (ricalcato sull’omicidio di Sharon Tate) che chiude la vicenda ambientata nel 1969. Fin qui niente di eccezionale: una prosa niente male, certo (merito anche della splendida traduzione di Martina Testa), ma non c’è da gridare al miracolo, e quasi stupisce che molti recensori, italiani e non, si siano trovati a incensare la precisione stilistica dell’autrice. D’altra parte non è questo il punto di forza del romanzo: se fosse solo per lo stile, Le ragazze rischierebbe di passare inosservato, come la maggior parte dei buoni libri, che difficilmente colgono l’attenzione del grande pubblico. Per fortuna, ad aiutare Le ragazze a farsi strada nell’immaginazione dei lettori di tutto il mondo ci pensano i richiami al caso Manson (3)… Un esempio di marketing ben riuscito, dunque? No. O almeno non solo: al di là del facile appeal della figura di Manson, infatti, il romanzo della Cline è una sorta di riuscitissima riflessione identitaria sull’adolescenza, e se conquista (e credetemi, lo fa) è per la delicata e precisa ricostruzione della dimensione intima dei protagonisti, per la cura delle dinamiche psicologiche in gioco nella vicenda. Perché Le ragazze non è la storia di un brutale omicidio, ma il racconto di un’infatuazione irresistibile, di una sorta di colpo di fulmine, di quelli che capitano solo durante l’adolescenza, quando l’identità è ancora indefinita, e le conseguenze di un incontro del tutto casuale possono rivelarsi terribili. E c’è di più: nel farlo, nel raccontare questa infatuazione, l’autrice si cimenta nel difficile compito di mettere in scena il libero gioco di volontà razionale e caso, sentimento e condizionamenti esterni, e lo fa nel massimo rispetto della singolarità del suo personaggio, senza cedere alle facili approssimazioni deterministiche tipiche di un certo romanzo (pseudo-)psicologico contemporaneo.

Certo, alcune trovate mostrano ancora qualche ingenuità (4), ma nel complesso il romanzo colpisce, e se, come me, vi ci accostate dando per scontato che si tratti del solito caso editoriale costruito a tavolino, be’, quasi sicuramente ne rimarrete sorpresi.

Le ragazze di Emma Cline è proposto ai lettori italiani da Einaudi, nella traduzione di Martina Testa.

 

(1)Emma Cline, Le ragazze, Einaudi, Torino 2016, p. 23, traduzione di Martina Testa.

(2)ivi, pp. 3-4.

(3)Ma è bene essere chiari fin da subito: Le ragazze non è una sorta di Aquarius raccontato attraverso i membri della Manson Family…

(4)Si veda in particolare la parte in cui, riportata la narrazione ai giorni nostri, l’autrice traccia i rapporti tra la Evie adulta e i giovani Sarah, Julian e Zav.

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Blogtour “Il rituale del Male”: I traduttori raccontano Grangé

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  • Qualche domanda ad Alessandro Perissinotto.

Benvenuto, e grazie per aver deciso di rispondere alle mie domande. Da quanto tempo traduce e com’è arrivato alla traduzione?
AP: Quella della traduzione non è, per me, un’attività continuativa: ho tradotto qualche opera dal francese, tra cui L’impero dei lupi di Grangé, ma il mio lavoro rimane quello di scrittore e, naturalmente, di professore universitario.

Sono convinto che, tolto l’autore stesso, nessuno conosca lo stile di uno scrittore meglio del suo traduttore. Cosa può dirci dello stile dei romanzi di Grangé? Com’è la voce di Grangé?
AP: È una voce abbastanza neutra: tutto l’impianto stilistico fa in modo che a risaltare sia la voce dei personaggi.

Mi pare che il pubblico italiano abbia sempre una percezione strana della traduzione come pratica, e penso che approfondire la cosa possa migliorare il nostro rapporto di lettori con i testi. Vuole raccontarci qualche aneddoto relativo al suo lavoro sui libri di Grangé?
AP: Mi è capitato di dover adattare alcuni passaggi relativi a questioni italiane che, per il pubblico del nostro Paese, sarebbero stati del tutto incoerenti. Nello stesso momento, il mio traduttore francese stava facendo la stessa operazione con i miei romanzi. E poi, una volta, al Noir in Festival di Courmayeur, sono andato ad incontrarlo nel suo albergo e mi sono presentato a lui come “Il suo traduttore”, mentre un’avvenente ragazza gli diceva di essere la sua traduttrice: si sarebbe scoperto poco dopo che lei era la sua interprete per quella manifestazione (e non la sua traduttrice), ma, neanche a dirlo, l’attenzione di Grangé fu catturata molto di più dall’interprete che da me e dai miei problemi di traduzione del suo libro.

Quanto contano le esperienze giornalistiche di Grangé intorno al mondo nella costruzione dei suoi romanzi, e c’è qualche prassi particolare, qualche procedimento specifico che, come traduttore, ha seguito per conservare l’elemento reale nella sua versione del testo?
AP: Come ho già detto, ho dovuto eliminare alcune incongruenze che, seppure percepibili solo da un pubblico molto limitato, avrebbero minato la “costruzione di realtà”.

Grangé è un autore molto amato e seguito in tutto il mondo; secondo lei, quanto è stato importante il successo delle trasposizioni cinematografiche dei suoi romanzi per la costruzione della sua figura di romanziere?
AP: Lo stile di Grangé è, di per sé, molto spettacolare e le ambientazioni, di solito, sono grandiose: è inevitabile che, nel suo caso, film e romanzi procedano alla pari.

Grazie ancora per aver risposto alle mie domande.

 

 

  • Qualche domanda a Paolo Lucca

Benvenuto, e grazie per aver deciso di rispondere alle mie domande. Da quanto tempo traduce e com’è arrivato alla traduzione?
PL: Lavoro come traduttore da una decina d’anni. Ho cominciato per caso, collaborando con uno studio editoriale a una revisione di un testo già tradotto.

Quali libri di Jean-Cristophe Grangé ha tradotto?
PL: Ho tradotto Lontano, diventato in italiano Il rituale del male, e ora sto traducendo il suo seguito: Congo requiem.

Quando le hanno proposto di tradurre Grangé era già un suo lettore?
PL: Conoscevo Grangé ma senza averne mai letto i libri. Il rituale del male è stato il romanzo con cui l’ho conosciuto davvero come autore.

Qual è la sua impressione su “Il rituale del male”? / Ci racconta “Il rituale del male”?
PL: Nel Rituale del male si alternano atmosfere più vicine alla tradizione francese del polar e tratti invece più marcatamente gore, dove il modello di riferimento è chiaramente il thriller americano. La morte di un cadetto in una base dell’aeronautica militare francese sulla costa bretone è il primo di una serie di delitti sui quali tenterà di far luce il comandante Erwan Morvan. Erwan si renderà ben presto conto che il modus operandi dell’assassino riproduce fin troppo fedelmente quello seguito più di trent’anni prima dall’Uomo Chiodo, un serial killer che suo padre Grégoire – anch’egli poliziotto e agente dei servizi segreti della Repubblica – aveva catturato nel Congo Belga negli anni Settanta. Mentre le indagini proseguono tra impasse giudiziari e false piste, gli indizi raccolti consentiranno a Erwan di cominciare a ricostruire la storia del padre, da sempre reticente sul passato recente della famiglia. Nella detective story che costituisce la trama principale del Rituale del male e che si muove tra la Bretagna, Parigi, Marsiglia, il Belgio, la Svizzera e le ex colonie africane, si inseriscono così i segreti, i non detti, le mezze verità e le menzogne con cui da sempre il padre padrone Grégoire cerca di controllare, condizionare e governare le vite e le scelte dei figli (il poliziotto Erwan, il finanziere cocainomane e buddista Loïc e la ribelle Gaëlle, escort di lusso che sogna una carriera da attrice) e, chissà, della moglie (Maggie, donna a prima vista completamente sottomessa psicologicamente e fisicamente al marito), in una saga famigliare che, come una sorta di microcosmo, diventa specchio dei molti vizi e delle poche virtù della Francia degli ultimi quarant’anni.

Sono convinto che, tolto l’autore stesso, nessuno conosca lo stile di uno scrittore meglio del suo traduttore.  Cosa può dirci sullo stile dei romanzi di Grangé? Com’è la voce di Grangé?
PL: Grangé dimostra indubbiamente molto mestiere quando si tratta di gestire la tensione; sa accelerare e rallentare il ritmo della narrazione, riuscendo quasi sempre a mantenere alta la suspense; anche gli inserti più didascalici necessari, nel caso del Rituale del male, per orientarsi tra i risvolti finanziari, medici e politici della trama raramente appesantiscono la lettura.

Mi pare che il pubblico italiano abbia sempre una percezione strana della traduzione come pratica, e penso che approfondire la cosa possa migliorare il nostro rapporto di lettori con i testi. Vuole raccontarci qualche aneddoto relativo al suo lavoro sui libri di Grangé?
PL: Tradurre è un lavoro che prima di tutto richiede concentrazione e tempo. Distrarsi, soprattutto quando la scadenza è vicina, significa non chiudere la giornata con il numero di pagine preventivato e ritrovarsi indietro sulla tabella di marcia. Per questo, in particolare quando si approssima la data della consegna, non è infrequente avere giornate in cui si traduce per dieci/dodici ore e anche alla fine della tappa quotidiana si è ancora talmente «dentro» al testo che staccare e pensare ad altro può essere difficile. Non è detto però che questo sia sempre funzionale all’economia della traduzione stessa: mentre traducevo Il rituale del male vivevo a Parigi, a pochi minuti a piedi da alcuni dei luoghi descritti nel libro. Ma ero talmente concentrato sul testo che soltanto in fase di rilettura ho realizzato che, per togliermi quei dubbi che avevano rallentato la mia traduzione e che avevo cercato di risolvere con Google Street View, mi sarebbe bastato uscire dalla porta di casa per avere dal vivo la risposta che cercavo letteralmente in meno di dieci minuti.

Quanto contano le esperienze giornalistiche di Grangé intorno al mondo nella costruzione dei suoi romanzi, e c’è qualche prassi particolare, qualche procedimento specifico che, come traduttore, ha seguito per conservare l’elemento reale nella sua versione del testo?
PL: Avere un passato da reporter è indubbiamente un punto a favore di Grangé. Le esperienze vissute da giornalista gli consentono di scrivere avendo già a disposizione tutto un serbatoio di informazioni cui attingere per dare più vita e colore alle proprie storie. Per quanto mi riguarda, soprattutto una volta terminata la traduzione e prima di cominciare la fase di rilettura, cerco di raccogliere una piccola bibliografia – articoli, documentari o altro materiale – online od offline, che mi permetta di acquisire informazioni più precise su alcuni elementi trattati nel libro e di intervenire sul testo già tradotto se dovessi accorgermi di qualche imprecisione.

Grangé è un autore molto amato e seguito in tutto il mondo; secondo lei, quanto è stato importante il successo delle trasposizioni cinematografiche dei suoi romanzi, per la costruzione della sua figura di romanziere?
Pur non avendo visto nessuno dei film tratti dai suoi romanzi, penso di poter dire che l’adattamento cinematografico sia stato determinante perché una fetta più ampia di pubblico potesse conoscere Grangé come romanziere. Sarebbe interessante domandarsi anche quanto la possibilità che i suoi romanzi fossero adottato per il cinema abbia influito sulle scelte stilistiche e narrative di Grangé. Trovo per esempio il Rituale del male un libro molto cinematografico, come se l’autore avesse immaginato alcuni tratti dei suoi personaggi o costruito certe scene pensandole riprodotto sul grande schermo.

Grazie mille per aver risposto alle mie domande.

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